Calendaria 2023 - Louise Glück

Louise Gluck
Giulia Basile






Giada Ionà

 

Premio Nobel per la letteratura 2020 «Per la sua inconfondibile voce poetica, che con la sua austera bellezza, rende universale l’esistenza individuale».

Nata a New York il 22 aprile del 1943 da una famiglia di origini ebreo-ungheresi, è cresciuta in un ambiente culturalmente attivo. Lei stessa ricorda che da bambina il suo gioco preferito con la nonna era quello di far gareggiare e confrontare tra loro libri diversi. E fu proprio in famiglia che si innamorò della bellezza delle favole e della mitologia greca, ma è anche la famiglia, il conflitto con sua madre e l’anoressia, a segnare la sua vita, tanto da essere costretta ad abbandonare il liceo e, in seguito, anche gli studi alla Columbia University.

Alternando periodi di fermento a depressione, grazie alla psicoanalisi, superò quei conflitti e quando il suo secondo marito, John Dranow, investì denaro in una scuola di chef, lei disse: «Mia madre era una cuoca spettacolare! Mi mancava il cibo e sono stata felice di riaccoglierlo nella mia vita». Divenne madre single, attenta e generosa col figlio Noha (che le ha dato due nipotine gemelle) rimasto l’unico, anche dopo un ventennio di vita col marito da cui poi ha divorziato. Oggi insegna Poesia all’Università Yale di New Haven, Connecticut.

Autrice da tempo molto apprezzata in patria e all’estero, ha un cursus honorum singolare: Premio Pulitzer per la poesia (1993), Premio Bollingen per la poesia (2001), National Book Award (2014), poeta laureata degli Stati Uniti nel 2003, Nobel nel 2020. Oggi viene collocata in una illustre e nobile stirpe di poeti e poete, tra le donne più grandi, accanto a Emily Dickinson, Elizabeth Bishop, Sylvia Plath, Anne Sexton e Anne Carson. Dal 1968 a oggi ha pubblicato quattordici libri di poesia e alcuni saggi.

Il presidente Barack Obama consegna la National Humanities Medal alla poetessa Louise Gluck durante una cerimonia nella East Room alla Casa Bianca il 22 settembre 2016 a Washington, DC 

L’ultimo, Ottobre, edito durante la pandemia in corso, contiene riferimenti alla tragedia dell’11 settembre a New York perché – lei dice – è normale che la scrittura risenta dei drammi che abbiamo vissuto e ci scaraventano nel buio del dolore, ma è importante il come sappiamo uscirne. Fin dalla prima lettura, la poesia di Louise Glück porta a interrogarsi sul senso dello stare al mondo. In pochi versi raccomanda: «finché non si fa esperienza non si può raccontare nulla, per scrivere devi soffrire». E aggiunge, nel saggio Contro la sincerità, che il lettore è come Psiche: giace ogni notte con l’amato ma non lo conosce e una notte accende una candela per vedere chi c’è. Così chi legge si avvicina alla poesia con la candela in mano per scoprire chi c’è dall’altra parte. La sua scrittura si nutre molto della mitologia classica e dei personaggi biblici, che sono per lei i pilastri a cui afferrarsi nel caos della vita e da cui attingere. Ad esempio, la figura di Achille nella silloge Il trionfo di Achille è un personaggio di grande umanità, che comprende la propria caducità di fronte agli Dei dell’Olimpo, e non si dispera.

I temi di fondo della sua scrittura sono quelli che nascono dalla vita realmente vissuta e, in specie, dal fallimento delle relazioni. Anche la forma presenta ripetizioni quasi ossessive, frasi spezzate, sincopate, segno della ricerca di profondità ed essenzialità espressiva. La silloge Iris selvatico ci trasporta in un giardino dove, mentre l’autrice dialoga coi fiori (l’iris, la rosa, il papavero rosso, il trifoglio, le margherite), ci racconta della sua famiglia e delle sue esperienze. Spesso il suo soliloquio col suo Io poi diventa dialogo con un Dio intimo, astratto, alcune volte severo, altre generoso.

Nel riferirsi a Adamo e Eva, «Quando vi ho fatti, vi amavo. / Ora vi compatisco» dice Dio. Alla fine è Louise che cerca un dialogo con il padre irraggiungibile fino alla sua risposta appena percettibile, in Tramonto. È come se parlando attraverso l’iris mettesse in luce la materia del suo poetare per darsi una nuova possibilità: ciò che torna dalla dimenticanza serve a ritrovare qualcosa. Altra silloge tradotta in italiano è Averno (2006), in cui troviamo molti degli elementi già citati, ma centrale diventa il racconto dell’Ade e di Demetra con la figlia Persefone, e delle tante allegorie. Averno è un viaggio agli inferi, un percorso costellato da ciò che non è, caratterizzato da una costante sottrazione per giungere al nulla: «forse già il non essere basta del tutto, / per quanto sia difficile da immaginare». Qui c’è la vera poeta, nello scrivere ciò che è difficile da immaginare, ciò che è passato, presente e futuro, quel che resterà dopo la morte. Il percorso negli inferi è pieno di blu, di spazi neri, e in esso Louise fissa le tappe della propria esistenza e quella della sua famiglia: invoca il buio, del «non vedere» che è al contempo richiamo alla luce; il “ghiaccio”, emblema del «non sentire» per cercare di difendersi: «Cielo blu, ghiaccio blu, / strada come un fiume ghiacciato / stai parlando / della mia vita / lei mi disse».

