Lee Miller
Loretta Junck
Tullia Ciancio
È una delle pochissime donne che osarono sfidare convenzioni consolidate agendo come reporter di guerra durante il secondo conflitto mondiale. Oltre a Elizabeth Miller se ne contano infatti solo altre due, come lei americane, Margaret Bourke White e Martha Gellhorn, che era moglie di Hemingway, ma il suo rapporto con lo scrittore fu per lei tutt’altro che un vantaggio nel lavoro. Diversamente da quest’ultima, Miller non era nata come giornalista, ma come fotografa. Fu la guerra a condurla alla scrittura e vi giunse dopo una serie di diverse esperienze di vita e di lavoro, tutte ugualmente intense e fortunate, di cui però si stancava presto abbandonandole ogni volta per volgersi verso nuovi orizzonti, spinta da un’inquietudine che non la lasciò mai. Il giornalismo non fece eccezione e come altre passioni la coinvolse profondamente, ma solo in una fase della sua vita.
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Elizabeth nasce nel 1907 a Poughkeepsie, una cittadina della provincia americana sulle sponde del fiume Hudson, da una buona famiglia borghese. A soli sette anni subisce uno stupro da parte di un insospettabile amico di famiglia, episodio che ha avuto probabilmente un peso non indifferente nella sua storia.
Raggiunta l’adolescenza, la ragazza sente di avere interesse per le arti; ancora non ha individuato la sua strada, ma è sicuro che a Poughkeepsie si sente stretta e con il consenso dei genitori si trasferisce a New York. Qui un incontro del tutto fortuito con Condé Nast, guru dell’editoria americana, le spiana la strada per diventare una stella di prima grandezza nel firmamento di Vogue, la rivista che detta legge nel campo della moda. Elizabeth ha 19 anni ed è bellissima. Bionda, occhi celesti, elegante, è una tipica “maschietta” dell’età del jazz, il prototipo femminile del nuovo stile americano. Anche psicologicamente assomiglia alle eroine dei romanzi di Francis Scott Fitzgerald, permeate dall’ansia di emancipazione che scuote il mondo femminile all’indomani del primo conflitto mondiale. In breve tempo Milller diventa la modella più richiesta e meglio pagata di New York, è invitata ai party esclusivi di Condé Nast e frequenta lo studio della stravagante illustratrice Neysa McMein, dove si riuniscono le teste pensanti della città, come Charley Chaplin, Irving Berlin, Doroty Parker e i loro amici dell’Algonquin Round Table. È proprio Neysa a inventare per lei il nomignolo di “Lee”, che da allora sostituirà il suo nome.
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| Miller posa per Vogue appartamento di Condè Nast, 1928. |
Ma presto Lee si stanca di essere fotografata, vuole trovarsi dall’altra parte dell’obiettivo. È il 1929 quando parte per Parigi – vi era già stata qualche anno prima e la città l’aveva entusiasmata – con il preciso scopo di diventare l’assistente di Man Ray, il mago della fotografia d’arte. Al fianco del famoso pittore e fotografo, personaggio di primo piano nell’ambiente artistico surrealista, di cui diventa presto l’ispiratrice e amante, Lee si impadronisce delle tecniche fotografiche, ne inventa di nuove e si inserisce in una cerchia di persone intellettualmente stimolanti: conosce artisti prestigiosi e appare anche nel film sperimentale di Jean Cocteau Le sang d’un poète. Sembrerebbe quasi scontato per la giovane fotografa il ruolo di musa riconosciuta di Ray, mostro sacro con quasi vent’anni più di lei, ma Lee è ben decisa a non ricoprire un ruolo subordinato rispetto all’uomo che ama. Affitta un piccolo studio, non lontano da quello di lui – è “la stanza tutta per sé” di cui ha bisogno – e inizia a firmare i primi servizi fotografici per Vogue e altre riviste di moda e anche a pubblicizzare profumi: non va troppo per il sottile, è una ragazza pratica e vuole potersi pagare l’affitto. Ray è possessivo, ma lei, pur apprezzandolo e volendogli bene, non ha nessuna intenzione di rinunciare alla propria libertà, così mette fine al rapporto e parte per New York, dove apre uno studio insieme al fratello Erik insegnandogli tutti i trucchi del mestiere. Ormai famosa in città, le sue foto artistiche sono richieste da tutti i personaggi del bel mondo e guadagna quello che vuole.
La stabilità però non è il suo forte: la routine l’annoia e di punto in bianco, fra lo sconcerto generale, abbandona tutto quello che ha costruito per sposare Aziz Eloui Bey, un affascinante miliardario egiziano raffinato e intelligente che ha conosciuto a Parigi. Con lui, che è un alto funzionario del governo egiziano, Lee parte per Il Cairo. Come era immaginabile, non si trova bene nell’ambiente dell’alta società egiziana e reagisce con quelli che ufficialmente sono lunghi viaggi, ma in realtà sono fughe. A Parigi incontra a una festa Roland Penrose, un gentiluomo inglese di raffinata cultura appassionato di arte d’avanguardia. È un colpo di fulmine: i due diventano inseparabili e passano insieme l’estate del 1937, tra la Cornovaglia e il Sud della Francia, mentre iniziano a soffiare i primi venti di guerra. Le foto di quel periodo testimoniano il clima di libertà e di complicità esistente nel gruppo di amici di Roland, di cui facevano parte Max Ernst e Leonora Carrington, Picasso e Dora Maar, Paul Eluard e Nusch, Man Ray e la sua nuova musa Ady.
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| Lee Miller e Pablo Picasso. |
Dopo tre mesi d’incanto, Lee torna ancora una volta al Cairo, ma l’esperienza vissuta le permette di misurare tutta la distanza che la separa dall’ambiente in cui vive. Seguiranno altre fughe, finché nel ’39 Lee lascia definitivamente l’Egitto. È il primo di settembre quando insieme a Roland riesce a stento a salire sull’ultima nave che parte da Saint Malo per l’Inghilterra. La guerra è scoppiata.
