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Salwa Salem

(Palestina 1940 - 1992)
 

Il contributo di Salwa Salem all’interno del movimento femminile impegnato nella costruzione di rapporti tra donne palestinesi e israeliane, verso la fine degli anni ottanta, con la sua peculiarità di intellettuale esule palestinese inserita nella società italiana, è fondamentale per la comprensione della questione palestinese e per la realizzazione di un nuovo modo di far politica in un’ottica femminile e pacifista.  La sua esperienza in Italia, costituisce un esempio riuscito di integrazione produttiva, che ha contribuito alla formazione di un pensiero interculturale, valore oggi più che mai attuale e fondamentale per la creazione di una prospettiva cosmopolita, capace di mostrare in una luce diversa la realtà nazionale e di reinterpretarla. Crediamo che la città di Parma dove ha vissuto ventidue anni, conosciuta e amata da molte persone, debba dedicarle un'intitolazione che ne perpetui il ricordo, come esempio di apertura al mondo degli ‘altri’, contro ogni tentazione di coscienza nazionale che innalza se stessa a criterio del mondo e come modello di valore sul quale riflettere. Siamo convinte che questa richiesta sarà sostenuta da molti cittadini parmigiani dai quali era chiamata ‘La Signora gentile’, con tutta l’ammirazione e l’affetto dimostrati negli anni della sua permanenza a Parma.

