Luce Balla
Barbara Belotti

Katarzyna Oliwia

 

Lucia Balla, primogenita dell’artista Giacomo e di sua moglie Elisa Marcucci, dopo l’adesione paterna al Futurismo viene ribattezzata Luce, nome con cui attraversa tutto il Novecento.

Luce Balla, Autoritratto, 1929, Collezione privata (da Francesca Lombardi, Passeggiate romane. Le artiste e la città)

Nata nel 1904 a Roma, dove morirà nel 1994, Luce (Lucetta in famiglia) è una bambina sensibile e silenziosa cresciuta nel pieno del grande turbine futurista. In mezzo all’occhio del ciclone la forza degli elementi è contenuta e l’atmosfera più calma: immagino così lo sviluppo della vita di Luce e di sua sorella minore Elica, nata dieci anni più tardi. Se all’esterno delle mura domestiche il Futurismo agita il mondo col suo rinnovamento totale, all’interno domina invece una tranquilla atmosfera di intimità familiare molto somigliante all’isolamento. Luce non frequenta la scuola come le altre bambine (e sarà così anche per Elica), è seguita in casa dai genitori e da insegnanti privati, vive un’infanzia e un’adolescenza senza aule, lezioni collettive e compagne di scuola; quando diventa grande le frequentazioni sono quelle del celebre padre, le amicizie lo stesso, non c’è traccia di giovanotti nella sua esistenza e, come la sorella, rimane a vivere nel “nido” familiare senza crearsi una propria dimensione domestica. Confida ad Adele Cambria, in un’intervista del 1985: «Forse stavamo tutti sulle nuvole. Tutta la famiglia Balla, così. Non ci siamo sposate, chi sa perché? Io dico per distrazione»; ammette inoltre di aver trascorso la maggior parte del tempo nella sua stanza a ricamare e cucire perché «Il futurismo non riguardava mica la vita privata! Noi signorine continuavamo la nostra vita normale di ragazze di famiglia». Elica invece, nelle pagine del suo libro Con Balla, scrive: «Con nostro padre c’era sempre qualcosa da osservare e imparare, con lui non si sentiva quel desiderio di diversione dall’ambiente familiare, così frequente nei giovani». Certo, una dimensione artistica particolare e irripetibile quella di casa Balla, ma anche opprimente nella sua unicità. Già a metà degli anni Dieci Luce, quasi adolescente, comincia a dedicarsi al ricamo e al cucito per realizzare quanto il padre crea con disegni e progetti: ha pazienza, possiede precisione esecutiva e la sua mano conduce con maestria ago e fili.

Luce Balla, Futurcipressi, anni Settanta, Applicazioni e ricamo su stoffa su disegno e progetto di Giacomo Balla del 1925

Le ricerche futuriste di Giacomo Balla provocano l’allontanamento di molti committenti e collezionisti, più legati all’arte figurativa tradizionale, e il bilancio familiare diventa traballante. Realizzare oggetti di arte applicata, di abbigliamento e di arredo, arazzi e giocattoli diviene quindi una necessità concreta per raddrizzare i conti domestici. Ricorda sempre Elica che l’inventivo padre «preferiva fare queste cose piuttosto che dipingere alla maniera passatista» e Luce confessa ancora ad Adele Cambria che Balla si dedicava alla pittura e alle ricerche del Futurismo di giorno, mentre «la sera faceva paralumi, paraventi, cornici, mobili. Tutto futurista, ma la gente queste cose le accettava di più. Ed io lo aiutavo ricamando, cioè ripetevo con l’ago i disegni che lui mi preparava».

Luce Balla, Circolpiani, anni Settanta, Applicazioni e ricamo su stoffa su disegno e progetto di Giacomo Balla del 1925

Le necessità economiche conducono padre e sorelle Balla a mettere in piedi una sorta di laboratorio creativo in cui sono molteplici gli scambi tra loro e le fasi progettuali ed esecutive convivono, mescolandosi sempre ed esclusivamente nella dimensione casalinga. Quando poi, nel 1929, si trasferiscono nella nuova casa in via Oslavia, la loro abitazione diviene l’espressione concreta di quanto teorizzato nei Manifesti del Futurismo, una vera ricostruzione dell’universo, pur se racchiusa tra le pareti di un appartamento.

Il disimpegno di casa Balla in via Oslavia

Arte e vita si mescolano nella realizzazione di mobili e suppellettili ‒ anche con l’uso di materiale di riciclo per far fronte alle necessità economiche ‒, nella decorazione di ambienti e oggetti, nei quadri, nelle sculture, nei capi di abbigliamento; Luce, insieme a Giacomo e a Elica, contribuisce alla nascita di un fantasmagorico spazio di forme, colori e luce unico nel suo genere e ancora oggi di straordinario effetto.

La cucina di casa Balla in via Oslavia

Ma stabilire quanto ci sia di suo nella creazione di quella strabiliante dimora (e di sicuro molto), risulta quasi impossibile perché tutto resta schiacciato dalla fama paterna. La visibilità e i riconoscimenti non arrivano per lungo tempo e anche oggi scarseggiano: Luce resta per tutta la vita la “figlia” di Balla, brava e ricca di sensibilità artistica individuata però, secondo la critica, solo attraverso le orme paterne. Prendendo in prestito le parole di Germaine Greer, la sua partecipazione appare «una risposta filiale e sottomessa all’ambiente familiare e alle sue pressioni»; amputata in partenza delle proprie ambizioni e cresciuta all’ombra del “genio”, per il mondo dell’arte Luce rimane silente traduttrice dell’opera di Giacomo Balla, ancella della sua creatività, «megafono» nella diffusione delle sue ricerche e, dopo la morte del pittore, fedele vestale, insieme a Elica, della sua memoria.

