Padova

 

TOTALE STRADE / VIE / PIAZZE / ETC.: 2.160
INTITOLATE A UOMINI: 1.425
INTITOLATE A DONNE: 70
CRITERI DI CLASSIFICAZIONE DELLE STRADE INTITOLATE A DONNE
Madonne (Immacolata, Beata Vergine, Santa Maria etc.): 9
Madonna del Rosario (via)
Madonna della Salute (via)
Madonnetta (via)
Madonnina (via)
Santa Maria Assunta(via)
Santa Maria Assunta(vicolo)
Santa Maria in Conio (via)
Santa Maria in Conio (vicolo)
Santa Maria in Vanzo
Sante, beate, martiri:

18
Beata Enselmini (via)
Beata Eustochio (via)
Liduina Meneguzzi (suor) (piazzetta)
Sant’Agnese (via)
Santa Cabrini Francesca Saverio (via)
Santa Caterina (via)
Santa Chiara (via)
Sant’Eufemia (via)
Santa Giustina (corte)
Santa Lucia (galleria)
Santa Lucia (via)
Santa Margherita (via)
Santa Maura (via)
Sant’Orsola Vecchia (via)
Santa Rita (via)
Santa Rosa (via)
Santa Sofia (via)
Santa Teresa di Lisieux (passeggiata)

 

Suore e benefattrici religiose, benemerite, fondatrici ordini religiosi e/o enti assistenziali-caritatevoli: 3
Dimesse (passaggio)
Dimesse (via)
Vendramini Elisabetta (suor) (via)
Benefattrici laiche, fondatrici enti assistenziali-caritatevoli:

5
De Cetto Sibilla (via)
Fornasari Filomena (via)
Omboni Stefania (via)
Valmarana Elena (via)
Bianchini D'Alberigo Giulia (passeggiata)

Letterate / umaniste (scrittrici, poete, letterate, critiche, giornaliste, educatrici, pedagoghe, archeologhe, papirologhe...):

14
Aganoor Vittoria (via)
Bigolina Giulia (via)
Corner Piscopia Elena Lucrezia (passaggio)
Deledda Grazia (via)
Gasparotto Cesira (piazzetta)
Negri Ada (corte)
Serao Matilde (via)
Stampa Gaspara (via)
Usuelli-Ruzza Enrichetta (vicolo)
Vivanti Annie (via)
Alpi  Ilaria (via)
Franco Veronica (via)
Nogarola Isotta (via)
Sulpicia (via)

Scienziate (matematiche, fisiche, astronome, geografe, naturaliste, biologhe, mediche, botaniche, zoologhe...):

2
Agnesi Maria Gaetana (via)
Ipazia (via)

Donne dello spettacolo (attrici, cantanti, musiciste, ballerine, registe, scenografe...):

7
Andreini Isabella (via)
Malibran Maria (via)
Marchionni Carlotta (via)
Pasta Giuditta (via)
Ristori Adelaide (via)
Valentini Terrani Lucia (piazzetta)
Toreuma Claudia (via)

Artiste (pittrici, scultrici, miniaturiste, fotografe, fumettiste...):

3
Benato Elisa (via)
Carriera Rosalba (via)
Grigolon Dolores (via)

Figure storiche e politiche (matrone romane, nobildonne, principesse, regine, patriote, combattenti della Resistenza, vittime della lotta politica / guerra / nazismo, politiche, sindacaliste, femministe...):

7
Beccari Gualberta Alaide (via)
Bianchi Livia (via)
Mafalda di Savoia d’Assia (via)
Solera Mantegazza Laura (via)
Masanello Antonia (via)
Mozzoni Anna Maria (via)
Lazzari Maria (passeggiata)

Lavoratrici / imprenditrici / artigiane:

1
Bellisario Marisa (via)

Figure mitologiche o leggendarie, personaggi letterari: --
Atlete e sportive: --
Altro (nomi femminili non identificati; toponimi legati a tradizioni locali, ad es. via delle Convertite, via delle Canterine, via della Moretta, via delle Zoccolette; madri di personaggi illustri...): 1
Ravignana Isabella (via)

  Censimento a cura di: Nadia Cario e Vera Innocenti  

Fonte : stradario del sito del comune di Padova (PD).

Intitolazioni a coppie:

Via Moschini Giacomo e Cristina, filantropi
Via Curie Maria e Pietro.

 

Annie Vivanti nacque a Londra il 7 aprile 1866, figlia dell’esule Anselmo, ebreo mantovano seguace degli ideali mazziniani che, dopo i moti di Mantova del 1851, si era rifugiato in Inghilterra.  La madre, Anna Lindau, era tedesca, sorella dei letterati Paul e Rudolph, e autrice di racconti per l’infanzia. Nel 1873 la famiglia ritornò in Italia, stabilendosi a Milano. Il padre era un solido uomo d’affari, con interessi nel commercio della seta; a New York, dove soggiornò lungamente, presiedeva la Camera di Commercio italiana. La mamma Anna morì di tubercolosi nel 1880, per cui la quattordicenne Annie venne mandata in un collegio in Svizzera per due anni. Al suo rientro in Italia, non accettando che il padre si fosse risposato con un’altra donna, Teresa Gancia, abbandonò la casa paterna.
Annie esordì nel mondo letterario con la raccolta di poesie Lirica, pubblicata nel 1890 con la prefazione di Giosuè Carducci, verso il quale nutrì sempre un intenso sentimento che durò fino alla morte di lui, avvenuta nel 1907. Molto intelligente e dotata di una coinvolgente vivacità intellettuale che la poneva spesso al centro dell’attenzione, Annie si presentò al celebre poeta con il suo stile brillante e ironico. Carducci ne rimase colpito e se ne innamorò; lui aveva allora 55 anni e lei 24 e nell’Italia umbertina d’allora fu scandalo.
Annie aveva una mente aperta ed era un’instancabile viaggiatrice; soggiornò tra l’Italia, l’Inghilterra, la Svizzera e gli Stati Uniti, sempre protagonista della vita culturale e mondana di questi paesi. Conclusa presto l’esperienza della poesia, trovò poi la strada del maggior successo con i romanzi e le novelle.
Dopo il matrimonio nel 1892 con l’irlandese John Chartres, uomo politico e giornalista sostenitore del movimento indipendentista irlandese, Annie trascorse quasi vent’anni tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti, scrivendo romanzi e opere teatrali solo in inglese, tutti di successo.
Nel 1900 la figlia Vivien, nata nel 1893, si affermò come enfant prodige del violino e in breve divenne una celebrità. Da questo successo, Annie trasse motivo per scrivere un romanzo, I divoratori, una saga familiare il cui tema principale è la predestinazione del genio a “divorare” chi gli sta accanto e lo ama. Il libro, apparso in Inghilterra nel 1910 e riscritto in italiano nel 1911, ebbe subito una grande diffusione.
Durante la Prima Guerra Mondiale, Annie si impegnò a difendere la causa italiana attraverso le pagine dei giornali inglesi.
Stabilitasi definitivamente in Italia intorno agli anni Venti, accompagnata dal fedele segretario Luigi Marescalchi, Annie si era avvicinata al partito fascista, quando nel 1941 fu vittima di un provvedimento di domicilio coatto ad Arezzo, perché cittadina inglese. Liberata per diretta intercessione di Mussolini, poté tornare a Torino, dove risiedeva. Le sue condizioni di salute, già precarie, si aggravarono nell’autunno del 1941 quando seppe che la figlia Vivien era morta suicida. Annie morì a Torino il 20 febbraio 1942 e fu sepolta nel cimitero monumentale della stessa città e sulla sua lapide furono incisi i famosi versi scritti per lei da Carducci: ”Batto alla chiusa imposta con un ramicello di fiori/glauchi ed azzurri, come i tuoi occhi, o Annie”.