Lee sceglie di rimanere a Londra accanto a Roland, che si arruola nell’esercito come consulente, mentre lei si presenta a Audry Withers, direttrice di British Vogue e in poco tempo diventa una colonna della rivista. Con l’invasione e la capitolazione della Francia, l’Inghilterra resta da sola contro le forze tedesche e sarà soltanto dopo l’attacco di Pearl Harbor che il governo statunitense deciderà di intervenire nella guerra. Lee documenta con i suoi scatti il durissimo attacco aereo contro il Paese che la ospita e le foto sono così potenti che vengono raccolte in un libro (Grim Glory Pictures of Britain Under Fire) con l’introduzione di Ed Murrow, inviato statunitense a Londra, quotidianamente collegato via radio con gli Usa per informare il popolo americano sul conflitto in Europa. Lee, che ne apprezza lo stile secco e senza fronzoli, pubblica su Vogue un servizio su di lui e per la prima volta lo accompagna con un proprio testo. Un’impresa che le costa molto: è abituata a maneggiare le immagini e la scrittura non le viene facile. Eppure, il suo stile franco e spontaneo, talvolta ironico come la sua conversazione, è coinvolgente e lontano com’è da ogni retorica. I resoconti di moda le appaiono sempre più incongrui nel momento drammatico che sta vivendo e invece dei salotti eleganti preferisce frequentare i locali come il bar dell’hotel Savoy, dove incontra fotoreporter e corrispondenti di guerra statunitensi. Diventa amica di Margaret Bourke-White, mandata da Life e conosce Robert Capa, già famosissimo per lo scatto del miliziano colpito nella guerra di Spagna, una foto che ha fatto il giro del mondo. Ma la sua attenzione si concentra sul giovane David Scherman, promettente fotoreporter inviato di Life. Con lui Lee inizia una relazione sentimentale che, fondata sulla comune passione per il loro lavoro, non mette in crisi il suo rapporto, singolarmente libero, con Roland Penrose. Con Dave dividerà molti momenti del nuovo capitolo che si apre nella sua vita: il 30 dicembre 1942 infatti ottiene il tesserino di corrispondente di guerra per Vogue e un mese dopo lo sbarco in Normandia parte per la Francia per documentare l’assedio, ancora in corso, di Saint Malo.
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| Lee Miller seconda dalla destra con altre giornaliste di guerra 1943. |
I suoi pezzi sono diretti, a volte feroci, perché feroce è la realtà sotto i suoi occhi. La guerra è orribile, lei non sa nasconderlo né lo vuole. Caduta finalmente la cittadella, Lee si dirige (in autostop, non c’è altro modo) a Parigi che è stata appena liberata. La città è ancora piena di cecchini che sparano dall’alto delle case, ma questo non frena la gioia dei parigini, né impedisce la sfilata degli uomini e delle donne della Resistenza sugli Champs-Élisées, insieme all’esercito di De Gaulle. All’hotel Scribe, dove ha occupato una stanza, riabbraccia Dave Scherman e poi va a trovare Picasso, che durante tutto il periodo dell’occupazione ha voluto rimanere in città. Assiste anche alla gogna a cui sono sottoposte le donne che hanno collaborato con i nemici e pensa che hanno quello che meritano. Però la guerra in Francia è finita e l’inviata di Vogue dovrebbe occuparsi della nuova moda della stagione autunno-inverno 1944. Ci prova, volonterosa, con qualche pezzo di colore, ma poi scongiura la direttrice di farla ritornare in azione: non riesce più a occuparsi di frivolezze. Audry, che l’apprezza, si dice d’accordo.
La nuova meta è la Germania. Nonostante le proteste di Roland, che vorrebbe riaverla a Londra, Lee parte con Scherman, che ha acquistato una Chevrolet di seconda mano, e attraversa il Paese fra le macerie dei bombardamenti e il pericolo costituito da una situazione ancora fluida, con l’auto carica di rullini e di taniche di benzina. A Lipsia fotografa il borgomastro nazista che si è appena suicidato insieme all’intera famiglia, a Torgau assiste all’incontro storico tra l’esercito statunitense e quello sovietico, poi arriva nei campi di concentramento appena aperti dalle truppe americane ed è l’orrore puro. Lee, sotto shock, ritrae scene terribili con la sua Rolleiflex e spedisce alla rivista articoli toccanti. Arrivata a Monaco, scopre che l’appartamento assegnatole era la casa privata di Hitler e si libera del fango di Dachau immergendosi nella vasca del Führer, che poche ore prima (ma la notizia ancora non è stata diffusa) si è suicidato nel bunker di Berlino insieme a Eva Brown. Gli scatti di Dave la immortalano in questa operazione, ma nessun lavacro è in grado di ripulirle l’anima che rimarrà traumatizzata per sempre da ciò che ha visto.
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| Lee Miller e David E. Scherman, Lee Miller nella vasca di Hitler Monaco di Baviera Germania 1945 | Lee Miller in Germania, 1945 |
Scherman deve tornare a New York, richiamato da Life, ma lei non riesce né a seguirlo, né a tornare a Londra. Va avanti, da sola e arriva a Vienna dove la popolazione è priva di tutto rimanendo sconvolta da ciò che si offre al suo sguardo nell’ospedale per gli orfani. Mai più potrà sopportare la vista del blu che le ricorda il colore cianotico di un bambino condannato a morire dalla mancanza di medicinali. A Budapest ammira la forza di volontà delle donne ungheresi, cui la guerra ha fornito un’occasione di emancipazione, ma sente che Stalin non accetterà di recedere dalle terre che ha liberato e il destino dell’Ungheria è ormai segnato. Quando, stremata, arriva a Bucarest, riceve da Roland una lettera che è un ultimatum, ma ancora non sa decidersi. A sbloccare la situazione sarà David Sherman, l’amico generoso, che le manda un telegramma. «Torna a casa» c’è scritto. E lei gli dà retta: torna a Londra.
Sposerà Roland Penrose quando si accorgerà di attendere un figlio da lui e dopo aver ottenuto il divorzio da Aziz Bey, che ufficialmente è ancora suo marito. Un’altra passione divorante, quella per la cucina, seguirà la stagione conclusa del giornalismo, ma Lee Miller non riuscirà a uscire mai del tutto dalla depressione provocata dalle scene terribili di Dachau e Buchenwald, e forse anche dal consumo abituale di benzedrina. Per questo nasconderà ogni traccia, ogni documento di quel passato e non ne parlerà mai.
