Caroline Rémy de Guebhard
Maria Chiara Pulcini
Marika Banci
Alla nascita, il 27 aprile del 1855, la vita di Caroline Rémy sembra debba essere quella di tante sue coetanee borghesi; figlia di una famiglia originaria della Lorena ma trasferitasi a Parigi per seguire le ambizioni del padre, un ufficiale della Prefettura della Polizia, avrebbe avuto una buona educazione da precettori privati, dedicandosi poi a eventi mondani e di beneficenza. I genitori avrebbero provveduto alla ricerca di un marito che potesse pensare a lei per il resto della sua vita in cambio di una prole sana e numerosa, di cui si sarebbe presa cura. Caroline, detta Line, tuttavia, non ha la benché minima intenzione di accontentarsi di sposare un buon partito e fare la moglie e la madre perfetta. La sua indole, fin dall’adolescenza, riflette il suo Paese: la Francia del Secondo Impero è ormai sul punto di crollare e far posto alla Comune e poi alla Terza Repubblica, un periodo frenetico e imprevedibile per chi lo ha vissuto sulla propria pelle.
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Nel 1871, dopo la caduta in disgrazia di Napoleone III e l’effimera avventura della Comune parigina, a 17 anni si sposa senza il consenso paterno con Antoine-Henri Montrobert, un impiegato nel settore del gas. I due hanno un figlio ma il matrimonio non è felice: non appena il divorzio viene legalizzato nel 1885 Caroline si separa e sposa Adrien Guebhard, con cui ha un altro figlio, Roland. Adrien proviene da una ricca famiglia svizzera, è professore di medicina e, cosa più importante, non mette alcun freno alle sue ambizioni. La donna, infatti, è già molto attiva ancora prima del secondo matrimonio: nel 1879 conosce a Bruxelles il comunardo e internazionalista Jules Vallès, appena uscito di galera a seguito dell’amnistia garantita a chi ha partecipato alla Comune. Questa amicizia sarà per Caroline il punto di svolta: non solo la introduce al mondo del socialismo e dell’anarchismo, ma Vallès le insegna anche il mestiere della giornalista coinvolgendola nel progetto editoriale socialista Cri du Peuple, di cui lei stessa prende le redini quando la salute di Vallès si fa cagionevole.
Diventa così la prima donna a dirigere un grande quotidiano a partire dal 1885, l’anno della morte del suo mentore e amico. È pure l’unica donna della redazione e ha l’abitudine di firmare i suoi primi articoli con lo pseudonimo Séverin, che in seguito diviene il ben più famoso Séverine. Giornalista a tutto campo, frequenta le fabbriche, i tribunali, gli ospedali, le carceri, scrivendo pezzi appassionati e pungenti, colmi di indignazione morale. È tra le prime a raccontare la realtà di prostitute, operai e operaie, infanzia abbandonata, disoccupati/e, prendendo il proprio lavoro come una vera missione. «Sono in guerra!» dice spesso quando la si interroga sulle sue battaglie contro il capitalismo e la miseria.
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A causa di un conflitto ideologico con il marxista Jules Guesde – giudicato da lei troppo autoritario – e dei malumori sorti con membri della redazione a seguito della relazione extraconiugale con l’editore Georges de Labruyère e della sua difesa del generale Georges Boualnger, Séverine abbandona il Cri du Peuple nel 1888 ma non il giornalismo: continua a scrivere per diversi giornali e periodici tra cui anche i conservatori Le Gaulois e Gil Blas, a patto che non la censurino in alcun modo, ben consapevole che i temi affrontati nei suoi scritti sono particolarmente scottanti; nonostante ciò guadagna abbastanza dal proprio lavoro da poter vivere comodamente, sebbene le sue simpatie per l’anarchismo e la difesa dei ceti sociali svantaggiati a seguito degli attentati di stampo anarchico la portino più volte all’isolamento professionale e sul lastrico.
Durante l’affaire Dreyfus Séverine si schiera con il capitano di origine ebraica, rilanciando il J’accuse di Émile Zola e accusando apertamente lo Stato di star usando Dreyfus come capro espiatorio, incurante della solitudine sociale che questa presa di posizione le causa, sempre coerente con il proprio spirito e i propri ideali. Nonostante sia dichiaratamente atea, il 4 agosto 1882 esce su Figaro la sua intervista a papa Leone XIII sul caso Dreyfus, prima donna in assoluto a essere riuscita a intervistare un papa. Nel 1890 è la prima reporter donna a scendere nelle miniere per poter documentare l’esplosione presso Saint-Étienne, che ha ucciso 150 persone, mentre nel 1887 crea un nuovo standard per i reportage quando parla dell’incendio del Bazar de la Charité, che ha causato la morte di 100 donne dell’alta società francese.
