Lydia Sklevicky
Eleonora Camilli



Viola Gesmundo

 

Lydia Sklevicky è stata una storica, antropologa e sociologa, la prima studiosa croata ad affrontare la storia sociale delle donne da una prospettiva femminista. L’operato di Sklevicky è stato unico, per molti aspetti senza eguali, nonostante ancora oggi il suo contributo luminoso e generativo al femminismo, ma anche e soprattutto la sua analisi rivoluzionaria e ante litteram della storia, della sociologia e dell'antropologia, non abbia ottenuto un riconoscimento tale da farle occupare un posto di rilievo nella memoria collettiva e sociale. Nata il 7 maggio 1952 a Zagabria, quando ancora l’odierna Croazia si chiamava Jugoslavia, ha da subito mostrato interesse per le scienze umane e sociali, iniziando la sua attività scientifica presso l'Istituto per la Storia del Movimento operaio croato (Institut za historiju radničkog pokreta Hrvatske), oggi Istituto Croato di Storia, con un progetto dal titolo Aspetti socio-storici dell'attività organizzata e della posizione sociale delle donne in Croazia 1945-1980. Sklevicky è stata la prima nel Paese a svolgere una ricerca sulla storia sociale delle donne, compiendo un’analisi del movimento dalle sue origini fino all'emancipazione, intesa come parte integrante di un processo a lungo termine di cambiamento culturale. Ha conseguito la laurea in Sociologia della cultura presso la facoltà di Filosofia dell’Università di Zagabria, nel 1984, con una tesi dal titolo Donne e potere. La genesi storica di un interesse e, successivamente, ha intrapreso un dottorato di ricerca, con una tesi dedicata a Emancipazione e organizzazione. Il ruolo del Fronte femminile antifascista nei cambiamenti della società post-rivoluzionaria, senza completarla. Nei suoi studi ha analizzato le attività delle donne prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale e il divario tra l’emancipazione proclamata e le perduranti restrizioni ai diritti femminili nel Paese. Ha saputo interpretare con acume e intelligenza critica le dinamiche del cambiamento culturale post-rivoluzionario sviluppando inferenze con la categoria di genere, dalla trasformazione dei valori tradizionali in un mutato contesto sociale alla nascita di una nuova iconografia della femminilità.

I suoi interessi professionali si estendevano dallo studio della storia sociale, attraverso gli studi sulle donne e l'antropologia di genere, al costume e alla politica in generale. Secondo una sua testimonianza, infatti, uno studio più approfondito della cultura simbolica e la creazione di nuovi rituali basati sull’analisi della storia recente avrebbero fornito l’opportunità di approfondire i suoi interessi, raccogliendo materiale e creando una bibliografia antropologica su temi sui quali ha scritto un rito politico e un calendario di costumi, nell’ambito dei progetti del Dipartimento delle dogane dell'Istituto per la ricerca sul folklore, oggi Istituto di etnologia e ricerca sul folklore, in cui ha lavorato a partire dal 15 dicembre 1988 fino alla prematura morte, avvenuta il 21 gennaio 1990 vicino a Donja Dobra, Delnice, a causa di un incidente stradale. Accademica di fine intelletto e cultura, parlava diverse lingue straniere (inglese, tedesco, italiano, francese e spagnolo), faceva parte di associazioni professionali – in modo particolare della Sociological Society of Croatia e la Croatian Etnological Society; tra il 1982 e il 1983 ha coordinato la Sezione “Donne e società” della Società di sociologia della Croazia, di cui era stata socia fondatrice nel 1979, nonché la Sezione di ricerca sulla storia delle donne “Nada Klaić” presso la Società storica di Zagabria, fra il 1984 e il 1985. Ha partecipato regolarmente a convegni scientifici nazionali e internazionali, tenendo conferenze come docente ospite in rinomate università in Croazia e all'estero. Tra i seminari, ha coordinato quello post lauream Donne e lavoro presso il Centro interuniversitario di Dubrovnik (1983) e, nell'ambito del XII Congresso internazionale di Scienze Antropologiche ed Etnologiche-Iuaes (1988), ha co-organizzato il panel dedicato ai problemi recenti relativi all’antropologia di genere. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici su testate nazionali ed estere e si è impegnata nell’attività giornalistica, divenendo una presenza costante in pubblico per più di dieci anni. Con Žarana Papić, ha curato il primo libro di antropologia femminista in Jugoslavia nel 1983, intitolato Verso un’antropologia della donna (Antropologija žene). Alla fine degli anni Ottanta è stata editorialista per la rivista femminile World (Svijet), affrontando numerosi argomenti tra cui l’aborto, il corpo femminile, le streghe e le femministe cosiddette “rispettabili”. Una raccolta postuma del suo lavoro, inclusa la tesi del suo dottorato di ricerca, la citata Emancipazione e organizzazione (Emancipacija i organizacija, Uloga Antifašističke fronte žena u postrevolucionarnim mijenama društva - NR Hrvatska 1945-1953), è stata pubblicata nel 1996 nel volume Cavalli, donne, guerre (Konji, žene, ratovi).

I suoi lavori e progetti sono ancora molto attuali e stimolanti poiché rileggono la storia, quella scritta dagli uomini, da una prospettiva diversa, quella delle donne, attraverso uno sguardo cancellato per troppo tempo dai libri, consegnandoci una prospettiva "altra" per guardare alla vita e al mondo, che ricorda quella teorizzata da Virginia Woolf in uno dei suoi due saggi politici, Tre ghinee, testo fondante la contemporanea riflessione su donne e società. Le donne, escluse dalla storia e dalla società, sono delle estranee – per questo auspicava la fondazione di una Società delle Estranee per aiutare l'umanità a prevenire la guerra – ma questo apparente di meno è in realtà la loro forza: solo l’outsider possiede una prospettiva veramente critica da cui guardare al mondo per migliorarlo, uno sguardo privilegiato che consente di vedere di più proprio perché ne è al di fuori, in ossequio a quel principio della woolfiana fabbrica della conoscenza secondo cui scrivere – ma anche pensare ‒ è un modo di contribuire a trasformare la vita. Con queste parole Virginia Woolf consegna al mondo il più grande dei suoi insegnamenti, ovvero la capacità di trasformare una mancanza, una discriminazione, nel più desiderabile dei valori, cioè la libertà. In questo testo la brillante scrittrice e pensatrice inglese aveva lasciato anche un’altra verità rivoluzionaria: l’oppressione del sesso maschile su quello femminile, il patriarcato, è il germe del fascismo, e più ampiamente di ogni forma di oppressione. Sotto questo profilo è possibile rileggere l’operato di Lydia Sklevicky, la quale aveva focalizzato i suoi studi sul cambiamento sociale innescato dalle donne a partire dalla loro coscienza antifascista. E forse mai come alle società attuali occorre recuperare il contributo di queste figure straordinarie per elaborare un nuovo modello di azione politica basato su un posizione da outsider che permetta di generare pensieri luminosi e differenti, ispirati ai principi di giustizia, uguaglianza e libertà, per tutti gli esseri umani.

 

Traduzione francese
Joelle Rampacci

Lydia Sklevicky est une historienne, anthropologue et sociologue, la première chercheuse croate à aborder l'histoire sociale des femmes dans une perspective féministe. L'œuvre de Sklevicky est unique, à bien des égards inégalée, même si aujourd'hui encore sa contribution lumineuse et générative au féminisme, mais aussi et surtout son analyse révolutionnaire et ante litteram de l'histoire, de la sociologie et de l'anthropologie, n'a pas reçu une reconnaissance suffisante pour occuper une place de choix dans la mémoire collective et sociale. Née le 7 mai 1952 à Zagreb, à l'époque où ce qui est aujourd'hui la Croatie s'appelait encore la Yougoslavie, elle manifeste immédiatement son intérêt pour les sciences humaines et sociales, commençant son activité scientifique à l'Institut de l'Histoire du Mouvement Ouvrier Croate (Institut za historiju radničkog pokreta Hrvatske), aujourd'hui l'Institut croate d'histoire, avec un projet intitulé Aspects socio-historiques de l'activité organisée et de la position sociale des femmes en Croatie 1945-1980. Sklevicky a été la première du pays à mener des recherches sur l'histoire sociale des femmes, analysant le mouvement depuis ses origines jusqu'à l'émancipation des femmes dans le cadre d'un processus à long terme de changement culturel de la société. Sklevicky a obtenu un diplôme en sociologie de la culture à la faculté de philosophie de l'université de Zagreb en 1984, avec une thèse intitulée "Femmes et pouvoir". La genèse historique d'un intérêt, et a ensuite entrepris un doctorat, avec une thèse sur Émancipation et Organisation. Le rôle du Front des femmes antifascistes dans les changements de la société post-révolutionnaire, sans le compléter. Dans ses études, elle a analysé les activités des femmes avant, pendant et après la Seconde Guerre mondiale, ainsi que le décalage entre l'émancipation proclamée et les restrictions persistantes des droits des femmes en Yougoslavie. Elle a su interpréter avec acuité et intelligence critique la dynamique du changement culturel post-révolutionnaire en développant des inférences avec la catégorie du genre, de la transformation des valeurs traditionnelles dans un nouveau contexte social à l'émergence d'une nouvelle iconographie de la féminité.

Ses intérêts professionnels s’étendaient de l'étude de l'histoire sociale, en passant par les études sur les femmes et l'anthropologie du genre, jusqu'au costume et à la politique en général, Selon son témoignage, l'approfondissement de la culture symbolique et la création de nouveaux rituels basés sur l'analyse de l'histoire récente ont été l'occasion d'approfondir ses intérêts, de collecter du matériel et de créer une bibliographie anthropologique sur laquelle elle a écrit un rituel politique et un calendrier des coutumes, dans le cadre des projets du Département des Douanes de l'Institut de recherche sur le folklore, aujourd'hui Institut de recherche sur l'ethnologie et le folklore, dans lequel elle a travaillé du 15 décembre 1988 jusqu'à sa mort prématurée le 21 janvier 1990 près de Donja Dobra, Delnice, à la suite d'un accident de voiture. Universitaire d'une grande intelligence et culture, elle parlait plusieurs langues étrangères (anglais, allemand, italien, français et espagnol), était membre d'associations professionnelles - notamment la Sociological Society of Croatia (Société de sociologie de Croatie) et la Croatian Etnological Society (Société croate d’ethnologie) ; entre 1982 et 1983, elle a coordonné la section “Femmes et société” de la Société de sociologie de Croatie, dont elle était membre fondateur en 1979, ainsi que la section de recherche Nada Klaić sur l'histoire des femmes à la Société historique de Zagreb, entre 1984 et 1985. Elle a régulièrement participé à des conférences scientifiques nationales et internationales et a donné des cours en tant que conférencière invitée dans des universités renommées en Croatie et à l'étranger. Parmi les séminaires internationaux, elle a coordonné le séminaire post lauream ( postuniversitaire) Femmes et travail au Centre interuniversitaire de Dubrovnik (1983), et dans le cadre du douzième congrès international des sciences anthropologiques et ethnologiques - Iuaes (1988), elle a co-organisé le panel consacré aux problèmes récents liés à l'anthropologie du genre. Elle a publié de nombreux articles scientifiques dans des publications nationales et étrangères, et a exercé une activité journalistique, devenant ainsi une présence constante dans le public pendant plus de dix ans. Avec Žarana Papić, elle a codirigé le premier ouvrage d'anthropologie féministe en Yougoslavie en 1983, intitulé Une Antropolologie de la femme (Antropologija žene). À la fin des années 1980, elle est chroniqueuse pour le magazine féminin World - Svijet -, où elle aborde de nombreux sujets tels que l'avortement, le corps féminin, les sorcières et les féministes dites "respectables". Un recueil posthume de ses travaux, dont sa thèse de doctorat Émancipation et organisation : le front antifasciste des femmes et le changement social post-révolutionnaire (République populaire de Croatie 1945-1953) - Emancipacija i organizacija, Uloga Antifašističke fronte žena u postrevolucionarnim mijenama društva (NR Hrvatska 1945-1953), a été publié en 1996 dans le volume Chevaux, femmes, guerres (Konji, žene, ratovi).

