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 Regina Dal Cin Marchesini

(San Vendemiano (TV), 1816 – Cappella Maggiore (TV), 1897)

Il comune di Cappella Maggiore, dove riposano le sue spoglie, le ha dedicato un vicolo e una scuola primaria.

L'acconcia-ossi

di Nadia Cario

Regina nasce a San Vendemiano nella primavera del 1816, da Adriana Zandonella e da Lorenzo Marchesini.
La madre proviene da una famiglia di acconcia-ossi, attività che esercita con successo nel suo paese di origine del Cadore e che continua a esercitare anche dopo il trasferimento nel villaggio del marito e la nascita di Regina.
La bimba fin da piccola è presente durante le pratiche della madre che, accortasi della predisposizione della bimba, la istruisce nell’acconciare le slogature delle ossa e dei muscoli.
A 10 anni Regina va a vivere dal fratello nel paese di Anzano, frazione di Capella Maggiore sempre in provincia di Treviso, e qui approfondisce lo studio della muscolatura e delle ossa, con particolare attenzione al posizionamento del femore, osservando e studiando i cadaveri nell’ospedale di Ceneda.
Si sposa a 18 anni e lei stessa racconta che il mattino del suo matrimonio operò felicemente quattro lussazioni, guadagnando in questo modo i soldi per le spese delle sue nozze.
Rimasta presto vedova con una figlia, continua la sua attività specializzandosi sempre più.
Dopo aver guarito con grande successo un carrettiere di Alpago al quale i chirurghi avevano diagnosticato inevitabile l’amputazione di una gamba, viene denunciata dai medici per l’esercizio di una professione in cui non era legalmente e professionalmente autorizzata.
Nel processo viene difesa calorosamente dal carrettiere guarito e viene prosciolta dall’accusa, ma con l’ingiunzione a non operare più.
Nel 1843 Regina ha già raggiunto un’esperienza e un’abilità tali da riuscire ad anticipare con precisione, per ciascun caso, l’esito favorevole del trattamento, fornendo ogni volta precise istruzioni sul successivo decorso: da sua madre ha appreso la sistemazione di lussazioni e fratture, con il suo studio e l’applicazione costante è diventata esperta nella riposizione del femore.
Continua a esercitare di nascosto nonostante le ingiunzioni. I pazienti guariscono in pochi minuti e in modo indolore. Le cronache di allora raccontano come fosse difficile trovare ospitalità negli alberghi della zona, sempre occupati da persone bisognose delle sue cure.
Nel 1867 subisce un nuovo processo durante il quale si difende da sola riuscendo a essere assolta in appello. Superata anche questa burrasca, alla presenza del giudice, dichiara che avrebbe “operato fino alla morte”.
Nelle frequenti contrapposizioni medico-scientifiche sui suoi successi di abile acconcia-ossi, parecchi dottori negano i buoni risultati, nonostante le tante testimonianze dirette di persone beneficiate; alcuni al contrario esprimono attestati di stima, come il dott. Trombini di Venezia, il quale ebbe a dire che l’arte di Regina dal Cin “merita di essere tranquillamente studiata dai professori di chirurgia per coronare l’edifizio da essa piantato”, poiché secondo gli “operatori scientifici le lussazioni congenite e antiquate del femore, difficilmente si possono ridurre e rade volte si operano le più recenti che si datano da più di quaranta giorni. Ora è appunto su questi IRREDUCUBILI, tenuti tali dalla presente chirurgia, che la Dal Cin da un gran pezzo operava, e l’arte sua sarebbe forse per sempre ignorata, se la fortuna non l’avesse presa per mano e condotta a Venezia dove principiò la sua fama.”
Nonostante il divieto di operare, la sua fama si estende anche a Venezia, dove viene chiamata più volte, anche per parecchi giorni, a ricomporre lussazioni del femore e trattare casi ancora più gravi considerati “irreducibili” dalla chirurgia. I risultati sono numerosi e importanti tanto che sulla “Gazzetta di Venezia” vengono pubblicate le dichiarazioni autentiche di chi, dopo il suo intervento, è riuscito a ritornare a una vita normale, nonostante le diagnosi pessimiste dei rappresentanti della medicina ufficiale.
Viene chiamata anche a Trieste per curare, ancora una volta con risultati egregi, una lussazione congenita. Dopo tre giorni di interventi positivi, il Municipio la invita a operare nell’Ospedale civico alla presenza di illustri chirurghi; riceve pubblici riconoscimenti e l’offerta, da parte del Comune, di una casa a disposizione e di una rendita annua per continuare a praticare all’interno dell’ospedale.
I successi ottenuti nella ricomposizione delle lussazioni del femore congenite e antiquate, ampiamente documentati, insieme alle attestazioni dei medici e chirurghi di Venezia, Trieste, Vittorio Veneto, Mira, Dolo e Mirano contribuiscono a far emanare, nel 1871, un decreto del Ministero dell’Interno in cui, in accordo con il Consiglio Superiore di Sanità, si riconosce l’abilità di Regina e la si autorizza alla pratica nella specialità delle lussazioni femorali con l’obbligo, però, di operare alla presenza di un medico, accorgimento già da tempo adottato dalla donna.
Benedetto Zenner che nel 1871 pubblica il testo Cenni biografici di Regina Dal Cin (l’Operatrice di Anzano), così la descrive “[…] E’ donna di ordinaria grandezza, sana e robusta à fisonomia aperta e lieta; vivissimi gli occhi, che rivelano sagacia ed accortezza. Parla un po’ rozzamente, ma non senza urbanità e piacevolezza, saettando alle volte mòtti arguti e spiritosi. È modesta, disinteressata ed affettuosa con tutti, specialmente co’ poveri: veste ora pulitamente, ma sotto l’abito nòvo si vede la buona popolana di Anzano, che, come la triste, così la lieta fortuna non arriverà a guastare e corrompere. […] Opera senza alcun apparato da spaventare i pazienti: riduce le lussazioni del fèmore dichiarate irreducibili, senza che gli ammalati se ne accorgano.- Sotto la sua mano le ossa e i muscoli le obbediscono rapidamente, e nel vederla operare sembra che Ella li palpi e li carezzi-“.
Regina Marchesini Dal Cin muore il 15 agosto del 1897 a ottantuno anni, alle ore 6 e minuti 10.

