Calendaria 2021 - Charley Toorop

Charley Torop

Luisa Nattero


Grafica di Katarzyna Oliwia Serkowska

Quando, nel 1950 e dopo sette anni dall’inizio, Charley Toorop completa finalmente il grande dipinto Tre generazioni, ha quasi sessant’anni e ha già avuto tre successivi ictus che ne hanno frenato l’attività, ma non la volontà. Il quadro iniziato tempo prima diventa così quasi un testamento, un passaggio del testimone tra lei ed il figlio Edgar, anch’egli pittore. In quest’opera sono importanti le presenze, ma contano anche le assenze. È presente suo padre, Jan Toorop, noto pittore olandese tra Simbolismo, Neoimpressionismo e Art Nouveau, morto ormai da molti anni, ma incombente attraverso il grande ritratto bronzeo che gli aveva realizzato lo scultore e amico John Rädecker. Lei è al centro, in atto di dipingere; per raffigurare la mano che impugna il pennello, sempre difficile per i pittori da rendere guardandosi allo specchio come è necessario fare per gli Autoritratti, si è ricordata di una foto scattatale anni prima dalla brava fotografa Eva Besnyö, per qualche tempo sua nuora avendo sposato l’altro figlio, John. Edgar accetta di posare, anche se riluttante perché spesso in tensione con lei, forse proprio in considerazione delle non buone condizioni di salute della madre. INSERIRE QUADRO L’idea del dipinto era nata probabilmente da una mostra del 1937, quando una galleria dell’Aja aveva esposto opere dei tre artisti nelle sue sale proprio con quel titolo: Tre generazioni. A proposito di assenze, nell’opera citata non compare certo la madre, Annie Hall Toorop, che pure è stata indubbiamente la persona che più si è presa cura di lei bambina e adolescente, ma trascinandola in un turbine di viaggi, di cambiamenti continui, di regole da rispettare. Il matrimonio tra i genitori era infatti entrato presto in crisi. Charley, in realtà Annie Caroline Pontifex Toorop, era nata nel 1891 a Katwijk, sul Mare del Nord, dove l’architetto Hendrik Berlage aveva costruito per loro “De Schuur” una bella casa modernista con studio annesso, perché Jan Toorop potesse lavorare ai grandi pannelli in ceramica che hanno poi ornato la Borsa di Amsterdam, opera dello stesso Berlage. La casa era luogo di ritrovo di un’ampia cerchia di conoscenti e amici artisti e intellettuali. Jan amava la bambina e l’ha spesso presa a modello per sue immagini, sia private che pubbliche. Nel 1902, però, la madre lascia il marito e porta la piccola in Inghilterra, dai propri genitori; si converte al cattolicesimo ed inizia a far prendere a Charley, che sembra dotata di indubbio talento, lezioni di violino dai maggiori maestri; seguono quindi viaggi in Germania e a Parigi. Pur di non perdere l’amata figlia, Jan nel 1905 accetta di farla battezzare e si converte lui pure; la famiglia così si riunisce e Charley può riprendere a frequentare lo studio del padre, che le dà i primi rudimenti nel campo della pittura. Nonostante i tanti amici (tra questi anche il grande violoncellista Pablo Casals) elogino i progressi di Charley in campo musicale, sia come violinista che come cantante di musica da camera, lei - forse proprio per le eccessive aspettative - arriva ad un punto di stress tale da sviluppare un totale rifiuto della musica e del canto, interrompendo bruscamente entrambi gli studi. È allora che nasce in lei l’idea di diventare pittrice: l’esercizio quasi ludico col padre diventa impegno quotidiano, ma non vuole seguire corsi specifici, se non il suo estro e gli stimoli che gli amici di famiglia o le mostre olandesi dell’epoca possono fornirle. Tra i frequenti invitati nella loro casa di Amsterdam o nelle vacanze estive a Domburg c’è il giovane Piet Mondriaan (come allora si chiamava), ancora pittore figurativo in cerca di una propria purezza espressiva, anche attraverso gli studi teosofici. Quando i genitori, nel 1909, traslocano da Amsterdam a Nijmegen, Charley è riluttante a lasciare il fervido clima culturale della capitale, anche perché vi ha conosciuto un giovane studente di filosofia, ateo e vicino ai circoli anarchici, Henk Fernhout, di cui s’innamora. La famiglia è contraria a tale relazione, prova ad opporsi. Lei, allora, nel 1911, lascia la casa paterna per tornare ad Amsterdam e resta incinta; di fronte a ciò, i genitori cedono e accettano il matrimonio. Nel 1912 nasce Edgar, seguito –l’anno successivo – da John; ultima, nel 1916, nascerà Annie, quando ormai la nuova coppia è già in piena crisi. Charley ha scoperto troppo tardi che Henk ha problemi forti di alcolismo, soffre di crisi depressive e ha attacchi di paranoia per i quali deve essere internato per lunghi periodi; inoltre, non accetta che lei dia la priorità alla propria arte, cui si dedica con costanza e dedizione. Nel 1917 c’è quindi la definitiva separazione, ma è anche l’anno della prima mostra personale, a Utrecht. Charley ed i bambini vanno a stare nella fattoria di Meerhuizen, sul Noordhollandse Schoorl, risistemata di recente proprio per accogliere artisti, tra cui varie donne (vi si era tenuta pochi anni prima la mostra: “The Woman: 1813-1913”). Qui conosce lo scultore John Rädecker, citato prima, il poeta Piet Wiegman ed altri. Si accosta anche alla “Scuola di Bergen”, che ruota