Calendaria 2021 - Lily Unden

Lily Unden

Laura Coci


Grafica di Katarzyna Oliwia Serkowska

«A un tratto, udimmo una voce chiara e cordiale: -Wou sin d’Lëtzebuergerinnen?- [in lussemburghese nel testo]. Non credevamo alle nostre orecchie, alzammo la testa e vedemmo all’ingresso della ‘Blockstube’ una giovane donna bionda con gli occhi chiari, vestita, come noi, dell’abito a righe blu e grigie, l’uniforme delle detenute del KZ di Ravensbrϋck. Ci apparve come una creatura discesa da un altro mondo nelle tenebre del campo. Con sguardo attento, osserva tutte noi, strette l’una all’altra. Alziamo le braccia, e non appena lei ci individua nella massa, si fa strada verso di noi e si presenta: -Lily Unden-. Questo istante non si cancellerà mai dalla mia memoria». È la testimonianza, in francese, di Germaine Paulus-Schaack, contenuta nel volume di Christiane Schlesser-Knaff Lily Unden. Professeur, artiste-peintre, poète, grande résistante. 1908-1989. Sa vie, son œuvre, ses idéaux (Imprimerie Saint-Paul, Luxembourg 1991), opera di ampio respiro che l’autrice dedica con affetto immutato alla cara ‘Tati’ (vezzeggiativo di ‘tante’, [‘zia’]), ricchissima sotto il profilo documentario e iconografico, che apre alla conoscenza di una donna straordinaria, una resistente lussemburghese pochissimo nota in Italia (e quasi dimenticata anche dalla rete, che le riserva scarni profili in Wikipedia, in lingua inglese e in lingua francese), una donna che a ragione può essere considerata madre fondatrice dell’Europa, l’Europa delle donne e degli uomini, dei popoli, dei diritti e delle libertà, l’Europa che vogliamo.

Disegno di Lily a illustrazione della lirica Nous nous souvenons… L’immagine, come tutte le successive, tranne la 5, è trattè dal volume di Christiane Schlesser-Knaff Lily Unden. Professeur, artiste-peintre, poète, grande résistante. 1908-1989. Sa vie, son œuvre, ses idéaux (Imprimerie Saint-Paul, Luxembourg 1991).

Lily è la prima cittadina del Lussemburgo a entrare nel campo di concentramento per donne di Ravensbrϋck, nel maggio 1943: altre la seguiranno, nel corso dell’anno successivo, internate soprattutto per motivi politici, poiché le appartenenti alla comunità ebraica lussemburghese che nell’ottobre 1941 non si sono rifugiate altrove sono deportate nei campi di sterminio dell’Europa orientale, dopo l’occupazione e l’annessione forzata del Lussemburgo al Reich, avvenuta il 10 maggio 1940, in violazione della neutralità permanente del paese, che data dal 1867, l’anno in cui il Granducato raggiunge la piena indipendenza. Lily non lo esplicita, ma è certamente la perdita della sovranità del proprio paese l’evento fondante della vita, che determina la scelta di libertà e solidarietà che connota tutta la sua esistenza. Léonie (questo il nome di battesimo) ha trentadue anni: è nata il 26 febbraio 1908 a Longwy-Bas, in Francia (al confine con Belgio e Lussemburgo), da Émile, ingegnere siderurgico lussemburghese di ascendenza svedese, e da Justine Thiry, di antica famiglia aristocratica francese; è la terza di tre figlie, dopo Elvire e Guiguy (madre di Christiane Schlesser).

Le tre sorelle Unden, Lily è al centro

Poco prima della Grande Guerra, la famiglia si trasferisce a Mϋlhenbach, nelle vicinanze della capitale del Granducato: Lily compie studi liceali, si specializza in Belle Arti dedicandosi alla pittura (a Bruxelles, Strasbourg, Metz), guida l’automobile: Émile Unden concede infatti alle tre figlie di conseguire il permesso di guida a patto che, per la loro sicurezza, imparino a sostituire pneumatici ed effettuare piccole riparazioni meccaniche. Dopo la morte del padre e il matrimonio delle sorelle, Lily accudisce la madre fino alla morte di questa, nel 1939; intanto, è divenuta un’artista affermata: dipinge ritratti, paesaggi di gusto post-impressionista, nature morte (le celebri composizioni di fiori memori della luce di Aix-en-Provence e della pennellata di Vincent Van Gogh), espone in collettive e personali dall’inizio del 1934 alla fine del 1938 (riprenderà a farlo a guerra conclusa, nel 1946).

Lily davanti alla casa di famiglia.

Non è Lily a raccontare le vicende del proprio impegno nella resistenza lussemburghese e del salvataggio di persone ebree, dell’arresto e della detenzione, della deportazione. Forse, come sembra intuire Christiane Schlesser, e come scrive Anna Maria Bruzzone a proposito di Lidia Beccaria Rolfi, italiana sopravvissuta a Ravensbrϋck, al loro rientro in patria le deportate politiche «spesso si videro opporre un muro di disinteresse, di incomprensione, di diffidenza e talora persino di ostilità»: se infatti, come si ‘conviene’ alle donne, fossero rimaste a casa, non sarebbero state deportate; è come se, in qualche modo, se la fossero cercata. Il racconto dettagliato del periodo della resistenza – una testimonianza in prima persona rilasciata dalla stessa Lily – è pubblicato dal Colonel Rémy, nome di battaglia del resistente francese Gilbert Renault, nell’opera Une épopée de la Résistance: en France, en Belgique et au Grand Duché du Luxembourg (edita in fascicoli negli anni 1975-1976), che definisce l’amica «un ange de bonté, vénérée de toutes celles de ses compagnes de misère qui l’y ont approchée». Eccolo: scandito, qualora possibile, dalla cronologia degli eventi. Il 3 giugno 1942 (due anni dopo l’annessione forzata del Lussemburgo) a Lily Unden è fatto divieto di dipingere, a seguito del rifiuto di aderire al movimento di ispirazione nazista lussemburghese VdB (Volksdeutsche Bewegung), ormai unico partito legale del Granducato, e alla Kulturkammer, pure controllata dal Reich. A questo proposito Christiane Schlesser ricorda di aver ascoltato da ‘Tati’ un aneddoto significativo: «Peccato che voi non vogliate essere dei nostri – le confida con rammarico un occupante - voi siete veramente un tipo ariano e il nostro governo ha bisogno di persone come voi». Al momento dell’invasione del paese, la regnante Charlotte de Luxembourg, con la famiglia e i membri del governo, si era rifugiata dapprima in Francia, poi in Inghilterra; da qui, attraverso Radio Londra, parlava al suo popolo incoraggiandolo a resistere: «Je suis fidèle a ma grande-duchesse» dichiara Lily, da tempo in contatto con gruppi della resistenza lussemburghese (numerosi ma, fino al 1944, disuniti e scarsamente efficaci): LPL (Letzeburger Patriote Liga, costituita nel settembre 1940), LVL (Letzeburger Volks-Legio’n, formata nel giugno 1941), nonché il movimento LRL (Letzeburger Ro’de Lé’w, le ‘Lion rouge luxembourgeois’, nato nell’ottobre 1941). Nell’agosto 1942, in concomitanza con la preparazione del grande sciopero generale indetto per l’ultimo giorno del mese contro la coscrizione obbligatoria, Unden accoglie e nasconde per otto settimane nella sua casa Albert Meyers, capo del Ro’de Lé’w, aiutandolo a espatriare nel vicino Belgio. In precedenza ha soccorso, rivestendolo con abiti civili, un soldato francese fuggito da un campo di prigionia e, per onorare la promessa fatta a un conoscente ebreo passato in Francia, accompagnata dal fedele cocker Sonny, si è recata in un convento nel nord del paese ove erano stati internati gli anziani appartenenti alla comunità ebraica, portando notizie del giovane ai genitori: per passare inosservata, si è apposta una stella gialla sull’abito ed è poi miracolosamente sfuggita a una ispezione della Gestapo nascondendosi nel magazzino del carbone, passando e ripassando sotto il filo spinato che circonda l’edificio con il cagnolino tra le braccia. Tornata a casa, ha continuato «à faire passer en France d’autres Juifs et d’autre prisonniers de guerre français évadés d’Allemagne».