Luce Balla, Forme rumore, anni Settanta, Applicazioni e ricamo su stoffa su disegno e progetto di Giacomo Balla del 1930

Luce è una giovane donna alta e snella, di carattere schivo e pacato, con notevoli capacità manuali e doti creative, in più occasioni riconosciute e apprezzate dall’ingombrante e vulcanico padre che spesso, nel corso della vita, la ritrae. A partire dall’infanzia, nel celebre dipinto Bambina che corre sul balcone del 1912, realizzato osservando la figlia scorrazzare sul lungo terrazzo della casa in via Paisiello, dietro il Parco dei Daini di Villa Borghese.

Giacomo Balla, Bambina che corre sul balcone, 1912, olio su tela, Milano, Museo del Novecento

Nel suo libro Elica ricorda che la sorella «posava per delle ore silenziosa e apparentemente tranquilla, mentre mio padre dipingeva con fervore».

Giacomo Balla, Ritratto di Luce, 1922 ca., olio su tela, Collezione privata

Dei molti ritratti uno in particolare ottiene il favore di un aristocratico cliente, il barone Alberto Fassini, che lo acquista ancora in fase di esecuzione evidentemente conquistato dai «mirabili passaggi di colore trasparenti che quasi incorniciano il volto luminoso […]. La mamma approfittò di questo fatto per dire a mio padre di fare un altro quadro con Lucetta, cosa che venne da lui accettata gradevolmente poiché poteva, così, approfondire lo studio delle trasparenze dei veli con altri colori». Il nucleo familiare in cui vive Luce è saldo e coeso, ma tutto incentrato sul valore artistico maschile e paterno. Lo dimostra un altro dipinto di Giacomo dal titolo Noi quattro allo specchio, realizzato nel 1945.

Giacomo Balla, Noi quattro allo specchio, 1945, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma Capitale

Il pittore si raffigura in primo piano e quasi interamente visibile, armato di molteplici pennelli ci accoglie sorridente e quasi sorpreso per l’improvvisa “visita” nell’ambiente in cui è indubbiamente protagonista. Luce, alle sue spalle e vestita di bianco, è alle prese con un ritratto del padre nel quale è inserito, pur tagliato, un proprio autoritratto: un fraseggio pittorico che rivela con chiarezza ruoli e posizioni, che consente di leggere l’affettuoso e intenso “dominio paterno” e l’incondizionata ammirazione filiale. Alle sue spalle la madre Elisa è distolta dalla lettura del giornale mentre la sorella Elica, l’unica a non guardare nella nostra direzione, appare distratta da qualcosa all’esterno della scena. Giacomo Balla ha amato teneramente e tenacemente le due figlie, che ha voluto indirizzare nel campo dell’arte insegnando loro molte cose ma non l’autonomia. Per la realizzazione dei suoi progetti ha bisogno dell’abilità manuale di Luce, alla quale affida anche compiti di progettazione, di collaborazione nella preparazione dei dipinti e conferisce il ruolo di insegnante delle giovani allieve che frequentano il suo atelier. Ma non le concede il naturale confronto con l’esterno se non filtrato attraverso sé stesso. Le dinamiche familiari contaminano molto l’esperienza artistica di Luce, che si avvicina all’arte totale ma con la riservatezza e lo stile appartato che le è stato insegnato fin da piccola. Il giudizio critico presente nel catalogo di una mostra tenuta da Luce ed Elica nel 1935 le definisce «sgorgate» dalla fantasia del genitore, entrambe «anime dolci piegate alla dottrina paterna» e il giudizio è rimasto a lungo invariato.

Luce Balla col padre Giacomo e la sorella Elica nella loro abitazione di via Oslavia, 1932

Scrive Giuliana Altea in un interessante saggio dal titolo «Con papà». Creatività, domesticità e dinamiche familiari nella vicenda di Luce e Elica Balla, che la collaborazione filiale era:

«fatalmente destinata ad essere ignorata in quanto appunto “silenziosa”, ma soprattutto in quanto contraddice nettamente il canone della creatività novecentesca, fondato su due presupposti: la norma dell’artista virile e quella del genio individuale».


Traduzione francese

Lucrezia Pratesi

Lucia Balla, fille aînée de l’artiste Giacomo Balla et de son épouse Elisa Marcucci, fut rebaptisée Luce après l’adhésion de son père au Futurisme — un nom qu’elle porta tout au long du XXe siècle.

Luce Balla, Autoportrait, 1929, collection privée – source : Francesca Lombardi, Passeggiate romane. Le artiste e la città.