intorno al pittore cubista francese Henri Le Fauconnier e all’olandese Piet van Wijngaerdt e pubblica le proprie teorie sulla rivista “Het Signaal”. I suoi amici pittori hanno in comune l’uso di colori scuri, contorni molto netti e marcati, superfici semplificate. Charley ha una relazione col poeta Adriaan Roland Holst, presto troncata, pur mantenendo l’amicizia per sempre, perché la sua priorità è ormai nettamente l’attività artistica. Anche i bambini, forse per non soffocarli come aveva fatto con lei la madre, vengono affidati alle cure di una governante e lei sembra accorgersene solo quando li fa posare, come il padre faceva con lei. Jan, intanto, preoccupato della loro precaria condizione, si è incaricato di far loro costruire una bella casa a Beurweg, vicino a Bergen, dal bravo architetto Piet Kramer, “De Vlerken”. Mentre la residenza è ancora in costruzione, la pittrice compie un viaggio nella povera regione del Borinage, dove aveva vissuto Van Gogh, pittore del cui periodo olandese sente l’influsso in questi anni. Lasciata la piccola alla governante, va con i figli maschi a Parigi, dove ritrova Mondrian e Le Fauconnier e tiene una personale alla galleria La Licorne. Dal 1921 la famigliola si installa nella nuova casa-studio, dove, a intermittenza, Charley resterà a vivere fino alla morte. Dal 1924 inizia a trascorrere le estati a West Kapelle, vicino a Walcheren, dove sceglie spesso contadini e donne lavoratrici del luogo come soggetto per i suoi dipinti. Sono gli anni più ricchi di incontri e prolifici della sua attività. Ad Amsterdam, è tra i fondatori della Film Liga ed in questa occasione conosce Joris Ivens, regista innovatore che sarà fondamentale per la formazione di suo figlio John; si avvicina agli ambienti anarchici, fonda con altri l’Asb, un’associazione di artisti che si prefigge ruoli innovativi e di sostegno reciproco.Nel 1928 muore Jan, l’amato padre. Charley inizia una relazione con Arthur Mueller Lehning, fondatore della rivista d’avanguardia “i 10” e con lui si trasferisce a Ginevra; i figli, però, non accettano più di seguirla: Edgar è ormai indipendente, John viene accolto da Joris Ivens, imparando da lui il mestiere di direttore delle riprese, montaggio, ecc.; la piccola Annie finisce in collegio. Charley è poi di nuovo a Parigi, dove Edgar la raggiunge, ormai deciso a divenire anche lui pittore. Influenzata inizialmente dal simbolismo paterno, ma anche dal diffondersi delle teorie teosofiche, il suo stile resterà sempre figurativo, ma solo in parte realistico. A Parigi aveva visto, restandone molto colpita, alcuni ritratti provenienti dalla necropoli egizia di El Faiyum; quei volti frontali, dallo sguardo diretto verso chi osserva, li ritroviamo mutatis mutandis in molti suoi ritratti, con visi che magari non rispettano correttamente le proporzioni reali, ma sembra vogliano parlarci con forza di sé stessi. Su tale frontalità ebbe influsso anche il contatto col cinema espressionista, come se singole lampade illuminassero ogni personaggio, quasi attore o attrice in un set. Era invece insofferente nei confronti della “Nuova oggettività” tedesca che considerava poco più che mera decorazione. Gli anni Trenta, fallito anche il legame con Lehning, la vedono tornare a Bergen e, come faceva il padre tanti anni prima, circondarsi lì degli amici più cari: ai soliti si sono aggiunti l’architetto e designer Gerrit Rietveld, che le risistema l’interno della casa, e le nuore, Rachel Pellecaan (pittrice che ha sposato Edgar) e Eva Besnyö, giovane e innovativa fotografa ebrea ungherese che lei aiuta a inserirsi nei circoli artistici olandesi. Sono anni non facili, segnati dalla depressione economica, ma Charley ha ormai un nucleo di collezionisti ed estimatori col cui sostegno riesce ad organizzare mostre anche a Bruxelles, mentre nel ’38 partecipa alla Biennale di Venezia. Quando, allo scoppio della guerra, l’Olanda viene subito invasa dai nazisti e si instaura un governo collaborazionista, sia lei che Edgar rifiutano di iscriversi alla Kultuurkammer, filiazione del potere nazista, e non possono quindi esporre, mentre Eva, ebrea, deve entrare in clandestinità, collaborando con la Resistenza per le foto da apporre sui documenti falsi degli ebrei in fuga. Devono tutti lasciare la casa, perché la zona viene dichiarata di interesse militare. Dopo la guerra si accosta sempre di più alle idee comuniste e nel 1947 diventa membro del Partito comunista dei Paesi Bassi. Iniziano, però, anche gravi problemi di salute: una serie di lievi ictus che lasciano qualche strascico fisico. Nel 1951 il museo dell’Aja festeggia i suoi sessant’anni con una mostra retrospettiva nella quale viene esposto anche Tre generazioni, da cui ha preso le mosse questo excursus biografico. Nello stesso anno, la mostra si sposta a New York, alle Hammer Galleries. Ormai, però, l'artista non riesce quasi più a lavorare, se non a poche Nature morte. Nell’estate del 1955 fa visita a John, che si trova a Roma, e per un’ultima volta trascorre l’estate con Edgar a Westkapelle. Muore il 5 novembre 1955. Un monumento è stato eretto per lei a Westkapelle nel 2013. Nel 2017, il comune di Amsterdam ha assegnato il suo nome ad uno dei ponti della città.

