Sediqeh Dowlatabadi
Ester Rizzo
Anita Mottaghi
Viene definita giornalista femminista e pioniera del Movimento femminile persiano. Nel 1919, un funzionario del governo di Esfahan si presentò nella redazione del giornale Zaban-e Zanan, fondato e diretto da lei, con un decreto di confisca. Le disse che lei era troppo moderna e anticonformista ed era nata con un secolo di anticipo. Sediqeh Dowlatabadi rispose:
«Io sono nata cento anni dopo. Se fossi nata prima non avrei permesso che le donne fossero così umiliate e intrappolate, prigioniere delle catene degli uomini».
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Era nata, nel 1882, a Esfahan, città della Persia centrale. Sua madre si chiamava Khatameh Begun e suo padre, Hadi, era un giurista progressista molto colto, che le permise di ottenere un’istruzione secondaria. Aveva due sorellastre e sei fratelli più grandi di lei, tra cui Yahya, calligrafo, poeta e pioniere dell’istruzione moderna nel suo Paese. A soli quindici anni contrasse matrimonio ma il marito, dopo poco tempo, chiese il divorzio adducendo come pretesto la sterilità della moglie. Nel 1917, nella sua città natale, fondò la prima scuola femminile Maktab-e Shareiat e dopo un anno fu la fondatrice della Società delle Donne di Esfahan. Questa era una società progressista che riuniva principalmente le mogli e le figlie di uomini politici e aristocratici. Durante le riunioni c’era sempre uno spazio dedicato alle rappresentazioni teatrali e musicali. Sediqeh fondò anche un’altra scuola, la Om-ol-Modares, destinata a tutte le ragazze che, prive di mezzi economici, non potevano permettersi un’istruzione. La sua iniziativa destò la rabbia dei religiosi conservatori e lei fu picchiata e tradotta in carcere dove fu rinchiusa per tre mesi.
Nonostante la pena subita, restò fortemente convinta che l’unica strada da percorrere per l’emancipazione femminile era quella dell’istruzione e dell’avanzamento culturale. Consapevole che le iraniane dovevano anche avere accesso alla lettura dei giornali, e soprattutto di giornali con articoli che focalizzavano le loro problematiche reali, decise di fondare, nel 1919, il primo giornale femminile Zaban-e Zanan. (Voce delle Donne). Era un settimanale di quattro pagine dove scrivevano solo donne e ragazze e che trattava tematiche come la scelta imposta del coniuge e il matrimonio come unica forma di realizzazione femminile. In quelle pagine si criticavano apertamente le norme e le consuetudini patriarcali vigenti e si consigliavano percorsi di emancipazione.
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| Zaban-e Zanan, 1919 | Zaban-e Zanan | Zaban-e Zanan |
Oltre a questi temi, altri articoli affrontavano questioni politiche ed economiche criticando i leader politici e protestando sia contro l’accordo anglo-persiano del 1919 sia contro l’influenza britannica. Ovviamente ciò non era gradito al Governo e le giornaliste furono minacciate. Loro, per nulla intimorite, continuarono a scrivere ciò che pensavano compresa la necessità di abolire l’uso obbligatorio dell’hijab che scatenò la feroce opposizione dei religiosi. Questa temerarietà portò alla confisca del giornale. La pubblicazione resistette comunque per tre anni con l'uscita di cinquantasette numeri. Nell’editoriale del primo numero Sediqeh aveva scritto che quel giornale era una sfida a chi asseriva che le donne erano arretrate e avevano una debolezza mentale e, coerentemente ai suoi principi, quando cessò di essere stampato a Esfahan, lei si trasferì a Teheran e lo trasformò in una rivista mensile di ben quarantotto pagine.
Nel 1923 emigrò a Parigi per proseguire gli studi interrotti conseguendo una laurea in Pedagogia presso l’Università della Sorbona. Tre anni dopo, come rappresentante delle iraniane, partecipò al decimo congresso dell’Alleanza Internazionale per il Suffragio Femminile. Nel 1928 tornò in Persia e si rifiutò categoricamente di indossare l’hijab. L’obbligo del velo decadrà solo dopo otto anni, ma furono molte a non sottostare a quella norma. Sempre nel 1928 fu nominata dal Ministero dell’Istruzione e delle Belle Arti Supervisora dell’Istruzione femminile e l’anno seguente arrivò l’incarico di Direttrice generale dell’ufficio di Supervisione delle scuole femminili.
