Calendaria 2026 - Anja Niedringhaus

Anja Niedringhaus
Antonella Gargano

Tullia Ciancio

 

Intorno alla metà dell’Ottocento si inizia a utilizzare la fotografia per documentare i conflitti. La realtà veicolata sarà quella colta dall’occhio umano. Scartando o mettendo nel mirino alcune immagini il/la fotografo/a offrirà il suo punto di vista incidendo sull’opinione pubblica. Anja Niedringhaus non amava essere definita fotografa di guerra, lei documentava di volta in volta la storia di un popolo guardando nel cuore delle persone. A raccontare Anja ci pensano le sue fotografie ma un cenno biografico è necessario per chiarire la personalità di questa donna che, come dice chi l’ha conosciuta, 

«trasmetteva Il suo entusiasmo e il suo buonumore anche nelle situazioni più difficili. Si offriva sempre volontaria per gli incarichi più impegnativi e li portava tenacemente a termine, senza eccezione. Credeva fino in fondo nell’importanza di essere testimone diretta degli eventi».

Per lei sono importanti le storie delle persone comuni ignorate dalla Grande Storia pur essendone le vere protagoniste. Il suo occhio vigile è sempre pronto a catturare l’attimo in grado di trasmettere al mondo l’essenza degli eventi: questo il talento di Anja Niedringhaus. Sguardo mai banale su vite ignorate, su chi è colpito dalla guerra e non solo, con loro condivide la lotta e il coraggio, l’immagine che ne risulta svela sempre tutta l’umanità di chi fotografa e di chi è fotografato. I soldati stessi sono rappresentati come vittime di guerra. Nelle immagini più tragiche è impossibile non rilevare il suo bisogno di urlare che la vita trova sempre uno spazio anche dove viene brutalizzata e offesa.

Anja Niedringhaus nasce il 12 ottobre 1965 a Höxter, in Germania. Nel 1981 quando ancora frequenta il liceo inizia a lavorare come libera fotografa per un quotidiano della sua città. Il primo incarico fu quello di raccontare il pensionamento di un'impiegata comunale a 30 chilometri di distanza. A 17 anni non aveva ancora la patente, ma quando la segretaria le chiese se poteva guidare, rispose di sì, prese le chiavi dell'auto aziendale e partì. Mentre studia all’università letteratura tedesca, filosofia e giornalismo a Gottinga collabora per diversi giornali e riviste. La svolta per la sua carriera si presenta nel 1989 quando scatta, per il giornale tedesco Göttinger Tageblatt, delle foto in occasione della caduta del muro di Berlino che le procureranno un incarico presso l’Agenzia Europea per la Stampa e la Fotografia a Francoforte per la quale lavorerà fino al 2001. Inizia con i Mondiali di calcio in Italia nel 1990.

Ancora molto inesperta, su sua insistenza viene inviata a documentare la guerra in Jugoslavia nel 1991. In un'intervista dichiara:

«Una guerra in mezzo all'Europa? Cosa ci faccio qui? E andai subito dal mio caporedattore e gli dissi: 'Voglio andarci'. Lui pensò che fossi pazza. 'Comunque, che esperienza hai?' Non ne avevo, avevo solo 26 anni. Ma gli scrissi una lettera a macchina ogni giorno per sei settimane, finché alla fine non disse: 'Allora vai'. Lui e i miei colleghi erano sicuri che avrei telefonato dopo due giorni per tornare. Quella volta rimasi cinque settimane. Poi trascorsi in totale cinque anni a Sarajevo».

