La provincia di Roma


 

Con i suoi 4.200.000 abitanti, Roma è la più popolosa provincia d'Italia, articolata in 121 Comuni molto diversi per caratteri fisici, socio-economici e dimensioni (si va infatti dai 3,5 kmq di Colonna ai 1.307 della Capitale). La provincia occupa un terzo del territorio laziale, abbracciando ambienti eterogenei: dalle fasce costiere alle pianure dell’Agro, dalle valli fluviali alle sponde lacustri, dalle propaggini appenniniche ai colli vulcanici. L’analisi toponomastica delle prossime settimane seguirà un itinerario geografico da Sud a Nord, per raccontare figure femminili ricordate o dimenticate dagli stradari cittadini percorrendo le sei subsezioni che circondano la Capitale: il Litorale Sud, i Castelli Romani, le aree Prenestina-Monti Lepini e Tiburtina-Sublacense, la Valle del Tevere e il Nord-Ovest. Le località litoranee meridionali, da Torre Astura a Torvaianica, rientrano nei Comuni di Nettuno, Anzio, Ardea e Pomezia: è da queste terre di celebri sbarchi che partirà il nostro viaggio.

La toponomastica di Nettuno è tra le meno celebrative della provincia: molte le vie che portano i nomi di fiori - garofani, rose, ciclamini, orchidee - numerosi  i toponimi geografici - passi, valli, città, isole, fiumi, laghi, colli, monti - pochi gli esseri umani. L’indice di femminilizzazione, al 20%, raggiunge uno dei valori più elevati dell’intera regione: 80 uomini (9,2%) e 16 donne (1,8%). Sulle vie cittadine s’incontrano tre madonne, sei sante, cinque figure mitologiche e due protagoniste della storia, Emanuela Loi e Rosa Luxemburg.

Un profumo immaginario di arance, cedri, ciclamini, gelsomini, ginestre, mimose, mughetti e tulipani pervade le strade di Anzio. Si respira aria di mare e si immagina l’azzurro del cielo tra le vie del litorale: dominano nomi di città marinare, venti, fiumi, pianeti e segni zodiacali. Tra gli uomini non potevano mancare Cicerone, che qui mise in salvo la sua biblioteca, Nerone, che vi costruì il porto e Virgilio, il più grande poeta della romanità. Su 70 strade femminili, solo tre madonne, tre sante, una religiosa e ben 41 figure mitologiche: le figlie di Oceano, le ninfe del mare, dei fiumi, delle sorgenti, dei laghi e dei boschi, le muse, le sirene e alcune divinità pagane. Tre vie sono intitolate a letterate - Ada Negri, Matilde Serao e Gaspara Stampa - quindici omaggiano nomi generici di donne e ben tre aree di circolazione - una piazza, un vico e una via - sono dedicate a Mimma Pollastrini.

di Maria Pia Ercolini

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Nel XV secolo a.C. Danae, figlia del re Acrisio di Argo, sopravvissuta alle vessazioni paterne, risalì il corso del fiume Incastro e scelse una rupe tufacea tra le colline e il mare, circondata da sorgenti, macchie e boschi, per fondarvi la città dei Rutuli. “Grande resta il nome di Ardea, ma il suo splendore s'è spento", scriveva infatti secoli dopo Virgilio, narrando la distruzione della stessa città per mano di Enea: dalle macerie arse dal fuoco si levò in volo un airone (Ardea cinerea) che ancora oggi compare, accanto all’ara di Danae, nello stemma comunale. Creata da una donna e cancellata da un uomo, Ardea ha oggi una toponomastica assai singolare, che suddivide l’abitato in aree omogenee: nomi geografici, uccelli, fiori, piante, costellazioni, lasciano poco spazio alle intitolazioni umane (9% maschili, 2,3% femminili): 869 strade, 78 uomini, 20 donne.

Tra i personaggi epici, trovano posto Penelope, Circe, Lavinia, Ecuba, Elena, Didone, Arianna, Andromeda, Cassandra, Sibilla, che innalzano l’indice di femminilizzazione al di sopra del 25%. Ben diversa la situazione toponomastica della vicina Pomezia, dove i valori si ribaltano: il rapporto di genere scende al 5,2%, mentre le intitolazioni umane salgono al 22,5%. Sono 152 le strade dedicate agli uomini e solo 8 i personaggi femminili onorati da tale riconoscimento: Didone e Lavinia, Sirene e Naiadi, Selene e Afrodite restituiscono alla città di fondazione la sua pregressa aurea mitica. Via Lavinia, nei comuni di Ardea e Pomezia, ricorda la giovane principessa che andò in sposa ad Enea; a lei venne dedicata la nuova città di Lavinium - ora Pratica di Mare, frazione di Pomezia, che il condottiero troiano fondò sul litorale laziale. Un nome leggendario ma una presenza muta, che Virgilio, nel XII libro dell’Eneide, riassume in pochi versi:

“Come quando si colora la rossa porpora con avorio indiano,

o come il rosseggiare di puri gigli, insieme

a tante rose, questi colori la vergine mostrava nel volto”.

di Maria Pia Ercolini

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I Castelli Romani abbracciano quel territorio vulcanico, disteso o arroccato sui Colli Albani dove, nel XIV secolo, accorsero molti cittadini dell’Urbe in fuga dalla povertà e dal dominio aragonese, trovando accoglienza nelle residenze fortificate delle grandi famiglie feudali romane (Annibaldi, Colonna, Orsini, Savelli). Dalla moderna Pomezia visitata la scorsa settimana, percorrendo la “Torvaianica-Albano” arriviamo ad incontrare Albano Laziale. Se l'architettura di Pomezia rivela la modernità e la sua corrispondenza a un ideale fascista di cittadina rurale, la storia di Albano si presenta subito più complessa e ci riporta a un ambito tutto femminile concretamente e simbolicamente: il generare, il dare vita. Le sue origini, infatti, risalgono ad Alba Longa, la città considerata “madre di Roma”.

castel gandolfoLa toponomastica di Albano ricorda 115 uomini e 8 donne, di cui due madonne (Madonna degli Angeli e Santa Maria in Fornarola), quattro sante (Maddalena, con via e vicolo, Cristina e Fumia), una religiosa (Anna Maria Teresa Maggiori) e una figura leggendaria: Rea Silvia. In altri termini, 1 donna ogni 14 uomini. Su 435 aree di circolazione, solo l’1,8% ha intitolazioni femminili. Così a Castel Gandolfo, uno dei borghi più belli d’Italia, dove peperini, tufi e pozzolane colorano l’arco costiero del lago, si ripetono i numeri statisticamente frequenti nel nostro Paese: su un totale di 176 strade, come dichiara l'Agenzia del Territorio, 61 sono riferite a uomini e 6 a donne, di cui una alla Madonna del Lago, una alle Maestre Pie, tre a sante (Caterina, Lucia Filippini e Fumia, probabile contrazione di Eufemia). Numerose sono invece le intitolazioni femminili degli istituti religiosi: Domenicane, Oblate, Figlie di Maria, Suore della Provvidenza, Signorine Operaie. La cittadina, del resto, è nota soprattutto per la residenza estiva dei Papi e persino le tipiche pesche locali, "guance di canonico", cui è legata una tradizionale sagra, riprendono nel nome l’atmosfera ecclesiastica. In questo panorama, tra palazzi pontifici, confraternite e pertinenze vaticane, anche la targa e la vicenda di una donna come Giuseppina Saragat Bollani, benefattrice dell'infanzia, moglie e compagna d'esilio del presidente della Repubblica, si perde nella distrazione generale.

di Maria Pia Ercolini

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Due profondi valloni corrono ai lati del centro storico di Ariccia, antica città latina assoggettata al dominio romano e ai capricci del vulcano laziale: tufi, peperini, colate laviche, lapilli e scorie ricoprono la vallata, lontana erede di un cratere. A metà strada tra le conche lacustri di Albano e Nemi, raggiunte dalla via Appia, Aricia divenne un ambito luogo di vacanza per gli antichi romani e un'importante tappa del Grand Tour per artisti e letterati del Settecento. La sua vocazione turistica la rende ancora oggi meta privilegiata di gite domenicali fuori porta per le famiglie della capitale, attratte dal mito della porchetta e del buon vino, serviti nelle tipiche fraschette.

