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Tabacchine di Ponte Buggianese

di Laura Candiani

Riferimenti toponomastici: via delle Tabacchine si trova a Perugia, Bastia Umbra (PG), a Sannicola (LE), a Soleto (LE).
La memoria popolare a Lanciano (CH) ricorda una epica rivolta delle oltre 1000 lavoranti della Azienda Tabacchi avvenuta nel 1968, per la salvaguardia del posto di lavoro. In Valdinievole e aree vicine al Padule viene ricordata la strage nazifascista del 23 agosto 1944: piazza Martiri del Padule (Ponte Buggianese - local. Anchione - con monumento), via Martiri del Padule a Pieve a Nievole, a Lamporecchio, a Larciano (local. Castelmartini- con monumento), a Fucecchio(FI); a Monsummano si ricorda la data (via 23 agosto); altrove si trovano intestazioni più generiche come via dei Martiri (Montecatini, Monsummano - local. Cintolese) e via Martiri della Libertà (Casalguidi).

Le sigaraie, tre grandi edifici in mattoni ancora oggi visibili ai margini del Padule di Fucecchio, nel Comune di Ponte Buggianese (PT), costituiscono esempi di vera e propria archeologia industriale, ma due di essi purtroppo sono in grave stato di abbandono. Per chi vive in questa zona, sono anche un continuo monito contro la barbarie: nella tranquilla campagna circostante si perpetrò infatti una delle più gravi stragi nazifasciste della Toscana in cui persero la vita 175 persone fra vecchi, donne e bambini, il 23 agosto 1944, come testimoniano una lapide e i numerosi cippi sparsi fra fossi e prati. La coltivazione del tabacco fu incoraggiata dallo Stato, a partire dal 1917, perchè i 4/5 del fabbisogno venivano importati dagli Stati Uniti. Il ministro dell’Agricoltura Angelo Maiorana emanò una serie di provvedimenti sia per la costruzione di edifici idonei (con successivo rimborso degli 8/10 della spesa) sia per la fornitura di semi e di assistenza tecnica; il tabacco (di qualità Kentucky per i pregiati sigari “toscani” e Bright per le sigarette) sarebbe poi stato acquistato e lavorato regolarmente dallo Stato, nelle manifatture tabacchi gestite dal Monopolio. Alcuni imprenditori cominciarono l’impresa e in breve furono costruiti in questa zona (come altrove in Italia) tre imponenti edifici, di mattoni scempi “a faccia vista”: le sigaraie del Piaggione, dei Settepassi e del Pratogrande. L’unico vincolo era costituito dall’ampiezza del territorio inizialmente coltivato: non meno di un ettaro, non più di tre. Gradualmente le coltivazioni si ampliarono e raggiunsero considerevoli risultati, fino agli anni Sessanta, quando l’attività cessò. Piantare, curare, tenere pulite le piantine era un lavoro complesso e accurato, tenuto sotto controllo dalla Finanza che impediva truffe ed eventuali furti. Dovevano essere estirpate le erbacce e dalle piante dovevano essere eliminate le foglie vicino al terreno, che potevano marcire; quando arrivava il momento, sempre sotto controllo della Finanza, si poteva procedere alla raccolta, dopo la conta delle piante. Le foglie, raccolte dal basso verso l’alto, molto grandi e vellutate come il camoscio, erano portate all’essiccatoio con i carri; poi si raccoglievano anche le piante, tagliandole alla base. Le donne creavano dei mazzetti di foglie (una trentina per volta), infilzandole con un ago lunghissimo e uno spago, una a diritto e una a rovescio, da mettere poi “a cavalcioni” su delle assi. Naturalmente ci volevano anche prontezza e un occhio esperto perché i mazzi dovevano essere omogenei per lunghezza e qualità; si procedeva poi alla “cura” nelle apposite celle, ovvero le varie fasi dell’essiccazione che potevano durare circa 14 giorni. Di nuovo toccava alle donne fare la “cèrnita”: si doveva controllare l’integrità delle foglie, se c’erano buchi o strappi, se tutte le operazioni erano andate bene, e si creavano 6 o 7 diverse qualità di prodotto.   Si doveva poi umidificare tutto il ricavato e infine le grosse botti piene di tabacco venivano trasportate con i carri trainati da buoi fino alla stazione di Borgo a Buggiano, da dove partivano i treni merci per Lucca, destinati alla manifattura. Il lavoro, prevalentemente femminile, stagionale e poco qualificato, non era regolato da contratto e non era continuativo; si trattava di un accordo temporaneo fra proprietari e contadini e il numero delle lavoranti era mutevole. Costituiva comunque una fonte di reddito preziosa in una situazione economica difficile, prevalentemente agricola e mezzadrile. In certe testimonianze si parla di quaranta donne e tre uomini, in altre di numeri oscillanti fra venti e cinquanta donne, impiegate giornalmente e scelte da un caporale, a sua volta responsabile del lavoro e scelto dal fattore. Ancora oggi abbiamo precise testimonianze con gli elenchi delle ore di lavoro (7/8 giornaliere), delle giornate (da maggio ad agosto), del ricavato e delle occupate: Luisa, Dina, Lina, Zelina, Vittoria, Umbertina, Elena, Giulia… Le donne raccontano che entravano al lavoro alle 8, a mezzogiorno facevano una pausa di circa due ore per mangiare (qualcuna riusciva a rientrare a casa) e riprendevano fino alle 18. Il lavoro sporcava le mani perché le foglie erano nere e appiccicose; l’abbigliamento ovviamente era molto modesto (parlano di “abiti miseri”) e talvolta di foggia maschile, spesso indossavano grembiuli e le maniche erano sempre corte o rimboccate perché la stoffa si impregnava di odore e di colore scuro. Fra di loro c’erano anche delle bambine: qualcuna racconta di aver iniziato a 12 anni, ma il lavoro non era particolarmente faticoso - nonostante il caldo e l’umidità - e l’atmosfera  era piuttosto piacevole, improntata a rapporti amichevoli fra le ragazze ma anche con dirigenti e operai. Potevano nascere momenti di svago e di divertimento con semplici giochi all’aria aperta o mentre in gruppo, in bicicletta, si andava allo stabilimento; un po’ sgradevole risultava invece la presenza dei Finanzieri (che arrivavano a controllare nelle tasche e  nelle borse) e di donne dette “fruatrici” con il compito di frugare i vestiti delle lavoranti per verificare che non ci fossero furti. A metà estate di solito c’era una bella festa con balli e canti organizzata dai padroni a cui partecipavano ospiti di riguardo, rappresentanti del Comune e la banda musicale. Verso il 1964-65 la coltivazione del tabacco in questa zona cessò per vari motivi: chi dice che le piante si ammalarono, qualcuno afferma che non era più una attività redditizia e che era rimasta una organizzazione superata dai tempi, chi spiega che il Comune di Ponte Buggianese fu riconosciuto “area depressa” (22 ottobre 1958) e ciò incentivò altri tipi di attività nell’artigianato e nella piccola industria. Ancora una volta un cambiamento, un mondo perduto per sempre che molte donne tuttavia rimpiangono per le belle amicizie che si creavano sul luogo di lavoro, per il ricordo della loro spensierata gioventù e per la conquista di una pur minima autonomia, non sempre mantenuta negli anni successivi.