L’idea del dipinto era nata probabilmente da una mostra del 1937, quando una galleria dell’Aja aveva esposto opere dei tre artisti nelle sue sale proprio con quel titolo: Tre generazioni. A proposito di assenze, nell’opera citata non compare certo la madre, Annie Hall Toorop, che pure è stata indubbiamente la persona che più si è presa cura di lei bambina e adolescente, ma trascinandola in un turbine di viaggi, di cambiamenti continui, di regole da rispettare. Il matrimonio tra i genitori era infatti entrato presto in crisi. Charley, in realtà Annie Caroline Pontifex Toorop, era nata nel 1891 a Katwijk, sul Mare del Nord, dove l’architetto Hendrik Berlage aveva costruito per loro “De Schuur” una bella casa modernista con studio annesso, perché Jan Toorop potesse lavorare ai grandi pannelli in ceramica che hanno poi ornato la Borsa di Amsterdam, opera dello stesso Berlage. La casa era luogo di ritrovo di un’ampia cerchia di conoscenti e amici artisti e intellettuali. Jan amava la bambina e l’ha spesso presa a modello per sue immagini, sia private che pubbliche. Nel 1902, però, la madre lascia il marito e porta la piccola in Inghilterra, dai propri genitori; si converte al cattolicesimo ed inizia a far prendere a Charley, che sembra dotata di indubbio talento, lezioni di violino dai maggiori maestri; seguono quindi viaggi in Germania e a Parigi. Pur di non perdere l’amata figlia, Jan nel 1905 accetta di farla battezzare e si converte lui pure; la famiglia così si riunisce e Charley può riprendere a frequentare lo studio del padre, che le dà i primi rudimenti nel campo della pittura. Nonostante i tanti amici (tra questi anche il grande violoncellista Pablo Casals) elogino i progressi di Charley in campo musicale, sia come violinista che come cantante di musica da camera, lei - forse proprio per le eccessive aspettative - arriva ad un punto di stress tale da sviluppare un totale rifiuto della musica e del canto, interrompendo bruscamente entrambi gli studi. È allora che nasce in lei l’idea di diventare pittrice: l’esercizio quasi ludico col padre diventa impegno quotidiano, ma non vuole seguire corsi specifici, se non il suo estro e gli stimoli che gli amici di famiglia o le mostre olandesi dell’epoca possono fornirle. Tra i frequenti invitati nella loro casa di Amsterdam o nelle vacanze estive a Domburg c’è il giovane Piet Mondriaan (come allora si chiamava), ancora pittore figurativo in cerca di una propria purezza espressiva, anche attraverso gli studi teosofici. Quando i genitori, nel 1909, traslocano da Amsterdam a Nijmegen, Charley è riluttante a lasciare il fervido clima culturale della capitale, anche perché vi ha conosciuto un giovane studente di filosofia, ateo e vicino ai circoli anarchici, Henk Fernhout, di cui s’innamora. La famiglia è contraria a tale relazione, prova ad opporsi. Lei, allora, nel 1911, lascia la casa paterna per tornare ad Amsterdam e resta incinta; di fronte a ciò, i genitori cedono e accettano il matrimonio. Nel 1912 nasce Edgar, seguito –l’anno successivo – da John; ultima, nel 1916, nascerà Annie, quando ormai la nuova coppia è già in piena crisi. Charley ha scoperto troppo tardi che Henk ha problemi forti di alcolismo, soffre di crisi depressive e ha attacchi di paranoia per i quali deve essere internato per lunghi periodi; inoltre, non accetta che lei dia la priorità alla propria arte, cui si dedica con costanza e dedizione. Nel 1917 c’è quindi la definitiva separazione, ma è anche l’anno della prima mostra personale, a Utrecht. Charley ed i bambini vanno a stare nella fattoria di Meerhuizen, sul Noordhollandse Schoorl, risistemata di recente proprio per accogliere artisti, tra cui varie donne (vi si era tenuta pochi anni prima la mostra: “The Woman: 1813-1913”). Qui conosce lo scultore John Rädecker, citato prima, il poeta Piet Wiegman ed altri. Si accosta anche alla “Scuola di Bergen”, che ruota intorno al pittore cubista francese Henri Le Fauconnier e all’olandese Piet van Wijngaerdt e pubblica le proprie teorie sulla rivista “Het Signaal”. I suoi amici pittori hanno in comune l’uso di colori scuri, contorni