Sedeqh Dowlatabadi ha combattuto per tutta la vita la lotta per l’emancipazione delle donne. È morta a Teheran il 27 agosto del 1961 all’età di ottanta anni.
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| Sediqeh Dowlatabadi, tomba nel parco Zargandeh |
Nel suo testamento dettò una curiosa volontà: «Non perdonerò mai le donne che visiteranno la mia tomba coperte dal velo». Venne sepolta nel cimitero di Zargandeh ma il fanatismo religioso la perseguitò anche da morta. Dopo la Rivoluzione islamica del 1980 fu profanata la sua tomba e anche quella del padre e del fratello Yahya che l’avevano sostenuta nelle sue battaglie. Di lei profanarono anche i resti mortali. Per l’8 marzo del 2024, Giornata internazionale della donna, a Teheran le donne che sfilavano in corteo le hanno reso omaggio gridando:
«Per Sediqeh Dowlatabadi che era la voce delle donne della sua generazione. Per Jina Amini, che aprì bocca in segno di protesta e per questo fu assassinata ma è diventata il nostro simbolo. Per Niloofar Hamedi ed Elaheh Mohammadi, che scrivono con voci coraggiose e sono state imprigionate. E per tutte le donne ribelli, disobbedienti e linguacciute dell’Iran».
L'impegno di una donna del passato che non viene dimenticato dalle donne del presente e che si intreccia in maniera solidale nella martoriata storia di questo Paese.
Traduzione francese
Rachele Stanchina
Elle est décrite comme une journaliste féministe et une pionnière du mouvement des femmes persanes. En 1919, un fonctionnaire du gouvernement d'Ispahan se présente à la rédaction du journal Zaban-e Zanan, qu'elle a fondé et dirigé, muni d'un ordre de confiscation. Il lui déclare qu'elle est trop moderne et anticonformiste, et qu'elle est née un siècle trop tôt. Sediqeh Dowlatabadi réponds:
«Je suis née cent ans plus tard. Si j'étais née plus tôt, je n'aurais jamais permis que les femmes soient ainsi humiliées et opprimées, prisonnières des chaînes des hommes».
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Elle naît en 1882 à Ispahan, ville du centre de la Perse. Sa mère s'appelle Khatameh Begun et son père, Hadi, est un juriste progressiste et très instruit qui lui permet de faire des études secondaires. Elle a deux demi-sœurs et six frères aînés, dont Yahya, calligraphe, poète et pionnier de l'éducation moderne dans son pays. À seulement quinze ans, elle se marie, mais son époux demande rapidement le divorce, prétextant la stérilité de sa femme. En 1917, dans sa ville natale, elle fonde la première école de filles, Maktab-e Shareiat, et un an plus tard, la Société des femmes d'Ispahan. Cette société progressiste réunit principalement les épouses et les filles de politiciens et d'aristocrates. Lors des réunions, des représentations théâtrales et musicales sont toujours au programme. Sediqeh fonde également une autre école, Om-ol-Modares, pour les filles qui, faute de moyens, ne peuvent pas s'instruire. Son initiative provoque la colère des religieux conservateurs ; elle est battue et emprisonnée pendant trois mois.
Malgré ce châtiment, elle reste fermement convaincue que la seule voie vers l'émancipation des femmes passe par l'éducation et le progrès culturel. Consciente que les Iraniennes ont elles aussi besoin d'accéder aux journaux, et plus particulièrement à ceux dont les articles abordent leurs véritables préoccupations, elle décide de fonder le premier journal féminin, Zaban-e Zanan (La Voix des Femmes), en 1919. Cet hebdomadaire de quatre pages, rédigé exclusivement par des femmes et des jeunes filles, traite de sujets tels que le mariage forcé et l'idée que le mariage soit la seule forme d'épanouissement féminin. Ses pages critiquent ouvertement les normes et coutumes patriarcales en vigueur et proposent des pistes d'émancipation.