Lettera del 21 febbraio 1963 indirizzata a Lily dal Comptoir Pharmaceutique Luxembourgeois.

Pure dall’agosto 1942, Lily è costretta dagli occupanti a lavorare presso il Comptoir Pharmaceutique Luxembourgeois (non le è consentito, invece, essere impiegata come aiutante di un fotografo o come autista della Todt, la più grande organizzazione paramilitare che opera per la Wehrmacht), addetta principalmente al lavaggio della vetreria: nel laboratorio è arrestata dalle SS («Wo ist Fraϋlein Unden?») il 3 novembre dello stesso anno, alla presenza dei dirigenti e di alcuni impiegati («Cinq revolver pour moi tout seule? Quel honneur!»). Detenuta e interrogata per alcuni giorni a Villa Pauly, sede della Gestapo (la ‘Villa Triste’ lussemburghese) nel quartiere di Grund, è poi trasferita in Germania, nella prigione di Treviri (per qualche mese), in un campo presso Colonia (per quindici giorni), in luoghi di detenzione ad Hannover e Berlino. Durante la prigionia è costretta a riparare le calze dei soldati tedeschi al fronte e – come racconta l’amica M.me Gengler de Niederkorn – nello svolgimento di questa mansione compie piccoli ma significativi atti di sabotaggio: cuce le toppe con minuti punti impeccabili, ma tanto vicini ai bordi dei buchi da renderle inefficaci; oppure inserisce capelli nelle riparazioni, per procurare fastidio e prurito ai soldati che indosseranno nuovamente le calze. Poi, «finalement», nel maggio 1943, Ravensbrϋck. E qui la testimonianza di Lily all’amico e compagno di lotta Colonel Remy si risolve in poche frasi. «Arriviamo stanche davanti a un muro altissimo, nero, che si estende a perdita d’occhio. – racconta Lidia Beccaria Rolfi in Le donne di Ravensbrϋck – Nel muro si apre un portone sormontato da torrette, ci sono tante donne in fila che varcano il portone, mentre soldati SS le contano». Una città concentrazionaria, con blocchi «tutti uguali, neri, tristi», dalla quale naturalmente, in ragione dei «fili con la corrente ad alta tensione» e delle «torrette di guardia con le mitragliatrici puntate» è impossibile fuggire, una città «a misura del sistema che ha bisogno di ammassare il maggior numero di schiave nel minor spazio possibile per comprimere i costi e aumentare i profitti».

Il bagno penale nazista di Ravensbrϋck. Pianta sottratta alla Gestapo. Pianta di Ravensbrϋck dell’artista francese France Audoul, che fu una delle “vingt-sept mille”, il più numeroso gruppo di prigioniere francesi, arrivato al campo il 3 febbraio 1944. Il disegno mostra il complesso principale ai confini con il lago, con il cancello, l’edificio per le docce e la cucina, e l'Appelplatz. Sono inoltre visibili la camera a gas (gaz) e il crematorio. Contro il muro sud c'è il giardino delle SS; al di là di esso ci sono il Siemenslager e i magazzini in cui i beni sottratti alle prigioniere (marchandises volées) venivano ordinati e custoditi. È chiaramente indicato anche il “Camp d'Extermination” di Uckermark, così come le postazioni delle mitragliatrici a nord. Sulla sponda del lago ci sono i resti di un piccolo forte (fortin) e il marais, la riva sabbiosa. Tratto da Ravensbrϋck: 150.000 femmes en enfer. 32 croquis et portraits faits au camp 1944-1945, 22 compositions et textes manuscrits de France Audoul.

Il KL di Ravensbrϋck (località novanta chilometri a nord di Berlino) è costruito nel 1938, per disposizione di Heinrich Himmler e su un terreno di sua proprietà; è aperto il 15 maggio 1939 e inizialmente destinato alla ‘rieducazione’ delle donne internate: tedesche, austriache, cecoslovacche, polacche, olandesi, norvegesi, successivamente francesi (e lussemburghesi) e italiane, diverse zingare, alcune ebree e molte testimoni di Geova. Nei primi anni della guerra la condizione delle deportate è migliore che altrove: lavorano per Texled, l’azienda tessile di proprietà delle SS per la confezione di divise, e per Siemens, l’impresa privata che utilizza le lavoratrici coatte per la produzione di materiale di alta precisione per l’industria bellica. Il 1942 è però l’anno della svolta e Ravensbrϋck diviene un campo di sterminio: con l’arrivo di trasporti sempre più numerosi (in particolare di civili prese prigioniere in Unione Sovietica), iniziano le selezioni, gli esperimenti su cavie umane, i cosiddetti ‘trasporti neri’ che mandano a morte «le deportate che non possono più lavorare, le malate, le donne che hanno i capelli bianchi e le piaghe sulle gambe», che si intensificano nei successivi anni 1943 e 1944, fino all’inizio del 1945: la progressiva e inesorabile diminuzione delle razioni alimentari, unita alla temperatura gelida, condanna a morte le più deboli e anziane e il campo si dota di un forno crematorio proprio, infine di una camera a gas. Scrive ancora Lidia Beccaria Rolfi (cui si deve anche la citazione precedente): «le testimoni di Geova versano nel lago le carriole di cenere del crematorio e l’acqua che lambisce la sponda diventa grigia. Il risucchio porta la polvere grigia al largo e le donne delle SS e i bambini nuotano nella polvere grigia. La cenere dei morti è asettica. Non inquina».

Lettera inviata da Lily dal campo di concentramento di Ravensbrϋck alla propria famiglia (luglio 1943).