Née à Rome en 1904, où elle mourra en 1994, Luce (appelée Lucetta au sein de la famille) est une enfant sensible et silencieuse, élevée au cœur même du grand tourbillon futuriste. Au centre du cyclone, la force des éléments est contenue, et l’atmosphère plus calme : c’est ainsi que l’on peut imaginer la vie de Luce et de sa jeune sœur Elica, née dix ans plus tard. Tandis qu’à l’extérieur le Futurisme bouleverse le monde par son élan de renouveau total, à l’intérieur des murs domestiques règne une atmosphère intime et paisible, presque confinée à l’isolement. Luce ne fréquente pas l’école comme les autres enfants — il en sera de même pour Elica —, elle reçoit l’enseignement de ses parents et de professeurs particuliers. Son enfance et son adolescence se déroulent sans salles de classe, sans camarades, sans vie scolaire collective. Devenue adulte, elle ne connaît d’autre entourage que celui de son père et partage avec lui les mêmes fréquentations. Nulle trace de jeunes hommes dans son existence : comme sa sœur, elle restera toute sa vie dans le « nid » familial, sans créer de foyer propre. Dans une interview accordée à Adele Cambria en 1985, elle confie: «Peut-être que nous étions tous dans les nuages. Toute la famille Balla, comme ça. Nous ne nous sommes pas mariées — qui sait pourquoi ? Je dirais : par distraction». Elle ajoute qu’elle passait la majeure partie de son temps à broder et à coudre: «Le Futurisme ne concernait pas la vie privée ! Nous, les demoiselles, menions notre existence tranquille de jeunes filles de bonne famille». Elica, dans son livre Con Balla, écrit pour sa part: « Avec notre père, il y avait toujours quelque chose à observer et à apprendre ; avec lui, on ne ressentait pas ce besoin de fuir le cadre familial, si fréquent chez les jeunes. » C’était assurément une dimension artistique unique et extraordinaire, mais aussi oppressante dans sa singularité. Dès le milieu des années 1910, Luce, presque adolescente, commence à se consacrer à la broderie et à la couture, exécutant les dessins et projets de son père : elle fait preuve de patience, d’une grande précision d’exécution et d’une habileté remarquable à manier aiguille et fil.

Luce Balla, Futurcipressi, années 1970, applications et broderie sur tissu d’après un dessin et un projet de Giacomo Balla, 1925.

Les recherches futuristes de Giacomo Balla éloignent de lui de nombreux commanditaires, attachés à une peinture plus traditionnelle, et la situation économique de la famille devient précaire. La création d’objets d’art appliqué — vêtements, meubles, tapisseries, jouets — devient alors une nécessité concrète pour subvenir aux besoins domestiques. Elica se souvient que leur père «préférait faire ces choses-là plutôt que de peindre à la manière passéiste», et Luce confie encore à Adele Cambria que Balla « se consacrait à la peinture et au Futurisme le jour, tandis que le soir il fabriquait des abat-jour, des paravents, des cadres, des meubles. Tout était futuriste, mais les gens acceptaient mieux cela. Et moi, je l’aidais en brodant, c’est-à-dire que je reproduisais à l’aiguille les dessins qu’il préparait pour moi». 

Luce Balla, Circolpiani, années 1970, applications et broderie sur tissu d’après un dessin et un projet de Giacomo Balla, 1925.

Les nécessités économiques conduisent ainsi le père et ses filles à créer une sorte d’atelier domestique où les échanges sont constants, les phases de conception et d’exécution intimement liées, et où tout reste confiné à l’espace familial. En 1929, lorsqu’ils s’installent dans leur nouvel appartement via Oslavia, leur maison devient la concrétisation de ce que les Manifestes futuristes avaient théorisé : une véritable reconstruction de l’univers, bien que contenue entre les murs d’un appartement. 

Le vestibule de la maison Balla, via Oslavia

Art et vie se mêlent dans la création de meubles et d’objets — souvent à partir de matériaux recyclés pour faire face aux difficultés économiques —, dans la décoration des espaces, dans la peinture, la sculpture et les vêtements. Aux côtés de Giacomo et d’Elica, Luce contribue à la naissance d’un espace fantasmagorique de formes, de couleurs et de lumière, unique en son genre et encore aujourd’hui d’un effet saisissant.

La cuisine de la maison Balla, via Oslavia

Mais il est presque impossible de mesurer la part exacte de Luce dans la création de cette demeure extraordinaire (et elle est assurément grande), car tout demeure éclipsé par la célébrité paternelle. La reconnaissance et la visibilité lui manquent longtemps — et même aujourd’hui, elles restent rares : Luce demeure toute sa vie “la fille de Balla”, douée et sensible, mais perçue, selon la critique, uniquement à travers le prisme paternel. Pour reprendre les mots de Germaine Greer, sa participation apparaît comme « une réponse filiale et soumise à l’environnement familial et à ses pressions » : privée dès l’origine de ses propres ambitions, élevée dans l’ombre du “génie”, Luce reste, pour le monde de l’art, la traductrice silencieuse de l’œuvre de Giacomo Balla — la servante de sa créativité, le “mégaphone” de sa diffusion, et, après sa mort, la gardienne fidèle, avec Elica, de sa mémoire. 

Luce Balla, Forme rumore, années 1970, applications et broderie sur tissu d’après un dessin et un projet de Giacomo Balla, 1930

Luce est une jeune femme grande et élancée, au caractère réservé et doux, dotée d’une remarquable habileté manuelle et de véritables talents créatifs, souvent reconnus et appréciés par son père — aussi envahissant que volcanique. Celui-ci la représente à de multiples reprises : dès son enfance, dans le célèbre tableau Fillette courant sur le balcon (1912), peint en l’observant jouer sur la longue terrasse de leur maison de la via Paisiello, derrière le parc des Daini à la Villa Borghese. 