La sua storia è stata resa nota dal figlio Antony, dopo aver trovato – nella soffitta di Farley Farm, la casa di campagna dove i suoi genitori avevano abitato insieme per quasi trent’anni e Lee era morta nel 1976 – una gran quantità di fotografie, diari, lettere e bozze di articoli di cui non sospettava l’esistenza. Un tesoro che gli ha rivelato finalmente chi fosse sua madre, con la quale non aveva avuto un rapporto facile, e ha permesso a lui di riconciliarsi con la sua immagine, a tutte e tutti noi di scoprire un’eccezionale figura di donna.
Traduzione francese
Michela Rocchi
Elizabeth Miller est l’une des très rares femmes à avoir osé défier les conventions établies en exerçant le métier de reporter de guerre pendant la Seconde Guerre mondiale. Outre elle, on n’en compte en effet que deux autres, elles aussi américaines : Margaret Bourke-White et Martha Gellhorn, qui était l’épouse d’Hemingway, mais dont la relation avec l’écrivain fut loin de constituer un avantage dans son travail. Contrairement à cette dernière, Miller n’était pas journaliste de formation, mais photographe. C’est la guerre qui la conduisit à l’écriture, après une série d’expériences de vie et de travail différentes, toutes aussi intenses et heureuses, dont elle se lassait pourtant très vite, les abandonnant chaque fois pour se tourner vers de nouveaux horizons, poussée par une inquiétude qui ne la quitta jamais. Le journalisme ne fit pas exception : comme d’autres passions, il la captiva profondément, mais seulement durant une phase de sa vie.
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Elizabeth naît en 1907 à Poughkeepsie, une petite ville de la province américaine située sur les rives de l’Hudson, dans une bonne famille bourgeoise. À seulement sept ans, elle est victime d’un viol commis par un insoupçonnable ami de la famille, un épisode qui eut probablement un poids considérable dans son histoire.
À l’adolescence, la jeune fille découvre son intérêt pour les arts. Elle n’a pas encore trouvé sa voie, mais une chose est certaine : à Poughkeepsie, elle se sent à l’étroit. Avec l’accord de ses parents, elle s’installe donc à New York. Là, une rencontre tout à fait fortuite avec Condé Nast, gourou de l’édition américaine, lui ouvre la voie pour devenir une étoile du firmament de Vogue, le magazine qui fait alors autorité dans le monde de la mode. Elizabeth a dix-neuf ans et elle est très belle. Blonde, les yeux bleus, élégante, elle incarne la « garçonne » typique de l’âge du jazz, le prototype féminin du nouveau style américain. Sur le plan psychologique aussi, elle ressemble aux héroïnes des romans de Francis Scott Fitzgerald, imprégnées de cette soif d’émancipation qui secoue le monde féminin au lendemain de la Première Guerre mondiale. En peu de temps, Miller devient le mannequin le plus demandé et le mieux payé de New York. Elle est invitée aux soirées exclusives de Condé Nast et fréquente l’atelier de l’illustratrice fantasque Neysa McMein, où se réunissent les esprits les plus brillants de la ville : Charlie Chaplin, Irving Berlin, Dorothy Parker et leurs amis de l’Algonquin Round Table. C’est précisément Neysa qui lui invente le surnom de « Lee », qui remplacera désormais son prénom.
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| Miller pose pour Vogue dans l’appartement de Condé Nast, 1928. |
Mais bientôt Lee se lasse d’être photographiée : elle veut passer de l’autre côté de l’objectif. En 1929, elle part pour Paris (elle y était déjà venue quelques années plus tôt et la ville l’avait enthousiasmée) avec l’objectif précis de devenir l’assistante de Man Ray, le magicien de la photographie d’art. Aux côtés du célèbre peintre et photographe, figure majeure du milieu artistique surréaliste, dont elle devient bientôt la muse et l’amante, Lee s’approprie des techniques photographiques, en invente de nouvelles et s’insère dans un milieu intellectuellement stimulant : elle rencontre des artistes prestigieux et apparaît même dans le film expérimental de Jean Cocteau Le Sang d’un poète. Pour la jeune photographe, il aurait presque été naturel de devenir la muse officielle de Ray, monstre sacré de près de vingt ans son aîné. Mais Lee est bien décidée à ne pas occuper un rôle subalterne auprès de l’homme qu’elle aime. Elle loue un petit studio non loin du sien — « une chambre à soi » dont elle a besoin — et commence à signer ses premiers reportages photographiques pour Vogue et d’autres magazines de mode, tout en réalisant des campagnes publicitaires pour des parfums. Elle ne tergiverse pas : c’est une jeune femme pragmatique et elle veut pouvoir payer son loyer. Ray est possessif, mais elle, tout en l’appréciant et en l’aimant, n’a aucune intention de renoncer à sa liberté. Elle met donc fin à leur relation et part pour New York, où elle ouvre un studio avec son frère Erik, auquel elle enseigne tous les secrets du métier. Désormais célèbre dans la ville, ses photographies artistiques sont recherchées par toute la haute société et elle gagne autant qu’elle le souhaite.
La stabilité, toutefois, n’est pas son fort. La routine l’ennuie et, soudainement, à la stupéfaction générale, elle abandonne tout ce qu’elle a construit pour épouser Aziz Eloui Bey, un séduisant milliardaire égyptien, raffiné et intelligent, qu’elle a rencontré à Paris. Avec lui, haut fonctionnaire du gouvernement égyptien, Lee part pour Le Caire. Comme on pouvait s’y attendre, elle ne se sent pas à l’aise dans le milieu de la haute société égyptienne et part officiellement pour de longs voyages qui ne sont en réalité que des escapades. À Paris, lors d’une soirée, elle rencontre Roland Penrose, un gentleman anglais à la culture raffinée et passionné d’art d’avant-garde. C’est un coup de foudre. Les deux deviennent inséparables et passent ensemble l’été 1937 entre les Cornouailles et le sud de la France, tandis que les premiers vents de la guerre commencent à souffler. Les photographies de cette période témoignent du climat de liberté et de complicité qui règne au sein du groupe d’amis de Roland : Max Ernst et Leonora Carrington, Picasso et Dora Maar, Paul Éluard et Nusch, Man Ray et sa nouvelle muse Ady.