Per quasi due anni, Lily vive da internata a Ravensbrϋck. «Comme la plupart des victimes du nazisme, - nota Christiane Schlesser - Lily Unden ne parlait que très rarement de sa captivité». Le fonti delle notizie e degli episodi che la riguardano sono i racconti frammentari che lei stessa fa alla nipote e, soprattutto, le memorie di altre donne deportate. Assegnata alla Texled, rinnova consapevolmente le azioni di sabotaggio (pratica, questa, propria delle deportate politiche): chiude le asole, attacca i bottoni in posizione sbagliata… Verso la fine della detenzione ha la possibilità di lavorare in ufficio, ove di nascosto, e a rischio della vita, si sintonizza sulle frequenze di Radio Londra: «Ascoltando la BBC apprende dello sbarco in Normandia e, la sera, rende partecipi le compagne della notizia, che ne risolleva un poco il morale». Di questa «funzione psicologica importante» scrive anche Lidia Beccaria Rolfi, che ricorda la notizia della liberazione di Parigi «arrivata attraverso i fili invisibili di radiocampo, e arrivata subito, o quasi subito». E, soprattutto, Lily resta umana, compiendo piccoli grandi gesti di concreta solidarietà nei confronti delle compagne, che ne ricordano la dolcezza e la dignità («doceur» e «dignité»), il coraggio e la forza («courage» e «force», scrive Marie-Louise Pujol-Le Bozec). È lo stesso Heinrich Himmler, a inizio aprile 1945 (quando le donne del campo sono ridotte a 11.000 da 46.000 che erano in febbraio), ad accettare le trattative con la Croce rossa internazionale, nella persona del diplomatico Folke Bernadotte, per liberare alcune prigioniere: un primo contingente di francesi è rilasciato il 3 aprile grazie alla Croce rossa svizzera, un secondo gruppo di francesi, belghe, olandesi, norvegesi, danesi (e di ottantaquattro lussemburghesi) abbandona il campo il 23 aprile con la Croce rossa svedese. Tra loro è Lily Unden.

In Svezia (maggio o giugno 1945). Lily è al centro dell’ultima fila.

Dopo due mesi di soggiorno in Svezia, il 30 giugno 1945, torna nel Lussemburgo liberato dagli americani il 10 settembre 1944; il 30 aprile 1945, sette giorni dopo la sua partenza, finalmente, l’Armata Rossa aveva varcato i cancelli di Ravensbrϋck. Nel dopoguerra Lily effettua un soggiorno di studio negli Stati Uniti (tra 1947 e 1948), quindi inizia a insegnare disegno, dapprima all’École Professionelle de l’État a Esch-sur-Alzette (dal 1949 al 1966), poi (dal 1966 al 1973, anno della pensione) al Lycée Robert Schuman, nella capitale: e ancora una volta è ricordata come dolce, tollerante, gentile («Elle n’a jamais élevé la voix et restait également douce, même avec la plus turbulente d’entre nous», scrive di lei l’ex allieva Paulette Cahen-Ackerman).

Lily al Lycée Robert Schuman, Lussemburgo (Photo d’un élève, M.me M.J. Mandy).

Si dedica ai piccoli Isabelle e Yves (figli della nipote Christiane), per i quali scrive e illustra delicate fiabe, compone e pubblica testi poetici, per lo più dedicati alla memoria della deportazione (tra questi il Livre de Souvenir, in collaborazione con Cécile Ries, nel 1965). Torna a dipingere e a esporre con successo; «La peinture m’aide à oublier» confida in occasione della sua personale alla Galerie Bradtké, inaugurata l’11 novembre 1961: dimenticare il dolore per le compagne che non hanno fatto ritorno, perché «su un centinaio di resistenti lussemburghesi internate nel campo di Ravensbrϋck, quaranta sono morte».

Lily con la Granduchessa Charlotte all’esposizione presso la Galerie Bradtké (novembre 1961).

Delle circa 110.000 donne immatricolate a Ravensbrϋck (i registri sono avventurosamente tratti in salvo da un gruppo di internate francesi) almeno 50.000 vi trovano la morte, molte altre, circa 40.000, sono uccise altrove, nei campi di sterminio ove sono trasferite. Dal 1945 alla morte, il 5 settembre 1989, nella sua Lussemburgo, Lily è presidente dell’Amicale des Concentrationnaires et Prisonnières Politiques Luxembourgeoises, assolvendo così al dovere della memoria. «J’ai oublié ta voix, ta prière et ton nom», così scrive nell’ultima stanza della lirica Fraternité: «Ho dimenticato la tua voce, la tua preghiera e il tuo nome / Ma so che la tua vita, la vita che hai donato / alla tua cara patria e all’umanità intera / non è perduta, non è cancellata / perché vive e vive ancora nella fraternità».

Lily con un suo dipinto, nella sua casa nel quartiere di Limpertsberg.

Ancora una volta, la buona sorte mi ha fatto incontrare una donna straordinaria, una grande resistente, Lily Unden. Non sapevo nulla di lei, avevo appreso soltanto che era stata deportata a Ravensbrϋck: leggere la sua biografia, vedere le fotografie che la ritraggono lungo tutta la sua vita, scorrere i documenti che la riguardano è stata un’emozione impagabile e un privilegio raro. Grazie, dunque, a Christiane Schlesser-Knaff, che ha fatto dono a noi tutte e tutti della vita di Lily, attraverso il libro che le ha dedicato; a Cecilia Cametti e Marcello Campiotti della Biblioteca Comunale Laudense, che hanno reso possibile il prestito del volume senza il quale questo contributo non sarebbe stato che una pallida ombra; a Marion Rockenbrod della Bibliothèque nationale du Luxembourg; all’amico Ivano Mariconti che ha tradotto per me le testimonianze redatte in lingua tedesca.

 

Traduzione francese
Laura Coci

«Soudainement, nous entendons une voix sympathique et claire: -Wou sin hei d’Létzebuergerinnen?-. N’en croyant pas nos oreilles, nous levons la tête et voyons dans l’entrée de la ‘Blockstube’ une jeune femme blonde aux yeux clairs, vêtue, comme nous, de cette robe rayée bleu et gris, l’uniforme des détenues du KZ Ravensbrϋck. Elle nous apparait comme un être descendu d’un autre monde dans les ténèbres de ce camp. D’un œil chercheur, elle observe toutes ces femmes serrées les unes contre les autres. Nous levons le bras, et dès qu’elle nous a repérées dans la foule, elle se fraye un chemin vers nous et se présente: -Lily Unden-. Ce moment ne s’effacera jamais de ma mémoire!».C’est le témoignage, en français, de Germaine Paulus-Schaack, présent dans le volume de Christiane Schlesser-Knaff, Lily Unden. Professeur, artiste-peintre, poète, grande résistante. 1908-1989. Sa vie, son œuvre, ses idéaux (Imprimerie Saint-Paul. Luxembourg, 1991): une œuvre de longue haleine que l’auteure dédie avec toute son affection à sa chère «Tati» (mot câlin pour «tante»); une œuvre très riche en témoignages et en documents iconographiques, qui permet la connaissance d’une femme extraordinaire, une résistante luxembourgeoise très peu connue en Italie (et presque oubliée sur la toile aussi, qui lui consacre des biographies très brèves sur Wikipédia, en anglais et en français). Une femme qui peut être considérée, à juste titre, comme une mère fondatrice d’Europe, de l’Europe des femmes et des hommes, des peuples, des droits et des libertés, l’Europe que nous voulons.

