PROPERZIA de' ROSSI

Prima "femmina schultora"

 

Bologna 1490 circa – 1530

Si trovano vie intitolate a lei a Castenaso e a Granarolo dell'Emilia, in provincia di Bologna.

 

Sfogliando i manuali di Storia dell’arte, non si trova alcun accenno a Properzia de’ Rossi, nonostante sia stata un’artista di grande talento, apprezzatissima tra i contemporanei, molto invidiata dai colleghi e unica donna a cui il Vasari dedica una biografia nelle sue Vite, commentando così: «Né si son vergognate, quasi per torci il vanto della superiorità, di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose meccaniche e fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro, per conseguir il desiderio loro e riportarsene fama, come fece nei nostri dì la Properzia de’ Rossi da Bologna,… Costei fu del corpo bellissima e sonò e cantò ne i suoi tempi meglio che femmina della sua città». Da notare come Vasari, al riconoscimento delle sue abilità, non possa non far seguire un apprezzamento anche del suo aspetto estetico.
Il luogo che diede i natali a Properzia de’ Rossi è incerto: c’è chi afferma che sia nata a Bologna, chi a Modena. Sicuramente a Bologna visse sempre; anche l’anno di nascita non è sicuro, ma pare che si possa collocare intorno al 1490. Della prima parte della sua vita non si sa nulla, probabilmente fu figlia naturale di un notaio; studiò disegno, sempre a Bologna, presso l’incisore Marcantonio Raimondi, dal quale apprese l’arte della miniatura e della scultura in marmo e terracotta.
Raggiunse una grandissima abilità nell’incidere noccioli di pesche o addirittura di ciliegie con scene affollate di figure. Presso il Museo Civico Medievale di Bologna si conserva uno stemma, a lei attribuito, eseguito in forma di gioiello per la nobile famiglia Grassi: realizzato in filigrana d'argento, raffigura un’aquila bicefala, sormontata da una corona. Nella filigrana sono incastonati undici noccioli di pesca, su ciascuno dei quali Properzia eseguì due immagini: da una parte quella di un apostolo e dall'altra quella di una santa. Giunse così alle opere di grandi dimensioni grazie alla fama procuratale dai lavori a intaglio su superfici infinitesime.
Le fonti descrivono Properzia come bella e affascinante, passionale e sensibile: era indubbiamente nel panorama del tempo un personaggio estroso, turbolento, trasgressivo, capace di scelte audaci, come quella di praticare la scultura, arte fino ad allora preclusa alle donne; si sa che ebbe un marito ma soprattutto che ebbe un amante, il giurista Anton Galeazzo Malvasia, che diventò podestà di Imola. Il Malvasia godeva di ottime amicizie e intervenne presso l’amico Alessandro Pepoli, presidente della Fabbrica di San Petronio, per far entrare l’amata nel cantiere della basilica.
Tra il 1525 e il 1526 Properzia, unica donna in un ambiente di maschi, eseguì per i portali della basilica due formelle in marmo sull’episodio biblico di Giuseppe ebreo e la moglie di Putifarre, ora conservati nel Museo della Basilica di San Petronio.
Il Vasari adombra, nella scelta di questo soggetto, l’allusione al suo amore extraconiugale per il Malvasi che non sarebbe stato corrisposto; in realtà, come risulta da documenti conservati nell’Archivio criminale di Bologna, Properzia era “concubina” di Antonio Galeazzo, insieme al quale nel 1520 venne processata per aver danneggiato la proprietà di un vicino.
La moglie di Putifarre è un personaggio biblico senza nome del libro della Genesi, dove si racconta come la donna, moglie di un ricco signore d'Egitto, invaghitasi dello schiavo Giuseppe, cercasse di sedurlo. Ma il giovane ebreo fugge dall’adescamento della donna, lasciandole un lembo del vestito tra le mani. Offesa dal rifiuto, la donna si vendica accusandolo di fronte al marito di aver tentato di farle violenza.
Accantonando l’ipotesi vasariana di considerare la formella come l’espressione dell’infelicità amorosa dell’autrice, è possibile vedervi piuttosto una lettura tutta “femminile” delle Sacre Scritture con l’immedesimazione dell’artista nell’eroina biblica. Il gesto forte e deciso della donna, le sue braccia vigorose, sono segni evidenti di un modo di intendere la propria condizione di donna e tradiscono la volontà di decidere in modo autonomo della propria esistenza. Dal punto di vista stilistico il linguaggio coniuga la meticolosa attenzione al dato naturalistico propria della tradizione raffaellesca con il vigoroso rilievo plastico di Michelangelo, aggiungendovi un raffinato erotismo.
Benché si tratti dell’unica opera certa di Properzia oggi conosciuta, molti studiosi sono concordi nell’ascrivere alla scultrice anche l’altra formella, La moglie di Putifarre accusa Giuseppe.
Nonostante l'ostile concorrenza degli altri maestri attivi nel cantiere di S. Petronio, Properzia riuscì ad ottenere anche altre importanti commissioni, ma i suoi interventi furono comunque controllati e sottoposti alla supervisione del fiorentino Tribolo.
Come la sua nascita, anche la sua morte è abbastanza misteriosa: forse morì di peste nel 1530, a soli quarant’anni. Narra Vasari che, al termine dell’incoronazione di Carlo V, il 24 febbraio 1530, papa Clemente VII chiese di incontrare la scultrice, ma ebbe in risposta una notizia «che li spiacque grandissimamente»: Properzia era morta di peste durante quella stessa settimana.