Ses œuvres et projets sont toujours très actuels et stimulants, car ils réinterprètent l'histoire, celle écrite par les hommes, à partir d'une autre et différente perspective, celle des femmes, à travers un regard trop longtemps effacé des livres, nous donnant une autre et différente perspective pour regarder la vie dans le monde, rappelant celle que Virginia Woolf a théorisée dans l'un de ses deux essais politiques, Trois guinées, un texte fondateur de la réflexion contemporaine sur les femmes et la société. Les femmes, exclues de l'histoire et de la société, sont des outsiders - c'est pourquoi elle souhaite la fondation d'une société d'outsiders pour aider les hommes à prévenir la guerre - mais ce manque apparent est en fait leur force : seul l'outsider possède une position véritablement critique pour regarder le monde afin de l'améliorer, une perspective privilégiée qui permet de voir plus précisément parce qu'on est en dehors de lui, par respect pour ce principe de la fabrique woolfienne du savoir selon lequel écrire - mais aussi penser - est une manière de contribuer à transformer la vie. Avec ces mots, Virginia Woolf livre au monde le plus grand de ses enseignements, à savoir la capacité de transformer un manque, une discrimination, en la plus désirable des valeurs, à savoir la liberté. Dans ce texte, la brillante écrivaine et philosophe anglaise avait également livré au monde une autre vérité révolutionnaire : l'oppression du sexe masculin sur le sexe féminin, le patriarcat, est le germe du fascisme, et plus largement de toutes les formes d'oppression. À cet égard, il est possible de relire le travail de Lydia Sklevicky, qui a concentré ses études sur le changement social déclenché par les femmes à partir de leur position antifasciste. Et peut-être n'avons-nous jamais eu besoin, comme dans les sociétés modernes, de récupérer la contribution de ces femmes extraordinaires pour élaborer un nouveau modèle d'action politique fondé sur un positionnement extérieur qui nous permette de générer des pensées brillantes et différentes, inspirées par les principes de justice, d'égalité et de liberté, pour tous les êtres humains.

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

Lydia Sklevicky was a historian, anthropologist and sociologist, and the first Croatian scholar to approach the social history of women from a feminist perspective. Sklevicky's work was unique, in many respects unparalleled. But even today her luminous and generative contribution to feminism, but also and above all her revolutionary and ante litteram analysis of history, sociology and anthropology, have not obtained such recognition that they are given a prominent place in collective and social memory. Born May 7, 1952 in Zagreb, when today's Croatia was still part of the former Yugoslavia, she immediately showed interest in the human and social sciences, starting her scientific activity at the Institute for the History of the Croatian Labor Movement (Institut za historiju radničkog pokreta Hrvatske), today the Croatian Institute of History, with a project entitled Socio-historical aspects of the organized activity and social position of women in Croatia 1945-1980. Sklevicky was the first in the country to carry out research on the social history of women, including an analysis of the movement from its origins to its emancipation, understood as an integral part of a long-term process of cultural change in society. Sklevicky graduated in Sociology of Culture from the Faculty of Philosophy of the University of Zagreb in 1984 with a thesis entitled Women and Power - The historical genesis of an interest. Subsequently, she embarked on a research doctorate, with a thesis on Emancipation and Organization -The role of the anti-fascist female front in the changes of post-revolutionary society, without completing it. In her studies she analyzed the activities of women before, during and after the Second World War and the gap between a proclaimed emancipation and the continuing restrictions on women's rights in Yugoslavia. She was able to interpret the dynamics of post-revolutionary cultural change with insight and critical intelligence, by developing inferences within gender categories, from the transformation of traditional values ​​into a new social context, to the birth of a new iconography of femininity.

Her professional interests ranged from the study of social history, through studies of women and gender anthropology, to customs and politics in general. According to her testimony, a more in-depth study of symbolic culture and the creation of new rituals based on the analysis of recent history provided the opportunity to deepen her interests, gathering material and creating an anthropological bibliography on topics on which she wrote, on political customs and a calendar of costumes, as part of the projects of the Customs Department of the Institute for Folklore Research, today the Institute of Ethnology and Folklore Research, She worked there from December 15, 1988 until her untimely death, which occurred on January 21, 1990 near Donja Dobra, Delnice, due to a car accident. An academic of great intellect and culture, she spoke several foreign languages ​​(English, German, Italian, French and Spanish), and she was part of several professional associations - in particular the Sociological Society of Croatia and the Croatian Ethnological Society. Between 1982 and 1983 she coordinated the "Women and Society" section of the Society of Sociology of Croatia, of which she was a founding member in 1979, as well as, between 1984 and 1985, leading the Research Section on the history of women "Nada Klaić" at the Historical Society of Zagreb. She regularly participated in national and international scientific conferences, giving guest lectures in renowned universities in Croatia and abroad. Among international seminars, she coordinated the postgraduate seminar Women and Work at the Interuniversity Center of Dubrovnik (1983), and as part of the 12th International Congress of Anthropological and Ethnological Sciences – ICAES - (1988) she co-organized the panel dedicated to recent problems relating to gender anthropology. She published numerous scientific articles in national and foreign newspapers, and engaged in journalistic activity, becoming a constant public presence for more than ten years. With Žarana Papić, she co-edited the first book on feminist anthropology in Yugoslavia in 1983, entitled Towards an Anthropology of Women (Antropologija žene). In the late 1980s she was a columnist for the women's magazine World (Svijet), addressing numerous topics including abortion, the female body, witches and so-called "respectable" feminists. A posthumous collection of her work, including her PhD thesis - Emancipation and Organization -The role of the anti-fascist female front in the changes of post-revolutionary society (Emancipacija i organizacija, Uloga Antifašističke Fronte žena u postrevolucionarnim mijenama društva - Hrvatska 1945–1953), was published in 1996 in the volume Horses, Women, Wars (Konji, žene, ratovi).

Her works and projects are still very current, and stimulating because they re-read history, the one written by men, from another and different perspective, that of women, through a view that has been erased from books for too long, giving us a different perspective and different look at life in the world, reminiscent of what Virginia Woolf had theorized in one of her two political essays, Three Guineas (1938), the founding text of contemporary reflection on women and society. Women, excluded from history and society, are aliens - this is why she hoped for the foundation of a Society of Strangers to help men prevent war - but this apparent loss is actually their strength - only the outsider possesses a truly critical position from which to look at the world to improve it, a privileged perspective that allows one to see more precisely because she is outside of it, in accordance with that principle of the “Woolfian” knowledge factory according to which writing - but also thinking - is a way to help transform life. With these words Virginia Woolf delivers to the world the greatest of her teachings, namely the ability to transform an exclusion, a discrimination, into the most desirable of values, that is, freedom. In this text, the brilliant English writer and thinker had also delivered to the world another revolutionary truth: the oppression of the male over the female sex, patriarchy, is the germ of fascism, and, more broadly, of every form of oppression. From this point of view it is possible to more deeply understand the work of Lydia Sklevicky, who had focused her studies on the social change triggered by women starting from their anti-fascist position. And perhaps it has never been so necessary as it now is in modern societies, to resurrect the contributions of these extraordinary women, to develop a new model of political action based on an “outsider” positioning that allows the generation of brilliant, diverse thoughts, inspired by the principles of justice, equality and freedom for all human beings.

 

Traduzione spagnola
Daniela Leonardi

Lydia Sklevicky fue una histórica, antropóloga y socióloga, la primera estudiosa croata que abordó la historia social de las mujeres desde una perspectiva feminista. La obra de Sklevicky ha sido única, en muchos aspectos sin igual, y sin embargo su contribución luminosa y generadora al feminismo, y sobre todo su análisis revolucionario y ante litteram de la historia, de la sociología y de la antropología, todavía hoy no ha obtenido un reconocimiento que le permita ocupar un lugar destacado en la memoria colectiva y social. Nació el 7 de mayo de 1952 en Zagreb, cuando la actual Croacia todavía se llamaba Yugoslavia, inmediatamente mostró interés por las ciencias humanas y sociales, iniciando su actividad científica en el Instituto para la Historia del Movimiento obrero croata (Institut za historiju radničkog pokreta Hrvatske), hoy Instituto Croata de Historia, con un proyecto titulado Aspectos socio-históricos de la actividad organizada y la posición social de las mujeres en Croacia 1945-1980. Sklevicky fue la primera en su país en investigar sobre la historia social de las mujeres, realizando un análisis del movimiento desde sus orígenes hasta la emancipación de las mismas, que entendía como parte integrante de un proceso a largo plazo de cambio cultural de la sociedad. Sklevicky se graduó en Sociología de la Cultura en la Facultad de Filosofía de la Universidad de Zagreb en 1984, con una tesis titulada Mujeres y poder. La génesis histórica de un interés, y sucesivamente empezó su tesis de doctorado dedicada a Emancipación y organización. El papel del Frente Femenino Antifascista en los cambios de la sociedad post-revolucionaria, sin completarla. En sus estudios ha analizado las actividades de las mujeres antes, durante y después de la Segunda Guerra Mundial y la brecha entre la emancipación proclamada y las continuas restricciones de los derechos de las mujeres en Yugoslavia. Ha sabido interpretar con perspicacia e inteligencia crítica las dinámicas del cambio cultural post-revolucionario desarrollando inferencias con la categoría de género, desde la transformación de los valores tradicionales en un nuevo contexto social hasta el nacimiento de una nueva iconografía de la feminidad.