di Roberta Lamon 

 


 
Elena Lucrezia Cornaro Piscopia apparteneva alla potente famiglia veneziana dei Cornaro, che aveva dato alla Repubblica quattro dogi, una regina, Caterina di Cipro (1454-1510) e nove cardinali.
Il padre Giovanni Battista Cornaro, detto anche Piscopia dal nome di un ricco feudo che possedeva nell’isola di Cipro, rimasto unico proprietario dopo la morte dei fratelli di un considerevole patrimonio, si era innamorato di una semplice popolana, Zanetta Boni, dalla quale ebbe tre figli. Alla quarta maternità di Zanetta, egli, sfidando le convenienze sociali dell’epoca, la portò a vivere nel suo palazzo sul Canal Grande, dove, nel 1646, nacque la quinta creatura: Elena Lucrezia. Con questo amore per Zanetta, Giovanni Battista trasgrediva apertamente le leggi veneziane, per le quali un nobile non poteva iscrivere all’albo della nobiltà i figli avuti da una plebea.
Il grande potere della famiglia Cornaro non impedì comunque a Giovanni Battista di venire eletto Procuratore di S. Marco de supra, avendo la custodia, la manutenzione e l’amministrazione della famosa Basilica; si trattava di una carica a vita molto importante, la seconda dopo il dogato.
Ottenuta la carica, il Cornaro decise di sanare la sua unione con Zanetta, sposandola ufficialmente nel 1654; l’anno dopo nascerà un’altra bambina, Caterina e nel 1657 un maschio, Girolamo.
Nel 1664, il prestigio politico ed economico di cui godeva gli permise di superare il problema dell’iscrizione dei figli al Libro d’oro della nobiltà. La Repubblica di Venezia, in gravi difficoltà finanziarie, aveva infatti permesso l’iscrizione alla nobiltà dietro il pagamento di una forte somma di denaro. Giovanni Battista vi iscrisse così i figli, garantendosi, attraverso i due maschi, la continuità della casata, che altrimenti sarebbe finita con lui.
Giovanni Battista, abile diplomatico e uomo d’affari, amante della cultura e con pochi pregiudizi, aveva arricchito con numerosi testi di storia e di politica e con libri di grande pregio la biblioteca del suo bel palazzo sul Canal Grande. Qui si riunivano spesso eruditi e studiosi e fu così che Elena Lucrezia, curiosa e intelligente fin da bambina, trovò in famiglia l’ambiente adatto per coltivare i propri interessi letterari e scientifici.
Il suo primo maestro fu il parroco di S. Luca, Don Giovanni Fabris, studioso di teologia, filosofia, latino e greco. Egli rimase affascinato dalla personalità della piccola, che aveva allora solo sette anni, e consigliò al Cornaro di avviarla agli studi classici, offrendo di essere lui l’insegnante di greco e indicò Giovanni Valier, canonico di S. Marco, come insegnante di latino. La scuola del Fabris durò quindici anni, cioè fino alla sua morte avvenuta nel 1668. Gli succedette Alvise Gradenigo, il miglior grecista di Venezia, aggregato all’Accademia dei Ricovrati di Padova e custode della Biblioteca di S. Marco.
Per completare la formazione della figlia, Giovanni Battista le fece impartire anche lezioni di musica. Sua maestra fu Maddalena Cappelli, che si era formata al Conservatorio dell’Asilo di Carità dei Mendicanti di Venezia. Libera da legami familiari, la giovane insegnante si trasferì nel 1663 in casa Cornaro, dove divenne per Elena un’amica discreta, ma preziosa, un’interlocutrice fedele e partecipe. Elena l’ebbe al suo fianco sia durante la sua permanenza a Venezia, sia poi negli ultimi anni di vita trascorsi a Padova.
Portata per le lingue, Elena Lucrezia imparò il francese e lo spagnolo, ma si applicò con passione anche alle materie scientifiche, come la matematica, le scienze, l’astronomia e la geografia, nelle quali ebbe come insegnante padre Carlo Maurizio Vota, un precettore gesuita inviato a Venezia dal preposto generale della Compagnia di Gesù, padre Giampaolo Oliva. Una cultura di tipo universale dunque, con particolare riguardo alla filosofia, materia nella quale le fu maestro Carlo Rinaldini, professore all’Università di Padova. Nello studio della teologia fu seguita da un altro docente dell’Ateneo patavino, il frate conventuale Felice Rotondi.
Con questi studi, Elena era in continuo contatto con i Libri Sacri e, per meglio conoscerli, decise d’imparare la lingua ebraica. Suo insegnante fu l’allora rabbino della comunità ebraica residente a Venezia, Shemuel Aboaf, persona di grande valore morale e intellettuale.
Data la grande capacità intellettuale di Elena e la sua accurata preparazione, i suoi insegnanti, padre Felice Rotondi e Carlo Rinaldini, ebbero l’idea di chiedere al Sacro Collegio dell’Università di Padova il riconoscimento della laurea in teologia per la loro allieva. L’iniziativa suscitò molto scalpore e non poche perplessità, infatti mai una donna si era laureata in qualsiasi università d’Europa e quindi del mondo. Il cardinale Gregorio Barbarigo, che nella sua qualità di vescovo di Padova era anche cancelliere dell’Università, oppose però un netto rifiuto. Iniziò così un lungo scambio epistolare tra quest’ultimo e Giovanni Battista, che, dimostrando una notevole apertura mentale, voleva abbattere la tradizione che negava alle donne l’ingresso agli studi universitari.
Alla fine si arrivò ad un compromesso: Elena Lucrezia si sarebbe laureata in filosofia e non in teologia.
Quando a Padova e a Venezia si sparse la notizia che la domanda della giovane Cornaro era stata accolta, la curiosità per quella che alcuni consideravano solo una stranezza e altri un evento singolare e significativo andò alle stelle.
La data per la laurea fu fissata per il 25 giugno 1678 alle 9 del mattino. Il giorno 24 vennero estratti i puncta, cioè gli argomenti da discutere in sede d’esame e per i quali  Elena aveva quindi solo poche ore per prepararsi.
Il giorno stabilito Elena Lucrezia si presentò, accompagnata dai suoi genitori e dai suoi docenti, nell’ampia sala dell’episcopato che il Sacro Collegio riservava ai dottorandi, ma l’ambiente era talmente gremito che fu necessario trasferire la cerimonia nella Cappella della Beata Vergine del vicino Duomo. Qui Elena Lucrezia discusse le sue tesi con tale perizia che, tralasciata la votazione segreta di rito, fu laureata per acclamazione tra l’entusiasmo generale.
Come ai suoi colleghi uomini, le vennero consegnate le insegne dottorali: il libro, simbolo della dottrina, l’anello, che rappresentava l’unione con la scienza, il manto d’ermellino, emblema della dignità dottorale e infine la corona d’alloro a suggello del trionfo.
Dopo di lei sarebbero trascorsi altri 50 anni prima che un’altra donna, Laura Bassi, potesse vedersi riconoscere lo stesso privilegio a Bologna, e ancora un altro mezzo secolo per l’Università di Pavia, dove nel 1777 si laureò Maria Amoretti.
Ancor prima della laurea, nel 1669, Elena Lucrezia era diventata membro dell’Accademia dei Ricovrati di Padova. In seguito fu aggregata ad altre accademie, intrattenendo rapporti epistolari con i maggiori studiosi italiani e stranieri di quel periodo.
Di fragile costituzione, Elena aveva però notevolmente risentito delle lunghe ore dedicate allo studio, tanto che i medici le consigliarono un lungo periodo di riposo.
Si trasferì così a Padova, nella bella casa in contrada del Santo, fatta costruire dall’avo Alvise, in una quiete quasi monastica, dato che la Loggia e l’Odeo erano ormai in disuso. Qui visse gli ultimi quattro anni di vita, dedita allo studio e alla preghiera. Fin dal 1665, infatti, coinvolta dalle letture religiose e dall’esempio delle grandi Sante, Elena aveva rifiutato il matrimonio ed era diventata oblata benedettina, facendo voto di castità per dedicare tutta la sua esistenza allo studio. A Padova trovò nell’abbazia di S. Giustina un punto d’appoggio per la sua vita spirituale.
Tormentata dalla malattia, Elena morì il 26 luglio 1684, a soli 38 anni, dopo aver ordinato alla fedele Maddalena di bruciare tutti i suoi scritti privati.
I funerali furono sontuosi e scenografici, come si usava nel Seicento, quando tutto era spettacolo. Il corteo funebre si snodò attraverso le vie cittadine, tra i negozi chiusi in segno di lutto, dal Santo all’Università e poi fino alla Basilica di S. Giustina, dove Elena fu sepolta. Nei due giorni precedenti il funerale si era discusso sul luogo della sepoltura e benché la madre desiderasse seppellirla a Venezia, nella tomba di famiglia nella chiesa di S. Luca, fu deciso di rispettare la volontà espressa a suo tempo dalla stessa Elena, che desiderava essere inumata nella cappella funeraria dei padri benedettini a S. Giustina. Le sue spoglie rimasero così a Padova, la città dove aveva coronato gli studi con la laurea, e presso i monaci benedettini al cui Ordine era appartenuta come oblata.
Il padre volle dedicarle un sontuoso monumento funebre che venne eretto sul lato sinistro della navata centrale della basilica del Santo, dato che i monaci di S. Giustina non avevano dato il permesso di erigerlo nella loro chiesa; in passato, infatti, non era mai stata fatta alcuna concessione in proposito.
Per l’esecuzione dell’opera venne contattato Bernardo Tabacco, scultore veneto allora molto conosciuto, che realizzò un sontuoso cenotafio in marmo pregiato, adorno di 12 statue simboliche. Nella parte alta del monumento era stata posta la statua di Elena Lucrezia, con ai piedi l’insegna magistra et doctrix. Nel 1727 il grandioso monumento venne demolito, poiché era così ingombrante che impediva, in determinate funzioni religiose, la vista dell’altare. Al suo posto fu messo un busto marmoreo di Elena Lucrezia, opera dello scultore Giovanni Bonazza, mentre la sua statua venne collocata ai piedi dello scalone che porta alla loggia superiore del cortile antico del Bo.
Nel gennaio 1685, il Collegio dei filosofi e medici, per onorare l’illustre scomparsa, fece coniare dall’incisore Giovan Francesco Neidinger una medaglia in bronzo con l’immagine di Elena Lucrezia di profilo, avvolta nella cappa d’ermellino e con la corona d’alloro in testa.
La fama delle straordinarie capacità intellettuali di Elena Lucrezia era molto diffusa. Dopo la sua morte però, l’interesse per quanto aveva fatto andò via via scemando fino a quando la benedettina inglese Matilde Pynsent venne a sapere di lei e arrivò a Padova nel 1895 per visitarne la tomba. Tanto fece che ottenne addirittura la ricognizione dei resti della salma. Dopo questa commovente visita, decise di scrivere un libro sulla sua vita, che fece conoscere e ammirare nel mondo anglosassone, tanto da ispirare, con ogni probabilità, nel 1904, la realizzazione della vetrata neogotica della biblioteca del Vassar College, la prima Università femminile degli Stati Uniti, che si trova a Poughkeepsie, nello stato di New York. La vetrata mostra al centro Elena Cornaro, attorniata dai professori dell’Università di Padova, mentre sta disputando la sua tesi di laurea. Una giovane studentessa del Vassar, Ruth Crawford, passando molte ore a studiare in quella sala e incuriosita di fronte all’immagine, volle approfondire la storia di questa donna. Divenuta docente presso l’Università di Pittsburgh in Pennsylvania, promosse la decorazione dell’aula italiana con l’immagine di Elena Lucrezia, dipinta a fresco nel 1949 dal ritrattista bolognese Giovanni Romagnoli.  
Vissuta in un periodo in cui alla donna era consentito solo il matrimonio o il velo, Elena intraprese un cammino nuovo, quasi scandaloso per quei tempi, ma nel quale seppe dimostrare la propria intelligenza e l’amore per lo studio, arrivando ad essere la prima donna laureata al mondo, consegnandosi così, suo malgrado, alla storia.
di Roberta Lamon 