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| Lee Miller avec Pablo Picasso. |
Après trois mois enchantés, Lee retourne une fois de plus au Caire. Mais l’expérience qu’elle vient de vivre lui fait mesurer toute la distance qui la sépare du milieu dans lequel elle vit. D’autres fuites suivront, jusqu’à ce qu’en 1939 Lee quitte définitivement l’Égypte. Le 1er septembre, avec Roland, elle parvient tout juste à embarquer sur le dernier navire quittant Saint-Malo pour l’Angleterre. La guerre a éclaté.
Lee choisit de rester à Londres aux côtés de Roland, qui s’engage dans l’armée comme conseiller, tandis qu’elle se présente à Audrey Withers, directrice de British Vogue, et devient rapidement l’une des collaboratrices essentielles du magazine. Lorsque la France est envahie puis capitule, l’Angleterre se retrouve seule face aux forces allemandes ; ce n’est qu’après l’attaque de Pearl Harbor que le gouvernement américain décide d’entrer en guerre. Lee documente par ses clichés les terribles bombardements aériens contre le pays qui l’accueille. Ses photographies sont si puissantes qu’elles sont réunies dans un livre (Grim Glory: Pictures of Britain Under Fire), avec une introduction d’Ed Murrow, correspondant américain à Londres, qui informe chaque jour par radio le public américain du conflit européen. Lee, qui apprécie son style sec et dépouillé, lui consacre un reportage dans Vogue et, pour la première fois, l’accompagne d’un texte de sa propre plume. C’est pour elle une entreprise difficile : habituée à manier les images, elle ne trouve pas l’écriture facile. Pourtant, son style franc et spontané, parfois ironique comme sa conversation, est captivant et dépourvu de toute rhétorique. Les reportages de mode lui paraissent de plus en plus incongrus dans cette période dramatique. Au lieu des salons élégants, elle préfère fréquenter des lieux comme le bar de l’hôtel Savoy, où elle rencontre des photojournalistes et des correspondants de guerre américains. Elle devient amie avec Margaret Bourke-White, envoyée par Life, et rencontre Robert Capa, déjà célèbre pour le cliché du milicien frappé pendant la guerre d’Espagne, une photographie qui a fait le tour du monde. Mais son attention se porte surtout sur le jeune David Scherman, prometteur photoreporter de Life. Avec lui, Lee entame une relation sentimentale qui, fondée sur leur passion commune pour le travail, ne remet pas en cause sa relation singulièrement libre avec Roland Penrose. Avec Dave, elle partagera de nombreux moments du nouveau chapitre qui s’ouvre dans sa vie : le 30 décembre 1942, elle obtient en effet la carte de correspondante de guerre pour Vogue et, un mois après le débarquement en Normandie, elle part pour la France afin de documenter le siège encore en cours de Saint-Malo.
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| Lee Miller, deuxième en partant de la droite, avec d’autres correspondantes de guerre, 1943. |
Ses articles sont directs, parfois féroces, tout comme la réalité qui est sous ses yeux. La guerre est horrible : elle ne sait ni ne veut le cacher. Une fois la citadelle tombée, Lee se rend (en auto-stop, faute d’autre moyen) à Paris, tout juste libérée. La ville est encore pleine de tireurs embusqués qui tirent depuis les toits, mais cela n’entrave ni la joie des Parisiens ni le défilé des hommes et des femmes de la Résistance sur les Champs-Élysées aux côtés de l’armée de De Gaulle. À l’hôtel Scribe, où elle a pris une chambre, elle retrouve Dave Scherman, puis va rendre visite à Picasso, qui a choisi de rester en ville durant toute l’occupation. Elle assiste aussi à la mise au pilori des femmes accusées d’avoir collaboré avec l’ennemi et pense qu’elles ont ce qu’elles méritent. Mais la guerre en France est terminée et l’envoyée de Vogue devrait désormais s’occuper de la nouvelle mode de la saison automne-hiver 1944. Elle essaie, de bonne volonté, d’écrire quelques articles plus légers, mais finit par supplier la directrice de la renvoyer sur le terrain : elle n’arrive plus à s’occuper de frivolités. Audrey, qui l’apprécie, accepte.
La nouvelle destination est l’Allemagne. Malgré les protestations de Roland, qui voudrait la voir revenir à Londres, Lee part avec Scherman, qui a acheté une Chevrolet d’occasion, et traverse le pays au milieu des ruines des bombardements et d’une situation encore instable, la voiture chargée de pellicules et de bidons d’essence. À Leipzig, elle photographie le bourgmestre nazi qui vient de se suicider avec toute sa famille ; à Torgau, elle assiste à la rencontre historique entre les armées américaine et soviétique ; puis elle arrive dans les camps de concentration à peine libérés par les troupes américaines : l’horreur à l’état pur. Sous le choc, Lee photographie des scènes terribles avec son Rolleiflex et envoie au magazine des articles bouleversants. Arrivée à Munich, elle découvre que l’appartement qui lui a été attribué est l’ancienne résidence privée d’Hitler et se débarrasse de la boue de Dachau en se plongeant dans la baignoire du Führer, qui, quelques heures plus tôt (mais la nouvelle n’a pas encore été rendue publique), s’est suicidé dans son bunker berlinois avec Eva Braun. Les photographies de Dave l’immortalisent dans ce geste, mais aucun bain ne pourra laver son âme, qui restera à jamais marquée par ce qu’elle a vu.