Fonti:
Zenner Benedetto, Cenni biografici di Regina Dal Cin (l’Operatrice di Anzano), luglio 1871,Tipografia Nazionale di Gaetano Longo
Comune di Cappella Maggiore (TV), Estratto per riassunto del registro degli atti di morte consultato il 12-4-2016

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Deiva De Angelis Terradura

(Farneto (PG), 1885 – Roma, 1925)

Alla pittrice eugubina è stata intitolata una via a San Mariano, comune in provincia di Perugia.
Roma, la città della sua vita professionale e artistica, fino ad ora non le ha dedicato alcuna strada. Nel maggio del 2014 Toponomastica femminile ha inoltrato all’Ufficio Toponomastico della capitale la richiesta di una intitolazione in ricordo di Deiva, rifiutata dall’ufficio perché definita artista di rilevanza minore.

Dipingeva come un uomo

di Barbara Belotti

Una vita piena di misteri quella di Deiva Terradura. Di lei non ci sono notizie anagrafiche certe. Nulla nei registri delle nascite né in quelli dei battesimi; nulla di certo neanche sul giorno della morte, né una tomba che ricordi il suo nome.  
Il cognome Terradura, ereditato dalla madre, sembra riassumere tutte le difficoltà di una vita fatta di fatica e sacrifici. Il suo luogo di nascita è probabilmente Farneto , un borgo non lontano da Perugia; nacque nel 1885 e la mancanza di un atto di registrazione fa presumere che la sua nascita sia stata taciuta. Le sue furono povere origini contadine e Deiva parve subito destinata ad una vita con poche prospettive, quelle del  lavoro duro accompagnato dall’arte di arrangiarsi per sopravvivere; fu, al contrario, una ragazza desiderosa di riscrivere il proprio destino.
Non sappiamo quando la giovane lasciò la casa in cui era nata per recarsi a Roma e vendere le violette a Piazza di Spagna, come facevano molte ragazze di bella presenza sperando di farsi notare da un artista e diventare modelle. Riuscì, non si sa quando, ad essere ingaggiata dal pittore William Walcot che la fece posare per i suoi lavori.
Anton Giulio Bragaglia ricorda, in un articolo del 1925, che la scoperta delle doti artistiche di Deiva fu assolutamente casuale: «Walcot, che viveva a Roma, si attardava un giorno in pose su pose, non riuscendo a finire un suo quadro, il cui soggetto era proprio Deiva con una sua compagna modella. Difficile da ritrarre era quell’amica! Ma il pittore uscì per un momento e Deiva preso il carbone terminò la figura della compagna. Quando Walcot, tornando, vide, restò come trasognato. Da quel giorno Deiva fu pittrice.»
Secondo quanto scrive Franco Cremonese in un articolo del 1960, nel 1903 William Walcot e Deiva partirono insieme per un viaggio in Europa durante il quale la giovane ebbe modo di visitare importanti musei, osservare da vicino le opere di grandi maestri europei e impossessarsi della forza del colore.
Al rientro a Roma, la sua vita cambiò ancora. Sposò l’avvocato De Angelis, ma anche in questo caso dei documenti non resta traccia; una sola cosa è certa: con il nome di Deiva De Angelis e non più Terradura nel 1913 fece il suo esordio nel mondo artistico romano.
Tra il marzo e il giugno di quell’anno, infatti, si tenne la prima Esposizione Internazionale d’arte della “Secessione” al Palazzo delle Esposizioni. Alla mostra furono esposte opere di avanguardia, come quelle di Matisse e Van Dongen, e composizioni come quelle di Manet, Monet, Renoir, meno recenti ma comunque significative per lo scenario italiano e per tutti coloro che intendevano opporsi al linguaggio accademico. La vetrina era importante e Deiva espose il dipinto Studio d’uomo. Partecipò anche alle altre manifestazioni della Secessione, fino all’ultima edizione, quella del 1916.
Conobbe nel ’14 Cipriano Efisio Oppo, giovane pittore legato a Villa Strohl-Fern, luogo di elezione per molti artisti dell’ambiente secessionista romano. Il clima umano e lavorativo era vivace e intenso, Deiva continuò a consolidare la sua ricerca cromatica non lontana dalle ricerche dello Spirituale nell’Arte di Kandinskij, come scrisse Oppo:
“Si è sempre tentato di stabilire tra i colori e la musica un certo secreto di corrispondenze espressive. […] Fra la natura (non l’astrazione) vista pittoricamente nelle sue essenziali necessità e lo stato d’animo creato dalla tavolozza come dalla tastiera di un piano, con tutti i suoi toni alti e bassi, vivi e cupi, si stabiliscono dei rapporti, delle armonie che spogliate da ogni altra ricerca di solidità costruttiva e di presa di possesso del soggetto, possono essere occasioni di raffinatissime gioie pittoriche. Un tentativo del genere è quello di Deiva De Angelis.”
Con Oppo visse un’intensa relazione, affettiva e professionale, fino al 1918 quando la coppia, dopo un periodo di convivenza nello studio nel parco di Villa Strohl-Fern, si separò. Deiva era rimasta incinta e probabilmente decise di abortire dopo che il suo compagno, già proiettato verso una importante carriera di artista e di critico, non volle proseguire il legame.
Anton Giulio Bragaglia, che di Deiva fu amico sincero ed estimatore, arrivò a definirla «un ottimo cervello maschio» che «dipingeva come un uomo», una “modernissima colorista” che seppe dichiarare al mondo artistico romano “la sua vigorosa schiettezza di artista indelebilmente”.
Il suo ruolo di protagonista era difficile da far accettare al mondo artistico della capitale, dominato soprattutto da uomini; eppure, come ricorda sempre Bragaglia, “ci fu un tempo che non pochi pittori maschi (e reputati) la imitavano”.
Alla fine degli anni Dieci il talento della pittrice era al culmine. Partecipò alla Mostra d’arte giovanile negli ambienti della Casina Valadier al Pincio, una collettiva organizzata in modo autonomo da chi si era formato all’interno del movimento secessionista romano. Altre donne esposero insieme a lei, Pasquarosa, Leonetta Cecchi Pieraccini, Matilde Festa Piacentini; le sue opere riuscivano a trasmettere «quel favorevole gioco di colori, di quel disegno armonioso, pieno di energia e di sicura evidenza»  che ormai i critici avevano imparato a riconoscere.
Sempre più saldo divenne il rapporto professionale e umano con Anton Giulio Bragaglia, che ricorda ancora: “Confesso che a me stesso la guida di Deiva ha giovato enormemente: le osservazioni di mestiere ch’ella mi indicava, m’hanno scoperto il sistema di critica vero; che è il più moderno oggi ed è anche il più antico”. La prima personale della pittrice si tenne nel 1920 proprio nella Casa d’Arte Bragaglia e vide riuniti oltre quaranta lavori. Nello stesso anno cominciò la collaborazione con la prestigiosa rivista Cronache d’Attualità, legata alla Casa d’Arte, e Deiva pubblicò alcuni disegni che illustravano le liriche e le poesie di Arturo Onofri; questo impegno si protrasse in seguito con altre illustrazioni della pittrice in cui si evidenziava un tratto veloce e incisivo.
La carriera di Deiva De Angelis proseguì con successive mostre significative: le Biennali romane del ’21, del ‘23  e del ’25, altre collettive nella Casa d’Arte di Bragaglia, l’Exposition Internationale d’Art Moderne a Ginevra, fra il dicembre 1920 e il gennaio 1921, in occasione del convegno della Società delle Nazioni.
La solitudine la accompagnò per molti tratti della vita, nonostante lo scambio artistico e culturale con numerose persone e gli amori vissuti. Essere pittrice comportava rinunce, prevedeva ostacoli, determinava una celebrità effimera raggiunta attraveso percorsi tortuosi. Il suo destino, difficile fin dalla nascita, continuò ad accompagnarla e la aggredì con una malattia che non lasciò scampo: un tumore, forse all’intestino, che la fece soffrire molto e che la divorò in breve tempo. Deiva fu costretta a vendere o meglio svendere  i suoi quadri per comprare le medicine che, se non riuscirono a combattere il cancro, le diedero un po’ di tregua dal dolore. Morì nel 1925, poco tempo dopo aver esposto alla Terza Biennale Romana Mostra Internazionale di Belle Arti.
Anche per la morte non esistono documenti, venne tumulata in un loculo pagato dallo Stato del quale non si ebbero presto più notizie. Deiva era passata nella storia e nell’arte della capitale come una meteora, un lampo folgorante del quale rimangono poche tracce. La dispersione dei suoi lavori ha creato – e tuttora crea - ostacoli nel lavoro di ricerca.