Approfondimento: Il fatturato della manifattura tabacchi toscana (MST) nel 2014 è stato di 91 milioni di euro; gode di ottima salute tanto che si appresta  a festeggiare due secoli di vita e a comprare la azienda americana  Parodi Holdings. Produzione prevista nel 2015 : 200 milioni di sigari.
Ernesto Ferrara, Il sigaro dopo Cuba, Album- Viaggio nel territorio, (allegato a)  “ la Repubblica”, 30.9.2015 e.f., Tutto ebbe inizio col  tabacco infradiciato nella fabbrica fiorentina, ibidem    

Fonti
AA.VV., Ponte Buggianese. Un secolo di storia (1883-1983), Firenze, Centro Ed. Toscano, 1995 
AA.VV., La vita nella Valdinievole rurale, Pisa, Pacini editore, 1988 
Borghini-Cecchi-Chiavacci-Zanchi, Le sigaraie del Padule di Fucecchio, Pisa, Pacini editore, 2001                 

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Bruna Talluri

(Siena, 1923 – 2006)


Nel 2016 il Centro culturale “Mara Meoni” ha richiesto all’amministrazione comunale di Siena l’intitolazione di uno spazio pubblico alla memoria di Bruna Talluri. Il 20 gennaio 2017, concluso l’iter necessario, è stata inaugurata a suo nome un’area verde.

 

La passione inquieta della libertà

di Teresa Lucente

 

Bruna Talluri nacque il 12 giugno 1923 a Siena, città in cui è morta il 21 novembre 2006.
Tutta la sua vita si svolse in questa città da lei profondamente amata. Aderì giovanissima agli ideali dell’antifascismo seguendo, prima ancora che le motivazioni ideologiche, una scelta di libertà nata dal suo temperamento ribelle e dal rigore intellettuale.
Lei stessa racconta in un’intervista: “Io mi ricordo che fin da bambina sono stata, come suol dirsi, un po' ribelle. Tant'è vero che ho dovuto la­sciare le scuole ele­men­tari. Ma non perché fossi cat­tiva: non ero af­fatto cattiva. Ero inquieta, ero ribelle insomma. Nelle scuole elemen­tari ci facevano impa­rare una poesia che diceva: "Vuoi sapere cos'è il Duce? / Pensa un poco a un buon papà / che per mano ci conduce / e i bi­sogni nostri sa". E io volevo fare la spiritosa e un bel giorno cambiai le parole di questa po­esia e, mentre la classe, cantava io cantavo "Vuoi sapere chi sia il Duce? / pensa un poco a un buon pascià/ che mangia beve e si fa truce / e i bisogni nostri non sa". Era una cosa infantile, ma la maestra si impensierì insomma, e certo incominciò a desiderare che me ne andassi. E così fui co­stretta a abbandonare le scuole ele­mentari e mi man­darono all'istituto di Santa Caterina (…)”.