Averno è dunque un viaggio nel buio delle dimenticanze e nel blu della cancellazione, descritto con frasi e punteggiatura sincopate, essenziali, cosa che si accorda con il continuo togliere dell’autrice in cerca dell’anima. Offre così un modello di comprensione per gli innumerevoli cambiamenti che costellano l’esistenza di ognuno di noi.

Con molta naturalezza e senza drammatizzare scrive: «la morte non può farmi male / più di quanto mi abbia fatto male tu /amata vita mia». La silloge forse più nota è Ararat (1990). Nella Bibbia, Ararat è il monte della salvezza di Noè. Qui Glück ripercorre con lucidità e durezza le relazioni che secondo Freud sono all’origine di tutti i traumi: quelle familiari. La vicenda che narra è quella di una famiglia, ma i protagonisti in realtà sono i membri della sua famiglia. Si trovano qui tutti i temi essenziali del poetare di Glück: l’esistenza, le ferite prodotte da sentimenti incoerenti, i grandi misteri, la vita, la morte, ma anche le prove da affrontare, il desiderio di amore e attenzioni.

Dallo sguardo d’insieme della sua opera (che include, oltre queste tre sillogi trattate, altre 11 pubblicazioni fino all’ultima Ottobre edita a marzo 2021) è palese che Louise Glück è veramente una grande Maestra nel raccontare l’animo umano e una grande poeta. In una intervista fatta subito dopo aver vinto il Nobel ci regala la sua idea di poesia: «Quello che tento di fare nelle poesie è stupire me stessa e – mi auguro – anche il lettore» e aggiunge che quando si accorge che il lettore potrebbe procedere verso un finale immaginabile, lei cambia rotta, perché vuole che chi legge sia destabilizzato e provi meraviglia». «La scrittura serve per mantenere lo stupore. La prima regola che insegno ai miei studenti di poesia è dividere le parti vive da quelle morte (che sarebbero i versi prevedibili), perché la poesia “viva” è quella che ti porta in un posto che prima non conoscevi».

Tordo

… per me penso che il mio senso di colpa significhi

che non ho vissuto tanto bene.

Qualcuno con me non evade.

Penso che per un po’ dormi.

Poi scendi nel terrore dell’altra vita

solo che

l’anima assume qualche forma diversa,

più o meno cosciente di prima,

più o meno avida.

Dopo molte vite, forse qualcosa cambia.

Penso che alla fine quello che vuoi

sarai in grado di vederlo.

Allora non hai più bisogno

di morire e ritornare ancora.


Traduzione francese

Guenoah Mroue

Prix Nobel de littérature 2020 «Par sa voix poétique incomparable, qui, avec son austère beauté, rend universelle l’existence individuelle».

Née à New York le 22 avril 1943 d’une famille d’origine juive-hongroise, elle a grandi dans un environnement culturellement actif. Elle se souvient elle-même que quand elle était petite, son jeu préféré avec sa grand-mère était de faire une compétition et de comparer entre eux différents livres. Et c’est dans sa famille qu’elle est tombée amoureuse de la beauté des fables et de la mythologie grecque, mais c’est aussi la famille, le conflit avec sa mère et l’anorexie, qui a marqué sa vie, au point d’être forcée d’abandonner le lycée et, ensuite, elle a étudié à l’Université Columbia.

Alternant périodes de troubles et dépression, grâce à la psychanalyse, elle a surmonté ces conflits et quand son second mari, John Dranow, a investi de l’argent dans une école de chef, elle a dit : «Ma mère était une cuisinière spectaculaire! La nourriture me manquait et j’ai été heureuse de la retrouver dans ma vie». Elle est devenue mère célibataire, attentive et généreuse avec son fils Noha (qui lui a donné deux petites-filles jumelles) resté le seul, même après vingt ans de vie avec son mari dont elle a ensuite divorcé. Aujourd’hui, elle enseigne la poésie à l’Université Yale de New Haven, Connecticut.

