JUNKO TABEI

La prima donna a scalare l'Everest, lo Shisha Pangma e le Seven Summits

Miharu, Fukushima 22.9.1939 - Kawagoe, Saitama 20.10.2016

 

Questa piccola donna con gli occhiali, che sarebbe poi diventata la prima alpinista a salire sull’Everest, nacque il 22 settembre 1939 in Giappone, nella prefettura di Fukushima.
Fin dalla scuola elementare, grazie alla sua maestra, si avvicinò alla montagna iniziando ad arrampicarsi sul vicino Monte Nasu.
Completati gli studi universitari in Letteratura Inglese e combattendo contro la radicata tradizione nipponica che riteneva non appropriati per le donne i sogni di avventura, nel 1969 fondò un club di alpinismo per sole donne, il Ladies Climbing Club: Japan. Nel frattempo si era sposata e con il marito salì tutte le più alte vette del Giappone e delle Alpi, fra cui il Cervino.
Nel 1970 un giornale e una televisione giapponese, cedendo anche alla sua insistenza, decisero di finanziare una spedizione femminile sul monte Everest, che nel 1953 era stato conquistato da Hillary e Tenzing Norgay, ma che nessuna donna aveva ancora salito. Junko Tabei fu una delle quindici donne selezionate per l’impresa. Iniziò una preparazione di cinque anni, durante la quale, nel 1974, Junko Tabei conquistò il suo primo record salendo, con altre tre alpiniste giapponesi, sulla vetta del Manaslu, prima donna al mondo a salire su un Ottomila. Nel 1975 la spedizione attaccò l’Everest per la via normale del Colle Sud e la cresta sud-est. Nonostante una valanga che colpì la spedizione, fortunatamente senza fare vittime, il 16 maggio 1975 Junko Tabei, all’età di 35 anni, toccava la cima dell’Everest, prima donna al mondo.
Da allora non ha mai smesso di salire sulle montagne più alte; è infatti suo anche un altro primato, conquistato nel 1992: è stata la prima donna ad avere completato le Seven Summits, cioè ad aver salito la cima più alta di ognuno dei sette continenti terrestri.
Fino a 69 anni di età, sette otto volte all’anno è andata all’estero per scalare la montagna più elevata di ogni paese; nel marzo 2008 scalò la vetta più alta di ben 56 paesi.
Nel 2000, a dimostrazione della sua sensibilità sociale e ambientale, ha completato presso l’Università di Kyushu un master in culture sociali comparate con uno studio sul problema dei rifiuti in Himalaya. Ancora oggi è presidente dell’Himalayan Adventure Trust of Japan, organizzazione nata per proteggere l’ambiente himalayano. Fa parte del Consiglio del Club Alpino giapponese, del Consiglio Centrale presso il Ministero giapponese dell’Ambiente, del Consiglio dell’Università Showa Women e direttrice dell’associazione giapponese di Trekking. Ha dichiarato: «
La tecnica e la capacità da sole non ti fanno arrivare in cima. È la forza di volontà che è più importante. Questa forza di volontà non si può comprare con i soldi o essere regalata dagli altri. Sorge dal tuo cuore». 
Un modello per le donne del mondo, non solo per le alpiniste.
Nel 1987 un astronomo ceco, Antonin Mrkos, le ha dedicato un asteroide da lui appena scoperto, chiamandolo “6897 Tabei”.

Roberta Pinelli


Fonti: 
www.japantimes.co.jp/
http://www.everesthistory.com/tabei.htm
www.italnews.info
www.encyclopedia.com
www.mcnbiografias.com
www.britannica.com

 

 

 

 


SOPHIE TAEUBER ARP

La prima donna sulle banconote svizzere

Davos, 19.01.1889 -  Zurigo, 13.01.1943

In suo onore troviamo Sophie Taeuber Strasse a Zurigo, Sophie Taeuber Arp Weg a Berlino, Rue Sophie Taeuber Arp a Strasburgo.

 