molto netti e marcati, superfici semplificate. Charley ha una relazione col poeta Adriaan Roland Holst, presto troncata, pur mantenendo l’amicizia per sempre, perché la sua priorità è ormai nettamente l’attività artistica. Anche i bambini, forse per non soffocarli come aveva fatto con lei la madre, vengono affidati alle cure di una governante e lei sembra accorgersene solo quando li fa posare, come il padre faceva con lei. Jan, intanto, preoccupato della loro precaria condizione, si è incaricato di far loro costruire una bella casa a Beurweg, vicino a Bergen, dal bravo architetto Piet Kramer, “De Vlerken”. Mentre la residenza è ancora in costruzione, la pittrice compie un viaggio nella povera regione del Borinage, dove aveva vissuto Van Gogh, pittore del cui periodo olandese sente l’influsso in questi anni. Lasciata la piccola alla governante, va con i figli maschi a Parigi, dove ritrova Mondrian e Le Fauconnier e tiene una personale alla galleria La Licorne. Dal 1921 la famigliola si installa nella nuova casa-studio, dove, a intermittenza, Charley resterà a vivere fino alla morte. Dal 1924 inizia a trascorrere le estati a West Kapelle, vicino a Walcheren, dove sceglie spesso contadini e donne lavoratrici del luogo come soggetto per i suoi dipinti. Sono gli anni più ricchi di incontri e prolifici della sua attività. Ad Amsterdam, è tra i fondatori della Film Liga ed in questa occasione conosce Joris Ivens, regista innovatore che sarà fondamentale per la formazione di suo figlio John; si avvicina agli ambienti anarchici, fonda con altri l’Asb, un’associazione di artisti che si prefigge ruoli innovativi e di sostegno reciproco.Nel 1928 muore Jan, l’amato padre. Charley inizia una relazione con Arthur Mueller Lehning, fondatore della rivista d’avanguardia “i 10” e con lui si trasferisce a Ginevra; i figli, però, non accettano più di seguirla: Edgar è ormai indipendente, John viene accolto da Joris Ivens, imparando da lui il mestiere di direttore delle riprese, montaggio, ecc.; la piccola Annie finisce in collegio. Charley è poi di nuovo a Parigi, dove Edgar la raggiunge, ormai deciso a divenire anche lui pittore. Influenzata inizialmente dal simbolismo paterno, ma anche dal diffondersi delle teorie teosofiche, il suo stile resterà sempre figurativo, ma solo in parte realistico. A Parigi aveva visto, restandone molto colpita, alcuni ritratti provenienti dalla necropoli egizia di El Faiyum; quei volti frontali, dallo sguardo diretto verso chi osserva, li ritroviamo mutatis mutandis in molti suoi ritratti, con visi che magari non rispettano correttamente le proporzioni reali, ma sembra vogliano parlarci con forza di sé stessi. Su tale frontalità ebbe influsso anche il contatto col cinema espressionista, come se singole lampade illuminassero ogni personaggio, quasi attore o attrice in un set. Era invece insofferente nei confronti della “Nuova oggettività” tedesca che considerava poco più che mera decorazione. Gli anni Trenta, fallito anche il legame con Lehning, la vedono tornare a Bergen e, come faceva il padre tanti anni prima, circondarsi lì degli amici più cari: ai soliti si sono aggiunti l’architetto e designer Gerrit Rietveld, che le risistema l’interno della casa, e le nuore, Rachel Pellecaan (pittrice che ha sposato Edgar) e Eva Besnyö, giovane e innovativa fotografa ebrea ungherese che lei aiuta a inserirsi nei circoli artistici olandesi. Sono anni non facili, segnati dalla depressione economica, ma Charley ha ormai un nucleo di collezionisti ed estimatori col cui sostegno riesce ad organizzare mostre anche a Bruxelles, mentre nel ’38 partecipa alla Biennale di Venezia. Quando, allo scoppio della guerra, l’Olanda viene subito invasa dai nazisti e si instaura un governo collaborazionista, sia lei che Edgar rifiutano di iscriversi alla Kultuurkammer, filiazione del potere nazista, e non possono quindi esporre, mentre Eva, ebrea, deve entrare in clandestinità, collaborando con la Resistenza per le foto da apporre sui documenti falsi degli ebrei in fuga. Devono tutti lasciare la casa, perché la zona viene dichiarata di interesse militare.