Dessin de Lily, pour illustrer le poème Nous nous souvenons… toutes les images – sauf la cinquième – sont tirées du volume de Christiane Schlesser-Knaff Lily Unden. Professeur, artiste-peintre, poète, grande résistante. 1908-1989. Sa vie, son œuvre, ses idéaux (Imprimerie Saint-Paul, Luxembourg 1991)

Lily est la première citoyenne luxembourgeoise qui entre dans le camp de concentration de Ravensbrück, en mai1943: d’autres la suivront, au cours de l’année suivante, internées surtout pour des raisons politiques; les femmes de la communauté juive du Luxembourg, qui ne s’étaient pas réfugiées ailleurs en octobre 1941, ont été déportées dans les camps d’extermination de l’Europe orientale, après l’occupation et l’annexion forcée du Luxembourg au Reich le 10 mai 1940, en violation de la neutralité perpétuelle du pays, remontant à 1867, quand le Grand-Duché obtient sa complète indépendance. Lily ne le dit pas, mais c’est surement la perte de souveraineté de son pays l’événement fondateur de sa vie, qui l’oriente vers le choix de la liberté et de la solidarité tout au long de son existence. Léonie (c’est son nom de baptême) a 32 ans, étant née le 26 février 1908 à Longwy-Bas, en France (à la frontière avec la Belgique et le Luxembourg), d’Émile, ingénieur métallurgiste luxembourgeois d’origine suédoise, et de Justine Thiry, de vieille noblesse française; elle est leur troisième fille, après Elvire et Guiguy (la mère de Christiane Schlesser).

Les trois sœurs Unden, Lily est au centre

Peu avant la Grande Guerre, sa famille déménage à Mülhenbach, en banlieue de la capitale du Grand-Duché. Lily y fréquente le lycée, se spécialise en Beaux-Arts, s’oriente vers la peinture (à Bruxelles, Strasbourg, Metz), conduit la voiture: Émile Unden permet à ses trois filles d’avoir leur permis de conduire, à condition que, pour leur sûreté, elles apprennent à changer les pneus et à faire de petites réparations. Après la mort de son père et le mariage de ses sœurs, Lily s’occupe de sa mère jusqu’à la mort de celle-ci, en 1939. Entretemps elle est devenue une artiste reconnue: elle peint des portraits, des paysages dans le goût postimpressionniste, des natures mortes (ses célèbres bouquets de fleurs rappelant la lumière d’Aix-en-Provence et la touche de Van Gogh), elle participe à des expositions collectives et individuelles depuis le début de 1934 jusqu’à la fin de 1938 (elle le fera encore après la fin de la guerre, en 1946).

Lily devant la maison paternelle.

Ce n’est pas Lily qui raconte son engagement dans la Résistance luxembourgeoise et du sauvetage de juifs, de son arrestation, de sa détention et de sa déportation. Peut-être, comme le perçoit Christiane Schlesser – et comme l’écrit Anna Maria Bruzzone à propos de Lidia Beccaria Riolfi, une italienne survécue à Ravensbrück – les déportées politiques rentrées dans leurs pays «trouvèrent souvent un mur de désintérêt, d’incompréhension, de méfiance et parfois même d’hostilité»: en effet, si elles étaient restées à la maison, comme il «sied» aux femmes, elles n’auraient pas été déportées. En quelque sorte, elles l’ont bien mérité. Le récit détaillé de la période de la résistance – un témoignage direct de Lily même – est publié par le Colonel Rémy, nom de guerre du résistant français Gilbert Renault, dans l’œuvre Une épopée de la Résistance: en France, en Belgique et au Grand-Duché du Luxembourg (publié par fascicules dans les années 1975-1976), qui définit son amie «un ange de bonté, vénérée de toutes celles de ses compagnes de misère qui l’y ont approchée».Voilà le récit, suivant, là où il est possible, la chronologie des événements. Le 3 juin 1942 (deux années après l’annexion forcée du Luxembourg), on interdit à Lily de peindre, à cause de son refus d’adhérer au mouvement luxembourgeois d’inspiration nazie VdB (Volksdeutsche Bewengung), désormais le seul parti légal du Grand-Duché, et à la KulturKammer, elle aussi contrôlée par le Reich. À ce propos, Christiane Schlesser rappelle cette anecdote racontée par «Tati». «Quel dommage - lui confie un occupant avec regret - que vous ne soyez pas des nôtres; vous avez vraiment le type aryen et notre régime a besoin de gens comme vous». Au moment de l’invasion du pays, la grande-duchesse Charlotte, avec sa famille et les membres du gouvernement, s’était réfugiée d’abord en France et ensuite en Angleterre, d’où, par Radio Londres, elle incitait son peuple à résister. «Je suis fidèle à ma Grande-Duchesse» déclare Lily, depuis quelque temps en contact avec des groupes de la résistance luxembourgeoise (assez nombreux, mais, jusqu’en 1944, désunis et peu efficaces): LPL (Letzeburger Patriote Liga, formée en septembre 1940), LVL (Letzeburger Volks-Legion, à partir de juin 1941) et aussi le mouvement LRL (Lezteburger Ro’de Lé’w, “le Lion rouge luxembourgeois” né en octobre 1941). En août 1942, à l’occasion de la préparation de la grève générale proclamée pour le dernier jour du mois contre la conscription obligatoire, Lily accueille et cache chez elle, pendant huit semaines, Albert Meyer, chef du Ro’de Lé’w, et l’aide à s’expatrier en Belgique. Avant cela, elle avait secouru un soldat français évadé d’un camp de captivité en lui donnant des vêtements civils. Encore, pour honorer la promesse faite à une connaissance juive passée en France, s’est-elle rendue, accompagnée de son fidèle cocker Sonny, dans un couvent du nord du pays où les vieillards de la communauté juive avaient été internés, pour porter des nouvelles du jeune homme à ses parents. Pour passer inaperçue, elle a mis une étoile jaune sur sa robe et ensuite, par miracle, elle a échappé à une inspection de la Gestapo en se cachant dans le dépôt du charbon; elle passe et repasse sous le barbelé entourant l’immeuble, son petit chien dans les bras. Rentrée chez elle, elle a continué «à faire passer en France d’autres juifs et d’autres prisonniers de guerre français évadés d’Allemagne».