La ribellione infantile inizia a farsi coscienza politica negli anni del liceo in cui lo studio della filosofia e della storia la portano a riflettere su “questa sproporzione tra quello che ci offriva, diciamo, il mondo esterno e quello che sentivamo dentro di noi man mano che affi­navamo la nostra cultura”. Annota nel suo diario nel 1940: “Vogliamo la libertà di stampa e la libertà di pensiero. Non am­mettiamo nessun assoluti­smo per­ché la volontà di uno solo non può uni­versalizzare la volontà della massa. Non prevalebunt! La no­stra civiltà è culla della follia più be­stiale. La Germania apre la via a dei principi così assurdi che non solo ne­gano la nostra dignità di uomini, non solo dimenticano la nostra co­scienza, ma sprofondano nella bestialità più temibile le nostre persona­lità tormen­tate”.

Bruna studia con passione e interesse e si avvicina alla vita politica delle associazioni studentesche fino al ’41, anno in cui il padre, impiegato del Monte dei Paschi, fu mandato al confino per aver detto in pubblico - riferendosi al duce – “questo mascalzone rovina 42 milioni di italiani”.  Maggiore di 5 figli, fu costretta a lasciare la scuola e trovarsi un impiego. Andò a lavorare al Monte dei Paschi e, con l’aiuto dei suoi professori, riuscì comunque a superare l’anno.

Nel ’42 è con la famiglia a Napoli dove il padre, rientrato dal confino, era stato trasferito; qui visse, come lei stessa racconta, l’esperienza dei bombardamenti e della fame. Dopo alcuni mesi, però, il padre trasferisce nuovamente la famiglia a Siena ma Bruna ha ormai fatto la sua scelta di campo: parte con l’amica Ida Levi per Torino dove incontra un gruppo di attivisti antifascisti e inizia la sua partecipazione attiva alla Resistenza. “Qui ebbi un appuntamento con l'avvocato Fortini, mi dette un pacco di manifestini, di giornali ecce­tera. Io non sapevo nem­meno di che partito fosse. A me interessavano tre cose: mi interessava la lotta contro i tedeschi, la repubblica, perché condannavo l'atteg­giamento di Sua Maestà Vittorio Emanuele III, e mi interessava la democrazia. E l'avvocato Fortini mi dette que­sto pacco di propaganda e poi mi disse: «quando arrivi a Siena cerca: qualche cosa troverai». «Ma che troverò a Siena?» non riu­scivo a ca­pire. E allora partii in treno, la notte…”

I valori della libertà e della giustizia sociale sui quali si sarebbe dovuta fondare la nuova Italia la portarono a militare nel partito d’Azione. In qualità di sua rappresentante fondò a Siena nell’ottobre 1944, insieme a Tina Meucci, Anna Gradi e Alba Pieri, l'Unione Donne Italiane. Allo scioglimento del Partito d'Azione, aderì al movimento di Unità popolare prima e al Partito Socialista poi. Ma la sua intransigenza, il rifiuto di ogni compromesso, a cui anche la miglior politica deve sottostare, portarono ben presto Bruna “a far parte per se stessa”. Ciò non significò comunque isolamento.

Riprese gli studi e si laureò in Lettere e Filosofia e nel ’69 accettò la candidatura al Consiglio Comunale di Siena come indipendente nella lista del P.C.I., l’unico partito che riteneva ancora fedele agli ideali della Resistenza in lei sempre vivi. Svolse il compito di assessora all’istruzione e ai servizi sociali con generosa sollecitudine: si deve a lei l'intitolazione delle scuole materne comunali a Baldovina Vestri e ad Anna Maria Enriquez Agnoletti. Il movimento per la pace e la non violenza la vide impegnata a fianco di Aldo Capitini di cui ebbe sempre l'amicizia e la stima. Diresse a lungo l’Istituto Storico della Resistenza senese che aveva contribuito a fondare. Questi impegni non tolsero tempo ed energie a quello che per oltre quarant’anni fu il suo lavoro amatissimo, l’insegnamento. Come docente di storia e filosofia ha parlato a generazioni di giovani senesi trasmettendo loro, attraverso le parole e le opere delle grandi figure del passato, un messaggio di amore per la libertà e la democrazia.