Mostre:
Prima Esposizione Internazionale d’Arte della “Secessione” – 22 marzo – 30 giugno 1913, Palazzo delle Esposizioni Roma;
Quarta mostra d’Arte Italiana, Rimini, estate 1914;
Fiera della Stampa per i danneggiati del terremoto, Associazione Artistica internazionale, dal 21 gennaio 1915;
Terza  Esposizione Internazionale d’Arte della “Secessione” – 4 aprile  – 13  giugno 1915, Palazzo delle Esposizioni Roma;
Arte e beneficenza, 19 – 26 dicembre 1915, Palazzo degli studi, Faenza;
Mostra d’arte pro Croce Rossa, 24 febbraio – 1 aprile 1916, Roma;
Quarta  Esposizione Internazionale d’Arte della “Secessione” – 9 dicembre 1916  – 25  gennaio 1917, Palazzo delle Esposizioni Roma;
Esposizione di guerra, Associazione Artistica internazionale, ottobre – novembre 1917;
Mostra delle opere di Deiva De Angelis e di Pasquarosa, maggio 1918, Circolo artistico Internazionale, Roma;
Mostra d’arte giovanile, 5 giugno – luglio 1918, Casina Valadier, Roma;
Mostra del gruppo romano, primavera 1920, Famiglia artistica, Milano;
42° Esposizione Casa d’arte Bragaglia, dal 1 ottobre 1920, Roma;
Exposition Internationale d’Art Moderne, 26 dicembre 1920 – 25 gennaio 1921, Ginevra;
Prima Biennale Romana, 30 marzo – 30 giugno 1921, Palazzo delle Esposizioni, Roma;
La Fiorentina primaverile, 8 aprile – 31 luglio 1922, Palazzo del Parco di San Gallo, Firenze;
79° Esposizione Casa d’arte Bragaglia, maggio – giugno 1922, Roma;
Collettiva romana, 17 maggio – giugno 1923, Casa d’arte Bragaglia, Roma;
Seconda Biennale Romana, 4 novembre 1923 – 30 aprile 1924, Palazzo delle Esposizioni, Roma;
Collettiva di paesaggi e nature morte, dal 4 dicembre 1923, 106° Esposizione Casa d’arte Bragaglia, Roma;
Collettiva romana, giugno 1924, 116° Esposizione Casa d’arte Bragaglia, Roma;
Terza Biennale Romana, marzo – giugno 1925, Palazzo delle Esposizioni, Roma;
Collettiva romana, dicembre 1925 – gennaio 1926, Casa d’arte Bragaglia, Roma [mostra postuma].