Sus intereses profesionales abarcaban desde el estudio de la historia social, a través de los estudios sobre las mujeres y la antropología de género, a las costumbres y a la política en general. En efecto, según su testimonio, un estudio más profundizado de la cultura simbólica y la creación de nuevos rituales basados en el análisis de la historia reciente podría ofrecer la oportunidad de profundizar sus intereses, recogiendo material y creando una bibliografía antropológica sobre temas en los que ha escrito un rito político y un calendario de costumbres, en el ámbito de los proyectos del Departamento de Aduanas del Instituto para la investigación sobre el folclore, actualmente Instituto de Etnología e Investigación del Folclore, en el que trabajó desde el 15 de diciembre de 1988 hasta su muerte prematura, el 21 de enero de 1990, cerca de Donja Dobra, Delnice, a causa de un accidente de coche. Académica de fino intelecto y cultura, hablaba varios idiomas (inglés, alemán, italiano, francés y español), formó parte de varias asociaciones profesionales –en particular de la Sociological Society of Croatia y de la Croatian Etnological Society; entre 1982 y 1983 coordinó la Sección “Mujeres y Sociedad” de la Sociedad de Sociología de Croacia, de la que había sido socia fundadora en 1979, así como la Sección de investigación sobre la historia de las mujeres “Nada Klaić” de la Sociedad histórica de Zagreb, entre 1984 y 1985–. Participó con regularidad a congresos científicos nacionales e internacionales, dictando conferencias como docente invitada en universidades de renombre tanto en Croacia como en el extranjero. Coordinó el seminario internacional Post lauream Mujeres y trabajo en el Centro Interuniversitario de Dubrovnik (1983), y en el ámbito del duodécimo Congreso Internacional de Ciencias Antropológicas y Etnológicas–Iuaes (1988) co-organizó el panel dedicado a los problemas recientes relacionados con la antropología de género. Publicó numerosos artículos científicos y en periódicos nacionales y extranjeros, y participó en la actividad periodística, convirtiéndose en una presencia pública constante durante más de diez años. Con Žarana Papić, coeditó el primer libro de antropología feminista en Yugoslavia en 1983, titulado Hacia una antropología de la mujer (Antropología žene). A finales de los años 80 fue editorialista para la revista femenina World –Svijet– tratando numerosos temas como el aborto, el cuerpo femenino, las brujas y las llamadas feministas “respetables”. Una recolección póstuma de su trabajo, incluyendo su tesis de doctorado Emancipación y organización: el frente antifascista de las mujeres y el cambio social post-revolucionario (República Popular de Croacia 1945-1953) - Emancipacija i organizacija, Uloga Antifašističke fronte žena u postrevolucionarnim mijenama društva (NR Hrvatska 1945-1953), se publicó en 1996 en el volumen Caballos, mujeres, guerras (Konji, žene, ratovi).

Sus publicaciones y proyectos siguen siendo actuales y estimulantes pues vuelven a leer la historia –la escrita por los hombres– desde una perspectiva diferente –la de las mujeres– a través de una mirada borrada de los libros durante demasiado tiempo, ofreciéndonos una perspectiva otra y distinta para mirar la vida en el mundo; recuerda lo que Virginia Woolf había teorizado en uno de sus dos ensayos políticos, Tres guineas, texto que funda la reflexión contemporánea sobre las mujeres y la sociedad. Las mujeres, excluidas de la historia y de la sociedad, son “extrañas” –por eso Wolf deseaba la fundación de una Sociedad de las Extrañas para ayudar a los hombres a prevenir la guerra– pero esto que aparentemente sería “una falta” es en realidad su fuerza: sólo quien es outsider posee un posicionamiento realmente crítico desde el cual mirar el mundo para mejorarlo, una perspectiva privilegiada que permite ver más precisamente porque está fuera, en conformidad con ese principio de la woolfiana fábrica del conocimiento según el cual escribir –pero también pensar– es un modo de ayudar a transformar la vida. Con estas palabras Virginia Woolf entrega al mundo la mayor de sus enseñanzas, es decir, la capacidad de transformar una falta, una discriminación, en el más deseable de los valores, es decir, la libertad. En este texto la brillante escritora y pensadora inglesa había entregado al mundo también otra verdad revolucionaria: la opresión del sexo masculino sobre el femenino, el patriarcado, es el germen del fascismo, y más ampliamente que cualquier forma de opresión. A este respecto, es posible releer el trabajo de Lydia Sklevicky, que había centrado sus estudios en el cambio social provocado por las mujeres desde su posición antifascista. Y quizás más que nunca en las sociedades modernas es necesario recuperar la contribución de estas mujeres extraordinarias para elaborar un nuevo modelo de acción política basado en un posicionamiento de outsider que permita generar pensamientos luminosos y diferentes, inspirados en los principios de justicia, igualdad y libertad para todos los seres humanos.

 

Agnodice
Marta Vischi



Viola Gesmundo

 

Nonostante la scarsità delle fonti circa la storia di Agnodice, giovane ateniese del IV secolo a.C., la sua vita e le sue vicende sono arrivate fino a noi viaggiando su antichi manoscritti e libri per più di duemila anni. Ciò che sorprende di più di questa straordinaria donna dell’Antica Grecia è sicuramente la sua passione per la medicina che l’ha spinta a combattere le convenzioni sociali pur di poter esercitare la professione medica. Si narra infatti che Agnodice abbia deciso di travestirsi per mesi da uomo pur di frequentare la scuola di medicina di Atene. Una volta appresa l’arte medica, accade un episodio interessante. La giovane infatti è chiamata ad assistere una donna che rifiuta qualsiasi aiuto da parte della medica —in quanto la crede un uomo — e non vuole assolutamente farsi visitare per la vergogna. Di fronte a questa donna pudica e imbarazzata Agnodice compie la scelta di rivelare il suo segreto e confessa alla paziente di essere anche lei una donna, guadagnandosi in questo modo la sua totale fiducia e disponibilità. In città si sparge la voce e da quel momento tutte le donne vogliono farsi visitare da Agnodice, mantenendo ovviamente il segreto sull’identità della ragazza. I medici della città, sospettosi, notando che le donne non si rivolgono più a loro, accusano Agnodice pubblicamente di sedurre le pazienti. È questo secondo loro l'unico motivo per cui le ateniesi si rivolgono al medico così bravo. Il processo presso l’Aeropago di Atene è lungo e dibattuto ma alla fine la moltitudine dei medici riesce a far condannare la povera Agnodice per seduzione e infrazione al giuramento di Ippocrate. La giovane è pertanto con le spalle al muro e non può fare altro che confessare pubblicamente e svelare la sua femminilità a tutti. L’indignazione dei medici e dell’Aeropago è massima e, dopo averla inevitabilmente assolta dall’accusa di seduzione, la condannano comunque in quanto donna. Ed è qui che questa storia riserva un colpo di scena. Le ateniesi infatti, udita la sentenza, si rivoltano in massa e minacciano di uccidersi tutte se Agnodice non verrà rilasciata. Di fronte a questa insurrezione al femminile l’Aeropago e la democratica città di Atene non possono far altro che salvare la competente medica. È in tal modo che, secondo Gaio Giulio Igino, l’unico storico a raccontarci di lei, nascono la ginecologia e l’ostetricia, due scienze mediche esclusivamente destinate alle donne. E a fondarle è stata proprio lei, Agnodice di Atene nel IV secolo a.C.

Ma Agnodice non è solo, secondo alcune fonti, la prima ginecologa della storia; la giovane donna infatti è un primissimo esempio di quello che oggi modernamente chiamiamo crossdressing. Per chi non lo sapesse il crossdressing letteralmente significa "vestire in modo opposto", abitudine di indossare per svariati motivi abiti che in un determinato ambito socio-culturale sono comunemente associati al genere opposto al proprio. La medica si veste da uomo per accedere ad un qualcosa che le convenzioni sociali le negano in quanto donna. La letteratura, la filmografia e l’arte in genere sono ormai ricche di esempi di questo tipo, ma la storia di Agnodice risulta essere una delle prime attestazioni. È infatti sempre affascinante la storia di una di noi che sfida le regole della società per un obiettivo più grande. Realtà o leggenda, semplicità o retorica, questo è quello che raccontano della giovane ateniese, che sarà stata di ispirazione per molte giovani. La vita di Agnodice risulta tuttavia attuale anche per le donne di oggi e permette una riflessione più profonda. Quante di noi infatti, soprattutto in ambito accademico, scientifico o lavorativo, si nascondono dietro un nome al maschile per accedere ad un determinato ruolo? Quante preferiscono ‘vestirsi’ del nome di avvocato, magistrato, medico, architetto per poter dare la giusta importanza alle proprie mansioni? Sono passati 2400 anni ma siamo ancora in difficoltà nel metterci a nudo in quanto donne e a farci chiamare con i nostri ‘abiti’ al femminile: avvocata, magistrata, medica, architetta. Anche noi, un po' come Agnodice, ‘vestiamo’ abiti o nomi maschili per sentirci — forse inconsapevolmente — più sicure ed autorevoli. Pertanto, forse, non viviamo ancora in un’epoca in cui possiamo realmente ‘svestirci’ e sentirci noi stesse, libere e fiere di poter svolgere le nostre professioni al meglio. La strada verso la parità è molto lunga, ma la speranza è che non passino migliaia di anni.

 

Traduzione francese
Piera Negri

Malgré la rareté des sources sur l'histoire d'Agnodice, un jeune Athénien du IVe siècle av., sa vie et ses événements nous sont parvenus en voyageant sur des manuscrits et des livres anciens depuis plus de deux mille ans. Ce qui surprend le plus chez cette femme extraordinaire de la Grèce antique, c'est certainement sa passion pour la médecine qui l'a amenée à combattre les conventions sociales afin de pouvoir pratiquer la médecine. En effet, on dit qu'Agnodice a décidé de se déguiser en homme pendant des mois afin de fréquenter la faculté de médecine d'Athènes. Une fois qu’elle avait appris l'art de la médecine, il se produit un épisode intéressant. La jeune femme est appelée au secours d'une femme qui refuse toute aide du médecin – car elle la croit un homme - et ne veut absolument pas se faire examiner pour honte. Face à cette femme modeste et embarrassée, Agnodice fait le choix de dévoiler son secret et avoue à la patiente qu'elle aussi est une femme, gagnant ainsi sa totale confiance et disponibilité.La nouvelle se répand dans la ville et à partir de ce moment, toutes les femmes veulent recevoir la visite d'Agnodice, gardant évidemment secrète l'identité de la jeune fille. Les médecins de la ville, méfiants, constatant que les femmes ne se tournent plus vers eux, accusent publiquement Agnodice de séduire les patientes. Selon eux, c'est la seule raison pour laquelle les Athéniennes se tournent vers un si bon médecin. Le procès à l'Aéropage d'Athènes est long et débattu, mais finalement la multitude de médecins a réussi à condamner la pauvre Agnodice pour séduction et violation du serment d'Hippocrate. La jeune femme est donc dos au mur et ne peut que se confesser publiquement et révéler sa féminité à tout le monde. L'indignation des médecins et de l'Aéropage est maximale et, après l'avoir inévitablement acquittée de l'accusation de séduction, ils la condamnent quand même en tant que femme. Et c'est là que cette histoire réserve un coup de théâtre. Les Athéniennes en effet, ayant entendu la sentence, se révoltent en masse et menacent de se tuer toutes si Agnodice n'est pas libérée. Face à cette insurrection féminine, l'Aéropage et la ville démocratique d'Athènes ne peuvent que sauver le femme-médecin- compétente. C’est ainsi que, selon Gaius Giulio Igino, le seul historien à nous parler d'elle, sont nées la gynécologie et l'obstétrique, deux sciences médicales exclusivement destinées aux femmes. Et c'est elle qui les a fondées, Agnodice d'Athènes au IVe siècle a.v.