 

 

 

Livia Capasso

 

 

 

 Fonti:
Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e archi tettori mFirenze, Appresso i Giunti, 1568 - versione e-book
A. Sutherland Harris, L. Nochlin, Le grandi pittrici 1550-1950, Milano, 1979 (1° ed. New York 1976)
Vera Fortunati Pietrantonio, Irene Graziani, Properzia de’ Rossi. Una scultrice a Bologna nell’età di Carlo V, Editrice Compositori, 2008
Antonio Saffi, Della vita e delle opere di Maria Properzia de' Rossi scultrice bolognese, www.liberleber.it – tratto da Discorso all’Accademia di Belle Arti in Bologna, detto il 22 di giugno 1830 dal conte Antonio Saffi, Tipografia Della Volpe, Bologna, 1832 - versione e-book
Serena Bersani, 101 donne che hanno fatto grande Bologna, Newton Compton Editori, 2015
www.arte.it/guida-arte/bologna/artista/properzia-de-rossi-333
http://www.cittametropolitana.bo.it/pariopportunita/Engine/RAServePG.php/P/261511100400/T/PROPERZIA-DE-ROSSI-UNA-SCULTRICE-NELLA-BOLOGNA-DI-CARLO-V

 

 

 

 

 

 


NADINE GORDIMER

La prima donna africana a vincere il premio Nobel per la Letteratura

Springs, 20.11.1923 – Johannesburg, 13.07.2014

Le sono state intitolate vie in Spagna e in Israele.