Fonti:
Aldo Di Lea, Deiva De Angelis, in “Cronache d’Attualità”, n.V, gennaio 1921.
Anton Giulio Bragaglia, L’arte di Deiva De Angelis, in “La Stirpe”, a. III, n.4-5, Roma, aprile-maggio 1925.
Franco Cremonese, Deiva De Angelis, la pittrice di Via Brunetti cominciò col fare la modella, in “Il Giornale d’Italia”, 15-16 marzo 1960.
Simona Weller, Il complesso di Michelangelo, Pollenza-Macerata, La Nuovo Foglio editrice, 1976, pp.188-189.
Lea Vergine, L’altra metà dell’Avanguardia, Roma, Mazzotta editore, 1980, p. 53
Mario Quesada, Deiva De Angelis, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1987, vol. 33, pp.270-272
Martina Corgnati, Artiste. Dall’impressionismo al nuovo millennio, Milano, Bruno Mondadori, 2004
Duccio Trombadori, Francesca Romana Morelli, Lucia Fusco, Deiva De Angelis, 1985-1925. Una “fauve” a Roma, Roma, 2005
Pier Paolo Pancotto, Artiste a Roma nella prima metà del ‘900, Roma, Palombi Editori, 2006

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Lucia Delitala Tedde

(Nulvi (SS), 1705 – luogo e data di morte incerti)

A Nulvi una via è dedicata alla nobile famiglia Delitala e - sull'antico palazzo di famiglia- è visibile una targa in ricordo del padre Francesco.

Quando le donne sarde cominciarono a "banditare"

di Laura Candiani

I documenti di battesimo presentano Lucia come figlia legittima del nobile don Francesco Delitala Tedde e di donna Jana (Giovanna) Maria Tedde, ma non esistono testimonianze certe sulla sua morte né sulla sua tomba. Secondo alcune fonti sarebbe morta fra il 1755 e il 1767, secondo altre nel 1760; non ci sono lapidi né ricordi nel cimitero di Nulvi e nella chiesa di sant'Antonio Abate, divenuta nel tempo una sorta di tomba di famiglia. Qualcuno avanza l'ipotesi di un assassinio avvenuto a Chiaramonti dove si sarebbe nascosta e sarebbe stata sorpresa da un incendio nel sonno, mentre era abbracciata nel letto ad un uomo.

La famiglia aveva ottenuto il cavalierato nel 1636 e la nobiltà nel 1641; si sa che erano ricchissimi grazie ad attività non sempre lecite, come il contrabbando e il brigantaggio; alcuni membri parteciparono ai moti del 1720 contro i Savoia, mentre altri si trasferirono stabilmente in Corsica. La casata si estinse nel corso del XX secolo. 
Lucia ebbe un'infanzia protetta, in un ambiente affettuoso e sereno, mentre il paese natale era insanguinato dalla rivalità fra i Tedde e i Delitala, divenuta una vera e propria faida.
Si racconta che fin da bambina avesse un carattere ribelle e usasse spesso come arma le sue piccole forbici da ricamo contro le ragazze della parte avversa, ma soprattutto contro le donne che parteggiavano per i Savoia. Con le forbicine, usate in chiesa, a un ballo, durante una cerimonia pubblica, si potevano tagliare gli abiti, i nastri, i pizzi delle avversarie causando pochi danni ma grande imbarazzo per le malcapitate cui magari cadeva la gonna per strada.

Molti la ricordano assai bella e somigliante come una gemella alla cugina Marietta, immortalata in un quadro nella parrocchiale di Nulvi. Il marchese Carlo Amedeo Battista di San Martino d'Agliè e di Rivarolo, Viceré di Sardegna, la descrive invece, senza averla mai vista, dotata di «due mustacchi da granatiere e usa le armi e il cavallo come un gendarme». Pare che fosse solita indossare una maschera quando voleva nascondere la sua identità e quando, ormai adulta, utilizzava lo schioppo ad arcione, con innesco a pietra focaia, oppure lo stocco, più leggero della spada, mentre percorreva la Gallura con il suo amato cavallo Tronu.

Per contrastare il banditismo il Vicerè aveva inventato metodi violenti e fantasiosi, anche se poco efficaci: aveva infatti creato un corpo militare itinerante, a cui si univano giudici e una forca sempre pronta per mettere in atto spietate condanne; aveva poi utilizzato l'”importazione” di continentali per popolare vaste aree totalmente disabitate, in modo da renderle meglio controllabili e meno selvagge. Ebbe l'idea di sopprimere l'Università di Sassari e cercò in ogni modo di cancellare, negli abiti, nelle usanze e persino nell'architettura, le tradizioni spagnole radicate in quattro secoli di dominazione. Certo è che in Sardegna, nel Settecento, il governo piemontese appariva altrettanto straniero e ancora più avido e i banditi molto spesso si ammantavano di un'aura da liberatori e difensori dei diritti. Lucia, incoraggiata dal padre, fece propria questa battaglia e cominciò a servirsi di uomini armati al suo servizio per assalire le truppe sabaude, specie quando si trovavano isolate e in zone a loro poco familiari.
Lucia ebbe un valido amico e alleato nel bandito Giovanni Fais che si era dato alla macchia con la moglie Chiara Unali e la figlioletta Mattea.
Un fatto di particolare rilievo fu l'assalto ai soldati del distaccamento di Ozieri che finì in una vera e propria strage. Il Vicerè, che inventò un altro provvedimento curioso, ovvero l'obbligo per gli uomini di non portare la barba, arrestò Francesco Delitala e, prima di procedere contro Lucia, la invitò a Cagliari, nel suo palazzo. Dopo un breve e provvisorio arresto, la donna fu libera a condizione che non proseguisse le sue imprese contro il governo. Per Lucia questa fu quasi una provocazione: cominciò davvero a fare la vita della “bandita”, con un certo agio però, perché veniva ospitata, grazie alla sua casata nobilissima, in palazzi signorili ben protetti.

