Calendaria 2023 - Rigoberta Menchú Tum

Rigoberta Menchú Tum
Gemma Pacella






Caori Murata

 

Rigoberta Menchù, nel 1992, è stata la prima indigena e la più giovane a ricevere il Premio Nobel per la Pace, con la motivazione : «Per la sua battaglia per la giustizia sociale e la riconciliazione etnoculturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene». 

Rigoberta è nata il 9 gennaio 1959 nel comune di Laj Chimel, nella provincia di San Miguel de Uspantán, in Guatemala, da genitori già in vista nel villaggio di origine per essere gli eletti, rappresentanti della comunità indigena, fortemente unita e solidale. Cresce sin da piccola apprendendo il rispetto per la Terra, per le tradizioni del suo popolo, maturando già in giovanissima età un senso di consapevolezza anche della prevaricazione e dello sfruttamento lavorativo a cui era costretta la sua gente nelle fincas, le grandi piantagioni dove, con il resto della famiglia, anche lei si reca per alcuni mesi dell’anno. In queste grandi distese le popolazioni indigene lavorano al soldo di caporali e latifondisti terrieri, i ladinos, meticci, figli di spagnoli e indigeni, che, tuttavia, non riconoscono loro dignità alcuna, rifiutandone l’identità e perfino i costumi, la lingua e il modo di vestire. Dalla seconda metà degli anni Settanta inizia per Rigoberta l’esperienza attiva nell’organizzazione per la difesa della propria comunità, sottoposta non solo ai tentativi di espropriazione della terra da parte dei proprietari terrieri, ma anche alla repressione militare delle forze governative. Si diffonde, infatti, pure in Guatemala quel clima di violenza che caratterizza, negli stessi anni, i regimi di altri Paesi dell’America Latina: nei primi anni Settanta sale al potere il generale Eugenio Laugerud García Kjell, seguito dal 1978 da Fernando Romeo Lucas Garcia, altro sanguinario presidente.

Le vicende della famiglia Menchù sono esemplari della violenza con cui il governo reprime le popolazioni indigene: il padre Vicente viene imprigionato e torturato con l’accusa di aver preso parte ad attività di guerriglia. Rilasciato, entra a far parte del Comitato di unità contadina (Cuc), a cui si unirà anche Rigoberta nel 1979, e perde la vita nell’incendio causato dalle truppe militari per reprimere l’occupazione pacifica dell’Ambasciata spagnola a Città del Guatemala, come forma di protesta contro l’espropriazione delle terre. A suo fratello e a sua madre toccherà la medesima sorte: arresto, tortura e uccisione, il primo all’età di soli sedici anni e alla seconda, dopo essere stata violentata, verrà negata anche la sepoltura. Rigoberta prosegue le sue azioni di denuncia contro la dittatura militare e, per questo, viene costretta all’esilio nel 1981, in Messico, dove continua la sua lotta per il riconoscimento internazionale della causa della comunità india del Guatemala. Dal 1982 partecipa alle sessioni annuali della Sottocommissione di prevenzione delle discriminazioni e protezione delle minoranze della commissione per i diritti umani dell'Onu. Nel 1991 diviene Ambasciatrice dell’Onu, prendendo parte alla stesura di una Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni.

Sceglie, poi, di tornare in Guatemala per sostenere una politica di dialogo e riconciliazione, nonostante le minacce di morte ricevute. Nel 1999 lotta per far processare l'ex dittatore militare Efraín Ríos Montt, per crimini commessi contro persone di cittadinanza spagnola e per il genocidio della popolazione Maya del Guatemala. Rios Montt, scomparso nel 2018, è infatti ritenuto responsabile dell’eccidio di almeno 1771 indios dell’etnia Ixil del dipartimento del Quichè tra il 1982 e il 1983. Nel frattempo Rigoberta Menchù si candida alla carica di Presidente della Repubblica sia in occasione delle elezioni del 2007, in cui ha ottenuto, col sostegno della formazione Incontro per il Guatemala, il 3,1% dei voti, sia in quelle del 2011, quando, sostenuta da una coalizione di sinistra, ottiene il 3,2% dei voti. Capire le ragioni dell’assegnazione del Premio Nobel, significa addentrarsi nella sua biografia (Elisabeth Burgos, Mi chiamo Rigoberta Menchù): è stato, infatti, soprattutto a seguito del racconto contenuto nel libro che si è diffusa nella comunità internazionale l’ammirazione per la storia di Rigoberta Menchù, fino a valerle la consegna dell’onorificenza. È a queste pagine che affida il racconto di ingiustizie, violenze e discriminazioni subìte in prima persona e della costruzione di pratiche di lotta che, negli anni, ha attivato per combattere gli episodi di sistematica sopraffazione lavorativa ed etnica, rendendo, così, il suo racconto da particolare a universale. La sua storia è come un climax ascendente: ogni pagina racconta la consapevolezza che lei ha maturato di anno in anno, la curiosità e il senso di giustizia che ha tessuto nel tempo. Il suo spirito di ricerca della pace può cogliersi quando dichiara di «non aver avuto una scuola per la mia formazione politica, ma piuttosto, partendo dalla mia esperienza, ho cercato di collegarla con la situazione complessiva di tutto il popolo».