Giacomo Balla, Fillette courant sur le balcon, 1912, huile sur toile, Milan, Museo del Novecento

Elica se souvient : « Ma sœur posait pendant des heures, silencieuse et apparemment tranquille, tandis que mon père peignait avec ferveur. »

Giacomo Balla, Portrait de Luce, vers 1922, huile sur toile, collection privée

L’un de ces portraits attira l’attention d’un client aristocrate, le baron Alberto Fassini, qui l’acheta avant même son achèvement, séduit par « les admirables passages de couleur transparents qui encadrent presque le visage lumineux […]. Maman profita de l’occasion pour dire à mon père de faire un autre tableau avec Lucetta, ce qu’il accepta volontiers, car il pouvait ainsi approfondir l’étude des transparences des voiles avec d’autres couleurs». Le noyau familial dans lequel vit Luce est solide et uni, mais centré entièrement sur la valeur artistique masculine et paternelle. Cela transparaît dans un autre tableau de Giacomo, Nous quatre devant le miroir (1945). 

Giacomo Balla, Nous quatre devant le miroir, 1945, huile sur toile, Rome, Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma Capitale

 L’artiste s’y représente au premier plan, souriant, pinceaux en main, accueillant le spectateur dans un espace où il est sans conteste le protagoniste. Derrière lui, Luce, vêtue de blanc, peint un portrait de son père dans lequel figure — partiellement coupé — son propre autoportrait : un jeu pictural révélateur des rôles et des positions, où se lisent à la fois la domination affectueuse du père et l’admiration filiale sans réserve. Derrière eux, la mère Elisa lève les yeux de son journal, tandis qu’Elica, la seule à ne pas regarder vers nous, semble distraite par quelque chose hors champ. Giacomo Balla a tendrement aimé ses deux filles, qu’il a voulu former à l’art, leur enseignant beaucoup — sauf l’autonomie. Pour la réalisation de ses projets, il a besoin de l’habileté manuelle de Luce, à qui il confie aussi des tâches de conception et d’assistance à la préparation de ses toiles, tout en lui attribuant le rôle d’enseignante auprès des jeunes élèves de son atelier. Mais il ne lui accorde jamais un rapport direct avec le monde extérieur, sauf par son intermédiaire. Les dynamiques familiales influencent profondément l’expérience artistique de Luce, qui s’approche de l’art total avec la réserve et la discrétion qu’on lui a inculquées depuis l’enfance. Le jugement critique formulé dans le catalogue d’une exposition commune de Luce et Elica en 1935 les décrit comme « jaillies de la fantaisie du père », deux « âmes douces pliées à la doctrine paternelle » — un jugement qui, longtemps, ne sera pas révisé.

Luce Balla col padre Giacomo e la sorella Elica nella loro abitazione di via Oslavia, 1932

Comme l’écrit Giuliana Altea dans un essai éclairant intitulé « Avec papa ». Créativité, domesticité et dynamiques familiales dans la vie de Luce et Elica Balla:

«Leur collaboration filiale était fatalement destinée à rester ignorée, précisément parce qu’elle était “silencieuse”, mais surtout parce qu’elle contredisait les canons de la créativité du XXe siècle, fondés sur deux présupposés : la norme de l’artiste viril et celle du génie individuel».


Traduzione spagnola

Alessandra Barbagallo

Lucia Balla, primogénita del artista Giacomo y de su esposa Elisa Marcucci, tras la adhesión paterna al Futurismo es rebautizada como Luce, nombre con el que atraviesa todo el siglo XX.

Luce Balla, Autorretrato, 1929, Colección privada (de Francesca Lombardi, Passeggiate romane. Le artiste e la città)

Nacida en 1904 en Roma, donde morirá en 1994, Luce (Lucetta en su familia) es una niña sensible y silenciosa que crece en pleno torbellino futurista. En medio del ojo del ciclón, la fuerza de los elementos está contenida y la atmósfera más tranquila: así me imagino el desarrollo de la vida de Luce y de su hermana menor Elica, nacida diez años más tarde. Si en el exterior de los muros domésticos el Futurismo agita el mundo con su renovación total, en el interior domina en cambio una atmósfera tranquila de intimidad familiar muy parecida al aislamiento. Luce no asiste a la escuela como las demás niñas (y así será también para Elica); la siguen en casa sus padres y profesores privados, vive una infancia y una adolescencia sin aulas, sin clases colectivas y sin compañeras; cuando crece, sus relaciones son las del célebre padre, sus amistades también, no hay rastro de jovencitos en su existencia y, como su hermana, sigue viviendo en el “nido” familiar sin crearse una dimensión doméstica propia. Confiesa a Adele Cambria, en una entrevista de 1985: «Quizá todos estábamos en las nubes. Toda la familia Balla, así. No nos casamos, ¿quién sabe por qué? Yo digo que por distracción»; admite además haber pasado la mayor parte del tiempo en su cuarto bordando y cosiendo porque «¡El futurismo no tenía nada que ver con la vida privada! Nosotras, señoritas, continuábamos nuestra vida normal de chicas de familia». Elica, por su parte, escribe en su libro Con Balla: «Con nuestro padre siempre había algo que observar y aprender; con él no se sentía ese deseo de alejarse del ambiente familiar, tan frecuente entre los jóvenes». Sin duda, la dimensión artística de la casa Balla era particular e irrepetible, pero también opresiva en su unicidad. Ya a mediados de los años diez Luce, casi adolescente, empieza a dedicarse al bordado y la costura para realizar lo que su padre crea con dibujos y proyectos: tiene paciencia, posee precisión ejecutiva y su mano conduce con maestría la aguja y los hilos. 