Ariccia1La cittadina ne ospita ben 44, per lo più concentrate intorno a palazzo Chigi: sono il frutto di una tradizione antica, legata ai prodotti del territorio. Queste zone, tuttavia, offrono dell'altro da vedere: dal ponte monumentale a tre ordini di archi voluto da papa Pio IX, al palazzo e al parco dei Chigi, dal museo del Barocco Romano, alla Collegiata dell'Assunta, dall’antica via Sacra che sale fino a Monte Cucco, ai resti della villa imperiale di Vitellio. La toponomastica cittadina racconta solo in parte i legami tra personaggi e sito e non presta attenzione alla parità di genere. Su 312 aree di circolazione, 76 sono dedicate a uomini e 10 a donne, poco più del 24% per le glorie maschili, poco più del 3% per gli onori femminili: due figure storiche (Azia e Antonietta Chigi), tre creature mitologiche (Diana Aricina, Egeria e Flora) e quattro personaggi di difficile identificazione (Aurelia, Flavia, Rosa, Silvia). Sono assenti dallo scenario odonomastico aricino studiose e artiste, partigiane e madonne e l’unica intitolazione religiosa ricorda Rosa Severini, fondatrice di una scuola pia destinata all’educazione delle ragazze povere e affidata a Lucia Filippini, di cui abbiamo memoria nelle strade di Castel Gandolfo: il catechismo insegnato da sole donne, senza l’apporto dei sacerdoti, fu considerata, sul finire del Seicento, un’innovazione rivoluzionaria.

di Maria Pia Ercolini

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A 30 km dalla capitale, distesa sul versante esterno di un antico cratere, Genzano, assorta, guarda il lago. Il nastro morbido della via Diana scende lungo il pendio, tra filari di viti, caseggiati e boschetti, e raggiunge silenzioso lo specchio d’acqua. La dea, meditabonda, osserva l’incresparsi delle onde e interroga le creature lacustri sul perché, tra tappeti di fiori e profumi di forni, la memoria cittadina abbia cancellato le sue donne.

Si chiede per quale ragione manchi Flora, che pure avrebbe titolo a calpestare le migliaia di petali settembrini che inebriano la via Livia… pardon, la via Italo Belardi, perché anche Livia è stata oscurata. Si domanda come mai Nilde Jotti, Rosa Luxembourg, Anna Kulischioff, Dolores Ibarruri, Hannah Arendt, Teresa Noce, Alexandra Kollontai, Nadia Gallico Spano, non abbiano trovato posto accanto a Palmiro Togliatti, Lenin, Giovanni Amendola, Pietro Nenni, Umberto Terracini, Enrico Berlinguer, Luigi Longo, Giuseppe Di Vittorio. Uomini troppo soli per conservare la loro umanità. Diana, su 311 strade, può contare su 118 colleghi e appena due supporti femminili: Annunziata e Madonnina. Per strapparla alla melanconia, lo stradario le assegna d’ufficio una terza compagna, Maria della Pace, ma è un dono generoso e non dovuto, che appartiene alla vicina Lanuvio. Neppure la piccola Nemi, dall’altra sponda, può offrirle conforto: su 108 aree di circolazione, soltanto santa Maria e Giulia le danno manforte. Diana, sconsolata, si rifugia allora nel suo grande tempio della via Nemorense, centro religioso della Lega latina, sanatorio miracoloso in età romana, cava di marmi e decorazioni in epoca cristiana e oggi in gran parte avvinto dalla selva, che nasconde succulenti fragoline. è lì, nel suo bosco sacro, che mossa a pietà dal dolore di Egeria, la trasformò in fonte: da allora la ninfa disseta il paese, ma il suo nome non ha avuto l’onore di una strada.

di Maria Pia Ercolini

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Lanuvio, adagiata su un sprone di lava basaltica tra le colline sudoccidentali dei Castelli romani, vanta origini antiche. Le fonti discordano sull’epoca di fondazione, che si fa risalire tra il XII e il IX secolo a.C., ma testimoniano la sua presenza fra i trenta populi della lega latina, che nel VI secolo a.C. si riunivano nel lucus di Diana Nemorense. Oggi, sullo stemma cittadino è riprodotta l’immagine della mitica Giunone Sospita lanuvina e la sigla I.S.M.R. (Iuno Sospita Mater Regina), ma né Diana, né Giunone hanno avuto l’onore di una intitolazione stradale. Su 289 vie, 79 sono dedicate a uomini e 12 a donne, con un indice di femminilizzazione del 15,1%. La componente religiosa è maggioritaria, ma lascia ben sperare la scelta di Campoleone – una zona nuova, costruita vicino alla stazione a uso dei pendolari – dove almeno le ninfe, Ada Negri e Grazia Deledda hanno trovato un proprio spazio urbano. Posta a cavallo tra Colli Albani e Agro Pontino, Velletri, l’antichissima città dei Volsci, fu uno dei pochi liberi comuni del Lazio medioevale. Oggi è il più grande paese dei Castelli, per estensione e popolazione.

Le sue aree di circolazione, 456 in tutto, come indica l’agenzia del territorio, comprendono 127 strade intitolate a uomini e 21 a donne. In termini statistici, l’indice di femminilizzazione (16,5%) risulta superiore alla media nazionale (7,9%), ma a ben guardare solo sei sono le figure laiche ritenute degne di memoria: Ilaria Alpi, Artemisia Mammuccari, Ottavia, Paolina, Virginia Vezzi e la regina Margherita.


Ben diversa la situazione di Lariano, in cui l’indice scende al 4,8%, con 3 sole donne su 62 uomini. Vittoria Colonna è l’unica rappresentante laica del territorio: le sono accanto, in abiti sacri, Sant’Eurosia e Mater Dei. Il Comune, oggi noto soprattutto per il pane semi-integrale a lievitazione naturale, deve il suo nome ai ruderi di un castello arroccato sul monte Artemisio, in posizione dominante sull’Appia e l’Anagnina, detto l’Algido, o l’Ariano. Fonti antiche ricordano la presenza di un tempio dedicato a Diana, ma della dea nessuna traccia nell’odonomastica cittadina.

di Maria Pia Ercolini

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Distesa tra le pendici del Monte Cavo e le sponde orientali del lago Albano, Rocca di Papa è considerata la prima donna del turismo castellano: nel suo territorio ricadono i rilievi più alti del quadrante orientale della provincia, l'esteso altopiano dei Pratoni del Vivaro, la sede del Parco Regionale dei Castelli Romani, che ne fanno un luogo di vacanza ideale a pochi passi dalla città. Tra Settecento e Ottocento, la cittadina divenne tappa del Grand Tour e ospitò intellettuali d'ogni angolo d'Europa. Nel 1855 anche George Sand la scelse come temporanea residenza, raccontandone la ribellione popolare alla dominazione pontificia e della famiglia Colonna che culminò, il 30 aprile, con la proclamazione dell'effimera Repubblica di Rocca di Papa. Dal censimento toponomastico, tuttavia, non si ricava traccia del suo passaggio, come del resto non vengono ricordate cittadine onorarie di grande rilievo, né donne laiche che vi abitarono nelle diverse epoche: le uniche strade femminili, su un totale di 196 aree di circolazione, sono sei: via Madonna del Tufo, via Madonnella, via Santa Maria Goretti, via Madre Lorenzina, Largo Madre Clelia Merloni e Piazza Regina Margherita. A quale personaggio locale potranno ispirarsi bambine e ragazze di uno dei più popolosi comuni dell’area?

marino-santa-luciaAnche Marino - antico avamposto militare sulle colline dell’Agro Romano e oggi ridente luogo di residenza e villeggiatura noto soprattutto per la sua produzione vinicola - non si dimostra particolarmente generosa con le memorie femminili. L’indice di femminilizzazione è fermo al 8,7% (423 strade totali, 149 intitolate a uomini, 13 a donne), ma qui almeno, accanto a madonne (delle Rose), sante (Anna, Chiara, Lucia – via, vicolo e largo - e Fumia – via nuova e via vecchia), religiose (Rosa Venerini) e serve di Dio (Barbara Costantini) si registrano tre presenze laiche: Anita Garibaldi, che non ha bisogno di presentazioni, Vittoria Colonna, grande poeta del cinquecento nativa di Marino, e Maria Margotti, sindacalista delle mondine, uccisa nel 1949 dalle forze dell’ordine mentre tentava di organizzare uno sciopero. A Ciampino, moderna cerniera di pianura, tra la capitale e i Castelli, qualcosa cambia: non tanto gli indici statistici, che segnalano un decremento delle strade femminili e un indice di femminilizzazione del 7,6% (250 strade totali, 118 intitolate a uomini, 9 a donne), quanto la tipologia delle figure prescelte: non ci sono madonne né sante, ma solo figure simboliche e benemerite al paese e alla nazione. Il panorama delle esperienze femminili, se lo osserviamo senza pregiudizi, è sempre più variegato e complesso di come ci viene trasmesso dai canoni tradizionali.

di Maria Pia Ercolini

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Cresciuta sulle pendici dei Colli Albani, tra i resti di ville romane dislocate lungo la via Latina, Grottaferrata, elegante, raffinata, dotta, registra la più alta concentrazione di biblioteche e il più elevato reddito pro capite dei Castelli romani. L'Abbazia di San Nilo, che ha ospitato la sede comunale, ha portato cultura e potere al luogo fin dal secolo XI e conserva ancora oggi manoscritti, incunaboli e cinquecentine di grande valore. Oltre 100.000 volumi risiedono stabilmente tra gli scaffali di Santa Maria di Grottaferrata e del collegio francescano di Squarciarelli conferendo alla cittadina la speciale menzione di “città del libro”.