Crede che le fotografie possano avere il potere di porre fine alle guerre e in Jugoslavia si rende conto che non è così. A Sarajevo impara presto a sopravvivere in condizioni estreme. La guerra infierisce sulle persone civili e Anja è tra la gente, entra nelle loro vite con la sua macchina fotografica per raccontare il lato buio delle guerre, là dove si muore senza sapere perché. Nel 2001 fotografa i resti delle Torri Gemelle distrutte dagli attacchi terroristici dell'11 settembre a New York. Poi vola in Afghanistan dove si ferma tre mesi per testimoniare la caduta del regime talebano. Lo stesso anno pubblica il libro Fotografien (Museo d'Arte Moderna, Francoforte). Nel 2002 si trasferisce a Ginevra come fotografa di staff per l'Associated Press per la quale lavora in Iraq, di nuovo in Afghanistan, nella Striscia di Gaza, in Israele, Kuwait e Turchia. Nel 2003 uno dei suoi scatti diventa la foto-simbolo della strage di Nassirya. A Fallujah, nel 2004, il 60% dei soldati dell'unità che aveva fotografato fu ucciso. «Se avessi saputo cosa avrei visto in quelle due settimane, non l'avrei fatto», ha dichiarato. Nel 2005 vince il Premio Pulitzer come fotogiornalista nella guerra in Iraq. A Kabul incontra la corrispondente capo dell'Associated Press, Kathy Gannon, una canadese di 60 anni, e le due diventano inseparabili. Il 23 ottobre 2005 riceve il premio Courage in Journalism Award dalla International Women's Media Foundation.

Oltre a fotografare conflitti e crisi politiche in tutto il mondo, Anja ha anche seguito i principali eventi sportivi mondiali, tra cui nove Olimpiadi. Dal 2006 al 2007 insegna giornalismo ad Harvard. Nel 2007, riceve una borsa di studio del programma Nieman: la più antica al mondo assegnata a giornaliste/i affermate/i e promettenti per un anno accademico di studio presso quella stessa università. Affronta la cultura, la storia, la religione e le questioni di genere in Medio Oriente e il loro impatto sullo sviluppo della politica estera negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali consapevole che per raccontare la storia anche attraverso la macchina fotografica è necessario conoscerla. Nel 2010 stava camminando in un vicolo con dei soldati in Afghanistan quando l'uomo davanti a lei ha preso a calci un pollo. Anja ha immortalato l'accaduto, ma pochi secondi dopo è arrivato un colpo di mortaio: è rimasta gravemente ferita dalle schegge.

Riceve per il suo lavoro altri premi tra cui il Pictures of the Year International, il Bop-Best of Photojournalism, il Clarion Awards, The Atlanta Photojournalism Seminar, il Goldene Feder di Amburgo. Nel 2011 pubblica il libro At War (Hatje Cantz, Ostfildern) e ottiene il premio Abisag Tuellmann per la fotografia di reportage nel 2011. I suoi scatti sono esposti al Museo di Arte Moderna di Francoforte, alla Galleria di Berlino, a Londra, Houston, Vienna, in musei e gallerie negli Stati Uniti, Svizzera e Canada. La sua storia è raccontata nel film biografico di Roman Kuhn Die Bilderkriegerin - Anja Niedringhaus , la versione inglese è intitolata Anja: Life on the Frontline.

Nel 2014 si trova ancora una volta in Afganistan per documentare le elezioni presidenziali. Il 4 aprile Anja e la sua amica e collega Kathy Gannon sono con un convoglio impegnato nella consegna delle schede elettorali sotto la protezione dell'esercito nazionale afghano e della polizia locale. A un posto di blocco alla periferia della città di Khost, mentre le due giornaliste sono in macchina in attesa di poter visitare l'ufficio del governatore del distretto di Tanai, si avvicina un militare che spara urlando «Allah u Akbar» (Dio è grande). Kathy Gannon è ferita. Anja muore all'età di 48 anni.

Il presidente dell'Ap Gary Pruitt l’ha ricordata come:

«vivace, intrepida e impavida, con una risata rauca che non dimenticheremo mai. Questa è una professione per persone coraggiose e appassionate, impegnate nella missione di portare al mondo informazioni corrette, accurate e importanti».


Traduzione francese

Rachele Stanchina/em>

Vers le milieu du XIXe siècle, la photographie commence à être utilisée pour documenter les conflits. A partir de ce moment, la réalité restituée sera celle perçue par l'œil humain. En choisissant ou en rejetant certaines images, le photographe ne pourra qu’offrir son point de vue, influençant ainsi l'opinion publique. De son vivant Anja Niedringhaus n'aimait pas être qualifiée de photographe de guerre ; elle documentait l'histoire d'un peuple, sondant son cœur. Ses photographies racontent son histoire, mais une brève biographie s'impose pour éclairer la personnalité de cette femme qui, comme le disent ceux qui l'ont connue,

«transmettait son enthousiasme et sa bonne humeur même dans les situations les plus difficiles. Elle se portait toujours volontaire pour les missions les plus ardues et les menait à bien avec ténacité, sans exception. Elle croyait profondément à l'importance d'être témoin direct des événements».