Il cappello a calotta in testa, come prescriveva la moda femminile, lo sguardo sicuro rivolto in avanti: così appare, sullo sfondo verde del taglio da 50 franchi svizzeri, Sophie Taeuber Arp, la prima donna elvetica ad essere raffigurata su una banconota. Lo ha meritato pienamente questo onore Sophie, una delle più significative artiste d’avanguardia della prima metà del XX secolo. Presentarla nella sola veste di “pittrice” è riduttivo, perché è stata anche ballerina, scenografa, costumista, scultrice, designer, stilista, architetta d’interni, specialista di materie tessili e docente di tessitura e ricamo. E ancora: Sophie Taeuber è stata fra le anime del Cabaret Voltaire, dove vide la luce il Dadaismo, una vera pioniera dell’arte astratta del Novecento che cercò di mettere sullo stesso piano le arti cosiddette “maggiori” e le arti “minori”, ribaltando consuetudini  culturali molto radicate.
Nata a Davos il 19 gennaio del 1889, a partire dal 1904 frequentò a San Gallo un istituto privato per il disegn, la creazione e la progettazione, passando tre anni dopo alla Zeichnungsschule dell’Industrie - und Gewerbemuseum nella stessa città. Negli anni Dieci la sua formazione proseguì in prestigiose scuole d’arte applicata a Monaco di Baviera e ad Amburgo, riuscendo ad arricchire ulteriormente il suo già brillante talento artistico. Rientrata in Svizzera, nel 1916 fu nominata docente di disegno tessile allo Schweizerische Werkbund di Zurigo, città che in quegli anni si stava trasformando in uno dei centri più interessanti per le avanguardie del primo Novecento. Frequentando il Cabaret Voltaire, dove si esibiva come ballerina e dove realizzava anche le scenografie per gli spettacoli, conobbe Hans Arp, cofondatore del Dadaismo e suo futuro marito. Il loro fu un vero sodalizio, una comunanza di vita artistica, spirituale e affettiva lunga una vita intera che non ha prodotto, però, gli stessi riconoscimenti. È spesso capitato alle grandi artiste di rimanere chiuse all’interno di una “barriera di silenzio” capace di far svanire in breve tempo la loro memoria. Il percorso artistico e professionale di Sophie Taeuber Arp è rimasto a lungo nascosto nel cono d’ombra del celebre marito, il suo talento lasciato in una posizione subordinata, costretto in una marginalità dovuta in parte anche alle ricerche sulle arti decorative, ritenute meno prestigiose.  Eppure il suo lavoro in quel campo è stato significativo per i movimenti d’avanguardia del primo Novecento, le sue creazioni di tessitura e ricamo sono state fondamentali punti di partenza per le ricerche pittoriche, oltre a costituire, per la coppia Taeuber Arp, un sicuro apporto finanziario per la vita quotidiana.
Il linguaggio astratto di Sophie è stato caratterizzato, negli anni, da forme chiare, sobrie, pure, senza alcun riferimento o suggestione verso elementi naturali: linee, rettangoli, quadrati, triangoli, cerchi, angoli retti, accompagnati da accordi cromatici armonici. Ma l’arte astratta, logico approdo di un cammino nato nelle arti applicate, non le fece dimenticare il mondo delle arti decorative. Nel 1918 realizzò per l’opera di Carlo Gozzi Il re cervo la scenografia e le marionette, figure stilizzate vivacemente decorate con le articolazioni e i meccanismi a vista che, a distanza di decenni e a dimostrazione del loro alto valore, hanno ispirato la collezione e la campagna pubblicitaria della casa di moda Fendi per l’autunno/inverno 2015-2016.
Nel 1927, dopo essersi trasferita in Francia con il marito, le fu affidata la ristrutturazione e la decorazione interna del Cafè- dancing Aubette a Strasburgo. Fu un progetto ambizioso, di grande rilevanza, e Sophie si fece affiancare dal marito e dal pittore architetto olandese Theo van Doesburg. Con i compensi ricevuti per l’incarico della cosiddetta “Cappella Sistina dell’arte astratta”, andata in seguito distrutta, Sophie Taeuber e Jean Arp acquistarono un terreno a Clamart - Meudon, non lontano da Parigi, sul quale fu costruita la loro abitazione- studio progettata dalla stessa Sophie che realizzò anche i mobili.
Durante la permanenza a Parigi, la pittrice svizzera si unì al gruppo artistico “Cercle et Carré”, partecipando alla mostra nel 1930 insieme a molti giganti della avanguardia europea come Mondrian, Kandinskij, Pevsner, lo stesso Arp; dal 1932 al 1936 fu vicina al gruppo “Abstraction - Création” e ne condivise i linguaggi e le ricerche non figurative. Fondò nel 1937 la rivista “Plastique”, che venne pubblicata per soli due anni, diventandone redattrice e dedicandosi anche alla impostazione grafica. Nel 1938 le sue opere furono esposte a Parigi, all’Exposition intemational du Surrealisme, e a Londra, all’Exposition of Contemporary Sculpture della galleria Guggenheim Jeune. In quegli stessi anni il costante e saldo sodalizio con il marito la portò a realizzare opere in legno come “Scultura matrimoniale” e “Wegweiser”, oltre alla serie dei disegni denominati “a quattro mani”.
Nel 1940 l’occupazione nazista di Parigi cancellò qualsiasi prospettiva di libertà, Sophie e Jean decisero di trasferirsi a Grasse, nel sud della Francia, dove restarono fino al 1942, cercando in ogni modo di partire per gli Stati Uniti d’America. L’ultimo spostamento, nel mese di novembre, ebbe come meta Zurigo, dove la neutralità svizzera poteva garantire la salvezza. Furono le ultime settimane di vita dell’artista. Nella notte tra il 12 e il 13 gennaio del 1943 Sophie Taeuber Arp morì per le esalazioni di monossido di carbonio.
È rimasta sconosciuta ai più fino all’inizio degli anni Ottanta del XX secolo, quando una retrospettiva organizzata dal MoMA di New York le ha restituito visibilità e notorietà internazionale. Sue opere sono conservate al MoMa, al Centre Pompidou di Parigi, al museo Kröller-Müller a Otterlo in Olanda, al museo Correr di Venezia e in altre istituzioni pubbliche e private.