Un altro episodio che si tramanda è l'assalto (a Montesanto) a una compagnia di dragoni che portavano con sé prigionieri e denaro. Questo massacro fece tanto scalpore che addirittura il gesuita padre Vassallo riunì a Nulvi i capi delle due fazioni, Giovanni Tedde e Antonio Delitala, per stipulare una pace duratura almeno fra di loro. Da allora Lucia maturò sempre più la convinzione di combattere per una giusta causa, da patriota contro gli invasori, ma il commissario governativo fece arrestare molti suoi seguaci che finirono impiccati o torturati con la lingua strappata. Anche l'amico Fais rischiò di essere catturato in un epico scontro che vide cadere al suolo duecento uomini fra soldati e banditi; Lucia, in modo avventuroso e romanzesco, riuscì ad arrivare in tempo con un manipolo di fedelissimi e a portare al sicuro Fais, con Chiara e Mattea. Fais però non rimase a lungo nascosto e si gettò di nuovo nelle imprese pensando di essere sempre protetto dai pastori, su montagne impenetrabili. Fu invece intercettato e sarebbe stato di nuovo arrestato se non fosse stato ancora una volta per l’aiuto di Lucia che ‒ si racconta ‒ arrivò sul suo cavallo Tronu indossando un mantello rosso, la maschera sul volto e l'elmo di cuoio. Fais con la famiglia fu fatto fuggire in Corsica, dove rimase quindici anni. Al ritorno era convinto che il suo passato fosse stato dimenticato e riprese con i sequestri, ma fu catturato e impiccato a Sassari nel 1774; il suo corpo fu smembrato e disperso perché non ne rimanesse alcuna memoria.

Lucia nel frattempo non si sa se fosse ancora in vita, vista la mancanza di un atto di morte; certo è che non finì di stupire con il suo testamento lasciando diecimila lire in favore del collegio dei Gesuiti di Ozieri. Quando l'ordine fu soppresso, il parroco di Chiaramonti fece buon uso del denaro tanto che molti anni dopo poté essere costruita una nuova parrocchiale. Altri fondi furono generosamente lasciati alla Chiesa, a testimonianza di una devozione certo molto particolare in una donna spietata e senza paura, il cui nome è divenuto leggendario in Sardegna.

 

Fonti:

Franco Fresi, Banditi di Sardegna, Newton Compton editori, Roma,1998

Franco Fresi, Le banditesse. Storie di donne fuorilegge in Sardegna, Il Maestrale, Nuoro, 2015

Valeria Gentile, La Sardegna dei banditi, Perrone, Roma, 2013

Enzo Giacobbe, La notte delle fiaccole, Castello, Cagliari, 1985

Giuseppe Manno, Storia di Sardegna, Ilisso, Nuoro, 1996

Giuseppe Manno, Note Sarde e Ricordi, CUEC, Cagliari, 2003

www.ladonnasarda.it

www.webalice.it

www.regionesardegna.it

lanuovasardegna.gelocal.it  (23.11.15 )

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Eleonora de' Nobili

(Pesaro, 1902 – Modena, 1968)

Nel comune di Ripe, in provincia di Ancona, il “Museo Nori de’ Nobili: centro studi sulla donna nell’arte” ricorda una pittrice del Novecento ancora poco conosciuta. Qui sono state radunate le sue opere e, nell’annesso archivio, è raccolto tutto il materiale che la riguarda con l’obiettivo di non disperderne il lavoro e la memoria, come spesso è accaduto alle donne.
L’Amministrazione comunale le ha, inoltre, dedicato una via a ricordo dei periodi estivi trascorsi dalla giovane “Nori” insieme alla famiglia.
Al contrario altre due città, legate alla sua esistenza, ne ignorano il nome: sono Pesaro, che le ha dato i natali, e Modena, in cui visse segregata per oltre trent’anni fino alla morte.

