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Elisabetta (detta Bettina) Rampielli Fuso

(Bologna, 1898 - Perugia, 1985)
 
Figura di rilievo nella vita artistica e culturale perugina del Novecento, la città le ha reso omaggio  intitolandole  una via in aperta campagna, sopra, ma non vicinissima, al Fuseum, il parco museale voluto e realizzato dal marito Brajo Fuso. Sulla targa c’è scritto solamente via bettina (tutto minuscolo), poco più avanti un’altra targa con scritto via brajo. Ci auguriamo che quanto prima le due targhe vengano corrette.
Si sa che Giuseppe Verdi e Giuseppina Strepponi venivano chiamati da tutti gli amici Peppino e Peppina, ma non esiste nessuna via peppino  o via giuseppe riferita al maestro (per la Strepponi in quanto donna il problema, si sa, non si pone).
 
Bettina Fuso, una pittrice sopra i tetti
di Paola Spinelli

Elisabetta Rampielli nasce nel 1898 a Bologna, ma a quattro anni è già a Perugia. Giovanissima, senza aver fatto alcuna scuola, ma molto attratta da tutto quanto è arte,  si diverte a fare il  ritratto  agli amici. Nel 1929 sposa Brajo Fuso, che la convince a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Perugia. Dopo due anni però lascia l’Accademia, vuole continuare da sola, senza essere imbrigliata da regole che non rispondono ai suoi bisogni, libera di fare come vuole e ciò che vuole, soprattutto ritratti e paesaggi, particolarmente poetica è la serie Tetti. Espone  in varie città d’Italia e a Parigi, dove entra in contatto con l’ambiente culturale e artistico e riceve consensi e attenzione da parte della critica francese. Ottiene anche in Italia numerosi  premi e riconoscimenti.
Durante il fascismo e fino agli anni Cinquanta, il salotto di Bettina e Brajo Fuso all’ultimo piano di palazzo Cesaroni, sopra i tetti di Perugia, è un centro culturale dei più vivi, dove si respira un’aria internazionale e non solo… Racconta Nini Menichetti: “In casa Fuso circolava l’odore di acqua ragia e dei colori che fino al 1943 avevano servito solo a Bettina e poi anche Brajo iniziò a usare, per una scommessa con se stesso, per una sfida a Bettina, per un bisogno autenticamente sentito che si concreterà nella esplosiva ricchissima produzione del suo iter artistico”. 
In quella casa è ospite il ventenne Renato Guttuso, che fa il ritratto a Bettina, e  il giovanissimo Alberto Moravia che a Perugia  scrive diverse pagine de Gli indifferenti. Qui passano Curzio Malaparte, Felice Casorati, Enrico Falqui, Cesare Zavattini, Giulio Carlo Argan, Mario Mafai, Aurelio De Felice, Alberto Burri, Gerardo Dottori, Giuseppe Ungaretti, Gianna Manzini con l’amatissimo gatto Felicino.

Verso la fine degli anni ’60 Bettina smette di dipingere, da allora in poi dedica le sue energie alla realizzazione del sogno di Brajo, il Fuseum, il cui nome deriva dalla fusione del suo cognome con il sostantivo museum. Un fitto bosco di lecci fa da collocazione ideale alle opere di  Brajo. Per riposare e ripararsi quando piove c’è una casetta di pochi metri quadri  la Brajta, dalla fusione di  Brajo e baita. Scrive Brajo: “Desidero ardentemente che il Fuseum resti aperto al pubblico come Centro di aggregazione artistica e culturale, come luogo d’incontro, di confronto, di discussione, di studio; come struttura pubblica, insomma, al servizio di tutti, dove organizzare convegni, dibattiti, mostre, premi di pittura, spettacoli, dove ospitare giovani artisti meritevoli, dove proiettare filmati e diapositive, dove consultare libri... Questa mia creatura, ora che l’ho messa al mondo, non deve morire...”
E gli ultimi anni della sua vita Bettina li consacra a questa “creatura”.