  
Salwa Salem “La Signora gentile”
di Marina Convertino
 
Salwa Salem nasce nel 1940 a Kafr Zibàd, un villaggio della Palestina a pochi chilometri da Yaffa, dove si trasferisce con la famiglia per qualche anno prima di dover abbandonare la propria casa a causa del conflitto arabo-israeliano del 1948 e doversi rifugiare nella città di Nablus in Cisgiordania. La guerra del 1948 e la nascita dello stato di Israele rappresenta per i palestinesi il punto d’inizio di una serie di tragedie anche personali. Città e villaggi furono teatri di scontri violenti durante i quali le forze armate ebraiche cacciarono la popolazione palestinese dalle loro case, facendo ricorso anche al terrorismo. La difesa dell’onore delle donne della famiglia dall’aggressione del nemico, durante questo conflitto, contribuì in alcuni casi, a costringere i palestinesi alla fuga, impauriti dalle testimonianze di ripetuti stupri e violenze sulle donne da parte delle forze israeliane. (Salih).
A Nablus Salwa Salem trascorre parte della sua giovinezza, con il ricordo doloroso della terra che aveva dovuto lasciare all’improvviso e la consapevolezza di aver perso tutto e di non poter più tornare alla propria casa.
 “In famiglia si parlava spesso di Yafa, era sempre nel nostro cuore, nei nostri discorsi[…] La gente fu a lungo sotto choc e non si rendeva conto della situazione; non capiva perché era stata cacciata, derubata di tutto. Era come un brutto sogno, la sensazione di un’enorme perdita. Si sentiva parlare del trattamento disumano che avevano subito gli ebrei nella seconda guerra mondiale, ma ci si chiedeva perché dovevamo essere noi a pagare per gli orrori commessi da altri[…] Era una tragedia troppo grande. Io vivevo nel rimpianto felice di Yafa.”
Salwa cresce in un clima culturale molto vivo, partecipando alle frequenti riunioni tenute dal fratello, il maggiore dei tre maschi, che sarà arrestato più volte per il suo impegno politico in difesa dei diritti dei palestinesi. Salwa, a lui fortemente legata, viene coinvolta e sostenuta in tutte le attività intellettuali, e la sua identità si nutre e si forma sulle letture di Nietzsche, Hegel, Kant, i classici americani, russi, francesi, la letteratura araba. Simone de Beauvoir diventa il suo vangelo, che la porterà ad approfondire all’università l’esistenzialismo. Attraverso la lettura si confronta con una molteplicità di modelli femminili differenti da quelli della sua tradizione e dai quali sarà influenzata, sviluppando una personalità determinata e una forte volontà di affermazione e di libertà. Si ribella ai ruoli di genere restrittivi della sua cultura, rifiutando l’imposizione della famiglia all’uso del mandìl, il velo usato dalle donne, aprendo così la strada alle sorelle minori, che grazie a lei non lo indosseranno mai. A quindici anni entra a far parte del partito Ba’ath, un partito laico e socialista che credeva nell’unità economica del mondo arabo, iniziando a organizzare riunioni e scioperi nella scuola e per questo sarà espulsa per qualche settimana dalla scuola.[i] Organizza una manifestazione contro il consolato britannico, duramente repressa dalla polizia e nel corso della quale una compagna perderà la vita e lei stessa sarà ferita a una gamba.
E’ nell’età in cui le ragazze venivano considerate pronte per il matrimonio. La pratica dei matrimoni combinati, anche con cugini di primo grado, era diffusa in molti paesi arabi, ma Salwa si oppone, determinata a continuare gli studi e l’attività politica, e la sua fermezza farà desistere i genitori, che per quanto molto legati alle tradizioni, erano comunque aperti a nuove possibilità. Finita la maturità, entra in un college femminile di Ramallàh, frequentato da ragazze musulmane e cristiane di diversa estrazione sociale, ma è una situazione di isolamento e di restrizione di libertà per Salwa, abituata ad avere una vita attiva e impegnata. Sfidando le tradizionali aspettative della famiglia, decide di raggiungere il fratello in Kuwait, dove l’élite intellettuale palestinese era ben accolta dalle autorità governative, che utilizzarono le competenze palestinesi per la costruzione del loro paese. Qui si trasferisce a vivere dal 1959 al 1966, insegnando letteratura in una scuola femminile, mentre studia filosofia all’Università di Damasco. E’ un periodo faticoso e impegnativo, che le consentirà di ritagliarsi spazi di autonomia fondamentali per la sua sete di libertà. L’indipendenza economica e l’insegnamento le daranno molte soddisfazioni, ma il Kuwait si rivela essere un paese opprimente.
Nel 1966 si sposa e va a vivere in Europa, nella città di Vienna. La disillusione per l’Occidente luogo mitico della sua adolescenza, si rileva in tutta la sua fredda concretezza: a Vienna vive una situazione di disagio, dovuta all’atteggiamento di rigidità e discriminazione degli austriaci. “Questo dei viennesi era razzismo vero, sistematico: se eri straniero non ti davano la casa e ti trattavano come un verme perché non meritavi altro. E non si poteva dire che gli europei fossero ignoranti. Io mi sentivo alla pari con gli austriaci. Avevamo una grande tradizione, una grande civiltà, una grande storia di cui eravamo orgogliosi: in che cosa si potevano sentire superiori e migliori di noi? Furiosa, mi chiedevo se era questa la cultura che ero venuta a scoprire […] Per loro gli arabi erano sottosviluppati, selvaggi, arretrati. Io, poi, ero una donna e questo suscitava altre domande: ‘dov’è il tuo velo? Non hai paura a uscire per strada?’. Le donne arabe per loro erano quelle figure nere, coperte, scalze, macchie senza personalità e non essere umani”.
Al senso di solitudine, si aggiunge il dolore per lo scoppio della guerra dei sei giorni, nel 1967, in cui Israele sottraeva il Sinai all’Egitto, le alture del Golan alla Siria, la Cisgiordania e la striscia di Gaza. “Noi che eravamo fuori dalla Palestina perdemmo per sempre il diritto di tornare. Eravamo tagliati fuori, stranieri, non eravamo più nessuno. Avevamo di nuovo perso tutto, eravamo di nuovo senza terra, senza casa, senza un punto d’appoggio”.  La situazione a Vienna diventa sempre più difficile, ma Salwa Salem che nel frattempo avrà due bambini, riesce comunque a seguire un corso di studio per imparare il tedesco e concludere il corso di laurea, tornando a Damasco per dare gli esami. L’insostenibile condizione di ostilità degli austriaci e di esilio imposto dalla vittoria israeliana, la porteranno nel 1970 a trasferirsi in Italia con la famiglia.
A Parma, dove vive, trova un clima ospitale e accogliente. Ritrova lo slancio giovanile e torna alla politica attiva. Riprende a frequentare i convegni, i dibattiti, le riunioni di gruppi pacifisti e attraverso la frequentazione di femministe italiane, riesce a riappropriarsi di spazi di realizzazione. Entra in contatto con diversi gruppi come la Casa delle donne di Torino, il Centro di documentazione delle donne di Bologna e l’Associazione per la pace, con i quali crea un rapporto di solidarietà e di impegno. Il suo contributo è mirato soprattutto a far conoscere la situazione palestinese a lungo ignorata e impegnarsi nella solidarietà con l’intifada.[ii]  Salwa partecipa agli incontri con la passione di una donna fortemente attaccata alle proprie radici, ma con grande capacità di dialogo e ascolto, e con la disponibilità a incrociare e modificare convinzioni e idee differenti, segno di una personalità aperta e forte allo stesso tempo.  Questo periodo di attività politica in Italia fu uno dei più importanti della sua vita, in un’atmosfera di continuo confronto politico e costruttivo durante il quale coltivò profonde amicizie.
“Considero la mia attività politica con le donne una parte importante della mia vita. Pur avendo condiviso con gli uomini molti momenti della mia formazione intellettuale, con le donne mi sento più a mio agio, trovo una maggiore possibilità di discutere, di capirsi. Credo che le donne abbiano un modo diverso di vedere la vita e la politica, La maternità insegna alle donne la concretezza, il loro istinto di protezione le rende pacifiche, nemiche della guerra, sensibili ai grandi problemi dell’umanità”.
un'intitolazione che ne perpetui il ricordo, come esempio di apertura al mondo degli ‘altri’, contro ogni tentazione di coscienza nazionale che innalza se stessa a criterio del mondo si trasforma in una testimonianza scritta nel libro di memorie “Con il vento nei capelli”, pubblicato dopo la sua morte e frutto dell’impegno di diverse donne con le quali Salwa aveva collaborato, tra le quali la figlia Ruba.