Lettre du 21 février 1963, adressée à Lily par le Comptoir Pharmaceutique Luxembourgeois.

Encore, depuis août 1942, Lily est-elle obligée par l’armée d’occupation à travailler au Comptoir Pharmaceutique Luxembourgeois (en revanche, on ne lui permet pas de travailler comme aide chez un photographe ou comme chauffeur pour la Todt, la plus grande organisation paramilitaire œuvrant pour la Wermacht), notamment dans le nettoyage des ampoules; et c’est dans le comptoir que, le 3 novembre de cette année-là, elle est arrêtée par les SS («Wo ist Frülein Unden?») devant les cadres et d’autres employés («Cinq revolvers pour moi tout seule? Quel honneur!»). Emprisonnée et interrogée pendant des jours à Villa Pauly, siège de la Gestapo (la «Villa Triste» du Luxembourg) dans le quartier de Grund, elle est ensuite transférée en Allemagne, dans la prison de Trèves (pendant quelques mois), dans un camp près de Cologne (quinze jours), dans des lieux de détention à Hanovre et à Berlin.Pendant la captivité, elle est obligée à raccommoder les chaussettes des soldats allemands au front et – comme le raconte son amie, Mme Gengler de Niedderkorn – dans l’exécution de cette besogne, elle accomplit des actes de sabotages, petits mais significatifs: elle coud les pièces par des points menus mais impeccables, tellement près des bords des trous qu’elles sont inefficaces; ou bien, elle ajoute des cheveux dans les raccommodages pour que le soldats, qui mettront de nouveau ces chaussettes, éprouvent de la gêne et des démangeaisons. Plus tard, «finalement», en mai 1943, Ravensbrück. Et là, le témoignage de Lily au Colonel Remy, son ami et compagnon de lutte, tient en peu de phrases. «Nous arrivons fatiguées devant un mur très haut, qui s’étend à perte de vue. – raconte Lidia Beccaria Rolfi dans Le donne di Ravensbrück – Dans le mur s’ouvre un portail surmonté de tourelles, il y a beaucoup de femmes en colonne qui franchissaient le portail pendant que des soldats SS les comptaient». Une ville concentrationnaire, aux blocs «tous égaux, noirs, tristes», de laquelle, évidemment, il est impossible de s’enfuir, en raison des «barbelés électrifiés à haute tension» et des «tourelles de garde, aux mitraillettes braquées», une ville «à mesure du système qui a besoin d’entasser le plus grand nombre de personnes dans le moindre espace possible, pour abattre les coûts et augmenter les profits».

Le bagne nazi de Ravensbrück. Plan soustrait à la Gestapo. Un plan de Ravensbrück par l’artiste française France Audoul, qui fut l’une des «vingt-sept mille», le groupe le plus nombreux de prisonnières françaises, arrivées au camp le 3 février 1944 Le dessin montre le complexe principal, limité par le lac, la grille, le bloc des douches et la cuisine, et l’Appelplatz. On peut voir aussi la chambre à gaz (gaz) et le four crématoire. Contre le mur du sud il y a le jardin des SS, au-delà duquel il y a le Siemenslager et les dépôts dans lesquels les biens soustraits aux prisonnières (marchandises volées) étaient rangés et conservés. Le «Camp d’Extermination» de Uckermark est clairement indiqué, ainsi que les positions des mitrailletes au nord. Sur les bords du lac, il y a les restes d’un fortin et le marais. Tiré de Ravensbrϋck: 150.000 femmes en enfer. 32 croquis et portraits faits au camp 1944-1945, 22 compositions et textes manuscrits de France Audoul.

Le KL de Ravensbrück (endroit à 90 kilomètres au nord de Berlin) est construit en 1938, selon la volonté de Heinrich Himmler sur un terrain de sa propriété; il est ouvert le 15 mai 1939 et d’abord destiné à la «rééducation» des femmes internées: allemandes, autrichiennes, tchécoslovaques, polonaises, hollandaises, norvégiennes, plus tard françaises (et luxembourgeoises) et italiennes, plusieurs tsiganes, quelques juives et beaucoup de témoines de Jéhovah. Au cours des premières années de guerre, les conditions des déportées sont meilleures qu’ailleurs: elles travaillent pour Texled, l’usine textile des SS pour la fabrication des uniformes, et pour Siemens, l’entreprise privée exploitant les travailleuses forcées pour la production de matériel de haute précision pour l’industrie de guerre. Cependant, l’année 1942 est marque un tournant et Ravensbrück devient un camp d’extermination: avec l’arrivée de convois de plus en plus nombreux (en particulier de femmes capturées en Union Soviétique), commencent les sélections, les expériences sur les cobayes humaines, les «transports noirs» qui acheminaient vers la mort «les déportées ne pouvant plus travailler, les malades, les femmes aux cheveux blancs et aux plaies sur les jambes» et qui s’intensifient dans les années suivantes 1943-1944, jusqu’au début de 1945. La diminution des rations alimentaires, constante et inexorable, associée à des températures glaciales, entraîne la mort des femmes les plus faibles et les plus âgées; le camp va s’équiper d’un four crématoire et enfin d’une chambre à gaz. Lidia Beccaria Rolfi (auteure de la citation précédente) écrit encore: «les témoines de Jéhovah déversent dans le lac des brouettées de cendres du crématoire et l’eau qui lèche la rive devient grise. Et les femmes des SS et leurs enfants nagent dans la poudre grise. Les cendres des mortes sont aseptiques: Elles ne polluent pas».

Lettre envoyée par Lily à sa famille, du camp de concentration de Ravensbrück (juillet 1943).

Pendant presque deux ans, Lily reste internée à Ravensbrück. «Comme la plupart des victimes du nazisme – remarque Christiane Schlesser – Lily Unden ne parlait que très rarement de sa captivité». Les sources des notices et des épisodes la concernant sont les récits fragmentaires qu’elle-même fait à sa nièce et, surtout, les mémoires d’autres femmes déportées. Affectée chez Texled, elle reprend consciemment ses actions de sabotage (ce qui est typique des déportées politiques): elle ferme les boutonnières, elle coud les boutons aux endroits erronés… Vers la fin de sa détention, elle a la possibilité de travailler dans un bureau, où, en cachette et au risque de sa vie, elle se syntonise sur la fréquence de Radio-Londres: «C’est en écoutant ainsi la BBC qu’elle a appris le débarquement en Normandie, et le soir, elle faisait part de ces nouvelles à ses compagnes, ce qui aidait tant soit peu à remonter leur moral». De cette «importante fonction psychologique» écrit aussi Lidia Beccaria Rolfi, qui rappelle la nouvelle de la libération de Paris «arrivée à travers les fils invisibles de radio-camp, arrivée immédiatement, ou presque». Et surtout, Lily reste humaine, en accomplissant de petits grands gestes de solidarité concrète envers ses compagnes, qui rappellent sa douceur et sa dignité, son courage et sa force, comme écrit Marie-Louise Pujol-Le Bozec. C’est Heinrich Himmler en personne qui, début avril 1945 (quand il reste dans le camp 11 000 femmes sur les 46 000 qu’il y avait en février), accepte les négociations avec la Croix Rouge internationale, représentée par le diplomate Folke Bernadotte, pour libérer certaines prisonnières: un premier groupe de françaises est libéré le 3 avril grâce à la Croix Rouge suisse; un autre groupe de françaises, belges, hollandaises, norvégiennes, danoise (et 84 luxembourgeoises) quitte le camp le 23 avril avec la Croix Rouge suédoise. Lily Unden est parmi elles.

