Gerda Taro
Barbara Belotti
Tullia Ciancio
Scrivo questo articolo ascoltando un pezzo del gruppo britannico Alt-J dedicato alla manciata di secondi che precedette e seguì l’inconsapevole passo del fotografo Robert Capa su una mina. Maggio 1954, Indocina lo scenario, Taro il titolo della canzone. Un brano struggente con una frase musicale alla chitarra che si ripete fino a trasformarsi e ad assomigliare al suono di un sitar, la voce maschile particolarmente espressiva alla quale si somma un coro nella parte conclusiva (https://www.youtube.com/watch?v=S3fTw_D3l10). Si parla del fotografo Robert Capa, del suo corpo dilaniato, del suo abbandono della vita «quando tutti i colori diventano della scala del grigio», fino a giungere al buio totale, ma la protagonista è Gerda Taro alla quale con la morte si riunisce. «Do not spray into eyes/I have sprayed you into my eyes», recita il ritornello della canzone. I suoi occhi sono ancora colpiti e pieni di Gerda Taro nonostante siano trascorsi anni dalla sua morte, avvenuta in situazioni altrettanto tragiche. Gerda, che gli era entrata nella vita e nel cuore a Parigi negli anni Trenta, non ne è mai più uscita; ora che l’esplosione della mina dilania il corpo di Robert, ripete la canzone, vengono di nuovo a trovarsi a pochi passi l’uno dall’altra.
![]() |
| Gerda Taro e Robert Capa, foto di Fred Stein, Parigi, 1936 |
Fotografa, fotoreporter, appassionata testimone della Guerra civile spagnola, donna coraggiosa e anticonformista, controcorrente nell’animo e nella vita, schierata contro le ingiustizie e i soprusi, sempre dalla parte di chi subisce e dalla parte della libertà, Gerda Taro in realtà si chiamava Gerta Pohorylle, nata il primo agosto del 1910 a Stoccarda in una famiglia ebrea di origine polacca.
![]() |
Presto, dato il periodo, la sua condizione di giovane ebrea diventò un pericolo per la sua incolumità; non volle però sottrarsi all’impegno, anzi cominciò a frequentare associazioni giovanili di sinistra che si opponevano al Nazismo in ascesa. Fu arrestata per attività sovversiva e propaganda antinazista il 19 marzo del 1933, condotta in carcere, interrogata e minacciata. Furono settimane di grande paura che Gerta, secondo le testimonianze raccolte, affrontò con coraggio, determinazione e apparente serenità. La sua vita, sempre sotto il controllo della polizia anche dopo la scarcerazione, era destinata a cambiare radicalmente. Come molte e molti giovani decise di lasciare la Germania, di sfuggire alla minaccia nazista e di provare a costruire il proprio futuro da un’altra parte in Europa.
Scelse Parigi e vi arrivò nel tardo autunno dello stesso anno. Aveva solo ventitré anni, la sua vita era interamente da costruire e Gerta dimostrò subito di avere tutta l’intenzione di farlo a modo suo. Non fu un periodo facile: lavori saltuari, spesso pagati in nero, molta fame, poche sicurezze che però non la demoralizzarono, perché vide subito le opportunità della capitale francese. Entrò nel mondo della fotografia dopo l’incontro con Endre Friedmann, un giovane fotografo free-lance ungherese dalle grandi speranze, ma dai pochi “quattrini” come lei. Era il settembre del ’34 e presto dalla reciproca simpatia nacque un legame profondo fatto di amore, interessi comuni e voglia di affermazione. Gerta imparò da Endre a usare la Leika, strumento fotografico leggero e agile, e la tecnica di stampa in laboratorio. Endre, a sua volta, si fece guidare nella messa a punto di un piano strategico sistematico per la propria carriera. Fu Gerta infatti a trasformare Endre Friedmann in Robert Capa, destinato a diventare uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi.
![]() |
| Ritratto di Robert Capa, foto di Gerda Taro, maggio 1937 |
Fece circolare negli ambienti delle agenzie fotografiche e delle riviste la notizia – del tutto inventata – della presenza nella capitale francese di un celebre fotoreporter statunitense di nome Robert Capa: mai visto e incontrato, ma nessuno voleva lasciarselo sfuggire. Con questo stratagemma Gerta riuscì a incuriosire le redazioni di giornali e riviste e a vendere a prezzi più favorevoli le fotografie di Endre Friedmann. Poco tempo dopo compì la stessa campagna promozionale su sé stessa e, facendo “scomparire” Gerta Pohorylle, diede vita a Gerda Taro. Come scrisse Endre nel 1935, spesso era lei ad andare in giro con la macchina fotografica mentre lui, in laboratorio, si dedicava alla stampa e agli ingrandimenti; inoltre, gli faceva da agente fotografica e manager.
Il primo tesserino da giornalista Gerda lo ottenne il 4 febbraio 1936 diventando ufficialmente reporter, scrivendo brevi articoli e le didascalie che accompagnavano le fotografie. Ma il passaggio al professionismo si ebbe qualche mese dopo, nell’estate, quando chiuse per sempre il suo lavoro di agente fotografica e passò a lavorare unicamente dietro l’obiettivo. Ma di questo periodo della carriera di Taro non tutto è chiaro e definito. In molti casi le redazioni pubblicavano le immagini senza indicare nelle didascalie il nome di chi aveva scattato; in altri Gerda utilizzò il copyright di Capa, forse immaginando (o forse sapendo) che una foto a firma maschile avrebbe avuto più possibilità di essere pubblicata. Nonostante non ci fossero divieti o restrizioni, risultava sempre difficile per una donna vendere le proprie fotografie, imporsi come professionista del settore – un percorso sicuramente più faticoso e in salita rispetto a quello dei colleghi maschi. Gerda Taro e Rober Capa vivevano, lavoravano, fotografavano insieme, il sodalizio cresceva solido ma, contemporaneamente, cominciò a formarsi anche il cono d’ombra che avrebbe nascosto a lungo e ingiustamente Gerda. Almeno fino agli anni Novanta del XX secolo, quando a Mexico City venne ritrovata la cosiddetta “valigia messicana” con più di 4000 negativi scattati in Spagna da Taro, Capa e dal fotografo David Seymur. Capa, preoccupato che quel materiale potesse cadere nelle mani dei fascisti e dei nazisti, nel 1939 l’aveva affidata a un amico poiché la conservasse. A lungo dimenticata, la valigia ha permesso non solo di recuperare numerose immagini sulle vicende della guerra in Spagna, ma ha consentito di attribuire a Robert e a Gerda, questa volta in modo corretto e senza più occultamenti, le fotografie realizzate, permettendo così l’avvio di studi più sistematici e rigorosi sul lavoro di fotografa e reporter svolto da Taro.
![]() |
| Soldato con una colomba, foto di Gerda Taro, 1936, Spagna |
Lo sguardo di Gerda attraverso l’obiettivo della macchina fotografica non risultò mai né imparziale né distante. Fotografando i cortei politici e le assemblee nella realtà parigina in subbuglio, dimostrava di condividere le idee e le sollecitazioni dei gruppi e dei movimenti che chiedevano cambi di rotta nelle politiche contemporanee. Come suggerisce Irme Schaber nella biografia Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella Guerra civile spagnola (DeriveApprodi, 2007), Taro si considerava parte della realtà antifascista europea e con le immagini scattate intendeva dare testimonianza delle sue stesse convinzioni. Lo fece soprattutto quando partì per la Spagna dopo il golpe militare del 18 luglio 1936.
