Anna Politkovskaja
Sara Marsico

In copertina: illustrazione di Valeria Cáceres

 

Anna Stepanova Politkovskaja è stata una grandissima giornalista investigativa, le cui inchieste e reportage dovrebbero entrare di diritto in un corso di giornalismo. Chi avrà l’occasione di leggere alcuni dei suoi articoli non potrà fare a meno di notarne da un lato la grande competenza, dall’altro il coinvolgimento e l’impegno etico e politico nel senso più alto del termine. Secondo Story-Based Inquiry, un manuale di giornalismo investigativo pubblicato dall’Unesco,

«il giornalismo investigativo implica esporre al pubblico questioni che sono nascoste, deliberatamente da qualcuno in una posizione di potere, o accidentalmente, dietro una massa caotica di fatti e circostanze che ne oscurano la comprensione. Richiede l’utilizzo di fonti e documenti sia segreti che pubblici».

Politkovskaja era nata con il nome di Anna Mazepa il 30 agosto del 1958 a New York, da due diplomatici sovietici di nazionalità ucraina impegnati nel Palazzo di vetro dell’Onu. Aveva ottenuto la laurea in giornalismo a 22 anni presso l'Università di Mosca, con una tesi su Marina Čvetaeva, poeta invisa al potere staliniano e ancora poco nota all’interno dell’allora Urss. Cominciò a scrivere due anni dopo la laurea per il quotidiano moscovita Izvestija (Notizie) e dal 1994 al 1999 ne fu cronista, responsabile della sezione Emergenze/Incidenti e assistente del direttore Egor Jakovlev alla Obščaja Gazeta. Dal 1999 in poi lavorò per la Novaja Gazeta, nella cui redazione divenne una delle penne più brillanti riuscendo pienamente a esercitare il ruolo di giornalista investigativa. La testata – tra i cui sostenitori più attivi figurava Michael Gorbaĉev – era guidata dal caporedattore Dmitrij Muratov, recentemente insignito insieme a Maria Ressa del Premio Nobel per la Pace. Un giornale onesto, indipendente, con un ricco budget, autorevole, pan-russo e paladino della libertà di stampa: la Novaja Gazeta.

Della coraggiosa giornalista russa si è già occupata Eleonora Camilli per Vitamine vaganti nel bell’articolo reperibile qui:
https://vitaminevaganti.com/2020/08/08/anna-politkovskaja-la-coraggiosa/, in cui si parla del suo grande impegno per la Cecenia, della forte critica al regime di Putin e del ruolo di mediatrice nella triste vicenda del Teatro Dubrovka, quando alcuni militanti ceceni presero in ostaggio 850 persone chiedendo la fine della guerra con la Russia. Il governo russo reagì utilizzando una sostanza chimica che neutralizzò tutti i ceceni, ma uccise anche circa 130 ostaggi. La copertura di Politkovskaja sulla strage di Beslan in Ossezia fu particolarmente accurata e infastidì non poco il governo russo per le sue critiche.

Lo stile degli editoriali e delle inchieste della giornalista russa è preciso, attento alle vicende e alle persone che descrive, con uno sguardo acuto e femminile pieno di umanità, che scava nel profondo. Per ogni episodio denunciato, Politkovskaja intervista protagonisti, parenti, amici e amiche e persino potenziali autori e autrici, segue i processi, spesso truccati, che accompagnano le sue denunce e racconta ogni dettaglio perché è proprio nei dettagli che, come lei stessa afferma, spesso si nasconde la verità. Ecco alcune delle parole e delle riflessioni che ritroviamo nei suoi articoli, in merito alla sua funzione di giornalista investigativa:

«Ma, alla fine, che cosa avrei combinato? Ho scritto ciò di cui sono stata testimone. E basta. Sorvolo espressamente sulle altre “gioie” della strada che mi sono scelta. Il veleno nel tè. Le lettere minatorie. Le minacce via internet e le telefonate in cui mi avvertono che mi faranno fuori. Quisquilie. L’importante è avere l’opportunità di fare qualcosa di necessario. Descrivere la vita, parlare con chi ogni giorno viene a cercarmi in redazione e non saprebbe a chi altri rivolgersi. Dalle autorità ricevono solo porte in faccia: per l’ideologia al potere le loro disgrazie non esistono, di conseguenza neanche la storia delle loro sventure può trovare spazio sulle pagine dei giornali. Solo sul nostro. Sulla nostra Novaja Gazeta»

(testo pubblicato dal giornale Sojuz žurnalistov (L’Unione dei giornalisti), il 26 ottobre 2006).