Nata a Springs nel 1923, una cittadina mineraria a 40 miglia da Johannesburg, da un ebreo polacco e da una inglese di buona condizione sociale, visse nell'infanzia una duplice sofferenza per il disaccordo fra i genitori e per il forzato ritiro dalla scuola di danza classica. Cresciuta in solitudine, si dedicò alla lettura e, assai presto, alla scrittura. A soli 13 anni pubblicò il primo racconto in una rivista per giovani, iniziando la lunga carriera mai interrotta. Sposata con il collezionista d'arte Reinhold Cassirer, ha avuto con lui un figlio mentre, da un precedente matrimonio, nacque una figlia. 
Ha vissuto dall'interno i cambiamenti più importanti del Sudafrica: l'ascesa del partito nazionalista nel '48, l'atmosfera tragica degli anni Cinquanta e Sessanta, la rivolta di Soweto, la riorganizzazione dell'Anc negli anni Ottanta, la liberazione di Mandela e i nuovi governi antirazzisti, eventi che non compaiono direttamente nelle sue opere, ma da cui si sviluppano personaggi e situazioni. Gordimer ha sempre evitato anche i riferimenti autobiografici, ma ha spesso trattato il tema del rapporto genitori-figli; solo dopo la morte della madre riuscì in parte a esternare il suo risentimento nel romanzo Occasione d'amore, in cui finalmente emergevano il cocente dolore per l'abbandono della danza e l'egoismo materno.
Esiste un’analogia fra questa tematica e il conflitto fra popolazione bianca e nera e il lungo e difficile cammino per la conquista, proprio come i figli e le figlie, dell'autonomia; temi che si ritrovano costantemente nella sua opera, insieme all'apartheid, a esempio nei romanzi Il mondo tardo borghese e La lettera di suo padre. Nel 1985 Nedine Gordimer, i cui libri sono stati pubblicati e tradotti in tutto il mondo Italia compresa, ottenne il premio Malaparte e nel 1991 raggiunse la celebrazione internazionale con il Nobel.
Nonostante la censura e le difficoltà d’espressione in un Paese ancora chiuso e razzista, Gordimer ha preferito continuare a vivere in Sudafrica, divenendo un punto di riferimento per tante persone europee desiderose di capire meglio quella terra. Negli anni tra il '69 e il '77 il conflitto razziale conobbe momenti di violenza estrema e il movimento “Black Consciouness”, fondato da Steve Biko, arrivò a contestare la scrittrice nonostante il suo continuo impegno e i suoi legami con esponenti della resistenza africana. Queste dolorose esperienze emergono nei romanzi Luglio, Il conservatore, La figlia di Burger, libro ispirato alla nobile figura dell'attivista bianco Bram Fisher.
Gordimer, che ha avuto un ruolo importante nel far conoscere le opere di scrittori neri africani, è stata anche saggista; la raccolta di scritti su uomini politici africani e su aspetti del conflitto razziale Vivere nell'interregno richiama nel titolo una citazione di Gramsci: «Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».
Si è occupata anche di critica letteraria, recensendo le impressioni di viaggio di Moravia A quale tribù appartieni?, con il saggio L'Africa di Alberto Moravia (1974).
La sua produzione letteraria è molto ampia; oltre alle opere già citate, si possono ricordare Un mondo di stranieri ('61), Qualcosa là fuori ('86), Una forza della natura ('87), Un ospite d'onore ('91), Storia di mio figlio ('91), Il salto ('92), Nessuno al mio fianco ('94), i racconti Il bacio di un soldato ('83).
Quello che colpisce nei suoi romanzi è l'assoluta libertà di pensiero e di giudizio; narrare le condizioni di vita del Sudafrica, attraverso la sua esperienza diretta, ha consentito lo sviluppo della coscienza politica, e non viceversa. «I miei romanzi – ha dichiarato nel '77
sono contro l'apartheid non a causa del mio orrore per essa, ma perché la società che è il materiale del mio lavoro 'vi si rivela'. Se si scrive in modo veritiero della vita in Sudafrica, l'apartheid si condanna da sé». Ecco perché Nadine Gordimer ha scelto di privilegiare lo spazio domestico nel quale il padrone bianco e il servitore nero si confrontano quotidianamente con conflitti, frustrazioni, privilegi da una parte e disagi dall'altra, ma anche momenti di tenerezza, per esempio fra le “nanny” e i piccoli e le piccole loro affidati. Un altro elemento di incomprensione è la lingua perché l'inglese della popolazione nera è troppo povero per comunicare, l'inglese «imparato nelle cucine, nelle fabbriche e nelle miniere» rappresenta solo il minimo passaggio di informazioni per il lavoro quotidiano; non favorisce la dignità, ma accentua le distanze, come emerge nel romanzo Luglio in cui, non a caso, Luglio è il nome del protagonista, un novello “Venerdì”.  
Gordimer è stata una scrittrice “di frontiera”, una africana ma, nella sua formazione culturale, un’europea; si potrebbe trovare in Jane Austen un lontano modello per i rapporti umani e i mutamenti sociali (qui però ben più drammatici), con la scrittura diventata tesa nel rispecchiamento dell'ansia del cambiamento. Nell'area africana la sua letteratura è emersa per la maturità dello stile e la profondità di pensiero rispetto ad autori ritenuti maestri di realismo, come Achebe, La Guma e Wole Soyinka.
Nadine ha prediletto uno stile asciutto, in cui ha lasciato parlare i personaggi non solo nei dialoghi, ma anche nei gesti, negli odori, nei comportamenti, come accadeva nel Verismo (il racconto «sembra essersi fatto da sé» affermava il Verga); tuttavia le azioni e gli oggetti spesso hanno assunto valenze simboliche, sottolineando senza retorica i contrasti e le differenze.