Dopo la guerra si accosta sempre di più alle idee comuniste e nel 1947 diventa membro del Partito comunista dei Paesi Bassi. Iniziano, però, anche gravi problemi di salute: una serie di lievi ictus che lasciano qualche strascico fisico. Nel 1951 il museo dell’Aja festeggia i suoi sessant’anni con una mostra retrospettiva nella quale viene esposto anche Tre generazioni, da cui ha preso le mosse questo excursus biografico. Nello stesso anno, la mostra si sposta a New York, alle Hammer Galleries. Ormai, però, l'artista non riesce quasi più a lavorare, se non a poche Nature morte. Nell’estate del 1955 fa visita a John, che si trova a Roma, e per un’ultima volta trascorre l’estate con Edgar a Westkapelle. Muore il 5 novembre 1955.

Un monumento è stato eretto per lei a Westkapelle nel 2013. Nel 2017, il comune di Amsterdam ha assegnato il suo nome ad uno dei ponti della città.

 

Traduzione francese
Joelle Rampacci

Quand, en 1950 et sept ans après le début de sa création, Charley Toorop a finalement achevé le grand tableau Trois Générations, elle avait presque soixante ans et avait déjà eu trois ictus successifs qui ont freiné son activité, mais pas sa volonté. La peinture commencée quelque temps auparavant devient presque un testament, un passage de témoin entre elle et son fils Edgar, également peintre. Dans ce travail, les présences sont importantes, mais les absences comptent aussi. Présent est son père, Jan Toorop, un peintre hollandais bien connu entre symbolisme, néo-impressionnisme et Art nouveau, qui est mort depuis de nombreuses années, mais qui s’impose par le grand portrait en bronze que le sculpteur et ami John Rädecker avait fait de lui. Elle est au centre, en train de peindre; pour représenter la main tenant le pinceau, toujours difficile pour les peintres à rendre en se regardant dans le miroir comme il faut le faire pour les autoportraits, elle s’est souvenue d'une photo prise de ses années plus tôt par la bonne photographe Eva Besnyö, quelques temps sa belle-fille ayant épousé l’autre fils, John. Edgar accepte de poser, mais à contrecœur car il est souvent en tension avec elle, peut-être en raison de la mauvaise santé de sa mère. L'idée du tableau est probablement née d'une exposition en 1937, lorsqu'une galerie de La Haye avait exposé des œuvres des trois artistes dans ses salles avec ce même titre: Trois générations. En parlant d'absences, l'ouvrage cité n'inclut certainement pas sa mère, Annie Hall Toorop, qui était sans aucun doute la personne qui s'est le plus occupée d'elle lorsqu'elle était enfant et adolescente, mais l'entraînant dans un tourbillon de voyages, de changements continus. de règles à respecter. Le mariage entre les parents était, en effet, rapidement entré en crise. Charley, en vérité Annie Caroline Pontifex Toorop, est née en 1891 à Katwijk, sur la mer du Nord, où l'architecte Hendrik Berlage avait construit pour eux "De Schuur" une belle maison moderniste avec atelier attenant, afin que Jan Toorop puisse travailler sur les grands panneaux de céramique qui orneront plus tard la Bourse d'Amsterdam, œuvre de Berlage lui-même. La maison était le lieu de rencontre d'un grand cercle de connaissances et d'amis, d'artistes et d'intellectuels. Jan aimait la petite fille et la prenait souvent comme modèle pour ses images, privées et publiques. En 1902, cependant, la mère quitte son mari et emmène l'enfant en Angleterre, chez ses parents; elle se convertit au catholicisme et fait prendre à sa fille, qui semble douée d'un talent incontestable, des cours de violon auprès des plus grands maîtres; et puis suivent des voyages en Allemagne et à Paris. Afin de ne pas perdre sa fille bien-aimée, Jan accepte de la faire baptiser en 1905 et lui aussi se convertit; Ainsi la famille se réunit et Charley peut reprendre ses études à l'atelier de son père, qui lui donne les premiers rudiments de la peinture. Malgré les nombreux amis (dont le grand violoncelliste Pablo Casals) louent les progrès de Charley dans le domaine musical, à la fois comme violoniste et chanteuse de musique de chambre, elle - peut-être en raison d'attentes excessives - atteint un tel point de stress qu’elle développe un rejet total de la musique et du chant, interrompant brusquement les deux études. C'est alors que l'idée de devenir peintre est née en elle: l'exercice presque ludique avec son père devient un engagement quotidien, mais elle ne veut pas suivre de cours spécifiques à part son inspiration et les stimuli que les amis de la famille ou les expositions hollandaises de l'époque peuvent lui fournir. Parmi les invités fréquents à Amsterdam ou en vacances d'été à Domburg se trouve le jeune Piet Mondriaan (comme on l'appelait alors), encore peintre figuratif à la recherche de sa propre pureté expressive, même au travers de ses études théosophiques. Lorsque ses parents ont déménagé