Pour elle, les histoires des gens ordinaires, ignorées par la Grande Histoire, sont essentielles, bien qu'ils en soient les véritables protagonistes. Son regard attentif est toujours prêt à saisir l'instant qui peut transmettre au monde l'essence même des événements : tel est le talent d'Anja Niedringhaus. Jamais banale, son œuvre pose un regard sur les vies oubliées, sur celles et ceux qui sont touchés par la guerre et au-delà, partageant leur combat et leur courage. L'image qui en résulte révèle toujours toute l'humanité de la photographe et de son sujet. Les soldats eux-mêmes sont dépeints comme des victimes de la guerre. Dans ses images les plus tragiques, il est impossible de ne pas percevoir son besoin crier que la vie trouve toujours sa place, même lorsqu'elle est brutalement violée.

Anja Niedringhaus naît le 12 octobre 1965 à Höxter, en Allemagne. En 1981, alors qu'elle est encore lycéenne, elle commence à travailler comme photographe indépendante pour un journal local. Sa première mission consiste à couvrir le départ à la retraite d'un employé municipal à 30 kilomètres de là. À 17 ans, elle n'a pas encore le permis de conduire, mais lorsque sa secrétaire lui demande si elle peut conduire, elle accepte, prend les clés de la voiture de fonction et part. Pendant ses études de littérature allemande, de philosophie et de journalisme à l'Université de Göttingen, elle collabore avec plusieurs journaux et magazines. Le tournant de sa carrière survient en 1989 lorsqu'elle réalise des photographies pour le journal allemand Göttinger Tageblatt à l'occasion de la chute du mur de Berlin. Ces clichés lui valent un poste à l'Agence européenne de la presse et de la photographie à Francfort, où elle travaillera jusqu'en 2001. Sa carrière débute avec la Coupe du monde de football de 1990 en Italie.

Encore très inexpérimentée, elle est envoyée, à son insistance, couvrir la guerre en Yougoslavie en 1991. Dans une interview, elle déclara:

«Une guerre en plein cœur de l'Europe ? Qu'est-ce que je fais là ? Je suis immédiatement allée voir mon rédacteur en chef et je lui ai dit : "Je veux y aller." Il a cru que j'étais folle. "De toute façon, quelle expérience as-tu ?" Je n'en avais aucune ; je n'avais que 26 ans. Mais je lui ai écrit une lettre chaque jour pendant six semaines, jusqu'à ce qu'il finisse par me dire : "Alors vas-y." Lui et mes collègues étaient persuadés que je rappellerais deux jours plus tard. Cette fois-ci, je suis restée cinq semaines. J'ai ensuite passé au total cinq ans à Sarajevo».

Elle croit que les photographies peuvent avoir le pouvoir de mettre fin aux guerres, et en Yougoslavie, elle comprend que ce n'est pas le cas. À Sarajevo, elle apprend rapidement à survivre dans des conditions extrêmes. La guerre fait rage contre les civils, et Anja est parmi eux. Munie de son appareil photo, elle s'immisce dans leur quotidien pour révéler la face sombre du conflit, où des vies sont fauchées sans explication. En 2001, elle photographie les ruines des tours jumelles détruites par les attentats terroristes du 11 septembre à New York. Elle se rend ensuite en Afghanistan, où elle séjourne trois mois pour assister à la chute du régime taliban. La même année, elle publie l'ouvrage Fotografien (Musée d'Art Moderne de Francfort). En 2002, elle s'installe à Genève comme photographe pour l'Associated Press, où elle travaille en Irak, en Afghanistan, dans la bande de Gaza, en Israël, au Koweït et en Turquie. En 2003, l'un de ses clichés devient l'image emblématique du massacre de Nassiriya. À Falloujah, en 2004, 60 % des soldats de l'unité qu'elle a photographié sont tués. « Si j'avais su ce que j'allais voir pendant ces deux semaines, je ne l'aurais pas fait », confie-t-elle. En 2005, elle remporte le prix Pulitzer pour son reportage photo sur la guerre d'Irak. À Kaboul, elle rencontre Kathy Gannon, correspondante en chef de l'Associated Press, une Canadienne de 60 ans, et les deux femmes deviennent inséparables. Le 23 octobre 2005, elle reçoit le prix du Courage en journalisme de la Fondation internationale des femmes dans les médias.