Fonti
Salwa Salem, Con il vento nei capelli. Vita di una donna palestinese, Giunti 1993.

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[i] Le donne palestinesi hanno avuto un ruolo molto attivo nella sfera pubblica, già nell’organizzazione della resistenza contro gli inglesi e poi contro gli israeliani. Risale agli anni venti la prima organizzazione femminile con la nascita dell’Unione delle donne palestinesi e nel 1929 ha avuto luogo il primo Congresso delle donne arabe di Palestina, che ha visto partecipare centinaia di donne. Negli anni sessanta e settanta, sono nate moltissime organizzazioni di base, partiti e comitati di donne che hanno contribuito alla nascita di una società civile forte con l’obiettivo primaio di combattere l’occupazione israeliana. La vivacità culturale e politica di quegli anni ha determinato importanti ricadute sulla visibilità delle donne, che hanno ottenuto risultati importanti nella rappresentanza pubblica e politica. Nelle elezioni municipali del 2004 e del 2005, per esempio, le donne elette sono state il 17% del totale. Il 30 % degli avvocati sono donne e in generale il livello d’istruzione delle donne equivale o supera quello degli uomini.
(Ruba Salih, Musulmane rivelate, Donne, islam, modernità, Carocci 2008.)

[ii] Il culmine della partecipazione femminile alla resistenza e al simultaneo nation-building si avrà con la prima intifada, la rivolta delle pietre che inizia nel 1987 e termina con gli accordi di Oslo, nel 1993. La prima intifada verrà descritta come un movimento di femminilizzazione della società e della lotta palestinese e la presenza e il ruolo delle donne nelle strade, nelle manifestazioni, nelle strutture di supporto della resistenza e della società sarà centrale nella sua iconografia.
(Ruba Salih, Musulmane rivelate, Donne, islam, modernità, Carocci 2008.)

