Janice Mayman
Beatrice Ceccacci
Viola Gesmundo
Trentasette anni prima dell’omicidio di George Floyd a Minneapolis, un altro omicidio a sfondo razziale si verificava a Roebourne, una città della regione Pilbara dell’Australia. Un gruppo di agenti, dopo una serata di leggerezze, decide di fermarsi, sulla strada del ritorno verso la centrale, presso un hotel. Nel bar, intento a fare un ordine, trovano un ragazzo aborigeno di nome Ashley James. Inizia un alterco verbale che sfocerà nel conflitto fisico: la polizia comincia a picchiare violentemente coloro che sono accorsi in aiuto di James con calci, pugni e manganellate. Tra questi, un giovane aborigeno di nome John Peter Pat, di appena sedici anni. Diversi testimoni hanno riferito di aver visto la polizia picchiarlo e prenderlo a calci quando era già a terra, e un agente lo avrebbe ripetutamente colpito alla testa. Poi, sanguinante ed esanime, lo hanno caricato sul van della polizia parcheggiato lì accanto, e continuato a colpirlo ripetutamente alla testa. John Peter Pat morì la notte del 28 settembre 1983, un mese prima di compiere i suoi diciassette anni.
Quando Jan Mayman, giornalista freelance della città di Perth, venne a conoscenza dell’omicidio, salì sul primo volo disponibile per recarsi a Roebourne. Una volta arrivata, decise di interpellare direttamente l’avvocato designato ai servizi legali degli aborigeni australiani, ma questi si rifiutò di parlarle. Poco tempo dopo le si avvicinò un uomo aborigeno; Mayman ricorda di non averlo mai incontrato prima, ma comunque sentì di doverlo seguire. La condusse all’interno di una stanza di hotel, dove trovò otto uomini seduti in modo ordinato sui due letti. Colui che l’aveva avvicinata si rivolse loro: «Diteglielo». E proprio dal loro racconto scioccante, Jan Mayman scrisse l’inchiesta che avrebbe scosso talmente tanto l’opinione pubblica da far istituire una Royal Commission, ovvero un’inchiesta pubblica formale che durò ben due anni, oltre a farle ottenere un Golden Walkley, il più prestigioso premio giornalistico australiano.
I testimoni di quella sanguinosa serata del 28 settembre 1983 raccontarono a Mayman di come avessero visto la polizia dell’Australia Occidentale colpire violentemente Pat al viso, colpo che lo portò a cadere all’indietro, sbattendo forte la testa sull’asfalto della strada. Un altro agente continuò a colpire il ragazzo mentre era a terra, prima di trascinarlo esanime nel van, colpirlo nuovamente al viso con lo scarpone e chiuderlo dentro. All’arrivo alla stazione della polizia, altri testimoni videro il mezzo arrivare e i poliziotti spingere fuori violentemente gli aborigeni presi in custodia, tra cui John Pat. Secondo la testimonianza, ognuno di loro, uno dopo l’altro, venne preso, buttato a terra e preso a calci. Nessuno dei prigionieri, dissero, reagì in alcun modo. Appena un’ora dopo l’arrivo di John Pat nella sua cella, il sedicenne venne ritrovato morto da una guardia. L’inchiesta di Jan Mayman venne pubblicata in prima pagina sul giornale australiano The Age, nel 1984. Ebbe una tale risonanza mediatica da scatenare l’indignazione generale, e la Royal Commission si pose l’obiettivo di ridurre le morti dei detenuti aborigeni in custodia, indagare le statistiche delle loro incarcerazioni rispetto alla popolazione bianca, il razzismo istituzionalizzato e gli ostacoli socioeconomici a cui erano sottoposti gli indigeni australiani. Come sottolinea la giornalista Wendy Bacon:
«[…] poche Royal Commission australiane hanno attratto un’attenzione mediatica più forte o appassionata di quella del 1991»
(Wendy Bacon, “Thirty years on: How well has Australian media covered deaths in custody?”, Wendybacon.com, 26 maggio 2021, https://www.wendybacon.com/2021/Deaths).
Questa inchiesta a difesa degli aborigeni è solo una delle decine che hanno costellato la brillante carriera di Mayman per i successivi quarant’anni. Scrive Mark Baker, in un articolo commemorativo dedicato a lei, a qualche mese dalla morte:
«Jan avrebbe odiato tutto questo. Non le sono mai piaciute le luci della ribalta, ha costantemente dubitato del suo talento ed era sempre modesta, insicura del suo posto al margine tra l’Australia nera e bianca, da dove ebbe un profondo impatto per il bene»
(Mark Baker, “The trailblazer. Journalist Jan Mayman pioneered reporting of Indigenous deaths in custody”, Inside Story, 24 settembre 2021, https://insidestory.org.au/the-trailblazer/).