![]() |
| Milizie repubblicane, foto di Gerda Taro - 8. Miliziane in addestramento sulla spiaggia, foto di Gerda Taro, Barcellona, agosto 1936 |
Gerda, insieme a Robert, giunse a Barcellona il 5 agosto con in mano la sua Rolleiflex. Lei aveva 26 anni, lui 23. Come esuli antifascisti si sentivano particolarmente vicini a quanto stava accadendo e comprendevano entrambi che le immagini fotografiche potevano andare oltre la semplice documentazione e diventare un potente strumento col quale ottenere solidarietà per la Repubblica spagnola:
«I confini tra fare storia e fotografare la storia non erano più tanto definiti», con le foto si poteva «informare, spiegare e convincere, […] smuovere e fare pressione sui governi delle democrazie occidentali […], servivano come prove, fatti e argomentazioni, dovevano essere chiare e autentiche. […] Le fotografie diventavano la rappresentazione in immagini delle loro opinioni e convinzioni sulla realtà spagnola […], documenti "sinceri" e convincenti».
![]() |
| Funerali del generale Lukacs, Valencia, foto di Gerda Taro, giugno 1937 |
Un linguaggio efficace e soprattutto comprensibile da chiunque. Dopo Barcellona, a metà agosto, arrivarono sul fronte d’Aragona e si spostarono verso quello di Saragozza, poi a Madrid e ancora più verso sud.
![]() |
| Gerda Taro in Spagna, foto di Robert Capa |
In una corrispondenza dal titolo Panegirico su una coppia di giornalisti francesi, apparsa sul giornale madrileno La Voz l’8 settembre 1936, il reporter Clemente Cimorra raccontò l’incontro con Gerda e Robert: «[…] due giovani, quasi dei bambini, un uomo e una donna, attirarono la mia attenzione. Disarmati, con nient’altro in mano se non una cinepresa, senza il minimo timore, osservavano i movimenti di un aereo che stava precipitando sopra le loro teste. Li chiamai, e in mezzo al rumore della battaglia ci presentammo: Robert Capa di Vu e Gerta Pohorylle di Regards». Il contatto diretto con la guerra cominciava a mostrare il volto più duro e Cimorra annotò:
«Camminano al mio fianco a viso aperto in uno dei peggiori posti di combattimento e si fanno coraggio l’uno con l’altra gridando “Avanti!”. L’ideale sarebbe per loro riuscire a fotografare le canne del fucile del nemico mentre esplodono. È questo il coraggio innocente della gioventù generosa che cerca l’autenticità».
![]() |
| Gerda Taro sul fronte di Cordoba, foto di Robert Capa, 1936 |
Gerda condivideva la necessità di abbandonare i punti di osservazione distanti e sicuri per l’incolumità: la vicinanza col soggetto da riprodurre corrispondeva al desiderio di essere parte in causa, di partecipare, di essere non “imparziale”, bensì solidale. Partigiana in mezzo ad altre partigiane e altri partigiani.
![]() |
| Soldati repubblicani, foto di Gerda Taro, Spagna, giugno 1937 |
Alla fine di settembre la prima esperienza di Gerda in Spagna si concluse. Dopo quasi due mesi e centinaia di chilometri percorsi per documentare la realtà spagnola, il rientro a Parigi. Alcune sue immagini furono pubblicate sulle riviste francesi Regards e Vu, sulla britannica Illustrated London News, addirittura su pubblicazioni tedesche e furono utilizzate dalla propaganda della Repubblica di Spagna. Non si trattava solo di immagini sulle attività militari in prima linea, erano anche documenti sulla vita e le attività lavorative della popolazione, sui bambini e le bambine, spesso orfani e orfane di guerra che vivevano quei tempi indicibili, sulle giornate nelle retrovie, sui momenti di riposo, sulle macerie e le devastazioni dei bombardamenti. Per scelta non cercava folle di individui, si sforzava invece di mettere a fuoco la persona, di superare l’anonimato del gruppo con l’individuazione di un volto, di un ritratto. Anche con i cadaveri, che erano numerosissimi.
![]() |
![]() |
| Orfano, foto di Gerda Taro, Madrid | Vittime di un raid aereo all’obitorio, foto di Gerda Taro, Valencia, maggio 1937 |
Gerda fermò nello scatto pure figure di miliziane alle prese coi fucili, con l’addestramento, accanto ai compagni di lotta. Questa mancanza di differenze di ruoli, che fece molto scandalo perché proponeva un’immagine femminile inedita e non stereotipata, coincideva con la visione libera che Gerda aveva delle donne: coraggiose e forti, spesso sorridenti e con lo sguardo diretto, e le miliziane spagnole le corrispondevano pienamente. Erano pioniere di un nuovo modo di essere e di sentire, proprio come lei. Osservando le fotografie di Taro, l’orizzonte dell’immagine risulta spesso molto basso, mentre il contrasto del bianco e del nero restituisce l’intensità della luce del Meridione grazie alla sovraesposizione del cielo; le figure sono colte in modo ravvicinato, dal basso o dall’alto con angolature mai scontate e con una grande attenzione per la ricerca estetica.
![]() |
![]() |
| Miliziana repubblicana (Marina Ginesta), foto di Gerda Taro, Barcellona, agosto 1936 | Miliziane in addestramento, foto di Gerda Taro, Barcellona, 1936 |
L’immagine della Miliziana in addestramento sulla spiaggia mostra una cura particolare per ogni dettaglio. L’obiettivo vicino e basso permette alla figura di dominare la scena, stagliandosi sull’ampia fascia del cielo. La posizione inginocchiata della donna rivela l’attenzione per l’armonia e la corrispondenza delle linee formate da gambe e da braccia in posizione di tiro, la pistola puntata contrasta col dettaglio delle scarpe dal tacco ben visibile. Un’immagine iconica, al pari del Miliziano colpito a morte di Robert Capa.
![]() |
| Miliziana repubblicana in addestramento, foto di Gerda Taro, Barcellona, 1936 |
Nel primo semestre del 1937 proseguirono i viaggi di lavoro in Spagna, a volte da sola, a volte insieme a Robert. Il 25 febbraio Gerda ottenne l’autorizzazione come fotografa presso la segreteria della propaganda della Giunta per la difesa risultando impegnata per il quotidiano nazionale francese Ce Soir, appena fondato da Louis Aragon. In quei mesi fu a Madrid, dove frequentò molti fotoreporter, giornalisti/e, scrittrici e scrittori arrivati da tutto il mondo. Si recò a Valencia, dove documentò il secondo Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura; a Malaga, in Catalogna, al sud, quanto più vicino alle prime linee, inviando fotografie a diverse riviste questa volta indicando chiaramente col timbro rosso “Photo Tato”, l’origine e la provenienza.
![]() |
| Ritratto di Gerda Taro scattato pochi giorni prima della sua morte, Spagna, luglio 1937 |
Infine ci fu l’inferno di Brunete, nella seconda metà di luglio, per l’esattezza il 25. Taro doveva far ritorno a Parigi il giorno seguente per consegnare gli scatti sulla guerra, ma quel fronte così critico e difficile per le forze repubblicane la richiamava per un’ultima immagine, per un’ultima testimonianza. Ignorando gli avvisi e gli ordini di allontanarsi dalla linea di fuoco, Gerda cercò di documentare i colpi delle mitragliatrici, lo scoppio delle bombe. La tragedia si svolse in pochi minuti. Un carro armato sfiorò la macchina sulla quale, aggrappata a un lato, si trovava Taro. Venne sbalzata dal predellino e i cingoli del carro armato le passarono sul basso ventre. Fu portata nell’ospedale inglese della 35° divisione, mentre con le mani e con tutte le forze che le rimanevano cercava di schiacciare ciò che restava dell’addome per non far uscire le viscere. Senza un lamento dicono i testimoni.