 

Filomena Cuman Fornasari nacque a Padova il 24 agosto 1856 da Melchiorre, originario di Marostica, e Maria Luigia Doni.  Grazie all’eccellente condizione economica della famiglia, ebbe una buona istruzione, arrivando a ottenere la patente di maestra. Nel 1883 sposò Andrea Francesco Fornasari, appartenente a una nobile famiglia padovana. Trasferitasi con il marito a Verona e poi a Vicenza, dove Andrea ricoprì per diversi anni la carica di Giudice presso il tribunale cittadino, i due coniugi condivisero la stessa predisposizione filantropica. Filomena, in particolare, si avvicinò a Stefania Etzerodt Omboni, attivissima sul fronte sociale ed educativo, con la quale collaborò in diverse opere di assistenza e beneficenza.
L’attività svolta da Filomena Cuman Fornasari è caratterizzata dal passaggio da un femminismo teorico e propagandistico a uno pratico e sociale. Nei primi anni, infatti, fu prevalente in lei l’impegno culturale e politico, manifestato in saggi e articoli sulla condizione della donna e dell’infanzia. Contemporaneamente andò comunque crescendo in lei la volontà di partecipare all’attività all’interno dell’Istituto per l’Infanzia Abbandonata, fondato dall’amica Stefania Omboni.
All’inizio del Novecento, quando Andrea Fornasari ottenne il trasferimento a Padova con l’incarico di giudice istruttore, la coppia poté tornare nella città natale. Poco dopo, però, Andrea, già debilitato da una lunga malattia, morì: era il 7 dicembre 1908.  Il lutto per la scomparsa del marito portò Filomena a dedicarsi maggiormente alla filantropia, fondando assieme alla Omboni l’Ufficio di Indicazioni, Collocamento e Assistenza. Scopo principale dell’istituzione era quello di combattere la povertà, cercando d’intervenire sulle sue cause, che nella maggior parte dei casi riguardavano la perdita del lavoro, la famiglia numerosa da mantenere e l’abuso di alcolici.
Dopo la morte della Omboni, avvenuta nel 1917, Filomena Fornasari volle fondare un proprio Rifugio per minorenni, predisposto per accogliere anche nel cuore della notte ragazzi soli, senza alcun limite d’età e senza obbligo dell’immediata presentazione di documenti. L’istituto nasceva come ricovero temporaneo, in attesa di una conveniente sistemazione; solo nel caso in cui il ragazzo non venisse accolto in altri istituti, poteva trovare una stabile dimora presso il Rifugio, che sorgeva in via Porcilia.
Nella convinzione che nessuna forma di coercizione fosse adatta a formare i ragazzi e che solo il buon esempio e la persuasione potessero influenzare positivamente la loro crescita, all’interno dell’istituto erano state bandite le punizioni corporali e la segregazione, mentre la rieducazione dei ragazzi avveniva attraverso lo studio e il lavoro. L’opera degli educatori doveva essere accompagnata da un profondo sentimento religioso che faceva proprio l’invito di Cristo: “lasciate che i bambini vengano a me”. Questa affermazione testimonia l’approdo della Fornasari a una spiritualità profonda, liberata dall’anticlericalismo di ispirazione socialista che aveva animato i suoi primi scritti.
Il principale problema che il Rifugio si trovò ad affrontare fin dall’inizio fu di carattere economico. Il denaro ricavato dal lavoro dei ragazzi e dalla vendita degli oggetti prodotti nel laboratorio non era sufficiente a coprire le spese di gestione dell’istituto, per cui il Comune si assunse l’incarico di coprire le passività. Nel 1927, dopo numerose sollecitazioni da parte della Fornasari, il Comune concesse un’area in via Gradenigo per costruirvi un nuovo edificio, destinato a sede del Rifugio, che venne completato nel 1929.
L’erezione in Ente morale dell’opera pia Rifugio per Minorenni nel 1930 non modificò la delicata situazione economica dell’istituto, i cui debiti continuarono a lievitare, anche a causa del crescente numero di assistiti che nel 1933 arrivarono a 67.
Dopo la morte di Filomena Fornasari, avvenuta nel 1936, l’istituto passò sotto il Comune di Padova che si accollò le spese per la sua direzione.