Mais Agnodice n'est pas seulement, selon certaines sources, la première gynécologue de l'histoire ; la jeune femme est en effet un exemple très précoce de ce que nous appelons aujourd'hui le crossdressing. Pour les non-initiés, le crossdressing signifie littéralement « s'habiller à l'envers », habitude de porter des vêtements pour diverses raisons qui, dans un contexte socio-culturel spécifique, sont communément associées au genre opposé au sien. La femme-médecin s'habille en homme pour accéder à quelque chose que les conventions sociales lui refusent en tant que femme. La littérature, la filmographie et l'art en général regorgent aujourd'hui d'exemples de ce type, mais l'histoire d'Agnodice en est une des premières attestations. En effet, c’est toujours fascinante l'histoire de l'une d'entre nous qui défie les règles de la société pour un plus grand objectif. Réalité ou légende, simplicité ou rhétorique, voilà ce qu'ils racontent de la jeune Athénienne, qui aura été une inspiration pour de nombreuses jeunes. La vie d'Agnodice est également actuelle pour les femmes d'aujourd'hui et permet une réflexion plus approfondie. En effet, combien d'entre nous, notamment dans le monde universitaire, scientifique ou professionnel, se cachent derrière un nom masculin pour accéder à un certain rôle ? Combien préfèrent « s'habiller » au nom d'avocat, de magistrat, de médecin, d'architecte pour donner l'importance qu'il faut à leurs fonctions ? 2400 ans ont passé mais nous sommes toujours en difficulté à nous mettre nues en tant que femmes et à être appelées avec nos « habits » féminins : avocate, magistrate, femme médecin, architecte. Nous aussi, un peu comme Agnodice, « portons » des vêtements ou des noms d'hommes pour nous sentir - peut-être involontairement - plus confiants et autoritaires. C'est pourquoi, peut-être, nous ne vivons pas encore à une époque où nous pouvons vraiment nous « déshabiller » et nous sentir libres et fiers de pouvoir exercer pleinement nos métiers. La route vers l'égalité est très longue, mais l'espoir est qu’ils ne passeront pas des milliers d'années.

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

Despite the scarcity of sources about the history of Agnodice, a young Athenian woman of the fourth century BC, her life and stories have come down to us, from more than two thousand years in the past, through ancient manuscripts and books. What is most surprising about this extraordinary woman from Ancient Greece is her overwhelming passion for medicine, a passion that led her to fight social conventions in order to be able to practice medicine. We learn, through this history, that Agnodice had decided to disguise herself as a man for months in order to attend the medical school in Athens. Once she had learned the arts of medicine, an interesting episode occurred. Agnodice (in her capacity as a “male” doctor) was called to assist a woman who had refused any medical help. Discovering that the modest and embarrassed woman had refused help because she was ashamed to be examined by a male doctor, Agnodice made the decision to reveal her secret, and confessed to the patient that she too was a woman, thus earning the woman’s total trust and acceptance. Word spread in the city, and from that moment the women of Athens wanted to be seen by Agnodice, while still having to keep her identity as a woman a secret. The doctors of the city, suspicious, noting that women no longer turned to them, publicly accused Agnodice of seducing patients. According to them, this could be the only reason why Athenian women would so uniformly turned to one particular doctor. A trial followed at the at the Aeropago, a high rock promontory in Athens that was the site of a court of the same name that dealt with serious crimes. The trial was long and contentious, but in the end the male doctors succeeded in having poor Agnodice condemned for seduction, and for violation of the Hippocratic oath. With her back to the wall, there was nothing the young woman could do except publicly confess to her deception and reveal her femininity. The indignation of the doctors and the Aeropago was intense and, despite having to acquit her of the charge of seduction, they condemned her as a woman. And this is where this story holds a twist. Athenian women, having heard the sentence, revolt en masse and threatened to kill themselves if Agnodice was not freed. Faced with this female insurrection, the Aeropago and the democratic city of Athens could not help but accept this competent doctor. In this way, according to Gaius Giulio Igino, the historian who relates her story, gynecology and obstetrics were born, two medical sciences exclusively intended for women. And it was Agnodice of Athens, in the 4th century BC, who founded them.

But Agnodice is not only, according to some sources, the first gynecologist in history – she was also a very early example of what we now call “crossdressing.” For the uninitiated, crossdressing literally means "to dress in the opposite way" – the practice of wearing clothes for various reasons that in a specific socio-cultural context are commonly associated with the opposite gender to one's own. Agnodice, as a doctor, dressed as a man to access something that social conventions denied to her as a woman. Literature, filmography and art in general are now full of such examples, but the story of Agnodice is one of the earliest. And the story of one of us who challenges the rules of society for a greater goal is always fascinating. Reality or legend, the dramatic story of this young Athenian woman would become an inspiration for many young people. However, Agnodice's life is also relevant for today's women and allows for deeper reflection. How many of us, especially in academia, science or work, hide behind a masculine name to access a certain role? How many women choose to “dress up” in the role of a lawyer, magistrate, doctor, or architect in order to give due importance to their presence? Two thousand four hundred years have passed, but we are still struggling to reveal ourselves as women, and to be called, with our feminine “clothes”, a lawyer, magistrate, doctor, or architect. We too, a bit like Agnodice, wear “men's clothes” or names to feel - perhaps unwittingly - more confident and authoritative. Therefore, perhaps, we do not yet live in an era in which we can really shed the “uniforms” and feel ourselves, free and proud to be able to carry out our professions to the fullest. The road to equality is very long, but the hope is that thousands more years will not have to pass.

 

Traduzione spagnola
Federica Agosta

No obstante la escasez de fuentes acerca de la historia de Agnódice, joven ateniense del siglo IV a.C., su vida y sus vicisitudes han llegado hasta nuestros días viajando por medio de antiguos manuscritos y libros durante más de dos mil años. Lo más sorprendente de esta increíble mujer de la Grecia antigua es sin duda alguna su pasión por la medicina, que la empujó a luchar contra las convenciones sociales con tal de ejercer la profesión médica. Se narra que Agnódice decidió disfrazarse de hombre durante varios meses para poder asistir a la escuela de medicina de Atenas. Una vez aprendida el arte médica, ocurrió algo interesante. A la joven le pidieron que asistiera a una mujer pero esta que rechazaba su ayuda –en cuanto creía que era un hombre– y no dejaba visitar por la vergüenza. En presencia de esta mujer, púdica e incómoda, Agnódice tomó la decisión de revelar su secreto y le confesó a la paciente que también ella era una mujer, ganándose así su plena confianza y disponibilidad. En la ciudad corre la voz y a partir de aquel momento todas las mujeres quieren que las visite Agnódice, guardando por supuesto el secreto acerca de la identidad de la mujer. Los médicos de la ciudad, desconfiados, al notar que las mujeres ya no se dirigen a ellos, acusan públicamente a Agnódice de seducir a las pacientes. Esta es la razón, según ellos, por la cual las atenienses se dirigen a un médico tan competente. El proceso en el Areópago de Atenas es largo y muy controvertido, sin embargo, al final, la multitud de médicos consigue que condenen a la pobre Agnódice por seducción e infracción del juramento hipocrático. Por lo tanto la joven se ve entre la espada y la pared y no tiene más remedio que confesar públicamente y desvelar su feminidad a todos los presentes. La indignación de los médicos y del Areópago es máxima y, tras haberla ineludiblemente absuelto del cargo de seducción, de todas maneras la condenan en cuanto mujer. Y aquí donde su historia oculta un golpe de efecto. En efecto, tras haber escuchado la sentencia, las atenienses se rebelan en masa y todas ellas amenazan con quitarse la vida si no ponen en libertad a Agnódice. Frente a semejante insurrección de las mujeres, el Areópago y la democrática ciudad de Atenas no pueden sino salvar a la experta médica. De este modo, según Cayo Julio Higino, el único historiador que nos cuenta su vida, nacen la ginecología y la obstetricia, dos ciencias médicas destinadas exclusivamente a las mujeres. Y la fundadora de ambas ciencias fue la justamente ella, Agnódice de Atenas en el siglo IV a.C.

Sin embargo, según algunas fuentes, Agnódice no es meramente la primera ginecóloga de la historia; en efecto la joven fue precursora de lo que hoy en día se denomina crossdressing. Para quien desconozca este término, crossdressing significa literalmente “vestirse con lo opuesto”, es decir la costumbre de llevar, por diferentes razones, un vestuario que en un determinado ámbito socio-cultural se asocia comunemente al género opuesto respecto al propio. La médica lleva ropa masculina para acceder a algo que las convenciones sociales le niegan en cuanto mujer. La literatura, la filmografía y el arte en general ya están llenos de ejemplos semejantes, pero la historia de Agnódice resulta uno de los primeros testimonios en este sentido. En efecto, la historia de una de nosotras que desafía las normas sociales para alcanzar un objetivo más grande siempre suscita fascinación. Realidad o leyenda, sencillez o retórica, eso es lo que se cuenta acerca de la joven ateniense que sin duda habrá sido de inspiración para muchas jóvenes. Sin embargo, la vida de Agnódice sigue siendo actual para las mujeres de nuestros días y permite una reflexión más honda. ¿Cuántas de nosotras, efectivamente, sobre todo en ámbito académico, científico o laboral, se esconden tras un nombre masculino para acceder a una determinada posición? ¿Cuántas prefieren “vestirse” con el nombre de abogado, magistrado, médico o arquitecto para poder atribuir la adecuada importancia a su profesión? Han pasado 2400 años y todavía nos resulta difícil poner al descubierto nuestra identidad en cuanto mujeres y hacernos llamar con nuestro “vestuario” femenino: abogada, magistrada, médica, o arquitecta. Nosotras también, al igual que Agnódice, “llevamos” ropa o nombres masculinos para sentirnos –acaso incoscientemente– más seguras y autorizadas. Por lo tanto, quizás, todavía no vivimos en una época en que podamos de veras “desnudarnos” y sentirnos nosotras mismas, libres y orgullosas de poder ejercer nuestras profesiones del mejor modo. El camino por y para la igualdad es todavía muy largo, pero la esperanza es que no pasen miles de años.

 


Lunedi 31 Gennaio 2022 - ore 21:00

Si terrà un incontro della Conferenza delle Donne della provincia di Lecco: Le strade della parità

Sabato 22 Gennaio 2022

Durante la seconda giornata del Congresso Donne e Scienza, la vicepresidente Tf Danila Baldo porterà l'esperienza dell'associazione Toponomastica femminile nella discussione del panel dedicato alle associazioni attive su scienza e questioni di genere (vedi https://donnescienza2022.nano.cnr.it/ )

13 Gennaio 20211 - ore 18:30 - Il salotto casertano

Dalla storia del restauro, effettuato dall’attuale proprietaria Pina Elvira Russo Scalzone, del giardino della marchesa Luisa Cocozza di Montanara, un luogo incantato all’interno di uno splendido palazzo d’epoca aragonese, dove Pasolini nel 1969 girò la novella “Riccardo e Caterina” del suo Decameron, alla gola vulcanica ischitana, sul promontorio di Zaro, resa un eden da Susana Gil Passo Walton. Moglie del musicista Sir William Walton, donna ospitale e raffinata ha fatto della casa e del giardino, che hanno visto passare ospiti illustri come Laurence Olivier, Luchino Visconti, Von Karajan e Maria Callas, un luogo dedicato alla musica e al verde creando la Fondazione Walton e la Mortella.