Janice Mayman è stata una giornalista nata nel 1940 in Australia e vissuta a Perth. Durante la sua lunga carriera, si è occupata principalmente di inchieste incentrate sulla denuncia degli abusi subiti dalle persone aborigene in custodia della polizia, sulla difesa dei loro territori sacri dall’espansione delle aziende metallurgiche – importante è, per esempio, il suo intervento nella contesa degli Yindjibarndi della regione del Pilbara contro la Twiggy Forrest’s Fortescue Metals – e sulla strenua lotta per i diritti delle popolazioni locali. Il suo interesse per le condizioni degli indigeni, tuttavia, ha da sempre contrastato con un albero genealogico che la vedeva nipote di un grande pioniere nella ricerca all’oro australiano, George Mayman, che divenne anche proprietario di una miniera di metalli preziosi nel secolo scorso. Quasi a voler ripagare le colpe del nonno, Jan ha dedicato la vita e la carriera alla difesa di quei popoli e di quelle terre che sono rimaste ai margini per così tanto tempo. Durante la sua attività professionale, ha lavorato come giornalista investigativa e d’inchiesta sia in Australia sia nel Regno Unito, scrivendo per testate come The Sunday Times, The Age di Melbourne, The Canberra Times, The Guardian e The Independent, a Londra. Appena quattro anni dopo l’inchiesta su John Pat, a gennaio 1988, Mayman scrisse un articolo intitolato Why Joan Winch needs $650.000. Joan Winch è stata presidente del Centro universitario Curtin per gli studi sugli Aborigeni e vincitrice del Sasakawa Prize da parte della World Health Organization per i suoi studi sulla salute degli indigeni.
Secondo quanto scoperto da Winch, il complesso sistema medico occidentale impatterebbe negativamente sui popoli aborigeni che sembrerebbero rispondere meglio alle cure fornite da operatori sanitari appartenenti alla loro comunità. Per eseguire le sue ricerche, Winch ha condotto un’analisi sul campo, muovendosi su un’unità medica mobile per gli accampamenti aborigeni vicino alla Swan Valley. Qualche mese dopo, ad aprile 1988, Jan Mayman scrisse un articolo riguardante la Royal Commission che indagava le morti degli aborigeni in custodia della polizia, sotto la guida del giudice James Henry Muirhead. L’inchiesta muoveva la sua analisi a partire da un report prodotto da un gruppo di rappresentanti degli affari pubblici degli aborigeni, della polizia e di diversi dipartimenti a essa legati. L’analisi dipingeva una realtà agghiacciante: il 35% di tutti i detenuti condannati nell’Australia Occidentale erano aborigeni, così come lo era il 91,7% dei detenuti presi in custodia dalla polizia. Nel suo articolo, Mayman avanzò l’ipotesi che:
«[…] con le elezioni statali dell’Australia Occidentale che ci saranno il prossimo anno, un cinico potrebbe suggerire che il governo dell’Australia Occidentale abbia deciso che il rischio di qualche altra morte di un aborigeno sia meno pericolosa, da un punto di vista elettorale, in uno stato profondamente conservatore, piuttosto che un attacco a tutto campo ai fattori sociali, economici e culturali che stanno dietro la sconcertante percentuale delle incarcerazioni dei neri nell’Australia Occidentale»
(Jan Mayman, “The issues W. A. still won’t face”, Australian Society, aprile 1988).
In ottobre Mayman si concentrò sul denunciare la corruzione dilagante tra le più alte cariche del governo, impegnate in patti non trasparenti con le grandi aziende industriali. In particolar modo, la giornalista evidenziò come il governo dell’Australia Occidentale intendesse impegnarsi nella costruzione di un nuovo impianto petrolifero, a patto che l’industria petrolchimica Bond Corp si assumesse la responsabilità di un impegno governativo finalizzato a salvare la banca Rothwells, in forte rischio di fallimento, per un importo di 150 milioni di dollari. Questo accordo non prendeva minimamente in considerazione l’impatto ambientale di una simile opera, che implicava un consistente rischio di perdite di materiali cancerogeni in natura. Le conseguenze su fauna e flora sarebbero state senza precedenti, in quei territori. In seguito, Mayman lavorò brevemente per la televisione, apparendo nel Channel Seven in qualità di giornalista. Il suo attivismo per i diritti e le terre aborigene, tuttavia, contrastava fortemente con l’approccio razzista dell’emittente alle notizie. Ciò che la fece dimettere definitivamente fu un episodio di poco successivo: recentemente c’era stata un’irruzione violenta della polizia in una comunità aborigena della Swan Valley, e l’emittente decise, piuttosto che mandare i propri inviati a parlare direttamente con le vittime appartenenti alla comunità colpita, di intervistare un gruppo di aborigeni nelle vicinanze, di ritorno da un funerale. Nonostante fossero visibilmente intossicati, vennero comunque intervistati, e il gruppo si lasciò andare a critiche pesanti e violente nei confronti della polizia, materiale sicuramente scottante per le tensioni di quel periodo tra le comunità locali e le autorità. In seguito all’accaduto, Mayman lasciò definitivamente l’emittente, colpita negativamente dal chiaro intento denigratorio e razzista del canale.
Nel 1993 collaborò alla realizzazione di un documentario, Nazi Supergrass. Il film, tuttora consultabile, ha come soggetto il Movimento Australiano Nazionalista che si rese colpevole di vere e proprie campagne di odio razziale nella città di Perth dal 1986 fino al 1989. L’odio era indirizzato principalmente contro minoranze asiatiche, ebree e nere. Solo la testimonianza di uno dei suoi membri, Russel Willey, intervistato in vari luoghi e a volto coperto, permise alle autorità di fermare il Movimento e arrestarne i militanti. Lo stesso anno, il documentario arrivò finalista al premio Walkley per il miglior prodotto di giornalismo televisivo. Come ricorda Mark Baker:
«(Jan) non si sentiva mai a suo agio nel mondo duro ed ego-riferito del giornalismo, dove lei era sempre un’eccezione, una freelancer che lavorava per alcuni dei più grandi giornali in Australia e oltreoceano, ma non veniva mai davvero accolta nel mainstream»
(Mark Baker, “The trailblazer. Journalist Jan Mayman pioneered reporting of Indigenous deaths in custody”, Inside Story, 24 settembre 2021, https://insidestory.org.au/the-trailblazer/).