 


Anna Maria Francesca di Sassonia-Lauenburg

(Neuhaus an der Elbe, 1672 – Reichstadt, 1741)


Non esistono strade in suo onore

 

L’ultima granduchessa

 

di Barbara Belotti

Nel ritratto che la raffigura accanto alla sorella Sibilla Augusta, Anna Maria Francesca di Sassonia rivolge lo sguardo verso il pittore mentre con gesti delicati sembra sistemare i fiori di una rigogliosa composizione posta sul tavolo. L’abito scollato è ricco di ricami e trine, come voleva la moda del tempo. Colei che ci sta guardando è un’elegante nobildonna sicura del suo ruolo e del suo prestigio, come effettivamente deve essere stata Anna Maria Francesca, duchessa di Sassonia, principessa e contessa palatina; il dipinto sembra invece contraddire ciò che su di lei si tramanda: la tendenza verso una vita sobria e frugale nella quale, però, sembra fossero ammessi i piaceri della buona tavola, del buon bere e l’amore per la caccia.
È stata lei l’ultima granduchessa di Toscana.
Nata nel 1672 a Neuhaus an der Elbe in Germania, figlia maggiore del duca Giulio Francesco di Sassonia-Lauenburg e della principessa palatina Edvige del Palatinato-Sulzbach, all’età di quattro anni si trasferì con la famiglia in Boemia dove trascorse l’infanzia; la madre morì quando lei e la sorella Sibilla Augusta erano ancora piccole e il padre decise di non risposarsi.
Anna Maria Francesca invece si sposò due volte. La prima, nel 1690, con il principe e conte palatino Filippo Guglielmo Augusto di Neuburg. Fu un matrimonio molto breve perché il giovane morì improvvisamente all’età di 24 anni, lasciandola vedova e con una bambina, Maria Anna Carolina.
In genere la condizione vedovile costituiva una sorta di limbo per le donne che, soprattutto se ancora giovani, erano spinte a nozze successive. Non tanto per aiutare la cognata, quanto per risolvere la questione della sua dinastia sull’orlo dell’estinzione, Anna Maria Luisa de’ Medici ebbe un ruolo non di secondo piano nel tessere nuove trattative nuziali. La figlia di Cosimo III guardò con favore alle nozze tra suo fratello Gian Gastone e la discendente della casa di Sassonia-Lauenburg nella speranza di veder nascere il tanto agognato erede maschio per il granducato di Toscana. Nella sua posizione di consorte del principe elettore Giovanni Guglielmo II di Wittelsbach-Neuburg, cognato della giovane vedova, Anna Maria Luisa de’ Medici poteva manovrare all’occorrenza, suggerire al padre lontano, esercitare qualche pressione; la necessità di garantire la sopravvivenza del casato fiorentino prevalse su ogni altra considerazione e spinse verso questo accordo che, al contrario, non diede alcun frutto sperato.
Le nozze fra Anna Maria Francesca e Gian Gastone, secondogenito di Cosimo III e Marguerite Louise d’Orleans, si celebrarono nel 1697 a Düsseldorf e l’introverso cadetto di casa Medici dovette trasferirsi nei lontani possedimenti della moglie nella fredda Boemia: una volta tanto non era una donna a lasciare i luoghi familiari per un Paese straniero e una famiglia non sua. Gian Gastone, che viene descritto come un uomo schivo, solitario ma colto, dedito agli studi di ornitologia e botanica, poco amante degli ambienti di Palazzo Pitti e più a suo agio negli spazi verdi di Boboli, non riuscì mai ad ambientarsi nella nuova dimora coniugale. Tanto era il disagio che si diede al gioco d’azzardo e al bere, preferendo alle montagne boeme la città di Praga.
I giudizi storici su Anna Maria Francesca di Sassonia-Lauenburg convergono su un punto: la sua cultura limitata e le usanze così distanti dalla raffinatezza fiorentina scavarono un solco profondo fra i due coniugi e il matrimonio, senza eredi, presto naufragò. Anna Maria Francesca non volle cambiare il suo stile di vita, non seguì il marito durante il viaggio a Parigi, nel Paesi Bassi e in alcuni territori della Germania, vera e propria fuga dalla vita coniugale; se il marito, nelle lettere al padre, si sfogava accusando la moglie, di essere burbera, di avere un carattere difficile e imperioso, la moglie vedeva con diffidenza e astio quel marito schivo, italiano, amante del bello e della cultura, molto meno della caccia e del clima rigido del nord Europa. Lo accusava di avere una condotta di vita viziosa, inadatta a procreare con successo l’erede per il trono di Toscana, scaricando su lui ogni responsabilità del fallimentare matrimonio. Le loro esistenze andarono avanti per alcuni anni divergendo ogni giorno di più fino al ritorno di Gian Gastone a Palazzo Pitti nel 1705. Neanche quando Gian Gastone divenne granduca, alla morte del padre nel 1723, Anna Maria Francesca si convinse a lasciare i suoi possedimenti. Cosimo III cercò di trovare una soluzione per questo matrimonio disastroso chiedendo al papa di intervenire con autorità e convincere la donna a trasferirsi a Firenze accanto al marito; si cercò la mediazione anche dell’arcivescovo di Praga: fu tutto vano, la nuora non cedette.
L’ultima granduchessa di Toscana non mise piede a Firenze.