Luce Balla, Futurcipressi, años setenta, aplicaciones y bordado sobre tela a partir de un diseño y proyecto de Giacomo Balla de 1925

Las investigaciones futuristas de Giacomo Balla provocan el alejamiento de muchos clientes y coleccionistas más ligados al arte figurativo tradicional, y el balance familiar se vuelve inestable. Realizar objetos de artes aplicadas, de indumentaria y mobiliario, tapices y juguetes se convierte entonces en una necesidad concreta para enderezar las cuentas domésticas. Recuerda también Elica que su inventivo padre «prefería hacer estas cosas antes que pintar a la manera pasatista», y Luce le confiesa de nuevo a Adele Cambria que Balla se dedicaba a la pintura y a las investigaciones futuristas durante el día, mientras que «por la noche hacía pantallas de lámparas, biombos, marcos, muebles. Todo futurista, pero la gente aceptaba más estas cosas. Y yo le ayudaba bordando, es decir, repetía con la aguja los dibujos que él me preparaba». 

Luce Balla, Circolpiani, años setenta, aplicaciones y bordado sobre tela a partir de un diseño y proyecto de Giacomo Balla de 1925

 Las necesidades económicas llevan al padre y a las hermanas Balla a poner en marcha una especie de laboratorio creativo en el que los intercambios entre ellos son múltiples y las fases de proyección y ejecutivas conviven, mezclándose siempre y exclusivamente en el ámbito doméstico. Cuando, en 1929, se trasladan a la nueva casa de la Via Oslavia, su vivienda se convierte en la expresión concreta de lo teorizado en los Manifiestos del Futurismo, una auténtica reconstrucción del universo, aunque encerrada entre las paredes de un apartamento.

El vestíbulo de la casa Balla en Via Oslavia

El arte y la vida se mezclan en la realización de muebles y objetos —también con el uso de materiales reciclados para afrontar las necesidades económicas—, en la decoración de ambientes y objetos, en cuadros, esculturas y prendas de vestir; Luce, junto con Giacomo y Elica, contribuye a la creación de un espacio fantasmagórico de formas, colores y luz, único en su género y aún hoy de un efecto extraordinario.

La cocina de la casa Balla en Via Oslavia

Pero establecer cuánto hay de ella en la creación de aquella asombrosa morada (y sin duda mucho) resulta casi imposible porque todo queda eclipsado por la fama del padre. La visibilidad y los reconocimientos no llegan durante mucho tiempo y aún hoy escasean: Luce permanece toda su vida como la “hija” de Balla, hábil y llena de sensibilidad artística, pero identificada, según la crítica, solo a través de las huellas paternas. Tomando prestadas las palabras de Germaine Greer, su participación parece «una respuesta filial y sumisa al ambiente familiar y a sus presiones»; amputada de entrada de sus propias ambiciones y crecida a la sombra del “genio”, para el mundo del arte, Luce sigue siendo una traductora silenciosa de la obra de Giacomo Balla, sierva de su creatividad, «megáfono» en la difusión de sus investigaciones y, tras la muerte del pintor, fiel vestal, junto a Elica, de su memoria.

Luce Balla, Forme rumore, años setenta, aplicaciones y bordado sobre tela a partir de un diseño y proyecto de Giacomo Balla de 1930

Luce es una joven alta y esbelta, de carácter tímido y sereno, con notables capacidades manuales y dotes creativas, en varias ocasiones reconocidas y apreciadas por su imponente y volcánico padre, que a menudo la retrata a lo largo de su vida. A partir de la infancia, en la célebre pintura Niña corriendo en el balcón (1912), realizada observando a su hija corretear por la larga terraza de la casa en Via Paisiello, detrás del Parco dei Daini de Villa Borghese.

Giacomo Balla, Bambina che corre sul balcone, 1912, óleo sobre lienzo, Milán, Museo del Novecento

En su libro, Elica recuerda que su hermana «posaba durante horas, silenciosa y aparentemente tranquila, mientras mi padre pintaba con fervor».

Giacomo Balla, Retrato de Luce, ca. 1922, óleo sobre lienzo, Colección privada

De los muchos retratos, uno en particular obtiene el favor de un cliente aristocrático, el barón Alberto Fassini, que lo compra aún en fase de ejecución, evidentemente conquistado por los «admirables pasajes de colores transparentes que casi enmarcan el rostro luminoso […]. Mi madre aprovechó este hecho para pedirle a mi padre que hiciera otro cuadro con Lucetta, cosa que él aceptó de buen grado pues así podía profundizar en el estudio de las transparencias de los velos con otros colores». El núcleo familiar en el que vive Luce es sólido y está cohesionado, pero resulta plenamente centrado en el valor artístico masculino y paterno. Lo demuestra otra pintura de Giacomo titulada Nosotros cuatro frente al espejo (1945). 