Aletta Jacobs
Ester Rizzo



Viola Gesmundo

 

Aletta Henriette Jacobs si rese protagonista, insieme a Jane Addams, di un’impresa compiuta nel lontano 1915 e quasi cancellata dalla storia. Nell’aprile di quell’anno si svolse a L’Aja il Congresso Internazionale delle donne in cui si riunirono 1136 delegate di dodici diverse nazionalità ed altre migliaia di donne provenienti da tutta Europa. Fu una manifestazione imponente se consideriamo costi e difficoltà oggettive degli spostamenti in quei tempi. Il Congresso era incentrato su due punti focali: il suffragio femminile e l’uso di arbitrati neutrali per risolvere le controversie internazionali. Aletta e Jane bussarono alle porte di tutti i capi di Stato e ministri europei per proporre la costituzione di una commissione di esperti con lo scopo primario di far cessare la Prima guerra mondiale non per armistizio ma per mutuo accordo. La storia ci ha poi raccontato come questa saggia richiesta non venne accolta. Aletta venne alla luce in una piccola cittadina dei Paesi Bassi, Sappeneer, il 9 febbraio del 1854, in seno ad una famiglia ebraica e fu l’ottava di ben undici tra figli e figlie. Fino a tredici anni frequentò la scuola del villaggio e, subito dopo, le fu imposto di apprendere l’arte del cucito e di iniziare a lavorare come apprendista sarta. Obbedì, ma dopo pochi giorni si rifiutò categoricamente affermando che lei non voleva frequentare una “scuola per signorine” ma voleva continuare a studiare al pari dei suoi coetanei maschi. Pur a malincuore i genitori acconsentirono a farle proseguire gli studi ma rigorosamente a casa. Sua madre le insegnò il francese ed il tedesco ed il padre il greco ed il latino. Fu proprio la professione medica paterna che le fece accendere la passione e l’interesse per la medicina. Il suo carattere indipendente le procurò molti fastidi anche nella quotidianità della vita: ad esempio era considerata scandalosa perché amava pattinare e questa era un’attività ritenuta inadatta ad una donna perché le permetteva di muoversi, da sola, in giro per la città. Un giorno fu molestata da un uomo, riuscì a fuggire e subito chiese aiuto al primo poliziotto incontrato: fu liquidata con l’ammonimento di rimanere a casa per evitare tali inconvenienti.

Nel 1870 conseguì un diploma in Farmacia e poi, contro il parere di tutti e di tutte, si iscrisse all’Università di Groningen, ovviamente nella facoltà di Medicina. Con questa scelta sfidò le convenzioni sociali dell’epoca. Proseguì il suo percorso universitario fino ad arrivare, nel 1878, alla laurea con la tesi Sulla locazione dei sintomi fisiologici e patologici del cervello. Non fu facile perché l’intero ambiente universitario le era ostile non accettandola in quanto donna ma Aletta diventò una “donna da primato”: fu infatti la prima olandese a laurearsi in Medicina. Lavorò in diversi ospedali di Londra dove incontrò un’altra prima donna: Elizabeth Garrett Anderson, la prima medica d’Inghilterra. Affrontando vari sacrifici riuscì ad aprire una propria clinica medica iniziando a curare le donne povere e bisognose di Amsterdam, le operaie ed in particolare le prostitute. Il contatto con quest’ultime le permise di conoscere e studiare le malattie a trasmissione sessuale e, al contempo, si sviluppò in lei una feroce avversione contro tale attività, che definiva una vergogna legalizzata. Quando i suoi colleghi medici sostenevano che le prostitute erano necessarie alla “salute fisica degli uomini”, lei prontamente ribatteva che allora avrebbero dovuto destinare le loro figlie a questa professione data la nobiltà del ruolo di custodi della salute maschile. Aletta si occupò del problema del controllo delle nascite distribuendo il ”mensinga pessary”, una sorta di diaframma per evitare le gravidanze indesiderate. Ovviamente la accusarono di interferire con “i piani di Dio” e di incoraggiare il sesso al di fuori del matrimonio ma lei non se ne curò. Nel 1903 abbandonò la professione medica per dedicarsi alla causa del diritto di voto alle donne, diventando presidente dell’Associazione delle suffragette olandesi. Fu una delle fondatrici della Women’s International League for Peace and Freedom ed una delle organizzatrici del Congresso internazionale del 1915.



Tra le sue pubblicazioni ricordiamo un testo che per la prima volta descriveva l’anatomia femminile e il suo apparato riproduttivo con tavole esplicative ed un altro in cui affrontava il tema dell’indipendenza economica delle donne e della pianificazione familiare Lottò anche contro le molestie e gli abusi sessuali che le lavoratrici subivano svolgendo le loro mansioni. Con pazienza certosina, durante la vita raccolse libri, pamphlet e giornali riguardanti il movimento femminista ed ancora oggi questa raccolta è considerata la più ricca ed interessante esistente su tale tematica. Pare di vederla raccogliere e assembleare con cura ed amore tutto quel materiale che rappresentava, passo dopo passo, il percorso dell’emancipazione femminile: la lotta di tutta la sua esistenza Venne a mancare a Baarn, nella provincia di Utrecht, il 10 agosto del 1929 quando in Olanda le donne avevano già ottenuto il diritto di voto da dieci anni. Porta il suo nome l’asteroide 69231 ed una targa apposta nella casa di Amsterdam dove visse la ricorda. Oggi, in Olanda, ogni due anni viene assegnato il premio Aletta Jacobs dall’Università di Groningen ad una donna contemporanea che abbia compiuto sforzi significativi per l’emancipazione femminile. «Sono sicura che non abbiamo vissuto per niente. Abbiamo svolto il nostro compito e possiamo andarcene da questo mondo nella convinzione che lo lasceremo in una forma migliore di quella in cui l’abbiamo trovato».

 

Traduzione francese
Joelle Rampacci

Avec Jane Addams, Aletta Henriette Jacobs a réalisé en 1915 un exploit qui a presque été effacé de l'histoire. En avril de cette année-là, le Congrès international des femmes s'est tenu à La Haye, réunissant 1136 déléguées de douze nationalités différentes et des milliers d'autres femmes de toute l'Europe. C'était un événement impressionnant si l'on considère les coûts et les difficultés objectives du voyage à l'époque. Le congrès s'est concentré sur deux questions principales : le suffrage des femmes et le recours à l'arbitrage neutre pour résoudre les conflits internationaux. Aletta et Jane frappent à la porte de tous les chefs d'État et ministres européens pour proposer la création d'une commission d'experts dont le but premier est de mettre fin à la Première Guerre mondiale non pas par un armistice mais par un accord mutuel. L'histoire nous raconte comment cette sage requête n'a pas été accordée. Aletta est née dans une famille juive le 9 février 1854 à Sappeneer, une petite ville des Pays-Bas, et était la huitième de onze fils et filles. Jusqu'à l'âge de treize ans, elle a fréquenté l'école du village et, peu après, elle a dû apprendre l'art de la couture et commencer à travailler comme apprentie couturière. Elle a obéi, mais après quelques jours, elle a refusé catégoriquement, déclarant qu'elle ne voulait pas fréquenter une "école pour jeunes filles", mais voulait continuer à étudier comme ses camarades masculins. À contrecœur, ses parents ont accepté qu'elle poursuive ses études, mais strictement à la maison. Sa mère lui a enseigné le français et l'allemand et son père le grec et le latin. C'est la profession médicale de son père qui a éveillé sa passion et son intérêt pour la médecine. Son caractère indépendant lui a valu de nombreux désagréments, même dans la vie de tous les jours : par exemple, elle était considérée comme scandaleuse parce qu'elle aimait le patinage, une activité jugée inadaptée pour une femme car elle lui permettait de se déplacer seule dans la ville. Un jour, elle a été harcelée par un homme, a réussi à s'échapper et a immédiatement demandé de l'aide au premier policier qu'elle a rencontré : elle a été renvoyée avec un avertissement de rester à la maison pour éviter de tels désagréments.

En 1870, elle obtient un diplôme de pharmacie puis, contre l'avis de tous, s'inscrit à l'université de Groningue, à la faculté de médecine bien sûr. Par ce choix, elle a défié les conventions sociales de l'époque. Elle poursuit ses études jusqu'à l'obtention de son diplôme en 1878 avec sa thèse sur la localisation des symptômes physiologiques et pathologiques du cerveau. Ce n'était pas facile, car tout l'environnement universitaire lui était hostile et ne l'acceptait pas en tant que femme, mais Aletta est devenue une "femme à records" : elle a été la première Néerlandaise à obtenir un diplôme de médecine. Elle a travaillé dans plusieurs hôpitaux de Londres où elle a rencontré une autre première femme : Elizabeth Garrett Anderson, la première femme médecin d’Angleterre. Au prix de nombreux sacrifices, elle parvient à ouvrir sa propre clinique médicale et commence à soigner les femmes pauvres et nécessiteuses d'Amsterdam, les ouvrières et, en particulier, les prostituées. Son contact avec les prostituées lui a permis de connaître et d'étudier les maladies sexuellement transmissibles, tout en développant une aversion farouche pour cette activité, qu'elle qualifie de honte légalisée. Lorsque ses collègues médecins soutenaient que les prostituées étaient nécessaires à la "santé physique des hommes", elle s'empressait de rétorquer qu'ils devaient affecter leurs filles à cette profession en raison de leur noble rôle de gardiennes de la santé masculine. Aletta a abordé la question du contrôle des naissances en distribuant le "mensinga pessary", une sorte de diaphragme pour prévenir les grossesses non désirées. Naturellement, on l'a accusée d'interférer avec les "plans de Dieu" et d'encourager les relations sexuelles hors mariage, mais elle s'en moque. En 1903, elle abandonne son cabinet médical pour se consacrer à la cause du droit de vote des femmes et devient présidente de l'association néerlandaise des suffragettes. Elle est l'une des fondatrices de la Ligue internationale des femmes pour la paix et la liberté et l'une des organisatrices du Congrès international de 1915.

Ses publications comprennent un texte qui décrit pour la première fois l'anatomie féminine et le système reproducteur avec des tableaux explicatifs et un autre qui aborde la question de l'indépendance économique des femmes et du planning familial. Elle a également lutté contre le harcèlement et les abus sexuels dont sont victimes les travailleuses dans le cadre de leur travail. Avec une patience minutieuse, elle a rassemblé des livres, des brochures et des journaux sur le mouvement féministe au cours de sa vie, et aujourd'hui encore, cette collection est considérée comme la plus riche et la plus intéressante sur le sujet. C'est comme si on pouvait la voir collecter et assembler avec soin et amour tout le matériel qui représente, étape par étape, le chemin de l'émancipation des femmes : le combat de toute sa vie. Elle est morte à Baarn, dans la province d'Utrecht, le 10 août 1929, à une époque où les femmes aux Pays-Bas avaient déjà le droit de vote depuis dix ans. L'astéroïde 69231 porte son nom et une plaque dans la maison d'Amsterdam où elle a vécu la commémore. Aujourd'hui, tous les deux ans aux Pays-Bas, le prix Aletta Jacobs est décerné par l'université de Groningue à une femme contemporaine qui a fait des efforts significatifs pour l'émancipation des femmes. "Je suis sûre que nous n'avons pas vécu pour rien. Nous avons fait notre devoir et nous pouvons quitter ce monde avec la conviction que nous le laisserons dans un meilleur état que nous l'avons trouvé."

 

Traduzione inglese
Chiara Celeste Ryan

In 1915, Aletta Henriette Jacobs, together with Jane Addams, was responsible for a feat that has now almost been erased from history. In April of that year, the International Women's Congress was held in The Hague, bringing together 1,136 delegates of twelve different nationalities and thousands of women from all over Europe. It was an impressive event considering the costs and the difficulties of travelling at the time. The Congress focussed on two issues: women’s suffrage and the use of neutral arbitration to resolve international disputes. Aletta and Jane knocked at the doors of all the European heads of state and ministers proposing the establishment of a commission of experts with the primary aim of ending the First World War, not with an armistice but by mutual agreement. Through the annals of history we know that this wise request was not granted. Aletta, the eighth of eleven children, was born into a Jewish family on 9 February 1854 in Sappeneer, a small town in the Netherlands. Until the age of thirteen she attended the village school and was then required to learn the art of needlework and to begin working as an apprentice seamstress. She obeyed, but after just a few days she categorically refused, stating that she did not want to attend a “school for young women”, but wanted to continue studying on an equal footing with her male peers. Reluctantly, her parents agreed to let her continue her studies, but strictly at home. Her mother taught her French and German and her father Greek and Latin. Her passion and interest in medicine had been sparked by her father’s profession as a doctor. Her independent character led to many inconveniences in her daily life: for example, the fact that she loved to skate was considered scandalous as this was an activity considered unsuitable for a woman and because it allowed her to move around the city on her own. One day a man harassed her, but she managed to escape. She immediately asked the first policeman she met for help, but was sent away with a warning to stay at home to avoid such troubles.