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| Lee Miller et David E. Scherman : Lee Miller dans la baignoire d’Hitler, Munich (Allemagne), 1945 | Lee Miller en Allemagne, 1945 |
Scherman doit retourner à New York, rappelé par Life, mais Lee ne peut ni le suivre ni rentrer à Londres. Elle continue seule et arrive à Vienne, où la population manque de tout ; elle est bouleversée par ce qu’elle voit dans un hôpital pour orphelins. Elle ne supportera jamais plus la vue du bleu, qui lui rappelle la couleur cyanotique d’un enfant condamné à mourir faute de médicaments. À Budapest, elle admire la force des femmes hongroises, à qui la guerre a offert une occasion d’émancipation, mais elle comprend que Staline n’acceptera pas de renoncer aux territoires qu’il a libérés : le destin de la Hongrie est désormais scellé. Lorsqu’elle arrive, épuisée, à Bucarest, elle reçoit de Roland une lettre qui sonne comme un ultimatum, mais elle ne parvient toujours pas à se décider. C’est David Scherman, l’ami généreux, qui débloque la situation en lui envoyant un télégramme : « Rentre à la maison. » Elle lui obéit et retourne à Londres.
Elle épousera Roland Penrose lorsqu’elle découvrira qu’elle attend un enfant de lui, après avoir obtenu le divorce d’Aziz Bey, qui est officiellement encore son mari. Une autre passion dévorante, celle de la cuisine, succédera à la période du journalisme. Mais Lee Miller ne parviendra jamais à se libérer complètement de la dépression provoquée par les scènes terribles de Dachau et de Buchenwald, peut-être aussi par l’usage régulier de benzédrine. C’est pour cela qu’elle cachera toute trace, tout document de ce passé et n’en parlera jamais.
Son histoire a été révélée par son fils Antony, qui découvrit dans le grenier de Farley Farm (la maison de campagne où ses parents avaient vécu ensemble pendant près de trente ans et où Lee mourut en 1976) une grande quantité de photographies, de journaux, de lettres et d’ébauches d’articles dont il ignorait l’existence. Un trésor qui lui révéla enfin qui était sa mère, avec laquelle il n’avait pas eu une relation facile, et qui lui permit de se réconcilier avec son image, tout en offrant à chacun de nous la possibilité de découvrir une figure de femme exceptionnelle.
Traduzione spagnola
Francesca Cannata
Es una de las pocas mujeres que osaron desafiar convenciones consolidadas actuando como reportera de guerra durante el segundo conflicto mundial. Además de Elizabeth Miller hubo solo otras dos, también estadounidenses, Margaret Bourke White y Martha Gellhorn, la esposa de Hemingway, pero su relación con el escritor fue para ella todo lo contrario de una ventaja en el trabajo. A diferencia de este última, Miller no nació como periodista, sino como fotógrafa. Fue la guerra lo que la llevó a la escritura y llegó allí después de una serie de distintas experiencias vitales y profesionales, todas igualmente intensas y afortunadas, pero de las que pronto se aburria abandonándolas cada vez para volverse hacia nuevos horizontes, impulsada por una inquietud que nunca la dejó. El periodismo no representó una excepción y, como las otras pasiones, le interesó profundamente, pero solo en una fase de su vida.
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Elizabeth nació en el 1907 en Poughkeepsie, una pequeña ciudad de la provincia estadounidense a orillas del río Hudson, en una buena familia burguesa. A la edad de siete años la violó un insospechable amigo de familia, episodio que tuvo probablemente un peso relevante en su historia.
Con la llegada de la adolescencia, la joven reconoce un interés por las artes; todavía no ha encontrado su camino, pero está segura de que en Poughkeepsie se siente oprimida y con el consenso de sus padres se traslada a Nueva York. Aquí un encuentro totalmente casual con Condé Nast, gurú de la industria editorial estadounidense, le allana el camino para llegar a ser una estrella de primera magnitud en el estrellato de «Vogue», la revista que lleva la voz cantante en el campo de la moda. Elizabeth tiene 19 años y es guapísima. Rubia, ojos azules, elegante, es una típica flapper de la edad del jazz, el prototipo femenino del nuevo estilo americano. También psicológicamente se parece a las heroínas de las novelas de Francis Scott Fitzgerald, impregnada por la ansiedad de la emancipación que sacude el mundo femenino el día siguiente del primer conflicto mundial. En poco tiempo Miller se convierte en la modela más requerida y mejor pagada de Nueva York, invitada a las fiestas exclusivas de Condé Nast y frecuenta el estudio de la extravagante ilustradora Neysa McMein, donde se reúnen los intelectuales de la ciudad, como Charlie Chaplin, Irving Berlin, Doroty Parker y sus amigos de Algonquin Round Table. Fue precisamente Neysa quien inventó para ella el apodo de “Lee”, que desde aquel momento sustituirá su nombre.
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| Miller posa para Vogue en el apartamento de Condé Nast, 1928. |
Muy pronto Lee se cansa de ser fotografiada, quiere estar en la otra parte del objetivo. En 1929 sale hacia París –había estado allí algunos años antes y la ciudad la había entusiasmado– con el preciso objetivo de llegar a ser la asistente de Man Ray, el mago de la fotografía del arte. Al lado del famoso pintor y fotógrafo, personaje destacado en el ambiente artístico surrealista, de quien pronto se convierte en inspiradora y amante, Lee se apodera de las técnicas fotográficas, se inventa nuevas y se introduce en un círculo de personas intelectualmente estimulantes: conoce artistas prestigiosos y aparece también en la película experimental de Jean Cocteau Le sang d’un poète. Parecía casi descontada para la joven fotógrafa la función de musa reconocida de Ray, genio con casi veinte años más que ella, pero Lee está bien determinada a no ocupar una función subordinada con respecto al hombre que ama. Alquila un pequeño despacho, no lejos del suyo –es su “habitación propia”, la que necesita– y empieza a firmar los primeros servicios fotográficos para «Vogue» y otras revistas de moda y también hacer publicidad para perfumes: ella no se va con sutilezas, es una chica práctica y quiere poderse pagar el alquiler. Ray es posesivo, pero ella, a pesar de que lo aprecia y lo quiere, no tiene ninguna intención de renunciar a su propria libertad, así acaba con su relación y parte para Nueva York, donde abre un estudio junto a su hermano Erik y le enseñán todos los trucos del oficio. Ya famosa en la ciudad, sus fotos artísticas son requeridas por todos los personajes de la alta sociedad del mundo y gana lo que quiere.
