GABRIELA MISTRAL

 La prima donna sudamericana ad aver ottenuto il premio Nobel per la Letteratura 

 

Vicuña (Cile) 07 .04. 1889 – New York 10. 01.1957 

In Italia risulta una sola strada con il suo nome, la Tangenziale Sud di Modena.
In Spagna è ricordata a Madrid e a Vitoria; molto presente nell’odonomastica dell’America Latina (a San Paolo, a Quito, a Buenos Aires) è soprattutto in Cile, il suo paese d’origine, ad averla commemorata. Sempre in Cile, ma anche in Venezuela, le sono state intitolate istituzioni scolastiche.

 Il vero nome era Lucila de Maria del Perpetuo Socorro Godoy Alcayaga e scelse lo pseudonimo intorno ai 25 anni, probabilmente per onorare due poeti che amava molto: Gabriele D’Annunzio e Frédéric Mistral; secondo un’altra versione volle fare riferimento invece all’arcangelo Gabriele e al vento di nord-ovest che spazza la sua terra, ovvero il maestrale.
Visse una infanzia povera in una famiglia di origini basche ed ebree, sulle Ande, abbandonata dal padre a soli tre anni; cominciò a lavorare fino da ragazzina per aiutare economicamente la madre. Divenuta insegnante, si fece notare con le prime poesie pubblicate nel 1904, mentre di lì a poco, nel 1909, fu colpita da un grande dolore per il suicidio di un ragazzo, Romeo Ureta, a cui si era legata. I suoi temi divennero più cupi: la morte, il dolore, la perdita, si unirono al il valore degli affetti e dell’amicizia.
I primi veri successi arrivarono nel ’14 con la raccolta Sonetos de la Muerte con cui vinse un concorso letterario. Chiamata in Messico nel 1922 dal Ministero dell’Istruzione, svolse un’opera preziosa nel rinnovare la didattica e favorire l’alfabetizzazione.
La sua consacrazione letteraria avvenne con Desolaciòn e le prose Lecturas para Mujeres; rientrata in Cile, ottenne l’incarico di docente universitaria di lingua spagnola e iniziò una serie di conferenze che la portarono in molte parti del mondo: Usa, America Latina, Spagna. Continuò a occuparsi attivamente dell’educazione e nel ’26 fu nominata rappresentante del Cile all’Istituto Internazionale di Cooperazione Intellettuale, un antenato dell’Unesco che aveva sede a Parigi.
Tra il ’25 e il ’34 visse fra Francia e Italia; abbandonato l’insegnamento e ottenuta una pensione statale, poté svolgere le mansioni di console onoraria fino alla morte. Fu dunque a Nizza, Lisbona, Madrid, in Grecia, in Messico, negli Usa e di nuovo in Italia, a Napoli e a Rapallo.
Al ’34 risale l’opera Ternura; nel 1938 i proventi per la sua pubblicazione Tala andarono agli orfani della Guerra civile spagnola.
Un nuovo dolore alimentò tragicamente la sua vena poetica: nel 1943 si suicidò infatti l’amatissimo nipote Juan Miguel, di 17 anni, che aveva allevato come un figlio.
Due anni dopo, il 15 novembre 1945, ricevette il premio Nobel per la letteratura. Nella motivazione gli Accademici svedesi la accomunarono a Grazia Deledda: entrambe erano donne che avevano vissuto esperienze di vita difficili, erano ignote al grande pubblico internazionale, avevano ricevuto una scarsa istruzione. Entrambe avevano dimostrato tenacia, forza di volontà, impegno ed erano state capaci, con la fantasia e le loro opere, di donare calore umano a lettrici e lettori. È accaduto un fatto simile con l’attribuzione del Nobel nel 2015 alla scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievic, cresciuta fra foreste e stagni, alla quale giunse la notizia mentre stava stirando nella modesta abitazione di Minsk. 
Nel ’47 Gabriela ottenne la laurea honoris causa in California, nel ’51 vinse il Premio nazionale di letteratura in Cile; trascorse gli ultimi anni negli Usa, a Long Island, dove morì di cancro al pancreas con il conforto della segretaria e amica Doris Dana. Alla sua morte il Cile proclamò tre giorni di lutto e il suo corpo fu riportato in patria fra grandi manifestazioni di affetto. Sulla sua tomba compaiono le seguenti parole: «Lo que el alma/hace por su cuerpo/es lo que el artista/hace por su pueblo 
Postumo, nel ’67, è uscito il Poema de Chile a cui aveva pensato fino dalla giovinezza: si tratta di un dialogo fra lei e un piccolo indio, in Patagonia, in cui si fondono i temi più cari: l’impegno pedagogico, la maternità mancata, l’attenzione per una minoranza misconosciuta e disprezzata, l’amore per la sua terra.
A 126 anni dalla nascita, martedì 7 aprile 2015, il sito Google le ha dedicato il “doodle” del giorno, formato dal suo volto, dalle parole «Dame la mano y danzaremos», due mani che si cercano e un secondo scritto «Dame la mano y me amaràs» tratto da una sua celebre poesia. Si è trattato di un riconoscimento che certamente ha contribuito a risvegliare l’interesse e la curiosità intorno alla sua figura.
È stata una poetessa e una donna dalla vita complessa, anche i suoi rapporti con il Cile non sono sempre stati facili, estranea come era al rigido mondo accademico. Aveva avuto una formazione da autodidatta, era attenta ai diritti delle donne e femminista, non era né madre né moglie, né gradiva il ruolo di maestra di vita; pur essendo cattolica usciva dagli schemi: era lesbica e destò molte perplessità il suo carteggio, fra il ’48 e il ’56, con Doris Dana, una bella americana più giovane di 31 anni che le rimase sempre accanto e fu la sua erede. È stata fra le prime intellettuale a parlare dei diritti dell’infanzia e ha anticipato di molto il concetto di “panamericanismo”; era tenacemente antifascista e piuttosto diffidente verso il comunismo, arrivando a guardare con sospetto l’emergente figura di Salvador Allende. Diceva di sé: «Sono socialista a modo mio, una umanista, con lo sguardo verso i poveri, i deboli».      