Donna che non fu mai doma

di Barbara Belotti

L’arte di Nori de’ Nobili è emersa dal buio dell’oblio in tempi recenti.
Nel 2005 una mostra al Parlamento Europeo, la sistemazione del Museo-archivio di Ripe, la realizzazione di video, recital, spettacoli teatrali ci hanno riconsegnato una affascinante figura di donna e di artista.
La vita di Eleonora - per tutti Nori - è drammatica e tormentata.
Nata nel 1902 a Pesaro, è la prima di quattro figli in una famiglia tradizionale: il padre, ufficiale di cavalleria, è spesso lontano dalla famiglia; la madre, di origini aristocratiche, segue l’educazione dei figli. D’estate Nori trascorre giornate serene e indimenticabili a Brugnetto, una frazione di Ripe, in una elegante dimora chiamata la villa delle “Cento finestre”. È una bambina serena, legata alla mamma e ai fratelli; segue gli studi classici ma dimostra interesse per il disegno e la musica. Crescendo comincia a desiderare di frequentare l’università, ma il padre si oppone: considera una stravaganza inconcepibile che una giovane donna di buona famiglia possa proseguire gli studi, appannaggio esclusivo della formazione maschile.
Prima a Roma e poi a Firenze, dove con la famiglia si trasferisce nel 1924, Nori comincia a studiare pittura frequentando lo studio di Ludovico Tommasi, tra gli ultimi seguaci dei Macchiaioli. Per lei è un’occasione importante, la prima vera opportunità di dedicarsi all’arte, di confrontarsi con il clima culturale del tempo. Comincia ad entrare in contatto con i circoli artistici legati al gruppo del Novecento, che stimolano il suo linguaggio espressivo. La sua è una ricerca intensa, totale, a cui si dedica con passione e frenesia lavorativa.
Scorrendo le note biografiche della sua esistenza, comincia ad emergere la fisionomia di una giovane donna acuta e intensa, sensibile e fragile.
Nori si apre alla vita, ma alcune delusioni d’amore la feriscono e la sua giovinezza comincia a coprirsi di ombre scure. La famiglia la ostacola, ma nonostante ciò i suoi legami affettivi rimangono saldi e vivi. Le sue fragilità emergono anche in un rapporto contrastato (definito “delirio passionale”) con un critico d’arte fiorentino, Aniceto Del Massa, che pure l’aiuta a partecipare alla IV Mostra Regionale Toscana nel 1930.
Tre anni dopo, la morte prematura del fratello Alberto, al quale è particolarmente legata, determina il suo crollo psichico. La famiglia decide che Nori deve essere allontanata e la fa rinchiudere nella clinica Villa Igea a Modena. È il 1935, Nori ha 33 anni e per altri trentatre anni vivrà segregata dal mondo. La libererà solo la morte.
Nella casa di cura Nori riceve le visite della famiglia, ma dopo poco decide di eliminare anche quell’ultimo legame con l’esterno. Da tempo sente che quella non è più la sua famiglia: le hanno impedito di studiare, hanno ostacolato la sua vita, l’hanno rinchiusa e cancellata dal mondo.
Nel corso dei suoi anni da segregata, Nori si affida alla poesia e alla pittura.
I versi, scritti anche in inglese e in francese, sono un diario interiore continuo (un’autobiografia in versi), un filo per la sopravvivenza. Non sono datati, non hanno alcuna indicazione cronologica: l’isolamento e la solitudine della reclusione in manicomio rendono il tempo un elemento estraneo alla sua vita, immutabile ogni giorno. La pittura accompagna i testi poetici ed è una produzione immensa: più di mille opere realizzate in ogni modo e su ogni superficie disponibile: tela, carta, il coperchio di una scatola, la copertina di un taccuino. Molti sono gli autoritratti: il viso ovale, lo sguardo fisso, la carnagione chiara contrastano con l’abbigliamento curato e caratterizzato da eleganti e vivaci contrasti cromatici; intorno alla sua figura sono distribuiti elementi che ricorrono più volte come ventagli, maschere che nascondono volti, gatti.
Anche la sua pittura si ripete. Nelle ricerche artistiche giovanili si era avvicinata alla pittura silenziosa, ferma e sognante del gruppo del Novecento; ora il suo linguaggio acquista toni espressionistici, nei volti e negli occhi dipinti si intuiscono domande angosciose, toni sgomenti. L’immobilità delle scene richiama l’immobilità del tempo e dello spazio della sua segregazione; quelle figure sono l’unica possibilità di evadere dagli spazi della clinica. La pittura l’unico modo per sentire la vita.
Dopo la morte di Nori, avvenuta nel giugno del 1968, la sorella Bice cercherà in ogni modo di ricostruire il suo percorso artistico, cercando con le mostre, gli incontri con critici, la divulgazione della produzione lirica il modo di non spegnere il ricordo.

Fonti:

Nori De' Nobili: opere 1920-1935, catalogo della mostra a cura di Gabriele Barucca, Ancona, 1997
Nori de’ Nobili: memorie e presagi, testo introduttivo di F. Miele, Falconara
http://librisenzacarta.it/2012/10/12/se-questa-e-follia-omaggio-a-nori-de-nobili-regia-di-maurizio-liverani-voce-recitante-giuseppe-di-mauro/
http://www.dols.it/2013/06/04/nori-de-nobili-donna-che-non-fu-mai-doma/
http://www.ilmegafonodelledonne.it/2013/05/la-storia-umana-di-nori-de-nobili-video-ideato-realizzato-da-giuliano-de-minicis/

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Properzia de' Rossi

(Bologna, 1490 circa – 1530)


 Vie a lei intitolate a Castenaso (BO) e a Granarolo dell'Emilia (BO)

http://toponomasticafemminile.com/index.php?option=com_content&view=article&id=9210&Itemid=9330

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Livia De Stefani

 (Palermo, 1913 – Roma, 1991)

A lei non risulta intitolata alcuna via.

La mafia alle sue spalle
di Ester Rizzo

 

Livia De Stefani scrittrice, era nata a Palermo nel 1913 in una famiglia di ricchi proprietari terrieri.  Trascorse la sua infanzia e la sua adolescenza nel feudo del nonno paterno situato tra Alcamo e Partinico. A soli 17 anni, invitata a Roma dagli zii, conobbe lo scultore Renato Signorini e con lui convolò subito a nozze lasciando la Sicilia per la capitale. Intrattenne rapporti con Elsa Morante, Maria Bellonci, Vitaliano Brancati e altri scrittori e intellettuali di quei tempi. Quell’ambiente colto la faceva “respirare”, le faceva dimenticare la sua terra natia dove si era sentita prigioniera di regole e consuetudini ataviche che la soffocavano. Ma in quella terra ritornava, spesso per amministrare le proprietà che aveva ereditato, ed è la vita di quel lembo della Sicilia occidentale che viene descritta nelle sue opere.