Auteur depuis longtemps très appréciée dans son pays et à l’étranger, elle a un cursus honorum singulier : Prix Pulitzer pour la poésie (1993), Prix Bollingen pour la poésie (2001), National Book Award (2014), poète diplômée des États-Unis en 2003, Nobel en 2020. Aujourd’hui, elle est placée dans une noble lignée de poètes, parmi les femmes les plus âgées, aux côtés d’Emily Dickinson, Elizabeth Bishop, Sylvia Plath, Anne Sexton et Anne Carson. De 1968 à aujourd’hui, elle a publié quatorze livres de poésie et quelques essais.

Le 22 septembre 2016 à Washington, DC, le président Barack Obama a remis la Médaille nationale des sciences humaines à la poète Louise Gluck lors d'une cérémonie dans la salle Est de la Maison Blanche.

Le dernier, Octobre, publié pendant la pandémie en cours, contient des références à la tragédie du 11 septembre à New York parce que - dit-elle - il est normal que l’écriture souffre des drames que nous avons vécus et nous plonge dans l’obscurité de la douleur, mais il est important de savoir comment nous en sortons. Dès la première lecture, la poésie de Louise Glück amène à s’interroger sur le sens d’être au monde. Dans quelques vers, elle recommande : «tant qu’on ne fait pas l’expérience, on ne peut rien raconter, pour écrire, il faut souffrir». Et elle ajoute, dans l’essai Contre la sincérité, que le lecteur est comme Psyché : il dort chaque nuit avec le bien-aimé mais ne le connaît pas et une nuit il allume une bougie pour voir qui est là. Ainsi, celui qui lit s’approche du poème avec la bougie à la main pour découvrir qui est de l’autre côté. Son écriture se nourrit beaucoup de la mythologie classique et des personnages bibliques, qui sont pour elle les piliers auxquels s’accrocher dans le chaos de la vie et où puiser. Par exemple, la figure d’Achille dans la syllabe Le triomphe d’Achille est un personnage de grande humanité, qui comprend sa propre caducité face aux Dieux de l’Olympe, et ne désespère pas.

Les thèmes de fond de son écriture sont ceux qui naissent de la vie réellement vécue et, en particulier, de l’échec des relations. Même la forme présente des répétitions presque obsessionnelles, des phrases brisées, syncopées, signe de la recherche de profondeur et de l’essentialité expressive. La syllabe sauvage Iris nous transporte dans un jardin où, tandis que l’auteur dialogue avec les fleurs (l’iris, la rose, le coquelicot rouge, le trèfle, et les marguerites), nous parle de sa famille et de ses expériences. Souvent son soliloque avec son Moi devient ensuite dialogue avec un Dieu intime, abstrait, parfois sévère, et d’autres généreux.

En se référant à Adam et Ève, « Quand je vous ai faits, je vous ai aimés. / Maintenant je vous plains » dit Dieu. Finalement, c’est Louise qui cherche un dialogue avec son père inaccessible jusqu’à sa réponse à peine perceptible, dans Sunset. C’est comme si en parlant à travers l’iris elle mettait en lumière la matière de son poète pour se donner une nouvelle possibilité : ce qui revient de l’oubli sert à retrouver quelque chose. Une autre syllabe traduite en italien est Averno (2006), dans laquelle nous trouvons beaucoup d’éléments déjà cités, mais central devient le récit de l’Hadès et de Déméter avec sa fille Perséphone, et des nombreuses allégories. Averno est un voyage aux enfers, un parcours constellé par ce qu’il n’est pas, caractérisé par une soustraction constante pour arriver au néant : « peut-être déjà le fait de ne pas être suffisant du tout, / aussi difficile à imaginer ». Voici le vrai poète, en écrivant ce qui est difficile à imaginer, ce qui est passé, présent et futur, ce qui restera après la mort. Le parcours dans les enfers est plein de bleu, d’espaces noirs, et Louise y fixe les étapes de son existence et celle de sa famille : elle invoque l’obscurité, du « ne pas voir » qui est en même temps un appel à la lumière ; la "glace", emblème du « ne pas sentir » pour chercher à se défendre : « Ciel bleu, glace bleue, / route comme une rivière glacée / tu parles / de ma vie / elle me dit ».

Averno est donc un voyage dans l’obscurité des oublis et dans le bleu de l’effacement, décrit avec des phrases et des ponctuations syncopées, essentielles, ce qui s’accorde avec le fait de retirer continuellement de l’auteur à la recherche de l’âme. Elle offre ainsi un modèle de compréhension pour les innombrables changements qui jalonnent l’existence de chacun de nous.