Frascati Poco visibili le donne nella toponomastica locale: Maria Gabriella dell’Unità, Sant’Anna e Suor Giuseppina Vannini sono le uniche intitolazioni femminili delle strade, contro i 66 odonimi maschili ivi presenti. A Frascati l’indice di femminilizzazione sale leggermente, passando dal 4,5 al 4,9%: le strade raddoppiano (416), le intitolazioni maschili triplicano (181) e anche le targhe femminili salgono a 9, di cui 6 strettamente legate alla sfera religiosa.

Anche Frascati, alle porte della capitale, ha visto sorgere sulle sue colline numerose ville residenziali, ma si tratta per lo più di edifici di rappresentanza e di soggiorno estivo dell’aristocrazia romana. Se ne contano una dozzina in buone condizioni nel circondario, molte delle quali visitabili: quando si legge la loro storia, zeppa di principi, nobili e cardinali, ci si chiede dove siano finite le donne. Dove si nascondono le Torlonia, le Ludovisi, le Borghese, le Altemps, le Colonna, le Aldobrandini, le Lancellotti, le Pamphili, le Falconieri, le Rufini, le Boncompagni che le abitarono e le curarono? Assenze che dirompono in un silenzio assordante.

di Maria Pia Ercolini

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Terminiamo il nostro viaggio tra i Castelli Romani con ben quattro paesi in cui possiamo ritrovare il senso e la sintesi del nostro percorso alla ricerca delle presenze femminili nel territorio. Tutti e quattro i Comuni rientrano nell’XI Comunità Montana del Lazio e anche qui, come altrove, vigneti, campagne, boschi disegnano il paesaggio. Tracce delle popolazioni arcaiche che hanno vissuto la lotta con lo strapotere di Roma antica; castelli feudali, ville rinascimentali e ottocentesche: uno splendido connubio d’arte e natura alle porte della capitale in cui le donne lasciano solo qualche lieve traccia. Nessuna scuola statale porta il nome di una donna, né a Colonna, né a Montecompatri, né a Monte Porzio, né a Rocca Priora. Colonna è il più piccolo comune della provincia in terraferma: appena 3,5 kmq, quattromila abitanti e 87 aree di circolazione, di cui 24 intitolate a uomini (27%) e 8 a donne (9%): una Madonnella e quattro sante (Chiara – ben due volte - Barbara, Lucia, Agnese), Vittoria Colonna e la Principessa Pallavicini danno il loro nome ad altrettante strade del paese, le cui sorti si intrecciano con la famiglia Colonna a partire dall’XI secolo.

montecompatri SMontecompatri di residenti e di vie ne ha più del doppio, ma le intitolazioni femminili si limitano a tre (1,5%): santa Maria, santa Maria le Quinte e Francesca Saverio Cabrini, patrona degli emigranti. Il rapporto fra strade e intitolazioni maschili, invece resta invariato (27%) e 55 uomini si ritrovano sulle targhe cittadine. L’attenzione alla memoria delle donne è ancor più disattesa a Rocca Priora, dove la regina Margherita e Olimpia sono le sole presenze muliebri a caratterizzare la rete stradale del più elevato e più freddo comune dei Castelli Romani. Con 52 intitolazioni maschili l’indice di femminilizzazione scende ulteriormente (dal 5,45 al 3,8%), ma è a Monte Porzio Catone, il cui nome ricorda l’antico generale, pretore, console, questore e scrittore romano, che l’invisibilità toponomastica femminile raggiunge il suo apice: 133 strade, 47 uomini (35%), 1 sola donna (0,75%).

di Maria Pia Ercolini

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Lasciate alle spalle le alture dei Castelli romani, scendiamo nella valle percorsa dalla via Casilina ed entriamo nel settore Prenestino-Lepino, che abbraccia l’area nord-orientale della provincia. Il primo Comune di pianura è San Cesareo, alle pendici dei Colli Albani, immerso nell’antico agro Labicano ricco di storia e di testimonianze archeologiche che valsero al borgo medioevale il nome di Statuario. Molte le ville romane che vi sorsero, edificate per l’otium degli imperatori, tra cui lo stesso Giulio Cesare: in loro ricordo, intorno al 1050, i monaci di Grottaferrata dedicarono a San Cesareo la chiesa attigua al nuovo deposito fortificato di granaglie. Da qui il nome odierno dell’abitato. 

Istituito con legge regionale nel 1990, San Cesareo è uno dei comuni più giovani d’Italia ed è arrivato a questa identificazione dopo essersi scisso da Zagarolo con un referendum popolare. Mancano del tutto, in molti casi, fonti documentarie in grado di individuare la realtà del neonato Comune all’interno di quella più generale di Zagarolo, pertanto non è semplice delineare le figure femminili specifiche che contribuirono alla crescita sociale, culturale ed economica del paese. Lo stesso censimento toponomastico ricavato dall’Agenzia del territorio, pur indicando la localizzazione delle strade, presenta le due amministrazioni congiunte.

Su una collina tufacea di contorno ai monti Prenestini incontriamo Zagarolo, che deve probabilmente il suo nome al saio rosso degli antichi legionari romani, sagum, che aveva in zona un centro di produzione affidato ad artigiani specializzati, detti sagarii. Probabilmente l’area fece parte dei possedimenti di Giulio Cesare, per poi passare al patrimonio ecclesiastico nel X secolo, e con alterne vicende, dispute e distruzioni, alla famiglia Colonna, che ne mantenne il possesso fino al XVII secolo, quando venne sostituita da Ludovisi, Rospigliosi e Pallavicini. Tornata alla Chiesa, Zagarolo fu elevata al rango di città nel 1858. Zagarolo conta oggi 325 vie, di cui 94 maschili e 10 femminili, alle quali si aggiungono le 153 aree di circolazione di San Cesareo, che include 25 strade intitolate a uomini e 8 dedicate a donne. Scarse le figure laiche di Zagarolo, che affida a madonne, sante, vergini e monache i 4/5 della sua toponomastica femminile. Sebbene la presenza di nomi significativi della cultura moderna e l’indice di femminilizzazione superiore al 30% indichino una minore disparità di genere sulle strade di San Cesareo, osservandone gli odonimi non c’è di che rincuorarsi: accanto a Sibilla Aleramo, Ada Negri, Maria Montessori, Anna Heid e Pallavicina, con probabile riferimento alla contessa, compaiono via della Pidocchiosa, via della Donnicciola, via della Pitocchetta. Niente di meglio?

di Maria Pia Ercolini

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Un’antica via consolare, che lasciava Roma dalla porta Esquilina, attraversando la campagna orientale tra mausolei e ville oltrepassava le arcate del ponte di Nona e raggiungeva la città di Gabii, per poi proseguire verso Praeneste, da cui prendeva il nome.

All’altezza di Gallicano, antica Pedum, corre ancora il vecchio tracciato e sono visibili i resti di alcuni tra i più importanti acquedotti che dissetavano Roma, alimentati dall’Aniene o dalle sorgenti dei Simbruini. Sorto su un crinale di tufo, a 250 metri sul livello del mare, il castello di Gallicano, fortificato da Monaci Benedettini si ampliò nei secoli, passando varie volte di mano. I Colonna, nelle loro dispute con il papato, ne fecero un ponte verso Roma e ne mantennero il possesso per oltre quattro secoli. Vennero poi i Ludovisi e i Rospigliosi Pallavicini, fino a metà del XIX secolo, quando il paese divenne libero comune.

Oggi, il clima mite e la vicinanza alla capitale ne fanno un luogo d’immigrazione, caratterizzato dall’asse viario centrale, che occupa il culmine della blocco tufaceo, da cui si dipartono, a pettine, le altre strade. Con oltre seimila abitanti, Gallicano registra poco meno di duecento vie, di cui soltanto un ottavo intitolato al genere umano.

Analoga consistenza demografica si ritrova a Labico, che conta però una metà della strade del suo vicino ma una doppia intitolazione umana. In entrambi i casi le figure femminili sono molto rare. Anche Labico, che ospitò un antico centro abitato (Bola), è attraversata da una strada romana: è la via Labicana, che nel tardo medioevo prese il nome di Casilina; fino agli inizi del Novecento, tuttavia, il tratto che attraversa Labico ne conserva il nome originario.

Collegata alla capitale dalla via Prenestina, tra gli omonimi monti e il Corvia, l’antica Praeneste sorge presso la valle del Sacco, in posizione strategica su uno sperone del monte Ginestro. Delle 386 strade, quasi un terzo riporta nomi di uomini e donne, con un indice di femminilizzazione del 15%, superiore alla media regionale e nazionale. Ben nove madonne ne intitolano le vie (del Carmine, dell’Aquila, del Ristoro, delle Grazie, santa Maria - via e vicolo - santa Maria degli Angeli, santissima Annunziata e dell’Annunziata), una regina, monache, zingarelle e un paio di figure locali. Manca, tuttavia, ogni riferimento toponomastico sia alla Fortuna Primigenia - il cui santuario costituisce una delle più significative realizzazioni dell’ellenismo italico (il culto locale della dea Fortuna, narrato anche da Cicerone, si collega alla fecondità e alla predizione) – sia alla senatrice Stefania, che nel X secolo ebbe la città in feudo.

di Maria Pia Ercolini

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A Nord dei monti Lepini, lungo la valle del Sacco, Colleferro chiude quel cuneo meridionale della provincia romana che s’insinua tra il Frusinate e il territorio di Latina. Nato come scalo ferroviario sulla via Casilina, il Comune ha un’autonomia recente, anche se i reperti archeologici raccontano altre storie: selci e ossidiane lavorate, manufatti di ceramica, fibule in bronzo e resti di capanne suggeriscono insediamenti stabili risalenti al Neolitico.

colleferro1L’area fu abitata anche in età romana e la struttura delle strade che circondano la cittadina ne è prova; chiese, necropoli e iscrizioni funerarie testimoniano il passaggio al Cristianesimo e l’epoca feudale ha lasciato la sua impronta nei castelli di Colleferro e Piombinara, di cui si conservano la cinta muraria e i resti del palazzo baronale.

