Françoise Demulder
Gabriella Milia

Tullia Ciancio

 

Francoise Demulder, anche nota come Fifi, nasce a Parigi nel 1947. Figlia di un ingegnere elettronico, studia filosofia e lavora come modella prima di avvicinarsi per caso alla fotografia. È la prima donna a vincere l'ambito premio World Press Photo of the Year per una foto in bianco e nero, scattata nel 1976 durante l'espulsione di cittadini/e palestinesi dal distretto di Karantina a Beirut. In un periodo in cui è eccezionale per una donna lavorare come fotografa di guerra, Fifi Demulder e le sue colleghe Catherine Leroy e Christine Spengler aprono un varco in quel campo fino ad allora dominato dagli uomini. Negli anni Settanta e Ottanta, diventano le personalità di spicco delle tre agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Sipa con sede a Parigi che allora è il centro del fotogiornalismo mondiale.

È il suo primo fidanzato, il fotografo Yves Billyin, ad avvicinare Demulder alla fotografia. Con lui va in Vietnam con un biglietto di sola andata, inizialmente come turista, ma il suo desiderio di capire meglio la situazione, la spinge a rimanere. Fino a quel momento, ha conosciuto il mondo della fotografia soltanto come modella. «Aveva piuttosto il suo posto dall'altra parte dell'obiettivo. È l'incontro con il Vietnam che l'ha fatta diventare fotografa», racconta Billyin. Dotata di grande talento naturale senza una specifica formazione, si forma direttamente sul campo, impara presto gli ingredienti di base della fotografia di guerra e si muove liberamente nel Paese grazie alla sua intraprendenza. L’Associated Press acquista i suoi scatti e in breve tempo il suo lavoro diventa molto richiesto. «L’unico modo per guadagnarsi da vivere era fare foto. Non ero affatto un fotografo, ma c’era una grande necessità di foto dal Vietnam. Vendevo circa quattro foto al giorno a un ufficio stampa, perché erano gli unici a pagare in contanti. Non c’è mai stato tanto lavoro come allora in Vietnam», dichiara Françoise Demulder nel 1977 in una intervista alla rivista olandese Viva.

Il 30 aprile 1975, quando le/i cittadine/i americani e le altre persone straniere sono evacuate da Saigon, Demulder resta nel palazzo presidenziale e riesce a immortalare l’entrata in città dei carri armati Vietcong, scattando la foto esclusiva di uno di questi che sfonda il cancello principale dell'edificio. La fotografia fa il giro del mondo e diviene il simbolo della sconfitta americana. Da quel momento, Fifi Demulder viaggia molto per incarico delle principali riviste francesi come Paris Match, e internazionali, tra cui Time, Life e Newsweek.

Dopo il Sud-est asiatico si interessa ad altri conflitti in Angola, Libano, Etiopia, Pakistan e Cuba. Va spesso in Medio Oriente, dove stringe amicizia con Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, di cui documenta la partenza definitiva dal Libano verso il Nord Africa via mare, nel 1983. È proprio Arafat che, incapace di pronunciare il suo nome, le darà il soprannome di Fifi. Segue la guerra Iran-Iraq e quella del Golfo, durante la quale è una delle poche giornaliste presenti a Baghdad quando la città viene bombardata. Demulder odia la guerra e sente il dovere di documentare le sofferenze delle creature innocenti; nelle sue foto ci sono il dolore e la disperazione di donne e uomini impotenti di fronte alla crudeltà delle armi.

Yasser Arafat e Françoise Demulder, 1989

La sua carriera è stroncata dalla malattia, una leucemia. «Si è ritrovata all'improvviso, nel 2001, con un cancro, senza un soldo, senza aver mai versato contributi», racconta il regista e fotografo Christian Poveda, che crea l'associazione Des clics et des claques per aiutarla. Circa 360 fotografi e fotografe offrono uno scatto da mettere all'asta. Poi un errore medico la rende paraplegica. «Era la sua ossessione da fotografa di guerra, non essere ferita alle gambe. E, una mattina, si sveglia paralizzata», racconta Yves Billyin. Infine il 3 settembre del 2008 muore a Parigi per un infarto. Una risposta all’orrore della guerra probabilmente non l'aveva ancora trovata, ma le sue immagini lo hanno raccontato, nella speranza che tutto ciò non accadesse più. Fra tutte le sue foto, la più emblematica è Distress in Lebanon, quella che le è valsa il premio World Press Photo nel 1977.