Giacomo Balla, Noi quattro allo specchio, 1945, óleo sobre lienzo, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma Capitale

El pintor se representa en primer plano y casi enteramente visible, armado de numerosos pinceles; nos recibe sonriente y casi sorprendido por la “visita” repentina al entorno en el que es indudablemente protagonista. Luce, a sus espaldas y vestida de blanco, está ocupada pintando un retrato del padre en el que se inserta, aunque recortado, un autorretrato propio: un fraseo pictórico que revela con claridad los roles y posiciones, que permite leer el afectuoso e intenso “dominio paterno” y la incondicional admiración filial. A su espalda, la madre Elisa se distrae de la lectura del periódico mientras la hermana Elica, la única que no mira hacia nuestra dirección, parece absorta en algo fuera de la escena. Giacomo Balla amó tierna y tenazmente a sus dos hijas, a quienes quiso dirigir hacia el campo del arte enseñándoles muchas cosas, aunque no la autonomía. Para la realización de sus proyectos necesita la habilidad manual de Luce, a quien confía también tareas de diseño, colaboración en la preparación de las pinturas y el rol de maestra de las jóvenes alumnas que frecuentan su atelier. Pero no les concede el natural enfrentamiento con el exterior si no es filtrado a través de sí mismo. Las dinámicas familiares contaminan profundamente la experiencia artística de Luce, que se acerca al arte total, pero con la reserva y el estilo retraído que le enseñaron desde pequeña. El juicio crítico presente en el catálogo de una exposición realizada por Luce y Elica en 1935 las define como «brotadas» de la fantasía del progenitor, ambas «almas dulces sometidas a la doctrina paterna», juicio que ha permanecido durante mucho tiempo inalterado. 

Luce Balla col padre Giacomo e la sorella Elica nella loro abitazione di via Oslavia, 1932

Escribe Giuliana Altea, en un interesante ensayo titulado Con papá». Creatividad, domesticidad y dinámicas familiares en la trayectoria de Luce y Elica Balla, que la colaboración filial estaba:

«fatalmente destinada a ser ignorada por ser precisamente “silenciosa”, pero sobre todo porque contradice abiertamente el canon de la creatividad del siglo XX, fundado en dos presupuestos: la norma del artista viril y la del genio individual».


Traduzione inglese

Syd Stapleton

Lucia Balla, eldest child of the artist Giacomo and his wife Elisa Marcucci, was renamed Luce after her father's adherence to Futurism, a name by which she spanned the entire twentieth century.

Luce Balla, Self-Portrait, 1929, Private Collection (from Francesca Lombardi, Passeggiate romane. Le artiste e la città)

Born in 1904 in Rome, Luce (Lucetta in her family) was a sensitive and quiet child who grew up in the midst of the great Futurist whirlwind. In the eye of the storm the force of the elements is contained and the atmosphere calmer, thus I imagine the development of the life of Luce and her younger sister Elica, born ten years later. If outside the domestic walls Futurism agitated the world with its total renewal, inside, on the other hand, a quiet atmosphere of family intimacy very much resembling isolation dominated. Luce did not attend school like the other girls (and this would be the case for Elica as well), she was followed at home by her parents and private teachers, she lived a childhood and adolescence without classrooms, collective lessons and schoolmates. When she grew up, her acquaintances were those of her famous father, her friendships the same, there is no trace of young men in her existence and, like her sister, she remained to live in the family “nest” without creating her own domestic dimension. She confided to Adele Cambria in a 1985 interview, “Maybe we were all in the clouds. The whole Balla family, like that. We didn't get married, who knows why? I say out of distraction." She also admitted that she spent most of her time in her room embroidering and sewing because, ”Futurism was not about private life! We young ladies continued our normal life as family girls.” Helix, on the other hand, in the pages of her book Con Balla, wrote, “With our father there was always something to observe and learn, with him one did not feel that desire for diversion from the family environment, so frequent in young people.” Certainly, the Balla household had a special and unrepeatable artistic dimension, but also oppressive in its uniqueness. As early as the mid-1910s Luce, almost a teenager, began to devote herself to embroidery and sewing in order to carry out what her father created with designs and projects. She had patience, possessed precision of execution, and her hand masterfully led the needle and threads. 

Luce Balla, Futurcipressi, 1970s, Appliqué and embroidery on fabric based on Giacomo Balla's 1925 drawing and design

Giacomo Balla's futurist researches caused many patrons and collectors, who were more attached to traditional figurative art, to turn away, and the family budget became shaky. Making objects of applied art, clothing and furniture, tapestries and toys then became a concrete necessity to straighten out household finances. Elica always remembered that her inventive father “preferred to make these things rather than paint in the old-fashioned way,” and Luce again confessed to Adele Cambria that Balla devoted himself to painting and Futurist research during the day, while “in the evening he made lampshades, screens, frames, furniture. All Futurist, but people accepted these things more. And I helped him by embroidering, that is, repeating with the needle the designs he prepared for me.”

Luce Balla, Circolpiani, 1970s, Applications and embroidery on fabric based on Giacomo Balla's drawing and design of 1925

Economic necessities led the father and the Balla sisters to set up a sort of creative workshop in which there were multiple exchanges between them, and the design and executive phases coexisted, always and exclusively mixing in the home dimension. Then, when they moved to their new house on Via Oslavia in 1929, their home became the concrete expression of what was theorized in the Futurist Manifestos, a true reconstruction of the universe, albeit enclosed within the walls of an apartment. 