Avec beaucoup de naturel et sans dramatiser, elle écrit : «la mort ne peut pas me faire mal / plus que ce que tu m’as fait mal / ma vie bien-aimée». La syllabe la plus connue est Ararat (1990). Dans la Bible, Ararat est la montagne du salut de Noé. Ici, Glück retrace avec lucidité et dureté les relations qui, selon Freud, sont à l’origine de tous les traumatismes : les relations familiales. L’histoire qu’elle raconte est celle d’une famille, mais les protagonistes sont en réalité les membres de sa famille. On trouve ici tous les thèmes essentiels du poète de Glück : l’existence, les blessures produites par des sentiments incohérents, les grands mystères, la vie, la mort, mais aussi les épreuves à affronter, le désir d’amour et d’attention.

D’après le regard d’ensemble de son œuvre (qui inclut, outre ces trois syllabes traitées, 11 autres publications jusqu’à la dernière Octobre publiée en mars 2021), il est évident que Louise Glück est vraiment une grande Maîtresse pour raconter l’âme humaine et une grande poète. Dans une interview faite immédiatement après avoir gagné le prix Nobel, elle nous donne son idée de poésie : «Ce que j’essaie de faire dans les poèmes, c’est m’étonner moi-même et - je l’espère - le lecteur aussi» et ajoute que lorsqu’elle s’aperçoit que le lecteur pourrait avancer vers une fin imaginable, Elle change de cap, parce qu’elle veut que celui qui lit soit déstabilisé et éprouve de l’émerveillement». « L’écriture sert à maintenir l’émerveillement. La première règle que j’enseigne à mes étudiants en poésie est de diviser les parties vivantes de ces morts (qui seraient les vers prévisibles), car la poésie "vivante" est celle qui vous emmène dans un endroit que vous ne connaissiez pas auparavant».

Muguet

... Je pense que ma culpabilité signifie

que je n’ai pas si bien vécu.

Quelqu’un ne s’évade pas avec moi.

Je crois que tu dors.

Puis tu descends dans la terreur de l’autre vie

seulement que

l’âme prend une forme différente,

plus ou moins consciente qu’avant,

plus ou moins gourmande.

Après de nombreuses vies, peut-être que quelque chose change.

Je pense qu’à la fin ce que tu veux

Tu pourras le voir.

Alors tu n’as plus besoin

de mourir et de revenir.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

2020 Nobel Prize in Literature Awarded for “… her unmistakable poetic voice, that with austere beauty makes individual existence universal."

Born in New York City on April 22, 1943 to a family of Jewish-Hungarian descent, she grew up in a culturally active environment. She recalls that as a child her favorite game with her grandmother was to contrast and compare different books. And it was in her family that she fell in love with the beauty of fairy tales and Greek mythology, but it was also her family, her conflict with her mother and her anorexia, that marked her life, so much so that she was forced to drop out of high school and, later, even her studies at Columbia University.

Alternating between periods of turmoil and depression, she overcame those conflicts thanks to psychoanalysis. When her second husband, John Dranow, invested money in a cooking school, she said, "My mother was a spectacular cook! I missed food and was happy to welcome it back into my life." She became a single, caring and generous mother to her son Noha (who gave her twin granddaughters) who remained her only child, even after a 20-year stint with her husband from whom she later divorced. Today she teaches poetry at Yale University in New Haven, Connecticut.

A longtime highly regarded author at home and abroad, she has a long and remarkable list of awards, including the Pulitzer Prize for Poetry (1993), Bollingen Prize for Poetry (2001), National Book Award (2014), Poet Laureate of the United States in 2003, and the Nobel Prize in 2020. Today she is placed in a distinguished and noble lineage of poets, among the greatest women, alongside Emily Dickinson, Elizabeth Bishop, Sylvia Plath, Anne Sexton and Anne Carson. From 1968 to the present, she has published fourteen books of poetry and many essays.

On September 22, 2016 in Washington, DC, President Barack Obama presented the National Humanities Medal to poet Louise Gluck during a ceremony in the East Room of the White House.

Winter Recipes from the Collective, published during the current pandemic, contains references to the 9/11 tragedy in New York City because, she says, it is normal for writing to be affected by the dramas we have lived through and that hurl us into the darkness of grief, but knowing how to get out of it is most important. From the first reading, Louise Glück's poetry leads one to question the meaning of being in the world. In just a few lines she sums up, "until you have experience you have nothing to tell, to write you must suffer." She adds, in the essay Against Sincerity, that the reader is like Psyche: she lies every night with her beloved but does not know him, and one night she lights a candle to see who is there. Thus the reader approaches the poem with a candle in hand to find out who is on the other side. Her writing leans heavily on classical mythology and biblical characters, which are for her the pillars to grasp onto in the chaos of life and to draw from. For example, the figure of Achilles in The Triumph of Achilles is a character of great humanity, who understands his own transience in the face of the Olympian gods, and does not despair.