Françoise Demulder riceve il premio World Press Photo ad Amsterdam, 1977

Appena scattata, Demulder spedisce il rullino in taxi a Damasco, dove è caricato su un volo diretto a Parigi e consegnato a Gamma, la sua agenzia fotografica. Inizialmente la fotografia non è apprezzata e viene messa da parte; soltanto quando Demulder torna da Beirut, diverse settimane dopo, viene pubblicata e affissa sui muri della parte della città non controllata dai falangisti. Nella foto in bianco e nero in primo piano un’anziana donna palestinese supplica un miliziano cristiano armato; sullo sfondo, bambine e bambini che fuggono a piedi nudi lungo la strada devastata. Quella mattina di gennaio del 1976, la milizia cristiana falangista attacca la gente palestinese rifugiata nel quartiere di Karantina a Beirut est, dando fuoco alle case e provocando un migliaio di vittime. Ancora oggi, quella donna immortalata dalla fotografa sembra chiedere il perché di tanto odio. Demulder racconterà in seguito alla televisione francese che solo la bambina e il bambino, visibili sullo sfondo, sopravvivono. Il miliziano si suicida giocando alla roulette russa. Questa immagine la perseguita per anni, riportandole alla mente la follia della guerra libanese e la carneficina durante i combattimenti. «Da quel momento in poi non si è trattato più di buoni cristiani e malvagi palestinesi, e i falangisti non mi hanno mai perdonato», ha detto.

Donna palestinese che implora un miliziano delle Falangi a Karantina, Beirut Est, 1977

Nel corso della brillante carriera, Françoise Demulder riceve numerosi premi e riconoscimenti per il suo lavoro. Le sue fotografie sono esposte in gallerie e musei di tutto il mondo, contribuendo a sensibilizzare l'opinione pubblica su temi come i diritti umani e la giustizia sociale. I suoi scatti sono poetici e carichi di emozione. Utilizza la luce in modo magistrale, creando atmosfere che riescono a trasmettere la complessità delle situazioni ritratte. La capacità di entrare in contatto con le persone e di guadagnarsi la loro fiducia le consente di catturare momenti autentici e intimi, rendendo il proprio lavoro ancora più potente. Crede fermamente nell'importanza di rappresentare le persone con dignità e rispetto, evitando la spettacolarizzazione del dolore. Il suo lavoro è un atto di responsabilità sociale.

A Françoise Demulder si è ispirato Alan Cowell, scrittore inglese e per molto tempo corrispondente di guerra, nel suo romanzo A Walking Guide pubblicato per la prima volta nel 2003 da Simon & Schuster. La protagonista femminile è Faria Duclos (stesse iniziali di Demulder), una fotografa di guerra francese, ex modella. L'anno seguente, Michael Alan Lerner, ex corrispondente di Newsweek, nel suo film Deadlines, ha creato il personaggio della fotografa Julia Muller, basato su di lei; la pellicola è incentrata su eventi reali e ambientata a Beirut nel 1983 quando la città è dilaniata dalla guerra.

Françoise Demulder, Parigi, 1977

Traduzione francese

Sara Benedetti

Françoise Demulder, dite Fifi, naît à Paris en 1947. Fille d’un ingénieur en électronique, elle fait ses études en philosophie et, avant de s’approcher à la photographie, elle travaille comme mannequin. Elle est la première femme à recevoir le prestigieux World Press Photo of the Year grâce à une photographie en noir et blanc prise en 1976, lors de l’expulsion de palestiniennes et palestiniens du quartier de Karantina à Beyrouth. C’est une période où il est exceptionnel pour une femme de travailler comme photographe de guerre mais Fifi Demulder, avec ses collègues Catherine Leroy et Christine Spengler, ouvrent la voie dans un domaine jusqu’alors dominé par les hommes. Dans les années Soixante-dix et Quatre-vingt, elles deviennent des figures de premier plan des agences photographiques Sygma, Gamma et Sipa à Paris qui représente alors le centre névralgique du photojournalisme mondial.