Fonti
Nini Menichetti, Dai Fuso a palazzo Cesaroni. Ricordi e suggestioni, in Bettina Fuso, brochure pubblicata in occasione nella mostra omonima tenuta a Perugia, palazzo Cesaroni, dal 16 al 23 dicembre 1981
Antonio Carlo Ponti, Vita culturale del Novecento in Storia illustrata delle città dell’Umbria, a cura di Raffaele Rossi, ed. Elio Sellino, Milano,  1993
http://www.fuseum.eu/index.php?page=bettina#
 

Madre Imelde Ranucci

(S.Stefano di Palagano (MO), 1904 - Palagano (MO), 1980)
 
La piazza intitolata a Suor Imelde Ranucci, nel Comune di Palagano, è un ampio piazzale asfaltato circondato di alberi ancora piccoli, che non bastano a schermare gli edifici intorno né a proteggere dal sole le macchine che qui parcheggiano. La memoria e la storia di Palagano si incontrano in questa piazza per ricordare una figura che appartiene interamente alla vita e ai ricordi di questa comunità.
 
Una donna di fede e di azione
di Roberta Pinelli

Imelde Ranucci, a nove anni, come tante ragazze del primo Novecento, per poter studiare entrò nel convento delle suore Francescane dell’Immacolata di Palagano, diplomandosi maestra a 18 anni.
Per alcuni anni insegnò a Campogalliano, in provincia di Modena, poi ottenne la cattedra nella scuola elementare di Palagano, dove prestò servizio per moltissimi anni.
Nel 1928 entrò come novizia nel convento delle suore Francescane dell’Immacolata e nel 1932 pronunciò i voti perpetui; nel 1949 venne eletta Superiora Generale dell'ordine. Donna forte, intelligente e dinamica, fu sempre al fianco della comunità palaganese, come dimostrano anche i passi del suo diario scritto durante il periodo dell’occupazione nazifascista. I brani trascritti sono la testimonianza del suo senso di appartenenza alla comunità e della sua affettuosa compartecipazione alle vicende dei più deboli.
Il 16 settembre 1943, a soli otto giorni dall’armistizio, Suor Imelde scrive: “Verso sera la sorella portinaia mi prega di scendere in parlatorio, ove è qualcuno che ha bisogno di me. Vado e, non senza sorpresa, vi trovo un Rev. Sacerdote e una Signorina. Con poche parole il primo si presenta e chiede se possiamo ospitare temporaneamente la signorina della quale dà buone informazioni. E’ una dottoressa polacca, la quale, come tutti gli israeliti, ha bisogno di ricoverarsi in un rifugio per aver salva la vita dall’ingiusta legge nazista che vuole sterminare la razza ebraica. Apro di cuore la porta a questa pellegrina tanto bisognosa di protezione e di conforto. Mi racconta brevemente le sue dolorose vicende di questi ultimi tempi di tirannia in campi di concentramento”. La giovane dottoressa  Federica (Frida) Hubschman aveva 37 anni.  Restò nascosta nel convento di Palagano dal 16 settembre 1943 al 28 maggio 1945; precedentemente era stata internata a Finale Emilia. Era giunta a Modena da Prato il 19 aprile 1942, come risulta dal Censimento ebrei della Prefettura. Il gesto di Suor Imelde non solo è generoso, ma anche coraggioso: durante l’occupazione nazifascista, la pena per chi nascondeva ebrei era l’arresto, ma si poteva arrivare anche alla fucilazione.