The hallway of Balla's house in Via Oslavia

Art and life mingled in the creation of furniture and furnishings - even with the use of recycled materials to meet economic needs - in the decoration of rooms and objects, in paintings, sculptures, and clothing. Luce, together with Giacomo and Elica, contributed to the birth of a phantasmagorical space of forms, colors, and light that is unique and still to this day of extraordinary effect.

The kitchen of Balla's house on Via Oslavia

But determining how much of her own is involved in the creation of that astonishing dwelling (and certainly a great deal), is almost impossible because everything remains crushed by her father's fame. Visibility and recognition did not come for a long time, and even today they are scarce. Luce remained Balla's “daughter” throughout her life, talented and rich in artistic sensibility identified, however, according to critics, only through her father's footsteps. Borrowing the words of Germaine Greer, her participation appeared to be “a filial and submissive response to the family environment and its pressures” - amputated at the outset of her own ambitions and raised in the shadow of the “genius,” for the art world Luce remains a silent translator of Giacomo Balla's work, a handmaiden of his creativity, a “megaphone” in the dissemination of his research and, after the painter's death, a faithful vestal, along with Elica, of his memory. 

Luce Balla, Forme rumore, años setenta, aplicaciones y bordado sobre tela a partir de un diseño y proyecto de Giacomo Balla de 1930

Luce was a tall, slender young woman of a shy and quiet disposition, with remarkable manual skills and creative talents, on several occasions acknowledged and appreciated by her unwieldy and volcanic father, who, often throughout her life, portrayed her. Beginning in childhood, in the famous painting Bambina che corre sul balcone of 1912, made while observing his daughter frolicking on the long terrace of the house on Via Paisiello, behind Villa Borghese's Deer Park.

Giacomo Balla, Little Girl Running on the Balcony, 1912, oil on canvas, Milan, Museo del Novecento

In her book Elica recalls that her sister “posed for hours, silent and apparently still, while my father painted with fervor.”

Giacomo Balla, Portrait of Luce, c. 1922, oil on canvas, Private Collection

Of the many portraits, one in particular won the favor of an aristocratic client, Baron Alberto Fassini, who bought it while it was still being executed - evidently won over by the “admirable passages of transparent color that almost frame the luminous face... Mother took advantage of this fact to tell my father to do another painting with Lucetta, which was pleasantly accepted by him since he could, in this way, deepen the study of the transparencies of the veils with other colors.” The family unit in which Luce lived was firm and cohesive, but all centered on male and paternal artistic value. This is demonstrated in another painting by Giacomo entitled We Four in the Mirror, made in 1945. 

Giacomo Balla, Noi quattro allo specchio, 1945, oil on canvas, Rome, National Gallery of Modern Art, Rome Capital

The painter depicts himself in the foreground and almost entirely visible. Armed with multiple paintbrushes he greets us smiling and almost surprised at his sudden “visit” to the environment in which he is undoubtedly the protagonist. Luce, behind him and dressed in white, is grappling with a portrait of her father in which a self-portrait of herself is inserted, albeit cropped - a pictorial phrasing that clearly reveals roles and positions, allowing us to read the affectionate and intense “paternal dominance” and unconditional filial admiration. Behind her, her mother Elisa is distracted by reading the newspaper while her sister Elica, the only one not looking in our direction, appears distracted by something outside the scene. Giacomo Balla tenderly and tenaciously loved his two daughters, whom he wanted to direct in the field of art, teaching them many things but not autonomy. For the realization of his projects he needed the manual skills of Luce, to whom he also entrusted design tasks, collaboration in the preparation of paintings, and put her in the role of teacher of the young pupils attending his atelier. But he did not allow her a natural confrontation with the outside world unless filtered through himself. Family dynamics greatly contaminated Luce's artistic experience as she approached total art but with the reserve and secluded style she was taught from childhood. The critical judgment in the catalog of an exhibition held by Luce and Elica in 1935 calls them “springing” from their parent's imagination, both “gentle souls bent on their father's doctrine,” and the judgment has long remained unchanged.

Luce Balla col padre Giacomo e la sorella Elica nella loro abitazione di via Oslavia, 1932

Giuliana Altea writes in an interesting essay entitled “With Dad. Creativity, Domesticity and Family Dynamics in the Story of Luce and Elica Balla,” that the filial collaboration was.

«fatally destined to be ignored insofar as it was precisely ‘silent,’ but above all insofar as it sharply contradicted the canon of twentieth-century creativity, founded on two assumptions: the norm of the virile artist and that of individual genius».

 

Selma Riza
Ester Rizzo

Caori Murata

 

Selma Riza detiene vari primati: è stata la prima donna a esercitare in Turchia la professione di giornalista, è stata la prima giornalista musulmana dell’Impero Ottomano e anche la prima giovane turca a studiare alla Sorbona di Parigi. Primati tutti conquistati alla fine dell’Ottocento quando alle donne, per la prima volta, fu permesso di poter frequentare le università ma, al contempo, l’accesso alle professioni era osteggiato se non addirittura negato. In particolare, la professione di giornalista, che presupponeva un’ampia libertà di movimento, destava quasi sconcerto nel panorama misogino di quei tempi.