Outre ses reportages sur les conflits et les crises politiques à travers le monde, Anja couvre également de grands événements sportifs internationaux, dont neuf Jeux olympiques. De 2006 à 2007, elle enseigne le journalisme à Harvard. En 2007, elle reçoit une bourse Nieman, la plus ancienne bourse au monde décernée à des journalistes confirmés et prometteurs pour une année d'études dans la même université. Elle explore la culture, l'histoire, la religion et les questions de genre au Moyen-Orient et leur impact sur l'élaboration de la politique étrangère aux États-Unis et dans d'autres pays occidentaux, consciente que raconter une histoire, même à travers une caméra, exige des connaissances. En 2010, alors qu'elle marche dans une ruelle avec des soldats en Afghanistan, l'homme devant elle donne un coup de pied à une poule. Anja a filmé la scène, mais quelques secondes plus tard, un tir de mortier la touche : elle est grièvement blessée par des éclats d'obus.

Elle reçoit de nombreuses récompenses pour son travail, notamment le Pictures of the Year International, le Bop-Best of Photojournalism, le Clarion Award, le Atlanta Photojournalism Seminar et le Goldene Feder à Hambourg. En 2011, elle publie l'ouvrage *At War* (Hatje Cantz, Ostfildern) et reçoit le prix Abisag Tuellmann de reportage photographique. Ses photographies sont exposées au Musée d'Art Moderne de Francfort, à la Berlin Gallery, à Londres, à Houston, à Vienne, ainsi que dans des musées et galeries aux États-Unis, en Suisse et au Canada. Son histoire est racontée dans le biopic de Roman Kuhn, *Die Bilderkriegerin - Anja Niedringhaus*, dont la version anglaise s'intitule *Anja: Life on the Frontline*.

En 2014, elle retourne en Afghanistan pour couvrir les élections présidentielles. Le 4 avril, Anja et son amie et collègue Kathy Gannon font partie d'un convoi transportant des bulletins de vote sous la protection de l'armée nationale afghane et de la police locale. À un point de contrôle à la périphérie de la ville de Khost, alors que les deux journalistes attendent en voiture de se rendre au bureau du gouverneur du district de Tanai, un soldat s'approche et ouvre le feu en criant « Allah Akbar » (Dieu est grand). Kathy Gannon est blessée. Anja meurt à l'âge de 48 ans.

Le président de l'Association des journalistes, Gary Pruitt, a rendu hommage à Anja, la décrivant comme

«une femme pleine de vie, intrépide et courageuse, dotée d'un rire tonitruant que nous n'oublierons jamais. C'est un métier pour des personnes courageuses et passionnées, engagées à apporter au monde une information juste, précise et pertinente».


Traduzione spagnola

Elena Maria Cinquemani/em>

A mediados del siglo XIX se empieza a utilizar la fotografía para documentar los conflictos. La realidad transmitida será aquella captada por el ojo humano. Al descartar o poner en el punto de mira algunas imágenes, el fotógrafo o la fotógrafa ofrecerá su punto de vista, influyendo en la opinión pública. Anja Niedringhaus no amaba ser definida como fotógrafa de guerra; ella documentaba, de vez en cuando, la historia de un pueblo mirando en el corazón de las personas. Sus fotografías se encargan de contar quién era Anja, pero es necesario un apunte biográfico para aclarar la personalidad de esta mujer que, como dice quien la conoció,

«transmitía su entusiasmo y su buen humor incluso en las situaciones más difíciles. Siempre se ofrecía como voluntaria para las tareas más exigentes y tenazmente las llevaba a cabo, sin excepción. Creía profundamente en la importancia de ser testigo directo de los acontecimientos».