d'Amsterdam à Nijmegen en 1909, Charley hésitait à quitter le climat culturel fervent de la capitale, parce qu’aussi elle y a rencontré un jeune étudiant en philosophie, athée et proche des milieux anarchistes, Henk Fernhout, elle en tombe amoureuse. La famille est contre une telle relation et essaie de s’y opposer. Alors en 1911, elle quitte la maison pour retourner à Amsterdam et tombe enceinte; face à cela, les parents cèdent et acceptent le mariage. Edgar est né en 1912, suivi - l'année suivante - de John; enfin, en 1916, Annie naîtra, alors que le nouveau couple est déjà en pleine crise. Charley a découvert trop tard que Henk a de graves problèmes d'alcool, souffre de crises de dépression et de crises de paranoïa pour lesquelles il doit être interné pendant de longues périodes; de plus, il n'accepte pas qu'elle donne la priorité à son art, auquel elle se consacre avec constance et dévouement. En 1917 il y a donc la séparation définitive, mais c'est aussi l'année de la première exposition personnelle, à Utrecht. Charley et les enfants partent se loger à la ferme Meerhuizen, sur la Noordhollandse Schoorl, récemment réaménagée pour accueillir des artistes, dont diverses femmes (l'exposition «La Femme: 1813-1913» y avait lieu quelques années plus tôt). Ici, elle rencontre le sculpteur John Rädecker, mentionné précédemment, le poète Piet Wiegman et d'autres. Elle s'approche aussi de «l'école de Bergen», qui tourne autour du peintre cubiste français Henri Le Fauconnier et du néerlandais Piet van Wijngaerdt et publie ses théories dans la revue «Het Signaal». Ses amis peintres ont en commun l'utilisation de couleurs sombres, de contours très nets et marqués, de surfaces simplifiées. Charley entretient une relation avec le poète Adriaan Roland Holst, bientôt tronquée, tout en restant à jamais amis, car désormais sa priorité est clairement l'activité artistique. Même les enfants, peut-être pour ne pas les étouffer comme sa mère l'avait fait avec elle, sont confiés aux soins d'une gouvernante et elle ne semble s'en apercevoir que lorsqu'elle les fait poser, comme son père faisait avec elle. Pendant ce temps, Jan, inquiet de leur situation précaire, s'est chargé de leur faire construire une belle maison à Beurweg, près de Bergen, par le talentueux architecte Piet Kramer, «De Vlerken». Alors que la résidence est encore en construction, l’artiste peintre fait un voyage dans la pauvre région du Borinage, où vécut Van Gogh, peintre de la période néerlandaise dont elle ressent l'influence dans ces années-là. Laissant la petite fille à la gouvernante, elle part avec ses fils à Paris, où elle rencontre Mondrian et Le Fauconnier et tient une exposition personnelle à la galerie La Licorne. A partir de 1921, la petite famille s'installe dans la nouvelle maison-atelier, où, par intermittence, Charley restera pour y vivre jusqu'à sa mort. À partir de 1924, elle commence à passer les étés à West Kapelle, près de Walcheren, où elle choisit souvent les paysans et les travailleuses locaux comme sujet de ses peintures. Ce sont les années les plus riches et les plus prolifiques de son activité. A Amsterdam, elle est l’un des membres fondateurs de la Film Liga et à cette occasion elle rencontre Joris Ivens, un réalisateur innovant qui sera fondamental pour la formation de son fils John; elle s'approche des cercles anarchistes, fonde avec d'autres l'Asb, une association d'artistes qui se propose des rôles novateurs et se soutient mutuellement. En 1928, Jan, son père bien-aimé, meurt. Charley entame une relation avec Arthur Mueller Lehning, fondateur du magazine d'avant-garde "i10" et s'installe à Genève avec lui; cependant ses enfants n'acceptent plus de la suivre: Edgar est désormais indépendant, John est accueilli par Joris Ivens, apprenant de lui le métier de directeur du tournage, le montage, etc.; la petite Annie se retrouve en internat. Charley est alors de retour à Paris, où Edgar la rejoint, désormais décidé à devenir peintre lui aussi. Initialement influencée par le symbolisme paternel, mais aussi par la diffusion des théories théosophiques, son style restera toujours figuratif, mais seulement partiellement réaliste. A Paris, elle a vu, et en reste très impressionnée, des portraits de la nécropole égyptienne d'El Faiyum; ces visages frontaux, le regard tourné vers l'observateur, on les retrouve mutatis mutandis dans beaucoup de ses portraits, avec des visages qui ne respectent peut-être pas correctement les proportions réelles, mais semblent vouloir nous parler fortement d'eux-mêmes. Le contact avec le cinéma expressionniste a également influencé cette frontalité, comme si des lampes uniques illuminaient chaque personnage, presque comme des acteurs ou actrices d'un décor. Par contre, elle est irritée par la «nouvelle objectivité» allemande qu'elle considére comme une simple décoration.