![]() |
| Gerda Taro ferita nell’ospedale a El Escorial, 25 luglio, 1937 |
L’infermiera e i dottori che la accolsero videro subito la gravità della situazione e, molto probabilmente, le somministrarono grandi quantità di morfina per alleviare le sofferenze. Quando Gerda tornò in sé sembra abbia chiesto: «Avete messo al sicuro le mie macchine fotografiche? Sono nuove». Quando la mattina seguente Rafael Alberti e la scrittrice spagnola Maria Teresa Leon, avvisati della tragedia, arrivarono in ospedale Gerda era già spirata. Mancavano le bare e Maria Teresa Leon raccontò che «portarono un autocarro che trasportava cassette e mettemmo Gerda Taro tra il carico». Il giornale francese Ce Soir si incaricò infine di trasferire la bara in Francia perché fosse sepolta a Parigi, la città che pochi anni prima la giovane e brillante Gerta Pohorylle aveva scelto per costruire la sua vita.
![]() |
| Tomba di Gerda Taro, Parigi, Cimitero di Père-Lachaise, foto di Marinella Mundula, 2025 |
Ancora pochi giorni e avrebbe compiuto 27 anni.
Traduzione francese
Angela Incorvaia
J’écris cet article en écoutant un morceau du groupe britannique Alt-J dédié aux quelques secondes à ce qui précéda et suivit le pas inconscient du photographe Robert Capa sur une mine. Mai 1954, l’Indochine comme scénario, Taro le titre de la chanson. Un morceau déchirant, avec une phrase musicale à la guitare qui se répète jusqu’à se transformer et à ressembler au son d’un sitar, la voix masculine particulièrement expressive à laquelle s’ajoute un chœur dans la dernière partie. (https://www.youtube.com/watch?v=S3fTw_D3l10). On parle du photographe Robert Capa, de son corps déchiré, de son abandon à la vie «quand toutes les couleurs deviennent des nuances de gris», jusqu’à atteindre l’obscurité totale, mais la protagoniste est Gerda Taro, avec laquelle il se réunit dans la mort. «Do not spray into eyes / I have sprayed you into my eyes», recite le refrain de la chanson. Ses yeux sont encore frappés et remplis de Gerda Taro malgré les années qui sont passées depuis sa mort, survenue dans des situations tout aussi tragiques. Gerda, qui était entrée dans sa vie et dans son cœur à Paris dans les années trente, n’en est jamais sortie; maintenant que l’explosion de la mine déchire le corps de Robert, elle répète la chanson et ils se retrouvent à nouveau à quelques pas l’un de l’autre.
![]() |
| Gerda Taro et Robert Capa, photo réalisée par Fred Stein à Paris en |
Photographe, photoreporter, témoin passionnée de la guerre civile espagnole, femme courageuse et anticonformiste, qui va à contre-courant dans l’âme comme dans la vie, engagée contre les injustices et les abus, toujours du côté des femmes qui subissent et surtout du côté de la liberté, Gerda Taro s’appelait en réalité Gerta Pohorylle, née à Stuttgart le 1er août 1910, dans une famille juive d’origine polonaise.
![]() |
Très vite, vue la période et son contexte, sa condition de jeune juive devint un danger pour sa sécurité; cependant elle ne voulut pas se soustraire à l’engagement et elle commença à fréquenter des associations qui comprenaient des jeunes de gauche qui s’opposaient au nazisme en pleine expansion. Elle fut arrêtée pour activités subversives et pour la propagande antinazie le 19 mars 1933, et fut emprisonnée, interrogée et menacée. Cela furent pour Greta des semaines de grande peur, mais selon les témoignages recueillis, elle affronta tout cela avec courage, détermination et une apparente sérénité. Toujours sous le contrôle de la police et même après sa libération, sa vie était destinée à changer radicalement. Comme beaucoup d’autres jeunes, elle décida de quitter l’Allemagne, d’échapper à la menace nazie et elle essaya de construire son propre avenir ailleurs en Europe.
Elle choisit Paris et elle y arriva à la fin de l’automne de la même année. Elle n’avait que vingt-trois ans et sa vie était entièrement en construction. Gerda montra tout de suite qu’elle avait toute l’intention de réaliser sa vie à sa manière. Ce ne fut pas une période facile: elle obtenait des emplois précaires, souvent payés au noir, beaucoup de faim et peu de certitudes qui malgré tout ne l’ont pas découragée, parce qu’elle perçut immédiatement les opportunités que la capitale française lui offrait. Elle entra dans le monde de la photographie après avoir rencontré Endre Friedmann, un jeune photographe freelance hongrois avec de grands espoirs mais sans un sou, tout comme elle. C’était en septembre 1934 et, très vite, naquit entre eux une sympathie réciproque et un profond lien d’amour, d’intérêts communs et d’un désir de s’affirmer. Gerda apprit d’Endre à utiliser le Leika, un appareil léger et agile, ainsi que la technique d’impression de photos en laboratoire. De son côté, Endre se laissa guider dans la mise au point d’un plan stratégique pour sa carrière. En effet ce fut Gerda qui transforma Endre Friedmann en Robert Capa et ce dernier fut destiné à devenir l’un des plus grands photographes de tous les temps.
![]() |
| Portrait de Robert Capa, photo réalisée par Gerda Taro en mai 1937 |
Elle fit circuler dans les milieux des agences photographiques et des revues cette nouvelle - totalement inventée - de la présence dans la capitale française d’un célèbre photoreporter américain nommé Robert Capa: personne ne l’avait jamais vu et rencontré, mais personne ne voulait le laisser échapper. Grâce à ce stratagème, Gerda réussit à susciter la curiosité des rédactions des journaux et des revues et à vendre à des prix plus avantageux les photographies d’Endre Friedmann. Peu de temps après, elle mena la même campagne promotionnelle pour elle-même et, en faisant “disparaître” Gerta Pohorylle, elle donna naissance à Gerda Taro. En 1935, Endre écrivit que c’était souvent elle qui se baladait avec son appareil photo, tandis que lui était dans son laboratoire imprimant et agrandissant ses photos elle était aussi son agent de photographes et son manager.
Gerda obtint sa première carte de journaliste, le 4 février 1936, en devenant officiellement reporter, rédigeant de brefs articles et des légendes qui accompagnaient les photographies. Mais le passage au professionnalisme eut lieu quelques mois plus tard, pendant l’été, quand elle abandonna définitivement son travail d’agent photographique pour travailler uniquement derrière l’objectif. Cependant, cette période de la carrière de Taro n’est pas du tout claire et définie. Souvent, les rédactions publiaient les images, sans indiquer dans les légendes le nom du photographe; dans d’autres cas, Gerda utilisa le copyright de Capa, imaginant (ou sachant) qu’une photographie signée d’un nom masculin aurait eu davantage de chances d’être publiée. Malgré le manque d’interdictions et de restrictions, il restait difficile pour une femme de vendre ses propres photographies et de s’imposer comme professionnelle du secteur- un parcours certainement semé d’embûches et de difficultés que celui des collègues masculins. Gerda Taro et Robert Capa vivaient, travaillaient, photographiaient ensemble; leur partenariat grandissait et se renforçait solidement, mais en même temps il commençait à se former le cône d’ombre qui aurait longtemps caché injustement Gerda. Du moins jusqu’aux années ’90 du XXème , lorsque fut retrouvée à Mexico City la “valise mexicaine” contenant plus de 4 000 négatifs réalisés en Espagne par Taro, par Capa et le photographe David Seymour. Capa, inquiet que le matériel ne tombe entre les mains des fascistes et des nazis, l’avait confié en 1939 à un ami qui l’aurait préservé. Cette valise qui fut longtemps oubliée, a permis non seulement de récupérer de nombreuses images concernant la guerre d’Espagne, mais aussi d’attribuer correctement à Robert et à Gerda les photographies réalisées, cette fois-ci d’une manière correcte et sans plus de dissimulation. Toute cette situation a ouvert ainsi la voie à des études plus systématiques et rigoureuses sur le travail de photographe et de reporter de Taro.