di Roberta Lamon 

  


Francesca Saverio Cabrini nacque il 15 luglio 1850 a Sant’Angelo di Lodigiano, un paese vicino a Milano, in una famiglia di agricoltori imparentata con Agostino Depretis, importante uomo politico dell’Italia unita. La famiglia di Francesca era molto religiosa, ma chi esercitò un influsso particolare su di lei furono la sorella Rosa e i parroci del paese, che con i loro primi insegnamenti spirituali contribuirono a far maturare in lei la vocazione religiosa. Fin da piccola, Francesca dimostrò un grande entusiasmo per le letture missionarie, proponendosi di emulare un modello maschile, San Francesco Saverio sacerdote in Estremo Oriente, e di fondare un ordine di suore missionarie.
Diplomatasi maestra elementare, nel 1874 prese i voti e nel 1880 fondò a Codogno la congregazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, aggiungendo al proprio nome Saverio, in onore di San Francesco Saverio. Per la Cabrini, “missionarie” voleva dire donne disposte a viaggiare, ad affrontare mondi sconosciuti per portare nuove anime al cristianesimo. Si trattava di un’apertura verso una vita religiosa nuova, almeno per quanto riguardava le donne, poiché allora l’attività missionaria era considerata un compito esclusivamente maschile.
Forte e determinata nelle sue scelte, Francesca riuscì quindi a dar vita a un esercito di religiose autonome e competenti, in grado di amministrare importanti istituzioni e che viaggiavano con disinvoltura per il mondo, difendendo sempre il senso profondo del loro progetto missionario.
Nel 1888 monsignor Scalabrini, vescovo di Piacenza, che da tempo si occupava di emigrazione, le propose di dedicarsi agli Italiani emigrati in America, chiedendole di occuparsi della direzione di una scuola e di un asilo a New York. Anche papa Leone XIII appoggiò questa iniziativa. Così il 21 marzo 1889 Francesca si imbarcò con altre sei suore per gli Stati Uniti, dove, priva di appoggi e di denaro come un’emigrante, riuscì a costruire scuole, orfanatrofi e ospedali perfettamente funzionanti, migliorando le condizioni di vita di tanti emigrati. Riuscì ad aprire istituzioni assistenziali anche in Argentina e in Brasile.
Pur fragile di salute, Francesca Cabrini si dimostrò sempre risoluta e fattiva nel proporre un nuovo modello di religiosa, emancipato dalle gerarchie ecclesiastiche, ma ancorato alla tradizione e all’amore per la Chiesa. La sua spiritualità era fondata su una fede profonda e su una concezione della vita religiosa intesa come mezzo per testimoniare Dio nel mondo. Nell’istituto da lei fondato entrarono quasi milletrecento suore; le vocazioni s’infittirono soprattutto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, periodo che coincise con il momento di maggiore emigrazione degli italiani in America.
Nel 1909 chiese di diventare cittadina americana, dimostrando di condividere i principi di eguaglianza sociale e di democrazia su cui poggia la costituzione degli Stati Uniti. 
Morì a Chicago il 22 dicembre 1917. Beatificata nel 1938, fu canonizzata nel 1946, diventando la prima cittadina americana a essere proclamata santa. Nel 1950 le fu riconosciuto il patrocinio sui migranti, a conferma del carattere particolare della sua vocazione. 

di Roberta Lamon 

  


 
La padovana Giulia Bigolina fu l’autrice non solo dell’unico romanzo in prosa scritto da una donna nel Rinascimento, Urania nella quale si contiene l’amore di una giovine di tal nome, scritto intorno al 1556-1558, ma anche dell’unica novella del periodo, Giulia Camposampiero e Tesibaldo Vitaliani.
Le notizie sulla vita di Giulia sono estremamente scarse e confuse. La scrittrice apparteneva ad una famiglia molto antica: i Bigolin sono nominati in un documento del 1297, mentre nel 1420 sono iscritti nella Lista dei nobili della città di Padova e considerati tra gli aristocratici più apertamente filoveneziani.
La famiglia aveva proprietà a Camposampiero e a Santa Croce, vicino a Cittadella, che prese infatti il nome, ancor oggi in uso, di Santa Croce Bigolina. Qui fece costruire la chiesa e il convento di Santa Croce, concesso nel 1460 ai Padri minori dell’Osservanza, che vi furono presenti fino al 1769.
I Bigolin detenevano inoltre un ricco patrimonio fondiario e una bella villa, decorata da Lambert Sustris, a Selvazzano. La villa confinava con la tenuta dei Soncin, i cui rapporti di amicizia e buon vicinato furono rinsaldati dal matrimonio tra Gerolamo Bigolin e Alvisa di Bonifacio Soncin, celebrato nel 1516. Dalla loro unione nacque Giulia, della quale non si conosce la data di nascita, ma si sa che nel 1534 sposò Bartolomeo Vicomercato, figlio di Battista; ipotizzando che si sia sposata all’età consueta per le donne di quel periodo, intorno cioè ai quindici o sedici anni, si può collocare la sua nascita verso il 1518-19. Da alcuni atti notarili risultava abitare a Padova, nella contrada detta dei Colombini, vicino alla chiesa di Santa Maria dei Servi. Nel 1559 era già vedova e morì prima del 1569.
Giulia Bigolina fu una scrittrice nota e apprezzata tra i letterati dell’epoca e la sua fama non declinò neppure tra le generazioni successive; nel Settecento, Mechiorre Cesarotti disse che Giulia occupava nella novellistica un posto pari a quello che Gaspara Stampa aveva acquisito nella poesia.
Giulia fu in contatto con i prestigiosi circoli culturali della sua città. Verso il 1550, Padova era infatti sede di una ricca vita intellettuale, il suo Studio aveva i più famosi matematici e dottori in diritto civile e canonico e la facoltà di medicina vantava nomi come Vesalio e Falloppio. Nel 1540 Daniele Barbaro, Sperone Speroni e Domenico Varchi avevano fondato l’Accademia degli Infiammati, che annoverava tra i suoi membri anche Pietro Aretino, Tiziano, Marco Mantoa Benavides e Alessandro Piccolomini. Gli Infiammati produssero un buon numero di novelle e tra essi compare anche quel Bartolomeo Salvatico, giureconsulto amato da Giulia e al quale dedicò il romanzo Urania. Giulia fu dunque in contatto con le personalità più in vista del suo tempo, fu amica di Sperone Speroni, di Tiziano e di Pietro Aretino, con il quale intrattenne un breve scambio epistolare.
Oltre ad Urania, Giulia Bigolina scrisse numerose novelle, che però andarono perdute. Si è salvato solo il testo della novella Giulia Camposampiero e Tesibaldo Vitaliani, che restò inedita fino al 1794, anno in cui fu data alle stampe dal critico Anton Maria Borromeo con il titolo La novella di Giulia Bigolina raccontata nello amenissimo luogo di Mirabello, dove Mirabello è stato identificato dallo storico Andrea Cittadella in un piccolo colle tra Luvigliano e Torreglia.
Il testo di Urania è stato accuratamente studiato da Valeria Finucci, che così lo descrive: “un romanzo psicologico di 309 pagine manoscritte, più una lunga introduzione dedicatoria di 41 pagine” indirizzata a Bartolomeo Salvatico. La storia narrata è ben congeniata e adatta a suscitare l’interesse dei lettori, ma contiene anche un messaggio più complesso. Secondo quanto asserito nella stessa lettera dedicatoria al Salvatico, la ragione che aveva indotto Giulia a comporre questo romanzo era il desiderio di donare al suo amato un frutto del proprio ingegno che la ricordasse a lui, dopo morta, meglio di un ritratto.
Valeria Finucci osserva inoltre che con Urania Giulia mirava ad affermare un’uguaglianza tra uomo e donna, senza rivendicare per il suo genere una supposta superiorità rispetto all’uomo. Lo stesso tipo di educazione renderebbe uomini e donne uguali, questa però alle donne è interdetta, per cui “l’inferiorità delle donne è politica invece che naturale e ha radice nel complotto patriarcale che nega alle donne un’educazione adeguata, limita la loro mobilità e controlla i mezzi di comunicazione con il mondo esterno”.
La riscoperta e rivalutazione di questo testo riapre quindi una questione tutt’altro che secondaria nel dibattito intorno alle donne che animava i circoli culturali del Rinascimento.