Socia ordinaria dell’Accademia senese degli Intronati, è stata autrice di numerosi saggi e volumi, specie d’argomento storico-filosofico e di storia del giornalismo. I suoi lavori sul giornalismo senese in particolare, raccolti in 4 volumi dall’editrice La Pietra nel 1995, offrono una paziente analisi di tutte le testate cittadine dalla metà dell’800 alla prima guerra mondiale. Un’operazione che può sembrare a prima vista frutto di curiosità erudita, ma che in realtà si svolge coerentemente con una concezione della cultura e della storia, anche locale, finalizzata alla costruzione della coscienza critica di una comunità.

Il suo giudizio su uomini e cose rimase per tutta la vita ancorato alla condanna della violenza cialtrona che del fascismo era stata carattere dominante. Bruna Talluri fu una delle più significative figure di donne senesi di una generazione forgiatasi nella durezza della lotta contro il fascismo, in nome di quei valori di libertà e democrazia che ancora oggi hanno bisogno di essere testimoniati.

 

Scritti di Bruna Talluri

 

I riflessi della cultura europea del XVIII secolo nei saggi filosofici di Francesco Algarotti, in “Miscellanea di studi in onore del prof. Eugenio Di Carlo”, Trapani 1959.

Giovanni Nicola Bandiera e il Dictionnaire di Pierre Bayle, «Studi senesi», LXXII (1960), pp. 494-499.

Il conteso territorio di Comacchio e l’intervento del Sant’Uffizio contro Uberto Benvoglienti, erudito senese (1709-1712), «Studi senesi», LXXIII (1961), pp. 147-172.

Pierre Bayle, Milano 1963;
L’anti-Machiavelli e Voltaire politico, «Studi senesi», LXXV (1963), pp. 336-358.

La Civiltà cattolica e il fascismo. 1922-1924, «Studi senesi», LXXVII (1965), pp. 285-330.

La Civiltà cattolica e il fascismo. 1925-1929, «Studi senesi», LXXVIII (1966), pp. 258-298.

Benedetto Croce e la Civiltà cattolica, «Studi senesi», LXXIX (1967), pp. 236-252.

Il giornalismo democratico senese da Aspromonte a Mentana, «Studi senesi», LXXX (1968), pp. 337-371.

Il Nuovo Paese, giornale socialista diretto da Francesco Cellesi, «Studi senesi», LXXXIV (1972), pp. 487-514.

La Martinella e il giornalismo senese radicale e socialista (1880-1894), Montepulciano 1983.

Il giornalismo senese liberale e democratico (1860-1880), Montepulciano 1983.

Il giornalismo senese tra democrazia e socialismo: 1860-1900, in “Studi per Mario Delle Piane”, Napoli 1986, pp. 183-238.

La ‘svolta’ del Novecento e il giornalismo senese, «Bullettino senese di storia patria», XCIV (1987), pp. 176-277, XCV (1988), pp. 225-332 e XCVI (1989), pp. 210-302.

La politica italiana nei giornali senesi (1861-1862), Milano 1993.

La politica italiana nei giornali senesi (1882-1900), Milano 1993.

La ‘svolta’ del Novecento e il giornalismo senese, Milano 1994.

Le origini del fascismo e il giornalismo senese (1919-1922), Milano 1994.

Il Partito d’azione a Siena: la sua origine e la sua conclusione nei ricordi di una partigiana 'azionista', in “La nascita della democrazia nel Senese. Dalla liberazione agli anni ‘50, atti del convegno (Colle Val d’Elsa, 9-10 febbraio 1996)”, a cura di A. Orlandini, Firenze 1997, pp. 179-194.

 

Fonti

S. Folchi, Intervista con Bruna Talluri, 2003 – Archivio Istituto Storico della Resistenza senese.

B. Talluri, Diari dal 1939 al 1954, inediti.

Testimonianze orali della sorella Maria, di amiche e amici e di ex studenti.

 

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Arcangela (ElenaCassandra) Tarabotti

(Venezia, 1604 – 1652)

 

Non risultano intitolazione a suo nome.