![]() |
| Un soldat avec une colombe, photo réalisée par Gerda Taro en Espagne en 1936 |
Le regard de Gerda à travers l’objectif de l’appareil photo ne fut jamais impartial ni distant. En photographiant les cortèges politiques et les assemblées dans une réalité parisienne en ébullition, elle montrait qu’elle partageait les idées et les demandes des groupes et des mouvements réclamant un changement de la direction politique contemporaine. Comme le suggère Irme Schaber dans sa biographie Gerda Taro. Une photographe révolutionnaire dans la guerre civile espagnole (DeriveApprodi, 2007), Taro se considérait comme une partie intégrante de la réalité antifasciste européenne et elle entendait, par ses images prises, témoigner de ses propres convictions. Elle le fit surtout quand elle partit pour l’Espagne après le coup d’État militaire du 18 juillet 1936.
![]() |
| Milices répubblicaines, photo réalisée par Gerda Taro - 8. Femmes miliciennes en formation sur la plage, photo réalisée par Gerda Taro, en août 1936 à Barcelone |
Arrivée ensemble avec Robert le 5 août à Barcelone et en main sa Rolleiflex, elle avait 26 ans et lui 23 ans. En tant qu’exilés antifascistes, ils se sentaient particulièrement proches de ce qui se produisait et ils comprenaient que les images pouvaient aller plus loin d’une simple documentation et devenir à la fois un instrument puissant de solidarité avec la République espagnole:
«Les limites entre faire l’histoire et photographier l’histoire n’étaient plus aussi définies», d’après les photos «on pouvait informer, expliquer et convaincre, […] bouger et faire pression sur les gouvernements des démocraties occidentales […], les photos qui servaient comme preuves, faits et arguments, devaient être claires et authentiques. […] Les photos devenaient la représentation en images de leurs opinions et convictions sur la réalité espagnole […], documents “sincères” et convaincants».
![]() |
| Funérailles du général Lukacs, photo réalisée par Gerda Taro à Valence en juin 1937 |
Un langage efficace et surtout un langage que tout le monde pouvait comprendre. Après Barcelone, à mi-août, ils arrivèrent sur le front d’Aragon, puis ils rejoignirent Saragosse, puis Madrid et plus au sud encore.
![]() |
| Gerda Taro en Espagne, photo réalisée par Robert Capa |
Dans une correspondance intitulée Panégyrique concernant un couple de journalistes français, apparut dans le journal madrilène La Voz, le 8 septembre 1936, le reporter Clemente Cimorra, raconta la rencontre avec Gerda et Robert:
«[…] deux jeunes, presque des enfants, un homme et une femme, attirèrent mon attention. Désarmés, sans rien d’autre en main à part une camera, sans la moindre peur, ils observaient les mouvements d’un avion qui tombait au-dessus de leurs têtes. Je les ai appelés et, en plein milieu du bruit de la bataille, nous nous sommes présentés: Robert Capa de Vu et Gerta Pohorylle de Regards». Le contact direct avec la guerre révélait sa face la plus dure et Cimorra prit de notes:
«Ils marchent près de moi, le visage ouvert dans l’une des pires positions de combat en se donnant du courage l’un à l’autre et en criant «En avant!». Pour eux, l’idéal aurait été de réussir à photographier les canons du fusil de l’ennemi pendant l’explosion. C’est ça le courage innocent d’une jeunesse généreuse qui recherche l’authenticité».
![]() |
| Gerda Taro sur le front de Cordoue, photo réalisée par Robert Capa, en 1936 |
Gerda partageait le besoin d’abandonner les points d’observation distants et sûrs pour la sécurité: la proximité avec le sujet correspondait au désir de participer, d’être prenante, d’être solidaire plutôt qu’impartiale. Une partisane au milieu d’autres partisanes et partisans.
![]() |
| Les soldats républicains, photo réalisée par Gerda Taro en Espagne en juin 1937 |
C’est à la fin de septembre que la première expérience de Gerda en Espagne se conclut. Après presque deux mois et des centaines de kilomètres parcourus pour documenter la réalité espagnole, elle fut de retour à Paris. Certaines de ses images furent publiées dans les revues françaises Regards et Vu, dans la revue britannique Illustrated London News et même dans des journaux allemands et utilisées à des fins de propagande de la République d’Espagne. Ses photographies ne montraient pas seulement les activités militaires en première ligne, mais elles représentaient aussi des documents sur la vie et les activités quotidiennes de la population, sur les enfants, souvent orphelins de guerre, qui vivaient cette indicible période, sur les journées passées auparavant, sur les moments de repos et sur les ruines après les bombardements. C’était son choix: elle ne cherchait pas les foules d’individus; elle s’efforçait de mettre en lumière une personne, un visage, un portrait en surmontant l’anonymat du groupe, même parmi les nombreux cadavres.
![]() |
![]() |
| L’orphelin, photo réalisée par Gerda Taro à Madrid | Les victimes d’ un raid aérien , sur la morgue, photo réalisée par Gerda Taro à Valence, en mai 1937 |
Gerda photographia également des miliciennes en entraînement, en combat aux fusils près des compagnons de lutte. Ce manque de différences de rôles, fut un scandale parce que cela rompait les stéréotypes féminins et proposait une image inédite de femmes courageuses, fortes, souvent souriantes, au regard direct. Tout cela correspondait à une vision libre que Gerda avait des femmes et les miliciennes espagnoles lui correspondaient pleinement. Elles étaient les pionnières d’une nouvelle façon d’être et de ressentir, exactement comme elle. En observant les photos de Taro, l’horizon de l’image apparaît souvent plus bas, tandis que le contraste du blanc et du noir redonne l’intensité de la lumière du Sud grâce à la superposition du ciel; les figures sont saisies en gros plan, d’en bas ou d’en haut sous des angles jamais évidents et avec une grande attention portée à la recherche esthétique.
![]() |
![]() |
| Marina Ginesta, milicienne républicaine, photo réalisée par Gerda Taro à Barcelone en août 1936 | Les miliciennes en entraînement , photo réalisée par Gerda Taro à Barcelone en 1936 |
L’image de la Milicienne en entraînement sur la plage révèle un soin particulier apporté à chaque détail. L’objectif de près et bas permet à la figure de dominer la scène, se démarquant sur la large bande du ciel. La position à genoux de la femme révèle une attention portée à l’harmonie et à la correspondance des lignes formées par les jambes et par les bras en position de tir, le pistolet pointé est en contraste avec le détail des chaussures dont le talon est bien visible. Une image iconique comme celle du Milicien abattu à mort réalisée par Robert Capa.
![]() |
| Une milicienne républicaine en entraînement, photo réalisée par Gerda Taro à Barcelone en 1936 |
Dans le premier semestre de 1937, les voyages en Espagne se poursuivirent parfois seule et parfois ensemble à Robert. Le 25 février, Gerda obtint l’autorisation officielle comme photographe auprès du secrétariat de la propagande du Conseil de défense et travailla pour le quotidien national français Ce Soir, fondé par Louis Aragon. Ces mois-ci elle se rendit à Madrid, Valence, Malaga, en Catalogne, où elle fréquenta de nombreux photoreporters, journalistes et écrivains qui arrivaient du monde entier. C’est à Valence qu’elle documenta le deuxième Congrès International des écrivains en défense de la culture: à Malaga, en Catalogne, au Sud toujours au plus près des lignes de front, elle envoya des photos à des nombreuses revues, signant désormais ses clichés avec un tampon rouge «Photo Taro», indiquant l’origine et la provenance.