En Suède (mai ou juin 1045). Lily est au centre du dernier rang.

Après deux mois de repos en Suède, le 30 juin 1945, Lily rentre au Luxembourg, libéré par les Américains le 10 septembre 1944; le 30 avril 1945, sept jours après le départ de Lily, l’Armée rouge avait enfin franchi les portails de Ravensbrück.Dans l’après-guerre, Lily fait un séjour d’études aux États-Unis (entre 1947 et 1948), ensuite elle commence à enseigner le dessin, d’abord à l’École Professionnelle de l’État à Esch-sur-Alzette (de 1949 à 1966), ensuite, de 1966 à 1973, quand elle part à la retraite, au Lycée Robert Schuman, dans la capitale: de nouveau, on la rappelle douce, tolérante, gentille («Elle n’a jamais levé la voix et restait également douce, même avec la plus turbulente d’entre nous» écrit d’elle son ancienne élève Paulette Cahen-Ackerman).

Lily au Lycée Robert Schuman, Luxembourg (Photo d’une élève, Mme M.J. Mandy).

Elle s’occupe des jeunes Isabelle et Yves (les enfants de sa nièce Christiane), pour qui elle écrit et illustre des fables délicates; elle compose et publie des textes poétiques, pour la plupart dédiés au souvenir de sa déportation (parmi lesquels Livre de Souvenir, co-écrit avec Cécile Ries, en 1965). Elle revient à la peinture et elle expose avec succès; «La peinture m’aide à oublier» confie-t-elle lors d’une exposition personnelle à la Galerie Bradtké, inaugurée le 11 novembre 1961: oublier la douleur pour ses compagnes qui ne sont pas retrouvées, car «Sur une centaine de résistants luxembourgeois qui se trouvaient au camp de Ravensbrϋck, quarante moururent».

Lily avec la Grande-Duchesse Charlotte à l’exposition de la Galerie Bradtké (novembre 1961).

Sur les quelque 110 000 femmes enregistrées à Ravensbrück (les registres sont sauvés aventureusement par un groupe d’internées françaises), environ 50 000 y meurent, beaucoup d’autres, presque 40 000, sont tuées ailleurs, dans les camps d’extermination, où elles sont transférées. De 1945 à sa mort, survenue le 5 septembre 1989 dans son cher Luxembourg, Lily est présidente de l’Amicale des Concentrationnaires et Prisonnières Politiques Luxembourgeoises, s’acquittant ainsi du devoir de la mémoire.«J’ai oublié ta voix, ta prière et ton nom», écrit-elle dans la dernière strophe de son poème Fratenité: «J’ai oublié ta voix, ta prière et ton nom / Mais je sais que ta vie, ta vie dont tu fis don / À ta chère patrie et à l’humanité, / N’a pas été perdue et n’est pas effacée, / Qu’elle vit et revit dans la fraternité».

Lily près d’un de ses tableaux, dans sa maison du quartier Limpersberg.

«J’ai oublié ta voix, ta prière et ton nom», écrit-elle dans la dernière strophe de son poème Fratenité: «J’ai oublié ta voix, ta prière et ton nom / Mais je sais que ta vie, ta vie dont tu fis don / À ta chère patrie et à l’humanité, / N’a pas été perdue et n’est pas effacée, / Qu’elle vit et revit dans la fraternité». Encore une fois, ma bonne étoile m’a permis de connaître une femme extraordinaire, une grande résistante, Lily Unden. Je ne savais rien d’elle, sinon qu’elle avait été déportée à Ravensbrück: lire sa biographie, voir les photos la montrant tout au long de sa vie, parcourir les documents qui la regardent a été une émotion inestimable et un privilège rare. Je remercie, donc, Christiane Schlesser-Knaff, qui a fait don à nous toutes et tous de la vie de Lily, par le livre qu’elle lui a consacré; à Cecilia Carnetti e Marcello Campiotti de la Bibliothèque Communale de Lodi, qui ont rendu possible le prêt du livre susmentionné, sans lequel mon écrit n’aurait été qu’un pâle portrait; à Marion Rockenbrod de la Bibliothèque Nationale du Luxembourg; à mon ami Ivano Mariconti qui m’a traduit les témoignages rédigés en allemand.

 

Traduzione inglese
Emanuela Prandi

«All of a sudden, we heard a clear and friendly voice: -Wou sin d’Lëtzebuergerinnen?- [in Luxembourgian in the original text]. We couldn’t believe our ears, we looked up and at the entrance of the ‘Blockstube’ we saw a young blonde bright-eyed woman, wearing the same blue and gray striped uniform as us, the uniform of the prisoners of the Ravensbrϋck concentration camp. She appeared to us like a creature fallen from a different world into the darkness of the camp. She carefully looked at all of us, huddled together. We raised our arms and, as soon as she picked us from the crowd, she made her way and introduced herself: Lily Unden-. I will never forget that instant». This is Germaine Paulus-Schaack’s recollection, reported in French in the book by Christiane Schlesser-Knaff Lily Unden. Professeur, artiste-peintre, poète, grande résistante. 1908-1989. Sa vie, son œuvre, ses idéaux (Imprimerie Saint-Paul, Luxembourg 1991), a wide-ranging work that the author dedicated with unchanged affections to her dear ‘Tati’ (term of endearment for ‘tante’, [‘aunt’]); the book includes a wide range of documents and pictures and discloses the image of a great woman, a Luxembourg resistance fighter, almost unknown in Italy (and almost forgotten by the Web as she is only dedicated a brief biography on Wikipedia, in English and in French), a woman who can rightly be considered as one of the founding mothers of Europe, the Europe of women and men, of people, of rights and freedom, the Europe we all want.

Drawing by Lily illustrating the poem Nous nous souvenons… All the pictures, except for n. 5, have been taken from the book by Christiane Schlesser-Knaff Lily Unden. Professeur, artiste-peintre, poète, grande résistante. 1908-1989. Sa vie, son œuvre, ses idéaux (Imprimerie Saint-Paul, Luxembourg 1991).