 di Roberta Lamon 

  


Gualberta Alaide Beccari nacque a Padova nel 1842, in una famiglia di idee repubblicane nella quale i sentimenti patriottici erano strettamente intrecciati con la passione per il teatro. L’ambiente familiare fece quindi maturare in lei, fin da giovane, un forte impegno civile e l’amore per l’arte drammatica.
I coniugi Beccari ebbero quattordici figli di cui nessuno, tranne Gualberta, raggiunse l’età adulta. Questa tragica serie di lutti segnò la giovane Gualberta fin dall’infanzia, come dimostra il tema angoscioso della morte trattato in alcuni racconti che, tuttavia, costituiscono un’eccezione rispetto alla maggioranza dei suoi scritti a carattere educativo.
Il padre Girolamo Giacinto, nato a Montagnana nel 1802 in una famiglia benestante, aveva velleità letterarie e dedicava gran parte del suo tempo allo studio delle letterature francese e italiana; fu autore di diverse traduzioni, adattamenti e composizioni teatrali e per anni fu direttore della Società Filodrammatica dei Solerti di Padova, in cui recitava anche la moglie Antonietta Gloria. Sospettato di attività rivoluzionaria dalla polizia austriaca, nel 1859 decise di trasferirsi con la famiglia a Modena, per ritornare nel Veneto nel 1866, dopo l’annessione. La scelta dell’emigrazione fu una delle cause del dissesto economico della famiglia, dal momento che la condanna in contumacia per emigrazione senza autorizzazione comportava il sequestro dei beni.
Girolamo ebbe certamente un ruolo importante nell’avviare la figlia alla vita intellettuale e politica. Gualberta aveva fatto da segretaria al padre già durante il loro soggiorno a Modena e con lui si era costruita una buona cultura, senza peraltro frequentare un corso regolare di studi. Fin da giovane aveva manifestato il desiderio di diventare giornalista per battersi in favore dei diritti delle donne e per contribuire al miglioramento della situazione sociale e morale italiana; divenne così ben presto protagonista di un’intensa stagione di dibattiti sull’emancipazione della donna, nei quali rivendicava la necessità di un rinnovamento morale della figura femminile quale base per il consolidamento della neonata nazione italiana. Il suo pensiero si basava sull’ideologia politica di Giuseppe Mazzini, che riconosceva alle donne la cittadinanza sociale, professionale e politica, affermando che non solo dovevano essere ammesse al voto, ma potevano anche essere votate ed elette come rappresentanti del popolo.
Strumento della battaglia portata avanti dalla Beccari fu la rivista La donna, nelle cui pagine vennero affrontati diversi temi sul mondo femminile, anche piuttosto controversi per quel periodo, quali la parità salariale, la prostituzione, il divorzio, i diritti politici delle donne. Scopo principale della rivista era quello di informare ed educare le donne nei diversi campi della politica, della letteratura, delle scienze e delle arti; gli articoli non si limitavano infatti alla sola sfera teorica, ma riportavano anche esempi pratici relativi alle scuole e al mondo del lavoro. La rivista s’impose fin dal suo esordio come il più importante organo di discussione e informazione del primo movimento emancipazionista italiano, facendosi conoscere e apprezzare in tutta Italia.
Tra le collaboratrici vi erano nomi famosi come la milanese Anna Maria Mozzoni, fondatrice del femminismo rivendicativo italiano, l’emiliana Giorgina Saffi e la veronese Francesca Zambusi Dal Lago, letterata e scrittrice per l’infanzia. Il periodico ospitò anche interventi occasionali di due firme significative della cultura femminile padovana: Erminia Fuà Fusinato ed Enrichetta Usuelli Ruzza.
Secondo Gualberta, solo attraverso l’educazione le donne potevano liberarsi dai pregiudizi che per secoli le avevano soggiogate e assumere quindi la consapevolezza del loro ruolo di cittadine, mogli e madri educatrici delle nuove generazioni. Nel giornale, quindi, lo spazio dedicato agli argomenti sull’educazione femminile era piuttosto consistente e le donne che vi collaboravano si impegnarono soprattutto in una serie di iniziative riguardanti la diffusione della cultura e, in particolare, nel promuovere e fondare i giardini d’infanzia froebeliani, ispirati ai nuovi criteri educativi del pedagogo tedesco Frederich Froëbel.
La donna uscì a Padova dal 12 aprile 1868 fino a ottobre dello stesso anno, poi fu trasferita per alcuni anni a Venezia e quindi a Bologna, dove la pubblicazione fu interrotta nel 1891.
Il contributo della Beccari alla realizzazione della rivista fu decisivo sia sul piano della direzione culturale, sia su quello finanziario, poiché vi investì quasi tutte le proprie sostanze. Il periodico aveva un aspetto serio; diversamente dalle altre riviste femminili del tempo, non era illustrato e non ospitava i soliti articoli sulla moda, le ricette o la casa. Vi si trovavano invece poesie, racconti e una rubrica con notizie sui temi dell’emancipazione, sull’arte e sulle attività patriottiche. Aveva inoltre un primato: era il solo periodico femminile in Europa ad essere redatto solo da donne.
Oltre al periodico La donna, la Beccari fondò e diresse, a partire dal 1886, anche il giornale per ragazzi Mamma, nel quale espose le sue idee educative per la formazione morale e civile dei giovani. Molte collaboratrici di questo giornale erano insegnanti ed educatrici, altre avevano già scritto per La donna, ma tutte erano animate dalla volontà di dimostrare che non esisteva alcuna contraddizione tra la lotta delle donne per ottenere la piena cittadinanza e il loro impegno nel campo dell’educazione e della famiglia.
Parallelamente alla direzione di questi giornali, Gualberta si dedicò anche alla composizione di alcuni testi teatrali, nei quali mise in scena le stesse idee morali e politiche che animavano l’attività giornalistica.
In queste imprese Gualberta investì tutte le sue energie, nonostante i frequenti disturbi nervosi che la costringevano all’inattività. La malattia si manifestò una prima volta in modo non grave nel 1860, ma grave divenne nel 1869, quando Gualberta rimase paralizzata per un lungo periodo. Per molti anni poi si alternarono momenti in cui stava meglio ad altri di grave crisi, poiché, oltre alla paralisi degli arti, diventava muta, sorda e cieca, senza che i medici riuscissero a trovare una cura risolutiva.
La Beccari nutriva una profonda ammirazione per Adelaide Bono Cairoli, madre di cinque figli morti per la causa nazionale, che considerava un modello vivente del suo ideale femminile. Questo atteggiamento di sincera ammirazione nei confronti della contessa Cairoli lo si ritrova anche nel giornale La donna, dove venivano regolarmente pubblicati i tributi politici e i messaggi a lei indirizzati da ogni parte d’Italia. Da parte sua, Adelaide si dimostrò sempre interessata alle sorti della rivista, contribuendo a sostenerla moralmente ed economicamente.  Alla morte di Giovanni, il quarto figlio della Cairoli, per esprimere la devozione e la solidarietà delle donne italiane all’eroica madre, Gualberta promosse, assieme all’amica e collaboratrice Francesca Zambusi Dal Lago, la realizzazione dell’Albo Cairoli, una raccolta di prose e poesie scritte da donne in onore di Adelaide, riccamente ornato dalle illustrazioni di alcuni artisti, tra i quali Elisa Benato Beltrami.
Gualberta Beccari morì a Bologna il 24 settembre 1906, vittima di un’epidemia di difterite. Aveva contratto la malattia assistendo, incurante del pericolo di contagio, un bambino ammalato che abitava nella sua stessa casa. In un primo momento fu sepolta in una zona del cimitero della Certosa destinata alle vittime dell’epidemia, ma poi, grazie all’interessamento di un gruppo di amiche, ebbe una tomba più dignitosa vicino a quella dei suoi genitori, nella parte monumentale dello stesso cimitero.
Nel 2006, il Circolo Filatelico di Montagnana ha voluto ricordare Gualberta Alaide Beccari con la coniazione di una medaglia che ne riporta l’effige e sul verso una frase che riassume il suo impegno in favore della parità tra uomo e donna.