 

I colori dei suoi abiti, l’eccentricità dei suoi orecchini, i lunghi capelli neri anticipano, nell’aspetto, la forza del suo animo: una donna fiera che da obbediente, per la sua semplicità, come si descrive nella biografia, diventa disobbediente verso i codici della violenza sistematicamente applicati dai potenti della sua terra. Si è lasciata guidare dal filo tessuto dalle sue antenate e dai suoi antenati, rispettando la sacralità dei loro riti, di cerimonie e tradizioni. Il suo punto di forza è stato credere nella comunità, nel senso di preservare l’unione tra le persone: ha sin da subito avuto chiaro che il nemico usurpatore avrebbe potuto sconfiggere il popolo indigeno solo disgregandolo. Rigoberta sperimenta un metodo di rivolta non violento: da cattolica, catechista e praticante, rilegge la Bibbia come una metafora, provando a ritrovare nei racconti sacri la storia della sua gente e, in particolare, sceglie di imparare le lingue. Sa, infatti, che solo apprendendo non solo il castigliano dei ladinos, ma anche i dialetti e le lingue locali, profondamente diverse da villaggio a villaggio, avrebbe avuto una concreta occasione di coinvolgere il suo popolo, formando anche le donne che incontrava sul suo cammino, perché potessero coordinare e dirigere, come lei, l’organizzazione contadina. Apprende il metodo della critica e dell’autocritica, come radice del cambiamento all’interno della lotta popolare e diventa samaritana di strumenti di ribellione, portando tra le aldeas, i villaggi della sua regione, ciò che ha sperimentato per rompere i meccanismi di violenza e sopraffazione, dicendosi «una catechista capace di camminare sulla terra». Con una forte spiritualità, sapientemente intrecciata a un acuto senso di concretezza, Rigoberta combatte per la pace e dice: «ho scelto di restare in città o al villaggio anche se avrei avuto la possibilità di prendere le armi, ma il nostro apporto lo diamo in forme differenti e tutto va in direzione dello stesso obiettivo». Rigoberta si è fatta interprete di una pace duratura, che non comportasse solo la vittoria di una battaglia di un unico popolo contro un unico nemico, ma che attivasse la trasmissione di valori di pace, di unione tra i popoli e la diffusione della cooperazione come metodo per rompere il sistema della violenza.

Risultano molte intitolazioni a suo nome in Spagna (Saragozza, Reus, Getafe, Rubí, Girona, ecc.), alcune in Francia (ad esempio ad Avignone e Montpellier) e in Messico. In Italia è onorata nel giardino dei Diritti umani a Diano San Pietro. Nel 1998 ha ottenuto in Spagna il premio Principe delle Asturie per la cooperazione internazionale; nel 2002 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Caorle (Venezia) e nel 2006 il premio speciale Grinzane Cavour. Risale al 2008 il Glamour Award for the Peacemaker People.


Traduzione francese

Guenoah Mroue

 Rigoberta Menchù, en 1992, a été la première indigène et la plus jeune à recevoir le Prix Nobel de la Paix, avec la motivation : « Pour sa lutte pour la justice sociale et la réconciliation ethnoculturelle basée sur le respect des droits des peuples indigènes ».

Rigoberta est née le 9 janvier 1959 dans la commune de Laj Chimel, dans la province de San Miguel de Uspantán, au Guatemala, de parents déjà en vue dans le village d’origine pour être les élus, représentants de la communauté indigène, fortement unie et solidaire. Elle grandit dès son plus jeune âge en apprenant le respect pour la Terre, pour les traditions de son peuple, en développant dès son plus jeune âge un sentiment de conscience même de la prévarication et de l’exploitation du travail auxquelles était contrainte son peuple dans les fincas, les grandes plantations où, avec le reste de la famille, elle se rend également pour quelques mois de l’année. Dans ces grandes étendues, les peuples indigènes travaillent à la solde de caporaux et de latifundistes terriens, les Ladinos, métis, fils d’espagnols et d’indigènes, qui, cependant, ne leur reconnaissent aucune dignité, en refusant leur identité et même leurs coutumes, leur langue et leur habillement. Dès la seconde moitié des années Soixante-dix, Rigoberta a acquis une expérience active dans l’organisation pour la défense de sa communauté, soumise non seulement aux tentatives d’expropriation de la terre par les propriétaires fonciers, mais aussi à la répression militaire des forces gouvernementales. En effet, le climat de violence qui caractérise, au cours des mêmes années, les régimes d’autres pays d’Amérique latine se répand également au Guatemala : au début des années 70, le général Eugenio Laugerud Garcia Kjell prend le pouvoir, suivi depuis 1978 par Fernando Romeo Lucas Garcia, autre président sanguinaire.