C’est le photographe Yves Billyin, son fiancé, qui suscite l’intérêt de Demulder pour la photographie. Elle part avec lui au Vietnam avec un billet aller comme touriste mais son désir de mieux comprendre la situation du pays la pousse à rester. Jusqu’alors, elle n’avait connu le monde de la photographie qu’en tant que mannequin. «Sa place était plutôt de l’autre côté de l’objectif. C’est la rencontre avec le Vietnam qui a fait d’elle une photographe», raconte Billyin. Sans formation spécifique mais dotée d’un grand talent naturel, elle se forme sur le terrain, elle apprend rapidement les éléments essentiels de la photographie de guerre et circule librement dans le Pays grâce à son esprit d’initiative. L’Associated Press achète ses clichés et son travail devient rapidement très demandé. «La seule manière de gagner sa vie était de prendre des photos. Je n’étais pas du tout photographe mais il y avait un immense besoin d’images du Vietnam. Je vendais environ quatre photos par jour à un service de presse parce que il était le seul à payer en espèces. Il n’y a jamais eu autant de travail qu’à cette époque-là au Vietnam», déclare Françoise Demulder dans une interview accordée au magazine néerlandais Viva en 1977.

Le 30 avril 1975, quand les citoyennes et citoyens américains ainsi que les autres personnes étrangères sont évacués de Saïgon, Demulder reste dans le palais présidentiel et elle réussit à immortaliser l’entrée des chars Vietcongs dans la ville avec une photo exclusive qui représente l’un d’eux en train de enfoncer la portail principale du bâtiment. La photo fait le tour du monde et devient le symbole de la défaite américaine. À partir de ce moment-là, Fifi Demulder voyage beaucoup pour les principaux magazines français, comme Paris Match, et internationaux comme Time, Life et Newsweek.

En plus de l’Asie du Sud-Est, elle s’intéresse à d’autres conflits en Angola, au Liban, en Éthiopie, au Pakistan et à Cuba. Elle se rend souvent au Moyen-Orient où elle se lie d’amitié avec Yasser Arafat, le leader de l’Organisation de libération de la Palestine, dont elle documente le départ définitif du Liban vers l’Afrique du Nord par voie maritime en 1983. C’est Arafat qui, incapable de prononcer son nom, lui donnera le surnom de Fifi. Elle suit les évènements de la guerre Iran-Irak puis de la guerre du Golfe où elle est l’une des rares journalistes présentes à Bagdad pendant les bombardements de la ville. Demulder déteste la guerre et sent le devoir de documenter les souffrances des êtres innocents; ses photos expriment la douleur et le désespoir des femmes et des hommes impuissants face à la cruauté des armes.

Yasser Arafat et Françoise Demulder, 1989

Sa carrière s’interrompe brutalement à cause de la leucémie. «Elle s’est retrouvée soudainement, en 2001, avec un cancer, sans un sou et sans avoir jamais versé une cotisation», raconte le réalisateur et photographe Christian Poveda qui crée l’association Des clics et des claques pour l’aider. Environ 360 photographes offrent un cliché à mettre aux enchères. Ensuite, une erreur médicale la rend paraplégique. «Ne pas être blessée aux jambes était son obsession de photographe de guerre. Et un matin, elle s’est réveillée paralysée», raconte Yves Billyin. Enfin, le 3 septembre 2008 elle meurt à Paris d’un infarctus. Probablement elle n’avait pas encore trouvé de réponse à l’horreur de la guerre mais ses images l’ont racontée dans l’espoir que cela ne se reproduise plus. Sa photo la plus emblématique est Distress in Lebanon, celle qui lui vaut le prix World Press Photo en 1977.