di Roberta Lamon 


Sibilla de Cetto (Padova 1350 circa – 1421) 
Figlia di Gualperto de Cetto di Gherardo, un ricco mercante, proprietario terriero e prestatore di denaro, nonostante nutrisse una sentita fede religiosa e fosse particolarmente legato all’Ordine francescano. La stessa devozione era condivisa dalla moglie Benedetta, figlia di Pietro Campagnola, giudice, uomo politico e anch’egli prestatore di denaro. Sibilla apparteneva quindi per nascita, avvenuta intorno al 1350, a ricche famiglie di giuristi, oltre che di possidenti.
Fin dagli ultimi anni del XIII secolo, la famiglia risiedeva in contrada Santa Margherita, dove era proprietaria di diversi edifici e dove più tardi sorsero la chiesa e l’Ospedale di S. Francesco per volontà di Sibilla de Cetto.
Sibilla sposò in prime nozze il giurista padovano Bonaccorso Naseri da Montagnana, consigliere di Francesco il Vecchio da Carrara, residente anch’egli in contrada Santa Margherita. Il matrimonio fu allietato dalla nascita di figli, che morirono però piccolissimi e furono sepolti nella vicina chiesa di S. Lorenzo.
Nel 1388, quando i Carraresi lasciarono il governo di Padova a Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano, la famiglia Naseri passò a sostenere quest’ultimo. Seguendo la scelta fatta dal marito che si schierava dalla parte dei Visconti, Sibilla avviò una causa giudiziaria per rivendicare i beni confiscati quarant’anni prima ai suoi avi materni da Giacomo II da Carrara.
Quando nel 1390 Francesco Novello ritornò a capo della città, Bonaccorso fu catturato e, accusato di alto tradimento, venne impiccato in Piazza dei Signori nel giugno dello stesso anno, mentre il padre Giovanni e il fratello Antonio riuscirono a salvarsi con la fuga. 
Sibilla, rimasta vedova, su consiglio del principe carrarese, sposò in seconde nozze Baldo Bonafari, originario della cittadina toscana di Piombino. Questi, trasferitosi a Padova per seguire gli studi universitari di diritto, vi si era stabilito, diventando consigliere di Francesco Novello da Carrara. Baldo aveva fiancheggiato diplomaticamente e militarmente i Carraresi nella guerra contro i Visconti e per questo poté godere in seguito della loro protezione. Nel 1390 aveva acquistato una casa posta di fronte al Duomo, oggi conosciuta come casa Bonafari, che divenne la sua prima residenza. Nello stesso anno aveva consolidato la sua posizione sociale sposando Sibilla de Cetto, che apparteneva ad una delle più importanti e ricche famiglie padovane.
Nel frattempo, Sibilla aveva presentato una supplica a Francesco Novello perché le venissero restituiti la dote e i beni immobili già di suo padre, che erano stati consegnati al primo marito Bonaccorso e incamerati nel patrimonio della famiglia Naseri. L’otto giugno 1392 venne emessa la sentenza che riconosceva il suo diritto alla restituzione della dote e dell’eredità paterna da parte del suocero Giovanni Naseri, rifugiatosi a Venezia. Fu quindi bandito l’incanto e i beni immobili di Giovanni vennero acquistati da quattro intermediari di Sibilla, i quali un anno dopo li cedettero a lei integralmente.
Giovanni Naseri, che aveva subìto questi avvenimenti senza intervenire, non rinunciò però a rivendicare i suoi diritti, che trasmise in eredità a Caterina, l’unica dei figli che gli sopravvisse.
A questo punto Sibilla, i cui crediti non erano stati soddisfatti completamente con il patrimonio padovano di Giovanni, promosse una causa contro Caterina, che in qualità di erede era anche responsabile dei debiti del padre.
I processi si susseguirono fino al 1398, quando terminò quello contro gli eredi di Caterina, succeduti nella vertenza. Tutte le azioni giudiziarie si conclusero a favore di Sibilla, permettendo così l’accrescimento del suo patrimonio immobiliare.
Con la caduta della Signoria e la dedizione di Padova a Venezia, Baldo Bonafari fu esiliato nella città lagunare, dove rimase fino al 1413, quando tutti i confinati furono perdonati dalla Dominante.
Nel frattempo gli affari di Padova vennero gestiti dalla moglie, fornita delle opportune deleghe, che si dimostrò non meno abile e capace del marito considerando la sua origine e crescita in ambienti giuridico-commerciali. Le circostanze della vita videro quindi questa donna, colta giuridicamente e anche letterariamente a giudicare dai libri presenti nella biblioteca personale, impegnare gran parte del suo tempo nella conduzione degli affari.
Nel 1407 Sibilla si trasferì dalla casa in Piazza Duomo a quella in contrada Santa Margherita. Con questo cambio di residenza Sibilla, che in quel periodo viveva sola a Padova a causa dell’esilio veneziano del marito, ritornò nella contrada dove aveva trascorso la sua infanzia, la giovinezza e la sua prima esperienza coniugale, reintegrandosi con le persone e gli ambienti che più conosceva e che le erano cari.
Dai documenti d’archivio si ricava che la nuova casa era solida, perché tutta in muratura, autosufficiente, perché dotata di forno, pozzo privato, orto e strutture edilizie in muro e legno per la servitù e per gli animali domestici. Era disposta su due piani, il tetto era ricoperto di coppi, era dotata di cortile e di ampie stanze con camini e servizi. Si trattava quindi della tipica abitazione padovana del ceto benestante del Tre-Quattrocento e si trovava nell’area dove in seguito sorsero la chiesa e l’ospedale di S. Francesco Grande.
Rientrato a Padova dopo l’esilio veneziano, Baldo Bonafari si dedicò con la moglie alla realizzazione di un ambizioso progetto: la costruzione dell’ospedale di S. Francesco in un’area urbana già di loro proprietà.
La notizia della cerimonia della posa della prima pietra, avvenuta a fine ottobre 1414, ci informa che il luogo prescelto si trovava di fronte alla chiesa di S. Margherita, ovvero nell’omonima contrada dove allora abitava la coppia e dove si trovavano case e palazzi posseduti da Sibilla per eredità paterna o per acquisto dai Naseri.
Nel 1415 i Bonafari lasciarono liberi gli edifici fino ad allora occupati e si trasferirono in altri nella stessa contrada. Le case lasciate libere, insieme ad altre acquistate o ereditate, furono abbattute e ricostruite o adattate per il nuovo impiego ospedaliero. Nel frattempo, nei due committenti maturò il progetto di associare all’ospedale una chiesa e un convento, pure intitolati a S. Francesco, la cui costruzione ebbe inizio nel 1416.
Baldo non riuscì però a vedere l’opera completata, morì infatti nel 1418. Sibilla divenne quindi amministratrice unica dell’ospedale, aiutata in questo compito dai suoi fedeli consiglieri.
Nel frattempo, con una convenzione pattuita nel 1419, Sibilla volle collegare all’ospedale di S. Francesco la Fraglia di S. Maria della Carità, che esisteva già dal 1405, ma che dal suo ingresso nell’istituto passò sotto l’influenza dei frati francescani, che ne assunsero la cura spirituale, allargando così l’attività di assistenza a tutta la città.
Ammalatasi nell’autunno del 1421, Sibilla morì il 12 dicembre dello stesso anno, dopo aver nominato sei commissari per la gestione del nosocomio e per il completamento della chiesa e del convento. Dopo la morte di questi ultimi, nel governo del complesso ospedaliero subentrò il Collegio dei Giuristi di Padova.
Già lo stesso anno della morte di Sibilla, l’ospedale fu oggetto di lasciti e donazioni da parte di cittadini padovani, che rivelarono così di apprezzare l’iniziativa benefica dei coniugi de Cetto - Bonafari.
Nel suo ultimo testamento Sibilla aveva espresso le direttive per il futuro della sua opera; dopo aver stabilito alcuni legati, aveva nominato suoi eredi universali i poveri ricoverati nell’ospedale di S. Francesco e aveva prescritto che il convento fosse abitato soltanto dai frati francescani osservanti, che dovevano celebrare nell’attigua chiesa.
Sibilla fu donna devota e caritatevole; si era avvicinata agli insegnamenti francescani, dimostrando una religiosità concreta, dove poco spazio era dato all’ascetismo e molto alle necessità pratiche del vivere. In effetti, con una concretezza fuori dal comune, i due coniugi provvidero a fondare e a far funzionare un centro di assistenza che provvedesse alla cura spirituale delle anime assieme alla cura medica dei corpi.
Con l’inizio della dominazione veneziana, Baldo e Sibilla Bonafari avevano inoltre dimostrato una grande capacità di adattamento, allontanandosi dalla politica attiva per indirizzare le proprie energie nella realizzazione di un’opera che assolvesse alle esigenze sociali emergenti. Il loro progetto fu ispirato ai principi di carità e amore cristiano, secondo le regole dei frati minori dell’Osservanza, che erano presenti a Padova già dai primi anni del Quattrocento nel piccolo convento e ospizio di Sant’Orsola, oggi scomparso. A testimonianza della sua esistenza e del suo legame con l’ospedale, nel convento di S. Francesco è conservato lo stipite dell’originario portale d’ingresso all’ospizio con l’iscrizione “Ospitium Sancte Ursule”.
La fine intuizione dimostrata da Sibilla nell’organizzazione dell’ospedale la pone sicuramente tra i personaggi più importanti del suo tempo. L’ospedale costituì infatti per quell’epoca una struttura completamente nuova rispetto alle altre istituzioni assistenziali del periodo; venne costruito in una zona lontana dalle porte cittadine e destinata alle abitazioni, dato che gli stessi fondatori vi risiedevano e vi possedevano numerosi immobili. Per la prima volta, poi, venne creata una struttura per fornire un’assistenza prevalentemente sanitaria, a differenza di quanto era avvenuto fino ad allora quando le varie iniziative religiose e laiche non andavano al di là della semplice ospitalità ai bisognosi. Questa specializzazione non precludeva tuttavia il ricovero a chi fosse solo indigente, poiché si deve tener conto che all’epoca povertà e malattia spesso coincidevano.
L’ospedale funzionò per ben quattro secoli, fino al 1798, quando i ricoverati vennero trasferiti all’Ospedale Nuovo, voluto dal vescovo Nicolò Giustiniani e realizzato su progetto dell’abate Domenico Cerato.
Nel ciclo di affreschi presenti nella sala del Capitolo della Scuola della Carità è raffigurata Sibilla de Cetto, in abito da terziaria francescana, ritratta nel 1579 da Dario Varotari nell’atto di donare l’ospedale di S. Francesco, visibile nello sfondo. Accanto si trova il riquadro con Baldo Bonafari nell’atto di offrire a Dio la chiesa e il convento dedicati al Santo d’Assisi.
Le figure dei due benefattori sono scolpite anche sul marmo tombale che oggi si trova all’entrata della Cappella di Santa Maria della Neve dell’ospedale Giustinianeo. La lapide fu qui trasporta nel 1852 dalla chiesa di S. Francesco.
di Roberta Lamon 