Para ella son importantes las historias de la gente común, ignoradas por la Gran Historia a pesar de ser las verdaderas protagonistas. Su ojo vigilante está siempre listo para capturar el momento capaz de transmitir al mundo la esencia de los hechos: este es el talento de Anja Niedringhaus. Una mirada nunca banal sobre vidas ignoradas, sobre quien se ve afectado por la guerra y mucho más; con ellos comparte la lucha y el valor, la imagen resultante revela siempre toda la humanidad tanto de quien fotografía como de quien es fotografiado. Los mismos soldados son representados como víctimas de la guerra. En las imágenes más trágicas es imposible no detectar su necesidad de gritar que la vida siempre encuentra un espacio, incluso donde es brutalizada e insultada.

Anja Niedringhaus nace el 12 de octubre de 1965 en Höxter, Alemania. En 1981, cuando todavía asiste aestudia en el instituto, comienza a trabajar como fotógrafa independiente para un periódico de su ciudad. Su primer encargo fue contar la jubilación de una empleada municipal a 30 kilómetros de distancia. A los 17 años todavía no tenía su licencia de conducir, pero cuando la secretaria le preguntó si sabía conducir, respondió que sí, cogió las llaves del coche de la empresa y se marchó. Mientras estudia en la universidad literatura alemana, filosofía y periodismo, en Gotinga, colabora con diversos periódicos y revistas. El punto de inflexión para su carrera llega en 1989 cuando, para el periódico alemán «Göttinger Tageblatt», toma unas fotografías de la caída del Muro de Berlín, que le darán un puesto en la Agencia Europea de Prensa y Fotografía en Fráncfort, para la que trabajará hasta 2001. Comienza con el Mundial de Fútbol de Italia en 1990.

Siendo aún muy inexperta, tras su propia insistencia, la envian a documentar la guerra de Yugoslavia en 1991. En una entrevista declara: “¿Una guerra en medio de Europa? ¿Qué hago yo aquí? Fui enseguida a ver a mi redactor jefe y le dije:

«Quiero ir’. Él pensó que estaba loca. ‘En fin, ¿qué experiencia tienes?’. No tenía ninguna, solo tenía 26 años. Pero le escribí una carta a máquina cada día durante seis semanas, hasta que al final dijo: ‘Pues, ve’. Él y mis colegas estaban seguros de que llamaría a los dos días para volver. Aquella vez me quedé cinco semanas. Después, pasé en total cinco años en Sarajevo».

Cree que las fotografías pueden tener el poder de poner fin a las guerras y en Yugoslavia se da cuenta de que no es así. En Sarajevo aprende pronto a sobrevivir en condiciones extremas. La guerra afecta a los civiles y Anja está allí entre la gente, entrando en sus vidas con su cámara para relatar el lado oscuro de los conflictos, allá donde se muere sin saber por qué. ​En 2001 fotografía los restos de las Torres Gemelas destruidas por los ataques terroristas del 11 de septiembre en Nueva York. Después vuela a Afganistán, donde se queda tres meses para dar testimonio de la caída del régimen talibán. El mismo año publica el libro Fotografien (Museo de Arte Moderno, Fráncfort). En 2002 se traslada a Ginebra como fotógrafa del personal para la Associated Press, para la cual trabaja en Irak, de nuevo en Afganistán, en la Franja de Gaza, en Israel, Kuwait y Turquía. En 2003, una de sus fotos se convierte en la foto-símbolo de la masacre de Nasiriya. En Faluya, en 2004, el 60% de los soldados de la unidad que había fotografiado fue asesinado. “Si hubiera sabido lo que vería en esas dos semanas, no lo habría hecho”, declaró. ​En 2005 gana el Premio Pulitzer como fotoperiodista en la guerra de Irak. En Kabul conoce a la corresponsal jefa de la Associated Press, Kathy Gannon, una canadiense de 60 años, y las dos se vuelven inseparables. El 23 de octubre de 2005 recibe el premio Courage in Journalism Award (Premio al Coraje en el Periodismo) de la International Women's Media Foundation (Fundación Internacional de Mujeres en los Medios).