The underlying themes of her writing are those that arise from fully lived life and, especially, from the failure of relationships. Even the form presents almost obsessive repetitions, broken, syncopated sentences, a sign of the search for expressive depth and essentiality. The collection The Wild Iris transports us to a garden where, as the author converses with flowers (the iris, rose, red poppy, clover, daisies), she tells us about her family and her experiences. Often her soliloquy with her ego then becomes a dialogue with an intimate, abstract God, sometimes stern, sometimes generous.

In referring to Adam and Eve, God says, "When I made you, I loved you, / Now I pity you". In the end, it is Louise who seeks a dialogue with her unreachable father until his barely perceptible response in Sunset. It is as if speaking through the iris she sheds light on the material of her poetry to give herself a new possibility: what comes back from forgetfulness serves to find something again. Another collection is Averno (2006), in which we find many of the elements already mentioned, but the tale of Hades and Demeter with her daughter Persephone, and the many allegories, become central. Averno is a journey into the underworld, a path studded with what is not, characterized by a constant subtraction in order to arrive at nothingness: "perhaps already not being is enough of the whole, / however hard it is to imagine." Here is the true poet, in writing what is hard to imagine, what is past, present and future, what will remain after death. The journey into the underworld is full of blue and black spaces, and in them Louise fixes the stages of her own and her family's existence: she invokes the dark, of "not seeing" that is at the same time a call to light; the "ice," emblem of "not feeling" to try to defend herself: "Blue sky, blue ice, / road like a frozen river / you're talking / about my life / she told me."

Averno is thus a journey into the darkness of forgetfulness and the blue of erasure, described with syncopated, essential sentences and punctuation, which is in keeping with the author's continual soul-searching. She thus offers a model of understanding for the innumerable changes that dot the existence of each of us.

Very naturally and without dramatizing, she writes, "death cannot harm me / more than you have harmed me / my beloved life." Perhaps the best known collection is Ararat (1990). In the Bible, Ararat is the mountain of Noah's salvation. Here Glück lucidly and harshly traces the relationships that according to Freud are at the root of all trauma: family relationships. The story she tells is that of an anonymous family, but the protagonists are actually members of her own family. One finds here all the essential themes of Glück's poetry: existence, the wounds produced by inconsistent feelings, the great mysteries, life, death, but also the trials to be faced, the desire for love and attention.

From an overall look at her work (which includes, in addition to these three covered collections, 11 other publications up to the last - Winter Recipes from the Collective published in March 2021) it is obvious that Louise Glück is truly a great master in narrating the human soul, and a great poet. In an interview done immediately after winning the Nobel Prize she gives us her idea of poetry: "What I try to do in the poems is to amaze myself and - I hope - the reader as well," and she adds that when she realizes that the reader might be proceeding toward an imaginable ending, she changes course, because she wants the reader to be destabilized and feel wonder. "Writing is about maintaining wonder. The first rule I teach my poetry students is to divide the living parts from the dead parts (which would be the predictable verses), because the 'living' poem is the one that takes you to a place you didn't know before."

Thrush

… But for me — I think the guilt I feel must mean
I haven’t lived well.

Someone like me doesn’t escape. I think you sleep awhile,
then you descend into the terror of the next life
except

the soul is in some different form,
more or less conscious than it was before,
more or less covetous.

After many lives, maybe something changes.
I think in the end what you want
you’ll be able to see–

Then you don’t need anymore
to die and come back again.


Traduzione spagnola

Maria Carreras Goicoechea

Premio Nobel de Literatura 2020 “Por su inconfundible voz poética que, con su austera belleza, hace universal la existencia individual”.

Nacida en Nueva York el 22 de abril de 1943 en el seno de una familia de ascendencia judeo-húngara, creció en un entorno culturalmente activo. Ella misma recuerda que de niña le gustaba mucho jugar con su abuela era competir y comparar diferentes libros entre ellas. Y fue en su familia donde se enamoró de la belleza de los cuentos de hadas y de la mitología griega. Pero también fue su familia, el conflicto con su madre y su anorexia lo que marcó su vida, hasta el punto de verse obligada a abandonar el instituto y, más tarde, sus estudios en la Universidad de Columbia.

Alternando periodos de agitación y depresión, gracias al psicoanálisis superó esos conflictos y cuando su segundo marido, John Dranow, invirtió dinero en una escuela de chefs, dijo: “¡Mi madre era una cocinera espectacular! Echaba de menos la comida y me alegro de volver a acogerla en mi vida”. Se convirtió en madre soltera, atenta y generosa con su hijo Noha (que le ha dado dos nietas gemelas), su único hijo, incluso después de veinte años con su marido, del que se divorció más tarde. Actualmente enseña poesía en la Universidad de Yale, en New Haven (Connecticut).