Sui comportamenti violenti dei soldati russi in Cecenia è commovente il racconto che Politkovskaja fa della vicenda di una giovane recluta, Andrej Syĉev, massacrata come molte altre dai “nonni” russi, durante un Capodanno in una caserma inondata dai fumi dell’alcol. Andrej si era arruolato e dopo l’addestramento era finito a Bikil. Qui, «gli ubriachi con le mostrine se la prendono con la recluta e chi ci rimette è “il piccolo”. Lo lasciano ore e ore legato stretto a una sedia. E Andrej ha le vene varicose. Che non bastano per non farti arruolare, ma bastano e avanzano per non reggere alle torture. Si comincia con una necrosi, che poi diventa cancrena e poi sepsi…». Ad Andrej sono state amputate le gambe, anche perché inizialmente i medici hanno provato a risolvere la patologia senza ricorrere all'aiuto ospedaliero, aggravando la situazione, e poi in ospedale l’intervento è stato procrastinato senza seri motivi. Syĉev è diventato un invalido. La madre ha chiesto giustizia, ma i vari gradi del processo non sono riusciti a trovare la catena delle responsabilità e il governo russo ha parlato di una montatura del caso a mezzo stampa. Così, il 30 gennaio 2006, Politkovskaja scrive:

«La procura raccoglie le prove e i generali decidono in quattro e quattr’otto. Su questo sfondo i carnefici affilano i denti e, c’è da scommetterci, riusciranno a storpiare l’ennesimo soldato. E mentre il sipario si chiude, vi auguro di avere solo femmine. É l’unico modo di salvare la vita per chi mettete al mondo».

Anna Politkovskaja morì di una morte violenta e simbolica: assassinata nell’ascensore del palazzo in cui viveva proprio il giorno del compleanno di Putin. Sugli autori dell’omicidio non si è ancora fatta piena luce e quasi sicuramente manca la volontà politica di individuare i responsabili. Vicino al suo corpo vennero rinvenuti una pistola e quattro bossoli. Si pensò che il colpevole fosse un killer a contratto, per conto di sconosciuti. Furono arrestate più di dieci persone, fra cui alcuni ex funzionari dei servizi di sicurezza e del leader ceceno di un'organizzazione criminale di Mosca. Secondo il procuratore generale il mandante dell'omicidio potrebbe essere all'estero. Il giorno dopo la sua morte, il computer di Politkovskaja era già stato sequestrato dalla polizia russa insieme al materiale dell'inchiesta sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al primo ministro Ramsan Kadyrov. Ai suoi funerali non partecipò nessun rappresentante del governo.

L’impegno di Politkovskaja è stato riconosciuto da numerosi premi fra cui nel 2001 il Premio dell'Unione dei giornalisti russi Global Award for Human rights Journalism; nel 2002 il Freedom to Write Award Courage in Journalism Award, nel 2003 Lettre Ulysses Award, Medaglia Hermann Kesten, nel 2004 il Premio “Olof Palme”, nel 2005 il Premio per la libertà e il futuro dei media, nel 2006 l’International Journalism Award e nel 2007 il Premio Internazionale “Tiziano Terzani” e il Premio “Fratelli Scholl”. L'organizzazione per i diritti umani Reach All Women in War (Raw in War), che si occupa della protezione dei diritti delle donne durante i conflitti bellici, ha istituito dal 2007 il premio annuale in onore di Anna Politkovskaja, denominato Anna Politkovskaya Award. Alla giornalista investigativa russa sono stati dedicati giardini a Civita Castellana, Cologno Monzese, Duino, Fiumicino, Milano (oltre a un giardino anche Monte Stella), Noceto, Perugia, Spiazzo Rendena, Tavazzano e Varsavia.