![]() |
| Le portrait de Gerda Taro pris quelques jours avant sa mort en Espagne, en juillet 1937 |
Au final. Ce fut l’enfer de Brunete, dans la deuxième moitié de juillet, exactement le 25 juillet 1937. Gerda devait rentrer à Paris le lendemain pour livrer ses photographies sur la guerre, mais ce front critique et difficile des forces républicaines l’appelait pour un dernier témoignage. Ignorant les avis et les ordres de s’éloigner de la ligne de feu, elle tenta de documenter les coups des mitrailleuses et les explosions des bombes. La tragédie se joua en quelques minutes: un char heurta la voiture à laquelle elle était accrochée sur le côté où elle se trouvait. Elle fut projetée au sol, elle fut écrasée par les chenilles du char qui lui passèrent sur le bas ventre. Elle fut transportée à l’hôpital anglais de la 35e division, tandis qu’avec ses mains et avec toute sa force elle essaya de comprimer son abdomen et sans se plaindre, selon les témoins.
![]() |
| Gerda Taro blessée à l’Hôpital à El Escorial le 25 juillet 1937 |
L’infirmière et les médecins comprirent immédiatement la gravité de la situation et très prochainement lui administrèrent probablement de fortes doses de morphine pour soulager les souffrances. Quand Gerda revint à elle, elle aurait demandé: «Avez-vous mis mes appareils photos en sécurité? Ils sont neufs». Le lendemain matin, quand arrivèrent à l’hôpital, Rafael Alberti et l’écrivain espagnol María Teresa León, qui furent prévenus de la tragédie, Gerda était déjà morte. Il n’y avait plus de cercueils et Maria Teresa León a raconté qu’ils ont pris un camion qui transportait des caisses et ils ont mis Gerda Taro entre le chargement. Grâce au journal français Ce soir son corps fut rapatrié à Paris, la ville que la brillante Gerta Pohorylle avait choisie quelques années auparavant pour construire sa vie.
![]() |
| La tombe de Gerda Taro à Paris au Cimetière du Père-Lachaise, photo réalisée par Marinella Mundula en 2025 |
Quelques jours plus tard, elle aurait eu 27 ans.
Traduzione spagnola
Sefora Santamaria
Escribo este artículo escuchando una canción del grupo británico Alt-J dedicada a los pocos segundos que adelantaron y siguieron la desavisada pisada sobre una mina del fotógrafo Robert Capa. Mayo 1954, Indochina como escena, Taro el título de la canción. Una pieza musical desgarradora con un solo de guitarra que se repite hasta acercarse al sonido de un sitar, a este se añade una voz masculina muy expresiva a la que se suma la de un coro en la parte final (https://www.youtube.com/watch?v=S3fTw_D3l10). La canción habla del fotógrafo Robert Capa, de su cuerpo destrozado, del momento en el que él abandona la vida “cuando todos los colores se convierten en escala de grises”, hasta llegar a la total oscuridad. Sin embargo, la protagonista es Gerda Taro a la que él, con su muerte, se reúne. «Do not spray into eyes/I have sprayed you into my eyes», dice el estribillo de la canción. Sus ojos están todavía llenos de Gerda Taro, pese a los muchos años transcurridos después de su muerte, ocurrida en situaciones igualmente trágicas. Gerda, que había entrado en su vida y en su corazón en París en los años treinta, nunca salió de allí. Ahora, que la explosión de la mina destroza el cuerpo de Robert, repite la canción, los dos se encuentran otra vez a pocos pasos el uno de la otra.
![]() |
| Gerda Taro y Robert Capa, foto de Fred Stein, París, 1936 |
Fotógrafa, fotoperiodista, aficionada testigo de la Guerra civil española, mujer valiente e inconformista, contracorriente en el corazón y en la vida, alineada contra las injusticias y los abusos, siempre al lado de las víctimas y partidaria de la libertad, Gerda Taro, en realidad, se llamaba Gerta Pohorylle, nacida el primero de agosto de 1910 en Stuttgart en una familia judía de origen polaco.
![]() |
Dada la época, su condición de joven judía pronto se convirtió en un peligro por su seguridad. Sin embargo, no quiso desentenderse de su compromiso, es más empezó a frecuentar asociaciones juveniles de izquierda que se oponían al ascenso del Nazismo. El 19 de marzo de 1933, la arrestaron por actividad subversiva y propaganda antinazi, la encarcelaron, interrogaron y amenazaron. Fueron semanas de gran temor a las que Gerda, según los testimonios recogidos, se enfrentó valientemente, con determinación y aparente serenidad. Su vida, siempre bajo el control policial incluso después de su puesta en libertad, estaba destinada a cambiar totalmente. Como muchas y muchos jóvenes, decidió dejar Alemania para huir de la amenaza nazi e intentar construir su futuro en otro país de Europa.
Escogió París y se mudó allí a finales de otoño del mismo año. Tenía sólo veintitrés años, su vida estaba enteramente por construir y Gerda pronto demostró tener toda la intención de hacerlo a su manera. No fue un periodo fácil: trabajos esporádicos, a menudo pagados en negro, mucha hambre, pocas seguridades. Sin embargo, nada la desalentó, porque vio inmediatamente las oportunidades que ofrecía la capital francesa. Ingresó en el mundo de la fotografía después de haber conocido a Endre Friedmann, un joven húngaro, fotógrafo independiente con grandes expectativas, pero con poco dinero como ella. Era el mes de septiembre del 34 y pronto de una recíproca simpatía nació una conexión profunda hecha de amor, intereses compartidos y deseo de triunfo. Gerda, aprendió de Endre a utilizar la Leika, una herramienta fotográfica ligera y ágil, y aprendió también la técnica de la impresión en laboratorio. Endre, a su vez, se dejó guiar en el ajuste de un plan estratégico y sistemático para su carrera. En efecto, fue Gerda quien transformó a Endre Friedmann en Robert Capa, uno de los mejores fotógrafos de todos los tiempos.
![]() |
| Retrato de Robert Capa, foto de Gerda Taro, mayo 1937 |
Gerda hizo correr la voz – totalmente mentirosa – por las agencias de fotografía y de revistas, de un famoso fotoperiodista estadounidense que se llamaba Robert Capa y que se hallaba en la capital francesa. Nadie lo conocía, sin embargo, nadie quería perder la ocasión de conocerle. Con esta estratagema, Gerda logró llamar la atención de las redacciones de periódicos y revistas vendiendo las fotografías de Endre Friedmann a precios más favorables. No mucho después, realizó la misma campaña promocional para sí misma y, haciendo que Gerta Pohorylle “desapareciera”, creó la nueva identidad de Gerda Taro. Como escribió Endre en 1935, era sobre todo ella quien andaba con la cámara, mientras él se quedaba en el laboratorio dedicándose a las grabaciones y a las ampliaciones y era ella también su agente fotográfica y su gerente.