Una voce dal chiostro in favore delle donne
di Silvia S.G. Palandri

Nella Venezia del XVII secolo, in cui le lotte con i Turchi erano ormai meri screzi dopo la vittoria di Lepanto, la Serenissima godeva di un periodo di pace e prosperità, fiorenti erano infatti i suoi commerci nel Levante e nel Mar Nero, era padrona dell’ingresso dell’Egeo.
La Repubblica di San Marco rappresentava l’emblema del benessere, della cultura, del divertimento, dello sfarzo, della moda e del costume e le sue istituzioni ne ricavavano a loro volta lustro e prestigio; era il risultato delle sue politiche e del suo governo:  era stimata, riconosciuta e riverita.
C’era a Venezia nel 1600 però anche qualche voce dissonante, le voci delle donne. Così, al fianco di quella colta di Lucrezia Marinelli e di quella letterata di Moderata Fonte, se ne  alzò una anche dal chiuso di un convento, che riuscì tuttavia a far sentire quale fosse la realtà sociale di molte donne veneziane. 
Le numerose guerre da cui usciva Venezia avevano causato alterne crisi economiche, per cui era stato necessario innalzare la dote maritale per salvaguardare la classe nobiliare. Questa strategia politica rese più vantaggiose le meno esose doti dei Conventi e incoraggiò le famiglie veneziane a far monacare a forza le proprie figlie per proteggere il patrimonio familiare o per trovare una sistemazione a quelle meno piacenti o con qualche difetto fisico. Tale fu la sorte di Elena Cassandra Tarabotti che nel 1620 venne fatta monaca, con il nome di Suor Arcangela, nel convento di Sant’Anna da cui non uscirà più.
Il suo destino fu l’emblema delle monacazioni forzate, ma questo aspetto è solo un lato di una questione più complessa. Arcangela Tarabotti, infatti, riflettendo sulla sua condizione di monaca senza vocazione, riesce a trovare le motivazioni sociali della subordinazione femminile che è una condizione socialmente ereditata. Questa sua presa di coscienza diventa la base per ricercare una rivalsa della condizione femminile: da vittima diventa combattente e la sua cultura, vasta ma non accademica, diventa la sua arma. Nelle sue opere Suor Arcangela individua, partendo dalla sua situazione personale, una condizione comune alle altre veneziane, il cui mezzo di riscatto è l’istruzione. Infatti tramite la cultura, che deve diventare appannaggio anche delle donne, sogna una rivincita del genere femminile.
In tutti i suoi scritti denuncia quella che lei stessa definirà la “tirannia paterna”, emblema del più ampio potere dell’uomo sulla donna. Ricorda nelle sue opere quanto la situazione femminile dipenda non da un’inferiorità insita nella natura delle donne, come gli intellettuali dell’epoca sostenevano ma da costruzioni sociali che condizionavano la vita femminile. L’inferiorità femminile era sancita da una condizione giuridica, economica, patrimoniale e sociale che non permetteva, in maniera sostanziale, alle donne di essere libere.
Accusa nei suoi scritti l’istituzione familiare, il padre traditore che, mistificando anche le Sacre Scritture, inganna la propria prole per rinchiuderla in convento; ma critica anche lo Stato veneziano perché antepone la Ragion di Stato alla salvezza delle anime delle sue cittadine, sacrificando la vita di queste donne per meri scopi economici. Infine, però, incolpa anche l’autorità religiosa che vede inerme quando non collusa: “[…] l’interesse di Stato, padre di tutti gli errori, contamina anche questi supremi ministri i quali per tal causa permettono che si facciano monache delle fanciulle che hanno ben altre aspirazioni”.
Suor Arcangela era poi particolarmente risentita dal disprezzo che gli uomini usavano nei riguardi delle donne, riteneva vigliacco da parte loro prendersi gioco delle donne in quanto ignoranti e allo stesso tempo però negare loro un’istruzione.
Individua in questa mancanza la base della fragilità femminile; l’incapacità di interpretare la realtà e di gestirla dipendeva dal fatto che esse non erano ritenute idonee ad avere un’educazione.

Nell’ambito della così detta “querelle des femmes” che nel Seicento riguarda proprio il tema dell’istruzione femminile, concepita solo come mezzo per placare e contenere la natura malvagia e falsa della donna, anche per coloro, pochi, che sostenevano la necessità di un’educazione femminile, era necessario limitarne l’applicazione alla realizzazione personale, necessariamente legata ai lavori domestici e alla cura della prole.
Arcangela Tarabotti invece vede in questa lacuna un problema reale, capace di condizionare l’intera società, poiché senza un’istruzione le donne sarebbero state ancora escluse dalle cariche pubbliche, dalle professioni, dalla società. Suor Arcangela, nel XVII secolo, individua nella mancanza di rappresentatività femminile un perno sociale essenziale senza il quale la società non funziona, perché alle donne non sono garantite le stesse opportunità. Quindi istruzione anche come sinonimo di possibilità, che vanno date realmente al genere femminile altrimenti, come sosteneva, “non resta che perdere, a chi ha perduto la libertà”.
Pretende quindi un’istruzione fino ai massimi livelli finalizzata ad un valore sociale che le donne dovevano acquisire: il lavoro e la possibilità di occupare anche cariche pubbliche per contribuire così attivamente alla società da attrici significanti: “Permettete alla donna di frequentare la scuola, ammettetela nelle vostre università e vedrete s’ella non saprà professare quanto voi la magistratura, la medicina, la giurisprudenza e il resto”.
Sostenitrice della libertà personale  vede nella eterogeneità della natura una chiara manifestazione del libero arbitrio e quindi anche delle inclinazioni personali che alle donne sono negate, perché troppo condizionate da schemi estranei fino al punto di impiegare le loro vite a ricercare la conformità con modelli sociali imposti ma che in realtà non rappresentavano la vasta gamma delle sensibilità femminili che rimanevano inespresse e che esse stesse si convincevano di non avere, ritrovandosi così a sprecare la loro vita nella ricerca di un modello che non apparteneva loro.
Arcangela Tarabotti, che si definiva “sfornita di scienza”, capisce che l’istruzione rende liberi e permette la consapevolezza di se stessi, delle proprie capacità e volontà; un mezzo per capire la realtà, fonte di libertà di scelta ma anche di libertà economica. Il suo pensiero, straordinariamente complesso e moderno, appare un messaggio valido ancora per la nostra società, un messaggio attuale che, attraverso i secoli, raggiunge un traguardo insperato e inimmaginabile per lei che non poteva essere “una stella errante, ma più tosto una stella fissa, condannata nel cielo di un chiostro per sempre”.