 

Barbara Belotti

Fonti: 

Ann Sutherland Harris, Linda Nochlin, Le grandi pittrici 1550-1950, Milano, Feltrinelli, 1979 (1° ed. New York 1976)
Lea Vergine, L’altra metà dell’avanguardia, Milano, Gabriele Mazzotta editore,1980, pp. 201-203
Nancy G. Heller, Women artists.
An illustrated history, Abbeville Press Publishers, 1987, pp. 132-133
Martina Corgnati, Artiste.
Dall’impressionismo al nuovo millennio, Milano, Bruno Mondadori, 2004, p. 45
http://correr.visitmuve.it/it/mostre/archivio-mostre/jean-arp-sophie-taeuber-arp-dada-e-oltre/2011/10/4823/sophie-taeuber-arp/
http://www.aargauerkunsthaus.ch/fileadmin/user_upload/Medienmitteilungen/Comunicato_stampa_Sophie_Taeuber-Arp_agosto2014.pdf
http://www.swissinfo.ch/ita/dall-oscurit%C3%A0-alla-banconota-da-50-franchi/40852498
http://www.hls-dhs-dss.ch/textes/i/I21964.php

 


 

TROTULA de' RUGGIERO

La prima ginecologa e la prima pediatra della storia

 

Salerno 1035/40 - 1097

 

Vie a lei intitolate si trovano a Roma, Salerno, Eboli (SA). Trotula Corona è il nome attribuito in suo onore a una formazione esogeologica del pianeta Venere

 

Salerno, primi decenni dell’anno Mille: la città, al centro del Mediterraneo, primeggia non solo per floridezza economica, ma soprattutto per l’alto livello degli studi matematici e filosofici. Qui nacque intorno al 1035/40, nel castello paterno della nobile famiglia de' Ruggiero, Trotula, nota anche come Trocta o Trotta. Quel poco che si sa della sua vita è avvolto in un alone di leggenda. Trotula, grazie al suo stato di nobildonna, poté studiare alla Scuola Salernitana, la prima e più importante istituzione medica d'Europa nel Medioevo, da molti considerata l'antesignana delle moderne università. Trotula non solo fece regolari studi di medicina, ma fu la prima donna a cui la Scuola Medica Salernitana riconobbe ufficialmente lo status di medico, anzi Medichessa, nonché quello prestigiosissimo di Magistra. 

La Scuola, primo centro di cultura non controllato dalla Chiesa, si fondava sulla tradizione greco- latina risalente a Ippocrate e Galeno, completata da quella araba ed ebraica. Sosteneva il metodo empirico, la cultura fitoterapica, la necessità della prevenzione e permise l’ammissione delle donne agli studi. Importantissimo fu il loro apporto, tanto che divennero famose col nome di “Mulieres Salernitanae”.
Trotula fu sicuramente la personalità di maggior spicco, anche se ci sono giunti anche altri nomi. Continuando gli studi Trotula, descritta come bellissima nelle fonti, sposò il medico Giovanni Plateario ed ebbe due figli maschi che continuarono la professione dei genitori. Si sa che curava quanti ne avevano bisogno, ricchi o poveri, prostitute o religiose violentate, incurante del rischio di tisi e di infezioni. Insegnò alle levatrici le più elementari norme igieniche e, intanto, si confrontava con tutte le eccelse menti che frequentavano quel fervido ambiente culturale che era Salerno. Si racconta che al suo funerale nel 1097, data che sembra confermata dai registri delle morti della cattedrale, avrebbe partecipato un corteo funebre di oltre tre chilometri.

Donna medioevale eppure modernissima, capace per la prima volta di parlare esplicitamente di argomenti sessuali senza nessun accento moralistico, elevò la ginecologia e l’ostetricia a scienza medica, affrancandole dalle pratiche delle levatrici del tempo e liberandole dalle superstizioni che portavano ad accettare i dolori del parto, annunciati dalle Sacre Scritture, e la morte come un destino naturale delle partorienti.