Conosce in questo periodo la femminista Marguerite Durand, che la introduce al mondo della lotta per i diritti femminili dei quali diventa fervente sostenitrice, affrontando nei suoi scritti tematiche come l’aborto e la maternità senza alcun freno, creando ulteriore scandalo. Dal sodalizio tra le due nasce nel 1897 La Fronde, primo quotidiano a direzione interamente femminile in ogni suo aspetto. Si lega anche a Daniel-Lesueur, pseudonimo di Jeanne Loisaeu, con la quale partecipa alla creazione del premio Vie Heureuse, che diventerà poi il premio Femina, di cui Séverine sarà presidente nel 1906 e rimarrà membro della giuria fino alla morte. Oltre al giornalismo si dedica alla pubblicazione di libri per l’infanzia (Sac à Tout, Mémoires d'un petit chien), fotoromanzi e opere teatrali (À Sainte-Hélène). Nel 1905 partecipa assieme a Durand a una manifestazione per il voto alle donne che riunisce più di 6000 parigine, e a partire dall’anno seguente pubblica su Nos Ioiris una rubrica settimanale in cui parla di questo tema. Nel 1910 si scaglia ferocemente contro la legge che vieta alle donne di essere elette al Parlamento e organizza e partecipa ad altre manifestazioni a favore del suffragio femminile. Grande oratrice, viaggia per l’Europa parlando di femminismo, di scrittrici, del massacro del popolo armeno, di povertà e pace.
Lo scoppio della Grande guerra non mette in pausa il suo impegno a favore dell’emancipazione delle donne, aumenta solo i fronti su cui dirigere gli sforzi: è una pacifista convinta, si avvicina al movimento di Bertha von Suttner e lancia più appelli affinché vengano deposte le armi. Nei pochi spazi che le vengono concessi Séverine ripudia la guerra e la censura, dando voce ai soldati e al lavoro umanitario delle volontarie al fronte, critica il mito nascente del Milite ignoto, accusa la maggior parte della stampa di star santificando la guerra invece di dedicarsi alle persone più deboli. Accoglie la Rivoluzione d’ottobre del 1917 con grande entusiasmo, aderendo poi alla sezione francese dell’Internazionale operaia nel 1918 e al Partito comunista francese nel 1921, un sodalizio che non dura a lungo: quando le viene imposto di lasciare la Ligue des droits de l'homme (Lega dei diritti dell’uomo), considerata una istituzione borghese, Séverine preferisce lasciare il partito, sempre fedele al proprio spirito libero.
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La delusione politica non la ferma. Nel 1920 dopo la morte di de Labruyère ritorna dal secondo marito Guebhard – con il quale rimarrà fino alla morte di lui quattro anni dopo – e l’anno seguente pubblica il racconto autobiografico Line (1855-1867). Si impegna a favore della Società delle nazioni, critica l’eccessivo accanimento sulla Germania negli accordi di pace del 1919 ed è tra le prime a comprendere l’ascesa delle dittature in Europa e a guardare con sospetto alla presa di potere di Mussolini e del fascismo in Italia. Nel 1927, assieme ad altre famose penne francesi, denuncia sulla rivista Europe la legge che limita la libertà di espressione in tempo di guerra, partecipa con fervore all’appello per la liberazione dei due anarchici italiani Sacco e Vanzetti e, come con Dreyfus, non esita a denunciare il modo con cui lo Stato americano sfrutta i più deboli per farne dei capri espiatori. Sono questi anche gli anni in cui Lucien Le Foyer, pacifista e politico francese, propone il suo nome tra le candidature per il Nobel per la pace.
Gli ultimi anni non sono meno impegnativi: Séverine prende parte al Cercle de la Russie nouvelle, un gruppo di intellettuali a favore della Rivoluzione russa che desidera approfondire le tematiche del marxismo; sostiene il dottor Albert Besson nella sua campagna elettorale presso il distretto di Saint-Fargeau come consigliere generale per la Senna e vicepresidente del Consiglio di Parigi e del Consiglio generale della Senna. La “principessa della stampa” muore il 24 aprile 1929 a Pierrefonds, presso Oise, nell'Alta Francia; i suoi funerali sono seguitissimi sia dal pubblico che la leggeva che dai colleghi e dalle sempre più numerose colleghe. Nel suo epitaffio le parole:
«Ho sempre lottato per la pace, la giustizia e la fraternità».
Nel 1933 Besson le dedica una piazza a Porte de Bagnolet, mentre l’amica Durand comprerà la sua casa e la trasformerà in una residenza estiva per giornaliste. Séverine lascia una grande eredità scritta per qualunque donna che si avvicina al mondo del giornalismo, più di quarant’anni di attività che sono un esempio di coerenza e di determinazione, di rifiuto di qualunque compromesso e di dedizione alla ricerca della giustizia.