In 1870, she obtained a diploma in Pharmacy and then, against everyone’s advice, enrolled at the University of Groningen, in the Faculty of Medicine naturally. With this choice she defied the social conventions of the time. She continued her studies until she graduated in 1878 with her thesis On the Localization of Physiological and Pathological Symptoms in the Cerebrum. It was not easy because the entire university environment was hostile and did not accept her because she was female, but Aletta became a “record-breaking woman”: she was the first Dutch woman to graduate in medicine. She worked in several hospitals in London where she met another first lady: Elizabeth Garrett Anderson, England’s first female doctor. Overcoming many hurdles, she managed to open her own medical practice and began treating poor and needy women in Amsterdam, assisting workers and, in particular, prostitutes. Through her contact with the latter she learnt about and then studied sexually transmitted diseases. She developed a fierce aversion to this activity, which she called a legalised disgrace. When her medical colleagues argued that prostitutes were necessary for “men’s physical health”, she was quick to retort that they should have their daughters practice this profession given its noble role in protecting male health. Aletta addressed the issue of birth control by distributing the “Dutch pessary”, a kind of diaphragm, to prevent unwanted pregnancies. Naturally, she was accused of interfering with “God's plans” and of encouraging extramarital sex, but she did not take heed. In 1903 she gave up the medical profession to dedicate herself to the cause of women’s right to vote, becoming president of the Dutch Suffragette Association. She was one of the founders of the Women's International League for Peace and Freedom and one of the organisers of the 1915 International Congress.

Her publications include a book that, for the first time, described the female anatomy and reproductive system with illustrative plates and explanatory texts, and another in which she addressed the issue of women’s economic independence and family planning. She also fought against the sexual harassment and abuse women suffered while working. Throughout her life, she collected books, pamphlets and newspapers on the feminist movement with painstaking patience. Even today this collection is considered to be the richest and most interesting on the subject. It is as if one could see her carefully and lovingly collect and assemble all the material that represented, step by step, the path of women’s emancipation: her entire life’s struggle. She died in Baarn, in the province of Utrecht, on 10 August 1929, when women in the Netherlands had already had the right to vote for ten years. Asteroid 69231 is named after her and she is commemorated by a plaque in the house where she lived in Amsterdam. The Aletta Jacobs Prize is now awarded every two years by the Dutch University of Groningen to a contemporary woman who has made significant efforts for female emancipation. “I'm sure we did not live for nothing. We have accomplished our task and we can leave the world in the belief that we will leave it in better shape than we have found it”.

 

Traduzione spagnola
Anastasia Grasso

Aletta Henriette Jacobs se convirtió en la protagonista, junto con Jane Addams, de una hazaña realizada en el lejano 1915 y casi borrada de la historia. En abril del mismo año se celebró en La Haya el Congreso Internacional de las Mujeres en el que se reunieron 1136 delegadas de doce nacionalidades distintas y miles de mujeres procedentes de toda Europa. Fue un evento impresionante si tenemos en cuenta los costes y las dificultades objetivas de viajar en aquellos tiempos. El Congreso se centró en dos puntos focales: el sufragio femenino y el uso del arbitraje neutral para resolver disputas internacionales. Aletta y Jane llamaron a las puertas de todos los Jefes de Estado y ministros europeos para proponer la constitución de una comisión de expertos con el objetivo primordial de poner fin a la Primera Guerra Mundial, no por armisticio sino por mutuo acuerdo. La historia nos ha demostrado cómo esta sabia solicitud no fue atendida. Aletta Jacobs nació en la pequeña localidad de Sappemer, al norte de los Países Bajos, el 9 de febrero de 1854, en el seno de una familia judía, y fue la octava de once entre hijos e hijas. Asistió a la escuela del pueblo hasta los trece años y todo seguido se le impuso que aprendiera el arte de coser y que empezara a trabajar como aprendiz de costurera. Ella obedeció, pero al cabo de pocos días se negó rotundamente, afirmando que no quería asistir a una "escuela para señoritas" sino que quería seguir estudiando como sus compañeros varones. Si bien a regañadientes, sus padres aceptaron que siguiera estudiando, pero estrictamente en casa. Su madre le enseñó francés y alemán y su padre latín y griego. Fue precisamente la profesión médica de su padre la que jugó un papel muy importante en su interés por la medicina. Su carácter independiente le causó muchas molestias incluso en la vida cotidiana: a saber, se la consideraba escandalosa porque le encantaba patinar y esta era una actividad considerada inadecuada para una mujer ya que le permitía moverse sola por la ciudad. Un día fue acosada por un hombre, logró escapar e inmediatamente pidió ayuda al primer policía que encontró: la liquidaron con la advertencia de que se quedara en casa para evitar semejantes inconvenientes.

En 1870 obtuvo un diploma en Farmacia y luego, contra la opinión de todas y todos, se matriculó en la Universidad de Groningen, obviamente en la Facultad de Medicina, desafiando las convenciones sociales de la época. Continuó su carrera universitaria hasta que, en 1878, se graduó con una tesis Sobre la localización de apariciones fisiológicas y patológicas del cerebro. No fue fácil porque todo el contexto universitario se mostró hostil con ella por ser mujer, pero Aletta se convirtió en una "mujer récord": de hecho, fue la primera holandesa en graduarse en medicina. Trabajó en varios hospitales de Londres, donde conoció a otra primera mujer: Elizabeth Garrett Anderson, la primera médica de Inglaterra. Tras muchos sacrificios, consiguió abrir su propia clínica médica donde empezó a atender a las mujeres pobres y necesitadas de Ámsterdam, a las trabajadoras y, sobre todo, a las prostitutas. El contacto con las prostitutas la llevó a conocer y estudiar las enfermedades de transmisión sexual y, al mismo tiempo, desarrolló una feroz aversión contra esa actividad, que calificó de vergüenza legalizada. Cuando sus colegas médicos argumentaban que las prostitutas eran necesarias para la "salud física de los hombres", ella se apresuraba a replicar rápidamente que entonces debían destinar a sus hijas a esta profesión por su noble papel de guardianas de la salud masculina. Aletta se encargó del problema del control de la natalidad distribuyendo el "mensinga pessary", una especie de diafragma para evitar los embarazos no deseados. Por supuesto, la acusaron de interferir en los "planes de Dios" y fomentar el sexo fuera del matrimonio, pero no le importó. En 1903 abandonó la profesión médica para dedicarse a la causa del derecho al voto de las mujeres, convirtiéndose en presidenta de la Asociación Sufragista Holandesa. Fue una de las fundadoras de la Liga Internacional de Mujeres por la Paz y la Libertad y una de las organizadoras del Congreso Internacional de 1915.

Entre sus publicaciones cabe destacar un texto que describe por primera vez la anatomía y el aparato reproductor femenino con tablas explicativas y otro que aborda la cuestión de la independencia económica de la mujer y la planificación familiar. También luchó contra el acoso y el abuso sexual que sufrían las trabajadoras en sus lugares de trabajo. Con muchísima paciencia, durante toda su vida recopiló libros, folletos y periódicos sobre el movimiento feminista, colección que se sigue considerando la más rica e interesante acerca de este tema. Casi la podemos ver recopilar y ensamblar con mimo y amor todo ese material que representó, paso a paso, el camino de la emancipación de la mujer: la lucha de toda su existencia. Murió en Baarn, en la provincia de Utrecht, el 10 de agosto de 1929, cuando las mujeres de los Países Bajos ya tenían derecho al voto desde hacía diez años. El asteroide 69231 lleva su nombre y una placa colocada en la casa donde vivía en Ámsterdam la recuerda. En la actualidad, en los Países Bajos, la Universidad de Groningen otorga el Premio Aletta Jacobs cada dos años a una mujer contemporánea que haya realizado importantes esfuerzos por la emancipación de las mujeres. «Estoy segura de que no vivimos en vano. Hemos conseguido nuestra tarea y podemos marcharnos de este mundo con la certeza de que lo dejamos mejor de como lo encontramos».

 

Edita da Matilda editrice, Calendaria 2022 è dedicata a 62 donne europee distintesi nei diversi campi collegati ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. Sono donne che hanno dato una nuova idea del sapere femminile – concreto, realistico ma profondamente intriso di umanità – su cui si dovrà basare l’Europa del futuro. Le figure scelte per l’Italia sono Maria Montessori, Eva Mameli, Laura Conti e Trotula de Ruggiero. Il progetto, in italiano, francese e inglese, conferma l’impostazione del 2021 e prevede:

1. la stampa del calendario da parete illustrato, di formato 30 x 30 cm (aperto 60 x 30);

2. la pubblicazione per tutto il 2022 di biografie settimanali delle donne scelte, in formato digitale e in tre lingue;

3. la campagna di sensibilizzazione nelle scuole e presso le istituzioni, per l’intitolazione di spazi pubblici alle donne rappresentate su Calendaria 2022.

In ogni settimana di Calendaria 2022 ci saranno il ritratto e un breve profilo di una delle protagoniste. Su Vitamine vaganti verranno pubblicati racconti biografici su quelle stesse donne e sul sito www.toponomasticafemminile.com appariranno traduzioni o abstract in varie lingue.

Calendaria resta un progetto corale.

 

La squadra di lavoro di quest’anno, coordinata dalla presidente di Toponomastica femminile Maria Pia Ercolini, dalla responsabile di Matilda Editrice Donatella Caione e dall’architetta Livia Fabiani, curatrice grafica del progetto, comprende anche 13 illustratrici appartenenti a 7 Paesi dell’Unione Europea. Il progetto editoriale e grafico è supportato dal lavoro di ricerca, scrittura, traduzione e redazione di tante socie di Toponomastica femminile e altre donne europee. Molte sono le giovani che con Calendaria avranno l’occasione di sperimentare, acquisire competenze, conoscere, svolgere lavori di gruppo. Siamo infatti convinte che il trasferimento di competenze intergenerazionale sia un punto nodale per la formazione di un’Europa nuova. Calendaria 2022 verrà diffuso in scuole, università, biblioteche e centri di cultura, affinché sia visibile, ogni giorno, il ruolo attivo che le donne hanno svolto e svolgono in tutti i Paesi dell’Unione Europea. Individuare 62 donne di 27 Paesi Europei non è stato difficile. Semmai abbiamo avuto l’imbarazzo della scelta. Abbiamo dovuto escluderne alcune già note per dare spazio a figure straordinarie ma talvolta del tutto sconosciute al di fuori del loro Stato. Vogliamo evidenziare quanto l’assenza delle donne dai libri di testo, e dalla documentazione in generale, sia grave e assurda. Leggendo le loro biografie si scopriranno le difficoltà che hanno dovuto superare, in quanto donne, e i successi raggiunti. E si potrà riflettere su come sarebbe diversa oggi la società in cui viviamo se nei secoli passati le opportunità fossero state distribuite equamente. Crediamo che dar voce alle grandi donne del passato e del presente possa incitare bambine e ragazze a guardare sé stesse e la propria vita senza limitazioni di sogni e desideri, e bambini e ragazzi a considerarsi non i depositari di privilegi sociali e culturali ma una metà dell’umanità: con gli stessi diritti e gli stessi entusiasmi dell’altra.