Largo Anna Politkovskaja si trova a Roma all’interno di Villa Pamphili e nel parco Stromovka di Praga le è stata intitolata una passeggiata. Chiudiamo con una frase della giornalista investigativa russa che si trova alla fine di un suo articolo del 20 settembre 2004 sui rapporti tra il Cremlino e la Georgia e che potremmo condividere anche oggi, mutatis mutandis:

«Un ultimo appunto. Sull’amore. Nel ventunesimo secolo le persone intelligenti non costringono i propri concittadini in un bagno di sangue. È quando non si vuole bene alla propria gente che cominciano le disgrazie. Peccato che, come sempre, il potere sia in mano ai mediocri, mediocri cronici».


Traduzione francese

Rachele Stanchina

Anna Stepanova Politkovskaïa a été une journaliste d'investigation remarquable, dont les enquêtes et les reportages devraient figurer au programme de tout cours de journalisme. Quiconque a l'occasion de lire certains de ses articles sera frappé par son expertise profonde, ainsi que par son engagement éthique et politique au sens le plus élevé du terme. Selon «Story-Based Inquiry», un manuel de journalisme d'investigation publié par l'UNESCO,

«le journalisme d'investigation consiste à révéler au public des problèmes occultés, délibérément par une personne en position de pouvoir, ou accidentellement, derrière un enchevêtrement chaotique de faits et de circonstances qui en obscurcissent la compréhension. Il requiert l'utilisation de sources et de documents tant secrets que publics».

Née Anna Mazepa le 30 août 1958 à New York, Anna Politkovskaïa est la fille de deux diplomates soviétiques d'origine ukrainienne en poste au siège des Nations Unies. Elle obtient son diplôme de journalisme à l'âge de 22 ans à l'Université de Moscou, avec une thèse sur Marina Tsvetaeva, une poétesse détestée par le pouvoir stalinien et encore peu connue dans l'URSS de l'époque. Deux ans après ses études, elle commence à écrire pour le quotidien moscovite Izvestia (Actualités). De 1994 à 1999, elle est reporter, responsable de la rubrique Urgences/Accidents et assistante du rédacteur en chef Egor Yakovlev à Obshchaya Gazeta. À partir de 1999, elle travaille pour Novaya Gazeta, où elle devient l'une des journalistes les plus brillantes, excellant dans le journalisme d'investigation. Ce journal, dont Mikhaïl Gorbatchev était l'un des plus fervents soutiens, est dirigé par le rédacteur en chef Dmitri Mouratov, récemment lauréat du prix Nobel de la paix avec Maria Ressa. Novaya Gazeta : un journal panrusse honnête, indépendant, doté de moyens importants, faisant autorité et défenseur de la liberté de la presse.

Eleonora Camilli, du site Vitamine Vaganti, a déjà consacré un excellent article à la courageuse journaliste russe Anna Politkovskaja, disponible ici: https://vitaminevaganti.com/2020/08/08/anna-politkovskaja-la-coraggiosa/. Elle y évoque le profond engagement de la part de Anna envers la Tchétchénie, ses critiques acerbes du régime de Poutine et son rôle de médiatrice lors du tragique incident du théâtre de Dubrovka, où des militants tchétchènes ont pris 850 personnes en otage, exigeant la fin de la guerre contre la Russie. Le gouvernement russe a réagi en utilisant un produit chimique qui a neutralisé tous les Tchétchènes, mais a également causé la mort d'environ 130 otages. La couverture par Politkovskaïa du massacre de Beslan en Ossétie a été particulièrement minutieuse, ce qui a fortement irrité le gouvernement russe par ses critiques.

Le style éditorial et d'investigation de la journaliste russe est précis et attentif aux événements et aux personnes qu'elle décrit, avec un regard aiguisé et profondément humain. Pour chaque incident rapporté, Politkovskaïa interroge les acteurs clés, les proches, les amis, et même les auteurs potentiels. Elle suit les procès, souvent truqués, qui accompagnent ses reportages et relate chaque détail car, comme elle le dit elle-même, c'est précisément dans les détails que réside souvent la vérité. Voici quelques extraits de ses articles concernant son rôle de journaliste d'investigation:

«Mais, au final, qu'aurais-je accompli ? J'ai écrit ce dont j'ai été témoin. Et c'est tout. J'ignore délibérément les autres «joies» du chemin que j'ai choisi. Le poison dans mon thé. Les lettres de menaces. Les menaces en ligne et les appels téléphoniques m'avertissant que je serai éliminée. Des futilités. L'important, c'est d'avoir l'opportunité de faire quelque chose d'utile. Décrire la vie, parler à ceux qui viennent chaque jour à la rédaction me chercher et qui ne sauraient pas où s'adresser. Les autorités leur claquent la porte au nez : pour l'idéologie dominante, leurs malheurs n'existent pas, et par conséquent, même le récit de leurs malheurs ne peut trouver sa place dans les journaux. Sauf dans le nôtre. Dans notre Novaya Gazeta».

(texte publié par le journal Soyuz žurnalistov (L'Union des journalistes), le 26 octobre 2006).

Concernant la violence des soldats russes en Tchétchénie, le récit poignant de Politkovskaïa relate le massacre d'un jeune soldat, Andreï Sychev, comme tant d'autres, par ses « grands-pères » russes, un soir de Nouvel An dans une caserne saturée d'alcool. Andreï s'était engagé et, après sa formation, avait été affecté à Bikil. Là, «des ivrognes en uniforme s'en prennent aux recrues, et celui qui y perd, c'est le petit. Ils le laissent attaché à une chaise pendant des heures. Andreï a des varices. Ce n'est pas suffisant pour vous empêcher de vous engager, mais c'est largement suffisant pour vous rendre incapable de supporter la torture. Cela commence par une nécrose, qui devient ensuite gangrène, puis septicémie… » Les jambes d'Andreï furent amputées, en partie parce que les médecins avaient d'abord tenté de le soigner sans hospitalisation, ce qui n'avait fait qu'empirer les choses, et que l'opération avait ensuite été reportée à l'hôpital sans raison valable. Sychev devint invalide. La mère réclama justice, mais les différentes étapes du procès ne permirent pas d'établir les responsabilités, et le gouvernement russe qualifia l'affaire de fabrication de toutes pièces dans la presse. Ainsi, le 30 janvier 2006, Politkovskaïa écrivit:

«Le parquet rassemble des preuves et les généraux prennent des décisions hâtives. Dans ce contexte, les bourreaux s'affûtent et vous pouvez être sûrs qu'ils parviendront à mutiler un autre soldat. Et quand le rideau tombera, j'espère que vous n'aurez que des filles. C'est le seul moyen de sauver la vie de ceux que vous mettez au monde».

Anna Politkovskaïa meurt d'une mort violente et symbolique : assassinée dans l'ascenseur de son immeuble le jour de l'anniversaire de Poutine. Les auteurs du meurtre n'ont toujours pas été formellement identifiés, et la volonté politique de les démasquer fait très certainement défaut. Un pistolet et quatre douilles ont été retrouvés près de son corps. On pense que le coupable était un tueur à gages travaillant pour des individus inconnus. Plus de dix personnes ont été arrêtées, dont plusieurs anciens responsables de la sécurité et le chef tchétchène d'une organisation criminelle basée à Moscou. Selon le procureur général, le commanditaire du meurtre pourrait se trouver à l'étranger. Le lendemain de sa mort, l'ordinateur de Politkovskaïa avait déjà été saisi par la police russe, ainsi que des éléments de l'enquête sur les actes de torture commis par les forces de sécurité tchétchènes liées au Premier ministre Ramsan Kadyrov. Aucun représentant du gouvernement n'a assisté à ses obsèques.

L'engagement de Politkovskaïa a été salué par de nombreuses distinctions, dont le Prix mondial du journalisme des droits de l'homme de l'Union des journalistes russes en 2001 ; le Prix de la liberté d'écrire et le Prix du courage journalistique en 2002; le Prix Lettre Ulysses et la Médaille Hermann Kesten en 2003 ; le Prix Olof Palme en 2004 ; le Prix pour la liberté et l'avenir des médias en 2005; le Prix international du journalisme en 2006 ; et le Prix international Tiziano Terzani et le Prix des frères Scholl en 2007. L'organisation de défense des droits humains « Reach All Women in War » (Raw in War), qui œuvre pour la protection des droits des femmes en temps de guerre, a créé le prix Anna Politkovskaïa en 2007. Des jardins portent le nom de la journaliste d'investigation russe à Civita Castellana, Cologno Monzese, Duino, Fiumicino, Milan (ainsi qu'à Monte Stella), Noceto, Pérouse, Spiazzo Rendena, Tavazzano et Varsovie.