Jan Mayman ha dedicato la sua vita e il suo brillante talento per difendere la causa di chi non ha avuto voce né mezzi per proteggersi. È morta il 5 agosto 2021 a Perth, ma il suo lavoro, a distanza di tempo, resta oggi più vitale e importante che mai. Nella prigione di Fremantle, a seguito della sua inchiesta sull’omicidio di John Pat, venne eretto un monumento con sopra incisa una poesia di Jack Davies:
«Write of life
the pious said forget the past
the past is dead.
But all I see
in front of me is a concrete floor
a cell door
and John Pat. (…)»
(Jack Davies, John Pat, da John Pat and other poems, 1988)
Traduzione francese
Concetta Laratta
Trente-sept ans avant le meurtre de George Floyd à Minneapolis, un autre homicide à caractère racial se produisait à Roebourne, une ville de la région du Pilbara, en Australie. Un groupe d’agents, après une soirée de relâchement, décida de s'arrêter, sur le chemin du retour vers le commissariat, dans un hôtel. Au bar, alors qu’il était en train de passer commande, ils trouvèrent un jeune Aborigène nommé Ashley James. Une altercation verbale éclata, qui dégénéra en affrontement physique : la police commença à frapper violemment ceux qui étaient accourus pour aider James, à coups de pieds, de poings et de matraque. Parmi eux se trouvait un jeune Aborigène de tout juste seize ans, John Peter Pat. Plusieurs témoins ont déclaré avoir vu la police le frapper et lui donner des coups de pied alors qu’il était déjà à terre, et un agent l’aurait frappé à plusieurs reprises à la tête. Puis, ensanglanté et inanimé, ils l’ont chargé dans le fourgon de police garé à proximité, continuant à le frapper à la tête à plusieurs reprises. John Peter Pat mourut dans la nuit du 28 septembre 1983, un mois avant d’avoir dix-sept ans.
Lorsque Jan Mayman, journaliste indépendante de la ville de Perth, apprit le meurtre, elle prit le premier vol disponible pour se rendre à Roebourne. Une fois arrivée, elle décida de s’adresser directement à l’avocat désigné auprès des services juridiques des Aborigènes australiens, mais celui-ci refusa de lui parler. Peu après, un homme aborigène s’approcha d’elle; Mayman se souvient ne l’avoir jamais rencontré auparavant, mais elle sentit néanmoins qu’elle devait le suivre. Il la conduisit dans une chambre d’hôtel où elle trouva huit hommes assis bien droit sur les deux lits. Celui qui l’avait abordée s’adressa à eux: «Dites-le-lui.» Et c’est à partir de leur récit bouleversant que Jan Mayman écrivit l’enquête qui allait secouer l’opinion publique au point de conduire à l’instauration d’une Royal Commission — une enquête publique formelle qui dura deux ans — et de lui valoir un Golden Walkley, le prix journalistique le plus prestigieux d’Australie.
Les témoins de cette sanglante soirée du 28 septembre 1983 racontèrent à Mayman avoir vu la police d’Australie-Occidentale frapper violemment Pat au visage, un coup qui le fit tomber en arrière, heurtant brutalement sa tête contre l’asphalte. Un autre agent continua à frapper le garçon alors qu’il était à terre, avant de le traîner inanimé jusqu’au fourgon, de le frapper de nouveau au visage avec sa botte et de l’y enfermer. À l’arrivée au poste de police, d’autres témoins virent le véhicule arriver et les policiers expulser violemment les Aborigènes placés en détention, parmi lesquels John Pat. Selon les témoignages, chacun d’eux, l’un après l’autre, fut saisi, jeté à terre et roué de coups de pied. Aucun des prisonniers, dirent-ils, ne réagit d’aucune manière. À peine une heure après l’arrivée de John Pat dans sa cellule, le jeune homme de seize ans fut retrouvé mort par un gardien. L’enquête de Jan Mayman fut publiée en première page du journal australien The Age en 1984. Elle eut un tel retentissement médiatique qu’elle déclencha une indignation générale, et la Royal Commission se fixa pour objectif de réduire les décès des détenus aborigènes en garde à vue, enquêter sur les statistiques de leur incarcération par rapport à la population blanche, sur le racisme institutionnalisé et sur les obstacles socio-économiques auxquels étaient confrontés les peuples autochtones d’Australie. Comme le souligne la journaliste Wendy Bacon:
«[…] peu de Royal Commissions australiennes ont suscité une attention médiatique plus forte ou plus passionnée que celle de 1991»
(Wendy Bacon, “Thirty years on: How well has Australian media covered deaths in custody?”, Wendybacon.com, 26 mai 2021, https://www.wendybacon.com/2021/Deaths).
Cette enquête en défense des Aborigènes n’est qu’une des dizaines qui ont jalonné la brillante carrière de Mayman au cours des quarante années suivantes. Écrit Mark Baker, dans un article commémoratif qui lui est consacré quelques mois après sa mort:
«Jan aurait détesté tout cela. Elle n’a jamais aimé les feux de la rampe, elle a constamment douté de son talent et a toujours été modeste, incertaine de sa place à la marge entre l’Australie noire et blanche, d’où elle a pourtant eu un profond impact pour le bien»
(Mark Baker, “The trailblazer. Journalist Jan Mayman pioneered reporting of Indigenous deaths in custody”, Inside Story, 24 septembre 2021, https://insidestory.org.au/the-trailblazer/).