Nel 1953 è pubblicato il suo primo romanzo La vigna dalle uve nere e Livia diventa così la prima donna a scrivere di mafia in un libro. La storia narrata è ambientata in una retriva cittadina siciliana dove si consuma la tragedia di vite già segnate dal destino, dove case, cibi, letti, affari e amori descrivono gli usi e i costumi della Sicilia arcaica, immobile e patriarcale dei primi decenni del Novecento. Dove l’uomo padrone decide il destino delle donne della sua casa, un uomo duro, rozzo, privo di sensibilità. Così scrisse Carlo Levi nella prefazione, “chiusi sono tutti i luoghi del racconto serrati nei recinti e nei pensieri: prigioni, tombe gelose […] da questi regni murati, da questi luoghi isolati […] ogni partenza è fuga, ogni fuga è sacrilegio, tradimento, delitto mortale”. Il romanzo ebbe un notevole successo e fu tradotto in vari Paesi tra cui Francia, Germania, Portogallo, Inghilterra, Stati Uniti e Argentina. Fu definito una delle opere più mature della narrativa italiana del dopoguerra. Nel 1984 da questo libro trasse l’ispirazione uno sceneggiato televisivo con la regia di Sandro Bolchi.
Livia scrisse anche una raccolta di racconti Gli affatturati e altri romanzi tra cui Passione di Rosa del 1938, Viaggio di una sconosciuta del 1963 e La signora di Cariddi del 1971.
Nel 1991, un mese prima della sua morte, viene pubblicato La mafia alle mie spalle dove è descritta la mafia di quel periodo, con i suoi codici d’onore, con l’omertà e con la bramosia di impossessarsi delle proprietà terriere a qualunque costo. Livia De Stefani racconta la Sicilia assolata senza mare, il suo appezzamento di terra con il suo casamento borbonico; racconta come, per lei, fu difficile iniziare a piantare vigneti al posto delle distese di grano e come i contadini la guardavano diffidenti quando decise di piantare un bel po’ di alberi ornamentali, alberi che non producevano frutti. In quel pezzo di terra, l’ex feudo Virzì, non poteva esserci spazio per il nuovo e per il bello, Livia con la sua irruenza e le sue idee voleva stravolgere l’ordine atavico che regnava in quel pezzo di mondo.
Forse per questo suo coraggioso racconto, tanti siciliani la isolarono dichiarandosi offesi per le descrizioni della loro terra offerta alla luce impietosa del degrado e dell’ignoranza, con il ritratto di un mondo maschile patriarcale, autoritario e feroce.
Il libro si chiude con la descrizione del terremoto del Belice del 14 gennaio 1968. Livia da Roma si precipita in Sicilia ed è testimone della rovina, del disastro. Di fronte a questo suo mondo sgretolato decise di vendere l’ex Feudo Virzì. Ai parenti che osteggiarono questa sua decisione così rispose: “Ciò che conta è di averle possedute, le cose smarrite, conosciute e amate […] perse, o sottratte, o andate in polvere, niente e nessuno ce le potrà togliere mai […] mai strapparle dall’anima, dalla mente, dal sangue. Nessun ladro, nessun prepotente […] nessun terremoto”.
Così raccontava i primi anni passati ad amministrare le sue terre:” Ero una donna tutta sola piantata in mezzo a problemi virili, senza l’aiuto di un incoraggiamento, sia pure d’un sorriso […] mi dibattevo come un farfallone attirato a notte da un lume traditore, acciecata da cose che dovevo ancora imparare a temere. Era una brutta, bieca società maschilista […] e che fosse anche mafiosa me ne resi conto non per vie deduttive ma per quelle dell’osservazione diretta”
E coraggiosamente mise nero su bianco i nomi dei mafiosi con cui era stata costretta a dialogare per salvare la sua attività imprenditoriale.
Livia è morta a Roma il 28 marzo del 1991 e su di lei è calato il silenzio.

Fonti:

Livia De Stefani, La vigna di uve nere, Ed. BUR, 1975
Livia De Stefani, La mafia alle mie spalle, Arnoldo Mondadori Editore, 1991
Marinella Fiume (a cura di), Siciliane dizionario biografico, Emanuele Romeo Editore, 2006 
Ester Rizzo (a cura di), Le Mille. I primati delle donne, Navarra Editore 2016

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Paska Devaddis

(Orgosolo (NU), 1888? - 1913)

Non risulta alcuna intitolazione

"Sa bandida" nella faida di Orgosolo

di Laura Candiani

Paska, malata da sempre e ormai consapevole della fine, fra il 5 e il 6 novembre 1913 si fa portare dal fidanzato Michele Manca e da altri quattro compagni nella grotta “de sa funtana de Ananìa”, nel Supramonte, dove si racconta venissero a bere i due santi Egidio e Ananìa. Dopo la morte viene trasportata a casa coperta dal lenzuolo ricamato che teneva sempre con sé, su una lettiga improvvisata; ritorna così nel luogo da cui era partita. Vestita a festa, viene deposta sul tappeto funebre; il giorno seguente il medico può solo constatare che la giovane ricercata è morta di tisi, a soli 25 anni, nella propria abitazione. Il maresciallo dei carabinieri provvede a far effettuare l'autopsia nel cimitero di Orgosolo da due medici di fiducia i quali annotano la sua altezza (m.1,60), il precoce invecchiamento del suo corpo a causa della malattia, ma verificano anche l’intatta verginità.

Ma chi è Paska (Pasqua) e perché è una latitante? Cosa è accaduto nell'Oristanese perché una ragazza si sia data alla macchia nonostante le precarie condizioni di salute?

Tutto risale alla faida (la più grande della storia sarda come afferma Franco Fresi) iniziata ufficialmente il 3 aprile 1905 (oppure il 4 giugno 1907, le fonti sono discordanti), quando nel Campidano un certo Egidio Podda uccide Carmine Corraine; la faida poi avrà fine il 25 giugno 1917 con un processo che vide assolti tutti proprio nel momento culminante della Prima guerra mondiale. In realtà le origini furono precedenti e dovute a questioni di denaro: un vero tesoro sarebbe infatti scomparso alla morte di Diego Moro, un ricco proprietario, e ciò aveva scatenato odi e vendette fra gli eredi. Alla morte del Corraine i familiari riuscirono a rintracciare il colpevole e a consegnarlo alla giustizia, ma il tribunale lo assolse per “legittima difesa” (anche se tutti sapevano che la vittima era disarmata). Visto il fallimento della legalità si passò dunque alla vendetta e alla “disamistade” fra le famiglie in campo: i Cossu, i Corraine, i Succu, i Moro, i Devaddis. 
Nel 1912 i Corraine, pur essendo possidenti e benestanti, dovettero darsi alla latitanza diventando di fatto banditi sanguinari. Il 6 giugno 1913 furono arrestati i loro parenti rimasti a casa e in pochi giorni si registrarono sei omicidi, tre per parte.
Paska sembra fosse del tutto estranea a queste vicende, ma ebbe la sventura di venire di essere stata vista nei pressi dell'abitazione di un ucciso e di essere accusata da una testimone; così preferì la fuga e lasciò per sempre la sua vita tranquilla di ragazza onorata. D'altra parte la sua famiglia aveva già pagato con il sangue ed era coinvolta nella faida: un fratello (Battista) era stato accusato di omicidio e condannato a 18 anni, un altro (Francesco), incensurato e non ricercato, era stato ucciso in un conflitto a fuoco in cui si sospettò fortemente una messa in scena della famiglia Cossu. Il padre Giuseppe aveva tentato di far valere le sue ragioni, ma gli imputati erano stati assolti; in compenso lui stesso, anziano e malato, era stato a sua volta arrestato. Così Paska si trovava a vivere una situazione di sofferenza e di rancore verso la giustizia, che la sua salute malferma non placava.