Gerda obtuvo su primer carné de prensa el 4 de febrero de 1936, convirtiéndose oficialmente en reportera, escribiendo breves artículos y las notas que acompañaban las fotografías. Sin embargo, llegó a ser una fotoperiodista profesional sólo unos meses después, durante el verano, cuando dejó para siempre su trabajo de agente fotográfica para trabajar únicamente tras la cámara. Lamentablemente, de este periodo de la carrera de Taro no todo está claro. En muchos casos, las redacciones publicaban las fotografías sin indicar en el pie de foto el nombre de quien las había sacado. En otros, Gerda utilizaba el copyright de Capa, quizás imaginando (o quizás sabiendo) que una foto bajo una firma masculina iba a tener más oportunidades de ser publicada. Pese a que no existieran prohibiciones y restricciones, era siempre difícil para una mujer vender sus fotografías e imponerse en la industria como profesional –un camino mucho más fatigoso y cuesta arriba con respecto al de sus colegas varones. Gerda Taro y Robert Capa vivían, trabajaban, fotografiaban juntos. Su camaradería crecía fuerte, sin embargo, al mismo tiempo, empezó a formarse también un cono sombrío que iba a esconder a Gerda injustamente y por un largo rato. La figura de Gerda permaneció ocultada hasta los años noventa del siglo XX, cuando en Ciudad de México se encontró la “maleta mejicana” con más de 4000 negativos de fotos sacadas por Taro, Capa y David Seymur en España. En 1939, Capa, preocupado que ese material pudiera caer en manos de los fascistas y de los nazis, había encomendado la maleta a un amigo suyo para que la guardara. Olvidada durante mucho tiempo, esa valija permitió no sólo el recobro de numerosas imágenes, testigos de la guerra española, sino también la atribución a Robert y a Gerda de las fotografías que habían tomado. Este documento llevó a estudios más sistemáticos y rigurosos sobre el trabajo de fotógrafa y reportera realizado por Taro.
![]() |
| Soldado con una paloma, foto de Gerda Taro, 1936, España |
La mirada de Gerda a través del objetivo de su cámara nunca fue imparcial ni tampoco distante. Fotografiando las manifestaciones políticas y las asambleas del mundo parisino alborotado, ella demostraba compartir las ideas y las peticiones de los grupos y de los movimientos que querían la realización de un cambio radical en la política contemporánea. Como sugiere Irme Schaber en la biografía Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella Guerra civile spagnola (DeriveApprodi, 2007), Taro creía pertenecer a la realidad antifascista europea y con sus fotos quería testimoniar sus mismas creencias. Lo hizo sobre todo cuando viajó a España después del golpe militar del 18 de julio de 1936.
![]() |
| Milicias republicanas, foto de Gerda Taro - 8. Milicianas entrenándose en la playa, foto de Gerda Taro, Barcelona, agosto 1936 |
Gerda, junto con Robert, llegó a Barcelona el 5 de agosto empuñando su Rolleiflex. Ella tenía 26 años, él 23. Al ser exiliados antifascistas, los dos se sentían muy cerca a lo que estaba ocurriendo y entendían que las imágenes fotográficas podían hacer mucho más que documentar, convirtiéndose en una herramienta potente con la que obtener la solidaridad del mundo hacia la República española.
«Los confines entre hacer la historia y fotografiar la historia no eran más muy claros”, con las fotos era posible “informar, explicar y convencer, […] disuadir y ejercer presión sobre los gobiernos democráticos de Occidente […], tenían la función de pruebas, hechos y argumentaciones, debían ser claras y auténticas. […] Las fotografías eran las representaciones a través de las imágenes de sus opiniones y convicciones sobre la realidad española […], documentos “sinceros” y convincentes».
![]() |
| Entierro del oficial Lukacs, Valencia, foto de Gerda Taro, junio 1937 |
Un lenguaje eficaz y sobre todo comprensible para todos. Después de Barcelona, en la mitad de agosto, llegaron al frente de Aragón y de allí, se dirigieron hacia Zaragoza, luego hacia Madrid y más tarde hacia el sur.
![]() |
| Gerda Taro en España, foto de Robert Capa |
En una carta que tenía por título Panegírico sobre una pareja de periodistas franceses, aparecida el 8 de septiembre de 1936 en el periódico madrileño «La Voz», el reportero Clemente Cimorra cuenta el encuentro con Gerda y Robert: “[…] dos jóvenes, casi dos niños, un hombre y una mujer llamaron mi atención. Desarmados, con nada en sus manos excepto una cámara cinematográfica, sin el más mínimo miedo, observaban los movimientos de un avión precipitando sobre sus cabezas. Los llamé y, en medio del ruido de la batalla, nos presentamos: Robert Capa de «Vu» y Gerta Pohorylle de «Regards»”. El contacto con la guerra empezaba a mostrar su cruda cara y Cimorra apunta: “Andan a mi lado valientemente en uno de los peores lugares de combate y se animan el uno a la otra gritando «¡Adelante!». Para ellos, lo ideal sería fotografiar los cañones de los fusiles del enemigo mientras explosionan. Es este el valor inocente de la juventud generosa que busca la autenticidad.”
![]() |
| Gerda Taro en el frente de Córdoba, foto de Robert Capa, 1936 |
Gerda compartía la urgencia de abandonar los lugares más lejanos y más seguros, para acercarse al objetivo que tenía que fotografiar. Esta cercanía correspondía a su deseo de actuar, participar y demostrar que no era imparcial, sino solidaria, partisana junto con las otras partisanas y con los otros partisanos.
![]() |
| Soldados republicanos, foto de Gerda Taro, España, junio 1937 |
La primera experiencia de Gerda en España terminó a finales de septiembre. Después de casi dos meses y cientos de kilómetros recorridos para documentar la realidad de la guerra española, Gerda regresó a París. Algunas de sus fotos aparecieron en las revistas francesas «Regards» y «Vu», en la británica «Illustrated London News» y hasta en periódicos alemanes. Además, los republicanos españoles las utilizaron para su propaganda política. No eran sólo imágenes que describían las actividades militares en el frente, sino documentos sobre la vida, los trabajos de la población, sobre los niños y las niñas, a menudo huérfanos/as de guerra que vivían esos tiempos inenarrables, sobre los días transcurridos en la retaguardia, sobre los momentos de descanso, sobre los escombros y las devastaciones causados por los bombardeos. Por propia decisión, ella no buscaba las multitudes, sino que luchaba para centrarse en la persona, quería superar el anonimato del grupo distinguiendo un rostro y haciendo su retrato y esto hasta con los cadáveres, que eran numerosísimos.
![]() |
![]() |
| Huérfano, foto de Gerda Taro, Madrid | Víctimas de un bombardeo aéreo en la cámara mortuoria, foto de Gerda Taro, Valencia, mayo 1937 |
Gerda logró fijar en sus fotos también a las milicianas usando sus ametralladoras y entrenándose al lado de sus compañeros de lucha. La falta de diferencia entre los papeles, que provocó un gran escándalo porque ofrecía una imagen de la mujer nueva y no estereotipada, coincidía con la visión libre que Gerda tenía de las mujeres: valientes y fuertes, a menudo sonrientes y con la mirada resuelta, y las milicianas españolas correspondían totalmente a este retrato. Eran pioneras de una nueva manera de ser y de sentir, igual que ella. Observando las fotografías de Taro, el horizonte de la imagen es a menudo muy bajo, mientras que el contraste entre blanco y negro devuelve la intensidad de la luz del sur gracias a la sobreexposición del cielo. Las figuras están cogidas desde muy cerca, desde abajo o desde arriba, desde ángulos siempre sorprendentes y con una gran atención hacia la búsqueda estética.
![]() |
![]() |
| Miliciana republicana (Marina Ginesta), foto de Gerda Taro, Barcelona, agosto 1936 | Milicianas entrenándose, foto de Gerda Taro, Barcelona, 1936 |
La foto de la “Miliciana entrenándose en la playa” muestra una atención especial hacia los detalles. El objetivo de la cámara, cercano y bajo, permite que la figura domine la escena y que se recorte sobre la amplia franja del cielo. La postura de la mujer arrodillada revela la atención de la reportera hacia la armonía y la correspondencia de las líneas formadas por las piernas y los brazos en posición de tiro, la pistola apuntada contrasta con el destacado detalle de los zapatos con tacones. Una imagen icónica, igual a la del “Miliciano tiroteado a muerte” de Robert Capa.