Les événements de la famille Menchù sont des exemples de la violence avec laquelle le gouvernement réprime les populations indigènes : le père Vicente est emprisonné et torturé sous l’accusation d’avoir participé à des activités de guérilla. Libéré, il rejoint le Comité d’unité paysanne (Cuc), auquel se joindra également Rigoberta en 1979, et perd la vie dans l’incendie causé par les troupes militaires pour réprimer l’occupation pacifique de l’ambassade d’Espagne à Guatemala, pour protester contre l’expropriation. Son frère et sa mère subiront le même sort : arrestation, torture et assassinat, le premier à l’âge de seize ans seulement et le deuxième, après avoir été violée, sera également privé d’enterrement. Rigoberta poursuit ses actions de dénonciation contre la dictature militaire et, pour cela, elle est contrainte à l’exil en 1981, au Mexique, où elle continue sa lutte pour la reconnaissance internationale de la cause de la communauté indienne du Guatemala. Depuis 1982, elle participe aux sessions annuelles de la sous-commission de prévention des discriminations et de protection des minorités de la commission des droits de l’homme de l’ONU. En 1991, elle devient ambassadrice de l’ONU, prenant part à la rédaction d’une Déclaration sur les droits des peuples indigènes.

Elle choisit ensuite de retourner au Guatemala pour soutenir une politique de dialogue et de réconciliation, malgré les menaces de mort reçues. En 1999, elle lutte pour faire juger l’ancien dictateur militaire Efraín Ríos Montt, pour des crimes commis contre des personnes de nationalité espagnole et pour le génocide de la population maya du Guatemala. Rios Montt, décédé en 2018, est en effet tenu responsable du massacre d’au moins 1771 indiens de l’ethnie Ixil du département du Quiché entre 1982 et 1983. Entre-temps, Rigoberta Menchù se porte candidate à la présidence de la République à la fois lors des élections de 2007 où elle a obtenu, avec le soutien de la formation Incontro per il Guatemala, 3,1% des voix, et dans celles de 2011, quand, soutenue par une coalition de gauche, elle obtient 3,2 % des voix. Comprendre les raisons de l’attribution du prix Nobel, c’est entrer dans sa biographie (Elisabeth Burgos, Je m’appelle Rigoberta Menchù)En effet, c’est surtout à la suite du récit contenu dans le livre que s’est répandue dans la communauté internationale l’admiration pour l’histoire de Rigoberta Menchù, jusqu’à la remise de l’honneur. C’est à ces pages qu’elle confie le récit d’injustices, de violences et de discriminations subies personnellement et de la construction de pratiques de lutte qu’elle a activé au fil des ans pour combattre les épisodes d’abus systématique au travail et ethnique, ainsi, son récit est devenu universel. Son histoire est comme un point culminant ascendant : chaque page raconte la conscience qu’elle a mûrie d’année en année, la curiosité et le sens de la justice qu’elle a tissé au fil du temps. Son esprit de recherche de la paix peut se saisir quand elle déclare «n’avoir pas eu d’école pour ma formation politique, mais plutôt, à partir de mon expérience, j’ai cherché à la relier à la situation globale de tout le peuple».

 