La torre di avvistamento venne invece abbattuta nel 1934 per motivi di sicurezza. Per cercare tracce di un’epoca recente basta percorrere i sei chilometri di cunicoli, scavati a colpi di piccone nella pozzolana, e scoprire una città sotterranea che dal novembre del 1943 al giugno del 1944 ha offerto rifugio, luogo di culto e servizi a oltre tremila colleferrini, pesantemente minacciati dalle incursioni aeree nemiche.

Tra le 241 strade che attraversano oggi il territorio comunale, il 38% ricorda personaggi maschili, dai letterati agli artisti, dagli eroi della nazione ai politici, dai musicisti alle vittime di mafia. Meno del 3% omaggia figure femminili: a parte cinque nomi di sante, soltanto una scrittrice ha avuto l’onore di un’intitolazione stradale. Eppure le donne sono state presenti in ogni momento della storia e ne hanno tramandato i valori: letterate, artiste, eroine, politiche, musiciste, vittime di mafia.Lo scorso 25 marzo, il Comune ha reso onore a Placido Rizzotto, ucciso dalle cosche, associando il suo nome ai giardini di via Giotto. Ci auguriamo che la prossima area verde venga dedicata simbolicamente a una delle 150 donne vittime di tutte le mafie, “innocenti o dissidenti, eliminate per l’impegno politico, per delitti d’onore, per vendette trasversali”. E soprattutto ci auguriamo che nelle prossime scelte odonomastiche ci sia Artemisia Gentileschi ad affiancare via Tiepolo, Ilaria Alpi ad incrociare via Nicola Callipari, Clara Schumann a tagliare via Vivaldi, Cristina di Belgioioso a confluire in piazza Mazzini.

di Maria Pia Ercolini

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Anticamente chiamata Monfortino, Artena fu un apprezzabile centro romano grazie ai collegamenti di vie importanti come la Labicana, l’Appia e la Latina. Oggi è una cittadina di 14 mila abitanti, con rampe e stretti vicoli pedonali che la rendono strutturalmente interessante. I nomi delle sue strade testimoniano quanto Artena sia stata patria di artisti, letterati, missionari e ricercatori. Le vie celebrano anche uomini di grande ingegno e personaggi di rilievo storico nazionale, ma per quanto riguarda l’universo femminile, a parte Maria e Maddalena, l’oblio è totale. Sullo stradario non compare neppure l’unica donna che ha avuto l’onore di una cittadinanza onoraria: suor Luisa Meriggi.

Artena vicoli embeddedTuttavia, leggendo la storia del paese si apprende che Artena, nel XVI secolo, fu governata da alcune figure femminili appartenenti alla nobiltà: Orinzia, Virginia, Porzia, Vittoria, Claudia e Tuzia Colonna. Donne che ebbero un ruolo primario per l’economia e il benessere del paese ma del tutto assenti dall’odonomastica locale.

Stessa sorte spetta a Valmontone, a qualche km da Artena. Il paese gode di una posizione favorevole e ben collegata, tra Casilina e autostrada a 300 metri di quota ed è circondato da colline ricoperte da castagni e valli irrigate dal Sacco e da numerosi sorgenti di falda. Oltre al centro storico, sono presenti le località di Sant'Anna, San Giudico, San Giovanni, Villaggio Rinascita e Valle; tutto intorno si sviluppa l’agro, occupato da prati e coltivazioni cerealicole. Anche in questo caso lo stradario non lascia adito a dubbi: tre sole presenze femminili, di cui due sante, rendono palese lo scarso rilievo dato alla memoria femminile.

Un’analisi dettagliata dell’odonomastica di Valmontone mette in rilievo tanti nomi di artisti e letterati, come Giosuè Carducci, Dante, Giacomo Leopardi o di personaggi storici nazionali, quali Bettino Craxi, Antonio Gramsci, Giuseppe Mazzini.

Alle amministrazioni dei due paesi, Artena e Valmontone, che rendono omaggio ai soli uomini illustri, va il nostro invito a colmare una lacuna anacronistica e stereotipata, così da offrire alle sue giovani, esempi e modelli d’aiuto per la costruzione di una serena e moderna identità.

di Maria Pia Ercolini

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Adagiata sulla dorsale dei Lepini, a seicento metri di quota, Segni mantiene ancora un carattere prevalentemente agropastorale, anche se la produzione di materiali da costruzione ha sviluppato il settore secondario e il turismo vi ha messo radici ormai consolidate, grazie alla natura invitante, all’aria salubre e al buon clima estivo: castagneti e faggete ricoprono le pendici dei rilievi, il monte Lupone richiama gli amanti del trekking e dei grandi panorami, mentre fragole, more e funghi attraggono i visitatori più golosi.

gavignano Il suo nome è forse legato alle insegne (signa) che i romani posero al momento della conquista: ubicata lungo la valle del Sacco, al tempo chiamato Tolero, la cittadina rivestì un ruolo strategico che le permise di godere di una certa indipendenza e di coniare sue monete d’argento. Tito Livio, nel libro I (56,3) dell’Ab urbe condita, racconta che Tarquinio il Superbo, volendo estendere e rafforzare i confini dell’impero, vi inviò alcuni coloni per farne una difesa avanzata dell’urbe. L’elemento architettonico più caratteristico di Segni è la cinta muraria ben conservata, interrotta da numerosi varchi, di cui la porta Saracena costituisce il gioiello più prezioso. Per la grandezza dei suoi massi, essa è spesso paragonata alla porta dei Leoni di Micene e il parallelo tra le due opere è stato certamente alla base dell’attuale gemellaggio con il Comune greco. Il centro storico, a forma di fiasco, ha un tessuto stradale articolato e irregolare, con vicoli stretti e raramente lineari. Delle 131 strade comunali, 45 sono dedicate a uomini e 7 a donne. L’indice di femminilizzazione si assesta dunque intorno al 15%, ben più alto della media nazionale (8%). Ad est, su un colle limitrofo meno elevato, si trova Gavignano, molto apprezzata dalle famiglie romane che intorno al I secolo a. C. vi edificarono numerose ville di campagna di cui restano oggi architravi, capitelli e mosaici. In periodo medioevale il borgo si sviluppa intorno al suo castello: cinta muraria a pianta trapezoidale, mastio quadrangolare a forma di torre, palazzo baronale definiscono il castrum. La famiglia dei Conti ne controlla il feudo fino al Seicento, e sarà poi sostituita da Aldobrandini, Pamphili, francesi. Gavignano tornerà allo Stato della Chiesa nel secondo decennio dell’1800 e finalmente, nel 1861, entrerà a far parte del Regno d’Italia. Qui, la regina Margherita ha avuto l’onore di una via, ma né la principessa Olimpia Aldobrandini, né tanto meno Olimpia II, che pure furono titolari del feudo, sono riuscite a strappare un’intitolazione. Dimenticate dalla toponomastica anche le Pie Operaie, che per gran parte del Novecento vissero nel palazzo baronale. Del resto non c’è molto da stupirsi: scorrendo i nomi degli attuali amministratori e consiglieri non v’è traccia del genere femminile.

di Maria Pia Ercolini

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Nel cuore dei Lepini, distesa sul crinale del monte La Foresta, la cittadina medioevale di Carpineto romano rientra nel percorso delle vie Francigene del Sud, che da Roma portavano a Gerusalemme. L’abitato si compone di due distinti nuclei fortificati – Dammonte e Dabballe – uniti da un intrico di viuzze selciate; tutto attorno, tra le pareti calcaree e dolomitiche dei rilievi, si nascondono oltre 200 grotte, probabile rifugio di pellegrini in viaggio per la Terra santa. Città di Leone XIII, della castagna, dell’olio, del Pallio, della speleologia e del tartufo, Carpineto non ha prestato altrettanta attenzione al riconoscimento femminile, nonostante vi appartenga il 51% delle sue anime.

carpinetoNello stradario locale – 66 strade, di cui 30 intitolate a uomini - compaiono 4 riferimenti a madonne (Santa Maria e Annunziata, ripetuta in tre diverse accezioni) e una sola figura storica femminile (regina Margherita).