Laura Candiani

Fonti: 
Franz Fanon, I dannati della terra, Einaudi,Torino,1979
Nadine Gordimer, Luglio, a cura di Annette Zillich, Loescher, Torino,1993
Nadine Gordimer, Nessuno al mio fianco, Feltrinelli, Milano,1994
Nelson  Mandela, La non facile strada della libertà, Edizioni lavoro, Roma,1986
R  Kapuscinski, Ebano, Feltrinelli,Milano

 

 


 

NILDE IOTTI

La prima Presidente a Montecitorio

 

Reggio Emilia, 10.4.1920 - Poli (Roma), 4.12.1999

 

È la donna politica italiana a cui sono dedicati più spazi pubblici su tutto il territorio nazionale.


Privato e pubblico sono strettamente legati nella vita di questa donna che è rimasta sulla scena politica ben 53 anni, e la cui vicenda umana e sentimentale è stata sotto gli occhi di tutti.

Nilde Iotti (all'anagrafe Leonilde Iotti)è stata la prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei Deputati, dal 1979 al 1992 (VIII-IX-X Legislatura) e, fino a oggi, rimane la sola donna ad aver ricoperto questa carica per tre mandati successivi. È stata anche la prima e unica donna (e unica comunista) finora ad aver ricevuto un mandato esplorativo per formare un governo, nel 1987, dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, incarico che si concluse senza esito.
Il padre Egidio, operaio delle Ferrovie dello Stato, attivista socialista, morì nel 1934, ma Nilde, nonostante le difficoltà economiche della famiglia, poté continuare a studiare e conseguire la laurea in Lettere alla Cattolica di Milano nel 1942. Cominciò quindi a insegnare negli istituti tecnici di Reggio Emilia.Si iscrisse al PCI e prese parte alla lotta partigiana prima come porta-ordini e staffetta, poi come responsabile, poco più che ventenne, dei Gruppi di Difesa della Donna.
Finita la guerra, fu eletta consigliera comunale a Reggio Emilia nelle fila del PCI, ma lasciò l’incarico per partecipare all'Assemblea Costituente; il 2 giugno 1946 infatti fu eletta deputata e fu una delle donne della Commissione dei 75 che scrisse la Costituzione della Repubblica Italiana. È insomma una delle “madri” della nostra Repubblica. Rieletta alla Camera nel 1948, rimase deputata fino alla fine del secolo per tredici Legislature.
A Montecitorio Nilde conobbe Palmiro Togliatti, segretario nazionale del PCI, col quale iniziò una relazione sentimentale, che finì solo con la morte del compagno nel 1964, e resistette a tutti gli attacchi, soprattutto all’interno del Partito, perché Togliatti era di 27 anni più vecchio e sposato con Rita Montagnana, valorosa antifascista, anche lei deputata.
Dal 20 giugno 1979, confermata successivamente nel 1983 e nel 1987, diresse l'Assemblea di Montecitorio, esercitando il mandato più lungo della storia repubblicana: tredici anni consecutivi. Nilde rivestì questo ruolo in maniera imparziale e rigorosa, senza mai dare adito a sospetti di faziosità.
Furono anni duri, insanguinati dal pericolo terrorista: stragi, attentati, morti colpivano funzionari dello stato, ma anche semplici cittadini. Nilde dovette rassegnarsi a trasferirsi nell’appartamento di rappresentanza a Montecitorio da dove, nei pochi fine settimana liberi da impegni, scappava per andare a far visita alla figlia Marisa e ai nipoti. Marisa era una orfana affiliata da Nilde e da Palmiro dopo aver perso la famiglia durante gli scontri con la polizia nelle rivolte contadine del 1950.
Le donne sono state il filo conduttore di tutta la sua carriera politica, lottò sempre per la loro parità ed emancipazione, dalla tutela della maternità al loro accesso alla magistratura, dalla parità tra i coniugi alla comunione dei beni; animatrice dell'UDI (Unione Donne Italiane), intraprese le battaglie sul referendum per il divorzio (1974) e per la legge sull'aborto (1978). Nel '92 fu protagonista di un altro primato: fu la prima donna candidata alla Presidenza della Repubblica, ottenendo un importante risultato personale.
Singolare fu la sua richiesta di dimissioni dal Parlamento per motivi di salute (18 novembre 1999), accolta dalla Camera dei deputati con commozione e un lunghissimo applauso.
«Se ne va la gran signora della politica italiana»: così “Le Monde” annunciò la sua morte, avvenuta pochi giorni dopo, all'età di 79 anni.