Autora muy apreciada en su país y en el extranjero, posee un singular cursus honorum: Premio Pulitzer de Poesía (1993), Premio Bollingen de Poesía (2001), National Book Award (2014), Poeta Laureada de Estados Unidos en 2003, Premio Nobel en 2020. Hoy se la sitúa en una ilustre y noble estirpe de poetas y poetisas, entre las más grandes mujeres, junto a Emily Dickinson, Elizabeth Bishop, Sylvia Plath, Anne Sexton y Anne Carson. Desde 1968 ha publicado catorce libros de poesía y varios ensayos.

El 22 de septiembre de 2016 en Washington, DC, el presidente Barack Obama entregó la Medalla Nacional de Humanidades a la poeta Louise Gluck durante una ceremonia en el Salón Este de la Casa Blanca.

El más reciente, Octubre, publicado durante la pandemia, contiene referencias a la tragedia del 11-S en Nueva York, porque -dice- es normal que la escritura se vea afectada por los dramas vividos y nos arroje a la oscuridad del dolor, pero es importante que sepamos salir de ella. Desde su primera lectura, la poesía de Louise Glück lleva a cuestionarse el sentido de estar en el mundo. En pocas líneas, recomienda: “hasta que no se experimenta, no se puede contar nada, hay que sufrir para escribir”. Y añade, en el ensayo Contra la sinceridad, que el lector es como Psique: se acuesta cada noche con su amado pero no lo conoce, y una noche enciende una vela para ver quién está presente. Así, el lector se acerca a la poesía con la vela en la mano para averiguar quién está al otro lado. Su escritura se nutre en gran medida de la mitología clásica y de los personajes bíblicos, que son para ella los pilares a los que agarrarse en el caos de la vida y en los que inspirarse. Por ejemplo, la figura de Aquiles en poemario El triunfo de Aquiles es un personaje de gran humanidad, que comprende su propia fugacidad frente a los dioses del Olimpo y no desespera.

Los temas subyacentes de su escritura son los que surgen de la vida real y, en particular, del fracaso de las relaciones. Incluso la forma presenta repeticiones casi obsesivas, frases entrecortadas, sincopadas, signo de la búsqueda de la profundidad expresiva y la esencialidad. El poemario The Wild Iris (1992, en español El iris salvaje 2006, El iris silvestre 2021) nos transporta a un jardín donde, mientras la autora conversa con las flores (el iris, la rosa, la amapola roja, el trébol, las margaritas), nos habla de su familia y de sus vivencias. A menudo, el soliloquio con su Yo se convierte en un diálogo con un Dios íntimo y abstracto, a veces severo, a veces generoso.

Al referirse a Adán y Eva, “Cuando os hice, os amaba. / Ahora os compadezco”, dice Dios. Al final, es Louise quien busca un diálogo con su padre inalcanzable hasta su respuesta apenas perceptible, en Atardecer. Es como si, hablando a través del iris, arrojara luz sobre la materia de su poema para darse una nueva oportunidad: lo que vuelve del olvido sirve para reencontrar algo. Otro poemario traducido al español en 2011 es Averno, de 2006, en el que encontramos muchos de los elementos ya mencionados, donde la historia de Hades y Deméter con su hija Perséfone, y las numerosas alegorías, asume la centralidad de la obra. Averno es un viaje a los infiernos, un viaje salpicado de lo que no es, caracterizado por una constante sustracción para llegar a la nada: “quizá no ser ya sea bastante del todo, / por difícil que sea imaginarlo”. He aquí a la verdadera poeta, al escribir lo que es difícil de imaginar, lo que es pasado, presente y futuro, lo que quedará después de la muerte. El camino hacia el inframundo está lleno de azul, de espacios negros, y en él Louise fija las etapas de su propia existencia y de la de su familia: invoca la oscuridad, del “no ver” que es al mismo tiempo una llamada a la luz; el “hielo”, emblema del “no sentir”, para intentar defenderse: “Cielo azul, hielo azul, / carretera como un río helado / estás hablando / de mi vida / me dijo ella”.

Averno es, pues, un viaje a la oscuridad del olvido y al azul de lo borrado, descrito con frases y signos de puntuación sincopados y esenciales, acordes con la constante “eliminar” de la autora en búsqueda del alma. Ofrece así un modelo de comprensión para los innumerables cambios que salpican la existencia de todos.

Con gran naturalidad y sin dramatismos, escribe: “la muerte no puede herirme / más de lo que tú me has herido / amada vida mía”. Quizá el poemario más conocido sea Ararat (1990, en español Ararat 2008). En la Biblia, Ararat es el monte de la salvación de Noé. Aquí, Glück traza con lucidez y dureza las relaciones que, según Freud, son la raíz de todo trauma: las relaciones familiares. La historia que narra es la de una familia, pero los protagonistas son en realidad miembros de su propia familia. Encontramos aquí todos los temas esenciales de la poesía de Glück: la existencia, las heridas producidas por sentimientos incoherentes, los grandes misterios, la vida, la muerte, pero también las pruebas que hay que afrontar, el deseo de amor y de atención.