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Traduzione francese
Giorgia Corvino
À sa naissance, le 27 avril 1855, la vie de Caroline Rémy semble devoir être celle de tant d'autres jeunes filles de la bourgeoisie de son époque ; fille d'une famille originaire de Lorraine mais installée à Paris pour suivre les ambitions du père, un officier de la Préfecture de Police, elle aurait dû recevoir une éducation soignée par des précepteurs privés, avant de se consacrer aux événements mondains et aux œuvres de bienfaisance. Ses parents se seraient chargés de lui trouver un mari capable de subvenir à ses besoins pour le reste de sa vie, en échange d'une progéniture saine et nombreuse dont elle se serait occupée. Cependant, Caroline, dite Line, n'a pas la moindre intention de se contenter d'épouser un bon parti et de jouer les épouses et mères parfaites. Son tempérament, dès l'adolescence, reflète son pays : la France du Second Empire est alors sur le point de s'effondrer pour laisser place à la Commune, puis à la Troisième République, une période frénétique et imprévisible pour ceux qui l'ont vécue de l'intérieur.
En 1871, après la chute de Napoléon III et l'éphémère aventure de la Commune de Paris, elle se marie à 17 ans sans le consentement paternel avec Antoine-Henri Montrobert, un employé du gaz. Le couple a un fils, mais le mariage n'est pas heureux : dès que le divorce est légalisé en 1884, Caroline se sépare et épouse Adrien Guebhard, avec qui elle a un autre fils, Roland. Adrien est issu d'une riche famille suisse, il est professeur de médecine et, plus important encore, il ne met aucun frein aux ambitions de sa femme. En effet, celle-ci est déjà très active avant même son second mariage : en 1879, elle rencontre à Bruxelles le communard et internationaliste Jules Vallès, tout juste sorti de prison suite à l'amnistie accordée aux participants de la Commune. Cette amitié sera le tournant décisif pour Caroline : non seulement il l'introduit dans le monde du socialisme et de l'anarchisme, mais Vallès lui apprend aussi le métier de journaliste en l'impliquant dans le projet éditorial socialiste Le Cri du Peuple, dont elle prend elle-même les rênes lorsque la santé de Vallès décline.
Elle devient ainsi la première femme à diriger un grand quotidien à partir de 1885, l'année de la mort de son mentor et ami. Elle est également la seule femme de la rédaction et prend l'habitude de signer ses premiers articles sous le pseudonyme de Séverin, qui deviendra par la suite le bien plus célèbre Séverine. Journaliste sur tous les fronts, elle fréquente les usines, les tribunaux, les hôpitaux, les prisons, écrivant des articles passionnés et cinglants, empreints d'indignation morale. Elle est parmi les premières à raconter la réalité des prostituées, des ouvriers et ouvrières, de l'enfance abandonnée, des chômeurs et chômeuses, considérant son travail comme une véritable mission. « Je suis en guerre ! » dit-elle souvent lorsqu'on l'interroge sur ses combats contre le capitalisme et la misère.
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En raison d'un conflit idéologique avec le marxiste Jules Guesde — qu'elle juge trop autoritaire — et des tensions surgies avec des membres de la rédaction suite à sa liaison extra-conjugale avec l'éditeur Georges de Labruyère et à sa défense du général Georges Boulanger, Séverine quitte Le Cri du Peuple en 1888, mais pas le journalisme : elle continue d'écrire pour divers journaux et périodiques, y compris les titres conservateurs Le Gaulois et Gil Blas, à condition qu'ils ne la censurent d'aucune manière, bien consciente que les thèmes abordés dans ses écrits sont particulièrement brûlants. Malgré cela, elle gagne suffisamment sa vie pour vivre confortablement, bien que ses sympathies pour l'anarchisme et sa défense des classes sociales défavorisées au lendemain des attentats anarchistes la conduisent plusieurs fois à l'isolement professionnel et à la ruine.
Durant l'affaire Dreyfus, Séverine prend parti pour le capitaine d'origine juive, relayant le J'accuse d'Émile Zola et accusant ouvertement l'État d'utiliser Dreyfus comme bouc émissaire, sans se soucier de la solitude sociale que cette prise de position lui impose, toujours cohérente avec son esprit et ses idéaux. Bien qu'ouvertement athée, elle publie le 4 août 1892 dans Le Figaro son entretien avec le pape Léon XIII sur le cas Dreyfus, devenant la toute première femme à réussir l'interview d'un pape. En 1890, elle est la première femme reporter à descendre dans les mines pour documenter l'explosion de Saint-Étienne qui a tué 150 personnes, tandis qu'en 1897, elle impose un nouveau standard de reportage en relatant l'incendie du Bazar de la Charité, qui a causé la mort de plus de 100 femmes de la haute société française.