Janice Mayman était une journaliste née en 1940 en Australie et ayant vécu à Perth. Au cours de sa longue carrière, elle s’est principalement consacrée à des enquêtes dénonçant les abus subis par les personnes aborigènes en garde à vue, à la défense de leurs territoires sacrés face à l’expansion des entreprises métallurgiques — son intervention dans le conflit opposant les Yindjibarndi de la région du Pilbara à Fortescue Metals Group, la société de Twiggy Forrest, est par exemple significative — ainsi qu’à la lutte acharnée pour les droits des populations locales. Son intérêt pour les conditions de vie des peuples autochtones contrastait pourtant avec son arbre généalogique : elle était la petite-fille d’un grand pionnier de la ruée vers l’or australienne, George Mayman, qui devint également propriétaire d’une mine de métaux précieux au siècle dernier. Comme pour expier les fautes de son grand-père, Jan consacra sa vie et sa carrière à la défense de ces peuples et de ces terres restés si longtemps en marge. Au cours de son activité professionnelle, elle travailla comme journaliste d’investigation aussi bien en Australie qu’au Royaume-Uni, écrivant pour des titres tels que The Sunday Times, The Age, The Canberra Times, The Guardian et The Independent à Londres. À peine quatre ans après l’enquête sur John Pat, en janvier 1988, Mayman publia un article intitulé Why Joan Winch needs $650,000. Joan Winch fut présidente du Centre universitaire Curtin pour les études aborigènes et lauréate du prix Sasakawa décerné par la World Health Organization pour ses recherches sur la santé des peuples autochtones.
Selon les conclusions de Winch, le système médical occidental complexe aurait un impact négatif sur les communautés aborigènes, qui sembleraient mieux répondre à des soins dispensés par des professionnels de santé issus de leur propre communauté. Pour mener à bien ses recherches, Winch a mené une étude de terrain, se déplaçant à bord d’une unité médicale mobile destinée aux campements aborigènes près de la Swan Valley. Quelques mois plus tard, en avril 1988, Jan Mayman écrivit un article consacré à la Royal Commission chargée d’enquêter sur les décès d’Aborigènes en garde à vue, sous la direction du juge James Henry Muirhead. L’enquête fondait son analyse sur un rapport rédigé par un groupe de représentants des affaires publiques aborigènes, de la police et de divers départements qui lui étaient liés. Cette analyse dressait un tableau effrayant: 35 % de tous les détenus condamnés en Australie-Occidentale étaient aborigènes, tout comme 91,7 % des personnes placées en garde à vue par la police. Dans son article, Mayman avançait l’hypothèse que:
«[…] avec les élections d’État en Australie-Occidentale prévues l’an prochain, un cynique pourrait suggérer que le gouvernement d’Australie-Occidentale a décidé que le risque de quelques autres morts d’Aborigènes est moins dangereux, d’un point de vue électoral, dans un État profondément conservateur, qu’une attaque frontale contre les facteurs sociaux, économiques et culturels qui sont à l’origine du pourcentage ahurissant d’incarcérations des Noirs en Australie-Occidentale»
(Jan Mayman, “The issues W. A. still won’t face”, Australian Society, avril 1988).
En octobre, Mayman se concentra sur la dénonciation de la corruption généralisée au sein des plus hautes sphères du gouvernement, engagées dans des accords opaques avec de grandes entreprises industrielles. Elle mit notamment en lumière le projet du gouvernement d’Australie-Occidentale de construire une nouvelle raffinerie pétrolière, à condition que l’entreprise pétrochimique Bond Corporation assume la responsabilité d’un engagement gouvernemental visant à sauver la banque Rothwells, alors gravement menacée de faillite, pour un montant de 150 millions de dollars. Cet accord ne tenait nullement compte de l’impact environnemental d’un tel projet, qui impliquait un risque important de fuites de substances cancérigènes dans la nature. Les conséquences pour la faune et la flore de ces territoires auraient été sans précédent. Par la suite, Mayman travailla brièvement pour la télévision, apparaissant sur Channel Seven en tant que journaliste. Son activisme en faveur des droits et des terres aborigènes entrait toutefois en profond conflit avec l’approche raciste adoptée par la chaîne dans le traitement de l’actualité. L’épisode qui la poussa à démissionner définitivement survint peu après : la police venait de mener une descente violente dans une communauté aborigène de la Swan Valley. Plutôt que d’envoyer ses reporters interroger directement les victimes de la communauté touchée, la chaîne décida d’interviewer un groupe d’Aborigènes rencontrés à proximité, de retour d’un enterrement. Bien qu’ils soient visiblement en état d’ébriété, ils furent tout de même interviewés et se livrèrent à de vives critiques contre la police — un contenu particulièrement sensible dans un contexte de fortes tensions entre les communautés locales et les autorités. À la suite de cet épisode, Mayman quitta définitivement la chaîne, profondément choquée par l’intention manifestement dénigrante et raciste de la rédaction.