L’8 marzo 1944, in occasione di un rastrellamento ordinato su tutto l’arco dell’Appennino modenese occidentale, così descrive l’arrivo dei militi fascisti: “Si precipitano correndo per le strade, facendo alzare le braccia e puntando l’arma a quanti incontrano [… ]. La popolazione è terrorizzata, giacché i nuovi arrivati si dimostrano violenti e perquisiscono ogni angolo delle case per trovarvi, dicono, qualche ribelle[…].  Hanno una lunga lista di persone accusate di essere o favorire i ribelli, ed in prima linea figura il nome di don Sante Bartolai, segnalato per essere fucilato sul posto. Infatti è subito arrestato e minacciato”. Don Sante Bartolai fu arrestato e poi trasferito a Fossoli di Carpi e, in seguito, al campo di sterminio di Mauthausen.
L’11 marzo madre Imelde racconta come fece fuggire un uomo nascosto nel convento: “Mandiamo S.L. a rendergli nota la situazione, ormai insostenibile. Egli è intelligente, comprende, approva e decide di andarsene. Lo camuffiamo alla meglio; gli diamo in tasca 2 uova ed una boccetta di grappa. Io faccio un giro di esplorazione. Il momento è opportuno, forse l’unico. Egli se ne va, cauto, per la via più nascosta. Io lo seguo dalla finestra con ansiosa preoccupazione… Finalmente lo vedo in salvo, lontano, ormai al sicuro… Appena liberato l’uccello, una numerosa squadra di soldati entra in convento e vi piglia alloggio”.
Sempre nel marzo 1944, il 18, scrive: “Il comandante del presidio repubblicano di Montefiorino, visto che, nelle precedenti esplorazioni a Costrignano e a Monchio, i militi non sono riusciti a catturare nessun ribelle, pensa di far venire l’artiglieria tedesca da Bologna”. I tedeschi e i fascisti modenesi giunsero effettivamente nella zona di Palagano e, dal 18 al 20 marzo 1944, compirono una durissima rappresaglia contro i paesi di Monchio, Costrignano e Susano (frazioni del comune di Palagano), provocando 136 morti fra la popolazione civile (i partigiani infatti avevano già abbandonato la zona), distruggendo quasi 200 abitazioni, incendiando oltre 170 stalle e fienili e causando danni per un ammontare di alcuni milioni di lire.
3 aprile 1944: “Non sono ancora passati tre giorni che i soldati [nazifascisti] sono partiti da Palagano ed ecco che oggi vengono nuovamente i ribelli. Alle 13 un giovane su di un veloce cavallino bianco entra, non senza una certa cautela, in paese. Con sommessa voce, chiede se tutti i militi sono andati ed alla risposta affermativa, con un forte fischio ordina al resto della compagnia, ancora lontana e nascosta, di avanzare francamente. In un momento gruppi di 8 o 10 uomini armati si avanzano. Fanno pena al solo vederli: sparuti nei loro abiti a brandelli, con barbe che li rendono irriconoscibili, sguardo piuttosto torvo ed una fame senza l’eguale. Portano visibili i segni della loro vita randagia, disagiata, piena di sacrificio”.
Nel giugno 1944 i partigiani riuscirono a liberare una vasta zona dell’Appennino intorno al paese di Montefiorino, corrispondente al territorio dei comuni di Montefiorino, Frassinoro, Prignano sulla Secchia, Palagano, Polinago, in provincia di Modena, e Toano, Villa Minozzo, Ligonchio, della provincia di Reggio Emilia, dove costituirono la prima repubblica libera dall’occupazione nazi-fascista. Madre Imelde, sempre attenta a quanto avviene ai “suoi” montanari, il 21 giugno 1944 scrive: “Grande comizio a Montefiorino, ove il commissario Davide [commissario politico della formazione partigiana “Modena Armando”] nomina il sindaco del Comune nella persona di un segnalato antifascista. Anche i partigiani di Palagano vi sono andati quasi al completo. Montefiorino è il 1° Comune libero di tutta Italia1.
I nazifascisti non potevano accettare la presenza di un territorio libero controllato dai partigiani proprio a ridosso della Linea Gotica; attaccarono quindi in massa la zona libera, che cadde dopo 45 giorni di furiosi combattimenti. La rocca di Montefiorino venne incendiata, le case depredate e distrutte, gli uomini deportati in Germania. Madre Imelde il 6 agosto1944 scrive: “Non sono ancora le 5 quando scendendo dal letto ed affacciandomi alla finestra, sono colpita da una scena indescrivibile che mi resterà impressa per tutta la vita. Montefiorino è in fiamme! Sembra un roveto ardente… Immagino, anzi, sento vivamente in me, lo strazio delle poche, povere donne rimaste sole in mezzo a tanto disastro. Quanta rovina! In breve ora, si trasforma in cenere il frutto di centinaia di anni di lavoro e di sudore!”.
Il 31 luglio 1944 descrive così il ritorno dei nazifascisti a Palagano: “Voci concitate raccomandano di fuggire subito tutti, perché un’intera divisione di SS punta su Palagano da quattro direzioni. Vengono a compiere un rastrellamento tremendo, porteranno via gli uomini e distruggeranno tutto il paese, perché zona partigiana e sede di Comando… Ormai il paese è quasi completamente disabitato… E’ una desolazione: ovunque è il deserto”.
E fra il 9 e il 14 settembre 1944: “Continuo passaggio e via vai di tedeschi da Palagano. Chiedono pane e altri viveri, ma non fanno alcun male qui. Sono stati attaccati sui monti di Susano e Costrignano, ove erano i partigiani ad attenderli. Per rappresaglia hanno colà bruciato qualche casa e portati via indumenti e biancheria da altre. Timore e paura in tutti”.
Il 12 gennaio 1945 scrive: “Alle 8 tutti i soldati sono in partenza verso Lama… Ancora una volta la Protezione divina è stata favorevole al nostro paese. Nessuna vittima, nessun incendio, mentre altrove questo rastrellamento è stato terrorizzante. Da Gazzano sono stati deportati trenta uomini dai 16 ai 66 anni. Da Roteglia, per un tedesco mancato, sono stati presi donne e bambini, poiché gli uomini erano fuggiti tutti”.
Quando finalmente l’occupazione tedesca e la guerra finirono, Madre Imelde riprese la sua attività di suora, di insegnante, di superiora del convento, raggiungendo in tutte queste attività insperati successi.