Le cose non vanno meglio nel limitrofo comune di Gorga dove, tra le 49 strade segnalate dall’Agenzia del territorio, emergono 13 intitolazioni maschili, una via e una piazza dedicate a santa Maria (con chiaro riferimento all’omonima chiesa), e nessun accenno al contributo politico, sociale e culturale delle donne. Gorga, dalla cima del monte Volpinara, domina la vallata del Sacco: resti di antiche ville romane e un impianto medioevale a fuso ne caratterizzano la stratificazione storica del suo assetto urbanistico: Villamagna, ad esempio, che fu la residenza di caccia di Pompeo Magno e Marco Aurelio, divenne abbazia benedettina di San Pietro. Delle famiglie nobili gorgane che si sono distinte nei secoli – Pasquali, Santucci e Fioramonti – si ignora la componente femminile, né si conoscono le donne delle altre famiglie illustri che ne governarono il territorio - De Ceccano, Caetani, Conti, Pamphili. A quest’ultima si legano il primo "Magistero di scuola", la costruzione del palazzo residenziale, oggi sede del Municipio, nonché la stessa chiesa di Santa Maria. La vita locale è stata scandita per secoli dal ritmo della transumanza e delle attività connesse a un’economia agro-pastorale: ne resta traccia nella fontana della pastorella, realizzata a fine Ottocento nella piazza principale del paese. Per una volta, finalmente, il rapporto tra genere umano, attività lavorative e natura, è espresso da una figura femminile: una ragazza in costume ciociaro che conduce le sue capre alla fonte.
L’indice di femminilizzazione toponomastica sale invece al 23% nel vicino comune di Montelanico, ma anche qui la rappresentanza femminile attinge esclusivamente alla sfera religiosa: la madonna del Soccorso, Santa Maria e madre Teresa di Calcutta si affiancano ai 13 uomini riconosciuti dalla odonomastica cittadina. Infine, un’ultima nota per la memoria femminile. Durante la seconda guerra mondiale, quest’area fu soggetta a rastrellamenti, bombardamenti e combattimenti terrestri. Montelanico, ad esempio, si trovava su una delle principali direttrici di avanzata alleata (Route Priverno – Montelanico) e fu uno dei punti di maggiore concentrazione tedesca. Dopo grandi sofferenze arrivò finalmente la liberazione, ma per le donne non portò pace. In questo piccolo centro, come in tanti altri raggiunti dal Corpo di Spedizione Francese, la squadra militare coloniale guidata dal generale Alphonse Juin festeggiò violentando le donne del luogo. Nel paese si registrarono 12 stupri, di cui tre perpetrati a danno delle suore del convento: a questi ne vanno aggiunti certamente molti altri, subiti da chi ebbe vergogna di denunciare.

di Maria Pia Ercolini

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Castagni e ulivi radicati sulle pendici dei Monti Prenestini si affacciano nella valle del Sacco cingendo lo sperone di tufo che accoglie Genazzano. Il luogo era già frequentato in epoca romana da famiglie patrizie in villeggiatura ma si ha notizia di un primo agglomerato stabile dall’anno 1022. Duecento anni più tardi il feudo fu ceduto alla famiglia Colonna che ne decretò la fortuna, trasformando, per tappe successive, la fortezza difensiva iniziale in un castello residenziale di alto pregio artistico. Ancora oggi il borgo conserva l'impianto del XIV secolo, con le costruzioni popolari interne alle mura del Castello e i vicoli capillari che ne attraversano il centro. L’analisi toponomastica evidenzia un indice di femminilizzazione (17%) superiore alla media nazionale (8%) e un trend positivo. Nell’ultimo periodo è visibilmente cresciuta la memoria delle donne nelle aree di circolazione, ma non altrettanto si può dire della rappresentanza di genere negli organi istituzionali: in giunta sei uomini e una sola donna, in Consiglio comunale due donne e 14 uomini. Simile la composizione dell’amministrazione di Cave: 2 donne su 7 in Giunta, 2 su 15 in Consiglio comunale. Il rapporto odonomastico di genere segnala qui 1 donna ogni 7 uomini, ma le numerose madonne, accompagnate da sante e religiose, hanno lasciato ben poco spazio alle figure laiche.

rocca-di-CaveSituata tra le pendici occidentali dei Prenestini e la valle del Sacco, a 400 metri di quota, la cittadina deve il suo nome alle antiche cave di tufo utilizzate fin dall’epoca pre-romana. Nacque probabilmente come avamposto militare di Praeneste, oggi Palestrina, ma assunse ben presto quel carattere essenzialmente agricolo che ha mantenuto nei secoli: la ricchezza dei boschi ha favorito la commercializzazione di legname, noci e castagne e queste ultime, tuttora considerate una specialità locale, da 78 anni danno origine alla tradizionale festa di fine ottobre. Alzando lo sguardo in direzione dei monti, tra boschi e vallate, orti e terreni coltivati, si stacca la Rocca di Cave, che chiude la catena dei Prenestini.

L’abitato, uno dei più piccoli del Lazio per numero di residenti, è nato intorno all’anno mille per opera dei monaci sublacensi e si è sviluppato, oltre i 900 metri di quota, a ridosso della torre di guardia. Appena trentadue strade attraversano il Comune e tra queste soltanto la Madonna della Neve veste abiti femminili, ma in Consiglio comunale e in Giunta le donne raggiungono un terzo delle presenze, eguagliando l’attuale composizione del Parlamento nazionale.

di Maria Pia Ercolini

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Circondato dai monti Prenestini, il Comune di Poli si estende lungo una vallata boscosa, ai piedi della rupe del Guadagnolo: è lì che alla fine del X secolo, i monaci benedettini del convento romano di Sant’Andrea ereditano la metà del Castrum Poli, dando il via a una disputa bicentenaria tra signori e abati, infine risolta con la vittoria dei Conti, che conservano il dominio della rocca per sei secoli, poi trasmesso a Sforza-Cesarini e Torlonia soltanto a seguito dell’estinzione familiare. Il centro cittadino - allineato su un’unica strada che segna il crinale di un dosso tufaceo da cui si dipartono, a spina di pesce, 35 stretti vicoli - ospita le abitazioni più antiche - dettate dalle esigenze morfologiche del territorio - e gli edifici storici, che ripercorrono poteri e secoli in forme sincretiche interessanti. Palazzo Conti, sede comunale, riassume nelle sue linee un millennio di eventi; palazzo Pelliccioni, noto per decorazioni e affreschi sei-sette-ottocenteschi, sorge probabilmente su una preesistente struttura romana; le chiese di S. Pietro (1600), di S. Giovanni Battista e S. Antonio, con pitture cinquecentesche, riportano anch’esse stratificazioni temporali che tengono conto di mode e necessità oggettive. Poche le strade intitolate a esseri umani, per lo più nobili e reali: appena un 22% di riconoscimenti maschili e un 4% femminili. Di poco superiore in proporzione, l’odonimia celebrativa di Casape, borgo compatto e arroccato su un banco di tufo in direzione Nord, a pochi chilometri di distanza. In epoca romana si trattava di un piccolo centro agricolo dove Gneo Domizio Curbolone, generale imparentato con Nerone e Caligola, aveva eretto la sua villa; dopo la fase di incastellamento medioevale (X secolo), pur conteso tra Orsini e Colonna, rimane per lungo tempo proprietà del monastero romano di S. Gregorio al Clivo di Scauro, poi ceduto in feudo ai Leonini, ai Barberini e alle famiglie Pio e Brancaccio.

toponomastica-femminile-castel-san-pietro fullOggi ospita 750 canapesi, circondati da estesi oliveti e boschi di castagne e raccolti attorno al palazzo baronale del X secolo, dapprima torre di difesa, poi castello fortificato e oggi condominio. Ancora castagni, associati a lecci e querce, sul Monte Ginestro, a Sud di Poli, dove s’incontra l’abitato di Castel San Pietro Romano, storicamente legato all’antica Praeneste, odierna Palestrina. Si narra che fu l’imperatore Costantino a dargli il nome di "Castrum Sancti Petri", assecondando la leggenda secondo cui l’apostolo Pietro, salì sul monte per predicare il cristianesimo e contrapporlo al culto di Fortuna Primigenia, dea venerata nel sottostante santuario pagano. Nonostante la trasformazione dei terreni agricoli e dell’utilizzo del suolo, l’ambiente naturale ha potuto conservare parte del suo aspetto originario nella valle delle Cannuccete, oggi monumento regionale protetto, bosco secolare che attornia un sistema di sorgenti utilizzato sin dall’epoca romana. Gli scontri tra Colonna e papato, che hanno più volte devastato la rocca e l’abitato, non sono riusciti a privare il paese del suo fascino: da un lato i panorami mozzafiato che ne fanno a giusto titolo “un balcone sulla provincia di Roma”, dall’altro il suggestivo borgo, che si presenta come una miniatura incantata messa in moto dai novecento castellani che ne percorrono i vicoli in pietra e le piazzette raccolte. L’odonimia celebrativa mantiene a grandi linee quel ruolo marginale già rilevato a Casape e a Poli, ma l’indice di femminilizzazione si dimezza: neppure le fiabe trovano posto alla memoria femminile.