Fonti:
Emma Micheletti, Le donne dei Medici, 1983, Firenze, Sansoni Edizione Nuova S.p.A.
http://www.treccani.it/enciclopedia/gian-gastone-i-de-medici-granduca-di-toscana_(Dizionario-Biografico)/
http://www.archiviodistato.firenze.it/memoriadonne/cartedidonne/cdd_02_arrivo.pdf

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Filiz Şaybak

(Van, 1980 – Mexmur, 2016)

Per intitolare strade o piazze a questa grande comandante partigiana è presto: bisognerà prima fare chiarezza su chi sono gli eroi e chi i terroristi. Intanto, la foto con i suoi occhi del colore della divisa è affissa in tutti i villaggi del Kurdistan accanto a quella con i baffoni ormai bianchi di Abdullah Öcalan.

 

Comandante Avesta Harun 

 

di Andrea Zennaro

 

Filiz Şaybak (pronuncia: Filis Shaibak) nasce nel 1980 a Van, un piccolo paese nel Kurdistan turco. Il suo carattere è forte e indomabile come quello della gente a cui appartiene, i Curdi. Sono un antico popolo di origine indoeuropea. Hanno sempre vissuto liberi e autonomi. Ben arroccati sulle loro montagne, neanche Alessandro Magno riuscì a sottometterli. La loro lingua era ed è tuttora diversissima da tutte le altre. Fu l'Impero Ottomano a imporre loro la fede musulmana. Dopo la I Guerra Mondiale l'Impero Ottomano si sgretolò in fretta. La Società delle Nazioni divise la zona in due protettorati, un regno e una repubblica: Mesopotamia e Palestina alla Gran Bretagna, Siria e Libano alla Francia, Persia e Turchia autonome. Ai Curdi nulla. Il Kurdistan fu diviso in quattro parti, una turca, una siriana, una iraniana (ex persiana) e una irachena (ex mesopotamica). In modi e tempi diversi, tutti e quattro i nuovi stati hanno sempre represso le spinte identitarie e indipendentiste curde. La repressione peggiore è stata quella turca: vietato parlare curdo nei villaggi, vietato celebrare il Newroz (il tradizionale capodanno curdo che ricorre il 21 marzo, sempre festeggiato con fuochi e danze), insomma vietato non aderire al nuovo grande progetto di Turchia moderna e occidentale imposto da Kemal Atatürk.
Filiz cresce in una famiglia numerosa e piena di affetto. Gode di un amore inseparabile con il fratello Tekin e con la sorella Nurcan. Vive sulle montagne che conosce bene, considera gli alberi e i sassi come esseri viventi con tanto di nomi e sentimenti, ama e rispetta la Natura, di cui fin da bambina ha imparato a capire e accettare i cicli. Crescendo va a scuola a Mezri, la città più vicina a Van. Ama imparare ma le dispiace che a scuola non possa parlare il curdo né cantare i canti e danzare i balli tradizionali del suo popolo. È una bambina, non riesce a capire perché il maestro picchi i compagni di classe che si lasciano sfuggire una parola in curdo, non capisce chi sono davvero quelli che a scuola chiamano "terroristi". Tekin, il fratello maggiore, si arrabbia, vuole la libertà. L'altro fratello, il primogenito, ha studiato ed è diventato imam, lui è per la pace ma si rende conto che così non è giusto.
Nel 1984 il PKK (il partito dei lavoratori curdi, capeggiato da Abdullah Öcalan), dichiarato illegale e considerato un'organizzazione terroristica, entra in clandestinità e inizia la lotta armata contro lo stato turco. Sui monti del Qandil Filiz vede uomini che portano lunghi fucili e le sorridono. Filiz ne ha simpatia, non paura. In città Tekin scopre il movimento studentesco clandestino legato al PKK e vi entra portando con sé le sorelle, ormai cresciute. Filiz e Nurcan convincono (o costringono) la madre a togliere il velo che le copre il capo e la dignità, la donna non deve più essere sottomessa.
Le ingiustizie aumentano di continuo. Un giorno vede uomini e donne uccisi e trascinati per le strade dall'esercito turco. Arriva il giorno in cui Filiz decide di lasciare la scuola: lo fa a malincuore, ma non può continuare a studiare la lingua e le leggi di chi uccide i suoi fratelli, non vuole andare a lavorare per uno Stato che le è nemico.