Les couleurs de ses vêtements, l’excentricité de ses boucles d’oreilles, les longs cheveux noirs anticipent, dans l’apparence, la force de son âme : une femme fière qui obéit, pour sa simplicité, comme on le décrit dans la biographie, elle désobéit aux codes de la violence systématiquement appliqués par les puissants de son pays. Elle s’est laissée guider par le fil tissé par ses ancêtres, en respectant le caractère sacré de leurs rites, de cérémonies et de traditions. Sa force a été de croire en la communauté, dans le sens de préserver l’union entre les personnes : elle a immédiatement compris que l’ennemi usurpateur ne pouvait vaincre le peuple indigène qu’en le désagrégant. Rigoberta expérimente une méthode de révolte non violente : en tant que catholique, catéchiste et pratiquante, elle relit la Bible comme une métaphore, essayant de retrouver dans les récits sacrés l’histoire de son peuple et, en particulier, elle choisit d’apprendre les langues. Elle sait, en effet, qu’en apprenant non seulement le castillan des Ladinos, mais aussi les dialectes et les langues locales, profondément différents de village en village, elle aurait eu une occasion concrète d’impliquer son peuple, en formant aussi les femmes qu’elle rencontrait sur son chemin, pour qu’elles puissent coordonner et diriger, comme elle, l’organisation paysanne. Elle apprend la méthode de la critique et de l’autocritique, comme racine du changement au sein de la lutte populaire et devient samaritain des instruments de rébellion, portant parmi les aldeas, les villages de sa région, ce qu’elle a expérimenté pour briser les mécanismes de violence et d’abus, se disant «une catéchiste capable de marcher sur la terre». Avec une forte spiritualité, habilement mêlée à un sens aigu du concret, Rigoberta se bat pour la paix et dit : «J’ai choisi de rester en ville ou au village même si j’aurais eu la possibilité de prendre les armes, mais notre apport nous le donnons sous des formes différentes et tout va dans le même but». Rigoberta s’est fait l’interprète d’une paix durable, qui n’impliquait pas seulement la victoire d’une bataille d’un seul peuple contre un seul ennemi, mais qui activait la transmission de valeurs de paix, Le Parlement européen se félicite de l’initiative prise par le Conseil européen d’Essen en faveur de l’union entre les peuples et de la diffusion de la coopération comme moyen de briser le système de la violence.

On trouve de nombreuses appellations en son nom en Espagne (Saragosse, Reus, Getafe, Rubi, Gérone, etc.), certaines en France (par exemple à Avignon et Montpellier) et au Mexique. En Italie, elle est honorée dans le jardin des Droits de l’homme à Diano San Pietro. En 1998, elle a obtenu en Espagne le prix Prince des Asturies pour la coopération internationale; en 2002, elle a reçu la citoyenneté d’honneur de Caorle (Venise) et en 2006 le prix spécial Grinzane Cavour. Le Glamour Award for the Peacemaker People date de 2008.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

Rigoberta Menchù, in 1992, was the youngest person, and first indigenous person to receive the Nobel Peace Prize, with this motivation: «For her struggle for social justice and ethnocultural reconciliation based on respect for the rights of indigenous peoples.»

Rigoberta was born on January 9, 1959, in the municipality of Laj Chimel, in the province of San Miguel de Uspantán, Guatemala, to parents who were already prominent in their home village for being the elected, strongly committed and supportive representatives of the indigenous community. She grew up learning respect for the Earth from an early age, and for the traditions of her people. While also very young, she developed an awareness of the intense labor exploitation to which her people were subjected in the fincas, the large plantations where, with the rest of the family, she too went for some months of the year. In these large enterprises, indigenous people worked under the thumb of foremen and landowners - ladinos, mestizos, children of Spaniards and indigenous people, who, however, did not recognize any dignity of the indigenous, rejecting their identity and even their customs, language and manner of dress. Rigoberta’s active experience in organizing for the defense of her own community began in the second half of the 1970s, during which there were not only land expropriation attempts by landowners but also military repression by government forces. The climate of violence that characterized the regimes of other Latin American countries in the same years spread to Guatemala as well. In the early 1970s General Eugenio Laugerud García Kjell came to power, followed in 1978 by Fernando Romeo Lucas Garcia, another bloodthirsty president.

The experiences of the Menchú family were exemplary of the violence with which the government repressed indigenous peoples. Their father, Vicente, was imprisoned and tortured on charges of taking part in guerrilla activities. Released, he joined the Committee of Peasant Unity, which Rigoberta would also join in 1979, and lost his life in a fire caused by military troops to suppress the peaceful occupation of the Spanish Embassy in Guatemala City as a form of protest against land expropriation. Her brother and mother were be met by the same fate - arrest, torture and murder, the former at the age of only sixteen and the latter, after being raped, was killed and denied burial. Rigoberta continued her actions of denunciation against the military dictatorship and, as a result, was forced into exile in Mexico in 1981, where she continued her struggle for international recognition of the plight of Guatemala's Indian community. Since 1982 she has participated in the annual sessions of the Subcommittee on Prevention of Discrimination and Protection of Minorities of the UN Commission on Human Rights. In 1991 she became UN Ambassador, taking part in the drafting of a Declaration on the Rights of Indigenous Peoples.