Françoise Demulder reçoit le prix World Press Photo à Amsterdam, 1977

Demulder envoie toute de suite la pellicule en taxi à Damas où elle est chargée sur un vol pour Paris et remise à Gamma, son agence photographique. Au début, la photo n’est pas appréciée et elle est mise de côté ; ce n’est que plusieurs semaines plus tard, lorsque Demulder rentre de Beyrouth, qu’elle est publiée et affichée sur les murs de la ville non contrôlée par les phalangistes. Sur la photo en noir et blanc au premier plan il y a une vieille femme palestinienne qui supplie un milicien chrétien armé; à l’arrière-plan, des enfants fuient pieds nus le long d’une route dévastée. Ce matin de janvier 1976, la milice chrétienne phalangiste attaque les gens palestiniens réfugiés dans le quartier de Karantina à Beyrouth-Est et met feu aux maisons, en provoquant un millier de victimes. Même aujourd’hui, cette femme immortalisée par la photo semble demander pourquoi tant de haine. Ensuite, Demulder racontera à la télévision française que seulement les enfants à l’arrière-plan ont survécu. Le milicien se suicide en jouant à la roulette russe. Cette image la hantera pendant des années, lui rappelant la folie de la guerre du Liban et le carnage des combats. «À partir de ce moment-là, ce n’était plus une question de bons chrétiens et de mauvais palestiniens, et les phalangistes ne m’ont jamais pardonné», dit elle.

Donna palestinese che implora un miliziano delle Falangi a Karantina, Beirut Est, 1977

Au cours de sa brillante carrière, Françoise Demulder reçoit de nombreux prix et distinctions pour son travail. Ses photos sont exposées dans les galeries et les musées du monde entier, ce qui a contribué à la sensibilisation de l’opinion publique aux thèmes des droits humains et de la justice sociale. Ses clichés sont plein de poésie et d’émotion. Elle utilise la lumière avec une maîtrise remarquable, créant des atmosphères capables de transmettre toute la complexité des situations représentées. Sa capacité d’entrer en contact avec les personnes et de gagner leur confiance lui permet de capturer des moments authentiques et intimes qui rendent son travail encore plus puissant. Elle croit profondément à l’importance de représenter les individus avec dignité et respect sans spectaculariser la souffrance. Son travail est un acte de responsabilité sociale.

Alan Cowell, écrivain britannique et correspondant de guerre, s’est inspiré de Françoise Demulder pour son roman A Walking Guide, publié pour la première fois en 2003 chez Simon & Schuster. La protagoniste Faria Duclos (avec les mêmes initiales de Demulder) est une photographe de guerre française ex-mannequin. L’année suivante, Michael Alan Lerner, ex-correspondant de Newsweek, crée dans son film Deadlines le personnage de la photographe Julia Muller, également inspiré d’elle; le film s’appuie sur les événements réels et se déroule à Beyrouth en 1983 quand la ville est déchirée par la guerre.

Françoise Demulder, Paris, 1977

Traduzione spagnola

Irene Maria Leonardi

Francoise Demulder, también conocida como Fifi, nació en París en 1947. Hija de un ingeniero electrónico, estudió filosofía y trabajó como modelo antes de acercarse a la fotografía por casualidad. Fue la primera mujer en ganar el codiciado premio World Press Photo of the Year, que obtuvo por una fotografía en blanco y negro, tomada en 1976 durante la expulsión de ciudadanos/as palestinos/as del distrito de Karantina en Beirut. En una época en la que era excepcional que una mujer trabajara como fotógrafa de guerra, Fifi Demulder y sus compañeras de trabajo Catherine Leroy y Christine Spengler se abrieron paso en un campo hasta entonces dominado por los hombres. En los años setenta y ochenta, se convirtieron en personalidades de relieve de las agencias fotográficas Sygma, Gamma y Sipa, con sede en París que por entonces era el centro del fotoperiodismo mundial.