In casa Şaybak non tarda ad arrivare la polizia turca. Da allora in poi fermi, arresti, perquisizioni e interrogatori saranno all'ordine del giorno. Finché Tekin viene arrestato. Terrorismo è l'accusa, dodici anni la condanna. Resta in carcere due anni, quando esce per un'amnistia ha le idee chiare.

Un giorno Tekin sparisce, va in montagna con i compagni; in braccio un fucile, nome di battaglia Harun Van: Harun come un compagno morto prima di lui e Van come il paese in cui è nato. Combatte per dare ai futuri bambini curdi l'infanzia normale e serena che lui non ha avuto.
L'ONU e l'Europa intervengono per un cessate il fuoco. Non è una vera e propria tregua, la Turchia, dicono, ha diritto a difendersi dai terroristi. La Turchia formalmente mantiene la tregua, in realtà rompe il cessate il fuoco e continua la guerriglia in montagna. Tekin è circondato dagli elicotteri, è il solo a rimanere vivo, lotta strenuamente solo contro tutti; ha mitragliatrici da ogni lato e bombe dal cielo. L'ultima pallottola la tiene per sé.

Un mese dopo la morte di Tekin, è Filiz a scomparire. Prende il fucile del fratello e continua la sua strada. Nome di battaglia Avesta Harun: Avesta come il nome dei testi sacri zoroastriani, la fede del Kurdistan prima dell'imposizione dell'Islam, e Harun come il suo amato fratello maggiore.

In Turchia il governo passa nelle mani di Erdogan e la guerra contro il Kurdistan si fa sempre più feroce.

Avesta diventa in breve tempo la comandante di un gruppo speciale n cui uomini e donne sono totalmente pari, la gerarchia è data solo dalla bravura sul campo e dalla cultura politica, che ci si scambia nelle costanti riunioni di lettura e autoformazione. È una comandante per niente severa, molto attenta al lato umano e ai bisogni di chi la segue, tenera con chi è in difficoltà o ha paura e dura con chi vuole mettere i piedi in testa ai più deboli.

Oltre all'YPG (gruppi armati di autodifesa del popolo curdo) si forma l'HPG (gruppi di difesa delle donne), una serie di gruppi militari speciali per le donne, per il Kurdistan libero e per la parità sessuale. Avesta è a capo di uno di questi gruppi. Sotto la sua guida il PKK ottiene i suoi migliori risultati militari contro l'esercito turco, che ha buone armi ma non conosce quelle montagne indomabili.

Foraggiato dall'Occidente, compare un nuovo nemico. Si tratta del Daesh (a noi noto con il nome di ISIS), un esercito di "barbari che si reputano gli inviati di Dio", come li definisce Avesta. Lei sta contemplando la neve sui monti del Quandil, a lei così familiari fin da piccina, e leggendo un libro di Öcalan quando arrivano le urla: "Il Daesh ha attaccato Mexmur!"