Fonti
Zanette E., “Suor Arcangela monaca del Seicento veneziano”, Venezia-Roma, Istituto per la collaborazione Culturale, 1960
Conti Odorisio G., “Donna e società nel Seicento”, Roma, Bulzoni Editore, 1979
Medioli  F. (a cura di), “L'Inferno monacale di Arcangela Tarabotti”, Torino, Rosenberg&Sellier, 1990.
Weaver  E. (a cura di), “Satira e Antisatira, Francesco Buoninsegni, Suor Arcangela Tarabotti”, Roma, Salerno editrice, 1998.
Panizza  L. ( a cura di), “Paternal Tyranny”, Chicago, University of Chicago Press, 2004.
Bortot  S. (a cura di), “La Semplicità ingannata”, Padova, Il Poligrafo, 2008.

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Maria Barbara Tosatti

Una via si trova nel suo comune di nascita e una via a Roma, luogo della sua vita e della sua morte. Anche il Comune di San Benedetto del Tronto ha proceduto a intitolarle una strada.

 

Come una giornata di marzo fredda e ardente   
di Roberta Pinelli

 

Della sua passione per la vita, che lei stessa ha descritto con il verso che dà il titolo a questo ritratto, nulla resta.

Maria Barbara Tosatti nacque a S.Felice sul Panaro, in provincia di Modena, il 4 settembre 1891 da Arturo e Pia Paltrinieri. Così uno dei figli descrisse i genitori: “Lei era una bellissima ragazza, colta, distinta, statuaria; lui un giovane avvocato e notaio di bell’aspetto, dolce, intelligente. Una bella coppia, come si suol dire”. Per le esigenze lavorative del padre notaio, nel 1904 la famiglia si trasferì a Roma. Qui Maria Barbara Tosatti frequentò la scuola con ottimi risultati, acquisendo sia la maturità classica sia l’abilitazione magistrale. Studiò prevalentemente da sola, in particolare sui classici italiani e francesi, e apprese così bene il latino e il greco da poter leggere Virgilio e Saffo nel testo originale. Il fratello Quinto così la tratteggiò: “di indole lieta, anzi giuliva, che spesso si esprimeva cantando”. Già durante gli studi iniziò a collaborare con il padre nella sua attività professionale, ma nel 1915 si manifestarono i primi sintomi di una grave malattia ai polmoni. Fu quindi costretta forzata ad abbandonare il lavoro e a mettere da parte ogni velleità di insegnamento, professione a cui tanto avrebbe desiderato dedicarsi. Furono necessari, per tutta la sua breve esistenza, continui pellegrinaggi da una stazione climatica all’altra, fino al 17 aprile 1934 quando nel sanatorio dell’ospedale Umberto I di Roma, a causa di una pleurite e dell’asma, la malattia ebbe la meglio sulla sua tempra lungamente provata.

Un piccolo numero di sue liriche fu pubblicato nel 1928 sulla rivista Nuova Antologia, ma solo due anni prima della morte uscì il suo libro di poesie Canti e preghiere, che segnalò Maria Barbara Tosatti come una “donna padana di talento”, come scrisse il critico Pietro Pancrazi sul “Corriere della Sera”. Fu lui a indicare anche la “viva coscienza religiosa” della giovane scrittrice e a denotare nel suo linguaggio “quel sentimento che accusa la presenza non confondibile di un poeta”.

Come spesso accade alle donne, il cui talento stenta a essere apprezzato come espressione autentica e autonoma e che molte volte trova maggiore legittimazione se affiancato ad un nome maschile di prestigio, al suo tempo fu considerata una “Leopardi in gonnella”, poiché al Leopardi si rifece come modello di stile. Simile fu ritenuta la sua capacità di sublimare il dolore, come appare scritto nel suo diario: “Contentarci… e di che? di una miserabile vita dove il male e il dolore imperano, dove anche l’amore, anche il bene tralignano, e falliscono, e fuggono! Contentarci non del mistero, ma dell’incomprensibile, dell’assurdo, contentarci della morte, del nulla, dopo aver intuito Dio, il bene assoluto, la giustizia, la verità, la pace, l’amore la bellezza. No, Mai!”. Permeata da una fortissima religiosità, scrisse anche: “La vera preghiera è poesia, e forse ogni vera poesia è preghiera”.
Una sua poesia, intitolata “Vultum tuum Domine requiram” (Il tuo volto, Signore, cercherò), recita:Quando verrà, Signore, quel beato giorno che d’ogni vana cosa su me l’oblio disceso alfine, soli resteremo Signore, Voi ed io?”. Facendo della propria esperienza di sacrificio e di dolore il lievito della propria fede, riuscì a trovare una serena accettazione del suo tragico destino: non tanto serena, tuttavia, da non essere a momenti turbata dal pensiero della giovinezza sfiorente o dal rimpianto della vita non potuta godere, della felicità appena intravista.