Laura Candiani                                                                                            

Fonti:

Gabriela Mistral, Canto che amavi, (antologia di poesie a cura di Matteo Lefèvre), Marcos y Marcos, Milano, 2010
Gabriela Mistral, Niña errante. Cartas a Doris Dana, Lumen ed. 
s.f., Gabriela Mistral, poeta e femminista, www.ilpost.it (07 .04. 2015)                                                                                            
s.f., Chi è la poetessa cilena che vinse il premio Nobel: il suo impegno per la cultura, www.ilsussidiario.net (07 .04 .15)
Si vedano anche i siti: www.Latercera.com e I love Chile News (08.04.2015) per il rapporto controverso e discusso fra Gabriela Mistral e Doris Dana.

 

 

 

 

 

 

 

 

WANGARI MAATHAI

La prima donna africana a ricevere il Nobel per la Pace

 

Nyeri (Kenia) 1.4.1940 – Nairobi 25.11.2011

 

A Wangari Maathai sono state intitolate vie ad Audrieu, a Montpellier e a Norroy-le-Veneur in Francia; a Nairobi un edificio adiacente all’Università porta il suo nome. In Italia l’amministrazione comunale di Montecarotto, in provincia di Ancona, le ha dedicato un’area verde nell’agosto del 2012.

Le è stato attribuito il premio Nobel per la Pace nel 2004 con la seguente motivazione: “La pace nel mondo dipende dalla difesa dell’ambiente”.
A chi non capiva il binomio “natura e pace” lei rispondeva: “Tutte le guerre si sono combattute e si combattono per accaparrarsi le risorse naturali che stanno diventando sempre più scarse in tutto il globo. Se veramente ci impegnassimo a gestire queste risorse in modo sostenibile, il numero dei conflitti armati diminuirebbe di certo. Preoccuparsi per la protezione dell’ambiente e lottare per l’armonia ecologica sono modi diretti di salvaguardare la pace”.
Wangari Maathai è stata anche la prima donna centrafricana a laurearsi in Biologia nel 1966 in una Università del Kansas, grazie ad una borsa di studio. In seguito ha proseguito gli studi in Germania e, poi, all’Università di Nairobi dove ha iniziato a insegnare Anatomia Veterinaria: e questo costituisce un altro primato, è stata infatti la prima donna in Kenya a diventare docente universitaria.
Se continuiamo a parlare di primati, gliene spetta un altro: il 10 febbraio 2006 a Torino ha partecipato alla cerimonia di apertura dei XX Giochi Olimpici Invernali, portando insieme ad altre sette donne la bandiera olimpica.
Oltre al Nobel ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, come la Legion d’onore francese e diverse lauree honoris causa.
Bisogna anche ricordare il suo operato nel campo dei diritti delle donne, perché il suo lavoro ha ispirato moltissimi altri attivisti e perché ha saputo conciliare la scienza e il lavoro democratico.
Sottosegretaria nel Ministero dell’Ambiente e delle Risorse Naturali del Kenya, Wangari ha avuto un lungo impegno politico e scientifico. Ha fondato nel 1977 il “Movimento cinture verdi” Green Belt, formato da donne che hanno piantato ad oggi più di 40 milioni di alberi in Kenya e in altri paesi africani: in particolare Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbabwe.
Nel 2000, in occasione del Giubileo, Wangari è stata a capo della campagna per cancellare il debito dei Paesi africani.
Attraverso l’istruzione, la pianificazione familiare e la lotta contro la corruzione, ha tracciato un cammino di emancipazione per le donne africane.
Più recentemente si è occupata anche di diritti civili perché, come ha dichiarato lei stessa in un’intervista, “quando cominci a lavorare seriamente per la causa ambientalista ti si propongono molte altre questioni: diritti umani, diritti delle donne, diritti dei bambini… e allora non puoi più pensare solo a piantare alberi”.
È stata anche scrittrice, tre i suoi libri tradotti in Italia: Solo il vento mi piegherà, La sfida per l’Africa e La religione della terra.
È morta a Nairobi il 25 novembre 2011 e così hanno scritto di lei: “…. una donna tosta, che neanche il marito riusciva a imbrigliare lamentandosi che aveva troppo carattere. Impossibile da trattare come zerbino, come cercano troppo spesso di fare i maschi in Africa. Lei fu capace di anticipare i tempi... come i profeti, che aprono strade e seminano speranza nel deserto, in direzione ostinata e contraria... Wangari ha rischiato il tutto per tutto, anche la pelle, come quando è stata picchiata in ripetute occasioni a sangue e poi sbattuta in prigione...”.
La sua vita è stata una “preghiera”, una preghiera per la terra. Wangari andava ripetendo che bisognava proteggere l’ambiente per proteggere se stessi.