![]() |
| Miliciana republicana entrenándose, foto de Gerda Taro, Barcelona, 1936 |
En el primer semestre de 1937, sus viajes de trabajo por España siguieron, a veces sola, otras veces junto con Robert. El 25 de febrero, Gerda obtuvo la autorización como fotógrafa en la secretaría de la propaganda de la Junta de Defensa, trabajando para el diario nacional francés «Ce Soir», recién fundado por Louis Aragon. Durante esos meses, Gerda se fue a Madrid donde frecuentó muchos fotoperiodistas, periodistas, escritoras y escritores procedentes de todo el mundo. Se fue también a Valencia, donde documentó el segundo Congreso internacional de los escritores por la defensa da la cultura. Más tarde, se fue a Málaga, a Cataluña y otra vez hacia el sur, muy cerca de las primeras líneas del frente, enviando fotografías a varias revistas y enseñando claramente, esta vez, con un sello rojo “Foto Taro”, el origen y la procedencia.
![]() |
| Retrato de Gerda Taro tomado pocos días ante de su muerte, España, julio 1937 |
Por último, tuvo lugar el infierno de Brunete. Ocurrió en la segunda mitad de julio, con exactitud el día 25. Taro tenía que regresar a París el día siguiente para entregar las fotografías sobre la guerra, sin embargo, aquel frente, tan crítico y difícil para el ejército republicano, la atraía. Quería sacar una última imagen, un último testimonio. Ignorando los avisos y las órdenes que le mandaban que se alejara de la línea de fuego, Gerda intentó, de todos modos, documentar los disparos de las ametralladoras y la explosión de las bombas. La tragedia ocurrió en pocos minutos. Un tanque rozó la cámara sobre la que, sujetada por un lado, se encontraba Taro. La reportera fue lanzada desde el estribo y las orugas del tanque pasaron sobre su vientre. La llevaron al hospital inglés de la 35° división, mientras ella, sus manos y con todas sus fuerzas, intentó apretar lo que quedaba de su abdomen para evitar que se le salieran las vísceras. Los testigos afirman que no se quejó.
![]() |
| Gerda Taro wounded in the hospital in El Escorial, July 25, 1937 |
![]() |
| Tumba de Gerda Taro, París, Cementerio de Père-Lachaise, foto de Marinella Mundula, 2025 |
Sólo unos días antes de cumplir 27 años.
Traduzione inglese
Syd Stapleton
I am writing this article while listening to a song by the British band Alt-J dedicated to the few seconds that preceded and followed photographer Robert Capa's unwitting step on a landmine. May 1954 and Indochina are the settings, Taro is the title of the song. It is a poignant piece with a musical phrase on the guitar that repeats itself until it transforms and resembles the sound of a sitar, accompanied by a particularly expressive male voice and a chorus in the final part (https://www.youtube.com/watch?v=S3fTw_D3l10). It talks about the photographer Robert Capa, his torn body, his abandonment of life “when allcolors become shades of gray” until reaching total darkness, but the protagonist is Gerda Taro, with whom the photographer is reunited in death. “Do not spray into eyes/I have sprayed you into my eyes” recites the song's chorus. His eyes are still struck and filled with Gerda Taro, even though years have passed since her death, which occurred in equally tragic circumstances. Gerda, who entered his life and heart in Paris in the 1930s, never left; now that the explosion of the mine has torn Robert's body apart, he repeats the song, and they find themselves once again just a few steps away from each other.
![]() |
| Gerda Taro and Robert Capa, photo by Fred Stein, Paris, 1936 |
Photographer, photojournalist, passionate witness to the Spanish Civil War, courageous and unconventional woman, countercurrent in spirit and in life, opposed to injustice and abuse, always on the side of the victims, always on the side of freedom, Gerda Taro's real name was Gerta Pohorylle and she was born on August 1, 1910, in Stuttgart to a Jewish family of Polish origin.
![]() |
Soon, given the period, her status as a young Jewish woman became a danger to her safety; however, she did not want to shy away from her commitment and began to frequent left-wing youth associations that opposed the rise of Nazism. She was arrested for subversive activities and anti-Nazi propaganda on March 19, 1933, taken to prison, interrogated, and threatened. These were weeks of great fear, which Gerta, according to the testimonies gathered, faced with courage, determination, and apparent serenity. Her life, always under police surveillance even after her release from prison, was destined to change radically. Like many other young people, she decided to leave Germany, to escape the Nazi threat and try to build her future in another part of Europe.
She chose Paris and arrived there in the late autumn of the same year. She was only twenty-three years old, her life was entirely to be built, and Gerta immediately showed that she had every intention of doing so in her own way. It was not an easy period: odd jobs, often paid under the table, a lot of hunger, few certainties, but this did not demoralize the young woman, who immediately saw the opportunities offered by the French capital. She entered the world of photography after meeting Endre Friedmann, a young Hungarian freelance photographer with high hopes but little money, like her. It was September 1934, and their mutual sympathy soon gave way to a deep bond of love, shared interests, and a desire for success. Gerta learned from Endre how to use the Leica, a light and agile photographic instrument, and the technique of printing in the laboratory; Endre, in turn, was guided in the development of a systematic strategic plan for his career. It was Gerta who transformed Endre Friedmann into Robert Capa, destined to become one of the greatest photographers of all time.
![]() |
| Portrait of Robert Capa, photo by Gerda Taro, May 1937 |
She circulated the completely fabricated news in photographic agencies and magazines that a famous American photojournalist named Robert Capa was in the French capital. No one had ever seen or met him, but no one wanted to miss out on him: with this ploy, Gerta managed to intrigue newspaper and magazine editors and sell Endre Friedmann's photographs at more favorable prices. Shortly afterwards, she carried out the same promotional campaign on herself and, by making Gerta Pohorylle ‘disappear,’ she created Gerda Taro. As Endre wrote in 1935, she was often the one who went out with the camera while he stayed in the lab, printing and enlarging the photos; she also acted as his photographic agent and manager.
Gerda obtained her first press card on February 4, 1936, officially becoming a reporter, writing short articles and captions to accompany the photographs. But the transition to professionalism came a few months later, in the summer of 1936, when she closed her work as a photographic agent for good and moved on to working solely behind the lens. However, not everything about this period of Taro's career is clear or defined. In many cases, editors published the images without indicating the name of the photographer in the captions; in others, Gerda used Capa's copyright, perhaps imagining (or perhaps knowing) that a photo signed by a man would have a better chance of being published. Although there were no prohibitions or restrictions, it was always difficult for a woman to sell her photographs and establish herself as a professional in the field, a path that was certainly more difficult and uphill than that of her male colleagues. Gerda Taro and Robert Capa lived together, worked together, photographed together, and their partnership grew stronger, but at the same time, a shadow began to form that would unjustly hide Gerda for a long time. At least until the 1990s, when the so-called “Mexican suitcase” was found in Mexico City, containing more than 4,000 negatives taken in Spain by Taro, Capa, and photographer David Seymur. Capa, worried that the material might fall into the hands of the fascists and Nazis, had entrusted it to a friend for safekeeping in 1939. Long forgotten, the suitcase not only made it possible to recover numerous images of the events of the Spanish Civil War, but also allowed the photographs taken by Robert and Gerda to be attributed to them, this time correctly and without concealment, thus enabling more systematic and rigorous studies of Taro's work as a photographer and reporter to begin.
