Il Premio Viareggio e Paola Masino


Solo una targa commemorativa la ricorda nella casa in cui visse a Roma insieme a Massimo Bontempelli.

Anche lei fa parte di quella folta schiera di autrici dimenticate. La possiamo definire un’intellettuale eclettica: la sua produzione letteraria comprende racconti, romanzi, poesie, libretti d’opera, articoli per riviste e giornali. Condusse anche programmi radiofonici.
Figlia di Enrico Masino, funzionario del ministero dell’agricoltura, e dell’aristocratica Luisa Sforza, era nata a Pisa il 20 maggio 1908 ed era cresciuta in un ambiente familiare intriso dalla passione per la musica e la letteratura. Così, sin da giovanissima, Paola si accostò alla lettura della Bibbia, del Corano, delle opere di Dostoevskij e di Shakespeare, ascoltando inoltre la musica di Beethoven, Mozart e Wagner. Aveva solo sedici anni quando scrisse Le tre Marie, dramma di tre donne: una madre, una sorella e la moglie di un “grand’uomo”, un genio che però le tiene soggiogate.
Paola non fu una brava studentessa, infatti al secondo anno di liceo venne rimandata in fisica ed in matematica. Decise così di interrompere gli studi, ma non la sua preparazione culturale autonoma e la sua attività di scrittrice.
Quando nel 1927 incontrò Massimo Bontempelli, più grande di lei di ben trent’anni, la sua famiglia cercò inutilmente di ostacolare questa relazione. Ma Paola iniziò a convivere con il compagno e a collaborare con lui alla rivista ’900. Intensi furono i rapporti con quasi tutte le scrittrici italiane del suo tempo: Sibilla Aleramo, Alba De Céspedes, Ada Negri, Anna Maria Ortese, Luce d’Eramo, Maria Bellonci, Anna Banti, Natalia Ginzburg e Gianna Manzini.
Quando nel 1933 Paola si classificò al secondo posto nel premio Viareggio con il romanzo Periferia, la critica fascista la definì “una scribacchina” e i suoi scritti da allora vennero spesso censurati.


Le sue opere migliori videro la luce fra gli anni ’30 e ’40 e le principali furono: Decadenza della morte, raccolta di poesie e prose del 1931; Monte Ignoso dello stesso anno, romanzo in parte autobiografico che fu stroncato dalla critica fascista ma anche da Gadda; Racconto grosso ed altri (1941); Nascita e morte della massaia (1945); Memoria di Irene (1945); Poesie (1947). Fu tra i fondatori, nel 1944, del settimanale Città su cui aveva una rubrica fissa, Dragon, ed in cui scriveva anche di politica con interventi a favore della Repubblica, sostenendo la mobilitazione civile degli intellettuali ma dichiarando al contempo che a loro doveva essere lasciata ampia autonomia di espressione, anche in contrasto con la “politica culturale” dei partiti di quel periodo.
Dagli anni Cinquanta in poi su di lei si spensero i riflettori: il suo nome non compare in alcuna storia della letteratura se non come curatrice delle opere di Bontempelli.
L’archivio di Paola Masino, oggi custodito presso l’Università La Sapienza di Roma, costituisce un patrimonio letterario di notevole importanza. Lei stessa lo aveva ordinato e diviso in fascicoli quasi come se avesse voluto tramandare ai posteri la sua figura di donna, di scrittrice, di intellettuale. Aveva sicuramente avuto la consapevolezza di appartenere alla categoria delle autrici “difficili, che vendono poco”, e di essere stata una persona imbrigliata in un eterno conflitto: l’ambizione di essere un’artista ed il destino di essere una donna.

nascita-morte-massaiaE proprio questo conflitto chiaramente traspare nel suo romanzo Nascita e morte della massaia. La storia è quella di una ragazzina che, per sfuggire alla quotidianità, si rifugia in un baule “pieno di brandelli di coperte, di tozzi di pane, di libri e di relitti di funerali” per uscirne al raggiungimento della maggiore età, sposarsi e dedicarsi alla cura della casa, affrontando il duro lavoro di massaia.
La Massaia non ha nome, non ha tempo né luogo, si “forma” da sola in un baule e appena ne esce viene fagocitata dagli obblighi della perfetta donna di casa. Tra fatiche e impegni sente sempre il richiamo del baule dove da sola era riuscita a crescere spiritualmente. Una donna che rifiuta la maternità per non sentirsi solo corpo, “materia che genera materia”. La massaia con la morte trova il suo riscatto. La fine della sua vita terrena è anche l’unico modo che le consentirà di staccarsi dalla promiscuità dell’esistenza e tornare, finalmente libera, alla dimensione spirituale. E in questo libro, che è “un’allegoria sulla condizione femminile”, c’è lei, Paola Masino, scrittrice ed intellettuale ma anche donna che governa la sua grande casa veneziana e che si dedica al suo uomo.
Ancora oggi, risuona attualissima la rabbia della Massaia che rivolgendosi a Dio così l’apostrofa: “dovevi dimostrarmi che anche nel rammendare una calza si può trovare un universo, non farmi intendere che ho lasciato l’universo per rammendare calze!”.

Da “Le mille i primati delle donne” dell’Associazione Toponomastica femminile a cura di Ester Rizzo.