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| Zaban-e Zanan, 1919 | Zaban-e Zanan | Zaban-e Zanan |
Outre ces sujets, d'autres articles abordent des questions politiques et économiques, critiquant les dirigeants politiques et protestant soit contre l'Accord anglo-persan de 1919 qu l'influence britannique. Naturellement, le gouvernement désapprouve ces initiatives et les journalistes viennent menacées. Sans se laisser intimider, elles continuent d'écrire ce qu'elles pensent, notamment sur la nécessité d'abolir le port obligatoire du hijab, ce qui provoque une vive opposition de la part des religieux. Cette audace entraîne la confiscation du journal. La publication persiste néanmoins pendant trois ans, avec cinquante-sept numéros. Dans l'éditorial du premier numéro, Sediqeh écrit que le journal s'oppose à ceux qui prétendent que les femmes soient arriérées et mentalement faibles. Fidèle à ses principes, lorsque le journal cesse de paraître à Ispahan, elle s'installe à Téhéran et le transforme en un magazine mensuel de quarante-huit pages.
En 1923, elle émigre à Paris pour reprendre ses études interrompues et obtient une licence en pédagogie à l'université de la Sorbonne. Trois ans plus tard, en tant que représentante des femmes iraniennes, elle participe au dixième congrès de l'Alliance internationale pour le suffrage des femmes. En 1928, elle retourne en Perse et refuse catégoriquement de porter le hijab. Le voile ne sera levé que huit ans plus tard, mais nombreuses sont les femmes qui refusent de se conformer à cette règle. Toujours en 1928, le ministère de l'Éducation et des Beaux-Arts la nomme inspectrice de l'éducation des filles, et l'année suivante, elle est nommée directrice générale du Bureau de supervision des écoles de filles.
Sedeqh Dowlatabadi lutte pour l'émancipation des femmes jusqu’à sa mort, qui a lieu à Téhéran le 27 août 1961, lorsqu’elle est âgée de quatre-vingts ans.
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| Tombe de Sediqeh Dowlatabadi, dans le parc de Zargandeh. |
Dans son testament, elle écrit une phrase troublante : « Je ne pardonnerai jamais aux femmes qui visitent ma tombe le voile.» Elle est inhumée au cimetière de Zargandeh, mais le fanatisme religieux la poursuit même après sa mort. Après la révolution islamique de 1980, sa tombe a est profanée, de même que celles de son père et de son frère Yahya, qui l'avaient soutenue dans son combat. Sa dépouille a également subi le même sort. Le 8 mars 2024, Journée internationale des femmes, des femmes défilant dans les rues de Téhéran lui ont rendu hommage en scandant:
«Pour Sediqeh Dowlatabadi, la voix des femmes de sa génération. Pour Jina Amini, qui a osé protester et a été assassinée pour cela, mais qui est devenue notre symbole. Pour Niloofar Hamedi et Elaleh M, qui écrivent d’une voix courageuse et ont été emprisonnées. Et pour toutes les femmes rebelles, désobéissantes et bruyantes de l‘Iran».
Sa vie est témoignage de l’engagement d’une femme d’autre temps, demeure un souvenir fort pour les femmes d’aujourd’hui et s’entrelace de façon solidale avec l’histoire meurtrie de L’Iran.
Traduzione spagnola
Maria Ilenia Musarra
Es considerada periodista (feminista) y pionera del movimiento feminista iraní. En 1919, un funcionario gubernamental de Esfahán acudió a la redacción del periódico ‹‹Zaban-e Zanan››, que ella había fundado y dirigía, con una orden de confiscación. Le dijo que era (una mujer) demasiado moderna e inconformista, adelantada a su tiempo. Sediqeh Dowlatabadi contestó:
«Nací cien años después. Si hubiera nacido antes, no habría permitido que las mujeres fueran tan humilladas, engañadas por los hombres y fueran sumisas a ellos».
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Nació en 1882, en Esfahán, una ciudad en el centro de Irán. Su madre se llamaba Khatameh Begun y su padre, Hadi, era un jurista progresista muy culto, quien le permitió que accediera a la educación secundaria. Tenía dos hermanastras y seis hermanos mayores , entre ellos, Yahya, calígrafo, poeta y pionero de la educación moderna en su país. A los quince años contrajo matrimonio, pero su marido, poco tiempo después, le pidió el divorcio, alegando como pretexto la esterilidad de su esposa. En 1917, en su ciudad natal, fundó la primera escuela para niñas, Maktab-e Shareiat, y, un año después, fundó la Asociación de las Mujeres de Esfahán. Era una asociación progresista en la que se reunían principalmente las mujeres y las hijas de políticos y aristocráticos. En las reuniones siempre había un espacio dedicado a los espectáculos teatrales y musicales. Sediqeh también fundó otra escuela, la de Om-ol-Modares, para todas las chicas que, por falta de recursos económicos, no podían permitirse una educación. Su iniciativa desató la ira de los religiosos conservadores y, por consiguiente, la pegaron y encarcelaron por tres meses.