Sulle cause della sterilità, poi, Trotula affermò che esse possono risiedere sia nell’uomo che nella donna, propose adeguati consigli per favorire le gravidanze o controllare le nascite, concepire un maschio o una femmina, simulare la verginità. Non aveva preconcetti morali neanche su temi delicati come la frigidità femminile o l’impotenza maschile, considerava il desiderio sessuale femminile un fenomeno naturale che, quando represso come nelle vedove o nelle religiose, poteva recare sofferenza e persino malattie.
Trotula consigliava rimedi pratici e trattamenti “dolci” per alleviare le sofferenze, come erbe e salassi, bagni caldi e infusioni, pozioni, pomate e massaggi al posto di metodi radicali, utilizzati spesso all’epoca. Considerava la prevenzione l’aspetto principale della medicina e riteneva che l’igiene, l’alimentazione equilibrata e l’attività fisica rivestissero un’importanza fondamentale per la salute.

Trotula prima ginecologa ma anche prima pediatra: seguiva la gestante, la partoriente e la puerpera a cominciare dalle nozioni che riguardano l’individuazione dei segni di gravidanza, la posizione del feto nell’utero, il regime alimentare delle donne gravide. Una volta nato, il bambino meritava cure e attenzioni particolari ed ecco allora il consiglio di tenere il bambino appena nato al caldo, con gli occhi coperti e di non esporlo in luoghi luminosi; di racchiuderlo in fasce affinché le sue membra potessero crescere dritte, di pronunciare accanto a lui dolci cantilene. Alla puerpera venivano prescritti bagni, dieta di cibi caldi, tranquillità e riposo. La balia poi doveva avere un colorito luminoso, bianco e rosso, ed essere giovane e ben nutrita.

Trotula si interessò anche alle cure estetiche che per lei non erano un argomento frivolo. Anzi, la bellezza era il segno di un corpo sano in armonia con l’universo. Nel suo trattato De ornatu mulierum l'autrice suggeriva pomate ed erbe medicamentose per correggere le rughe sul volto o le borse sotto gli occhi; dispensava consigli su come eliminare i peli superflui, ridare candore alla pelle, oltre a dare insegnamenti sul trucco. 

L’eccezionalità di Trotula è dovuta anche al fatto di aver lasciato scritto il proprio insegnamento, rendendolo tramandabile. La sua opera più conosciuta, il De passionibus mulierum curandarum (Sulle malattie delle donne), divenuto successivamente famoso col nome di Trotula Major, è stato edito a stampa per la prima volta nel 1544 da George Krant. Il De ornatu mulierum (Sui cosmetici) è un trattato sulle malattie della pelle e sulla loro cura, detto Trotula minor; ambedue sono stati scritti in latino medievale, una lingua allora diffusa in tutta l'Europa.

Eppure la memoria di Trotula è rimasta insabbiata per secoli, tanto che non pochi studiosi hanno addirittura dubitato della sua effettiva esistenza.In passato le sue opere sono state attribuite ad autori di sesso maschile, a un anonimo, al marito o al fantomatico medico “Trottus”. Recentemente Monica H. Green ha sostenuto che Trotula non è un trattato singolo ma un insieme di tre opere indipendenti, ciascuna delle quali scritta da un autore diverso.

Ai nostri giorni la psicanalista Pina Boggi Cavallo ha restituito alla storia questa donna eccezionale nel campo medico, attribuendo la trasformazione in leggenda della figura di Trotula alla scomparsa delle donne nella storia della medicina, da allora in poi relegate in ruoli marginali.

Infine negli ultimissimi anni le sono stati dedicati tre romanzi.

 

Livia Capasso

 

Fonti: 
Pina Boggi Cavallo, Trotula de’ Ruggiero e il De passionibus: dalla leggenda alla Storia, in Medioevo al femminile, a cura di Ferruccio Bertini, Bari, Editori Laterza, 1993, p.134  
Salvatore De Renzi, Storia documentata della scuola medica di Salerno, Napoli, Gaetano Nobile, 1857, p. 195
Opere di Trotula (in traduzione italiana)
De mulierum passionibus ante in et post partum, Strasburgo 1544;
edizione aldina di Medici Antiqui Omnes, Venezia 1547, e ed. posteriori Sulle malattie delle donne, a cura di Pina Boggi Cavallo, traduzione di Matilde Nubiè e Adriana Tocco, Torino, 1979                                                                                                                                                       
De ornatu mulierum - L'armonia delle donne, a cura di Piero Manni, con interventi di Eva Cantarella e Andrea Vitali, San Cesario di Lecce, Manni ,2014

Tre romanzi ispirati a Trotula:
Vicente Barra, Trotula, Nocera Sup., Print Art edizioni, 2014
Dorotea Memoli, Io, Trotula, storia di una leggendaria scienziata medievale, Cava de’ Tirreni, Marlin,2013
Paola Presciuttini, Trotula, Padova, Meridiano Zero, 2013


 

RIGOBERTA MENCHU' TUM

La prima donna del Guatemala a ricevere il Nobel per la Pace

 Uspantán (Guatemala) 09.01.1959

Risultano molte intitolazioni in Spagna (Saragozza, Reus, Getafe, Rubí, Girona, ecc.), alcune in Francia (ad esempio ad Avignone e Montpellier) e in Messico.