 

Ester Rizzo

Fonti: 
 Wangari Maathai è la prima donna africana premio Nobel. “Ha piantato semi di pace”, in  “Europa Quotidiano” ,04.01.2005
Stefano Folli, Wangari Maathai la donna che piantava alberi, in “Ecoscienza” n. 4, 2011
Addio a Wangari Maathai Nobel per la pace nel 2004, in “La Repubblica”, 26.09.2011
Pietro Veronese, Addio Maathai regina degli alberi, in “La Repubblica”, 27.09.2011
http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/la_religione_della_terra
http://www.giovaniemissione.it/pub/index.php?option=content&task=view&id=3031
http://ambientebio.it/wangari-maathai-la-madre-degli-alberi/

 

 


 

MARIA GAETANA AGNESI

La prima donna a pubblicare un manuale di matematica

Milano 16.5.1718 – 9.1.1799

A Maria Gaetana Agnesi è intitolata una via nei seguenti comuni: Roma, Milano, Pessano con Bornago (MI), Monza (MB), Varedo (MB), Cesano Maderno (MB), Desio (MB), Merate (LC), Missaglia (LC), Roncaro (PV), Castelnuovo del Garda (VR), Padova, Mira (VE), Modena, Bologna, Rimini, Caserta.

Le sono inoltre intitolate una scuola elementare femminile a Milano, una scuola elementare a Firenze, una scuola media statale a Varedo (MB), un istituto magistrale statale a Milano e un liceo statale a Merate (LC).

 

Primogenita di ventuno tra figlie e figli, Maria Gaetana Agnesi nacque a Milano il 16 maggio 1718, pochi anni dopo l’annessione della Lombardia all’Impero asburgico. Fin da piccola dimostrò di essere molto sveglia, intelligente e desiderosa d’imparare: così il padre Pietro decise di farla studiare, cosa non molto frequente per una donna nel Settecento, provvedendo alla sua istruzione con illustri precettori.

La casa degli Agnesi vantava uno dei salotti più in vista di Milano, frequentato da eminenti intellettuali italiani e di mezza Europa, che introdussero la giovane allo studio delle lingue e, in particolare, delle materie scientifiche. Nel 1740, a soli ventidue anni, Maria Gaetana iniziò un periodo di studi in collaborazione con padre Ramiro Rampinelli, professore di fisica e matematica a Milano e pioniere della matematica analitica, e con il matematico Jacopo Riccati. Anche se la cultura scientifica della giovane studiosa fu soprattutto enciclopedica, nel senso che si limitò ad apprendere i temi matematici trattati e discussi da altri studiosi, lei ebbe tuttavia il merito di farsene divulgatrice. In questo periodo iniziò, infatti, la stesura di un testo di analisi, Istituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana, che venne pubblicato in italiano nel 1748. L’opera ebbe larga fama poiché, con uno stile chiaro e semplice, diffondeva in modo scolastico ma rigoroso quanto era allora noto sulle equazioni algebriche, la geometria analitica, il calcolo infinitesimale e le sue applicazioni.