di Maria Pia Ercolini

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Sulla vetta più elevata dei monti Prenestini, nel Subappennino laziale, sorge il centro abitato più alto della regione, Guadagnolo, che prende nome dall’omonimo rilievo. Il piccolo nucleo, che conta appena 55 abitanti, rientra nel territorio di Capranica Prenestina e, dai suoi 1.218 metri di quota, offre uno dei panorami più ampi dell’Italia centrale, tra il Tirreno e il Gran Sasso. Nel borgo montano si ricordano soltanto massari e priori, rigorosamente uomini, e delle donne che devono necessariamente aver popolato il luogo si sono perse le tracce. La memoria femminile non ha trovato grande spazio neppure più a valle, dove il Comune madre, a 6 km di distanza, non è stato certo generoso verso le sue cittadine: 76 aree di circolazione, con 27 titolazioni maschili e 3 femminili (Maria Maddalena, la Madonna delle fratte e Anna Barberini Colonna, di cui parleremo in seguito).

capranica-PrenestinaSul versante orientale del monte Guadagnolo, a 500 metri di quota, sorge Pisoniano, che deve il suo nome a una villa patrizia in località Rotte, ove trovò rifugio, dopo l’attentato, Caio Calpurnio Pisone, console romano che partecipò alla congiura di Nerone. Il territorio appartenne per diversi secoli all’Abbazia di Subiaco, poi fu ceduto ai Colonna, quindi agli Orsini e, nel 1572, alla famiglia Theodoli, che vi eresse un palazzo turrito. Pisoniano conserva numerose testimonianze della sua storia antica, ma ha perso le tracce delle donne che vi abitarono. I dati toponomastici dell’Agenzia del territorio, infatti, segnalano la presenza di sole due strade intitolate a donne (le sante Vittoria e Maria).

Non molto diversa l’odonomastica di San Vito Romano, che conta 68 strade, di cui 20 maschili e 3 femminili, riassunte in un’intitolazione multipla a santa Maria, intestataria di una piazza, un vicolo e una via. Simile anche la storia dell’abitato. Posta tra i monti Simbruini, gli Ernici e i Lepini e affacciata sulla valle del Sacco, San Vito fu feudo dei monaci benedettini, poi proprietà dei Colonna e in seguito della famiglia Theodoli, ancora oggi proprietaria della rocca, che ne ha determinato le sorti, l’impianto urbanistico e l’odonomastica cittadina.

di Maria Pia Ercolini

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Tra l’Aniene e il Sacco, al centro di un ampio anfiteatro formato dai rilievi Tiburtini, Ruffi, Carseolani e Simbruini, si erge il Monte Celeste. Bellegra, con le sue antiche mura ciclopiche, ne occupa la parte più alta, a 800 metri di quota: querce e castagni a Nord, vigne e oliveti a Sud.

 bellegra fullSul versante meridionale, verso il confine frusinate, si affaccia Olevano Romano. Anche qui i grossi blocchi squadrati della cinta muraria, anteriori all’epoca romana, e il castello duecentesco testimoniano il ricco passato. Il panorama è vasto, la natura ridente, la storia millenaria, il paesaggio antropico vivace e articolato. I vigneti del rosso cesanese sembrano risalire il pendio per offrire nettare agli abitanti e non sorprende che paesaggiste e pittori dell’Ottocento nordeuropeo, abbiano deciso di servirsene, incoraggiati dalla proverbiale ospitalità delle genti.

Poco più a Est, lungo le pendici occidentali del monte Scalambra, uno sperone di arenaria in posizione di controllo sulla piana latina, alloggia Roiate, con le sue mura preromane e i segni del successivo incastellamento. Ambienti e storie condivise, passati e presenti assai simili. Scorrendo le pagine delle tre amministrazioni comunali compaiono lunghi elenchi di nomi maschili: sindaci, assessori e consiglieri sono chiamati a rappresentare le istituzioni ma non riflettono la composizione demografica delle rispettive cittadinanze, costituite mediamente da un 51-52% di donne. Nel Consiglio comunale di Bellegra sono presenti dodici uomini e una sola donna; una sola donna anche a Roiate e a Olevano Romano, dove i colleghi salgono a tredici. La toponomastica ricalca questa visione androcentrica del mondo. Secondo l’Agenzia del territorio a Bellegra, su 98 strade, 17 sono intitolate a uomini e soltanto una, o forse due, a donne (santa Lucia e Tre morette?); a Roiate, con 44 aree di circolazione, 11 sono maschili e 3 femminili (santa Maria, Madonna delle Grazie, Maria Montessori); Olevano, su un totale di 118 vie e piazze, conta 28 presenze maschili e 4 femminili (santa Maria di Corte, con due intitolazioni, santa Maria Annunziata e la benefattrice Antonia Zonnino). La presenza femminile, così vitale e variegata, non trova spazio nella memoria collettiva: un pesante drappo cala, come una scure, sul passato delle madri.

di Maria Pia Ercolini

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I quattro comuni che si affacciano verso i territori della provincia di Frosinone sembrano afflitti dalla stessa sindrome: profondi vuoti di memoria femminile nell’odonomastica locale. Purtroppo ad Affile è corta anche la memoria della storia. Serve ricordare a tutte e a tutti che qui poche settimane fa il neo Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha sospeso il finanziamento al Comune destinato al completamento del Parco Rodimonte e alla realizzazione di un monumento al Milite Ignoto, che l’amministrazione locale aveva trasformato in un mausoleo per Rodolfo Graziani. Quante le vittime innocenti dei suoi massacri in Etiopia? Quante le donne, e insieme a loro i bambini e gli anziani nei villaggi, che hanno subito le atrocità della deportazione nelle zone desertiche della Sirte? A loro, come a tutte le altre vittime della storia, se non si vuole ridare memoria, almeno si conceda il giusto rispetto.

logo-Vallepietra fullL’abitato di Affile appare allungato sul crinale di un colle dominato da una serie di contrafforti profondamente incisi. Esso ha origini lontane che riportano al 1.000 a.C, quando Equi e Ernici abitavano la valle dell’Aniene. Sul finire del millennio, divenuto colonia romana, il paese assunse il ruolo di centro politico e amministrativo dell’intera valle. Fu allora che le sue colline videro impiantare i primi filari del futuro “cesanese”, esteso poi alle terre circostanti per mano femminile: si racconta, infatti, che le ragazze di Affile portassero in dote agli sposi dei paesi limitrofi le barbatelle del vitigno, contribuendo alla sua diffusione.
Arcinazzo, a ridosso dei monti Simbruini, presenta un nucleo tipicamente medioevale - con la torre dominante, gli archi, le bifore e le porte cittadine - inserito in un paesaggio quasi alpino che lo rende meta di turismo residenziale. A pochi chilometri dal centro, in un’ampia conca carsica a 900 metri di quota, si aprono gli omonimi altipiani, un tempo passaggio obbligato per la transumanza fra i monti laziali e abruzzesi e le pianure pontina e ciociara, oggi luogo di rifugio dalla calura estiva dell’urbe.
Anche Jenne, arroccato su uno sperone del Monte Pratiglio, ha un carattere montano: posto sulle antiche vie della transumanza, a 800 metri di quota, il paese ospita la sede del Parco Regionale dei Monti Simbruini che ne tutela l’ambiente ripariale lungo il fiume Aniene. Molto incerta l’origine del toponimo: l’ipotesi più accreditata lo collega a Gheenna (inferno) e trova conferma nel nome delle sottostanti grotte carsiche dell’Inferniglio. La storia di Jenne è strettamente connessa alle vicende dell’Abbazia di Subiaco, a cui appartenne per molti secoli, mentre la vicina Vallepietra, anch’essa parte del parco simbruino, si lega alle sorti delle famiglie nobili di Anagni: Conti, Caetani, Astalli e Troili. Entrambi i paesi conservano un nucleo antico e testimonianze medioevali importanti: del castello di Jenne resta la cappella di Santa Maria in Arce, con gli affreschi del '200 e una madonna in terracotta del '500; a Vallepietra, è la torre della piazza centrale a costituire il simbolo del paese. Vallepietra, al confine con l’Abruzzo e la provincia di Frosinone, è nota soprattutto per il santuario della SS. Trinità, scavato in una parete rocciosa ai piedi del monte Autore. È qui che la domenica successiva alla Pentecoste, la cristianità si esprime attraverso il dolore femminile: nel Pianto delle Zitelle, le tre Marie – Maddalena, Maria e Marta - rievocano la Crocifissione attraverso un dialogo struggente e del tutto personale che raggiunge l’apice della commozione con il lamento della Madre, di ogni madre, lacerata dalla morte del figlio.

di Maria Pia Ercolini

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La comunità montana dell'Aniene raccoglie, in 31 Comuni, un grande patrimonio culturale e ambientale, che spazia dalle necropoli degli Equi alle ville imperiali, dai monasteri benedettini ai santuari francescani, dalle faggete secolari ai paesaggi carsici, dalle strade del vino ai parchi protetti. Il tessuto economico è soggetto a profonde trasformazioni: il pendolarismo è in forte crescita, le pratiche agricole tradizionali lasciano posto alle colture specializzate dell’olivo e della vite, con produzioni DOP e DOC, e l’artigianato locale, basato su tessitura, ricamo e lavorazioni di ferro, rame, legno, marmo, cerca soprattutto nel turismo una sua nuova ragion d’essere.