Les années trente, quand le lien avec Lehning a également échoué, la voient revenir à Bergen et, comme son père le faisait de nombreuses années auparavant, elle s'y entoure des amis les plus proches: auxquels s’ajoutent, l'architecte et designer habituel Gerrit Rietveld qui s’occupe de la décoration intérieure de la maison, ses belles-filles, Rachel Pellecaan (peintre qui a épousé Edgar) et Eva Besnyö, une jeune et innovante photographe juive hongroise qu'elle aide à s’intégrer dans les cercles artistiques néerlandais. Ce ne furent pas des années faciles, marquées par la crise économique, mais Charley compte désormais sur un noyau de collectionneurs et d'admirateurs avec le soutien desquels elle peut également organiser des expositions à Bruxelles, tandis qu'en 38, elle participe à la Biennale de Venise. Lorsque, au déclenchement de la guerre, la Hollande est immédiatement envahie par les nazis et qu'un gouvernement collaborationniste est établi, elle et Edgar refusent de rejoindre le Kultuurkammer, une filiation du pouvoir nazi, et ne peuvent donc pas exposer, tandis qu'Eva, juive, doit entrer dans la clandestinité, en collaborant avec la Résistance pour les photos apposées sur les faux documents de juifs en fuite. Ils doivent tous quitter la maison, car la zone est déclarée d'intérêt militaire.

Après la guerre, elle est de plus en plus proche des idées communistes et en 1947 et devient membre du Parti communiste des Pays-Bas. Cependant, de graves problèmes de santé commencent: une série de petits accidents vasculaires cérébraux qui lui laissent des séquelles physiques. En 1951, le Musée de La Haye fête ses soixante ans avec une exposition rétrospective dans laquelle le tableau trois générations est également exposé, à partir duquel cet excursus biographique est basé. La même année, l'exposition déménage à New York, aux Hammer Galleries. Désormais l'artiste est presque incapable de travailler, si ce n'est sur quelques Nature morte. L’été 1955, elle rend visite à John, qui est à Rome, et pour une dernière fois, passe l'été avec Edgar à Westkapelle. Elle décède le 5 novembre 1955.

Un monument a été érigé pour elle à Westkapelle en 2013. En 2017, la municipalité d'Amsterdam a attribué son nom à l'un des ponts de la ville.

 

Traduzione inglese
Cettina Callea

In 1950 Charley Toorop, after almost seven years of work, finally completed her famous painting, “Three Generations.” She was nearly sixty years of age and had already suffered three strokes that held back her activity, but not her will.

The painting became almost a testament, a passing of the baton from her to her son Edgar, also a painter. In this work, individual presences are important, but absences also count. There is her father, Jan Toorop, a well-known Dutch Symbolist, Neo-Impressionist and Art Nouveau painter, who had passed away many years before. He looms large in the painting, through the larger-than-life bronze bust that sculptor and friend John Rädecker had made of him.

Charley Toorop is in the centre of the painting, shown in the act of painting. It is always difficult for painters, while looking in a mirror, as is necessary for self-portraits, to depict the hand holding the brush. She remembered a photo taken years earlier by the expert photographer Eva Besnyö, once her daughter-in-law, having married her younger son, John. Edgar agreed to pose, although reluctantly because he was often in tension with her, perhaps as a result of his mother's poor health.

Speaking of absences, the Toorop painting certainly does not include her mother, Annie Hall Toorop, who was undoubtedly the person who most cared for her as a child and adolescent, but who also dragged her into a whirlwind of travels and continuous changes, with many rules to respect. The idea of ​​the painting was probably born from an exhibition in 1937, when a gallery in The Hague exhibited works by three artists in its rooms under the title: “Three Generations.”

The marriage between her parents had in fact soon entered into crisis. Charley, whose actual name was Annie Caroline Pontifex Toorop, was born in 1891 in Katwijk, on the North Sea, where the architect Hendrik Berlage had built for her family "De Schuur," a beautiful modernist house with an adjoining studio. It was there that Jan Toorop worked on the great ceramic panels that later adorned the Amsterdam Stock Exchange, also a work of Berlage. The house was a meeting place for a large circle of acquaintances and friends, artists and intellectuals. Charley’s father loved the little girl and often used her as a model for his images, both private and public.

In 1902, however, the mother left her husband and took the child to England, to her parents. She converted to Catholicism and let Charley, who seemed gifted with undoubted talents, take violin lessons from the greatest masters. Trips to Germany and Paris follow. In order not to lose his beloved daughter, Jan in 1905 agreed to have her baptized and he too converted. Thus, the family reunited and Charley resumed attending her father's studio, where he taught her the first rudiments of painting.

It was then that the idea of ​​becoming a painter was born in her. The almost playful exercise with her father became a daily commitment, but she did not want to follow a specific direction, unless it was provided by her own inspiration and the stimuli that her family friends and Dutch exhibitions gave her. Among the frequent guests in their home in Amsterdam, or on their summer holidays in Domburg, was the young Piet Mondriaan (as he was then called), still a figurative painter in search of his own expressive purity, including through theosophical studies.

When her parents moved from Amsterdam to Nijmegen in 1909, Charley was reluctant to leave the fervent cultural climate of the capital, in part because she met a young philosophy student, an atheist who was close to anarchist circles, Henk Fernhout. She had fallen in love. Her family was against the relationship, and tried to discourage it. Then, in 1911, she left her father's house to return to Amsterdam and became pregnant. Faced with this, the parents gave up and accepted the marriage. Edgar was born in 1912, followed – the next year - by her second son, John. Last, in 1916, a daughter, Annie, was born. By then, the new couple was already in full crisis.