Il manuale la rese famosa anche all’estero. L’Académie des Sciences di Parigi lo giudicò un’opera ingegnosa e certo maximum quod adhuc ex foeminae alicuius calamo prodierit. Lo stesso superamento di pregiudizi antifemministi manifestò papa Benedetto XIV che, ammirando l’ingegno di Maria Gaetana, volle offrirle la cattedra di Matematica all’Università di Bologna, incarico che comunque lei non assunse. Accettò solo l’aggregazione all’Accademia delle Scienze di Bologna, che le era stata conferita quando la sua opera era ancora in bozze.

Purtroppo la brillante carriera della giovane studiosa fu bruscamente interrotta nel 1751 alla morte del padre; forse sentendosi isolata rispetto a quel mondo culturale nel quale il padre l’aveva introdotta con tanto successo e rimasta sola in casa dopo il matrimonio della sorella Maria Teresa, abile musicista, perse la volontà di continuare nella via intrapresa. Cominciò così a dedicarsi a opere di carità e a scritti di carattere mistico, trasformando la propria casa in un ospizio. Singolare fu quindi la parabola culturale di questa donna che, conquistati notorietà e prestigio in campo scientifico, volle poi abbandonare tutto per dedicarsi a opere di assistenza.

Quando, grazie alla donazione del principe Antonio Tolomeo Trivulzio, fu istituito a Milano il Pio Albergo Trivulzio, Maria Gaetana Agnesi fu incaricata di dirigerne la sezione femminile. In questo ospizio lavorò per ben ventisei anni, dedicandosi contemporaneamente a studi religiosi e alla composizione dell’opera Il cielo mistico. Morì il 9 gennaio 1799. 

La fama e la fortuna di cui godette tra i suoi contemporanei dovettero essere notevoli se si tiene conto delle numerose testimonianze che la riguardano, prime tra tutte quelle di Charles de Brosses e Carlo Goldoni. Il primo la paragonò a Pico della Mirandola per la sua conoscenza delle lingue e per gli studi scientifici; il secondo la immortalò nella commedia “Il medico olandese”, dove viene rimarcata la fortuna delle Istituzioni in Olanda, paese in cui l’opera era conosciuta e apprezzata. 

 

Roberta Lamon

 

Fonti: 
https://scienzaa2voci.unibo.it/biografie/1-agnesi-maria-gaetana
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/maria-gaetana-agnesi/

 

 

 

PEARL S. BUCK

La prima donna americana a vincere il premio Nobel per la Letteratura

 

Hillsboro, USA 26.6.1892 – Danby 6.3.1973

Nei Paesi Bassi le sono intitolate una piazza a Rotterdam e una via a Dordrecht. In Pennsylvania portano il suo nome una strada di Levittown e un’area verde a Bristol.