Desde una visión global de su obra (que incluye, además de estos tres poemarios tratados, otras 11 publicaciones hasta la última, publicada en marzo de 2021), queda claro que Louise Glück es verdaderamente una gran maestra del alma humana y una gran poeta. En una entrevista inmediatamente después de ganar el Premio Nobel, nos ofrece su idea de la poesía: “Lo que intento hacer en los poemas es asombrarme a mí misma y -espero- también al lector” y añade que, cuando se da cuenta de que el lector puede estar avanzando hacia un final imaginable, cambia de rumbo, porque quiere que el lector se desestabilice y sienta asombro. “Escribir consiste en mantener el asombro. La primera regla que enseño a mis alumnos de poesía es dividir las partes vivas de las muertas (que serían los versos predecibles), porque el poema 'vivo' es el que te lleva a algún lugar que antes no conocías.”

Tordo

... para mí creo que mi sentido de culpa significa

que no he vivido tan bien.

Alguien conmigo no escapa.

Creo que durante un tiempo duermes.

Luego desciendes al terror de la otra vida

sólo que

el alma toma alguna forma distinta,

más o menos consciente que antes,

más o menos codiciosa.

Después de muchas vidas, tal vez algo cambie.

Creo que al final lo que quieres

serás capaz de verlo.

Entonces ya no necesitas

morir y volver de nuevo.


Traduzione ucraina

Alina Petelko

Нобелівська премія з літератури 2020 «За її безпомилковий поетичний голос, який своєю суворою красою робить індивідуальне існування універсальним».

Народилася в Нью-Йорку 22 квітня 1943 року в родині єврейсько-угорського походження, вона виросла в культурно активному середовищі. Сама згадує, що в дитинстві з бабусею любила гратися і порівнювати різні книжки між собою. І саме в сім’ї вона закохалася в красу казок і грецької міфології, але також сім’я, конфлікт з матір’ю та анорексія позначили її життя настільки, що вона була змушена кинути середню школу, a згодом також навчання в університеті Колумбії.

Переживаючи періоди хвилювання і депресії, завдяки психоаналізу вона долала ці конфлікти, і коли її другий чоловік Джон Драноу вклав гроші в школу кухарів, вона сказала: «Моя мама була чудовим кухарем! Я сумувала за їжею, і я була рада, що їжа повернулася в моє життя». Вона стала матір’ю-одиначкою, уважною та щедрою до свого сина Ноя (який подарував їй двох онучок-близнючок), який залишився єдиною дитиною в родині, навіть після двадцяти років життя з чоловіком, з яким вона пізніше розлучилася. Нині вона викладає поезію в Єльському університеті в Нью-Гейвені, штат Коннектикут.

Вона вже давно є високоповажним автором у своїй країні та за кордоном, і має неповторний cursus honorum: Пулітцерівську премію за поезію (1993), премію Боллінгена за поезію (2001), National Book Award (2014), поетеса, випускниця Сполучених Штатів у 2003 році, Нобелівська премія у 2020 році. Її поміщають у славетний і благородний рід поетів і поетів, серед найвідоміших жінок, поряд з Емілі Дікінсон, Елізабет Бішоп, Сільвією Плат, Енн Секстон і Енн Карсон. З 1968 року вона опублікувала чотирнадцять книжок віршів і кілька есеїстичних творів.

22 вересня 2016 року у Вашингтоні, округ Колумбія, президент Барак Обама вручив Національну гуманітарну медаль поетесі Луїзі Глюк під час церемонії в Східній кімнаті Білого дому.

Останній, Жовтень, опублікований під час пандемії, містить згадки про трагедію 11 вересня в Нью-Йорку, тому що - каже вона - це нормально, коли драми, які ми пережили, впливають на письменство, і кидають нас у темряву болю, але важливо, як нам вдається звідти вибратися. З першого прочитання, поезія Луїзи Ґлік спонукає нас замислитися над сенсом буття у світі. У кількох віршах вона рекомендує: «поки не маєш досвіду, не можеш нічого розповісти, щоб писати, треба страждати». І в есе Against Sincerity вона каже, що читач подібний до Психеї: вона лежить щовечора зі своїм коханим, але не знає його, і одного вечора запалює свічку, щоб побачити, хто там. Тож читач наближається до поезії зі свічкою в руці, щоб дізнатися, хто по той бік. Її твори значною мірою спираються на класичну міфологію та біблійних персонажів, які є для неї стовпами, за які вона може вхопитися в хаосі життя та з яких черпати. Наприклад, постать Ахілла у збірці Тріумф Ахілла— персонаж великої людяності, який розуміє власну швидкоплинність перед Богами Олімпу і не впадає у відчай.