Mexmur, poco più che un campo profughi, è la località principale del Kurdistan iracheno, punto di arrivo di un lunghissimo esodo di Curdi cacciati dalla Turchia. Qui non ci sono attività belliche ma solo civili e postazioni mediche, ma rimane un luogo simbolicamente importante per l'identità curda e per il confederalismo democratico che lì è applicato.

La squadra di Avesta è una delle prime a partire. Daesh spara solo qualche colpo poi tutti salgono su un SUV e scappano via. Mexmur è liberata in breve tempo, la stessa scena si ripete per i villaggi vicini. I Curdi sembrano vincere. La situazione precipita quando l'esercito di Erdogan entra in Siria, disposto a tutto pur di fermarli. È il 2016: la Turchia sembra preferire le bestie del Daesh al confederalismo democratico del PKK; secondo Ankara il vero terrorista è ancora una volta Öcalan, non il sedicente Califfo e i suoi uomini incappucciati.

Nell'ultimo villaggio da liberare il Daesh è accerchiato e i Curdi vincono molto in fretta. Ma gli ultimi due colpi della barbarie colpiscono un braccio e un fianco di Avesta. Gli organi vitali non sono compromessi ma sta perdendo tanto, troppo sangue. Un altro comandante la carica di corsa su una jeep. Le mine intorno a Mexmur sono l'accoglienza irachena ai Curdi in fuga dalla Turchia, per non farli andare troppo in giro fuori dal campo: la jeep salta proprio su una di queste. Quando Avesta viene messa sulla seconda jeep ha già perso i sensi. Nella Mexmur liberata dove la aspettavano le cure mediche e i festeggiamenti per la vittoria non fa in tempo ad arrivare.

 

Fonti

 Marco Rovelli, La guerriera dagli occhi verdi

 

 

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Muriel Siebert

(Cleveland, 1928 - New York, 2013)

 A lei è intitolata la casa d'investimento Muriel Siebert & Company

Prima donna a Wall Street

di Ester Rizzo

E’ nata a Cleveland il 12 settembre 1928. Ha frequentato la Western Reserve University per due anni, dovendo poi abbandonare gli studi per dare assistenza al padre malato.
Quando si trasferì a New York, nel 1954, fu assunta come tirocinante nella società di investimenti Bache & Company, percependo un salario di sessantacinque dollari a settimana. Dopo aver lavorato per diverse società di intermediazione finanziaria denunciò che i colleghi maschi guadagnavano di più, a parità di mansioni svolte, e le fu consigliato che per ottenere un salario paritario avrebbe dovuto “comprarsi” un posto al New York Stock Exchange.
Così fece, diventando la prima donna a Wall Street ad acquistare, nel 1967, un desk al New York Stock Exchange, unica donna fra 1.365 uomini. Nel 1969 diventò inoltre la prima donna a guidare una società di investimento, la Muriel Siebert & Company, stabilendo che metà dei profitti della sua società dovessero essere donati in beneficenza ad altre donne per aiutarle ad iniziare la loro attività in finanza.
Negli anni Settanta lottò contro le "abitudini sessiste" dell’ambiente finanziario di Manhattan. Una volta, addirittura, non le fu permesso di usare l'ascensore proprio perché donna.
Dal 1977 al 1982 fu sovrintendente del sistema bancario dello Stato di New York.
Nel 1987 per ottenere "un bagno femminile" al settimo piano del New York Stock Exchange, minacciò di installare una toilette portatile.
Per tutta la vita condannò pubblicamente le politiche discriminatorie degli ambienti di lavoro legati alla finanza.
Ha ricevuto diciassette lauree ad honorem.
Nel 2007, a quaranta anni dalla conquista del suo “desk”, suonò la campanella a Wall Street alla fine delle contrattazioni.
Ammalatasi di cancro, è morta il 26 agosto 2013 ad 84 anni in un ospedale di Manhattan.
E' stata definita una pioniera della finanza a stelle e strisce.

Fonti
http://america24.com/news/wall-street-26-08-2013/59062
http://www.ilpost.it/2013/08/28/muriel-siebert/

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