Pearl Comfort Sydenstrickerl, più nota come Pearl S. Buck, nata in Virginia a Hillsboro il 26 giugno 1892, è stata una famosa scrittrice statunitense del ventesimo secolo.
Malgrado i suoi numerosi libri siano stati tradotti e letti in tutto il mondo, il suo nome non è citato nella grande letteratura americana. Troviamo opinioni interessanti sulla produzione di Pearl Buck sia nelle analisi di autori cinesi quali Kang Liao, che la considera «un ponte umano tra le civiltà dell’Oriente e dell’Occidente», sia in quelle di autori occidentali come lo storico James Thomson: «la Buck è l'occidentale più influente che possa scrivere sulla Cina dal XIII secolo di Marco Polo».
Figlia di Absalom e Caroline Sysenstrickerl, due presbiteriani che svolgono opera missionaria in Cina, Pearl trascorre la sua infanzia a Ching Kiang e a Shanghai, studia la dottrina di Confucio e il cinese di Pechino ma anche il cantonese attraverso le leggende taoiste narrate dalla sua governante. «[...] al mattino leggevo i miei libri di testo americani e imparavo le lezioni che mia madre mi assegnava basandosi fedelmente sul metodo Calvert, mentre al pomeriggio studiavo sotto la tutela completamente diversa del Signor Kung. Diventai mentalmente bifocale, e così mi resi conto presto di come non esista nelle questioni umane una verità assoluta».
La sua formazione, seppure impregnata di cultura americana, viene influenzata per buona parte dalla cultura cinese e dalle pagine dei suoi libri traspare la sua profonda e partecipata condivisione. «A quel tempo non mi consideravo bianca […] Così sono cresciuta in un mondo doppio: quello presbiteriano dei miei genitori, piccolo bianco e pulito, e quello grande affettuoso allegro e non pulitissimo dei cinesi. Tra i due non c’era comunicazione: quando ero nel mondo cinese ero cinese, parlavo cinese, mi comportavo da cinese, mangiavo come loro e condividevo i loro pensieri e i loro sentimenti».
Frequenta gli studi negli Stati Uniti fino alla laurea in letteratura inglese a Lynchburg in Virginia, nel 1917 conosce nel Campus e poi sposa John L. Buck, un insegnante di economia agraria, col quale ritorna in Cina, questa volta nelle zone rurali povere da cui Pearl prende in seguito spunti e materiale per il suo romanzo più famoso, The Good Earth (La buona terra).
Negli anni Venti scrive saggi e novelle per la rivista Atlantic Magazine e su Asia pubblica il racconto A chinese woman, successivo soggetto del suo primo romanzo Vento dell’Est Vento dell’Ovest. Nel lungo arco della sua vita Pearl pubblica circa settanta libri, tradotti in occidente, alcuni anche in Cina dove è conosciuta col nome cinese di Sai Zhenzhu.
Rimarcando il suo debito verso la tradizione letteraria cinese, Pearl esorta gli scrittori occidentali: «la Cina esiste, i cinesi e la tradizione letteraria cinese anche. Siatene coscienti».
Pearl insegna all’università di Nanchino Lingua e letteratura inglese fino al 1927, quando deve sfuggire alle ritorsioni xenofobe cinesi trasferendosi per un anno in Giappone, dove studia la lingua e le tradizioni di quel Paese. Un back-ground prezioso che permette a Pearl di capire il contesto storico dell’area orientale negli anni ’30 e vivere quello americano roosveltiano del New Deal. Una donna occidentale forte e indipendente che sa raccontare attraverso le figure femminili cinesi l’amore per la terra quale fonte di vita. Non nasconde comunque le contraddizioni del mondo delle donne cinesi, nei suoi scritti ritrae le loro storie fatte di dolore e solidarietà, combatte le usanze che le opprimono, come quella delle bambine vendute come schiave o maritate a 12 anni o quella del concubinato. Riesce a trascrivere nei racconti la vita reale del mondo cinese della tradizione e della lunga parentesi rivoluzionaria, è esperta convinta della multiculturalità e fautrice dell’umanitarismo internazionale, anticipando così il femminismo e le analisi dell’antropologia culturale.
Al suo ritorno negli USA scrive e pubblica nel 1931 la sua opera più nota, The Good Earth, ricevendo il premio Pulitzer. La scrittrice vive un’intensa attività letteraria, soprattutto ha bisogno di pubblicare i libri perché fonte sicura di guadagno per le costose spese mediche necessarie a sua figlia Carol affetta da gravi disturbi neurologici.
A soli 46 anni, nel 1938, Pearl Buck è la prima donna americana a ricevere il premio Nobel per la Letteratura. Negli anni Quaranta, impegnata socialmente sul fronte delle ingiustizie sociali e razziali, fonda la “East and West Association” per favorire nel territorio statunitense gli scambi culturali e sociali con le minoranze etniche. Dopo la guerra riprende a scrivere e a manifestare il suo impegno per i diritti civili. Da convinta multiculturalista, Pearl intende nobilitare la storia cinese attribuendo significato a una cultura differente per renderla comprensibile al mondo americano.
Durante la seconda guerra mondiale prende posizione contro l’internamento delle persone giapponesi residenti negli USA, nel 1941 si dichiara pubblicamente contro le dittature europee, preoccupata per l'ascesa del fascismo e del nazismo in Europa e per suoi effetti sulla libertà e sul ruolo delle donne. Per tutte le sue dichiarazioni sulle libertà democratiche viene considerata eccentrica e radicale. Dedica alle tematiche di genere Di uomini e donne, una raccolta di nove saggi in cui lamenta quanto le donne americane troppo spesso siano relegate in casa, sottovalutando la loro curiosità intellettuale e il desiderio di imparare. Ecco perché la Buck considera giunto il momento di intensificare le richieste per le stesse opportunità a uomini e donne. Scrive che una donna "può sedere su un trono e governare una nazione, lei può sedere sulla panchina e può essere un giudice, lei può essere il caposquadra in un mulino e lei potrebbe essere un costruttore di ponti o un macchinista o qualsiasi altra cosa”. Nel 1949 istituisce "The Welcome House Inc.", una fondazione per ospitare bambini e bambine di provenienza asiatica, cresciuti negli Stati Uniti in attesa di adozione in famiglie americane; a conferma del suo impegno civile e umanitario, Pearl ne adotta alcuni emigrati negli USA. Intransigente e radicale, partecipa attivamente alle battaglie per i diritti civili delle donne e per la parità nella Costituzione americana e, nel 1942 come commissaria AAUW (American Association of University Women), dà priorità alle questioni legislative, studiando e discutendo temi quali la parità salariale e la parità di rango per le donne nelle forze armate, la lotta per abrogare pratiche di lavoro discriminatorie nei confronti delle donne sposate e il SER.
Nel 1950 Pearl entra a far parte dell'American Academy of Arts and Letters e, attraverso un documento pubblico, denuncia le difficoltà di integrazione e le misere condizioni di vita degli emigranti negli Stati Uniti. Il mondo politico e accademico statunitense è in parte critico nei confronti della scrittrice che, come intellettuale radicale, manifesta il dissenso verso le scelte politiche del nuovo ordine mondiale costruito con la guerra fredda. Viene messa sotto controllo tutta la sua produzione letteraria e la sua partecipazione di attivista pacifista.
Nel 1959 partecipa attivamente alla campagna pacifista contro le armi atomiche e scrive su questi temi Command the morning e l’opera teatrale A Desert Incident, condannando i bombardamenti su Hiroshima e Nagasaki. A Denby, nel Vermont, scrive l’ultimo suo saggio China Post and Present. Muore il 6 marzo 1973.
Negli Stati Uniti, dieci anni dopo, viene dato riconoscimento all’impegno civile di Pearl S. Buck con l'emissione di una serie particolare di francobolli (5 ¢ Grandi americani) emessi dalla United States Post Service. Nel 1999 è stata designata “Woman History Month Honoree” dal Progetto nazionale delle donne.