Nata nel 1959 a San Miguel Uspantán Rigoberta è una contadina india, appartenente allo stesso gruppo Quiché decimato dal conquistatore Pedro de Alvarado su incarico di Cortés nel 1524. La sua vita di sofferenze, come quella dei fratelli e della intera comunità, comincia con la venuta a mondo: è la sesta figlia e nasce prematura mentre sua madre lavora nella “finca” a raccogliere caffè, sorte che toccherà anche a lei a partire dagli otto anni; non va mai a scuola e fin da bambina si rende conto della vita miserabile, della sporcizia, dell'ignoranza, dell'emarginazione, dello sfruttamento cui sono costrette le popolazioni di una qualsiasi delle 22 etnie del Guatemala. La terra su cui vivono e che lavorano viene via via sottratta loro dal governo, dai proprietari terrieri, da compagnie nazionali e internazionali con il pretesto dello sviluppo e del progresso. Suo padre, incarcerato due volte, uscito dalla clandestinità è eletto portavoce dalla comunità; attivista del Comitato di Unità Contadina viene ucciso il 31 gennaio 1980, nella capitale, mentre insieme ad altri contadini protestava per ottenere una equa commissione che indagasse sui crimini commessi dall'esercito contro la loro comunità. Le repressioni sempre più feroci costrinsero la famiglia all'esilio, dopo la straziante morte per fame di un fratellino e per tortura di un altro, sedicenne, e il sequestro della madre violentata e uccisa a sua volta. Dall'esilio Rigoberta continua a lavorare per la sua terra e nel '91 partecipa alla stesura della dichiarazione dei popoli indigeni presso le Nazioni Unite; nello stesso anno i rappresentanti di 49 etnie la propongono per il Nobel per la Pace e l'anno successivo il premio le viene assegnato. Nella motivazione è indicata quale «simbolo di pace e di libertà al di là delle frontiere e delle barriere etniche e culturali fra i popoli».
Durante il suo esilio a Parigi, Rigoberta ha conosciuto l'antropologa franco-venezuelana Elisabeth Burgos cui decide di raccontare la propria vita; l'opera è stata pubblicata in francese nel 1983 (Moi, Rigoberta Menchú) e in Messico due anni dopo. L'opera in Italia è nota con il titolo Mi chiamo Rigoberta Menchú e ne sono apparse varie edizioni, anche commentate per la scuola. È un libro prezioso per vari motivi: innanzitutto perché fa entrare il lettore nella vita quotidiana di una india guatemalteca, una realtà altrimenti sconosciuta; poi perché crea un nuovo genere: non si tratta infatti di una biografia né di una autobiografia, non è un romanzo né un saggio, ma piuttosto l'opportunità di dar voce a chi normalmente non ne ha. Elisabeth Burgos si è messa totalmente al suo servizio, è un puro strumento di scrittura, ma la voce è quella di Rigoberta. Anche il linguaggio non appartiene alla scrittrice e alla sua elevata formazione culturale, ma è quello della contadina illetterata, quasi infantile, tipico della narrazione orale, con frequenti digressioni e inserimenti di vocaboli indios. Rigoberta ha dovuto comunque imparare lo spagnolo, la lingua dei dominatori, per uscire dall'isolamento e far sentire la sua voce insieme a quella dei diseredati della sua comunità; così aveva fatto quattro secoli prima lo scrittore meticcio peruviano Garcilaso de la Vega el Inca, utilizzando lo spagnolo anziché il quechua, idioma destinato a scomparire, nella sua famosa opera I commentari reali degli Incas. Rigoberta però non ha rievocato un glorioso passato, ma ha riferito di un desolato presente. Nell'opera emerge forte la bella figura paterna, divenuto un eroe nazionale, ma ha un ruolo importante anche la madre, in cui Rigoberta si identifica: è donna, è indigena, è contadina, tre voci per indicare ancor di più l'emarginazione, la repressione, l'isolamento. Nel raccontare la sua vita Rigoberta non procede sempre in modo cronologico, spesso inserisce elementi di vita quotidiana, riti, usanze, miti, ricordi, descrizioni: «La mia terra è davvero quasi un paradiso, tanto è bella la natura in quei luoghi». Nella sua presa di coscienza Rigoberta è consapevole della frattura fra i due mondi, rappresentati in due realtà ben definite: da un lato i bianchi sulla costa, proprietari delle “fincas” e residenti nelle città, dall'altro gli indios sull'altopiano, con minuscoli appezzamenti coltivati a mais (“milpa”) e residenti negli “aldea”, piccolissimi villaggi persi fra le montagne, dove si lavora il vimine. Due realtà inconciliabili, ma Rigoberta mantiene la narrazione su due piani: la denuncia va di pari passo con il rispetto e con l'amore, valori eticamente superiori a cui la cultura quiché non viene mai meno, nel suo armonioso rapporto con la natura e con i suoi simili.
Nel 1998 ha ottenuto in Spagna il premio Principe delle Asturie per la cooperazione internazionale; nel '99 ha tentato, inutilmente, di far processare per crimini contro cittadini spagnoli e genocidio l'ex dittatore Efraín Rios Montt; nel 2002 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Caorle (Venezia) e nel 2006 il premio speciale Grinzane Cavour.