 

Livia Capasso

 

Fonti: 
Nilde Iotti, Raccolta dei disporsi parlamentari, Biblioteca della Camera dei  Deputati, prefazione di Giorgio Napolitano, 2003
Fiorella Imprenti, Claudia Magnanini, Nilde Iotti. Presidente. Dalla Cattolica a Montecitorio, Milano, Biblion, 2012
Luisa Lama, Nilde Iotti. Una storia politica al femminile, Roma, Donzelli, 2013
http://www.fondazionenildeiotti.it/

 

 

 


 

SELMA OTTILIA LOVISA LAGERLÖF

La prima donna a ricevere il premio Nobel per la Letteratura e la prima donna ammessa all'Accademia di Svezia

 Marbecka – Sunne (Svezia) 20.11.1858 16.03.1940

 

 A Roma è ricordata con un viale e a Ravenna con una rotonda. Il suo nome è molto presente in Svezia, Austria, Germania, Olanda, Danimarca; in Spagna si trovano calle Selma Lagerlöf a Madrid e a Mérida.

 

Nel giugno 1910 gli editori italiani Treves furono lieti di presentare un’«opera scintillante, d’una struttura inconsueta, esuberante di fantasia e piena di grazia nativa», più che un romanzo «potrebbe dirsi un poema in prosa». Si trattava della Leggenda di Gösta Berling, il capolavoro di Selma Lagerlöf, appena premiata con il Nobel. Secondo Paolo Emilio Pavolini, che scriveva sulla rivista fiorentina Il Marzocco, «i giudici della fondazione Nobel hanno dato qualche cosa di più e di meglio che un “premio per la letteratura”; in Selma Lagerlöf hanno premiato anche l’apostolo di un alto ideale umano».
Oggi queste parole fanno sorridere e della scrittrice svedese ormai si parla poco; la sua opera a dire il vero ci appare invecchiata nello stile, nel linguaggio, nelle tematiche. Gösta è un prete ubriacone che si redime e vive come un accattone girovago; nei suoi infiniti pellegrinaggi per le campagne desolate del Varmland incontra cavalieri, streghe, bambini, animali, nobili e poveracci, chiusi in atmosfere talvolta fiabesche, talvolta realistiche, dove comunque dominano i miti e la fantasia. Gösta è un pretesto per ripercorrere le tradizioni e le leggende della Svezia rurale, cara alla giovane maestra che aveva inviato nel 1890 alcuni capitoli del futuro romanzo alla rivista Idun.  Il successo fu immediato e l’opera completa apparve l’anno seguente.
Selma Ottilia Lovisa era nata nel Varmland, regione ai confini con la Norvegia, dove assorbì le leggende e i miti tramandati oralmente, ripresi ed elaborati successivamente nelle sue opere. Studiò a Stoccolma e insegnò nelle scuole elementari di Landskrona a partire dal 1885. Dopo la pubblicazione del primo romanzo e del successivo (I legami invisibili), ottenne premi e riconoscimenti in denaro che le consentirono di lasciare l’insegnamento e di dedicarsi completamente alla scrittura. Molto importanti furono due viaggi: uno in Italia la portò fino in Sicilia, dove poi ambientò l’opera I miracoli dell’Anticristo; l’altro in Egitto dove elaborò il romanzo Jerusalem. Assai noto e tradotto in tutto il mondo il racconto per l’infanzia, con intenti pedagogici, Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson, all’epoca pubblicato in Italia con il titolo Il viaggio di Puccettino con l’anitra selvatica, che ricevette anche l’apprezzamento del premio Nobel giapponese Kenzaburo Oe e del filosofo Karl Popper.
Nel 1907 Selma ricevette la laurea honoris causa in Filosofia e nel 1909 il premio Nobel per la letteratura; nel 1914 fu la prima donna ammessa nell’Accademia di Svezia. Mentre continuava a scrivere e a pubblicare con successo (La casa di Liljecrona, L’anello rubato, L’imperatore di Portugallia, La leggenda di Cristo e raccolte di racconti), Selma dovette, come tutto il resto d’Europa, affrontare i difficili momenti della Grande guerra e in seguito l’avvento del nazismo, per cui cercò di aiutare come poteva le persone povere e quelle profughe, arrivando a vendere la medaglia d’argento del  Nobel per racimolare soldi.
Le è stato dedicato l’asteroide 11061 e il suo volto è sulle banconote da 20 corone svedesi.  

 

Laura Candiani

 

Fonti: 
Le opere di Selma Lagerlöf sono pubblicate in Italia da Iperborea.