Agnese Onnis

Fonti: 
Pearl S. Buck, La buona terra, Milano, Mondadori, 1995
Pearl S. Buck, Cielo cinese, Milano, Mondadori
Claudio Ciccotti, Pearl S. Buck: con The Good earth alla ‘scoperta’ della Cina, 2014, http://www.canadausa.net/pearl-s-buck-con-the-good-earth-alla-scoperta-della-cina 
Valeria Gennero, La conquista dell’Est. Pearl S. Buck tra Stati Uniti e Cina, Roma, Aracne editrice, 2008, http://www.aracneeditrice.it/pdf/9788854822665.pdf
Valeria Gennero, L’oppio, l’onore e il libero commercio: la Cina imperiale di Pearl S. Buck, 2007, http://www.iperstoria.it/vecchiosito/httpdocs//?p=113
Kang Liao, Pearl S. Buck, a cultural bridge across the Pacific, 1997

 


 

ROSALBA CARRIERA

La prima miniaturista in avorio della storia

Venezia 07.10.1675 -  15.04.1757

 

A lei sono state intitolate strade in Veneto (a Mira, Padova e Treviso), in Puglia (a Taranto e Andria), a Torino e a Napoli.

A San Paolo in Brasile le è stata intitolata una via.

 

Poche e a volte contrastanti le notizie sulla vita di Rosalba Carriera, molti invece i dipinti, soprattutto ritratti a pastello, che ci ha lasciato.

Sin da giovanissima, la sua arte si rivolse principalmente alla produzione di piccole miniature su avorio e una di queste, “Fanciulla con colomba”, le consentì l’ammissione all’Accademia di San Luca a Roma.

Nacque a Venezia da Andrea, che svolgeva compiti amministrativi per la Repubblica di Venezia, e dalla ricamatrice Alba Foresti. I genitori, e in particolar modo il padre, che si erano accorti della sensibilità artistica della figlia, la incoraggiarono e le permisero di studiare con bravi maestri dell’epoca.

I suoi primi lavori furono delle graziose tabacchiere che raffiguravano le donne del Settecento tra riccioli, sbuffi e volant. Rosalba fu la prima miniaturista che trasgredì le regole accademiche realizzando i suoi lavori con l’avorio e dipingendoli con un “tratto veloce caratteristico della pittura veneziana”. Ma di lei dobbiamo sottolineare una ulteriore trasgressione: la non corrispondenza allo stereotipo femminile del suo secolo che vedeva le coetanee impegnate in frivolezze e amenità.

Creò una sorta di circolo culturale di cui fecero parte personaggi illustri tra cui altre due pittrici, Felicita Sartori e Marianna Carlevarijs, la contralto Faustina Bordoni Hasse, la poeta Luisa Bergalli, la ballerina Barbara Campanini, la contessa Caterina Sagredo Barbarigo. Emancipate e progressiste si erano conquistate le libertà negate alle donne di quei tempi, costrette entro rigide regole comportamentali.

Nei suoi autoritratti non viene fuori una donna avvenente, ma dallo sguardo è possibile percepire il fascino di una personalità colta, sensibile, arguta. Come scrive Valentina Casarotto, Rosalba fu «una silenziosa rivoluzionaria nel concreto delle proprie scelte, poiché sfidando le convenzioni sociali che imponevano il motto “maritar o monacar” come uniche opzioni legittime, sceglie il nubilato, non solo per motivi economici, ma soprattutto per potersi dedicare anima e corpo alla propria arte».