 


 

Stefania Etzerod Omboni, nata a Londra il 12 marzo 1839, da padre tedesco e madre inglese, educata in Belgio e vissuta in Russia, ebbe una formazione decisamente cosmopolita. Giunta a Padova nel 1870 per studiare filosofia e geologia vi si stabilì, dedicandosi anche alla traduzione dal tedesco dell’opera di David Strauss L’antica e la nuova fede, di cui curò la prefazione. A Padova conobbe e sposò Giovanni Omboni, docente di geologia e mineralogia all’Università e poi suo collaboratore in molte iniziative assistenziali.
Stefania fu una donna molto attiva, una libera pensatrice che si adoperò per avviare un’assistenza di tipo moderno a Padova. I numerosi viaggi, il contatto diretto con diverse culture e religioni, gli stessi studi filosofici contribuirono a far nascere in lei un sentimento di apertura e tolleranza verso tutti, ma specialmente verso i più deboli.
Questo suo atteggiamento non era dettato dalla fede, ma da una concezione morale indipendente dalla religione, rispettosa però della dignità umana e che considerava la carità come un dovere.
Stefania Omboni fu anche tra le collaboratrici del giornale La Donna, periodico morale e istruttivo a vantaggio dell’educazione femminile, fondato a Padova nel 1868 da Gualberta Beccari.
Nei primi anni settanta dell’Ottocento, la Omboni diede vita ad un Comitato di signore padovane per l’istituzione di un giardino froebeliano che sorse effettivamente nel 1874 e che poi venne lasciato in gestione al Comune.
La disastrosa alluvione del 1882 aveva notevolmente peggiorato le condizioni di vita sia in città che nelle campagne, aumentando il fenomeno dell’accattonaggio. Per far fronte a questa situazione d’emergenza si adoperò per la fondazione della prima Cucina economica, che forniva centinaia di pasti al giorno, non solo ai poveri, ma anche agli operai addetti ai numerosi cantieri edilizi del periodo.
Nel 1890 fondò la “Società contro l’accattonaggio”, con lo scopo di prevenire la mendicità promuovendo diversi interventi: dando lavoro ai disoccupati, assistendo i poveri e sostenendo l’infanzia abbandonata.
Promosse anche la nascita del Ricovero diurno per i piccoli mendicanti che erano esclusi dall’orfanatrofio. In seguito, esso assunse il nome di Istituto per l’Infanzia Abbandonata, nel quale venivano applicati innovativi criteri di assistenza. Si trattava di una istituzione laica alla quale la stessa Omboni lasciò per testamento i propri beni, a condizione che venisse impiegato personale laico e non religioso nella cura dei bambini. L’Istituto, dove i giovani ricevevano un’istruzione anche di tipo professionale, non doveva essere sostitutivo della famiglia, ma collaborare con questa nella formazione e nell’educazione dei ragazzi. Per i primi otto anni, l’Istituto accolse i ragazzi solo di giorno per passare poi all’ospitalità completa; maschi e femmine erano rigidamente separati e di fatto anche la loro educazione era diversa: mentre ai maschi veniva insegnato un mestiere, le ragazze avevano una preparazione solo domestica.  Proprio per aiutare a sistemare i giovani che uscivano dall’Istituto, Stefania creò nel 1909 l’Ufficio di collocamento.
L’Istituto per l’Infanzia Abbandonata può essere considerato la massima espressione del pensiero della Omboni, secondo la quale l’azione moralizzatrice della società doveva partire proprio dal fanciullo, assistendolo ed educandolo a una vita di lavoro, il mezzo più efficace per combattere la miseria e l’accattonaggio. Questo suo impegno fu premiato dal Ministero della Pubblica Istruzione con i conferimento, nel 1900, della medaglia d’oro in riconoscimento della sua opera a favore dell’istruzione e dell’educazione popolare.
Nel 1893 Stefania fu tra le promotrici della prima scuola professionale femminile di Padova e dal 1895 in poi fece parte, con l’avvocato Mario Piccinato, del Consiglio direttivo dell’Università Popolare.
Durante la Prima Guerra Mondiale, pur essendo una pacifista, s’impegnò in iniziative volte al soccorso dei soldati feriti, prestando la sua opera come volontaria presso l’ospedale militare di S. Giustina. Questo fu però il suo ultimo intervento di assistenza poiché morì il 21 gennaio 1917 nella sua casa, in via del Torresino.
La città rimase molto colpita dalla grave perdita e l’Amministrazione comunale deliberò di provvedere alle spese del funerale, che si svolse in forma molto semplice secondo le volontà della stessa Stefania.