![]() |
| Soldier with a dove, photo by Gerda Taro, 1936, Spain |
Gerda's gaze through the camera lens was never impartial or distant. By photographing political marches and assemblies in the turbulent reality of Paris, she showed that she shared the ideas and demands of the groups and movements calling for a change of course in contemporary politics. As Irme Schaber suggests in her biography Gerda Taro: A Revolutionary Photographer in the Spanish Civil War (DeriveApprodi, 2007), Taro considered herself part of the European anti-fascist movement and intended her photographs to bear witness to her own convictions. She did so above all when she left for Spain after the military coup of July 18, 1936.
![]() |
| Republican militias, photo by Gerda Taro - 8. Militia women training on the beach, photo by Gerda Taro, Barcelona, August 1936 |
Gerda, together with Robert, arrived in Barcelona on August 5 with her Rolleiflex in hand. She was 26, he was 23. As anti-fascist exiles, they felt particularly close to what was happening and both felt that photographic images could go beyond simple documentation, they could become a powerful tool with which to gain solidarity for the Spanish Republic:
«The boundaries between making history and photographing history were no longer so clear-cut», With photos, it was possible to «inform, explain, and convince, [...] stir up and put pressure on the governments of Western democracies [...] They served as evidence, facts, and arguments; they had to be clear and authentic. [...] Photographs became the visual representation of their opinions and convictions about the reality of Spain [...] ‘sincere’ and convincing documents».
![]() |
| Funeral of General Lukacs, Valencia, photo by Gerda Taro, June 1937 |
An effective language that was, above all, understandable to everyone. After Barcelona, in mid-August, they arrived at the Aragon front and moved on to Zaragoza, then Madrid and further south.
![]() |
| Gerda Taro in Spain, photo by Robert Capa |
In a piece entitled “Eulogy for a pair of French journalists,” which appeared in the Madrid newspaper La Voz on September 8, 1936, reporter Clemente Cimorra recounted his encounter with Gerda and Robert: "[...] two young people, almost children, a man and a woman, caught my attention. Unarmed, with nothing in their hands but a camera, without the slightest fear, they watched the movements of an airplane crashing above their heads. I called out to them, and amid the noise of battle, we introduced ourselves: Robert Capa of Vu and Gerta Pohorylle of Regards." Direct contact with the war was beginning to show its harshest face, and Cimorra noted: “They walk beside me with their faces uncovered in one of the worst places of combat and encourage each other by shouting ‘Come on!’ The ideal for them would be to photograph the enemy's rifle barrels as they explode. This is the innocent courage of generous youth seeking authenticity.”
![]() |
| Gerda Taro on the Cordoba front, photo by Robert Capa, 1936 |
Gerda shared the need to abandon distant and safe observation points for safety's sake; proximity to the subject to be reproduced corresponded to the desire to be involved, to participate, to be not “impartial” but supportive. A partisan among other partisans.
![]() |
| Republican soldiers, photo by Gerda Taro, Spain, June 1937 |
At the end of September, Gerda's first experience in Spain came to an end. After almost two months and hundreds of kilometers traveled to document the Spanish reality, she returned to Paris. Some of her images were published in the French magazines Regards and Vu, in the British Illustrated London News, and even in German publications, and were used in the propaganda of the Spanish Republic. These were not just images of military activities on the front line, they were also documents of the life and work of the population, of children, often war orphans living through those unspeakable times, of days behind the lines, of moments of rest, of the rubble and devastation of the bombings. She deliberately avoided crowds of people, striving instead to focus on the individual, to overcome the anonymity of the group by identifying a face, a portrait. This was also true of the corpses, which were numerous.
![]() |
![]() |
| Orphan, photo by Gerda Taro, Madrid | Victims of an air raid in the morgue, photo by Gerda Taro, Valencia, May 1937 |
Gerda also captured images of female militiamen grappling with rifles, training alongside their comrades in arms. This lack of role differences, which caused quite a scandal because it presented an unprecedented and non-stereotypical image of women, coincided with Gerda's liberal view of women: courageous and strong, often smiling and with a direct gaze, the Spanish militiamen fully corresponded to this image. They were pioneers of a new way of being and feeling, just like her. Looking at Taro's photographs, the horizon of the image is often very low, while the contrast between black and white conveys the intensity of the southern light thanks to the overexposure of the sky; the figures are captured in close-up, from below or above, with unexpected angles and great attention to aesthetic research.
![]() |
![]() |
| Republican militiaman (Marina Ginesta), photo by Gerda Taro, Barcelona, August 1936 | Militiamen in training, photo by Gerda Taro, Barcelona, 1936] |
The image of the Militiaman in training on the beach shows particular attention to every detail. The close and low lens allows the figure to dominate the scene, standing out against the wide expanse of sky. The woman's kneeling position reveals the attention to harmony and the correspondence of the lines formed by her legs and arms in a shooting position, the pointed gun contrasting with the detail of her clearly visible high-heeled shoes. An iconic image, on a par with Robert Capa's Miliziano colpito a morte (Militiaman Shot Dead).
![]() |
| Republican militiaman in training, photo by Gerda Taro, Barcelona, 1936 |
In the first half of 1937, she continued her work trips to Spain, sometimes alone, sometimes with Robert. On February 25, Gerda obtained authorization as a photographer from the propaganda secretariat of the Defense Council, working for the French national newspaper Ce Soir, recently founded by Louis Aragon. During those months, she was in Madrid, where she met many photojournalists, journalists, and writers from all over the world. She traveled to Valencia, where she documented the Second International Congress of Writers for the Defense of Culture, and to Malaga, in Catalonia, in the south, as close as possible to the front lines, sending photographs to various magazines, this time clearly indicating their origin and provenance with the red stamp “Photo Tato.” indicating the origin and provenance.
![]() |
| Portrait of Gerda Taro taken a few days before her death, Spain, July 1937 |
Finally, it was Brunete, the hell of Brunete, in the second half of July, on the 25th to be exact. Taro was supposed to return to Paris the following day to deliver her war photographs, but that critical and difficult front for the Republican forces called her back for one last image, for one last testimony. Ignoring warnings and orders to move away from the line of fire, Gerda tried to document the machine-gun fire and the explosion of bombs. The tragedy unfolded in a matter of minutes. A tank grazed the car on which Taro was clinging to one side. She was thrown from the running board and the tank's tracks ran over her lower abdomen. She was taken to the British hospital of the 35th Division, while with her hands and all her remaining strength she tried to press down on what was left of her abdomen to prevent her intestines from spilling out. Without a complaint, according to witnesses.
![]() |
| Gerda Taro wounded in the hospital in El Escorial, July 25, 1937 |
The nurse and doctors who took her in immediately saw the seriousness of the situation and, most likely, administered large amounts of morphine to alleviate her suffering. When Gerda regained consciousness, she reportedly asked, “Have you secured my cameras? They're new.” When Rafael Alberti and Spanish writer Maria Teresa Leon, alerted to the tragedy, arrived at the hospital the following morning, Gerda had already passed away. There were no coffins available, and Maria Teresa Leon recounted that “they brought a truck carrying crates and we placed Gerda Taro among the cargo.” The French newspaper Ce Soir finally took it upon itself to transfer the coffin to France so that she could be buried in Paris, the city that the young and brilliant Gerta Pohorylle had chosen to build her life in just a few years earlier.
![]() |
| Gerda Taro's grave, Paris, Père-Lachaise Cemetery, photo by Marinella Mundula, 2025 |
In a few days, she would have turned 27.


