En 1993, elle participa à la réalisation d’un documentaire, Nazi Supergrass. Le film, toujours consultable aujourd’hui, porte sur le Australian Nationalist Movement, qui mena de véritables campagnes de haine raciale dans la ville de Perth entre 1986 et 1989. Cette haine visait principalement les minorités asiatiques, juives et noires. Seul le témoignage de l’un de ses membres, Russell Willey, interviewé en divers lieux et le visage couvert, permit aux autorités de mettre fin aux activités du mouvement et d’arrêter ses militants. La même année, le documentaire fut finaliste des Walkley Awards dans la catégorie du meilleur programme de journalisme télévisé. Comme le rappelle Mark Baker:
«(Jan) ne s’est jamais sentie à l’aise dans le monde dur et autoréférentiel du journalisme, où elle a toujours été une exception, une freelance travaillant pour certains des plus grands journaux d’Australie et d’outre-mer, sans jamais être véritablement accueillie dans le courant dominant»
(Mark Baker, “The trailblazer. Journalist Jan Mayman pioneered reporting of Indigenous deaths in custody”, Inside Story, 24 septembre 2021).
Jan Mayman a consacré sa vie et son brillant talent à défendre la cause de ceux qui n’avaient ni voix ni moyens de se protéger. Elle est morte le 5 août 2021 à Perth, mais son travail, avec le recul du temps, demeure aujourd’hui plus vivant et plus important que jamais. À la prison de Fremantle Prison, à la suite de son enquête sur le meurtre de John Pat, un monument fut érigé, portant gravé un poème de Jack Davis:
«Write of life
the pious said forget the past
the past is dead.
But all I see
in front of me is a concrete floor
a cell door
and John Pat. (…)»
(Jack Davies, John Pat, da John Pat and other poems, 1988)
Traduzione spagnola
Noemi Bertani
Treinta y siete años antes del asesinato de George Floyd en Minneapolis, otro homicidio por motivos raciales se producía en Roebourne, una ciudad de la región de Pilbara en Australia. Un grupo de agentes, tras una noche de juerga, decide detenerse, de vuelta a la comisaría, en un hotel. En el bar encuentran a un joven aborigen llamado Ashely James mientras pide algo para tomar. Se produce un altercado verbal que desemboca en un conflicto físico: los policías comienzan a golpear violentamente a quienes acuden en ayuda de James con patadas, puñetazos y porrazos. Entre ellos, un joven aborigen llamado John Peter Pat, de apenas dieciséis años. Varios testigos relataron haber visto a los policías golpearlo y darle patadas cuando ya estaba en el suelo, y parece que un agente lo golpeó repetidamente en la cabeza. Luego, sangriento y exánime, lo subieron a la camioneta de la policía estacionada ahí cerca y siguieron golpeándolo repetidas veces en la cabeza. John Peter Pat murió la noche del 28 de septiembre de 1983, un mes antes de cumplir diecisiete años.
Cuando Jan Mayman, periodista independiente de la ciudad de Perth, tuvo conocimiento del asesinato, subió al primer avión disponible para ir a Roebourne. Cuando llegó, decidió dirigirse directamente al abogado designado para los servicios legales de los aborígenes australianos, pero este se negó a hablar con ella. Poco tiempo después se le acercó un hombre aborigen; Mayman recuerda no haberlo visto nunca antes, pero aún así sintió que tenía que seguirlo. La condujo al interior de una habitación de hotel, donde había ocho hombres sentados de manera ordenada en las dos camas. El hombre que se le había acercado se dirigió a ellos: «Decídselo». Y fue precisamente a partir del relato impactante de ellos que Jan Mayman escribió una investigación que iba a sacudir hasta tal punto a la opinión pública que se constituyó una Royal Commission, es decir una investigación pública formal que duró dos años, y que además le valió un Golden Walkley, el premio periodístico más prestigioso de Australia.
Los testigos de aquella noche sangrienta, el 28 de septiembre de 1983, le contaron a Mayman cómo habían visto a los policías de Australia Occidental golpear violentamente a Pat en el rostro, golpe que lo hizo caer de espaldas y golpearse la cabeza fuerte contra el asfalto de la carretera. Otro agente siguió golpeando al chico mientras estaba en el suelo, antes de arrastrarlo exánime en la camioneta, volver a golpearlo en el rostro con la bota y encerrarlo ahí dentro. Cuando llegaron a la comisaría, otros testigos vieron llegar el vehículo y a los policías empujar violentamente a los aborígenes bajo custodia, entre ellos a John Pat. Según la declaración, cada uno de ellos, uno tras otro, fue agarrado, arrojado al suelo y pateado. Ninguno de los prisioneros, dijeron, reaccionó en modo alguno. Apenas una hora después de la llegada de John Pat a su celda, un guardia halló al adolescente muerto. La investigación de Jan Mayman se publicó en primera página en el periódico australiano «The Age», en 1984. Tuvo tal resonancia mediática que provocó la indignación general, y la Royal Commision se fijó como objetivo reducir las muertes de reclusos aborígenes bajo custodia, investigando las estadísticas de sus encarcelamientos con respeto a la población blanca, el racismo institucionalizado y los obstáculos socioeconómicos a los que estaban sometidos los indígenas australianos. Como subraya la periodista Wendy Bacon:
«[…] pocas Royal Commissions australianas han atraído una atención mediática más fuerte y apasionada que la de 1991»
(Wendy Bacon, “Thirty years on: How well has Australian media covered deaths in custody?”, Wendybacon.com, 26 de mayo de 2021, https://www.wendybacon.com/2021/Deaths).