Nel 1950 ottenne l'apertura in paese della scuola media, che evitò ai ragazzi di Palagano di doversi spostare per disagevoli strade di montagna fino a Montefiorino e, negli stessi anni, portò a compimento la costruzione del nuovo grande convento a fianco del vecchio edificio.
Nel 1959 fondò a Palagano l'Istituto Magistrale, tuttora esistente come Liceo paritario delle Scienze Umane e Liceo Linguistico, l’unica scuola superiore funzionante, ora come allora, nella valle del Dragone.
Aprì poi a Modena una scuola dell’infanzia (tuttora funzionante, anche se dal 2005 appartiene ad un’altra congregazione religiosa), che negli anni ’60-’70 del secolo corso funzionò anche come Collegio Universitario. Una seconda scuola dell’infanzia fondata da Madre Imelde e gestita dalle suore Francescane di Palagano è ancor oggi attiva nel quartiere Madonnina di Modena.
E’ del 1970 l'apertura da lei fortemente voluta della missione delle suore Francescane di Palagano in Madagascar.
L'8 dicembre 1979, pochi mesi prima della sua scomparsa, il Consiglio Comunale di Palagano l’ha decorata con la medaglia d'oro per:  "l'altissimo determinante contributo recato allo sviluppo della comunità palaganese con una vita interamente spesa al consolidamento dei valori morali, sociali e religiosi fra la nostra gente".
Oltre alla piazza principale, sono intitolate a Madre Imelde Ranucci la scuola elementare di Palagano e il Cinema-Teatro del paese.

1) Si trattava di Teofilo Fontana, agricoltore di Gusciola di Montefiorino, che sarà poi eletto sindaco di Montefiorino alle prime elezioni dopo la Liberazione.