 

Selma Lagerlöf, La leggenda di Gösta Berling, Treves, Milano, 1930 (conforme a quella del 1910)
Cristina Patregnani, www. Finzioni.it, 9.6.2012
www.biografie online.it

 


 

ANNA MAGNANI

La prima attrice italiana ad aver vinto l'Oscar per l'interpretazione in un film americano recitato in inglese

Roma 07.03.1908 – 26.09.1973

Numerose vie, piazze,giardini sul territorio italiano portano il nome di Anna Magnani; a Roma le è stata intitolata  una scuola. Una lapide la ricorda a San Felice Circeo, dove è sepolta, mentre a Hollywood ha il suo nome una stella del Walk of fame.

 

Anna Magnani nasce a Roma il 7 marzo 1908. «Simbolo di questa città: una Roma vista come lupa e vestale, stracciona, tetra, buffonesca»: la descrive così Fellini in Roma, film con cui Anna, di fatto, si congederà dalle scene. È una donna segnata da vicende familiari atipiche: affidata dalla madre alle cure della nonna, Anna non conosce mai il suo vero padre. Scopre solo da adulta di essere figlia di un certo Del Duce, del quale preferisce non sapere nulla. Verace, ironica e caparbia, arriva a dire di non voler essere ricordata come “la figlia del Duce”.
Un viso dai tratti marcati, il suo, forse non esattamente perfetto, ma incredibilmente espressivo, capace di renderla adatta ai ruoli più disparati. Per via di quell'aspetto anticonvenzionale per i canoni dell'epoca, conosce il successo solo alla soglia dei quarant'anni.
Indimenticata e indimenticabile, Anna diviene il simbolo dell'Italia del dopoguerra grazie al ruolo di Pina in Roma città aperta del 1945. È una donna passionale, come molti dei suoi personaggi. Su tutti quello di Serafina Delle Rose in La rosa tatuata, interpretazione che le vale il premio Oscar nel 1956; diretta da Daniel Mann, è la prima e unica italiana a ricevere il premio Oscar come miglior attrice protagonista di un film americano.
Un talento coltivato con devozione e impegno, quello di Anna. Frequenta la Scuola d'arte drammatica Eleonora Duse, l'Accademia Nazionale d'arte drammatica intitolata oggi a Silvio D'Amico e, per più di un anno, i corsi di Dario Niccodemi. Diretta da R. E. Sherwood, a teatro, recita in La foresta pietrificata, poi in Anna Christie di E. O'Neill. L’attività cinematografica, dopo l'esordio con La cieca di Sorrento, un film del 1934 di Nunzio Malasomma, fatica a decollare. Sono anni in cui interpreta personaggi secondari: sempre nel 1934 è una servetta che affianca la protagonista in Tempo massimo di Mario Mattioli, mentre nel 1936 è Fanny, una canzonettista in Cavalleria, un film del marito Goffredo Alessandrini che poi le offrirà il ruolo della protagonista Anita Garibaldi in Camicie rosse del '52.
Il teatro, al contrario, non tarda a darle quei meriti che il cinema fatica a riconoscerle. Tra il 1942 e il 1944 è al fianco di Totò in Quando meno te l'aspetti, Volumineide, Che ti sei messo in testa? e Con un palmo di naso. Sono anni in cui Anna continua comunque a dedicarsi anche al cinema: nel 1941 è diretta da Vittorio De Sica in Teresa Venerdì, nel 1943 da Mario Bonnard in Campo De’ Fiori e da Mario Mattoli in L’ultima carrozzella, mentre nel 1945 è diretta da Guido Salvini in Quartetto pazzo.
Il 1945 è un anno, cinematograficamente parlando, prolifico per la Magnani. Grazie aRoma città aperta si aggiudica un primo Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista. Sul set conosce Rossellini, il regista del film, con il quale instaura un intenso legame professionale e sentimentale. Nel '47 nuovo Nastro d'argento per L'onorevole Angelina; l'anno seguente replica il successo, ancora come miglior attrice protagonista, grazie a L’amore, sempre diretta da Rossellini. È un periodo di grandi soddisfazioni per Anna: nel 1951 è Maddalena Cecconi in Bellissima di Luchino Visconti, che avrebbe già voluto dirigerla in Ossessione, un film del 1942 al quale la Magnani deve rinunciare perché in attesa del figlio Luca. Grazie a Bellissima si aggiudica un altro Nastro d’argento. Sono anni in cui l’attività professionale della Magnani si fa particolarmente intensa. A Hollywood recita in Wild is the wind al fianco di Anthony Quinn e in Pelle di serpente con Marlon Brando, mentre in Italia è una detenuta nel film Nella città l'inferno, del 1959, diretto da Renato Castellani. L’anno seguente è ancora al cinema, al fianco di Totò, con Risate di gioia di Mario Monicelli; sempre in Italia, qualche anno più tardi, dà vita ad una delle sue più intense interpretazioni in Mamma Roma, un film di Pasolini, in cui ha il ruolo di una madre prostituta intenzionata a redimersi. È forse l’ultimo vero ruolo capace di valorizzare il talento della Magnani. Dopo qualche esperienza cinematografica poco brillante, torna infatti al teatro. Diretta da Zeffirelli, ottiene grandi consensi grazie a La lupa di Giovanni Verga.
Nel 1971 lavora anche per la televisione, prestando il volto a donne di varie epoche della storia d'Italia, in un ciclo di mini-film diretto da Alfredo Giannetti. L’ultima grande prova di Anna avviene nel 1972 con Roma. Diretta da Fellini, col suo solito spirito sagace e lo sguardo ironico, compare nella chiusa del film quale simbolo della città stessa, mentre entra sorridendo in un portone. E proprio lì, a Roma, muore l’anno seguente, il 26 settembre 1973, all’età di 65 anni, all’apice di una fama destinata a durare in eterno.