Fue su primer novio, el fotógrafo Yves Billyin, quien inició a Demulder en la fotografía. Viajó con él a Vietnam con un billete de ida, inicialmente como turista, pero su deseo de comprender mejor la situación, la llevó a quedarse. Hasta entonces, solo había conocido el mundo de la fotografía como modelo. «En realidad, su sitio estaba al otro lado del objetivo. Fue su encuentro con Vietnam lo que la convirtió en fotógrafa», contó Billyin. Dotada de un gran talento natural y sin formación específica, se formó directamente con la experiencia directa, asimilando rápidamente los elementos básicos de la fotografía de guerra, y se movió con total libertad por el país gracias a su intrepidez. La Associated Press compró sus fotografías y, en poco tiempo, su trabajo empezó a ser muy solicitado. «La única manera que tenía de ganarme la vida era haciendo fotos. No era fotógrafa en absoluto, pero había una gran necesidad de fotos de Vietnam. Vendía unas cuatro fotos al día a una agencia de prensa, porque eran los únicos que pagaban en efectivo. Nunca hubo tanto trabajo como entonces en Vietnam», declaró Françoise Demulder en 1977 en una entrevista para la revista holandesa «Viva».

El 30 de abril de 1975, cuando las ciudadanas y los ciudadanos estadounidenses y otros/as extranjeros/as fueron evacuados de Saigon, Demulder permaneció en el palacio presidencial y logró inmortalizar la entrada de los tanques del Vietcong en la ciudad, tomando la foto exclusiva de uno de ellos derribando la puerta principal del palacio. La fotografía dio la vuelta al mundo y se convirtió en el símbolo de la derrota estadounidense. A partir de ese momento, Fifi Demulder viajó mucho por encargo de las principales revistas francesas como «Paris Match», e internacionales, como «Time», «Life» y «Newsweek».

Además de por el sudeste asiático, se interesó por otros conflictos en Angola, Líbano, Etiopía, Pakistán y Cuba. Viajó a menudo a Oriente Medio, donde entabló amistad con Yasser Arafat, líder de la Organización para la liberación de Palestina, de quien documentó la salida definitiva del Líbano hacia el norte de África por mar, en 1983. Precisamente Arafat, incapaz de pronunciar su nombre, le pondrá el apodo de Fifi. Cubrió la guerra entre Irán e Iraq y la del Golfo, durante la cual fue una de las pocas periodistas presentes en Bagdad cuando la ciudad fue bombardeada. Demulder odiaba la guerra, pero sentía el deber de documentar el sufrimiento de las personas inocentes; en sus fotos se refleja el dolor y la desesperación de mujeres y hombres impotentes ante la crueldad de las armas.

Yasser Arafat y Françoise Demulder, 1989

Su carrera fue interrumpida por una enfermedad, la leucemia. «De repente, en 2001, se encontró con un cáncer, sin un céntimo y sin haber cotizado nunca», contó el director y fotógrafo Christian Poveda, quien creó la asociación Des clics et des claques para ayudarla. Unos/as 360 fotógrafos y fotógrafas ofrecieron una foto para subastarla. Luego, un error médico la dejó parapléjica. «Era su obsesión, como fotógrafa de guerra, no ser herida en las piernas. Y, una mañana, se despertó paralizada», contó Yves Billyin. Finalmente, murió de infarto en París el 3 de septiembre de 2008. Probablemente aún no había encontrado una respuesta al horror de la guerra, pero sus fotografías lo han narrado, con la esperanza de que todo aquello no volviera a suceder. Entre todas sus fotografías, la más emblemática es Distress in Lebanon, que le valió el premio World Press Photo en 1977.