Pero la estabilidad no es su punto fuerte: la rutina la aburre y de buenas a primeras, en el desconcierto general, abandona todo lo que había construido para casarse con Aziz Eloui Bey, un fascinante millonario egipcio refinado e inteligente que había conocido a París. Con él, que es un alto funcionario del gobierno egipcio, Lee sale hacia El Cairo. Como era comprensible, no se encontró bien en el ambiente de la alta sociedad egipcia y reacciona con aquellos que oficialmente son largos viajes, pero en realidad son fugas. En París encuentra en una fiesta a Roland Penrose, un señor inglés de refinada cultura apasionado de arte de vanguardia. Es amor a primera vista: los dos son inseparables y pasan juntos el verano de 1937, entre Cornualles y el sur de Francia, mientras empiezan a soplar los primeros vientos de guerra. Las fotos de aquel periodo testimonian el clima de libertad y de complicidad existente en el grupo de amigos de Roland, de los que formaban parte Max Ernst y Leonora Carrington, Picasso y Dora Maar, Paul Eluard y Nusch, Man Ray y su nueva musa Ady.
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| Lee Miller avec Pablo Picasso. |
Después de tres años maravillosos, Lee vuelve una vez más a El Cairo, pero la experiencia vivida le permite medir toda la distancia que la aparta del ambiente en el que vive. Seguirán otras fugas, hasta que en 1939 Lee abandona definitivamente Egipto. Es el primero de septiembre cuando, junto a Roland, logra subir a duras penas al último barco que sale de Saint Malo hacia Inglaterra. La guerra eha estallado.
Lee decide quedarse en Londres al lado de Roland, que se enrola en el ejercito como asesor, mientras que ella se presenta a Audry Withers, directora de «British Vogue» y en poco tiempo se convierte en un pilar de la revista. Con la invasión y la capitulación de Francia, Inglaterra se queda sola contra las fuerzas alemanas; solamente después del ataque de Pearl Harbor el gobierno estadounidense decidirá intervenir en la guerra. Lee documenta con sus fotos el durísimo ataque aéreo contra el país que la acoge y las fotos son tan poderosas que fueron recogidas en un volumen (Grim Glory Pictures of Britain Under Fire), con la introducción de Ed Murrow, enviado estadounidense en Londres, cotidianamente conectado vía radio con los Estados Unidos para informar al pueblo americano sobre el conflicto en Europa. Lee, que aprecia su estilo seco y escueto, publica en «Vogue» un reportaje sobre él y por la primera vez lo combina con un texto proprio. Una empresa que le cuesta mucho: está acostumbrada a manejar las imágenes y la escritura no le resulta fácil. Sin embargo, su estilo sincero y espontáneo, tal vez irónico como su conversación, es cautivante y lejano de toda retórica. Los textos sobre la moda le parecen cada vez más incongruentes en el momento dramático que está viviendo y en lugar de salones elegantes prefiere frecuentar locales como el bar del hotel Savoy, donde encuentra a reporteros y correspondientes de guerra estadounidenses. Es amiga de Margaret Bourke-White, enviada de «Life» y conoce a Robert Capa, ya famosísimo por la foto del miliciano muerto en la guerra de España, una foto que dio la vuelta al mundo. Pero su atención se centra en el joven David Sherman, reportero prometedor enviado de «Life». Con él Lee empieza una relación sentimental que, basada en la pasión común por su trabajo, no pone en crisis su relación, singularmente libre, con Roland Penrose. Junto a Dave compartirá muchos momentos del nuevo capítulo que se abre en su vida: de hecho el 30 de diciembre de 1942 obtiene el carnet de correspondiente de guerra para «Vogue» y un mes después del desembarco en Normandía sale hacia Francia para documentar el sitio, todavía en curso, de Saint Malo.
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| Lee Miller, segunda desde la derecha, con otras corresponsales de guerra, 1943. |
Sus obras son directas, a veces feroces, porque es feroz la realidad bajo sus ojos. La guerra es horrible, ella no puede esconderlo ni quiere hacerlo. Derrocada por fin la ciudadela, Lee se va (en autostop, no hay otra manera) a París que acaba de ser liberada. La ciudad sigue estando llena de francotiradores que disparan desde lo alto de las casas, pero eso no frena el entusiasmo de los parisinos, ni impide el desfile de los hombres y de las mujeres de la Resistencia en los Champs-Élisées, junto al ejército de De Gaulle. En el hotel Scribe, donde ha ocupado una habitación, vuelve a abrazar a Dave Scherman y después va a visitar a Picasso, que durante todo el periodo de la ocupación había decidido quedarse en la ciudad. Asistió también a la humillación pública de los condenados a la que son sometidas las mujeres que colaboraron con los enemigos y piensa que se lo merecen. Pero la guerra en Francia se acaba y la enviada de «Vogue» debería ocuparse de la nueva moda de la temporada otoño-invierno de 1944. Lo intenta, voluntariosa, con algunos toques de color, pero después le suplica a la directora que la deje volver a la acción: no puede ocuparse más de frivolidades. Audry, que la aprecia, se muestra de acuerdo.
La nueva destinación es Alemania. A pesar de las protestas de Roland, que querría volverla a tener en Londres, Lee sale con Scherman, que ha comprado un Chevrolet de segunda mano, y atraviesa el país entre los escombros de los bombardeos y el peligro constituido por una situación aún fluida, con el coche cargado de carretes y bidones de gasolina. En Leipzig, fotografia al burgomaestre nazi que acaba de suicidarse junto con toda su familia, en Targau asiste al encuentro histórico entre el ejército estadounidense y el soviético, pues llega a los campos de concentración que acaban de abrir las tropas americanas y el horror es puro. Lee, en estado de choque, retrata escenas terribles con su Rolleiflex y envía a la revista artículos conmovedores. Llegada a Múnich, descubre que el apartamento que le fue asignado era la habitación privada de Hitler y se libera del fango de Dachau sumergiéndose en la bañera del Führer, que algunas horas antes (pero la noticia aún no se ha difundido) se suicidó en el búnker de Berlín junto con Eva Brown. Las fotos de Dave la inmortalizan en esta operación, pero ninguna purificación puede ser capaz de volver a limpiar su alma que se quedará traumatizada para siempre por lo que ha visto.