Її твори значною мірою спираються на класичну міфологію та біблійних персонажів, які є для неї стовпами, за які вона може вхопитися в хаосі життя та з яких черпати. Наприклад, постать Ахілла у збірці Тріумф Ахілла— персонаж великої людяності, який розуміє власну швидкоплинність перед Богами Олімпу і не впадає у відчай. Основні теми її творів – це теми, які виникають із реального життя, зокрема, з невдалих стосунків. Навіть у формі присутні майже нав’язливі повтори, уривчасті, синкоповані фрази, ознака пошуку глибини та експресивної істотності. Колекція Дикий ірис переносить нас у сад, де, розмовляючи з квітами (ірис, троянда, червоний мак, конюшина, ромашки), авторка розповідає нам про свою сім’ю та свій досвід. Часто її монолог з її его перетворюється на діалог із інтимним, абстрактним Богом, іноді суворим, іноді щедрим.

Говорячи про Адама і Єву, «Коли Я створив вас, Я полюбив вас. / Тепер я співчуваю вам», — каже Бог. Зрештою Луїза шукає діалогу зі своїм недосяжним батьком, поки не отримує ледь помітної відповіді в Sunset. Неначе вона, говорячи через Айріс, висвітлює матеріал своєї поезії, щоб дати собі нову можливість: те, що повертається із забуття, служить для того, щоб щось заново відкрити. Інша збірка, перекладена італійською, — Аверно (2006), у якій ми знаходимо багато вже згаданих елементів, але центральною стає історія про Аїда та Деметру з їхньою дочкою Персефоною, а також багато алегорій. Аверно — це подорож до підземного світу, шлях, усіяний тим, чого немає, характеризується постійним відніманням, щоб нічого не досягти: «можливо небуття достатньо / наскільки це важко уявити». Тут ми бачимо справжню поетесу, яка пише те, що важко уявити, те, що є минулим, теперішнім і майбутнім, що залишиться після смерті. Шлях у підземний світ сповнений блакиті, чорних просторів, і в ньому Луїза фіксує етапи свого власного існування та існування своєї родини: вона закликає темряву, «не бачення», що водночас є закликом до світла; «лід», емблема «не чуття», щоб спробувати захиститися: «Синє небо, синій лід, / дорога, як замерзла ріка / ти говориш / про моє життя / вона мені сказала».

Таким чином, Аверно — це подорож у темряву забуття, описана синкопованими, основними реченнями та пунктуацією, що узгоджується з безперервним видаленням авторки у пошуках душі. Таким чином, вона пропонує модель розуміння незліченних змін, які вкраплюють існування кожного з нас.

Спонтанно і без драматизації вона пише: «смерть не може завдати мені болю / більше, ніж ти / моє кохане життя ». Мабуть, найвідомішою колекцією є Арарат (1990). У Біблії Арарат це гора спасіння Ноя. Тут Ґлік чітко й твердо повторює стосунки, які, згідно з Фрейдом, є джерелом усіх травм: сімейні. Історія, яку вона розповідає, є сімейною, але герої насправді є членами її родини. Тут ви знайдете всі основні теми поезії авторки: існування, рани спричинені незв’язними почуттями, великі таємниці, життя, смерть, а також випробування, з якими людині доводиться зіткнутися, бажання любові та уваги.

Вивчаючи її роботу (яка включає, окрім цих трьох силогів, 11 інших публікацій, з останньою публікацією Жовтень, опублікованою в березні 2021 року) стає зрозумілим, що Луїза Ґлік дуже вправно розповідає про людську душу і є чудовою поетесою. В інтерв’ю, яке дало відразу після отримання Нобелівської премії, вона розповідає нам про своє уявлення про поезію: «Те, що я намагаюся зробити у віршах, — це вразити себе і — я сподіваюся — читача також», і додає, що коли вона розуміє, що читач може йти до уявного кінця, вона змінює курс, бо хоче, щоб читач був дестабілізований і спробуй чудо. «Письмо важливо для збереження подиву. Перше правило, якому я навчаю своїх студентів поезії, — це відокремити живі частини від мертвих (передбачувані рядки), адже «жива» поезія – це те, що переносить вас у місце, яке ви раніше не знали».

Дрізд

… Я думаю, що моя провина означає

що я не так добре жила.

Зі мною хтось не втече.

Я думаю, ти трохи поспиш.

Тоді ти опускаєшся в жах потойбічного життя

тільки це

душа приймає іншу форму,

більш-менш свідома, ніж раніше,

більш-менш жадібна.

Через багато життів, можливо, щось зміниться.

Я думаю в кінці кінців, що ти хочеш

ти зможеш це побачити.

Тоді тобі більше не потрібно буде

померти і повернутися знову.