She then chose to return to Guatemala to support a policy of dialogue and reconciliation, despite the death threats she received. In 1999 she fought to have former military dictator Efraín Ríos Montt tried for crimes committed against the people and for the genocide against Guatemala's Mayan population. Rios Montt, who died in 2018, was in fact held responsible for the massacre of at least 1,771 ethnic Ixil Indians in the department of Quichè between 1982 and 1983. Meanwhile, Rigoberta Menchù ran for the office of President of the Republic both in the 2007 elections, in which she obtained, with the support of the Encounter for Guatemala formation, 3.1 percent of the vote, and in the 2011 elections, when, supported by a leftist coalition, she obtained 3.2 percent of the vote. To understand the reasons for the awarding of the Nobel Prize, it is important to read her autobiography, I, Rigoberta Menchù. It was mainly as a result of the account contained in the book that admiration for Rigoberta Menchù's story spread throughout the international community, to the point of earning her widespread recognition. It was to those pages that she entrusted her account of injustice, violence and discrimination she suffered firsthand and the development of methods of struggle that, over the years, she has used to combat episodes of systematic labor and ethnic oppression, thus bring her story from the particular to the universal. Her story is like an ascending climax: each page recounts the awareness she has gained from year to year, the curiosity and sense of justice she has woven over time. Her peace-seeking spirit can be grasped when she declares that she "did not have a school for my political education, but rather, starting from my own experience, I tried to connect it with the overall situation of the whole people."

 

The colors of her clothes, the eccentricity of her earrings, and her long black hair anticipate, in her appearance, the strength of her soul: a proud woman who went from being obedient because of her simplicity, as described in the biography, to being disobedient toward the codes of violence systematically applied by the powerful in her land. She allowed herself to be guided by the thread woven by her ancestors and forefathers, respecting the sacredness of their rites, ceremonies and traditions. Her strength was believing in community, in the sense of preserving unity among people. She was clear from the beginning that the usurping enemy could only defeat the indigenous people by breaking them up. Rigoberta experimented with a nonviolent method of revolt - as a Catholic, catechist and practitioner, she rereads the Bible as a metaphor, trying to find in the sacred stories the history of her people and, in particular, she has chosen to learn languages. She knew that only by learning not only the Castilian of the Ladinos, but also the local dialects and languages, which differed profoundly from village to village, would she have a concrete opportunity to involve her people, even training the women she met on her path so that they could coordinate and direct, as she did, the peasant organizations. She learned the method of critique and self-criticism as the root of change within the popular struggle and became a Samaritan of instruments of rebellion, bringing among the aldeas, the villages of her region, what she had experienced to break the mechanisms of violence and oppression, calling herself "a catechist capable of walking the earth." With a strong spirituality, skillfully intertwined with a keen sense of concreteness, Rigoberta fights for peace and says, "I chose to stay in the city or the village even though I would have had the opportunity to take up arms, but we make our contribution in different forms and everything goes toward the same goal." Rigoberta has become an advocate for a lasting peace, one that would not only involve the victory of one people's battle against one enemy, but one that would activate the transmission of values of peace, unity among peoples, and the spread of cooperation as a way to break the system of violence.

There are many place name dedications to her in Spain (Zaragoza, Reus, Getafe, Rubí, Girona, etc.), some in France (e.g., in Avignon and Montpellier) and in Mexico. In Italy she is honored in the Human Rights Garden in Diano San Pietro. In 1998 she was awarded the Prince of Asturias Prize for International Cooperation in Spain. In 2002 she received the honorary citizenship of Caorle (Venice) and in 2006 the Grinzane Cavour Special Prize. The Glamour Award for the Peacemaker People dates back to 2008.


Traduzione spagnola

Daniela Leonardi

Rigoberta Menchú, en 1992, fue la primera indígena y la más joven en recibir el Premio Nobel de la Paz, con la motivación: «por su lucha por la justicia social y reconciliación etnocultural basada en el respeto de los derechos de los indígenas».

Rigoberta nació el 9 de enero de 1959 en el municipio de Laj Chimel, en la provincia de San Miguel de Uspantán, Guatemala; sus padres ya eran personas en vista en su pueblo de origen para ser los elegidos, representantes de la comunidad indígena, fuertemente unida y solidaria. Crece desde pequeña aprendiendo el respeto por la Tierra, por las tradiciones de su pueblo, y madurando ya muy joven un sentido de conciencia incluso de la prevaricación y de la explotación laboral a la que estaba obligada su gente en las fincas, las grandes plantaciones adonde, con el resto de la familia, ella también va algunos meses al año. En estas grandes extensiones la población indígena trabaja a sueldo de cabos y terratenientes ladinos, es decir mestizos, hijos de españoles e indígenas, que solo hablan español; no les reconocen ninguna dignidad a los indígenas, rechazando su identidad e incluso sus costumbres, su lengua y su forma de vestir. A partir de la segunda mitad de los años setenta comienza para Rigoberta la experiencia activa en la organización para la defensa de su comunidad, sometida no solo a los intentos de expropiación de la tierra por parte de los terrateniente, sino también a la represión militar de las fuerzas gubernamentales. En efecto, se difunde también en Guatemala el clima de violencia que caracteriza, en los mismos años, a los regímenes de otros países de América Latina: a principios de los años setenta llega al poder el general Eugenio Laugerud García Kjell, tras el cual sube al poder, en 1978, Fernando Romeo Lucas García, otro presidente sanguinario.