Rosalba fu la ritrattista più ricercata del Settecento; re e regine, principi e principesse consacrarono il suo successo culminato con l’ammissione all’Accademia di Francia voluta da re Luigi XVI. I suoi biografi ci raccontano che non si fece travolgere dai successi ottenuti e dagli ambienti sfarzosi ma vacui in cui risiedeva per lavorare e, bisognosa dell’affetto della sua famiglia, ritornava sempre a Venezia.

Viaggiò per tutto il continente europeo, spostandosi da una reggia all’altra, fino a quando la cataratta, di cui aveva precedentemente sofferto, non la rese cieca. Visse tre anni nel buio più totale, tre anni tra sofferenze e angosce che, secondo alcuni biografi, la portarono addirittura alla pazzia.

Si spense a Venezia il 15 aprile 1757.

I suoi ritratti e le sue opere si trovano in numerosi musei italiani e in collezioni pubbliche di Dresda, San Pietroburgo, Washington, a Liverpool … Hanno tutti in comune una sorta di “leggerezza” e leggiadria, nonostante l’abbigliamento ridondante del tempo, e una luce capace di evidenziare «un tono vellutato dalle sfumature madreperlacee ottenute con un virtuosistico impiego del gessetto».

Roberto Longhi scrisse di lei che «interpretando con estrema raffinatezza gli ideali di grazia della società aristocratica settecentesca, seppe esprimere con forza impareggiabile la svaporata delicatezza dell’epoca».

Un talento di donna straordinaria, ancora oggi poco conosciuto.

 

 

Ester Rizzo

Fonti: 
Valentina Casarotto, Il segreto nello sguardo. Memorie di Rosalba Carriera prima pittrice d’Europa, Colla editore, 2012
Anna Banti, Quando anche le donne si misero a dipingere, edizioni Abscondita, 2011
Nancy G. Heller, Women artists. An illustrated history, 1987, p. 55-56
Germaine Greer, Le tele di Penelope. Le donne la pittura attraverso i secoli, Milano, 1980, p. 258-259
Ann Sutherland Harris, Linda Nochlin, Le grandi pittrici 1550-1950, Milano, 1979, p.162-16
Valentina Casarotto “Noi Donne” –– gennaio 2013 – pag. 40
Paola Forlani “Leggere Donna” –– novembre-dicembre 2007 – pag. 30-31
http://www.treccani.it/enciclopedia/rosalba-carriera_(Dizionario-Biografico)/
http://danielaedintorni.com/2013/07/25/rosalba-carriera-la-prima-miniaturista-in-avorio-della-storia/
http://www.baroque.it/arte-barocca/la-pittura-barocca/rosalba-carriera-pittrice-barocca.html

 

 

 

 

 

 

 

 


 

GRAZIA DELEDDA

La prima donna italiana a vincere il premio Nobel per la Letteratura

 

Nuoro 27.09.1871-- Roma 15.08.1936

La sua presenza nella toponomastica è considerevole ovunque in Italia, soprattutto in Sardegna visto che, alla sua morte, il Fascismo ne fece una bandiera e una gloria nazionale. Le sono state intitolate anche biblioteche e scuole e la sua abitazione nuorese oggi è adibita a “Museo deleddiano”.
A Madrid esiste una calle Grazia Deledda e a Lione le è stato dedicato il Circolo sardo.