Fonti
Imelde Ranucci, Lacrime e sangue. 8 settembre 1943-30 maggio 1945, TEIC, Modena, 1970
Sante Bartolai, Da Fossoli a Mauthausen. Memorie di un sacerdote nei campi di concentramento nazisti, Modena, Quaderni dell’Istituto Storico della Resistenza di Modena e provincia, 1966
Walter Bellisi, Braccati. La persecuzione antiebraica nel Modenese e nell’Alta Valle del Reno (Bologna) 1943-1945, Ed. Il Fiorino, Modena, 2008
E. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino. Per una storia della Resistenza in Emilia, Il Mulino, Bologna 1966
K. Voigt, Deportazione e salvataggio degli ebrei nel modenese, in G. Procacci - L. Bertuccelli, Deportazione e internamento militare in Germania, La provincia di Modena, Unicopli, Milano 2001
Le suore e la Resistenza, Atti del Convegno del 22 aprile 2009 promosso dalla Fondazione culturale Ambrosianeum di Milano e dall’Azione Cattolica di Milano
Elisabetta Salvini, Ada e le altre. Donne cattoliche tra fascismo e democrazia, Franco Angeli, Milano, 2013

Aida Ribero

(Buenos Aires, 1935 – Torino, 2017)

 

Non esistono intitolazioni a suo nome

 

Con forza e intelligenza

di Daniela Finocchi

 

La relazione e l’affidamento sono dati costitutivi del modo di procedere nel mondo delle donne: una forza che, per ciò che mi riguarda, mi autorizza a pensare, progettare, realizzare”. Così scriveva Aida Ribero.

Nata in Argentina nel 1935, è stata docente, giornalista, saggista, protagonista negli anni Sessanta delle lotte per i diritti civili e negli anni Settanta ha fatto parte dei primi gruppi di autocoscienza ispirati al pensiero di Carla Lonzi.

Già nel 1961 partecipa all’organizzazione del primo convegno nazionale “L’emancipazione femminile in Italia”, svolto a Torino nell’ottobre del 1961, in occasione delle celebrazioni del primo centenario dell'Unità d'Italia, e organizzato dal Comitato di associazioni femminili per la parità di retribuzione. Ha collaborato a La Stampa, La Repubblica, Noi Donne; ha partecipato al Coordinamento Giornaliste del Piemonte, alla Casa delle Donne di Torino, al Gruppo di studio del Concorso Lingua Madre; ha concorso a fondare il Coordinamento contro la Violenza, ha fondato il Telefono Rosa di Torino e il Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile di cui è stata presidente per otto anni, vera anima ispiratrice di fini e di metodi. Proprio qui ha dato vita a tanti incontri, laboratori, convegni, progetti, prima fra tutte la collana Donne del Piemonte (Seb27) dedicata alla storia e all'attività culturale, sociale, artistica e sportiva delle donne nella regione.

Altrettanto importante la sua produzione saggistica. A lei si deve la prima preziosa ricostruzione del femminismo degli anni Settanta con il volume Una questione di libertà, edito daRosemberg & Sellier nel 199), un quadro complessivo e unitario dove le immagini delle differenti correnti e posizioni all’interno del movimento trovano spazio e danno luogo a una sintesi inedita.
Tra i suoi libri più noti, anche Glossario. Lessico della differenza, Procreare la vita, filosofare la morte. Maternità e femminismo.

Moltissimi i contributi e le opere collettanee quali 100 titoli. Guida ragionata al femminismo degli anni Settanta, che rende coscienti della ricchezza del dibattito di quegli anni, o Il simbolico in gioco, originale strumento di analisi e approfondimento sulla lettura “situata” di alcuni dei più noti romanzi della letteratura.