Laura Candiani

Fonti: 
Elisabeth Burgos, Mi chiamo Rigoberta Menchú , Giunti, Firenze,1987
www.comitatopace.it/materiali/rigoberta/intervista_settembre_2000.htm
www.comitatopace.it/materiali/rigoberta/rm_biografia1.htm
www.biografiasyvidas.com

 

 

 


 

TONI MORRISON

La prima scrittrice afroamericana vincitrice del Premio Nobel

 Lorain, Ohio, Stati Uniti 18.02.1931

 

Le sono state dedicate due strade in Spagna, a Getafe e a Vitoria; nella città natale una scuola elementare porta il suo nome.

 

Toni Morrison, pseudonimo di Chloe Anthony Wofford, è la prima scrittrice afroamericana vincitrice nel 1993 del premio Nobel per la letteratura, conferito ad un’autrice «che, in romanzi caratterizzati da forza visionaria e spessore poetico, dà vita ad un aspetto essenziale della realtà americana».
Nasce a Lorain, città industriale dell’Ohio, dove i genitori originari dell’Alabama sono emigrati per sfuggire al razzismo del profondo Sud. Di famiglia operaia, vive gli anni della Depressione in una condizione economica che la madre definisce “inumana”. Fin da bambina si dimostra un’ottima studentessa, amante della lettura forse anche grazie alla passione per le storie popolari raccontate dal bisnonno nato schiavo, riversate poi nei suoi scritti che oggi rappresentano un vanto della narrativa americana. Segue gli studi umanistici alla Howard University per soli neri. Si laurea nel 1953 in letteratura inglese, alla Cornell University dove fu compagna di studi di LeRoi Jones, leader della rivoluzione nera degli anni Sessanta, e di Andrew Young, leader della lotta incruenta di Martin Luther King, discutendo una tesi sul suicidio nell'opera di Faulkner e di Virginia Woolf.
Tra il 1955 e il 1964 insegna presso l’Università di Houston nel Texas e in quella di Howard. Nel 1959 sposa l’architetto giamaicano Harold Morrison di cui assume il cognome, ha due figli e dopo cinque anni divorzia. Sempre in quel periodo inizia a dedicarsi alla scrittura. Nel tempo la sua vasta produzione include, oltre ai romanzi, anche drammi, numerosi saggi, libri per l’infanzia, testi delle sue conferenze e articoli su svariati argomenti, soprattutto letteratura, politica, femminismo, attualità. Dal 1964 al 1983 come redattrice presso l’editore Random House di New York promuove la pubblicazione delle opere di maggior successo della letteratura afroamericana.
Nel 1974 cura l’edizione di The Black Book, raccolta di documenti storici sulla schiavitù e sulla vita degli afroamericani nei secoli passati. In parallelo continua a insegnare in varie università fino a ottenere la cattedra intitolata a Robert F. Goheen nell’università di Princeton, dove fino a pochi anni prima aveva insegnato scrittura creativa.
The Bluest Eye (L'occhio più azzurro), del 1970, primo dei suoi romanzi, è la storia tragica di Pecola Breedlove, una bambina nera che vorrebbe avere gli occhi azzurri per sentirsi amata e accettata. Un critico, in una recensione sul New York Times, disse che il libro rivelava già «una prosa così precisa, così fedele alla lingua parlata e così intrisa di dolore e di meraviglia da poter essere considerata poesia, oltre a contenere elementi di storia, sociologia, folklore, incubo e musica».
Seguono Sula, del 1973, che racconta l’amicizia tra due donne all’interno di una comunità nera di provincia; Song of Solomon (Canto di Salomone), del 1977, imperniato sulla ricerca di sé e del proprio passato da parte del giovane Milkman Dead; Tar Baby (L’isola delle illusioni), del 1981, in cui descrive il rapporto tra Son e Jadine, due giovani neri di origini molto diverse. Beloved (Amatissima), del 1987, forse il suo risultato più compiuto, ottiene il premio Pulitzer. Di forte impatto emotivo, si ispira al gesto disperato di una schiava fuggiasca che uccide la figlia piuttosto che ricadere con lei nella drammatica condizione di schiavitù. È anche il primo romanzo di una trilogia a carattere storico che comprende i successivi Jazz (1992), una storia di intolleranza e violenze ambientata nella Harlem degli anni Venti, e Paradise (Paradiso), del 1999 in cui descrive il movimento per i diritti civili e il Black Power. Sono opere incisive che indagano la psicologia femminile in condizioni di emarginazione e sfruttamento, romanzi indipendenti e dallo stile molto diverso che costituiscono, ciascuno, l’affresco di un’epoca della storia afroamericana. Alcune opere successive sono Love (Amore), del 2003, e A Mercy, del 2008, incentrato su Florens, una giovane schiava nell’America del XVII secolo.