Grazia Cosima nasce in una famiglia borghese benestante, in cui il padre era imprenditore e possidente, ma anche poeta estemporaneo e appassionato di letteratura e di tradizioni sarde; la figlia frequenta solo le classi elementari, ma trova a Nuoro un ambiente culturalmente stimolante. Può anche usufruire liberamente della ricca biblioteca paterna avvicinandosi così ai classici (Omero, Boccaccio, Tasso, Goldoni, Manzoni, Shakespeare, Hugo, Balzac) e soprattutto a quei narratori russi Tolstoj e Dostoevskij fra tutti che formeranno la sua base culturale da autodidatta. Legge avidamente anche le riviste che arrivano da Cagliari e da Sassari, inizia le prime collaborazioni a riviste femminili come Ultima moda e intreccia vivaci rapporti epistolari con letterati, artisti, etnografi. Fin dalla fondazione è socia consigliera della Società Nazionale per le Tradizioni Popolari Italiane, nata nel 1883.
Nel 1899 a Cagliari conosce il funzionario statale Palmiro Madesani e, dopo il matrimonio, si trasferisce a Roma dove avrà due figli (Sardus e Franz) e dove vivrà fino alla morte. Viene introdotta nell’ambiente letterario della capitale grazie alle amicizie con De Gubernatis, Manca, Perino. Inizia la collaborazione con la rivista “La nuova Antologia” fra i cui redattori c’è Giovanni Cena, piemontese di famiglia contadina e di tendenze socialiste, attivo nella lotta contro l’analfabetismo, che trova con Grazia e le sue origini sarde una particolare sintonia. L’ambiente romano è vivace: in quel periodo vivono nella capitale Sibilla Aleramo, Moretti, Corazzini, Severini, Balla e la sorella Nicolina, che ha lasciato Nuoro, dipinge e contribuisce a tenere viva l’attenzione di Grazia verso gli sviluppi del linguaggio artistico.
Deledda vive piuttosto appartata e nel suo giardino, sotto un bel cedro e con grande semplicità, riceve insieme a Nicolina poche e selezionate amicizie: giornalisti, scrittori, letterati, artisti. Intanto continua a scrivere intensamente, mentre la sua fama si è allargata; dopo la prima produzione giovanile influenzata dal Verismo, nel XX secolo vengono pubblicati i suoi capolavori. Nel 1896 il romanzo La via del male aveva ricevuto l’apprezzamento di Capuana; una certa notorietà le era arrivata dai Racconti sardi, da novelle e altri romanzi (Don Zua, Anime oneste, La giustizia), ma con il nuovo secolo lo stile necessariamente cambia. Si sta diffondendo in tutta Europa il Decadentismo, pubblicano Svevo, Pirandello, D’Annunzio, Pascoli e l’attenzione ora si rivolge verso l’interiorità e la psicologia dei personaggi, con le loro passioni e i loro dubbi, guardando ai rapporti interpersonali e soprattutto ai conflitti dentro la famiglia, microcosmo intorno al quale ruota la società. Grazia continua ad ambientare in Sardegna le sue opere: Elias Portolu (1903), Cenere, L’edera, Colombi e sparvieri, Canne al vento (1913), Marianna Sirca, La madre (1920). La Sardegna non è altro che uno spaccato del mondo e dell’eterno conflitto fra male e bene: i drammi sono gli stessi ovunque; scrive Deledda: «L’uomo è, in fondo, uguale dappertutto».
I suoi romanzi della maturità sono spesso incentrati, come Delitto e castigo o I fratelli Karamazov, sul senso di colpa, sulla potenza del peccato, sulla forza implacabile  del destino, sul caos morale, ma  «i suoi colpevoli e i suoi delinquenti»
ha scritto Momigliano   incutono in noi lettori un “interesse intenso”, “rispetto”, “senso di pietà e di elevazione”:  la colpa non viene rappresentata in modo superficiale o semplicistico,  ma porta a meditare sul drammatico destino che a tutti è imposto di peccare per poter sapere veramente che cosa è il bene e che cosa è il male». Sempre Momigliano ebbe a dire: «Nessuno dopo il Manzoni ha arricchito e approfondito come lei, in una vera opera d’arte, il nostro senso della vita». E potremmo aggiungere che la sua presunta “incultura” in realtà fosse una precisa scelta antiaccademica, proprio come accade a Svevo, accusato da una parte della critica di “scrivere male”. 
Nel 1926 arriva la consacrazione internazionale: dopo l’ormai lontano riconoscimento a Carducci (1906) e precedendo Pirandello, Quasimodo, Montale e Fo, Grazia Deledda diviene la prima e a oggi l’unica italiana premiata con il Nobel per la Letteratura. La sua vita rimane semplice e modesta, mentre la produzione continua fitta e ininterrotta fino alla morte, con novelle, con i romanzi Annalena Bilsini e La chiesa della solitudine e con l'autobiografia Cosima, quasi Grazia, pubblicata postuma nel ‘37.
Dal 1959 le sue spoglie riposano a Nuoro, nella piccola Chiesa della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene.
«Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne, pensaci bene. Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere». (Elias Portolu)

Laura Candiani

Fonti: 

Le opere di Grazia Deledda sono pubblicate in edizione economica negli Oscar Mondadori; raccolte di opere scelte sono state curate da E. Cecchi, E. de Michelis, N. Sapegno. Diversi romanzi sono anche in edizione commentata per la scuola, molto ampia la produzione critica.
Grazia Deledda, Canne al vento, a cura di Nicola Tanda, Arnoldo Mondadori Scuola, Milano, 1997                      
Grazia Deledda, Elias Portolu, Arnoldo Mondadori, Milano, 1965                                                                                               
Grazia Deledda, La madre, Oscar Mondadori, Milano, 1970                                                                                                 
Grazia Deledda, Leggende sarde, a cura di Dolores Turchi, Tascabili Economici Newton, Roma, 1999                               
Grazia Deledda, Un grido nella notte, La Spiga-Meravigli ed., Vimercate, 1994 (raccolta di 10 novelle)
Anna  Dolfi, Grazia Deledda, Mursia, Milano, 1979                                                                                                                                 
Attilio Momigliano, Storia della letteratura italiana, Principato, Milano-Messina, 1936