A pesar de la condena sufrida, siguió firmemente convencida de que el único camino a seguir para la emancipación de la mujer era el de la educación y el del desarrollo cultural. Consciente de que las iraníes debían tener acceso a la lectura de periódicos, y sobre todo de periódicos con artículos que se centraban en sus problemas reales, en 1919, fundó el primer periódico para mujeres ‹‹Zaban-e Zanan›› (en español, ‹‹Voz de mujeres››). Era un semanario de cuatro páginas, escrito por mujeres y chicas que abordaba temas como la elección impuesta por el marido y el matrimonio como la única realización para la mujer. En sus páginas se criticaban abiertamente las normas y los hábitos patriarcales de la época y se proponían caminos hacia la emancipación.
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| Zaban-e Zanan, 1919 | Zaban-e Zanan | Zaban-e Zanan |
Además de estos temas, los demás artículos periodísticos trataban cuestiones políticas y económicas, criticaban a los líderes políticos y protestaban tanto contra el Acuerdo Anglo-Persa de 1919 como contra la influencia británica. Obviamente, eso no fue bien visto por el Gobierno y las periodistas fueron amenazadas. Ellas, para nada intimidadas, siguieron escribiendo lo que pensaban, incluso sobre la necesidad de abolir el uso obligatorio del hiyab, que desató la feroz oposición de los creyentes. Esta temeridad llevó a la confiscación del periódico. Sin embargo, su publicación se mantuvo durante tres años con la aparición de cincuenta y siete números. En el editorial del primer número, Sediqeh escribió que el periódico era una provocación para quienes afirmaban que las mujeres eran ignorantes y más frágiles. Cuando el periódico dejó de imprimirse en Esfahán, para mantenerse fiel a sus principios, se trasladó a Teherán y lo convirtió en una revista mensual de cuarenta y ocho páginas.
En 1923 emigró a París para retomar sus estudios y obtuvo una licenciatura en Pedagogía en la Universidad de la Sorbona. Tres años después, como representante de las iraníes, participó en el décimo congreso de la Alianza Universal para el Sufragio Femenino. En 1928 regresó a Irán y rechazó categoricamente llevar el hijab. La obligación de llevar el velo solo caducó ocho años después; no obstante, muchas mujeres no acataron la ley. Ese mismo año fue nombrada por el Ministerio de la Educación y las Bellas Artes, Supervisora de la educación femenina, y el año siguiente desempeñó el cargo de Directora general de la oficina de Supervisión de las escuelas femeninas.
Sediqeh Dowlatabadi luchó por la emancipación de la mujer durante toda su vida. Murió el 27 de agosto de 1961 en Teherán a la edad de ochenta años.
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| Tumba de Sediqeh Dowlatabadi, en el parque Zargandeh. |
En su testamento dictó una curiosa voluntad: “Nunca perdonaré a las mujeres que visiten mi tumba cubiertas con el velo”. Fue enterrada en el cementerio de Zargandeh, pero el fanatismo religioso la persiguió incluso después de su muerte. Tras la Revolución iraní de 1979, su tumba fue profanada, al igual que la de su padre y la de su hermano Yahya, quienes la habían apoyado en sus luchas. También fueron profanados sus restos mortales. Para el 8M de 2024, Día Internacional de las Mujeres, en Teherán, las mujeres que participaron en la manifestación le rindieron homenaje, gritando:
«Por Sediqed Dowlatabadi que fue la portavoz de las mujeres de su generación. Por Jina Amini, quien habló en signo de protesta y por esta razón fue asesinada, pero se convirtió en nuestro símbolo. Por Niloofar Hamedi y Elaheh Mohammadi, quienes escriben con coraje y fueron encarceladas. Y por todas las iraníes rebeldes, desobedientes y lengüilargas».
El empeño de una mujer del pasado que no es olvidado por las mujeres del presente y que, de forma solidaria, se entrelaza en la historia atormentada de este país.