Oltre ai diari, furono pubblicate liriche, preghiere, canti e pensieri, i cui temi salienti riguardano la famiglia, lo spettacolo della natura e, soprattutto, la morte quando la malattia le rese chiaro che avrebbe avuto una vita breve.

Abitò sempre con la madre e con il fratello Quinto, con il quale ebbe un rapporto affettuosissimo. Quinto Tosatti, senatore ed erudito, che dopo un tentativo di farsi prete aveva abbandonato il seminario e, per un periodo, anche la fede, confidò a un amico: “Sono convinto che la verginità e l’offerta totale di sé come vittima a Dio siano state il prezzo per il mio ritorno a Dio. Ho fatto quanto ho potuto per lei, ma non pagherò mai il mio debito”.

Fu proprio Quinto Tosatti a curare con passione le edizioni postume degli scritti della sorella Maria Barbara, tutti incentrati sull’acuto desiderio di non rinnegare le grandi domande del cuore.

 

Opere di Maria Barbara Tosatti

Canti e preghiere. Liriche, pensieri, lettere (a cura di Quinto Tosatti), Brescia, Morcelliana, 1939

 

Fonti

Bassoli Vincenzo, La poesia di Maria Barbara Tosatti, Milano, Gastaldi 1950

Colognesi P., M.Barbara Tosatti. Senza rinunciare al desiderio in L’umana avventura, Bari, Edizioni di Pagina, 2008

http://www.treccani.it/biografie/

 

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Elisa Trapani

 

(Marsala, 1906 - Milano, 1989)

 

La sua città natale le ha dedicato una via nell’ambito delle iniziative promosse da Toponomastica Femminile.
In occasione del centenario della nascita, la figlia Anna De Simone ha voluto ricordarla dando alle stampe un delicato volume in edizione privata dal titolo Caro Michele. Fiabe e racconti della tua bisnonna e Davide Torrecchia, giovane studioso della Facoltà di Lettere di Palermo, ha pubblicato sulla rivista Michelangiolo un bellissimo saggio sulla sua opera.

 

La Liala della Sicilia

 

di Corrada Fatale e Cristina Marescalco

 

Parlava spesso di quella stagione, mia madre (…)
Quanto vorrei ascoltarla adesso! Non immagini cosa darei per incontrarla sulla strada di casa, e ripercorrere con lei la storia della sua vita, che ha lasciato filtrare qua e là nei romanzi e nelle novelle, dove si intravedono frammenti della

sua infanzia... Caro Michele, noi siamo fatti in gran parte di memorie del passato…

                                                                                     Anna De Simone, Caro Michele. Fiabe e racconti della tua bisnonna

 

Così Anna De Simone parla al nipotino della madre Elisa Trapani, scrittrice prolifica di romanzi rosa, di cui inspiegabilmente non c’è traccia nei manuali di storia letteraria e neppure nelle antologie, pur avendo pubblicato in vita settantuno romanzi e più di duemila testi brevi, tra novelle, racconti e fiabe.

Come hanno affermato Anna Arslan e Maria Pia Pozzato “Sgombrato il campo da un pregiudizio di ordine antropologico che impedisce l’approccio non solo alle società diverse, all’altro da sé, ma anche a quelle manifestazioni sotterranee, a quei codici minori, che reggono le nostre stesse società, va chiarito che in sostanza il rosa, come fatto letterario è un prodotto tipico dell’organizzazione novecentesca della civiltà letteraria nazionale, collocato all’interno del moderno mercato delle lettere e destinato a definire il perimetro di una scrittura femminile che serva l’universo totale e separato della letteratura femminile”.

Suddiviso in vari filoni “l’infinito pulviscolo delle instancabili romanzatrici”, come ebbe a definirle Benedetto Croce, uno antecedente alla prima guerra mondiale, uno fra le due guerre e uno postbellico, va sottolineato come, a partire dagli anni ’30 del Novecento, la letteratura rosa subisca una svolta in rapporto allo sviluppo, anche in Italia, di una editoria moderna che individua precisi settori di mercato e diverse fasce di lettori  attuando collane specializzate:  i polizieschi con la copertina in giallo  e i romanzi rosa, come hanno scritto Antonia Arslan e Maria Pia Pozzato.

In questo contesto si colloca la scrittrice marsalese trapiantata a Milano.