Dans la Villa Pamphili à Rome on trouve Largo Anna Politkovskaïa et une promenade du parc Stromovka à Prague porte son nom. Nous concluons par une citation de la journaliste d'investigation russe, extraite de son article du 20 septembre 2004 sur les relations entre le Kremlin et la Géorgie, que nous pourrions, mutatis mutandis, partager aujourd'hui:

«Un dernier mot. Sur l'amour. Au XXIe siècle, les personnes intelligentes n'entraînent pas leurs concitoyens dans un bain de sang. C'est lorsqu'on n'aime pas son peuple que les malheurs commencent. Il est regrettable que, comme toujours, le pouvoir soit entre les mains de personnes médiocres, voire chroniquement médiocres».


Traduzione spagnola

Elena Maria Cinquemani

Anna Stepanova Politkovskaja fue una grandísima periodista de investigación, cuyas investigaciones y reportajes deberían formar parte por derecho de un curso de periodismo. Quien tenga la oportunidad de leer algunos de sus artículos no podrá evitar notar, por un lado, su gran competencia y, por el otro, su participación y compromiso ético y político en el sentido más elevado de la palabra. Según Story-Based Inquiry, un manual de periodismo de investigación publicado por la Unesco,

«el periodismo de investigación implica exponer al público cuestiones que están ocultas, deliberadamente por alguien en una posición de poder, o accidentalmente, detrás de una masa caótica de hechos y circunstancias que oscurecen su comprensión. Requiere el uso de fuentes y documentos tanto secretos como públicos».

Anna Politkovskaja nació con el nombre de Anna Mazepa el 30 de agosto de 1958 en Nueva York, hija de dos diplomáticos soviéticos de nacionalidad ucraniana que trabajaban en el Palacio de Cristal de la ONU. Se licenció en periodismo a los 22 años en la Universidad de Moscú, con una tesis sobre Marina Čvetaeva, una poeta mal vista por el régimen estalinista y aún poco conocida en la propia URSS. Dos años después de graduarse comenzó a escribir para el periódico moscovita «Izvestija» (Noticias) y de 1994 a 1999 fue periodista, responsable de la sección de Emergencias/Accidentes y asistente del director Egor Jakovlev en la «Obščaja Gazeta». A partir de 1999 trabajó para la «Novaja Gazeta», en cuya redacción se convirtió en una de las plumas más brillantes, logrando ejercer plenamente su papel de periodista de investigación. El periódico —entre cuyos partidarios más activos figuraba Michael Gorbaĉev — estaba dirigido por el redactor jefe Dmitrij Muratov, en 2021 galardonado junto a Maria Ressa con el Premio Nobel de la Paz. Un periódico honesto, independiente, con un gran presupuesto, influyente, panruso y defensor de la libertad de prensa: la «Novaya Gazeta».

De la valiente periodista rusa ya se ha ocupado Eleonora Camilli para «Vitamine vaganti» en el bonito artículo disponible aquí: https://vitaminevaganti.com/2020/08/08/anna-politkovskaja-la-coraggiosa/, en el que se habla de su gran compromiso con Chechenia, de su fuerte crítica al régimen de Putin y de su papel de mediadora en el triste suceso del Teatro Dubrovka, cuando unos militantes chechenos tomaron como rehenes a 850 personas pidiendo el fin de la guerra con Rusia. El gobierno ruso reaccionó utilizando una sustancia química que neutralizó a todos los chechenos, pero que también mató a unos 130 rehenes. La cobertura de Politkovskaja sobre la masacre de Beslán en Osetia fue particularmente clara e incomodó mucho al gobierno ruso debido a sus críticas.