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| Lee Miller y David E. Scherman: Lee Miller en la bañera de Hitler, Múnich (Alemania), 1945. | Lee Miller en Alemania, 1945. |
Scherman debe regresar a Nueva York, llamado por «Life», pero ella no logra seguirlo ni volver a Londres. Avanza, a solas y llega a Viena donde la población no tiene nada quedándose pasmada por lo que se ofrece a su mirada en el hospital para huérfanos. Nunca más podrá soportar la visión del azul que le recuerda el color cianótico de un niño condenado a muerte a causa de la falta de los medicamentos. En Budapest admira la fuerza de voluntad de las mujeres húngaras, a quienes la guerra ha dado una oportunidad de emancipación, pero siente que Stalin no aceptará retroceder de las tierras que ha liberado y el destino de Hungría ya está deidido. Cuando, exhausta, llega a Bucarest, recibe una carta de Roland que es un ultimátum, pero aún no se decide. David Sherman, amigo generoso, desbloqueará la situación manándole un telegrama. «Vuelve a casa» está escrito. Y ella lo escucha: vuelve a Londres.
Se casará con Roland Penrose cuando se dará cuenta de estar embarazada y después de haber obtenido el divorcio de Aziz Bey, que aún es oficialmente su marido. Otra pasión consumadora, aquella por la cocina, seguirá la temporada conclusiva del periodismo, pero Lee nunca logrará salir del todo de la depresión causada por las escenas terribles de Dachau y Buchenwald, quizás también por el consumo habitual de bencedrina. Por eso ocultará cada huella, cada documento de aquel pasado y nunca hablará de esto.
Su historia fue dada a conocer por su hijo Antony después de haber encontrado –en la buhardilla de Farley Farm, la casa de campo donde sus padres habían vivido juntos casi treinta años y donde Lee había muerto en 1976_ una gran cantidad de fotografías, diarios, cartas y pruebas de artículos de los que no sospechaba la existencia. Un tesoro que le había revelado al final quien era su madre, con la que no había tenido una relación fácil, y le permitió reconciliarse con su imagen, y a nosotros y nosotras descubrir una extraordinaria figura de mujer.
Traduzione inglese
Syd Stapleton
She was one of the very few women who dared to challenge established conventions by working as a war reporter during World War II. In addition to Elizabeth Miller, there were only two others, also American: Margaret Bourke White and Martha Gellhorn, who was Hemingway's wife, but her relationship with the writer was anything but an advantage in her work. Unlike Gellhorn, Miller did not start out as a journalist, but as a photographer; it was the war that led her to writing, and she came to it after a series of different life and work experiences, all equally intense and successful, but which she soon tired of, abandoning them each time to turn to new horizons, driven by a restlessness that never left her. Journalism was no exception, and like other passions, it deeply involved her, but only for a phase of her life.
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Elizabeth was born in 1907 in Poughkeepsie, a small town in the American countryside on the banks of the Hudson River, to a good middle-class family. At only seven years old, she was raped by an unsuspected family friend, an episode that probably had a significant impact on her life.
As a teenager, she developed an interest in the arts. She had not yet found her path, but she felt constrained in Poughkeepsie and, with her parents' consent, moved to New York. Here, a chance encounter with Condé Nast, the guru of American publishing, paved the way for her to become a star of the first magnitude in the firmament of Vogue, the magazine that dictated fashion. Elizabeth was 19 years old and beautiful. Blonde, blue-eyed, elegant, she was a typical ‘tomboy’ of the Jazz Age, the female prototype of the new American style. Psychologically, she also resembled the heroines of Francis Scott Fitzgerald's novels, permeated by the anxiety of emancipation that shook the female world in the aftermath of the First World War. In a short time, Miller becomes the most sought-after and highest-paid model in New York, is invited to Condé Nast's exclusive parties, and frequents the studio of the extravagant illustrator Neysa McMein, where the city's leading minds gather, such as Charlie Chaplin, Irving Berlin, Dorothy Parker, and their friends from the Algonquin Round Table. It was Neysa who came up with the nickname Lee for her, which would replace her name from then on.
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| Miller poses for Vogue in Condé Nast’s apartment, 1928. |
But Lee soon tired of being photographed and wanted to be on the other side of the lens. In 1929, she left for Paris—she had already been there a few years earlier and loved the city—with the specific aim of becoming the assistant to Man Ray, the wizard of art photography. Working alongside the famous painter and photographer, a leading figure in the Surrealist art world, whom she soon became the muse and lover of, Lee mastered photographic techniques, invented new ones, and became part of a circle of intellectually stimulating people: she met prestigious artists and even appeared in Jean Cocteau's experimental film Le sang d'un poète. It would seem almost obvious for the young photographer to take on the role of Ray's recognized muse, a legendary figure almost twenty years her senior, but Lee was determined not to play a subordinate role to the man she loved. She rented a small studio not far from his—it was the “room of her own” she needed—and began signing her first photo shoots for Vogue and other fashion magazines, as well as advertising perfumes. She didn't stand on ceremony; she was a practical girl and wanted to be able to pay her rent. But Ray was possessive and, although she appreciated and loved him, she had no intention of giving up her freedom. So she ended the relationship and left for New York, where she opened a studio with her brother Erik, teaching him all the tricks of the trade. A pupil of Man Ray, now famous in the city, her artistic photos were in demand by all the high society figures and she earned what she wanted.
However, stability was not her strong point, routine bored her and, out of the blue, to everyone's bewilderment, she abandoned everything she had built to marry Aziz Eloui Bey, a charming, refined, and intelligent Egyptian billionaire she met in Paris. With him, a senior Egyptian government official, Lee left for Cairo. As might be expected, she did not feel at home in Egyptian high society and reacted by going on what were officially long trips, but are in fact escapes. In Paris, she met Roland Penrose, an English gentleman of refined culture and a lover of avant-garde art, at a party. It was love at first sight, and the two become inseparable, spending the summer of 1937 together in Cornwall and the South of France, while the first winds of war began to blow. The photos from that period bear witness to the atmosphere of freedom and complicity that existed among Roland's group of friends, which included Max Ernst and Leonora Carrington, Picasso and Dora Maar, Paul Eluard and Nusch, Man Ray and his new muse Ady.