Elisa nasce a Marsala il 2 maggio 1906, frequenta la scuola elementare e l’istituto tecnico diplomandosi a 14 anni. Pur manifestando attitudine e interesse per la letteratura, le viene negata la possibilità di frequentare il ginnasio poiché all’epoca le donne, soprattutto in Sicilia, non andavano oltre i primi anni dell’istruzione; nonostante ciò riuscirà a conseguire il diploma di maestra. Nel 1915 il padre viene richiamato in guerra e in questo periodo Elisa comincia a tenere un diario, pratica che testimonia la sua consuetudine giornaliera con la scrittura quale esercizio di sopravvivenza. Il suo è un desiderio intenso e autentico che non l’abbandonerà mai: dare forma a idee, pensieri, emozioni, sentimenti.

Vita e scrittura s’intrecciano: “Ha riempito così la sua solitudine, i tempi duri dell’assenza del padre…ma Elisa, giovanissima non si è mai persa d’animo e ha continuato a studiare da sola, a leggere, a scrivere…” come testimonia la figlia Anna.

Nel 1925 la famiglia Trapani si trasferisce al Nord, a Trento prima, dove il padre di Elisa lavora come impiegato di prefettura, poi a Livorno e infine a Milano, dove l’autrice, che intanto si è fidanzata ufficialmente con Giuseppe De Simone, vivrà dal novembre 1927 fino alla morte.

Nel 1927 inizia a scrivere, su giornali per ragazzi, settimanali e riviste femminili, novelle, racconti, fiabe e romanzi a puntate; firma racconti e puntate di romanzi sul “Corriere dei piccoli”, il “Monello”, il “Balilla”, successivamente su “Grazia”, “Annabella”,” Gioia”, “Marie Claire”, “Intimità”, “Grandi firme”. Elisa Trapani diventerà, pian piano, una delle firme “rosa” più note assieme a Liala, Luciana Peverelli, Annamaria Tedeschi, molto apprezzata dal musicologo Eugenio Gara e da Giorgio Scerbanenco, futuro autore di gialli ambientati a Milano, dai direttori di “Novella” e “Annabella” e da una delle figure più importanti del mondo editoriale, la bolognese Emilia Salvioni.

Il tratto della sua scrittura è delicatissimo nelle narrazioni brevi, pertinente il tono, soprattutto nelle pagine umoristiche scritte per ragazze e ragazzi dove l’intento pedagogico non soffoca la narrazione: basti citare le Sette favole di animali, Le Fate hanno messo il telefono e Matematica e poesia.

Numerosi i suoi romanzi: il primo volume vede la luce nel 1936 col titolo, poco ortodosso per i canoni della letteratura rosa, di Denaro batte amore 3 a 0 (casa editrice Abc Torino); a questo seguono, tra gli altri, Come l’acqua (Mondadori, 1945), Delirio (Rizzoli, 1946), Terza liceo (Cappelli, 1952), Un uomo bussa alla porta (Mursia, 1969), Quella notte (1972), Quasi una fiaba (1973), Il segreto di Viola (1974), entrambi editi da Mondadori, e Adorata dagli uomini (Salani, 1976).
L’anno successivo pubblica sempre, con Salani, uno dei romanzi più riusciti La sposa del sud, che “può essere considerato una vera e propria cartina di tornasole, una sorta di fil rose che lega l’autrice al genere in questione e agli archetipi o topoi del suo immaginario…” come scrive Davide Torrecchia.

Nello stesso anno Elisa Trapani riceve da Sandro Pertini la medaglia d’oro per i quarant’anni di giornalismo. La sua vita trascorre tranquilla, circondata dall’affetto del marito e dei due figli, Anna e Giorgio. Fino all’età di ottanta anni continua a scrivere e pubblicare: nel 1982 vede la luce il suo ultimo romanzo, Bionda straniera.

Muore nel 1989 in una clinica di Milano. Scrive ancora la figlia Anna: “Questa tua bisnonna coltivava anche il sogno di scrivere per se stessa e di raccontare un giorno la storia della sua famiglia sullo sfondo della campagna siciliana, dove era stata bambina con i nonni e della quale sono rimaste soltanto alcune vecchie fotografie: due bambine sotto un albero immenso alla Pispisìa; una casa misteriosa…una Sicilia mai dimenticata nella quale erano avvenute le sue prime scoperte della vita, degli altri, dell’amicizia, dell’amore…”.

 
Fonti

Anna De Simone, Caro Michele. Fiabe e racconti della tua bisnonna, 2006

Anna Arslan e Maria Pia Pozzato, Il rosa, in Letteratura italiana. Storia e geografia. L’età contemporanea, diretta da Asor Rosa, Einaudi, Torino, 1989, vol.III

Davide Torrecchia, Una storia rosa antico, in “Caffè Michelangiolo”, a. XIII n. 3

La Repubblica, Archivio 04/07/2009

Corriere della Sera, Cultura 20 agosto 2009        

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