Vivere nel Supramonte significava affrontare disagi immensi, freddo, fatiche, soffrire fame e sete, correre continui rischi e condividere l'esistenza con uomini duri e spietati. Poteva capitare di imbattersi in qualche pattuglia di militari, ma si racconta che Paska, pur non essendo di indole violenta, sapesse difendersi con lo schioppo. Sembra anche che non avesse mai condotto una azione illecita e che nel suo ricordo si confonda il reale con l'immaginario.

Se sia stata una povera vittima di eventi più grandi di lei o una coraggiosa combattente non è dato sapere. Certo è che il suo nome ancora ispira leggende e persino l'alta moda, grazie allo stilista Antonio Marras, le ha dedicato una collezione autunno-inverno 2010-11 con tessuti rustici e preziosi, con pellicce di montone, con colori e richiami agli abiti tradizionali sardi.

 

Fonti:

Silvia de Franceschi, tesi di laurea, 2009

Franco Fresi, Le banditesse. Storie di donne fuorilegge in Sardegna, Il Maestrale, Nuoro, 2015

Michelangelo Pira, Paska Devaddis, per un teatro dei sardi, Edizioni della Torre, Cagliari,1981

Giovanni Ricci, Sardegna criminale, Newton Compton editori, Roma, 2007
www.ladonnasarda.it

www.sandalyon.eu

www.webalice.it

lanuovasardegna.gelocal.it (27.3.2009)

Marras stile Barbagia, lanuovasardegna.gelocal.it (1.3.2010)

Sfilata Antonio Marras Milano, www.vogue.it

 

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Eleonora Di Mora

(?, 1642 ca. – Madrid, 1707)

A Palermo non risulta alcuna via intitolata a Donna Eleonora Di Mora.

La Vicerè di Sicilia
di Ester Rizzo

Non si trova traccia di lei nelle Cronologie dei Viceré di Spagna, dove c'è un vuoto di 28 giorni, ma nel Dizionario delle figure delle istituzioni e dei costumi della Sicilia storica e nel terzo volume della Storia cronologica dei Viceré troviamo il suo nome e i suoi provvedimenti.
Fu la prima e unica donna Viceré di Spagna in Sicilia nel 1677. Fu destituita dopo solo 28 giorni in quanto non poteva assumere l'autorità di Legato Papale (titolo indivisibile da quello di Viceré), a causa del suo sesso femminile.
Per disposizione testamentaria succedette, nella carica, al marito Angel de Guzmàn, marchese di Castel Rodrigo, diventando così Viceré di Sicilia. Come si racconta, tutti pensavano che Eleonora, essendo donna, avesse un carattere debole e quindi facilmente manovrabile dai potenti di turno che aspiravano ad arricchirsi a spese del popolo. Ma così non fu.
Eleonora fu una donna dalle doti politiche e umanitarie estremamente eccellenti. "Fece cose più e meglio degli altri Viceré", pur avendo contro funzionari e cortigiani corrotti.
Una femminista ante litteram: ripristinò il “conservatorio per le Vergini pericolanti", che era stato prima chiuso per mancanza di fondi. Le “Vergini pericolanti” erano ragazze, appartenenti ai ceti più poveri, che erano rimaste orfane e, quindi, correvano  più delle altre il pericolo di cadere nel baratro della prostituzione. Per evitare ciò veniva loro dato un sussidio di sostentamento tramite questo Conservatorio.
Successivamente Eleonora ricostituì il “conservatorio delle Ripentite” con l’intento di salvaguardare le ex-prostitute che venivano così aiutate a cambiare vita ed istituì una Dote Regia per le ragazze povere che desideravano sposarsi.
A lei si devono, inoltre, la riduzione delle tasse per chi aveva una famiglia numerosa, la legge per abbassare il prezzo del pane, la creazione del Magistrato del Commercio che riuniva le 72 maestranze palermitane. Praticamente in un tempo brevissimo questa donna Viceré apportò migliorie notevoli a beneficio della popolazione.
Lasciata Palermo, si risposò nel 1679 e da questo secondo matrimonio nacque un figlio che, però, morì prematuramente. Di conseguenza, Donna Eleonora non lasciò alcun erede.
Lo scrittore Andrea Camilleri ha scritto un romanzo, La rivoluzione della luna, unendo la storia documentata all'invenzione narrativa, su questa donna Viceré che governò l'isola per 28 giorni "come il ciclo della luna, pianeta femminile per eccellenza".

Fonti:
Andrea Camilleri, La rivoluzione della luna, Sellerio editore, Palermo, 2013
Stefano Malatesta, Questa Eleonora ha il carattere di Montalbano, in La Repubblica, 17/3/2013
http://it.wikipedia.org/wiki/Eleonora_de_Moura http://it.wikipedia.org/wiki/Vicer%C3%A9_di_Sicilia

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