Esta investigación en defensa de los aborígenes es solo una de las decenas que caracterizaron la brillante carrera de Mayman a lo largo de los cuarenta años siguientes. En un artículo conmemorativo dedicado a ella, unos meses después de su muerte, Mark Baker, escribe:
«[…] pocas Royal Commissions australianas han atraído una atención mediática más fuerte y apasionada que la de 1991»
(Wendy Bacon, “Thirty years on: How well has Australian media covered deaths in custody?”, Wendybacon.com, 26 de mayo de 2021, https://www.wendybacon.com/2021/Deaths).
Esta investigación en defensa de los aborígenes es solo una de las decenas que caracterizaron la brillante carrera de Mayman a lo largo de los cuarenta años siguientes. En un artículo conmemorativo dedicado a ella, unos meses después de su muerte, Mark Baker, escribe:
«Jan habría odiado todo esto. Nunca le gustaron los focos, dudó constantemente de su talento y fue siempre modesta, insegura de su lugar en el margen entre la Australia negra y blanca, desde donde ejerció un profundo impacto para el bien.»
(Mark Baker, “The trailblazer. Journalist Jan Mayman pioneered reporting of Indigenous deaths in custody”, Inside Story, 24 de septiembre de 2021, https://insidestory.org.au/the-trailblazer/).
Janice Mayman fue una periodista nacida en 1940 en Australia, que vivió en Perth. A lo largo de su extensa carrera, se dedicó principalmente a investigaciones centradas en la denuncia de los abusos sufridos por las personas aborígenes bajo custodia policial, en defensa de los territorios sagrados frente a la expansión de las empresas metalúrgicas –es importante, por ejemplo, su intervención en el conflicto de los Yindjibarndi de la región de Pilbara contra la Twiggy Forrest’s Fortescue Metals– y en la lucha enérgica por los derechos de las comunidades locales. Sin embargo, su interés por las condiciones de los indígenas contrastó siempre con un árbol genealógico que la situaba como nieta de un gran pionero de la búsqueda del oro australiano, George Mayman, quien llegó a ser dueño de una mina de metales preciosos en el siglo pasado. Casi como si quisiera expiar las culpas de su abuelo, Jan dedicó su vida y su carrera a la defensa de aquellos pueblos y aquellas tierras que se habían quedado al margen durante tanto tiempo. A lo largo de su actividad profesional, trabajó como periodista de investigación tanto en Australia como en el Reino Unido, escribiendo para periódicos como «The Sunday Times», «The Age» de Melbourne, «The Canberra Times», «The Guardian» y «The Independent», en Londres. Apenas cuatro años después de la investigación sobre John Pat, en enero de 1988, Mayman escribió un artículo titulado Why Joan Winch needs $650.000. Joan Winch fue presidenta del Centro Universitario Curtin de estudios sobre los aborígenes y ganadora del Sasakawa Prize por parte de la Organización Mundial de la Salud por sus estudios sobre la salud de los indígenas.
Según lo descubierto por Winch, el complejo sistema médico occidental parecía tener un impacto negativo sobre las poblaciones aborígenes, que parecerían responder mejor a los tratamientos del personal sanitario perteneciente a su comunidad. Para llevar a cabo sus investigaciones, Winch realizó un análisis de campo, desplazándose en una unidad médica móvil por los campamentos aborígenes cerca de Swan Valley. Unos meses después, en abril de 1988, Jan Mayman escribió un artículo sobre la Royal Commission que investigaba las muertes de los aborígenes bajo custodia policial, bajo la dirección del juez James Henry Muirhead. La investigación iniciaba su análisis a partir de un informe producido por un grupo de representantes de los asuntos públicos de los aborígenes, de la policía y de distintos departamentos relacionados. El análisis dibujaba una realidad escalofriante: el 35% de todos los reclusos condenados en Australia Occidental eran aborígenes, así como el 91,7% de los reclusos bajo custodia policial. En su artículo, Mayman planteó la hipótesis de que:
«[…] con las elecciones estatales de Australia Occidental que tendrán lugar el próximo año, un cínico podría sugerir que el gobierno de Australia Occidental haya decidido que el riesgo de alguna muerte más de un aborigen es menos peligroso, desde un punto de vista electoral, en un país profundamente conservador, que un ataque completo a los factores sociales, económicos y culturales que se hallan detrás del desconcertante porcentaje de los encarcelamientos de los negros en Australia Occidental »
(Jan Mayman, “The issues W. A. still won’t fase”, Australian Society, abril de 1988).
En octubre, Mayman se centró en denunciar la corrupción generalizada entre los más altos cargos del gobierno, involucrados en pactos no transparentes con las grandes empresas industriales. En particular, la periodista destacó cómo el gobierno de Australia Occidental tenía la intención de dedicarse a la construcción de una nueva planta petrolífera, a condición de que la empresa petrolquímica Bond Corp asumiera la responsabilidad del compromiso del gobierno destinado a salvar el banco Rothwells, en grave riesgo de quiebra, por un importe de 150 millones de dólares. Este acuerdo no tenía en absoluto en cuenta el impacto ambiental de una obra de este tipo, que implicaba un riesgo considerable de pérdidas de materiales cancerígenos en la naturaleza. Las consecuencias para la fauna y la flora iban a ser sin precedentes, en esos territorios. Más adelante, Mayman trabajó brevemente para la televisión, apareciendo en Channel Seven en calidad de periodista. Su activismo para los derechos y las tierras aborígenes, sin embargo, contrastaba fuertemente con el enfoque racista que la emisora daba a las noticias. Lo que la llevó a dimitir fue un episodio ocurrido poco después: recientemente se había producido una irrupción violenta de la policía en una comunidad aborigen de Swan Valley, y la emisora , en lugar de enviar sus propios reporteros a hablar directamente con las víctimas pertenecientes a la comunidad afectada, decidió entrevistar a un grupo de aborígenes en las cercanías, de vuelta de un funeral. Aunque estaban evidentemente intoxicados, los entrevistaron igualmente, y el grupo expresó críticas duras y violentas hacia la policía, material sin duda sensible para las tensiones de aquel período entre las comunidades locales y las autoridades. Tras lo ocurrido, Mayman dejó definitivamente la emisora, impresionada por el evidente carácter denigratorio y racista del canal.