Además de fotografiar conflictos y crisis políticas en todo el mundo, Anja también siguió los principales eventos deportivos mundiales, entre ellos nueve Juegos Olímpicos. De 2006 a 2007 enseña periodismo en Harvard. En 2007, recibe una beca del programa Nieman: la más antigua del mundo, otorgada a periodistas exitosos y prometedores para un año académico de estudio en esa misma universidad. Aborda la cultura, la historia, la religión y las cuestiones de género en Oriente Medio y su impacto en el desarrollo de la política exterior de Estados Unidos y otros países occidentales, consciente de que, para contar la historia, incluso a través de la cámara, es necesario conocerla. En 2010, caminaba por un callejón con unos soldados en Afganistán cuando el hombre delante de ella pateó un pollo. Anja lo inmortalizó , pero pocos segundos después se produjo un disparo de mortero en el que resultó gravemente herida por la metralla.

Recibe por su trabajo otros premios, entre ellos el Pictures of the Year International, el Bop-Best of Photojournalism, el Clarion Awards, The Atlanta Photojournalism Seminar y el Goldene Feder de Hamburgo. En 2011 publica el libro At War (Hatje Cantz, Ostfildern) y obtiene el premio Abisag Tüllmann de fotografía de reportaje en 2011. Sus fotos se exhiben en el Museo de Arte Moderno de Fráncfort, en la Galería de Berlín, en Londres, Houston, Viena, y en museos y galerías de Estados Unidos, Suiza y Canadá. Su historia se cuenta en la película biográfica de Roman Kuhn Die Bilderkriegerin - Anja Niedringhaus; la versión en inglés se titula Anja: Life on the Frontline.

En 2014 se encuentra una vez más en Afganistán para documentar las elecciones presidenciales. El 4 de abril, Anja y su amiga y colega Kathy Gannon están con un convoy encargado de la entrega de las papeletas electorales bajo la protección del ejército nacional afgano y de la policía local. En un puesto de control a las afueras de la ciudad de Khost, mientras las dos periodistas están en el coche esperando para visitar la oficina del gobernador del distrito de Tanai, se acerca un militar que dispara gritando “Allah u Akbar” (Dios es grande). Kathy Gannon resulta herida. Anja muere a la edad de 48 años.

​El presidente de la AP, Gary Pruitt, la recordó como una mujer

«ital, intrépida y valiente, con una risa ronca que nunca olvidaremos. Esta es una profesión para gente valiente y apasionada, comprometida con la misión de llevar al mundo información correcta, precisa e importante».

v


Traduzione inglese

Syd Stapleton/em>

Around the mid-19th century, photography began to be used to document conflicts. The reality conveyed was that captured by the human eye. By discarding or focusing on certain images, the photographer offered their point of view, influencing public opinion. Anja Niedringhaus did not like to be called a war photographer; she documented the history of a people by looking into their hearts. Anja's photographs speak for themselves, but a brief biography is necessary to clarify the personality of this woman who, as those who knew her say,

«conveyed her enthusiasm and good humor even in the most difficult situations. She always volunteered for the most demanding assignments and carried them out tenaciously, without exception. She believed wholeheartedly in the importance of being a direct witness to events».

She cared deeply about the stories of ordinary people who are ignored by history despite being its true protagonists. Her watchful eye was always ready to capture the moment that conveys the essence of events to the world: this is Anja Niedringhaus' talent. Her gaze is never banal on ignored lives, on those affected by war and beyond. She shares their struggle and courage, and the resulting image always reveals the humanity of both the photographer and the photographed. The soldiers themselves are portrayed as victims of war. In the most tragic images, it is impossible not to notice her need to shout that life always finds a space even where it is brutalized and offended.