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| Lee Miller and Pablo Picasso. |
After three enchanting months, Lee returned once again to Cairo, but the experience allowed her to measure the distance that separated her from the environment in which she lived. Other escapes followed, until Lee left Egypt for good in 1939. It was September 1 when she and Roland barely managed to board the last ship leaving Saint Malo for England. War had broken out.
Lee choose to stay in London with Roland, who enlisted in the army as a consultant, while she introduced herself to Audry Withers, editor-in-chief of British Vogue, and quickly became a pillar of the magazine. The invasion and capitulation of France left England alone against the German forces, and it was only after the attack on Pearl Harbor that the US government decided to intervene in the war. Lee documents the brutal air raid on her host country with her photographs, which are so powerful that they are collected in a book (Grim Glory - Pictures of Britain Under Fire) with an introduction by Ed Murrow, the US correspondent in London, who broadcasted daily via radio to the US to inform the American people about the conflict in Europe. Lee, who appreciated his dry, no-frills style, published a feature on him in Vogue and, for the first time, accompanied it with her own text. This was a difficult undertaking for her: she was used to handling images, and writing did not come easily to her. Yet her style, frank and spontaneous, sometimes ironic like her conversation, was engaging, far removed from any rhetoric. Fashion reports seem increasingly incongruous to her in the dramatic moment she is experiencing, and instead of elegant salons, she prefers to frequent places such as the Savoy Hotel bar, where she met American photojournalists and war correspondents. She befriended Margaret Bourke-White, sent by Life magazine, and met Robert Capa, already famous for his photograph of a militiaman shot in the Spanish Civil War, a photo that has been seen around the world. But her attention was focused on the young David Scherman, a promising photojournalist sent by Life. Lee began a romantic relationship with him, which, based on a shared passion for their work, did not jeopardize her uniquely free relationship with Roland Penrose. With Dave, she shared many moments of the new chapter that was opening in her life: on December 30, 1942, she obtained her war correspondent card for Vogue and, a month after the Normandy landings, she left for France to document the ongoing siege of Saint Malo.
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| Lee Miller, second from the right, with other war correspondents, 1943. |
Her pieces are direct, sometimes fierce, because the reality before her eyes was fierce. War is horrible, and she neither knows nor wants to hide it. When the citadel finally fell, Lee headed (by hitchhiking, there was no other way) to Paris, which had just been liberated. The city was still full of snipers firing from the rooftops, but this did not dampen the joy of the Parisians, nor did it prevent the men and women of the Resistance from parading down the Champs-Élysées alongside De Gaulle's army. At the Hotel Scribe, where she had taken a room, she reunited with Dave Scherman, then went to visit Picasso, who chose to remain in the city throughout the occupation. She also witnessed the pillorying of women who collaborated with the enemy and thought they got what they deserved. However, the war in France was over and the Vogue correspondent should be covering the new fashion for the fall-winter 1944 season. She tried, willingly, with a few colorful pieces, but then begged the editor to let her return to action: she could no longer deal with frivolities. Audry, who appreciated her, agreed.
The new destination was Germany. Despite Roland's protests, who would like her back in London, Lee left with Scherman, who had bought a second-hand Chevrolet, and crossed the country amid the rubble of the bombings and the danger posed by a still fluid situation, with the car loaded with rolls of film and cans of gasoline. In Leipzig, she photographed the Nazi mayor who had just committed suicide along with his entire family. In Torgau, she witnessed the historic meeting between the US and Soviet armies, then arrived at the concentration camps just opened by American troops, where she encounterd pure horror. Lee, in shock, captured terrible scenes with her Rolleiflex and sent moving articles to the magazine. When she arrived in Munich, she discovered that the apartment assigned to her was Hitler's private home, and she freed herself from the mud of Dachau by immersing herself in the Führer's bathtub, who a few hours earlier (but the news had not yet been released) committed suicide in the Berlin bunker together with Eva Brown. Dave's photographs immortalize her in this act, but no amount of washing can cleanse her soul, which will remain forever traumatized by what she has seen.
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| Lee Miller and David E. Scherman: Lee Miller in Hitler’s bathtub, Munich (Germany), 1945. | Lee Miller in Germany, 1945. |
Scherman has to return to New York, called back by Life, but she is unable to follow him or return to London. She continues on alone, arriving in Vienna where the population is deprived of everything, and is shocked by what she sees in the orphan hospital. She would never again be able to bear the sight of blue, which reminded her of the cyanotic color of a child condemned to die from lack of medicine. In Budapest, she admired the strength of will of Hungarian women, for whom the war has provided an opportunity for emancipation, but she feels that Stalin will not agree to withdraw from the lands he has liberated and that Hungary's fate is now sealed. When she arrived in Bucharest, exhausted, she received a letter from Roland that was an ultimatum, but she still could not make up her mind. The situation was resolved by David Sherman, her generous friend, who sent her a telegram. “Come home,” it said. And she listened to him: she returned to London.
She married Roland Penrose when she realized she was expecting his child and after obtaining a divorce from Aziz Bey, who was still officially her husband. Another consuming passion, that for cooking, will follow her now-ended career in journalism, but Lee Miller will never fully recover from the depression caused by the terrible scenes she witnessed in Dachau and Buchenwald, and perhaps also by her habitual use of benzedrine. For this reason, she would hide all traces and documents of that past and never speak of it.
Her story was made public by her son Antony, after he found – in the attic of Farley Farm, the country house where his parents had lived together for almost thirty years and where Lee had died in 1976 – a large quantity of photographs, diaries, letters, and draft articles that he had not known existed. This treasure finally revealed to him who his mother was, with whom he had not had an easy relationship, and allowed him to reconcile himself with her image, and all of us to discover an exceptional woman.