 Cervara-logo fullManca ancora, tuttavia, una radicale modernizzazione della struttura sociale che riconosca alle donne un ruolo paritario nella sfera decisionale. Nonostante lo studio di fattibilità condotto nel 2008 per l’introduzione del bilancio di genere nella Comunità montana, il suo governo è tuttora affidato a un presidente e una giunta interamente maschili e a un consiglio comunitario formato da 88 uomini e 10 donne.

La toponomastica, come spesso accade, dà un’immediata percezione della disparità: nei tre Comuni presi oggi in esame – Camerata Nuova, Cervara, Agosta - la memoria del mondo femminile è relegata al solo ambito religioso. Né patriote, né letterate, né donne di scienza sulle strade di Camerata Nuova, ma solo madonne a conferma della diffusa tendenza a nascondere ogni protagonismo femminile. L’antica cittadina, distrutta da un incendio verso la metà del 1800, sorgeva su una rupe calcarea inespugnabile, a 1.250 metri di quota, dove oggi si elevano le rovine del castello.

Fu Pio IX a decretarne la ricostruzione più a valle e la gente del luogo, operosa e fortemente legata alla terra a riedificare l’abitato, con un lavoro duro e tenace di uomini e donne, per cominciare, insieme, una nuova vita nella piana sottostante. Nessuna figura femminile laica nell’odonomastica di Cervara, che pure ha fatto delle sue donne, ritratte da Pinelli in abiti tradizionali, l’icona laziale del Grand Tour; e sono state le donne a gestire la comunità per gran parte dell’anno, quando la transumanza ne allontanava la popolazione maschile. Panorami suggestivi che hanno attratto pittori e modelle, scalinate scolpite da artisti internazionali, murales dipinti sulle case di pietra, poesie incise sulla roccia fanno di Cervara un museo all’aperto unico nel suo genere: vorremmo leggere, sulle originali targhe in ceramica e legno dipinto un gesto di democrazia paritaria che aggiunga un’ulteriore ragione di visita. A 380 metri sul livello del mare, con poco meno di duemila abitanti, Agosta, è una cittadina silenziosa e quieta affacciata sulla via Sublacense, dove una corona di rilievi preappenninici la preserva dai ritmi affannosi delle aree urbane. Le pendici boscose dei monti Ruffi, Affilani, Ernici e Simbruini le regalano castagne, funghi, tartufi e asparagi selvatici, mentre le colline terrazzate e le fertili pianure hanno permesso in passato raccolti agricoli generosi, oggi penalizzati dal forte pendolarismo della popolazione attiva. Ma l’amore per i luoghi natii e per gli spazi comuni è ancora molto radicato nella cittadinanza se una delibera comunale del 2012 introduce l’adozione di aree pubbliche e arredi urbani da parte di ogni singola anima che voglia renderli più fruibili e decorosi. E chissà, se impegnate in quest’opera di cura, le agostane, dimenticate dalla storia e dalla toponomastica, riusciranno a restituire al paese una visibile impronta femminile.

di Maria Pia Ercolini

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A una settantina di chilometri dalla capitale, inerpicato su una rupe calcarea che domina l’alta valle dell’Aniene, il borgo medioevale di Subiaco presenta una struttura urbanistica a corona circolare: al centro la rocca abbaziale, separata dal nucleo insediativo da una fascia verde; a est, oltre l’anello edificato, una fitta area boschiva; nelle altre direzioni, in forte pendenza, l’espansione dell’abitato e, a valle, il borgo medievale degli opifici. Sul versante meridionale corre sinuoso il fiume, a cui Subiaco deve nome e fama. Oggi, dal fiume traggono giovamento piccole centrali idroelettriche, ma per secoli esso ha alimentato una delle più antiche cartiere d’Europa e attratto popoli e attività economiche diverse, tra cui mulini, ferriere, lanifici.

Subiaco-Santo-Stefano fullDapprima gli Equi e poi i Romani furono conquistati da queste terre generose d’acqua che consentirono di erigere ben quattro acquedotti: l’Anio Vetus e Novus, l’Aqua Marcia e l’Aqua Claudia. Nerone volle realizzarvi una villa imponente e scenografica, collocata su tre laghetti artificiali (i Simbruina Stagna) ottenuti dallo sbarramento dell’Aniene: Sublaqueum era dunque il nome dato ai luoghi che si trovavano “sotto i laghi” dell’imperatore.

A seguito della scelta di San Benedetto, la vallata, divenne un vivaio di santi e il sito ideale per monasteri e conventi, ma ancora una volta fu la presenza del fiume a renderla unica e indimenticabile. Quando Konrad Sweynheim (tedesco) e Arnold Pannartz (ceco) arrivano in Italia per impiantare una tipografia, scelsero il monastero di Santa Scolastica, benedetto dall’Aniene, per stampare il primo libro: si trattava di una grammatica latina per bambini di Donato, Donatus pro puerulis, di cui non rimane traccia, ma a seguire, prima di trasferirsi nella città eterna, i due monaci si cimentarono nella pubblicazione de il De oratore di Cicerone (1465), un'antologia di Lattanzio e il De civitate Dei di S. Agostino (1467).

Impronte prevalentemente maschili nel passato di Subiaco ma caratteri maschili anche nella gestione del presente: il sito del Comune segnala una Giunta composta da cinque uomini e la presenza di due sole donne su tredici partecipanti al Consiglio. Anche il vicino Comune di Rocca Santo Stefano esclude le donne dalla Giunta, ma è più accogliente in Consiglio, dove la presenza femminile è paritaria. Il legame tra i due paesi è molto stretto. Simili la struttura medioevale, con strade montanti e scalette, e la storia; diverse la realtà demografica e la situazione socio-produttiva: poco più di un migliaio di anime roccatane – di cui un 51% maschili - quasi diecimila le sublacensi, a maggioranza femminile; fascia provinciale di reddito medio-alta, grazie al turismo, per Subiaco (49° posto), entrate nettamente inferiori a Rocca Santo Stefano (sestultimo posto), un tempo grande produttrice di botti e barili, ma oggi attiva per lo più nei settori dell’amministrazione e dei servizi, con qualche modesto contributo occupazionale nell’allevamento bovino e nello sfruttamento forestale.

di Maria Pia Ercolini

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Circondato da oliveti, boschi di castagno, roverelle, aceri, carpini e pioppi, Gerano occupa la zona meridionale del complesso montuoso dei Ruffi. Il centro abitato si inerpica in un dedalo di viuzze, impreziosite da originali dettagli architettonici e archi a volta: da porta Maggiore, porta Amato e porta Cancello si risale verso la sommità del vecchio castrum, dove sul finire del primo millennio vennero erette la chiesa di Santa Maria Assunta e la torre campanaria.

logo-Rocca-Canterano fullLa popolazione di Gerano (1.250 abitanti), in lieve crescita nell’ultimo decennio grazie al saldo migratorio positivo, conserva un perfetto equilibrio tra i due sessi (49,9% F - 50,1% M). Ben diversa, invece, la sua rappresentanza politica: la giunta è interamente maschile e solo tre donne su dodici sono presenti in Consiglio comunale. Più equa la scelta del sindaco di Canterano, che ha voluto in giunta due donne su quattro, ma nettamente impari il voto popolare, che ha eletto soltanto uomini.Il paese, sorto su uno sperone di tufo a 600 metri di quota, conta meno di 400 anime, tradizionalmente dedite a un’agricoltura non facile, fatta di viti, olive, nocciole, visciole e castagni, e praticata sulle terrazze affacciate lungo la vallata della Cona, affluente dell’Aniene. Testimonianze archeologiche raccontano di un passato preistorico, quando i primi canteranesi, armati di asce di bronzo, eressero a scopo difensivo le mura poligonali di cui restano tracce nei pressi del cimitero. Più tardi gli Equi tentarono di resistere a Roma, ma furono vinti alla fine del IV secolo a.C. Fu l’abbazia di Subiaco a controllare l’area nel medioevo: il susseguirsi di ruderi che sovrastano gli attuali centri abitati, lascia ipotizzare un preciso sistema di fortificazioni nato sotto l’impulso sublacense per la difesa e il mantenimento del territorio.
Quando si sale a Rocca Canterano, a 750 metri di quota, le donne diventano protagoniste delle feste popolari, ma non c’è da rallegrarsi: da tali ricorrenze emerge una considerazione tutt’altro che edificante per il genere femminile. In agosto c’è la sagra dei cecamariti, pasta tipica di farina di grano e granturco condita con sugo di pomodoro, aglio e peperoncino. Si narra che il piatto, gustoso e sbrigativo, fornisse un alibi alle mogli adultere: facile e rapido da preparare, serviva a raggirare (accecare) i mariti, facendo loro credere che le consorti avessero passato l’intera giornata ai fornelli. Come se non bastasse, a novembre, associata alla sagra della castagna, ricorre la festa del cornuto. Un corteo di uomini con copricapo munito di corna, porta in trono per il paese il cornuto dell’anno, mentre un poeta cantore declama strofe a cavallo di una somarella e i giovani adornano di nastri colorati e corna le porte dei mariti più chiacchierati, future riserve per l’anno a venire.