En 1993 colaboró en la realización de un documental, Nazi Supergrass. La película, aún hoy disponible, tiene como sujeto el Movimiento Australiano Nacionalista, que fue artífice de auténticas campañas de odio racial en la ciudad de Perth desde 1986 hasta 1989. El odio iba dirigido principalmente contra las minorías asiáticas, judías y negras. Sólo el testimonio de uno de sus miembros, Russel Willey, entrevistado en distintos lugares y con el rostro cubierto, permitió a las autoridades frenar al Movimiento y detener a sus militantes. Ese mismo año, el documental fue finalista del premio Walkey como mejor producto de periodismo televisivo. Como recuerda Mark Baker:
«(Jan) nunca se sentía cómoda en el mundo duro y egocéntrico del periodismo, donde ella siempre fue una excepción, una periodista independiente que trabajaba para algunos de los periódicos más grandes de Australia y de ultramar, pero que nunca fue acogida de verdad en el mainstream»
(Mark Baker, “The trailblazer. Jounurnalist Jan Mayman pioneered reporting of Indigenous deaths in custody”, Inside Story, 24 de septiembre de 2021, https://insidestory.org.au/the-trailblazer/).
Jan Mayman dedicó su vida y su brillante talento a defender la causa de quienes no tenían voz ni medios para protegerse. Murió el 5 de agosto de 2021 en Perth, pero su trabajo, con el paso del tiempo, sigue siendo hoy más vital e importante que nunca. En la cárcel de Fremantle, tras su investigación sobre el asesinato de John Pat, se erigió un monumento con un poema de Jack Davies grabado encima:
«Write of life
the pious said forget the past
the past is dead.
But all I see
in front of me is a concrete floor
a cell door
and John Pat. (…)»
(Jack Davies, John Pat, da John Pat and other poems, 1988)
Traduzione inglese
Syd Stapleton
Thirty-seven years before George Floyd's murder in Minneapolis, another racially motivated murder took place in Roebourne, a town in Australia's Pilbara region. After a night of revelry, a group of police officers decided to stop at a hotel on their way back to the station. In the bar, while trying to place an order, they encountered an Aboriginal man named Ashley James. A verbal altercation ensued, which escalated into physical violence: the police began to violently beat those who had come to James' aid with kicks, punches, and batons. Among them was a young Aboriginal man named John Peter Pat, just sixteen years old. Several witnesses reported seeing the police beating and kicking him while he was already on the ground, and one officer allegedly struck him repeatedly on the head. Then, bleeding and lifeless, they loaded him into a police van parked nearby and continued to strike him repeatedly on the head. John Peter Pat died on the night of September 28, 1983, one month before his seventeenth birthday.
When Jan Mayman, a freelance journalist from Perth, heard about the murder, she took the first flight available to Roebourne. Once there, she decided to speak directly to the lawyer assigned to the Australian Aboriginal legal services, but he refused to talk to her. Shortly afterwards, an Aboriginal man approached her; Mayman remembers never having met him before, but felt she had to follow him. He led her into a hotel room, where she found eight men sitting neatly on two beds. The man who had approached her turned to them and said, “Tell her.” It was from their shocking account that Jan Mayman wrote the investigation that would shake public opinion so much that a Royal Commission, a formal public inquiry that lasted two years, was established, and she was awarded a Golden Walkley, Australia's most prestigious journalism award.
Witnesses to that bloody evening of September 28, 1983, told Mayman how they saw Western Australian police violently strike Pat in the face, causing him to fall backward and hit his head hard on the asphalt. Another officer continued to beat the young man while he was on the ground, before dragging him, unconscious, into the van, kicking him again in the face and locking him inside. Upon arrival at the police station, other witnesses saw the vehicle arrive and the police violently push the Aboriginal men who had been taken into custody, including John Pat, out of the van. According to the testimony, each of them, one after the other, was taken, thrown to the ground, and kicked. None of the prisoners, they said, reacted in any way. Just an hour after John Pat arrived in his cell, the 16-year-old was found dead by a guard. Jan Mayman's investigation was published on the front page of the Australian newspaper The Age in 1984. It received such media coverage that it sparked widespread outrage, and the Royal Commission set itself the goal of reducing the deaths of Aboriginal prisoners in custody, investigating the statistics of their incarceration compared to the white population, institutionalized racism, and the socioeconomic barriers faced by Indigenous Australians. As journalist Wendy Bacon points out:
«[...] few Australian Royal Commissions have attracted more intense or passionate media attention than the one in 1991)»
(Wendy Bacon, “Thirty years on: How well has Australian media covered deaths in custody?”, Wendybacon.com, May 26, 2021, https://www.wendybacon.com/2021/Deaths).