Profondo e suggestivo insieme di scrittura e immagini sono poi state le splendide mostre Con forza e intelligenza e Dall’uguaglianza alla differenza, dedicate al movimento femminile in Italia (in esposizione permanente presso il Museo Carcere Le Nuove, Torino); così come Il corpo imprigionato sulle costrizioni e le violenze inferte alle donne nelle diverse epoche storiche, culture e paesi.

Da non dimenticare l’impegno politico a fianco del compagno Pietro Chiodi, celebre filosofo e partigiano (nel libro Il partigiano Jonny, Beppe Fenoglio si ispirò proprio a Chiodi per tratteggiare la figura del patriota Monti), e il lavoro svolto - dopo la sua morte prematura - per la divulgazione dell’opera di Chiodi su Heidegger e della sua figura di militante antifascista.

Nei libri di Aida Ribero, come lei stessa spiegava, si può leggere in controluce anche il percorso di una donna cresciuta nella profonda provincia piemontese, la famiglia era infatti originaria di Caraglio; grazie al suo impegno politico nel PCI, che lasciò dopo i fatti d’Ungheria, è sfuggita a un ambiente ristretto, un po’ bigotto, privo di slanci ideali, e ha realizzato poi la sua autentica vocazione attraverso il femminismo, lottando per l’emancipazione, ma soprattutto la liberazione della donna.

Profondo il suo desiderio di comunicare questa esperienza alle nuove generazioni: “Temo la smemoratezza – scriveva Aida – e voglio che le mie figlie e le loro amiche sappiano perché e per chi sono così diverse dalle loro madri”.

 

Fonti:

L'emancipazione femminile in Italia: un secolo di discussioni 1861-1961, atti del Convegno “L’emancipazione femminile in Italia”, Torino, 27/29 ottobre 1961, La Nuova Italia, Firenze, 1963
Aida Ribero e Ferdinanda Vigliani, 100 titoli. Guida ragionata al femminismo degli anni Settanta, Luciana Tufani Editrice, 1998

Aida Ribero, Glossario. Lessico della differenza, CRPO, 2007

Aida Ribero, Procreare la vita, filosofare la morte. Maternità e femminismo, Il Poligrafo, 2011
Aida Ribero e Luisa Ricaldone, Il simbolico in gioco, ed. Il Poligrafo, 2011

 

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Giulia Rinieri de' Rocchi

(Siena 1801 - Monsummano Terme 1881)
 
Di Giulia Rinieri de' Rocchi non si hanno tracce nella toponomastica locale, nonostante abbia vissuto gli ultimi anni della vita nella villa oggi divenuta sede del Palazzo Comunale; è sepolta in una chiesetta campestre, fuori Monsummano, insieme al celebre nipote Ferdinando Martini e ad altri membri della famiglia Martini.
Giulia è altresì assente dalle strade di Siena, che pur le ha dato i natali.
Una rua intitolata a Giulia Rinieri la troviamo a San Paulo del Brasile, ma si tratta con grande probabilità di omonimia.
 
Ritratto di Giulia, l'unica donna che Stendhal volle veramente sposare
di Laura Candiani
 