El estilo de los editoriales y de las investigaciones de la periodista rusa es preciso, atento a los hechos y a las personas que describe, con una mirada aguda, femenina y llena de humanidad que profundiza. Por cada episodio denunciado, Politkovskaja entrevista a protagonistas, familiares, amigos y amigas, e incluso a potenciales autores y autoras; sigue los juicios, a menudo manipulados, que acompañan a sus denuncias y relata cada detalle porque es precisamente en los detalles donde, como ella misma afirma, a menudo se esconde la verdad. Estas son algunas de las palabras y reflexiones que encontramos en sus artículos sobre su función como periodista de investigación:

«Pero, al final, ¿qué habré hecho? He escrito aquello de lo que he sido testigo. Y ya está. Paso por alto deliberadamente las otras “alegrías” del camino que he elegido. El veneno en el té. Las cartas de amenaza Las amenazas por internet y las llamadas telefónicas en las que me advierten que van a acabar conmigo. Bagatelas. Lo importante es tener la oportunidad de hacer algo necesario. Describir la vida, hablar con quienes acuden cada día a buscarme a la redacción y no sabrían a quién más recurrir. Por parte de las autoridades solo reciben puertas cerradas: para la ideología en el poder sus desgracias no existen, por lo tanto, la historia de sus desventuras tampoco puede encontrar espacio en las páginas de los periódicos. Solo en el nuestro. En nuestra Novaja «Gazeta»».

(texto publicado por el periódico «Sojuz žurnalistov» (La Unión de los periodistas) el 26 de octubre de 2006).

Sobre el comportamiento violento de los soldados rusos en Chechenia, es conmovedor el relato que Politkovskaja hace de la historia de un joven recluta, Andrej Syĉev, masacrado como tantos otros por los “abuelos” rusos durante una Nochevieja en un cuartel inundado por los vapores del alcohol. Andrej se había alistado y, tras el entrenamiento, terminó en Bikil. Aquí, “los borrachos con galones se ensañan con el recluta y quien lo paga es “el pequeño”. Lo dejan horas y horas atado fuertemente a una silla. Y Andrej tiene varices. Que no bastan para librarte del servicio militar, pero bastan y sobran para no resistir las torturas. Empieza con una necrosis, que luego se convierte en gangrena y después en sepsis...”. A Andrej tuvieron que amputarle las piernas, también porque al principio los médicos intentaron tratar la patología sin recurrir a asistencia hospitalaria, agravando la situación, y luego, una vez en el hospital, la intervención se pospuso sin motivos serios. Syĉev quedó inválido. La madre exigió justicia, pero las distintas instancias del proceso no lograron esclarecer la cadena de responsabilidades y el gobierno ruso habló de un montaje mediático. Así, el 30 de enero de 2006, Politkovskaja escribe:

«La fiscalía reúne las pruebas y los generales deciden en un abrir y cerrar de ojos. Con este telón de fondo, los verdugos se afilan los dientes y, me juego algo, lograrán desfigurar a otro soldado más. Y mientras el telón se cierra, les deseo que tengan solo hijas. Es la única manera de salvarles la vida a quienes traen al mundo».

Anna Politkovskaja tuvo una muerte violenta y simbólica: asesinada en el ascensor del edificio en el que vivía precisamente el día del cumpleaños de Putin. Todavía no se ha arrojado luz sobre los autores del asesinato y es casi seguro que falta la voluntad política para identificar a los responsables. Cerca de su cuerpo se encontraron una pistola y cuatro casquillos. Se pensó que el culpable era un asesino a sueldo, por cuenta de desconocidos. Fueron arrestadas más de diez personas, entre ellas algunos exfuncionarios de los servicios de seguridad y del líder checheno de una organización criminal de Moscú. Según el fiscal general, la persona que ordenó el asesinato podría estar en el extranjero. Al día siguiente de su muerte, el ordenador de Politkovskaja ya había sido incautado por la policía rusa junto con el material de la investigación sobre las torturas cometidas por las fuerzas de seguridad chechenas vinculadas al primer ministro Ramzán Kadýrov. A sus funerales no asistió ningún representante del gobierno.