Clelia Incorvaia

Fonti: 
Giancarlo Governi, Nannarella: il romanzo di Anna Magnani, Roma, Minimum Fax, 1981
Patrizia Carrano, Italiane, Presidenza del Consiglio dei Ministri- Dipartimento per le Pari Opportunità, 2004
Patrizia Carrano, La Magnani, Torino,Lindau, 1982

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

MARIA MONTESSORI

La prima e unica donna italiana a cui è stata dedicaa una banconota

Chiaravalle (AN) 31.08.1870 - Noordwijk (Olanda) 06.05.1952

 

Innumerevoli strade portano il nome di Maria Montessori, in Italia e in altri paesi europei; sul territorio nazionale, inoltre, le sono state intitolate centinaia di scuole e istituti. Le hanno dedicato anche dei francobolli: nel 1970 da Italia, India, Pakistan, in seguito dallo Sri Lanka e, nel 2007, un’altra emissione dallo Stato italiano. Nel 1985 il suo nome è stato attribuito a un cratere del pianeta Venere. Nel 2007 la RAI le ha dedicato uno sceneggiato e nel 2012 il terzo canale radiofonico ha trasmesso la lettura integrale del suo testo fondamentale “La scoperta del bambino”.

 

Maria Tecla Artemisia Montessori nacque nelle Marche, a Chiaravalle, il 31 agosto 1870 da una famiglia medio borghese che l’avrebbe voluta casalinga, come quasi tutte le donne della sua generazione. Ma la sua ostinazione e il suo desiderio di studiare emersero fino da giovanissima e la portarono a iscriversi a Roma alla facoltà di Medicina e Chirurgia dove si laureò nel 1896 con una tesi in psichiatria. Diventò così una delle prime donne laureate in Medicina.

A quei tempi gli ambienti professionali erano dominati dagli uomini, molti dei quali non esitarono a prendersi gioco di lei: ciò la spinse a decidere di escluderli dalla sua vita, tanto che non si sposò mai e dette in affidamento l'unico figlio, Mario, che prese con sé solo adolescente.

Maria, già dai primi anni della sua carriera, iniziò a interessarsi dei bambini e delle bambine disabili e, intorno al 1900, avviò un lavoro di ricerca presso un manicomio romano dove, tra le persone adulte malate di mente, si trovavano anche piccoli e piccole pazienti con difficoltà o turbe del comportamento, trattati alla pari degli altri malati mentali adulti e, quindi, in uno stato di grave abbandono affettivo. Grazie alla sua sensibilità, si rese ben presto conto che il metodo di insegnamento utilizzato con i bambini e le bambine non era corretto e adeguato alle loro esigenze e alle loro capacità.