Articolo di Danila Baldo su https://vitaminevaganti.com/2021/06/19/calendaria-2022-cosa-resta-cosa-cambia/

Calendaria 2022 - Aletta Jacobs
Calendaria 2022 - Agnodice
Calendaria 2022 - Lydia Sklevicky

Marcelle Lentz Cornette
Maria Pia Di Nonno



Martina Zinni

 

Su Marcelle Lentz Cornette (1927-2008), se ci affidassimo alle sole fonti rintracciabili sul web, non vi sarebbe quasi nulla da scrivere. E questo non perché il suo impegno a livello comunitario sia stato irrisorio o irrilevante, ma perché – e permane ancora oggi – esiste una forma ancora più subdola di discriminazione che affligge le donne, ovvero “l’oblio storico”. Tale forma di dimenticanza può essere imputata ad una serie di motivi tra cui: il non aver rivestito incarichi apicali, il non essere state al centro dell’interesse mediatico, l’essere proiettate verso azioni più concrete che di prestigio e così via discorrendo. Se invece ci affidassimo ad una ricerca di tipo tradizionale la situazione apparirebbe leggermente meno nebulosa, ma ad ogni modo poco soddisfacente. Ricercare documenti relativi alla storia delle donne negli archivi istituzionali risulta essere un’impresa non sempre agile. I documenti che pure, piano piano, è possibile rinvenire sono spesso non ordinati e catalogati univocamente – trattandosi, nella maggioranza dei casi, di tematiche considerate di secondaria importanza – sono spesso conservati in fondi e archivi differenti. Questo implica che una ricerca su una donna necessita, per forza maggiore, di un più intenso impegno e di più ingenti risorse. Ecco, dunque, un ulteriore motivo che potrebbe minare la buona volontà di studiose e studiosi nell’impegnarsi in siffatti percorsi di studio. Nel caso specifico di Marcelle Lentz, anche se si tratta di una prima ed iniziale ricerca, i documenti sono stati rivenuti principalmente negli Archivi Storici dell’Unione Europea di Firenze e presso gli Archivi Storici del Gruppo Ppe al Pe. Di estrema utilità sono risultate essere alcune risorse come: le riviste dell’epoca come "CD Europe" e "Donne d’Europa", i report ufficiali prodotti dal Gruppo del Ppe e i documenti ufficiali delle sedute plenarie del Parlamento Europeo. Sul profilo personale di Marcelle Lentz non è stato rinvenuto molto, ma se ne condividono le principali note biografiche affinché possano essere d’aiuto a future studiose e, si spera, anche futuri studiosi. Sappiamo che è nata il 2 marzo 1927 a Niederkorn e che ha conseguito un dottorato in Chimica alla Sorbona. Prima di giungere al Parlamento Europeo è stata insegnante, consigliera comunale di Belvaux e assessora comunale. Il 10 giugno del 1979 viene eletta alla Camera dei Deputati lussemburghese per poi assumere l’incarico, il 5 marzo del 1980, di europarlamentare in rappresentanza del Partito cristiano sociale del Lussemburgo in sostituzione dell’on. Jean Spautz che viene, a sua volta, designato Ministro dell’Interno.

In realtà nel 1979, sebbene Lentz sia tra le candidate alle elezioni a suffragio universale, è un’altra la donna che viene eletta per il Lussemburgo. Su un totale di 6 seggi il granducato vede, a ridosso degli scrutini del giugno 1979, l’elezione dell’on. Colette Flesch, del Partito democratico – classe 1937 e tuttora vivente – dimessasi dal Parlamento Europeo il 22 novembre 1980. Colette Flesch è, inoltre, la seconda donna lussemburghese, ed ancora prima delle elezioni a suffragio universale, a sedere nell’Assemblea Europea. La prima donna in assoluto, invece, a rappresentare il Lussemburgo è la celeberrima Astrid Lulling, esponente del Partito cristiano sociale. Ma Astrid Lulling (classe 1929 e vivente) non solo è la prima lussemburghese a sedere nel Parlamento Europeo (seppure ancora non eletto a suffragio universale) nel 1965, ma è anche una delle pochissime (forse l’unica) personalità che si è vista intitolare una sala di un’istituzione europea prima della propria morte, ovvero la sala di lettura, accessibile ai soli membri del Parlamento, posta al piano terra della sede del Parlamento Europeo di Bruxelles. Simone Veil e Louise Weiss hanno dovuto attendere molto di più, ad esempio, per vedersi riconoscere la prima l’Agora Simone Veil, nel 2017, adiacente all’entrata dell’edificio Altiero Spinelli del Parlamento a Bruxelles e la seconda il nuovo edificio del Pe a Strasburgo inaugurato nel 1999. Ma torniamo a Marcelle Lentz Cornette. Marcelle è dunque la terza lussemburghese a sedere nel Parlamento Europeo e, a partire dal marzo 1980, viene coinvolta nei lavori di alcuni Commissioni come: la Committee on the Environment, Public Health and Consumer Protection in veste di membro ufficiale e la Commissione sui diritti delle donne in veste di membro supplente. In quest’ultimo caso, sebbene non sia tra i membri ufficiali della Commissione temporanea costituita nell’ottobre del 1979, ne segue attivamente vicissitudini e iniziative. Partecipa attivamente anche ai lavori che conducono il 10 e l’11 febbraio del 1981 alla discussione, e alla votazione in seduta plenaria del Pe, del Rapporto finale prodotto dalla Commissione ad hoc ed anche noto, dal nome della relatrice, come Rapporto Maij Weggen. In quel rapporto – che rappresenta la pietra miliare della storia dei diritti delle europee prima nella Cee e poi nella Ue – Marcelle Lentz interviene senza negare i propri valori e prospettive politiche. Afferma, ad esempio, che l’aborto a suo avviso vada visto come un «dramma e una sconfitta individuale e sociale» e che è necessario limitarne il ricorso tramite apposite misure di prevenzione e di educazione sessuale. Rammenta, inoltre, che è non è sufficiente focalizzare l’attenzione solo sulle donne che svolgono un’attività professionale e che l’emancipazione femminile passa in primo luogo dalla famiglia. Certo la questione dell’aborto (ma ce ne sono altre) rappresenta uno dei temi più annosi che la Commissione ad hoc si trova ad affrontare. Se questo è innegabile, è altrettanto vero che le europarlamentari dimostrano di saper affrontare ogni questione nel giusto modo – consapevoli anche delle diverse prospettive di ogni componente – e ponendo sempre al centro, innanzitutto, i diritti delle donne europee.

In particolare sono le elette del 1979 a poter essere definite le pioniere dell’attuale Commissione Femm al Parlamento Europeo. Grazie alla loro capacità di fare rete e di trovare un punto di accordo e di mediazione, senza rinnegare i loro valori e diverse visioni politiche, non solo il Rapporto Weggen viene approvato (molte furono le opposizioni soprattutto degli uomini circa la questione dell’aborto, già citata), ma la stessa Commissione ad hoc, con natura temporanea, non viene soppressa. Al suo posto, nel 1981, viene istituita una seconda Commissione temporanea – la Commissione d’Inchiesta sui Diritti delle Donne (anch’essa temporanea) e nel 1984 la Commissione sui Diritti delle Donne con status di Commissione permanente. L’attuale Commissione Femm del Parlamento europeo è, dunque, la diretta discendente del lavoro e del contributo delle donne della Prima legislatura. Vi è, infine, un’ultima annotazione da fare e che potrebbe risultare utile per chi volesse in futuro approfondire la figura e la biografia di questa donna. Marcelle Lentz in alcuni documenti dell’epoca viene confusa con un’altra europarlamentare della Prima legislatura ed ovvero la tedesca Marlene Lenz (membro della Cdu): anch’ella coinvolta nella Commissione ad hoc e membro del Gruppo del Ppe al Pe. Un’assonanza che potrebbe rendere ancora più insidiosa la ricerca e l’analisi dei documenti d’archivio. Dunque, è questo un aspetto al quale dedicare dovuta attenzione. Intanto dopo il 1979 la carriera politica di Marcelle prosegue. Viene eletta al Pe nel 1984 (II legislatura 1984-1989) e, a seguire, riceve dei mandati al Consiglio d’Europa (1989-1999). Lì è altrettanto attiva nei lavori di alcune commissioni e nella predisposizione di studi, report e analisi. Si occupa ad esempio, nei primi anni Novanta, della condizione in Albania, dopo la caduta di Enver Hoxha, del rispetto dei diritti umani in Turchia e della situazione politica in Iran. Dopo questa data, a causa della mancanza di reperimento di fonti, le tracce di Marcelle Lentz Cornette si perdono. L’ultimo elemento che è stato possibile rinvenire sul sito ufficiale del Pe è la data della sua scomparsa: il 29 gennaio 2008.

 

Traduzione francese
Joelle Rampacci

Sur Marcelle Lentz Cornette (1927-2008), si on ne comptait que sur les sources traçables sur le web, il n'y aurait presque rien à écrire. Et ce n'est pas parce que son engagement au niveau communautaire ait été négligeable ou insignifiant, mais parce que - et ceci encore aujourd'hui - il existe une forme de discrimination encore plus subtile qui afflige les femmes, à savoir «l'oubli historique». Cette forme d'oubli peut être attribuée à un certain nombre de raisons dont: ne pas avoir occupé des postes de direction, ne pas avoir été au centre de l'intérêt médiatique, être projeté vers des actions plus concrètes que le prestige, et ainsi de suite... Si, en revanche, nous nous appuyions sur des recherches traditionnelles, la situation apparaîtrait un peu moins nébuleuse, mais en tout les cas peu satisfaisante. La recherche de documents relatifs à l'histoire des femmes dans les archives institutionnelles n'est pas toujours une entreprise agile. Les documents qu'il est cependant possible de trouver ne sont souvent pas triés et catalogués de manière univoque - car, dans la plupart des cas, les questions considérées comme d'importance secondaire - sont souvent conservées dans des fonds et des archives différents. Cela implique qu'une recherche sur une femme nécessite, par force majeure, un engagement plus intense et des ressources plus conséquentes. Voici donc une autre raison qui pourrait saper la bonne volonté des savants et des universitaires à s'engager dans de telles voies d'étude. Dans le cas particulier de Marcelle Lentz, même s'il s'agit d'une première et initiale recherche, les documents ont été retrouvés principalement dans les Archives historiques de l'Union européenne à Florence et dans les Archives historiques du Groupe Ppe al Pe. Certaines ressources ont été extrêmement utiles, comme : les magazines d'époque tels que "CD Europe" et "Femmes d'Europe", les rapports officiels produits par le Groupe PPE et les documents officiels des sessions plénières du Parlement européen. Peu de choses ont été trouvées sur le profil personnel de Marcelle Lentz, mais ses principales notes biographiques sont divulguées afin qu'elles puissent être utiles aux futurs chercheuses et, espérons-le, aux futurs chercheurs également. On sait qu'elle est née le 2 mars 1927 à Niederkorn et qu'elle a obtenu un doctorat en chimie à la Sorbonne. Avant de rejoindre le Parlement européen, elle était enseignante, conseillère municipale de Belvaux et adjointe au maire. Le 10 juin 1979, elle est élue à la Chambre des députés luxembourgeoise puis assume le poste, le 5 mars 1980, de député européen représentant le Parti chrétien-social du Luxembourg en remplacement du député Jean Spautz qui est, à son tour, désigné ministre de l'Intérieur.