Anja Niedringhaus was born on October 12, 1965, in Höxter, Germany. In 1981, while still in high school, she began working as a freelance photographer for a newspaper in her hometown. Her first assignment was to report on the retirement of a municipal employee 30 kilometers away. At 17, she did not yet have a driver's license, but when the secretary asked her if she could drive, she said yes, took the keys to the company car, and set off. While studying German literature, philosophy, and journalism at the University of Göttingen, she worked for various newspapers and magazines. The turning point in her career came in 1989 when she took photos of the fall of the Berlin Wall for the German newspaper Göttinger Tageblatt, which led to a job at the European Press and Photo Agency in Frankfurt, where she worked until 2001. She started with the World Cup in Italy in 1990.

Still very inexperienced, she insisted on being sent to document the war in Yugoslavia in 1991. In an interview, she said:

«A war in the middle of Europe? What am I doing here? I went straight to my editor and said, ‘I want to go.’ He thought I was crazy. ‘What experience do you have?’ I had none, I was only 26. But I wrote him a typed letter every day for six weeks, until he finally said, ‘Go ahead.’ He and my colleagues were sure I would call after two days to come back. That time I stayed for five weeks. Then I spent a total of five years in Sarajevo».

She believed that photographs had the power to end wars, but in Yugoslavia she realized that this is not the case. In Sarajevo, she quickly learned to survive in extreme conditions. War raged on civilians, and Anja was among them, entering their lives with her camera to document the dark side of war, where people die without knowing why. In 2001, she photographed the remains of the Twin Towers destroyed by the September 11 terrorist attacks in New York. She then flew to Afghanistan, where she stayed for three months to witness the fall of the Taliban regime. That same year, she published the book Fotografien (Museum of Modern Art, Frankfurt). In 2002, she moved to Geneva as a staff photographer for the Associated Press, for whom she worked in Iraq, Afghanistan again, the Gaza Strip, Israel, Kuwait, and Turkey. In 2003, one of her shots became the iconic photo of the Nassirya massacre. In Fallujah in 2004, 60% of the soldiers in the unit she photographed were killed. “If I had known what I was going to see in those two weeks, I wouldn't have done it,” she said. In 2005, she won the Pulitzer Prize for photojournalism in the Iraq War. In Kabul, she met the Associated Press's chief correspondent, Kathy Gannon, a 60-year-old Canadian, and the two became inseparable. On October 23, 2005, she received the Courage in Journalism Award from the International Women's Media Foundation.

In addition to photographing conflicts and political crises around the world, Anja has also covered major world sporting events, including nine Olympic Games. From 2006 to 2007, she taught journalism at Harvard. In 2007, she received a Nieman Fellowship, the world's oldest fellowship for established and promising journalists, for an academic year of study at Harvard University. She addresses culture, history, religion, and gender issues in the Middle East and their impact on the development of foreign policy in the United States and other Western countries, aware that in order to tell the story through the camera, one must first know it. In 2010, she was walking down an alley with soldiers in Afghanistan when the man in front of her kicked a chicken. Anja captured the moment, but seconds later a mortar shell hit, and she was seriously injured by shrapnel.

She has received other awards for her work, including the Pictures of the Year International, the Bop-Best of Photojournalism, the Clarion Awards, The Atlanta Photojournalism Seminar, and the Goldene Feder in Hamburg. In 2011, she published the book At War (Hatje Cantz, Ostfildern) and won the Abisag Tuellmann Award for reportage photography in 2011. Her photographs are exhibited at the Museum of Modern Art in Frankfurt, the Berlin Gallery, in London, Houston, Vienna, and in museums and galleries in the United States, Switzerland, and Canada. Her story is told in Roman Kuhn's biographical film Die Bilderkriegerin - Anja Niedringhaus, the English version is titled Anja: Life on the Frontline.

In 2014, she was once again in Afghanistan to document the presidential elections. On April 4, Anja and her friend and colleague Kathy Gannon were with a convoy delivering ballot boxes under the protection of the Afghan National Army and local police. At a checkpoint on the outskirts of the city of Khost, while the two journalists were in their car waiting to visit the office of the governor of the district of Tanai, a soldier approached and fired shots while shouting “Allah u Akbar” (God is great). Kathy Gannon was wounded. Anja died at the age of 48.

AP President Gary Pruitt remembered her as

«lively, fearless, and intrepid, with a raucous laugh we will never forget. This is a profession for brave and passionate people, committed to the mission of bringing accurate, important information to the world».