Nella narrativa di Toni Morrison si ripetono con insistenza alcuni temi: l’importanza della comunità, il valore della memoria, la forza femminile. Dai suoi testi emergono chiaramente la capacità di indagare nel profondo dell’animo umano e la volontà di descrivere il mondo dal suo punto di vista di afroamericana e di donna. Tutto ciò in opposizione dialettica tanto alla cultura dominante bianca quanto al potere maschile, anche all’interno della comunità nera. La sua scrittura ha mostrato una diversa prospettiva della società e della storia degli afroamericani e ha dato dignità alle vicende strazianti della sua gente. Le donne, grandi protagoniste dei suoi romanzi alle prese con una duplice oppressione, quella del razzismo e quella del maschilismo, vengono descritte e indagate in una molteplicità di aspetti: il loro ruolo nella società afroamericana, l’amicizia tra donne, la sorellanza, il rapporto uomo-donna, la maternità, la crescita e l’autonomia personale. Morrison ha quindi contribuito in modo significativo e decisivo a riscrivere e a diffondere la storia della sua comunità, ponendo al centro della sua opera sia la ricostruzione delle radici culturali della popolazione nera degli Stati Uniti sia la preoccupazione per la perdita d'identità, soprattutto delle donne e dei giovani di origine africana, analizzata nei momenti della storia americana in cui il loro patrimonio culturale è stato più minacciato. Forse anche la sua esperienza di ballerina e attrice le ha consentito di riportare in luce la ricchezza e lo spessore dei valori propri dell’”essere” africani. Ha creato intrecci e personaggi di tragica e acuta sensibilità. Sempre attenta alle problematiche infantili, in Prima i bambini
primo suo romanzo ambientato in epoca contemporanea Toni Morrison fa appello al senso di responsabilità verso i propri figli e le proprie figlie. Rappresenta un manifesto di speranza nella resilienza delle giovani generazioni, nonostante le colpe dei padri.
«Se tutto ciò che faccio quando scrivo romanzi (o qualsiasi altra cosa scriva) non parla del villaggio o della comunità o di voi, allora non parla di niente. […] Trovo che l’arte migliore sia politica, e che si debba essere capaci di renderla al contempo indubbiamente politica e irrevocabilmente bella».
Animata da un forte senso di ironia, di melanconia e di riverente rispetto per le parole, è indotta a scrivere in segreto, di notte, quasi con un senso di colpa. Se i temi dei suoi romanzi sono pressoché costanti, lo stile è invece diversificato in molteplici soluzioni linguistiche e narrative. Nella trilogia dedicata alla storia degli afroamericani, il primo romanzo si caratterizza per una forma particolare di realismo magico, di matrice africana; nel secondo cerca di riprodurre in letteratura l’andamento musicale di un brano di jazz; nel terzo si evidenzia un intrecciarsi armonioso di voci femminili che narrano ciascuna un frammento della vicenda. La stessa ricerca e ricchezza si esprime anche nella scelta della lingua: è evocativa, colma di immagini, impiega l’inglese parlato dagli afroamericani sia in dialoghi informali sia in passi dal contenuto poetico, azzarda scelte inconsuete, richiede impegno a lettori e lettrici ripagati da immagini straordinarie e indimenticabili.
Nel corso degli anni le sue opere hanno ottenuto un successo crescente di critica e di pubblico oltre a numerosi riconoscimenti. Toni Morrison è una personalità di spicco della cultura americana, nonché un riferimento per tutta la comunità nera degli Stati Uniti.
Nel 2012 le è stata conferita dal Presidente Obama la Medaglia presidenziale della libertà.
Il 17 settembre 2015 è stata nominata Ufficiale della Legion d’Onore francese.
Grande scrittrice, attenta sociologa, coltissima lettrice, per i temi trattati e il valore anche politico della sua opera, è considerata dalla critica un’autrice postcoloniale.

 

Gabriella Anselmi

 

Fonti: 
Enciclopedia della Letteratura, edizioni Garzanti 2007
www.wuz.it/biografia/502/morrison-toni.html
www.sapere.it/enciclopedia/Morrison, Toni.html
www.ibs.it/libri/morrison toni/libri di morrison toni.html
www.vogue.it/vogue-black/the-black-blog/2010/11/toni-morrison
Corriere della sera /Archivio storico: Morrison il colore del Nobel
www.ibs.it/libri/morrison toni/libri di morrison toni.html

Le sue opere tradotte in italiano sono pubblicate da Frassinelli Editor

 


 

ELSA MORANTE

La prima donna a ricever il premio Strega

 Roma 18.08.1912 – 25.11.1985

A Elsa Morante sono state intitolate molte strade e scuole su tutto il territorio nazionale. Portano il suo nome anche la Biblioteca comunale di Ostia, a Roma, e un centro culturale in Piazza Elsa Morante sempre nella capitale.