Françoise Demulder recibe el premio World Press Photo en Ámsterdam, 1977

Apenas tomada, Demulder envió el carrete en taxi a Damasco, donde fue cargado en un vuelo con destino a París y entregado a Gamma, su agencia fotográfica. La fotografía no fue muy apreciada al principio y la dejaron a un lado; solo cuando Demulder regresó de Beirut, varias semanas después, se publicó y se colocó en las paredes de la parte de la ciudad que no estaba controlada por los falangistas. En la foto en blanco y negro, en primer plano, una mujer anciana palestina suplica a un miliciano cristiano armado; al fondo, niñas y niños que huyen descalzos por la calle devastada. Aquella mañana de enero de 1976, la milicia cristiana falangista atacó a la población palestina refugiada en el barrio de Karantina, en el este de Beirut, incendiando las casas y causando alrededor de un millar de víctimas. Aún hoy, la mujer inmortalizada por la fotógrafa parece preguntarse el motivo de tanto odio. Demulder contó más tarde en la televisión francesa que solo sobrevivieron la niña y el niño, visibles al fondo. El miliciano se suicidó jugando a la ruleta rusa. Esta imagen la persiguió durante años, evocándole la locura de la guerra en el Líbano y la carnicería durante los combates. «A partir de ese momento, ya no se trataba de buenos cristianos y palestinos malvados, y los falangistas nunca me perdonaron», dijo.

Donna palestinese che implora un miliziano delle Falangi a Karantina, Beirut Est, 1977

A lo largo de su carrera brillante, Françoise Demulder recibió numerosos premios y reconocimientos por su trabajo. Sus fotografías están expuestas en galerías y museos de todo el mundo, contribuyendo a sensibilizar a la opinión pública sobre temas como los derechos humanos y la justicia social. Sus fotos son poéticas y están llenas de emoción. Utiliza la luz de forma magistral para crear atmósferas que transmiten la complejidad de las situaciones retratadas. Su capacidad de conectarse con las personas y ganarse su confianza le permitió capturar momentos auténticos e íntimos, lo que hizo que su trabajo fuera aún más impactante. Creía firmemente en la importancia de representar a las personas con dignidad y respeto, evitando la transformar el dolor en espectáculo. Su trabajo era un acto de responsabilidad social.

Françoise Demulder inspiró a Alan Cowell, escritor inglés y corresponsal de guerra durante mucho tiempo, en su novela A Walking Guide, publicada por primera vez en 2003 por Simon & Schuster. La protagonista femenina, Faria Duclos (cuyas iniciales coinciden con las de Demulder), es una fotógrafa de guerra francesa, exmodelo. Al año siguiente, Michael Alan Lerner, ex corresponsal de «Newsweek», creó el personaje de la fotógrafa Julia Muller, basado en Demulder, en su película Deadlines, que se centra en hechos reales y está ambientada en Beirut en 1983, cuando la ciudad se veía devastada por la guerra.

Françoise Demulder, París, 1977

Traduzione inglese

Syd Stapleton

Françoise Demulder, also known as Fifi, was born in Paris in 1947. The daughter of an electrical engineer, she studied philosophy and worked as a model before discovering photography by chance. She was the first woman to win the coveted World Press Photo of the Year award for a black-and-white photo, taken in 1976 during the expulsion of Palestinian citizens from the Karantina district of Beirut. At a time when it was exceptional for a woman to work as a war photographer, Fifi Demulder and her colleagues Catherine Leroy and Christine Spengler broke new ground in a field that had been dominated by men until then. In the 1970s and 1980s, they became the leading figures of the three photo agencies Sygma, Gamma, and Sipa based in Paris, which was then the center of world photojournalism.

It was her first boyfriend, photographer Yves Billyin, who introduced Demulder to photography. She went to Vietnam with him on a one-way ticket, initially as a tourist, but her desire to understand the situation better prompted her to stay. Until then, she had only known the world of photography as a model. "She was more at home on the other side of the lens. It was her encounter with Vietnam that made her a photographer," says Billyin. Gifted with great natural talent but without any specific training, she learned on the job, quickly mastering the basics of war photography and moving freely around the country thanks to her resourcefulness. The Associated Press bought her photos and her work soon became highly sought after. “The only way to make a living was to take pictures. I wasn't a photographer at all, but there was a great need for photos from Vietnam. I sold about four photos a day to a press agency because they were the only ones who paid cash. There has never been as much work as there was then in Vietnam,” Françoise Demulder said in a 1977 interview with the Dutch magazine Viva.