Los acontecimientos de la familia Menchú son ejemplos de la violencia con la que el gobierno reprime a los pueblos indígenas: el padre Vicente es encarcelado y torturado con la acusación de haber participado en actividades de guerrilla. Liberado, entra a formar parte del Comité de unidad campesina (CUC), al que se unirá Rigoberta en 1979, y pierde la vida en el incendio causado por las tropas militares para reprimir la ocupación pacífica de la Embajada española en la Ciudad de Guatemala, como protesta contra la expropiación de tierras. A su hermano y a su madre les sucederá lo mismo: arresto, tortura y asesinato, el primero a la edad de solo dieciséis años y a la segunda, después de haber sido violada, también se le negará el entierro. Rigoberta continúa sus acciones de denuncia contra la dictadura militar y, por ello, se ve obligada al exilio en 1981, en México, donde continúa su lucha por el reconocimiento internacional de la causa de la comunidad india de Guatemala. Desde 1982 participa en las sesiones anuales de la Subcomisión de Prevención de la Discriminación y Protección de las Minorías de la Comisión de Derechos Humanos de la ONU. En 1991 se convierte en embajadora de la ONU, participando en la redacción de una Declaración sobre los derechos de los pueblos indígenas.

Luego decide volver a Guatemala para apoyar una política de diálogo y reconciliación, a pesar de las amenazas de muerte recibidas. En 1999 lucha para que el ex dictador militar Efraín Ríos Montt sea juzgado por crímenes cometidos contra personas de nacionalidad española y por el genocidio del pueblo maya de Guatemala. Ríos Montt, fallecido en 2018, de hecho es responsable de la masacre de al menos 1771 indios de la etnia Ixil del Departamento de Quiché entre 1982 y 1983. Mientras tanto, Rigoberta Menchú se presenta para el cargo de Presidente de la República tanto en las elecciones de 2007, en las que obtiene, con el apoyo de la formación “Encuentro para Guatemala”, el 3,1% de los votos, como en las de 2011, cuando, apoyada por una coalición de izquierda, obtiene el 3,2% de los votos. Entender las razones de la concesión del Premio Nobel, significa adentrarse en su biografía (Elisabeth Burgos, Me llamo Rigoberta Menchú y así me nació la conciencia, 1983): de hecho, fue sobre todo a raíz del relato contenido en el libro que se difundió en la comunidad internacional la admiración por la historia de Rigoberta Menchú, hasta que le fue concedida la condecoración. A esas páginas encomienda Rigoberta el relato de injusticias, violencias y discriminaciones sufridas en primera persona y de la construcción de prácticas de lucha que, a lo largo de los años, se fueron emprendiendo para combatir los episodios de abuso sistemático laboral y étnico, haciendo que su relato pase de ser particular a universal. Su historia es como un clímax ascendente: cada página cuenta la conciencia que ha madurado de año en año, la curiosidad y el sentido de justicia que ha tejido en el tiempo. Su espíritu de búsqueda de la paz puede captarse cuando declara que no ha tenido una escuela para su formación política, sino más bien, partiendo de su experiencia, trató de conectarla con la situación global de todo el pueblo.

 