di Maria Pia Ercolini

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Nella valle del Giovenzano, su una collina a ridosso dei monti Ruffi servita dalla via Empolitana, intorno all’anno mille i monaci benedettini eressero un piccolo luogo fortificato. Trecento anni più tardi, quel primo nucleo divenne una fortezza quadrangolare turrita, di cui resta il torrione centrale: il paese di Cerreto Laziale, sviluppatosi intorno al sito difensivo, immerso nei boschi di querce e castagni, conta oggi 1.200 abitanti e cinquantacinque strade. Accanto alle tre donne nell’odonomastica locale (santa Maria, sant’Anatolia e sant’Agata), un largo intitolato a Civrieux ci ricorda che dal 1998 Cerreto è gemellato con l’omonimo borgo francese a pochi chilometri da Lione. Ben diversa la rappresentanza di genere nella conduzione dei due comuni gemelli: una sindaca e sette donne su quattordici nel Consiglio di Civrieux, una giunta interamente maschile e una sola donna su sei nel neoeletto Consiglio di Cerreto.

San-Gregorio fullNon ha gemellaggi l’attiguo comune di Ciciliano, ma la sua amministrazione si avvicina più al modello d’oltralpe che all’esempio nostrano: una sindaca, un’assessora alla Cultura, Sport e Spettacolo e un’altra al Bilancio ne fanno una delle giunte più sensibili alla rappresentanza paritaria.

Tuttavia nessuna figura femminile laica trova posto nelle intitolazioni del paese, dove santa Liberata e sant’Anna sono le uniche compagne di strada della Madonna del Carmine. La Regina Margherita è la sola donna laica a dare il nome a una via di S. Gregorio da Sassola: accanto a lei, santa Maria e santa Candida Brancaccio. Come spesso accade, le donne tornano a essere protagoniste nelle feste popolari: a Cerreto Laziale, per la sagra delle pizzarelle, dove viene preparato e servito un piatto tradizionale a base di farina di grano e granturco; a Ciciliano, per la festa della panarda, dove le massaie si mettono ai fornelli per disputare una gara gastronomica tra i quattro rioni (Capopiana, Castelluccio, Porta di sotto e Selciata); a San Gregorio da Sassola, dove a marzo rivive l’antica usanza delle fettuccine fatte in casa condite con sugo all’aglio pestato, antidoto contro malattia e malocchio.

di Maria Pia Ercolini

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Dalla via Empolitana, salendo tra resti d’antichi acquedotti, vigneti, frutteti e oliveti si raggiunge Castelmadama, distesa a dominar la valle sul colle spartiacque tra Aniene e Fosso d’Empiglione. Le prime notizie certe sul luogo risalgono alla metà del Mille, quando esso apparteneva ai monaci sublacensi; in seguito il territorio fu soggetto agli Orsini e poi a Medici, Farnese, Pallavicino e Tiberi. Il toponimo si riferisce a Margherita d’Austria, figlia di Carlo V, che nel XVI secolo dimorò nel Castel Sant’Angelo, ricostruito probabilmente sui ruderi dell’antica Empolum. La cittadina - formata da un nucleo originario sviluppatosi intorno alla rocca e da un centro moderno esterno al borgo – nonostante sia legata nel suo nome a una donna, stenta a riconoscere un ruolo significativo alla componente femminile, tanto nella memoria, quanto nell’attuale gestione. In Giunta e in Consiglio comunale troviamo una sola assessora e una sola consigliera e nell’odonomastica si registra un modesto 4% di intitolazioni femminili.

Toponomastica-Femminile-Tivoli full

 

Da Castelmadama a Tivoli il viaggio è breve. Aumenta il numero di strade e crescono le intitolazioni femminili, ma i dati percentuali restano sostanzialmente invariati e le vie intitolate alle donne si discostano di poco da quell’esiguo 4% del precedente Comune. L’antica Tibur, fondata nel 1215 a.C. su un colle alle pendici dei Monti Tiburtini, grazie alla ricchezza di acque e alla mitezza del clima fu luogo privilegiato per la costruzione di ville suburbane. L’imperatore Adriano, nel II secolo, vi realizzò una residenza spettacolare che dà nome oggi alla frazione di Villa Adriana, mentre la presenza di acque termali ha dato origine all’agglomerato di Bagni di Tivoli, che dista nove chilometri dal centro. La città è visitata ogni anno da milioni di turisti, richiamati da un altro gioiello architettonico e dal suo straordinario giardino: Villa d’Este, capolavoro del Rinascimento italiano creato nel XVI secolo per Ippolito II. Una terza villa, selvaggia e magica, si aggiunge alle mete da non perdere: villa Gregoriana, voluta da Papa Gregorio XVI per sistemare il letto dell’Aniene dopo la piena del 1826. Tivoli oggi è in mano alle donne: una commissaria straordinaria, due sub commissarie, una segretaria generale…

Certo, non si tratta di cariche elettive: ci auguriamo che la volontà popolare prenda atto dei cambiamenti sociali e culturali e affidi con più coraggio alle sue donne anche la gestione ordinaria del Paese.

 

di Maria Pia Ercolini

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Saracinesco, Anticoli Corrado e Sambuci formano un ampio triangolo isoscele nella Comunità montana dell’Aniene, che digrada dai rilievi dei Ruffi sino alle pendici tiburtine e prenestine. Il paesaggio montano del primo, con il suo panorama aereo sulla valle e la fitta rete di sentieri che si inerpicano verso le alte cime, lascia posto agli ambienti collinari dei paesi limitrofi.

-Sambuci fullSaracinesco, a 908 metri di altitudine, costituisce l’insediamento più elevato dei monti Ruffi e nel contempo il Comune meno popolato del Lazio. Il borgo conta meno di duecento anime e appena ventisei strade, di cui sei dedicate a personaggi maschili e una riferita alla regina Elena. Il centro storico, per lo più pedonale, raccoglie una manciata di vicoli silenziosi e sincretizza armoniosamente l’incastellamento medioevale e i caratteri della città araba. A conferma della duplice influenza storico-architettonica, sulla facciata del palazzo comunale campeggia il bassorilievo con lo stemma del paese: un castello sovrastato da due teste saracene coperte da turbanti orientali. Lo stesso nome del paese, secondo un’antica tradizione, richiama un gruppo di Saraceni scampati alla sconfitta di Vicovaro, nel X secolo, e rifugiatisi sui monti vicini. Sambuci, nella valle del Fiumicino, deve invece il suo nome alla presenza del sambuco, utilizzato in loco per le sue proprietà terapeutiche ed aromatiche. Elemento caratteristico è il castello Theodoli: un grande quadrilatero turrito su cui si appoggiano le case del paese. La storia del borgo è strettamente legata alla vicina abbazia sublacense e alle vicissitudini di molte famiglie nobili laziali che vissero nel maniero; tra il 1943 e il 1944 furono le truppe tedesche a stanziarvisi, occultando nel suo parco i mezzi blindati provenienti da Montecassino. A Sambuci sale il numero degli abitanti, poco meno di un migliaio, e delle aree di circolazione, ma non quello delle intitolazioni femminili. La sola strada ispirata a una donna ricorda Santa Maria de’ Mattias, nata nel 1805, beatificata nel 1950 e proclamata santa nel 2003. La donna aveva dedicato l’intera esistenza alla fede e fondato la Congregazione delle Suore dell’Adorazione del preziosissimo Sangue di Cristo. La sua era una missione di fede e di vita, volta alla predicazione e alla catechizzazione delle popolazioni della Ciociaria. Si spostava a dorso di mulo, muovendosi da un paese all’altro, rivolgendosi a tutte e a tutti senza sosta, credendo fermamente che il compito principale della sua missione fosse l’istruzione delle popolazioni locali.Sull’altro vertice del triangolo, tra aceri, carpini, noccioli, castagni e tigli che fanno da sfondo, sorge Anticoli Corrado, composto da una sezione montuosa che si allunga sulla collina calcarea per raggiungere il fondovalle. Anticoli - in latino anticus locus, da cui "Anticulum" - tra IX e XI secolo è iscritto nel Regesto sublacense fra le proprietà del monastero di sant'Erasmo al Celio. Già nel Chronicon sublacense del 1573 lo si incontra con il suo doppio nome - Anticulum Corradi oppidum - con riferimento al suo proprietario, Corrado d’Antiochia (nipote dell’imperatore Federico II di Svevia), che vi si ritirò nel 1272. Il Comune ospita settanta strade, di cui ventisei intitolate a uomini e sette a figure femminili: tra le passeggiate turistiche è presente anche il sentiero delle modelle, che conduce dal centro storico agli ex-studi degli artisti.

di Maria Pia Ercolini

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