Le biografie di Stendhal (Henri Beyle-1783-1842) forniscono molte notizie sulle tante donne amate dal celebre scrittore ma danno pochissimo spazio a questa figura che ebbe invece un posto di straordinario rilievo nel suo cuore e nella sua vita. Giulia doveva essere una ragazza speciale, coraggiosa e intraprendente; figlia di Anna, una poetessa che animava un salotto letterario a Siena, a venticinque anni non aveva ancora marito, quindi il suo tutore la portò con sé a Parigi. Qui frequentò alcuni salotti e proprio in casa Cuvier, nel gennaio del 1827, incontrò per la prima volta Stendhal che stava attraversando un periodo di crisi e delusioni. Dopo un biennio su cui si hanno scarse notizie, sappiamo con certezza invece - dalle carte dello scrittore - che Giulia fece qualcosa di impensabile all'epoca: prese l'iniziativa e dichiarò  a Stendhal il suo amore. Lo scrittore fu incerto, ma anche emozionato e felice: voleva in qualche modo “resistere” alla bella e giovane senese; alla fine Giulia ottenne la sua vittoria e i due divennero amanti. La relazione andò avanti dalla primavera all'autunno del 1830 quando Stendhal fece il grande passo e la chiese in moglie al suo tutore, Daniello Berlinghieri, che rifiutò. Non si sa il motivo; forse la notevole differenza d'età, forse la fama di amatore inquieto, forse il pregiudizio verso un mestiere assai vago ... Certo è che i due continuarono a incontrarsi sporadicamente, visto che Stendhal era console a Civitavecchia. Il destino portò poi sul cammino di Giulia il cugino Giulio Martini, monsummanese, e il matrimonio si celebrò il 24 giugno 1833. Nonostante gli spostamenti della famiglia e la nascita di due figli, Giulia e Henri si ritrovarono nel '36 per non lasciarsi più, rimanendo amanti fino alla morte di Stendhal. 
La vita di Giulia in seguito fu senz'altro vivace e piena, data la carriera diplomatica del marito che portò la coppia a frequentazioni altolocate, ma quando Giulio divenne quasi cieco la situazione si fece malinconica e solitaria; si trasferirono nella bella villa di Monsummano, ma dovettero affrontare molti lutti dolorosi: primo fra tutti la morte della figlia Annina. Giulia morì a ottanta anni, dopo aver dedicato l'ultima parte della sua vita alla preghiera e ai più sfortunati.
La straordinaria scoperta di questo amore avvenne in modo del tutto casuale per opera del nipote di Giulia, Ferdinando Martini, scrittore, deputato del Regno per ben quarantatré anni, infine senatore e fra i fondatori dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Nel 1896, rovistando nei bauli e fra le carte appartenute alla zia, che aveva a lungo frequentato, vivendole a due passi, nella villa oggi detta “Renatico Martini”, Ferdinando scoprì lettere scottanti e persino la domanda ufficiale di matrimonio di Stendhal: di tutto questo la zia aveva sempre taciuto perché evidentemente, all'epoca, erano situazioni assai delicate e imbarazzanti. Il Martini cominciò a riordinare i documenti e a pubblicarne alcuni, ma poi prevalse il pudore della famiglia, tanto che oggi di queste preziose carte ne sopravvivono ben poche (presso la Biblioteca Forteguerriana di Pistoia).
Molto interessante in tutta questa vicenda non è soltanto conoscere il legame affettivo fra un uomo e una donna, ma comprendere - come hanno fatto attenti studiosi - quali tracce di Giulia compaiono nelle opere immortali di Stendhal e fino a che punto la giovane brillante toscana ne influenzò l'arte. Sembra certo che varie figure femminili in qualche modo le somigliano, ma in particolare nella Certosa di Parma, la scena della “prima volta” fra Clelia e Fabrizio dovrebbe ricordare molto il simile emozionante episodio riguardante la coppia. Nel Rosso e il Nero il protagonista - come Henri - cerca di resistere all'amore, ma poi Matilde (in cui è facile leggere il carattere di Giulia), con la sua maturità e saggezza, pare indicare a Julien la necessità (come per lo scrittore stesso) di liberarsi definitivamente dalla opprimente figura materna, per emanciparsi.
Nel confondersi fra letteratura e vita, possiamo affermare che fu solo lei - Giulia- la donna che seppe guidarlo verso la maturazione, umana e artistica, la donna cui Henri poté dire (come Julien): ”Sappi che ti ho sempre amata, che non amo che te.”
 
Fonti:
G. GIAMPIERI, Giulia Rinieri de' Rocchi, la musa toscana di Stendhal, in “Donne di penna”, 2003, Istituto Storico Lucchese- sezione Storia e Storie al femminile-Buggiano Castello (nelle note viene più volte citata la tesi di  laurea di F. BECHINI).
 

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