Lily was the first Luxembourg female citizen to enter Ravensbrϋck concentration camp for women in May 1943: other women followed in the next year, mainly interned as political prisoners, since the female members of the Luxembourg Jewish community who hadn’t taken any other refuge in October 1941, were deported to concentration camps in Eastern Europe, after Luxembourg had been occupied and annexed to The Reich on 10th May 1940, thus violating the country’s permanent neutrality declared in 1867, when the Grand Duchy had gained its independence.Lily never made it clear, but the loss of sovereignty of her country was certainly the main event of her whole life, the occasion which contributed to her life-long choice of freedom and solidarity. Léonie (her first name) was 32 years old: she was born on 26th February 1908 in Longwy-Bas, in France (on the border between Belgium and Luxembourg), daughter of Émile, a Luxembourg steel engineer with Swedish origins, and Justine Thiry, of French aristocratic descent; she was the third of three daughters, after Elvire and Guiguy (Christiane Schlesser’s mother).

The three Unden sisters, Lily is in the middle.

Shortly before the outbreak of the Great War, her family moved to Mϋlhenbach, near the capital city of the Grand Duchy: Lily completed her secondary studies, got a bachelor degree in Fine Arts devoting to painting (in Brussels, Strasbourg, Metz) and could drive a car: Émile Unden let his three daughters obtain a driving licence, on condition that they learned replace tyres and carry out minor repairs for safety reasons. After her father’s death and her sisters’ marriages, Lily looked after her mother until her mother died in 1939; meanwhile, she had become an established artist: she painted portraits, post-impressionist landscapes, still lives (her well-known flower compositions reminiscent of the light of Aix-en-Provence and of Vincent Van Gogh’s brush stroke), displayed her paintings in collective and individual exhibitions starting from the beginning of 1934 until the end of 1938 (she resumed after the end of the war, in 1946).

Lily in front of her family house.

Lily didn’t tell personally about her commitment to the Luxembourg Resistance and her efforts to rescue Jews, about her arrest, her detention and deportation. Maybe - as Christiane Schlesser seemed to understand and as Anna Maria Bruzzone wrote about Lidia Beccaria Rolfi, a Ravensbrϋck Italian survivor - after returning home political prisoners «were often welcomed with indifference, incomprehension, suspicion and sometimes even hostility»: as a matter of fact, if they had stayed home, as “suitable for women”, they wouldn’t have been deported; somehow, they were just asking for trouble. The detailed account of the Resistance period - released by Lily herself – was published by Colonel Rémy, battle name of the French Resistance fighter Gilbert Renault, in Une épopée de la Résistance: en France, en Belgique et au Grand Duché du Luxembourg (serialised from 1975 to 1976), where he defined his friend «un ange de bonté, vénérée de toutes celles de ses compagnes de misère qui l’y ont approchée». And here is her story: marked, if possible, by the timeline of events. On 3rd June 1942 (two years after the forced annexation of Luxembourg) Lily Unden was forbidden from painting after refusing to join the Luxembourg Nazi movement VdB (Volksdeutsche Bewegung), the only political party of the Grand Duchy, and the Kulturkammer, controlled by the Reich.To this regard, Christiane Schlesser remembers hearing ‘Tati’ telling a meaningful anecdote: «It’s a pity you don’t want to join us – regretted an occupier – you really are an Aryan type and our government really needs people like you». When the country was being invaded, the Grand Duchess Charlotte de Luxembourg, with the royal family and the members of the government, placed herself under the protection of France first and later of England where, using Radio London, she broadcast to her homeland, encouraging her people to resist: «Je suis fidèle a ma grande-duchesse» declared Lily, since long in contact with members of the Luxembourg Resistance (who were very many in number until 1944, but disunited and hardly efficient): the LPL (Letzeburger Patriote Liga, founded in September 1940), the LVL (LetzeburgerVolks-Legio’n, founded in June 1941), and the LRL movement (Letzeburger Ro’deLé’w, le ‘Lion rouge luxembourgeois’, born in October 1941). In August 1942, at the same time as the organization of the great general strike in protest of conscription called for on the last day of the month, Lily Unden harboured in her house Albert Meyers, leader of the Ro’deLé’w, for eight weeks and helped him flee to Belgium. She had previously helped a French soldier who had escaped from a prison camp, providing him with civilian clothes and, in order to keep the promise made to a Jewish acquaintance who had escaped to France, she went with her faithful cocker spaniel Sonny to a convent in the North of the country where the elderly members of the Jewish community had been interned, bringing news from the young man to his parents: in order to go unnoticed, she wore a yellow badge on her dress and she miraculously slipped away from a Gestapo inspection, hiding in the coal warehouse, passing to and from under the barbed wire surrounding the building with her little dog in her arms. Once home, she continued «à faire passer en France d’autres Juifs et d’autre prisonniers de guerre français évadés d’Allemagne».

Letter to Lily from the Comptoir Pharmaceutique Luxembourgeois dated 21st February 1963.

Starting in August 1942, Lily was forced by the occupiers to work at the Comptoir Pharmaceutique Luxembourgeois (but she was not allowed to work as a photographer’s assistant or as a driver for the Todt Organization, the main paramilitary Wehrmacht organization), which mainly dealt with glassware washing: she was arrested in the lab by the SS («Wo ist Fraϋlein Unden?») on 3rd November of the same year, in the presence of the executive and of some employees («Cinq revolver pour moi tout seule? Quel honneur!»). Imprisoned and interrogated for some days at Villa Pauly, headquarters of the Gestapo (the Luxembourg ‘Wretched Villa’) in the Grund district in central Luxembourg City, she was later sent to prison in Trier, in Germany (for a few months), to a camp near Köln (for a fortnight) and to other places of detention in Hannover and in Berlin. During her imprisonment she was forced to mend German soldiers’ socks and – as her friend M.me Gengler de Niederkorn told – while performing her tasks she committed minor yet meaningful acts of sabotage: she meticulously sewed patches with neat little stitches, yet so close to the edges of the holes causing sewing to be ineffective; or she inserted hairs into the seam in order to give the soldiers’ itchy feet. And finally, «finalement», in May 1943, Ravensbrϋck. And at this point, Lily concluded her recollections to her friend and comrade Colonel Remy in a few words. «We wearily reached a really high black wall which extended as far as the eye could see – told Lidia Beccaria Rolfi in Le donne di Ravensbrϋck – There was a door on the wall, surmounted by turrets, a lot of women were standing in line to enter the door, while the SS guards counted them». A concentration city, with blocks «all very like one another, black, sad», which of course was impossible to escape due to «the high voltage wires» and «the gun barrels sticking out from the watchtowers around», a city meant «to fit a system which needs herding as many slaves as possible in as small a place as possible in order to reduce costs and increase profits».