On April 30, 1975, when American citizens and other foreigners were evacuated from Saigon, Demulder remained in the presidential palace and managed to capture the Vietcong tanks entering the city, taking an exclusive photo of one of them breaking through the main gate of the US embassy building. The photograph was seen around the world and became a symbol of American defeat. From that moment on, Fifi Demulder traveled extensively on assignment for major French magazines such as Paris Match, and international magazines including Time, Life, and Newsweek.

After Southeast Asia, she became interested in other conflicts in Angola, Lebanon, Ethiopia, Pakistan, and Cuba. She often traveled to the Middle East, where she befriended Yasser Arafat, leader of the Palestine Liberation Organization, whose final departure from Lebanon to North Africa by sea she documented in 1983. It was Arafat himself who, unable to pronounce her name, gave her the nickname Fifi. She covered the Iran-Iraq War and the Gulf War, during which she was one of the few journalists present in Baghdad when the city was bombed. Demulder hated war and felt a duty to document the suffering of innocent people; her photos show the pain and despair of women and men powerless in the face of the cruelty of weapons.

Yasser Arafat and Françoise Demulder, 1989

Her career was cut short by an illness, leukemia. “She suddenly found herself, in 2001, with cancer, penniless, without ever having paid social security contributions,” says director and photographer Christian Poveda, who created the association Des clics et des claques to help her. Around 360 photographers offered a shot to be auctioned. Then a medical error left her paraplegic. “It was her obsession as a war photographer not to be injured in the legs. And one morning, she woke up paralyzed,” says Yves Billyin. Finally, on September 3, 2008, she died in Paris of a heart attack. She probably hadn't yet found an answer to the horror of war, but her images told the story, in the hope that it would never happen again. Of all her photos, the most emblematic is Distress in Lebanon, which won her the World Press Photo award in 1977.

Françoise Demulder receives the World Press Photo award in Amsterdam, 1977

As soon as she took it, Demulder sent the film roll by taxi to Damascus, where it was loaded onto a flight to Paris and delivered to Gamma, her photo agency. Initially, the photograph was not appreciated and was set aside; only when Demulder returned from Beirut several weeks later was it published and posted on the walls of the part of the city not controlled by the Phalangists. The black-and-white photo shows an elderly Palestinian woman begging an armed Christian militiaman in the foreground, with children fleeing barefoot along the devastated street in the background. On that January morning in 1976, the Christian Phalangist militia attacked Palestinian refugees in the Karantina neighborhood of East Beirut, setting houses on fire and killing around a thousand people. Even today, the woman immortalized by the photographer seems to be asking why there is so much hatred. Demulder later told French television that only the little girl and boy visible in the background survived. The militiaman committed suicide by playing Russian roulette. This image haunted her for years, bringing back memories of the madness of the Lebanese war and the carnage during the fighting. “From that moment on, it was no longer about good Christians and evil Palestinians, and the Phalangists never forgave me,” she said.

Palestinian woman pleading with a Phalangist militiaman in Karantina, East Beirut, 1977

Throughout her brilliant career, Françoise Demulder received numerous awards and honors for her work. Her photographs are exhibited in galleries and museums around the world, helping to raise public awareness of issues such as human rights and social justice. Her shots are poetic and emotionally charged. She uses light masterfully, creating atmospheres that convey the complexity of the situations she portrays. Her ability to connect with people and earn their trust allowed her to capture authentic and intimate moments, making her work even more powerful. She firmly believed in the importance of representing people with dignity and respect, avoiding the sensationalization of pain. Her work was an act of social responsibility.

Françoise Demulder inspired Alan Cowell, an English writer and long-time war correspondent, in his novel A Walking Guide, first published in 2003 by Simon & Schuster. The female protagonist is Faria Duclos (same initials as Demulder), a French war photographer and former model. The following year, Michael Alan Lerner, a former Newsweek correspondent, created the character of photographer Julia Muller, based on Demulder, in his film Deadlines. The film is based on real events and set in Beirut in 1983 when the city was torn apart by war.

Françoise Demulder, Paris, 1977