Una delle maggiori scrittrici italiane del XX secolo, vincitrice di alcuni tra i più significativi riconoscimenti letterari come il Premio Viareggio e il Premio Strega, prima donna a ottenerlo, nel 1957, con il romanzo L'isola di Arturo.
Nacque a Roma nel 1912 e crebbe in un'atmosfera familiare complicata, ma sin da giovane trovò il modo di esprimersi e rendersi autonoma scrivendo favole, racconti e poesie per l'infanzia pubblicati a partire dagli anni Trenta su "Corriere dei piccoli", "I diritti della scuola", "Meridiano di Roma" e "Oggi". Su quest'ultima rivista usò spesso degli pseudonimi maschili, come Antonio Carrera e Renzo Diodati, anche se in seguito definì un segno della stupidità femminile «voler essere come i maschi» e affrontò con continuità temi quali la maternità e il rapporto figlio/figlia con la madre, la vita e la sua difesa. Alcuni di questi primi lavori vennero raccolti e ripubblicati in anni successivi da Einaudi ne Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina e altre storie, corredate dai disegni della stessa Morante.
Un momento fondamentale della sua vita fu l'incontro, nel 1936, con Alberto Moravia, suo compagno di vita per anni dal quale si separò nel 1962. La coppia ebbe amicizie importanti, come Pier Paolo Pasolini, Umberto Saba, Giorgio Bassani e Natalia Ginzburg, che fu vicina ad Elsa nel lavoro d'esordio, Menzogna e sortilegio, pubblicato nel 1948, vincitore del premio Viareggio. La stessa aura fiabesca e la trasfigurazione mitica dei personaggi, propria dei primi racconti, si ritrova in questo romanzo familiare ambientato in Sicilia e ancor più ne L'isola di Arturo, memorie di un fanciullo cresciuto nell'isola di Procida, che le valse il Premio Strega nel '57. In entrambi i casi, i due giovani protagonisti, Elisa prima e Arturo poi, rievocano il passato, si pongono faccia a faccia con le menzogne e gli intrighi familiari per uscire dolorosamente dall'infanzia e dall'innocenza. Il favore della critica nei confronti del secondo romanzo la portò a pubblicare una raccolta di poesie, Alibi, e una di racconti, Lo scialle andaluso.
Agli inizi degli anni Sessanta si susseguirono momenti difficili per la separazione da Moravia e la tragica morte di Bill Morrow, un pittore statunitense cui era molto legata, e la sua attività letteraria rallentò per qualche tempo. Si rimise in gioco con la raccolta Il mondo salvato dai ragazzini e nel 1974 pubblicò la sua opera più famosa, La Storia, frutto di tre anni di scrittura. Il romanzo, che le procurò successo, fama internazionale ma anche molte critiche per la mancanza di un'ideologia politica, era ambientato a Roma nella Seconda guerra mondiale e nasceva dalla rielaborazione di vecchi soggetti e ricordi, delle angosce vissute in prima persona, sintetizzati nella figura di una donna, stuprata da un soldato tedesco, che lottava per far sopravvivere il figlio Useppe. Per volere della stessa Morante, il romanzo fu pubblicato nella collana economica di Einaudi, Gli Struzzi, al prezzo di duemila lire per raggiungere il più vasto pubblico possibile.
L'ultima opera che ci lasciò fu Aracoeli, del 1982, nuovamente incentrata sui complessi rapporti tra madre e figlio. Vennero poi gli anni segnati da malattie, ricoveri e un tentativo di suicidio, solitudine, povertà (il suo caso diede una spinta all'approvazione della Legge Bacchelli) e poche amicizie strette che la accompagnarono fino alla morte avvenuta nel 1985.
Elsa Morante fu autrice floridissima di articoli e saggi e di un diario uscito postumo, Diario 1938. Da sempre grande appassionata di cinema, collaborò con Pasolini (“Il Vangelo secondo Matteo”; “Medea”) e Zeffirelli (“Romeo e Giulietta”) e diversi suoi lavori (come L'isola di Arturo e La Storia) furono trasposti sul grande schermo.
Le sue opere sono state raccolte in due volumi della collana I Meridiani della Mondadori e i suoi manoscritti sono conservati presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, che ha ospitato due mostre sulla scrittrice nel 2006 e nel 2012.

 Saveria Rito

 

Fonti:
Per un quadro dell'ampia bibliografia si veda la lista riportata da Wikipedia al seguente indirizzo:  http://it.m.wikipedia.org/wiki/Elsa_Morante