The Nazi penal colony of Ravensbrϋck. Map stolen from the Gestapo. A map of Ravensbrϋck by the French artist France Audoul, who was one of the “vingt-sept mille”, the largest group of French female prisoners to enter the camp on 3rd February 1944.The drawing shows the main building on the edge of the lake, with the gate, the shower block and the kitchen, and the Appelplatz. It also shows the gas chamber (gaz) and the crematorium. Close to the southern wall there’s the SS garden; beyond it, there’s the Siemenslager and the warehouses where the property confiscated (marchandises volées) to the prisoners were ordered and kept. Uckermark “Camp d'Extermination” is also clearly indicated, as well as the machine gun posts to the north. On the side of the lake there are the ruins of a small fort (fortin) and the marais, the sandy shore. Taken from Ravensbrϋck: 150.000 femmes en enfer. 32 croquis et portraits faits au camp 1944-1945, 22 compositions et textes manuscrits de France Audoul.

Ravensbrϋck Concentration Camp (located ninety kilometers north of Berlin) was built in 1938 by the order of Heinrich Himmler on his own land; it was opened on 15th May 1939 and it was initially intended to serve as a “reeducation camp” for women: it housed women from Germany, Austria, Czechoslovakia, Poland, the Netherlands, Norway and later from France (and Luxembourg) and Italy, several gypsies, some Jews and many Jehovah’s Witnesses. In the early years of the war the living conditions for the deportees were more acceptable than in other camps: prisoners performed forced labour for Texled (an SS-owned textile factory) making military uniforms or for Siemens (a privately-owned factory) manufacturing high-precision weapons for the war industry. But 1942 was the turning point and Ravensbrϋck was turned into an extermination camp: between 1943 and 1944 until the beginning of 1945 more and more women (mainly civilian prisoners from The Soviet Union) were transported to the camp, selections and unethical medical experiments began and the so called ‘black shipping’ (‘Schwarze Transporte’) sent to their deaths «all the deportees who were sick or unable to work, all the women with gray hair and sores on their legs»; besides, food rations were gradually made more and more meagre and, to make things worse, the weather was freezing. As a consequence, the weakest and oldest inmates died and the camp was provided with a crematory oven and, eventually, with a gas chamber. Lidia Beccaria Rolfi (the author of the previous quote) also wrote: «Jehovah’s Witnesses women carried the ashes from the crematorium to the lake on wheelbarrows and when they the ashes were dumped, the water lapping the shore got gray. Then the gray dust was backwashed off the coast and SS women and children would swim into the gray dust. Ashes of dead people are aseptic. They do not generate pollution».

Lily’s letter to her family from Ravensbrϋck concentration camp (July 1943).

Lily lived as a prisoner in Ravensbrϋck for nearly two years. «Comme la plupart des victimes du nazisme, - Christiane Schlesser pointed out - Lily Unden ne parlait que très rarement de sa captivité». The source of news and episodes involving Lily are to be found in her own scrappy recollections she used to tell her niece and mainly in the memories of other female inmates. She was assigned to work for Texled, and she purposely resumed her acts of sabotage (which was typical of female political prisoners): she sewed buttonholes inaccurately and buttons out of place… Towards the end of her imprisonment, she was given the opportunity to work in an office where she secretly tuned in to Radio London, risking her own life: «From the BBC she learned about the invasion of Normandy and, later in the evening, she reported the news to her mates, thus cheering them up a little bit». Also Lidia Beccaria Rolfi referred to this «important psychological function» when she reported news about the Liberation of Paris, «spread through the invisible wires of ‘radiocamp’ and which (almost) immediately reached the prisoners». And above all, Lily stayed human, performing small acts of solidarity for her mates, who remember Lily’s gentleness and dignity («doceur» e «dignité»), her courage and strength («courage» e «force», as Marie-Louise Pujol-Le Bozec wrote). It was Heinrich Himmler himself, at the beginning of April 1945 (when the number of women of the camp were reduced from 46.000 in February to 11.000), to accept negotiations with the diplomat Folke Bernadotte, representative of the International Red Cross, to release some of the prisoners: the first contingent of French prisoners was released on 3rd April thanks to the Swiss Red Cross, and a second group of French, Belgian, Dutch, Norwegian, Danish (and eighty-four Luxembourg) women left the camp on 23rd April thanks to the Swedish Red Cross. Lily Unden was among them.

In Sweden (May or June 1945). Lily is in the middle of the back row.

After two months in Sweden, on 30th June 1945 Lily came back to Luxembourg, after the country had been liberated by the Americans on 10th September 1944; on 30th April 1945, seven days after her departure, the Red Army finally entered Ravensbrϋck.After the war Lily studied in the United States (between 1947 and 1948), then she began to teach drawing at the École Professionelle de l’ÉtataEsch-sur-Alzette first (from 1949 to 1966), and later at the Lycée Robert Schuman in the capital city (from 1966 to 1973, when she retired): and once again she is remembered as sweet, tolerant, kind («Elle n’a jamais élevé la voix et restait également douce, même avec la plus turbulente d’entre nous», as her former pupil Paulette Cahen-Ackerman described her).

Lily at the Lycée Robert Schuman, Luxembourg (Picture of one of the pupils, M.me M.J. Mandy).

She took care of Isabelle and Yves (her niece Christiane’s children), to whom she wrote and illustrated delicate fairy tales, composed and published poems, mainly about the memory of deportation (among which Livre de Souvenir, in cooperation with Cécile Ries, in 1965). She got back to painting and to display in successful exhibitions; «La peinture m’aide à oublier» she declared on the occasion of the opening of her individual exhibition at the Galerie Bradtké, on 11th November 1961: forgetting sorrow for all the mates who never came back, since «out of a hundred Luxembourg resistance fighters interned at Ravensbrϋck, forty died».

Lily with the Grand Duchesse Charlotte at the exhibition at the Galerie Bradtké (November 1961).

Of some 110.000 women registered in Ravensbrϋck (the registers were adventurously rescued by a group of French prisoners) at least 50.000 of them perished, many others (nearly 40.000) were killed elsewhere, in other extermination camps where they had been transported. From 1945 to her death, occurred on 5th September 1989 in Luxembourg, Lily was president of the Amicale des Concentrationnaires et Prisonnières Politiques Luxembourgeoises.«J’ai oublié ta voix, ta prière et ton nom», she writes in the last stanza of the poem Fraternité:«I forgot your voice, your prayer and your name / But I know that your life, the life you have donated / to your dear Motherland and the entire mankind / is not lost, is not deleted / because it lives and still lives in brotherhood».

Lily with one of her paintings, in her home in Limpertsberg district.

Once more, good fortune has let me come across a wonderful woman, a great resistance fighter, Lily Unden. I knew nothing about her, I only knew she had been deported to Ravensbrϋck: reading about her biography, watching the pictures and scrolling through the documents regarding her life has been breathtaking, a rare privilege. I therefore thank Christiane Schlesser-Knaff, who has offered us all Lily’s biography in the book she dedicated her; Cecilia Cametti and Marcello Campiotti of the Biblioteca Comunale Laudense, who made it possible for me to borrow the book without which this essay would have been but a pale shade; Marion Rockenbrod of the Bibliothèque nationale du Luxembourg; and my friend Ivano Mariconti who translated for me the recollections written in German.