Traduzione inglese
Syd Stapleton
She is described as a feminist journalist and pioneer of the Persian women's movement. In 1919, a government official from Esfahan arrived at the offices of the newspaper Zaban-e Zanan, which she had founded and edited, with a decree of confiscation. He told her that she was too modern and unconventional and had been born a century too early. Sediqeh Dowlatabadi replied:
«I was born a hundred years too late. If I had been born earlier, I would not have allowed women to be so humiliated and trapped, prisoners of men's chains».
She was born in 1882 in Esfahan, a city in central Persia. Her mother's name was Khatameh Begun and her father, Hadi, was a highly educated progressive jurist who allowed her to obtain a secondary education. She had two half-sisters and six older brothers, including Yahya, a calligrapher, poet, and pioneer of modern education in his country. She married at the age of fifteen, but her husband soon asked for a divorce, citing his wife's infertility as a pretext. In 1917, in her hometown, she founded the first girls' school, Maktab-e Shareiat, and a year later she founded the Women's Society of Esfahan. This was a progressive society that mainly brought together the wives and daughters of politicians and aristocrats. During the meetings, there was always a space dedicated to theatrical and musical performances. Sediqeh also founded another school, the Om-ol-Modares, for girls who, lacking financial means, could not afford an education. Her initiative aroused the anger of conservative religious leaders and she was beaten and imprisoned for three months.
Despite her punishment, she remained firmly convinced that the only path to women's emancipation was through education and cultural advancement. Aware that Iranian women also needed access to newspapers, especially those with articles focusing on their real issues, she decided to found the first women's newspaper, Zaban-e Zanan, in 1919. It was a four-page weekly newspaper written exclusively by women and girls, which dealt with issues such as the imposed choice of spouse and marriage as the only form of fulfillment for women. Its pages openly criticized the patriarchal norms and customs of the time and recommended paths to emancipation.
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| Zaban-e Zanan, 1919 | Zaban-e Zanan | Zaban-e Zanan |
In addition to these topics, other articles addressed political and economic issues, criticizing political leaders and protesting both the Anglo-Persian Agreement of 1919 and British influence. This was obviously not to the liking of the government, and the journalists were threatened. Undaunted, they continued to write what they thought, including the need to abolish the compulsory wearing of the hijab, which sparked fierce opposition from religious leaders. This boldness led to the confiscation of the newspaper. However, the publication survived for three years, with 57 issues being published. In the editorial of the first issue, Sediqeh wrote that the newspaper was a challenge to those who claimed that women were backward and mentally weak. Consistent with her principles, when it ceased publication in Esfahan, she moved to Tehran and turned it into a 48-page monthly magazine.
In 1923, she emigrated to Paris to continue her interrupted studies, obtaining a degree in pedagogy from the Sorbonne University. Three years later, as a representative of Iranian women, she participated in the tenth congress of the International Alliance for Women's Suffrage. In 1928, she returned to Persia and categorically refused to wear the hijab. The veil became optional only eight years later, but many women refused to comply with the rule. Also in 1928, she was appointed Supervisor of Women's Education by the Ministry of Education and Fine Arts, and the following year she became Director General of the Office for the Supervision of Girls' Schools.
Sedeqh Dowlatabadi fought throughout her life for the emancipation of women. She died in Tehran on August 27, 1961, at the age of eighty.
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| Grave of Sediqeh Dowlatabadi, in Zargandeh Park. |
In her will, she dictated a curious wish: “I will never forgive women who visit my grave covered by a veil.” She was buried in the Zargandeh cemetery, but religious fanaticism persecuted her even in death. After the Islamic Revolution of 1980, her grave was desecrated, along with those of her father and brother Yahya, who had supported her in her battles. Her mortal remains were also desecrated. On March 8, 2024, International Women's Day, women marching in Tehran paid tribute to her, shouting:
«For Sediqeh Dowlatabadi, who was the voice of the women of her generation. For Jina Amini, who spoke out in protest and was murdered for it, but has become our symbol. For Niloofar Hamedi and Elaheh Mohammadi, who write with courageous voices and have been imprisoned. And for all the rebellious, disobedient, and outspoken women of Iran».
The commitment of a woman from the past that is not forgotten by the women of the present and that is intertwined in solidarity with the tormented history of this country.