Charley discovered too late that Henk had severe alcohol problems, suffered from depressive attacks and had attacks of paranoia for which he had to be interned for long periods. Moreover, he did not accept the priority that she gave to her art, to which she dedicated herself with deep commitment.

In 1917 there was therefore a definitive separation. It was also the year of Charley’s first personal exhibition, held in Utrecht. Charley and the children went to stay on the Meerhuizen farm, on the Noordhollandse Schoorl, recently refurbished to welcome artists, including various women. The exhibition “The Woman: 1813-1913” had been held there a few years earlier.

There she met the sculptor John Rädecker, mentioned earlier, the poet Piet Wiegman and others. She also encountered the "Bergen School", which revolved around the French Cubist painter Henri Le Fauconnier and the Dutch Piet van Wijngaerdt, whose theories were published in the magazine "Het Signaal".

Her painter friends had the use of dark colours in common, very sharp and marked outlines, and simplified surfaces. Charley had a relationship with the poet Adriaan Roland Holst, soon severed, but she maintained the friendship forever. Her priority was now clearly her artistic activity.

Even her children, perhaps in order not to suffocate them as her mother had done with her, were entrusted to the care of a housekeeper. She seemed to notice them only when she used them in poses, as her father had done with her. Meanwhile, her father, worried about their precarious condition, took charge of having a beautiful house built for them in Beurweg, near Bergen, by the talented architect Piet Kramer, “De Vlerken”.

While the residence was still under construction, the Charley took a trip to the poverty-stricken Borinage region, where Van Gogh had lived. He was a painter by whose Dutch period she had begun to be influenced. Leaving her young daughter with the housekeeper, she went with her sons to Paris, where she met Mondrian and Le Fauconnier and held a solo show at the La Licorne gallery. From 1921 on the little family settled in the new house-studio, where, intermittently, Charley stayed until her death.

From 1924 she began to spend summers in West Kapelle, near Walcheren, where she often chose local farmers and women workers as the subject for her paintings. These were the richest and most prolific years of her artistic life. In Amsterdam, she was one of the founders of the Film Liga and thus met Joris Ivens, an innovative director who became fundamental to the training of her son John. She also approached anarchist circles, and founded the ASB with others – a mutual support association of artists that set themselves innovative goals.

In 1928 Jan, her beloved father, died. Charley began a relationship with Arthur Mueller Lehning, founder of the avant-garde magazine "i 10" and moved with him to Geneva. Her children, however, no longer accepted following her. Edgar was now independent, and John was welcomed by Joris Ivens, learning from him the skills of a director - shooting, editing, and so on. Little Annie ended up in a boarding school. Charley returned to Paris, where Edgar joined her, by then determined to become a painter too.

Initially influenced by paternal symbolism, but also by the spread of theosophical theories, her style always remained figurative, but only partially realistic. In Paris she had seen and was very impressed by some portraits from the Egyptian necropolis of El Faiyum. Those frontal faces, with their gaze directed towards the observer, are found, mutatis mutandis, in many of her portraits. The faces, that perhaps do not correctly respect real proportions, seem to want to speak to us strongly about themselves.

Her contact with Expressionist cinema also influenced this frontality, as if single lamps illuminated each character, almost as an actor or actress on a set. She was impatient with the German "New Objectivity" which she considered little more than mere decoration.

In the 1930s, when her relationship with Lehning also failed, she went back to Bergen and, as her father had done many years before, surrounded herself with her closest friends. The architect and designer Gerrit Rietveld was among them, as were her daughters-in-law, Rachel Pellecaan (painter who married Edgar) and Eva Besnyö, a young and innovative Hungarian Jewish photographer who she helped to fit into Dutch artistic circles.

These were not easy years, marked by economic depression, but Charley now had a nucleus of collectors and admirers who supported the organization of exhibitions in Brussels, while in 1938 she participated in the Venice Biennale.

At the outbreak of the war, the Netherlands were immediately invaded by the Nazis and a collaborationist government was established. Both she and Edgar refused to join the Kultuurkammer, a creation of the Nazis, and therefore could not exhibit their work. Eva, a Jew, had to go into hiding, collaborating with the Resistance by providing photos to be affixed to the false documents of fleeing Jews. They all had to leave the house, because the area is declared of military interest.

After the war Charley grew increasingly close to communist ideas, and in 1947 she became a member of the Communist Party of the Netherlands. However, serious health problems also began, including a series of minor strokes that left her with some physical limitations. In 1951, the Hague Museum celebrated its sixty years with a retrospective exhibition in which Charley’s painting, “Three Generations,” was exhibited. In the same year, the exhibition moved to New York, to the Hammer Galleries.

By that time, however, the artist was almost unable to work, producing only a few still life paintings. In 1955 she visited John in Rome, and for the last time she spent the summer with Edgar in Westkapelle. She died on November 5, 1955.

A monument to her was erected in Westkapelle in 2013. In 2017, the municipality of Amsterdam gave her name to one of the city's bridges.