El compromiso de Politkovskaja fue reconocido con numerosos premios, entre ellos, en 2001, el Premio de la Unión de Periodistas Rusos Global Award for Human Rights Journalism; en 2002, el Freedom to Write Award y el Courage in Journalism Award; en 2003, el Lettre Ulysses Award, Medaglia Hermann Kesten; en 2004, el Premio Olof Palme; en 2005, el Premio para la Libertad y el Futuro de los Medios; en 2006, el International Journalism Award; y en 2007, el Premio Internacional Tiziano Terzani y el Premio Fratelli Scholl. La organización por los derechos humanos Reach All Women in War (Raw in War), que se dedica a la protección de los derechos de las mujeres durante los conflictos bélicos, instituyó en 2007 el premio anual en honor a Anna Politkovskaja, denominado Anna Politkovskaja Award. A la periodista de investigación rusa se le han dedicado jardines en Civita Castellana, Cologno Monzese, Duino, Fiumicino, Milán (además de un jardín, también el Monte Stella), Noceto, Perugia, Spiazzo Rendena, Tavazzano y Varsovia.

El Largo Anna Politkovskaja se encuentra en Roma, dentro de Villa Pamphili, y en el parque Stromovka de Praga se ha bautizado un paseo con su nombre. Cerramos con una frase de la periodista de investigación rusa que se encuentra al final de uno de sus artículos del 20 de septiembre de 2004 sobre las relaciones entre el Kremlin y Georgia, y que podríamos compartir también hoy, mutatis mutandis:

«Un último apunte. Sobre el amor. En el siglo XXI, las personas inteligentes no arrastran a sus conciudadanos a un baño de sangre. Cuando no se quiere a la propia gente es cuando empiezan las desgracias. Lástima que, como siempre, el poder esté en manos de los mediocres, mediocres crónicos».


Traduzione inglese

Syd Stapleton

Anna Stepanova Politkovskaya was a great investigative journalist whose investigations and reportage should be included in journalism courses. Anyone who has had the opportunity to read some of her articles cannot help but notice her great expertise on the one hand, and her involvement and ethical and political commitment in the highest sense of the terms on the other. According to Story-Based Inquiry, a manual on investigative journalism published by UNESCO,

«investigative journalism involves exposing to the public issues that are hidden, either deliberately by someone in a position of power or accidentally behind a chaotic mass of facts and circumstances that obscure their understanding. It requires the use of both secret and public sources and documents».

Politkovskaya was born Anna Mazepa on August 30, 1958, in New York, to two Soviet diplomats of Ukrainian nationality working at the UN headquarters. She obtained a degree in journalism at the age of 22 from Moscow University, with a thesis on Marina Tsvetaeva, a poet unpopular with the Stalinist regime and still little known within the then USSR. She began writing two years after graduating for the Moscow daily Izvestija (News) and from 1994 to 1999 she was a reporter, head of the Emergencies/Accidents section and assistant to editor Egor Jakovlev at Obščaja Gazeta. From 1999 onwards, she worked for Novaya Gazeta, where she became one of the most brilliant writers on the editorial staff, fully succeeding in her role as an investigative journalist. The newspaper, whose most active supporters included Mikhail Gorbachev, was led by editor-in-chief Dmitry Muratov, who was recently awarded the Nobel Peace Prize together with Maria Ressa. Novaya Gazeta was an honest, independent, well-funded, authoritative, pan-Russian newspaper and a champion of press freedom.

Eleonora Camilli has already written about the courageous Russian journalist for vitaminevaganti in a beautiful article available here: https://vitaminevaganti.com/2020/08/08/anna-politkovskaja-la-coraggiosa/, which discusses her great commitment to Chechnya, her strong criticism of Putin's regime, and her role as mediator in the sad events at the Dubrovka Theater, when Chechen militants took 850 people hostage, demanding an end to the war with Russia. The Russian government responded by using a chemical substance that neutralized all the Chechens but also killed about 130 hostages. Politkovskaya's coverage of the Beslan massacre in Ossetia was particularly accurate and greatly annoyed the Russian government with its criticism.