 

 di Roberta Lamon 

 


 

Sulpicia  
Vissuta a Roma all’età di Augusto, Sulpicia era figlia dell’oratore Servio Sulpicio Rufo e di una Valeria, sorella di Marco Valerio Messalla Corvino, in gioventù compagno di studi di Cicerone ad Atene. Apparteneva quindi per nascita alla buona società, dove ebbe l’opportunità di frequentare gli intellettuali dell’epoca che si raccoglievano intorno allo zio Messalla, tra i quali Ovidio e Tibullo. Questa circostanza, unita certamente al fatto di essere dotata di notevoli capacità poetiche, portò Sulpicia a diventare una poetessa, autrice delle uniche poesie d’amore scritte da una donna romana in età classica.
I suoi componimenti sono oggi conosciuti perché inseriti nel corpus delle opere attribuite a Tibullo; Sulpicia infatti non aveva la possibilità, come donna, di far conoscere e diffondere autonomamente le proprie poesie, che sono quindi giunte fino a noi non con il suo nome.
Oggi conosciamo sei poemi di Sulpicia, in totale quaranta versi che, oltre a testimoniare la condizione della donna in epoca romana, rappresentano un interessante approccio letterario a uno dei temi più trattati in poesia: l’amore. Nelle sue poesie, Sulpicia parla del suo amore per Cerinto, partendo da una fase iniziale in cui i suoi sentimenti erano sconosciuti a tutti, anche a Cerinto, e nella quale cercava di nasconderli, per arrivare alla dichiarazione pubblica, ostentata e provocatoria, della sua passione per quest’uomo.
A Roma, specie nella classe sociale cui Sulpicia apparteneva, le famiglie usavano combinare i matrimoni dei propri figli, sia per ragioni di opportunità sociale, sia per interessi economici o politici. Dal contenuto delle poesie si può dedurre che Cerinto non sia stato lo sposo designato, ma l’amante, probabilmente appartenente a un’altra classe sociale. Di questo Sulpicia non si preoccupa, come non si preoccupa di quello che la gente può pensare del suo legame. Nel rifiutare le regole imposte dalla società, Sulpicia dimostra di essere una donna libera e di avere più coraggio delle altre ragazze da marito. Certamente si trovava in una posizione privilegiata, perché protetta dallo zio Messalla e dal suo potente e rispettato circolo. Lo zio tutore garantiva, infatti, per lei e anche se di lei si parlava, criticando il suo comportamento, non permetteva che il suo nome venisse infangato. Al di là di queste considerazioni, Sulpicia rimane uno dei pochi esempi di voce di donna che sia giunta fino a noi dall’epoca romana.

 

di Roberta Lamon


Veronica Franco
Nel Cinquecento, il secolo d’oro della storia veneziana, il fenomeno della prostituzione era molto diffuso ed era tollerato sia dalla società civile che dall’autorità religiosa. La morale sessuale era molto elastica e numerosi nobili veneziani, costretti per tradizione a contrarre matrimoni di convenienza o d’interesse, avevano una cortigiana, un’amante bella e simpatica e spesso anche istruita. La cortigiana, da non confondersi con la meretrice che pur svolgendo la stessa professione apparteneva a un livello sociale molto inferiore, doveva saper suonare qualche strumento, cantare, scrivere poesie e saper conversare brillantemente. Tra le cortigiane più famose della Venezia rinascimentale va ricordata Veronica Franco. 
Veronica nacque a Venezia nel 1546 da Francesco Franco e da Paola Fracassa, cortigiana che presto avviò la figlia alla sua stessa professione, come risulta dal Catalogo de tutte le proncipal et più honorate cortigiane di Venetia, stampato intorno al 1565. Fin da bambina ricevette una buona educazione, frequentando le lezioni private che la famiglia aveva organizzato per i tre figli maschi. A diciotto anni si sposò con un medico, un certo Paolo Panizza, dal quale si separò quasi subito.
Oltre a essere molto bella, Veronica era anche colta e intelligente, segno che dovette continuare a studiare da sola, frequentando i circoli culturali veneziani, a cominciare da quello di Domenico Venier, un raffinato ed erudito poeta, che la consigliava e talvolta le correggeva i versi.
Veronica componeva infatti versi di pregio, che pubblicò in due volumi: Terze rime nel 1575, dedicato a Guglielmo Gonzaga, duca di Mantova e del Monferrato, e Lettere familiari a diversi, uscito nel 1580 e dedicato al suo amico cardinale Luigi d’Este. Anche Benedetto Croce apprezzò molto i versi di Veronica, che considerava una poetessa spontanea e istintiva, affermando che il suo fascino consisteva proprio nel fatto che “non sentì mai alcun bisogno di celare o di velare la professione sua”.
La fama della bellezza e delle capacità letterarie di Veronica Franco si propagò anche fuori Venezia, per cui spesso era invitata nelle belle ville della terraferma veneta, dove conobbe personaggi di rango che si contendevano la sua compagnia e le sue grazie, ricompensandola poi lautamente e permettendole così di condurre uno stile di vita assai dispendioso.
Nel 1574 la sua fama di cortigiana d’alto rango raggiunse il suo apice quando Enrico III di Valois, facendo tappa a Venezia durante il suo viaggio che dalla Polonia lo riportava in Francia, la scelse per trascorrere con lei una notte. A ricordo dell’incontro, Veronica donò all’illustre ospite un suo ritratto, opera di Tintoretto.
Nel 1570 fece testamento, lasciando i suoi beni a parenti e domestici e per la fondazione di una Pia Casa del Soccorso, destinata alle ragazze povere o alle meretrici che volessero cambiare vita.
Morì nel 1591, all’età di quarantacinque anni, venendo così risparmiata dal decadimento fisico della vecchiaia.

di Roberta Lamon  

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