This investigation in defense of the Aboriginal people is just one of dozens that marked Mayman's brilliant career over the next 40 years. Mark Baker wrote in a commemorative article dedicated to her a few months after her death:
«Jan would have hated all this. She never liked the limelight, constantly doubted her talent, and was always modest, unsure of her place on the margins between black and white Australia, from where she had such a profound impact for good»
(Mark Baker, "The trailblazer. Journalist Jan Mayman pioneered reporting of Indigenous deaths in custody," Inside Story, September 24, 2021, https://insidestory.org.au/the-trailblazer/).
Janice Mayman was a journalist born in 1940 in Australia and lived in Perth. During her long career, she focused mainly on investigative reporting exposing abuses suffered by Aboriginal people in police custody and defending their sacred lands from expansion by mining companies. Of particular note, for example, her involvement in the dispute between the Yindjibarndi people of the Pilbara region and Twiggy Forrest's Fortescue Metals – and the strenuous fight for the rights of local populations. Her interest in the conditions of indigenous peoples, however, has always contrasted with her family tree, which includes her grandfather, George Mayman, a great pioneer in Australian gold mining who also became the owner of a precious metals mine in the last century. As if to atone for her grandfather's sins, Jan dedicated her life and career to defending those peoples and lands that have been marginalized for so long. During her professional career, she worked as an investigative journalist in both Australia and the United Kingdom, writing for publications such as The Sunday Times, The Age in Melbourne, The Canberra Times, The Guardian, and The Independent in London. Just four years after the investigation into John Pat, in January 1988, Mayman wrote an article entitled Why Joan Winch needs $650,000. Joan Winch was president of the Curtin University Centre for Aboriginal Studies and winner of the Sasakawa Prize from the World Health Organization for her studies on indigenous health.
According to Winch's findings, the complex Western medical system had a negative impact on Aboriginal peoples, who seemed to respond better to care provided by health workers from their own community. To carry out her research, Winch conducted fieldwork, traveling in a mobile medical unit to Aboriginal camps near Swan Valley. A few months later, in April 1988, Jan Mayman wrote an article about the Royal Commission investigating Aboriginal deaths in police custody, led by Judge James Henry Muirhead. The inquiry based its analysis on a report produced by a group of representatives from Aboriginal public affairs, the police, and various related departments. The analysis painted a chilling picture: 35% of all convicted prisoners in Western Australia were Aboriginal, as were 91.7% of prisoners taken into police custody. In his article, Mayman suggested that:
«with Western Australian state elections coming up next year, a cynic might suggest that the Western Australian government has decided that the risk of a few more Aboriginal deaths is less dangerous, electorally speaking, in a deeply conservative state than an all-out attack on the social, economic, and cultural factors behind the staggering rate of black incarceration in Western Australia»
(Jan Mayman, “The issues W. A. still won't face,” Australian Society, April 1988).
In October, Mayman focused on exposing rampant corruption among the highest ranks of government, engaged in non-transparent deals with large industrial companies. In particular, the journalist highlighted how the Western Australian government intended to commit to the construction of a new oil plant, on condition that the petrochemical company Bond Corp took responsibility for a government commitment to bail out Rothwells Bank, which was at serious risk of bankruptcy, to the tune of $150 million. This agreement did not take into account the environmental impact of such a project, which involved a significant risk of carcinogenic materials being released into the environment. The consequences for the fauna and flora would have been unprecedented in those areas. Mayman then worked briefly for television, appearing on Channel Seven as a journalist. However, her activism for Aboriginal rights and land rights contrasted sharply with the broadcaster's racist approach to news. What finally prompted her to resign was an incident shortly afterwards: there had recently been a violent police raid on an Aboriginal community in the Swan Valley, and rather than sending its reporters to speak directly to the victims from the affected community, the station decided to interview a group of Aborigines nearby who were returning from a funeral. Although they were visibly intoxicated, they were interviewed anyway, and the group launched into heavy and violent criticism of the police, material that was certainly inflammatory given the tensions between local communities and the authorities at the time. Following the incident, Mayman left the station for good, deeply affected by the channel's clear racist and disparaging intent.
In 1993, she collaborated on a documentary, Nazi Supergrass. The film, which is still available, focuses on the Australian Nationalist Movement, which was guilty of actual racial hatred campaigns in the city of Perth from 1986 to 1989. The hatred was mainly directed against Asian, Jewish, and Black minorities. Only the testimony of one of its members, Russel Willey, interviewed in various locations with his face covered, enabled the authorities to stop the Movement and arrest its militants. That same year, the documentary was a finalist for the Walkley Award for best television journalism. As Mark Baker recalls:
«(Jan) never felt comfortable in the tough, ego-driven world of journalism, where she was always an exception, a freelancer working for some of the biggest newspapers in Australia and overseas, but never really accepted into the mainstream»
(Mark Baker, "The trailblazer. Journalist Jan Mayman pioneered reporting of Indigenous deaths in custody," Inside Story, September 24, 2021, https://insidestory.org.au/the-trailblazer/).
Jan Mayman dedicated her life and her brilliant talent to defending the cause of those who had no voice or means to protect themselves. She died on August 5, 2021, in Perth, but her work, even after all this time, remains as vital and important as ever. In Fremantle Prison, following her investigation into the murder of John Pat, a monument was erected with a poem by Jack Davies engraved on it:
«Write of life
the pious said forget the past
the past is dead.
But all I see
in front of me is a concrete floor
a cell door
and John Pat. (…)»
(Jack Davies, John Pat, da John Pat and other poems, 1988)