The Russian journalist's style of editorial and investigative reporting is precise, attentive to the events and people she describes, with a sharp, feminine gaze, full of humanity, which delves deep. For each episode she reported on, Politkovskaya interviewed the protagonists, their relatives, friends, and even the potential perpetrators. She followed the trials, often rigged, that accompanied her reports and recounted every detail because, as she herself stated, it is often in the details that the truth is hidden. Here are some of the words and reflections we find in her articles. On her role as an investigative journalist:

«But, in the end, what have I done? I wrote about what I witnessed. That's all. I deliberately gloss over the other ‘joys’ of the path I have chosen. The poison in my tea. The threatening letters. The threats via the internet and the phone calls warning me that they will kill me. Trivialities. The important thing is to have the opportunity to do something necessary. To describe life, to talk to those who come to see me every day at the editorial office and don't know who else to turn to. The authorities only slam the door in their faces: for the ruling ideology, their misfortunes do not exist, and consequently, the story of their misfortunes cannot find space in the pages of newspapers. Only in ours. In our “Novaya Gazeta».

(Text published by the newspaper Sojuz žurnalistov (The Union of Journalists) on October 26, 2006.

Politkovskaya's account of the violent behavior of Russian soldiers in Chechnya is moving. She tells the story of a young recruit, Andrei Sychev, who, like many others, was massacred by Russian “grandfathers” during New Year's Eve in a barracks flooded with alcohol fumes. Andrei had enlisted and, after training, ended up in Bikil. Here, «the drunks with epaulettes take it out on the recruit, and it is ‘the little one’ who suffers. They leave him tied tightly to a chair for hours on end. And Andrej has varicose veins. They are not enough to prevent you from enlisting, but they are more than enough to prevent you from withstanding torture. It starts with necrosis, which then becomes gangrene and then sepsis...» Andrej had both legs amputated, partly because the doctors initially tried to treat the condition without resorting to hospital treatment, aggravating the situation, and then the hospital delayed the operation without serious reason. Sycev became an invalid. His mother sought justice, but the various stages of the trial failed to identify the chain of responsibility, and the Russian government spoke of a media smear campaign. Politkovskaya writes:

«The prosecutor's office gathers evidence and the generals decide in a flash. Against this backdrop, the executioners sharpen their teeth and, you can bet, they will succeed in crippling yet another soldier. And as the curtain closes, I hope you only have daughters. It's the only way to save the lives of those you bring into the world».

Anna Politkovskaya died a violent and symbolic death: murdered in the elevator of the building where she lived on Putin's birthday. The perpetrators of her murder have not yet been fully identified, and there is almost certainly a lack of political will to find those responsible. A gun and four shell casings were found near her body. It was thought that the culprit was a contract killer, working on behalf of unknown individuals. More than 10 people were arrested, including several former security service officials and the Chechen leader of a Moscow criminal organization. According to the attorney general, the person who ordered the murder may be abroad. The day after her death, Politkovskaya's computer had already been seized by the Russian police, along with material from the investigation into torture committed by Chechen security forces linked to Prime Minister Ramzan Kadyrov. No government representatives attended her funeral.

Politkovskaya's commitment was recognized with numerous awards, including the 2001 Russian Union of Journalists Award, the Global Award for Human Rights Journalism, the 2002 Freedom to Write Award Courage in Journalism Award, the 2003 Lettre Ulysses Award, the Hermann Kesten Medal, the Olof Palme Prize in 2004, the Prize for Freedom and the Future of the Media in 2005, the International Journalism Award in 2006, and the Tiziano Terzani International Prize and the Scholl Brothers Prize in 2007. The human rights organization Reach All Women in War (RAW in WAR), which works to protect women's rights during armed conflicts, established the annual Anna Politkovskaya Award in 2007. Gardens have been dedicated to the Russian investigative journalist in Civita Castellana, Cologno Monzese, Duino, Fiumicino, Milan (as well as a garden in Monte Stella), Noceto, Perugia, Spiazzo Rendena, Tavazzano, and Warsaw.

Largo Anna Politkovskaya is located in Rome inside Villa Pamphili, and in Stromovka Park in Prague, the promenade bearing her name has been dedicated to her. We conclude with a quote from the Russian investigative journalist found at the end of her article of September 20, 2004, on relations between the Kremlin and Georgia, which we could also share today, mutatis mutandis:

«One last note. On love. In the 21st century, intelligent people do not force their fellow citizens into a bloodbath. It is when you do not love your own people that misfortune begins. It is a pity that, as always, power is in the hands of the mediocre, the chronically mediocre».