Dopo anni di osservazioni e prove sul campo, Maria Montessori arrivò così a elaborare un nuovo rivoluzionario metodo di istruzione. Il concetto basilare si fondava sulla constatazione che i bambini e le bambine hanno fasi di crescita differenziate, durante le quali sono più o meno propensi a imparare alcune cose per trascurarne delle altre. Da qui allora la necessità di differenziare i piani di studio e di apprendimento elaborandoli sulla base delle reali possibilità di ciascuno.

Invece dei metodi tradizionali che includevano lettura e recita a memoria, Maria istruiva bambine e bambini disabili attraverso l'uso di strumenti concreti: la memorizzazione non doveva più essere un processo di assimilazione, ma andava veicolata attraverso l'uso empirico dei sensi che comporta, ovviamente, toccare e manipolare gli oggetti.

Secondo le sue tesi, i bambini e le bambine con gravi deficit andavano aiutati con procedimenti educativi e non con trattamenti medici; i tradizionali metodi pedagogici a suo avviso erano irrazionali e improduttivi perché, anziché fare emergere e in seguito sviluppare le potenzialità dell’infanzia, le reprimevano.

Cominciò allora a domandarsi se i bambini e le bambine normali potessero trarre profitto dallo stesso metodo e giunse alla conclusione che la loro educazione, allo stesso modo di quella degli individui portatori di handicap o di deficit, doveva far leva sulla sensibilità. Ecco quindi la necessità di educare i sensi come momento preparatorio per lo sviluppo dell'intelligenza.

«Il bambino va educato all'autocorrezione dell'errore da parte di se stesso e anche al controllo dell'errore senza che qualcuno debba intervenire per correggere. Il bambino è libero nella scelta del materiale con il quale vuole esercitarsi, quindi tutto deve scaturire dal suo interesse spontaneo.  Ecco quindi che l'educazione diviene un processo di auto-educazione ed auto-controllo». Insegnare al bambino e alla bambina a essere indipendenti li renderà adulti migliori e più sicuri delle loro capacità. E questo a prescindere dall’età: «nessuno è troppo piccolo per imparare e fare autonomamente delle cose».

I maestri devono vigilare affinché bambini e bambine non siano intralciati nella loro libera attività, osservando molto e parlando poco e, soprattutto, non evidenziandone le lacune e le difficoltà. E questo vale anche per i genitori: correggere i bambini e le bambine se fanno qualcosa nel modo sbagliato è bene, continuare a correggerli se fanno le cose a modo loro e non secondo la nostra idea, significa mortificarli inutilmente. Vanno lasciati anche liberi di sbagliare per poi far loro capire l'errore in modo da non commetterlo più. Non bisogna obbligare in alcun modo un bambino o una bambina perché ha i suoi tempi. Si deve prestare attenzione alle loro esigenze, soddisfare le loro curiosità, rispondere alle loro domande, insegnare a meravigliarsi e a essere leali. Sviluppare un ambiente scolastico a misura dell’infanzia, dove tutto sia adatto a loro e alla loro altezza li aiuterà a esprimersi al meglio e a imparare l’autonomia.

Maria Montessori si laureò anche in Filosofia e fu attenta ai problemi relativi all'emancipazione femminile.
Nel 1907 aprì la prima “Casa dei bambini” per mettere in pratica i suoi metodi pedagogici, divulgati in numerosi libri. Nel 1909 pubblicò Il metodo della pedagogia scientifica che, tradotto in numerosissime lingue, diede al metodo Montessori una risonanza mondiale. Ancora oggi oltre 22.000 scuole di ogni ordine e grado, in tutto il mondo, applicano i suoi metodi.

È morta il 6 maggio 1952 a Noordwijk, in Olanda, dove si era recata a lavorare nel secondo dopoguerra. Sulla sua tomba troviamo scritto: «io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo».

Durante gli anni Novanta il volto di Maria Montessori è stato raffigurato sulle banconote italiane da Mille Lire: prima e unica donna.

 

Annarita Alescio

 

Fonti: 
E. Roccella e L. Scaraffia (a cura di), Italiane, vol. I, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le Pari Opportunità, Roma, 2004
http://www.style.it/mamma/il-mondo-dei-piccoli/2015/06/17/metodo-montessori-principi-fondamentali-pedagogia-educazione-bambini.aspx
http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=262&biografia=Maria+Montessori
http://www.treccani.it/enciclopedia/maria-montessori_(Dizionario-Biografico)/
https://associazionemontessori.it/maria-montessori/