Los colores de sus vestidos, la excentricidad de sus pendientes, los largos cabellos negros anticipan, en apariencia, la fuerza de su alma: una mujer orgullosa que por obediente, por su sencillez, como se describe en la biografía, se vuelve desobediente a los códigos de violencia sistemáticamente aplicados por los poderosos de su tierra. Se dejó guiar por el hilo tejido por sus antepasados, respetando la sacralidad de sus ritos, ceremonias y tradiciones. Su punto fuerte ha sido creer en la comunidad, en el sentido de preservar la unión entre las personas: desde el principio tuvo claro que el enemigo usurpador solo podría derrotar al pueblo indígena disgregándolo. Rigoberta experimenta un método de revuelta no violento: como católica, catequista y practicante, interpreta la Biblia como una metáfora, intentando encontrar en los cuentos sagrados la historia de su gente y, en particular, elige aprender las lenguas. Sabe, en efecto, que solo aprendiendo no solo el castellano de los ladinos, sino también los dialectos y las lenguas locales, profundamente diferentes de pueblo a pueblo,podría tener una ocasión concreta de involucrar a su pueblo, formando también a las mujeres que encontraba en su camino, para que pudieran coordinar y dirigir, como ella, la organización campesina. Aprende el método de la crítica y de la autocrítica, como raíz del cambio dentro de la lucha popular y se convierte en samaritana de instrumentos de rebelión, llevando entre las aldeas, los pueblos de su región, lo que experimentó para romper los mecanismos de violencia y abuso, diciéndose «Soy una catequista que sabe caminar sobre la tierra». Con una fuerte espiritualidad, sabiamente entrelazada con un agudo sentido de concreción, Rigoberta lucha por la paz y explica que eligió quedarse en la ciudad o en el pueblo aunque hubiera tenido la posibilidad de tomar las armas, porque el propio aporte se puede dar de formas diferentes pero todo va en la dirección del mismo objetivo. Rigoberta se hizo intérprete de una paz duradera, que no implicara solo la victoria de una batalla de un solo pueblo contra un único enemigo, sino que activara la transmisión de valores de paz, de unión entre los pueblos y la difusión de la cooperación como método para romper el sistema de la violencia.

Aparecen muchas denominaciones a su nombre en España (Zaragoza, Reus, Getafe, Rubí, Girona, etc.), algunas en Francia (por ejemplo, en Aviñón y Montpellier) y en México. En Italia es honrada en el jardín de los Derechos Humanos en Diano San Pietro. En 1998 España le otorgó el premio Príncipe de Asturias por la cooperación internacional; en 2002 recibió la ciudadanía honoraria de Caorle (Venecia) y en 2006 el premio especial Grinzane Cavour. En 2008 recibió el Glamour Award for the Peacemaker People.


Traduzione ucraina

Alina Petelko

Рігоберта Менчу у 1992 році стала першою жінкою з числа корінних народів і наймолодшою жінкою, яка отримала Нобелівську премію миру, з мотивацією: "За боротьбу за соціальну справедливість та етнокультурне примирення, засноване на повазі до прав корінних народів".

Рігоберта народилася 9 січня 1959 року в муніципалітеті Ладж Чімель, провінція Сан-Мігель-де-Успантан, Гватемала, в сім'ї батьків, які вже були відомими у своєму рідному селі як обрані представники корінної громади, міцно згуртовані та солідарні. З раннього дитинства вона вчилася поваги до землі, до традицій свого народу, дозріваючи в дуже юному віці почуттям усвідомлення зловживань і трудової експлуатації, до яких її народ був змушений на фінках, великих плантаціях, куди разом з іншими членами сім'ї вона теж їхала на кілька місяців на рік. На цих величезних просторах корінне населення працює на капралів і землевласників, ладінос, метисів, дітей іспанців і корінних жителів, які, однак, не визнають їхньої гідності, відкидаючи їхню ідентичність і навіть їхні звичаї, мову і манеру одягатися. З другої половини 1970-х років Рігоберта розпочала активний досвід організації захисту своєї громади, яка зазнавала не лише спроб експропріації землі з боку землевласників, а й військових репресій з боку урядових військ. Атмосфера насильства, характерна для режимів інших латиноамериканських країн у ті ж роки, поширилася і в Гватемалі: на початку 1970-х років до влади прийшов генерал Еухеніо Лаугеруд Гарсія Кьелл, а в 1978 році - Фернандо Ромео Лукас Гарсія, ще один кровожерливий президент.

Події сім'ї Менчу є прикладом насильства, з яким уряд репресує корінні народи: їхній батько Вісенте був ув'язнений і підданий тортурам за звинуваченням в участі у партизанській діяльності. Звільнившись, він вступив до Комітету селянської єдності (Cuc), до якого в 1979 році приєднається і Рігоберта, і загинув у пожежі, влаштованій військовими для придушення мирного захоплення іспанського посольства в місті Гватемала, як форми протесту проти експропріації землі. Його брата і матір спіткала така ж доля: арешт, тортури і вбивство, першого у віці лише шістнадцяти років, а другу, після зґвалтування, не дозволили навіть поховати. Рігоберта продовжувала свої викривальні акції проти військової диктатури і була змушена виїхати в 1981 році в еміграцію до Мексики, де продовжила боротьбу за міжнародне визнання справи гватемальської індіанської громади. З 1982 року бере участь у щорічних сесіях Підкомісії з питань запобігання дискримінації та захисту меншин Комісії ООН з прав людини. У 1991 році стала Послом ООН, брала участь у розробці Декларації про права корінних народів.