Elle rencontre à cette période la féministe Marguerite Durand, qui l'introduit au monde de la lutte pour les droits des femmes dont elle devient une fervente partisane, abordant dans ses écrits des thématiques comme l'avortement et la maternité sans aucune retenue, créant un nouveau scandale. De l'étroite collaboration entre les deux femmes naît en 1897 La Fronde, le premier quotidien entièrement dirigé et géré par des femmes. Elle se lie également à Daniel-Lesueur, pseudonyme de Jeanne Loiseau, avec qui elle participe à la création du prix Vie Heureuse, qui deviendra plus tard le prix Femina, dont Séverine sera la présidente en 1906 et restera membre du jury jusqu'à sa mort. Outre le journalisme, elle se consacre à la publication de livres pour enfants (Sac à Tout, Mémoires d'un petit chien), de romans-photos et d'œuvres théâtrales (À Sainte-Hélène). En 1905, elle participe avec Durand à une manifestation pour le vote des femmes réunissant plus de 6000 Parisiennes, et à partir de l'année suivante, elle publie dans Nos Loisirs une chronique hebdomadaire sur ce sujet. En 1910, elle s'insurge violemment contre la loi interdisant aux femmes d'être élues au Parlement et organise d'autres manifestations en faveur du suffrage féminin. Grande oratrice, elle voyage à travers l'Europe pour parler de féminisme, de femmes écrivains, du massacre du peuple arménien, de la pauvreté et de la paix.
L'éclatement de la Grande Guerre ne met pas en pause son engagement en faveur de l'émancipation des femmes ; il ne fait qu'augmenter les fronts sur lesquels diriger ses efforts : pacifiste convaincue, elle se rapproche du mouvement de Bertha von Suttner et lance plusieurs appels au dépôt des armes. Dans les rares espaces qui lui sont concédés, Séverine répudie la guerre et la censure, donnant une voix aux soldats et au travail humanitaire des volontaires au front. Elle critique le mythe naissant du Soldat inconnu et accuse la majeure partie de la presse de sanctifier la guerre au lieu de se consacrer aux plus faibles. Elle accueille la Révolution d'octobre 1917 avec enthousiasme, adhérant ensuite à la section française de l'Internationale ouvrière en 1918 puis au Parti communiste français en 1921. Cette alliance ne dure pas : lorsqu'on lui impose de quitter la Ligue des droits de l'homme, considérée comme une institution bourgeoise, Séverine préfère quitter le parti, restant fidèle à son esprit libre.
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La déception politique ne l'arrête pas. En 1920, après la mort de de Labruyère, elle retourne auprès de son second mari Guebhard — avec qui elle restera jusqu'à la mort de celui-ci quatre ans plus tard — et publie l'année suivante son récit autobiographique Line (1855-1867). Elle s'engage en faveur de la Société des Nations, critique l'acharnement excessif contre l'Allemagne dans les accords de paix de 1919 et est parmi les premières à comprendre la montée des dictatures en Europe, regardant avec suspicion la prise de pouvoir de Mussolini et du fascisme en Italie. En 1927, aux côtés d'autres célèbres plumes françaises, elle dénonce dans la revue Europe la loi limitant la liberté d'expression en temps de guerre, participe avec ferveur à l'appel pour la libération des deux anarchistes italiens Sacco et Vanzetti et, comme pour Dreyfus, n'hésite pas à dénoncer la manière dont l'État américain exploite les plus faibles pour en faire des boucs émissaires. C'est également à cette époque que Lucien Le Foyer, pacifiste et homme politique français, propose son nom pour le prix Nobel de la paix.
Ses dernières années ne sont pas moins denses : Séverine participe au Cercle de la Russie nouvelle, un groupe d'intellectuels favorables à la Révolution russe souhaitant approfondir les thématiques du marxisme ; elle soutient le docteur Albert Besson dans sa campagne électorale pour le district de Saint-Fargeau comme conseiller général de la Seine et vice-président du Conseil de Paris. La « princesse de la presse » s'éteint le 24 avril 1929 à Pierrefonds, dans l'Oise. Ses funérailles sont suivies par une foule immense composée tant de ses lecteurs que de ses confrères et de ses consœurs, de plus en plus nombreuses. Sur son épitaphe, on lit :
«J'ai toujours lutté pour la paix, la justice et la fraternité».
En 1933, Besson lui dédie une place à la Porte de Bagnolet, tandis que son amie Durand rachète sa maison pour la transformer en résidence d'été pour les femmes journalistes. Séverine laisse un immense héritage écrit pour toute femme s'approchant du monde du journalisme : plus de quarante ans d'activité qui sont un exemple de cohérence, de détermination, de refus du compromis et de dévouement à la recherche de la justice.