En effet, en 1979, alors que Lentz figurait parmi les candidats aux élections au suffrage universel, une autre femme a été élue pour le Luxembourg. Sur un total de 6 sièges, le Grand-Duché voit, à peine après le scrutin de juin 1979, l'élection de la députée Colette Flesch, du Parti démocrate - née en 1937 et toujours en vie - elle a démissionné du Parlement européen le 22 novembre 1980. Colette Flesch est aussi la deuxième Luxembourgeoise, et avant même l’élection au suffrage universel, à siéger à l'Assemblée européenne. La première femme à représenter le Luxembourg est la célèbre Astrid Lulling, membre du Parti chrétien-social. Mais Astrid Lulling (née en 1929 et encore vivante) n'est pas seulement la première Luxembourgeoise à siéger au Parlement européen (même si pas encore élu au suffrage universel) en 1965, mais elle est aussi l'une des très rares (peut-être la seule) personnalité à avoir eu une salle d'une institution européenne intitulée à son nom avant sa mort, la salle de lecture, accessible uniquement aux députés, située au rez-de-chaussée du siège du Parlement européen à Bruxelles. Simone Veil et Louise Weiss ont dû attendre beaucoup plus longtemps, par exemple, pour être reconnues, la première, Agora Simone Veil, en 2017, à côté de l'entrée du bâtiment du Parlement Altiero Spinelli à Bruxelles et la seconde, le nouveau bâtiment de la Pe à Strasbourg inauguré en 1999. Mais revenons à Marcelle Lentz Cornette. Marcelle est donc la troisième Luxembourgeoise à siéger au Parlement européen et, à partir de mars 1980, elle est impliquée dans les travaux de certaines commissions telles que: la commission de l'environnement, de la santé publique et de la protection des consommateurs en tant que membre officiel et la Commission des droits des femmes comme membre suppléant. Dans ce dernier cas, bien qu'elle ne fasse pas partie des membres officiels de la Commission provisoire créée en octobre 1979, elle en suit activement les vicissitudes et les initiatives. Elle participe également activement aux travaux qui ont conduit les 10 et 11 février 1981 à la discussion et au vote, en séance plénière du PE, du rapport final produit par la Commission ad hoc et également connu sous le nom du rapporteur, le rapport Maij Weggen. Dans ce rapport - qui représente le jalon dans l'histoire des droits européens d'abord dans la CEE puis dans l'UE - Marcelle Lentz intervient sans nier ses propres valeurs et perspectives politiques. Elle affirme, par exemple, qu'à son avis, l'avortement doit être considéré comme un "drame et une défaite individuelle et sociale" et qu'il est nécessaire de limiter son utilisation par des mesures spécifiques de prévention et d'éducation sexuelle. Il rappelle également qu'il ne suffit pas de se concentrer uniquement sur les femmes qui exercent une activité professionnelle mais que l'émancipation des femmes passe en premier lieu par la famille. Bien sûr, la question de l'avortement (mais il y en a d'autres) est l'une des plus anciennes et difficiles questions auxquelles la Commission ad hoc doit faire face. Si cela est indéniable, il est tout aussi vrai que les eurodéputés démontrent qu’ils savent comment traiter chaque question de la bonne manière - conscients également des différentes perspectives de chacun des composants - et en plaçant toujours et surtout les droits des femmes européennes au centre.

En particulier, les femmes élues en 1979 peuvent être définies comme les pionnières de l'actuelle Commission Femm au Parlement européen. Grâce à leur capacité à réseauter et à trouver un point d'accord et de médiation, sans renier leurs valeurs et leurs différentes visions politiques, non seulement le rapport Weggen est approuvé (il y eut de nombreuses oppositions, notamment de la part des hommes sur la question de l'avortement, déjà citée), mais la Commission ad hoc elle-même, à caractère temporaire, n'est pas abolie. A sa place, en 1981, une deuxième Commission temporaire a été créée - la Commission d'enquête sur les droits de la femme (également temporaire) et en 1984 la Commission des droits de la femme avec le statut de Commission permanente. L'actuelle Commission Femm du Parlement européen est donc la descendante directe du travail et de la contribution des femmes au sein de la première législature. Enfin, il y a une dernière note à faire et qui pourrait être utile à ceux qui souhaitent approfondir la figure et la biographie de cette femme dans le futur. Marcelle Lentz dans certains documents de l'époque est confondue avec une autre eurodéputée de la première législature, à savoir l'Allemande Marlene Lenz (membre de la CDU): elle aussi a été impliquée dans la Commission ad hoc et membre du groupe Ppe du Pe. C’est donc un aspect auquel il faudra consacrer une grande attention. Entre-temps, après 1979, la carrière politique de Marcelle se poursuit. Elle a été élue au PE en 1984 (deuxième législature 1984-1989) et, par la suite,elle a reçu des mandats au Conseil de l'Europe (1989-1999). Là, elle est également active dans les travaux de certaines commissions et dans la prédisposition d'études, de rapports et d'analyses. Par exemple, au début des années 90, elle a traité de la situation en Albanie, après la chute d'Enver Hoxha, du respect des droits de l'homme en Turquie et de la situation politique en Iran. Après cette date, faute de découvertes de sources nouvelles, les traces de Marcelle Lentz Cornette se perdent. Le dernier élément que l'on a pu trouvé sur le site officiel du PE est la date de son décès: le 29 janvier 2008.

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

If we relied only on the sources available on the web, there would be almost nothing to write about Marcelle Lentz Cornette (1927-2008). And this is not because her commitment to the community was insignificant or irrelevant, but because - and this still persists today - there exists even more insidious form of discrimination that afflicts women, namely "historical oblivion". This form of oblivion can be attributed to a number of reasons, including women not having held top positions, not having been at the center of media interest, being projected towards actions that are more concrete than prestigious, and so on. On the other hand, if we were to rely on a traditional type of research, the situation would appear slightly less nebulous, but in any case still not very satisfactory. Researching documents related to the history of women in institutional archives is not always easy. The documents that can be found are often not ordered and catalogued carefully - since, in most cases, they deal with topics considered of secondary importance - and are often kept in different funds and archives. This means that research on a woman requires a greater commitment and more resources. This is another factor that could undermine the good will of scholars to engage in such studies. In the specific case of Marcelle Lentz, even though this is an early and initial research, the documents were found mainly in the Historical Archives of the European Union in Florence and in the Historical Archives of the PPE Group at the European Parliament. Some resources were extremely useful, such as the magazines of the time, for example, "CD Europe" and "Donne d'Europa", the official reports produced by the PPE Group, and the official documents of the plenary sessions of the European Parliament. Not much has been found about Marcelle Lentz's personal profile, but we share the main biographical notes so that they may be helpful to future scholars, male and female. We do know that she was born on March 2, 1927 in Niederkorn and earned a doctorate in Chemistry from the Sorbonne. Before coming to the European Parliament, she was a teacher, town councillor of Belvaux and town assessor. On June 10, 1979 she was elected to the Luxembourg Chamber of Deputies and on March 5, 1980 she became a member of the European Parliament representing the Christian Social Party of Luxembourg, replacing Jean Spautz, who in turn was appointed Minister of the Interior.

In 1979, although Lentz was among the candidates in the universal suffrage elections, it was another woman who was elected for Luxembourg. Out of a total of 6 seats the Grand Duchy saw, at the close of the June 1979 polls, the election of Colette Flesch, of the Democratic Party - born in 1937 and still living - who resigned from the European Parliament on November 22nd, 1980. Colette Flesch was actually the second woman from Luxembourg, even before the elections by universal suffrage, to sit in the European Assembly. The first woman ever, instead, to represent Luxembourg was the famous Astrid Lulling, exponent of the Christian Social Party. But Astrid Lulling (born in 1929 and still living) is not only the first Luxembourger to sit in the European Parliament (although not yet elected by universal suffrage) in 1965, but she is also one of the very few personalities (perhaps the only) who has had a room of a European institution named after her before her death, namely the reading room, accessible only to members of Parliament, located on the ground floor of the European Parliament building in Brussels. Simone Veil and Louise Weiss had to wait much longer, for example, for the former to be honored by the Agora Simone Veil in 2017, adjacent to the entrance of the Altiero Spinelli building of the Parliament in Brussels, and for the latter to be recognized in the name of the new EP building in Strasbourg, inaugurated in 1999. But let's go back to Marcelle Lentz Cornette. Marcelle was therefore the third Luxembourger to sit in the European Parliament. Beginning in March of 1980, she became involved in the work of some Commissions such as the Committee on the Environment, Public Health and Consumer Protection as an official member, and the Commission on Women's Rights as an alternate member. In this last case, although she was not among the official members of the temporary Commission constituted in October 1979, she actively followed its vicissitudes and initiatives. She also took an active part in the work that led, on February 10 and 11, 1981, to the discussion and vote in the plenary session of the EP on the Final Report produced by the ad hoc Commission and also known, from the name of the rapporteur, as the Maij Weggen Report. In that report - which represents a milestone in the history of the rights of European women first in the EEC and then in the EU - Marcelle Lentz intervened without denying her own values and political perspectives. She affirmed, for example, that in her opinion abortion should be seen as a "drama and an individual and social defeat" and that it is necessary to limit its use through appropriate measures of prevention and sex education. She also pointed out that it is not enough to focus attention only on women in the workplace, and that women's emancipation comes primarily from the family. Certainly, the question of abortion (but there are others) was one of the most pressing issues facing the ad hoc Commission. If this is undeniable, it is equally true that the MEPs showed that they were able to address each issue in the right way - aware of the different perspectives of each component - and always focusing, first and foremost, on the rights of European women.

In particular, the women elected in 1979 can be defined as the pioneers of the current Femm Commission in the European Parliament. Thanks to their ability to network and to find points of agreement and mediation, without denying their sometimes different values and political visions, not only was the Weggen Report approved (there was a great deal of opposition, especially from men, on the issue of abortion, already mentioned), but the ad hoc Commission itself, of a temporary nature, was not suppressed. In its place, in 1981, a second temporary Commission was established - the Commission of Inquiry into Women's Rights (also temporary) and in 1984 the Commission on Women's Rights with the status of a permanent Commission. The current Femm Committee of the European Parliament is, therefore, the direct descendant of the work and contribution of women from the First Legislature. There is, finally, a last note to make that could be useful for those who want, in the future, to deepen the understanding and biography of this woman. Marcelle Lentz, in some documents of the time, is confused with another MEP of the First Legislature, the German Marlene Lenz (member of the CDU). Lenz was also involved in the Ad Hoc Commission and member of the PPE Group at the EP. The similarity of their names could make research and analysis of archival documents even more difficult. This, therefore, is an aspect to which due attention should be paid. Meanwhile, after 1979, Marcelle's political career continued. She was elected to the European Parliament in 1984 (second legislature 1984-1989) and then received a mandate in the Council of Europe (1989-1999). There she was equally active in the work of some commissions and in the preparation of studies, reports and analyses. In the early nineties, for example, she dealt with the situation in Albania after the fall of Enver Hoxha, issues of human rights in Turkey, and the political situation in Iran. With the turn of the 21st century, the traces of Marcelle Lentz Cornette are largely lost, due to the lack of available sources. The last information about her that could be found on the official website of the EP is the date of her death - January 29, 2008.

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