Потім вона вирішила повернутися до Гватемали, щоб підтримати політику діалогу та примирення, незважаючи на погрози вбивства, які їй надходили. У 1999 році боровся за притягнення до відповідальності колишнього військового диктатора Ефраїна Ріоса Монтта за злочини, скоєні проти осіб з іспанським громадянством та за геноцид майя в Гватемалі. Ріос Монтт, який помер у 2018 році, фактично несе відповідальність за масове вбивство щонайменше 1771 індіанця етнічної групи іксіл в департаменті Кіче в період з 1982 по 1983 роки. Між тим, Рігоберта Менчу балотувалася на посаду президента республіки як на виборах 2007 року, на яких вона отримала за підтримки формування "Боротьба за Гватемалу" 3,1% голосів, так і на виборах 2011 року, коли за підтримки лівої коаліції набрала 3,2% голосів. Зрозуміти причини, за які вона була удостоєна Нобелівської премії, означає заглибитися в її біографію (Elisabeth Burgos, My name is Rigoberta Menchù). Адже саме завдяки розповіді, викладеній у цій книзі, захоплення історією Рігоберти Менчу поширилося на всю міжнародну спільноту, аж до того, що вона була удостоєна такої честі. Саме цим сторінкам вона довіряє розповідь про несправедливість, насильство та дискримінацію, яких зазнала особисто, а також про побудову бойових практик, які протягом багатьох років вона активізувала для боротьби з епізодами систематичного трудового та етнічного гноблення, таким чином перетворюючи свою розповідь з конкретної на універсальну. Її історія схожа на висхідну кульмінацію: кожна сторінка розповідає про усвідомлення, яке вона розвивала рік за роком, про допитливість і почуття справедливості, які вона виплела з часом. Її прагнення до миру можна зрозуміти, коли вона заявляє, що "у мене не було школи для моєї політичної освіти, а скоріше, виходячи з мого власного досвіду, я намагалася пов'язати його із загальною ситуацією всього народу".

 

Кольори її одягу, ексцентричність сережок та довге чорне волосся передбачають в її зовнішності силу її душі: горда жінка, яка з покірної, завдяки своїй простоті, як описано в її біографії, стала непокірною щодо кодексів насильства, які систематично застосовували сильні світу цього на її землі. Вона дозволила собі вести себе ниткою, яку виткали її предки і пращури, поважаючи святість їхніх обрядів, церемоній і традицій. Її сильною стороною була віра в громаду, в сенсі збереження союзу між людьми: вона з самого початку чітко усвідомлювала, що ворог-узурпатор може перемогти корінний народ, лише розірвавши його. Рігоберта експериментувала з ненасильницьким методом бунту: як католичка, катехит і практик, вона перечитувала Біблію як метафору, намагаючись віднайти історію свого народу в священних оповідях і, зокрема, вирішила вивчати мови. Вона знала, що тільки вивчивши не тільки кастильську мову Ладіно, але й діалекти та місцеві мови, які сильно відрізняються від села до села, вона матиме конкретну можливість залучити свій народ, а також навчити жінок, яких вона зустрічала на своєму шляху, щоб вони могли координувати та керувати селянською організацією, як це зробила вона. Вона засвоїла метод критики і самокритики як корінь змін у народній боротьбі і стала самаритянкою знарядь повстання, несучи в альди, села свого регіону, те, що пережила сама, щоб зламати механізми насильства і гноблення, називаючи себе "катехиткою, здатною ходити по землі". З сильною духовністю, вміло переплетеною з гострим відчуттям конкретики, Рігоберта бореться за мир і каже: "Я вибрала залишитися в місті або в селі, навіть якщо б у мене була можливість взяти в руки зброю, але ми робимо свій внесок в різних формах і все йде до однієї мети". Рігоберта зробила себе інтерпретатором тривалого миру, який передбачає не лише перемогу одного народу в боротьбі проти одного ворога, але й активізує передачу цінностей миру, єдності між народами та поширення співпраці як способу зламати систему насильства.

Її ім'ям названо багато міст в Іспанії (Сарагоса, Реус, Хетафе, Рубі, Жирона та ін.), деякі у Франції (наприклад, в Авіньйоні та Монпельє) та в Мексиці. В Італії її вшановують у Саду прав людини в Діано-Сан-П'єтро. У 1998 році нагороджена премією Принца Астурійського за міжнародне співробітництво в Іспанії, у 2002 році отримала почесне громадянство міста Каорле (Венеція), у 2006 році - спеціальну премію Грінзане Кавур. Премія "Гламур" для людей-миротворців започаткована у 2008 році.