Selma Riza fu un’assidua e fervente sostenitrice dei diritti delle donne ed in particolare di quelle musulmane. Contestò fermamente e costantemente l’interpretazione errata della religione islamica come strumento di oppressione delle donne e limitazione della loro libertà. Affermava che erano i governanti corrotti che mistificavano l’immagine femminile dell’Islam al solo scopo di giustificare le politiche discriminatorie e sessiste. Era nata ad Istanbul, allora Costantinopoli, il 5 febbraio del 1872. La madre, Naile Hanim, aveva origini nobili austriache e con il matrimonio si convertì alla religione islamica. Fu soprattutto Naile ad incidere sulla formazione culturale di tipo europeo dei suoi figli e figlie. Il padre Ali aveva incarichi diplomatici in seno all’Impero Ottomano e fu un membro di rilievo del primo Movimento Turanista dei Giovani Turchi, un’organizzazione che sosteneva la liberazione dello Stato turco e l’avvento della democrazia. Selma nella sua vita fu testimone di radicali cambiamenti nel suo Paese: visse la dissoluzione dell’Impero e la costituzione della neo Repubblica di Turchia.

Era la più giovane di sette fra fratelli e sorelle ma il suo punto di riferimento fu il fratello maggiore Ahmet che dedicò la vita ai diritti della popolazione contadina oppressa e sfruttata. Ahmet restò, sempre, per lei, un modello da emulare e un alleato nelle tante lotte politiche e civili che intrapresero insieme. Selma, nel 1898, a ventisei anni lo raggiunse in Francia con il pretesto di perfezionare i suoi studi all’Università della Sorbona a Parigi. Studiò Sociologia e si specializzò negli studi di genere. Nella capitale francese fu accolta con favore dai Giovani Turchi di cui il fratello era un apprezzato leader. Qui iniziò a scrivere articoli per il giornale Mesveret e contemporaneamente svolgeva il ruolo di corrispondente per il giornale turco Surayi-i-Ummet. Risale a quel periodo la conoscenza e la frequentazione di Maria Pognon, presidente della Lega francese per i diritti delle donne, e Selma contribuì a destrutturare gli stereotipi sulle donne ottomane. Una sua relazione in una conferenza fu molto apprezzata da Lady Aberdeen (Maria Marjoribanks Hamilton-Gorden) che era la presidente dell’International Council of Women e la Presidente del Consiglio nazionale delle donne del Canada.

Selma Riza visse a Parigi per circa dieci anni assumendo la segreteria generale della Mezzaluna Turca e diventando socia del Comitato Unione Progresso. Si disse che fu la prima donna a diventarne socia ma nella realtà altre donne ne facevano già parte senza esplicitare pubblicamente la propria adesione. Durante la permanenza in Francia esercitò la professione di giornalista. I suoi articoli le procurarono notorietà e successo ed erano pubblicati da molti quotidiani: la sua scrittura riusciva a comunicare idee innovative con uno stile chiaro, semplice e diretto. Ma la passione per la scrittura aveva radici lontane. All’età di vent’anni aveva scritto il romanzo Uhuvvet (Fratellanza) ma non lo aveva pubblicato. Il libro uscirà postumo, nel 1999, a cura del Ministero della Cultura Turca. L'opera analizza il danno che il concubinato arrecava alle famiglie e le conseguenze tragiche dei cosiddetti matrimoni combinati. Così scriveva:

«…l’essere umano è anche uno schiavo della sua stessa specie… è uno schiavo della religione, della sharia, del sistema e delle tradizioni… schiavo di tutto».

Un altro suo romanzo è andato perduto, così come le poesie: è rimasta ai posteri solo una piccola parte della sua vasta corrispondenza. Rientrata in patria, nel 1916, con il supporto del fratello, ebbe un ruolo centrale nella trasformazione di un palazzo in una scuola superiore per ragazze. L’istruzione femminile era un tema a cui era stata sempre sensibile e fortunatamente incontrò la stessa sensibilità nella principessa ottomana Adile Sultan che era una donna molto colta e anche una poeta. La principessa donò l'edificio per creare una scuola femminile, ma prima della conclusione dei lavori purtroppo morì; il progetto tuttava fu portato a termine da Selma. Oggi il palazzo, dopo essere stato distrutto da un incendio nel 1986, ospita un Centro di istruzione e cultura. Selma Riza scrisse inoltre su testate femministe come Kadinlar Dunyasi (Mondo delle Donne) e Hanimlara Mahsus Gazete (Giornale delle donne). Anche se ci sono fonti contradditorie e resoconti molto limitati sulla sua vita e sulle sue attività viene definita per lo più come una donna assai popolare e amata, che non si faceva intimorire, esprimeva il suo pensiero con schiettezza e viveva nell’impegno costante del riscatto delle donne ottomane.

Una vecchia fotografia ci restituisce la sua immagine da giovane, seduta a uno scrittoio con la penna fra le dita e il calamaio in bella vista. Lo sguardo fiero è rivolto senza timore verso l’obiettivo del fotografo. Restano testimonianze sul suo operato da parte del primo Presidente della Repubblica di Turchia che nel 1923 la elogiò pubblicamente. Ricevette inoltre elogi e solidarietà da altre scrittrici del suo tempo, tra cui Fatma Aliye. Lo scrittore Sami Pasazade Sezai, uno dei pionieri della letteratura turca moderna, la definì “Corona della femminilità” e lei così gli scrisse, nel 1917, in una lettera:

«… Caro fratello riuscite a immaginare una donna senza poesie? Anche una contadina che semina il grano nel suo campo, lo raccoglie, lava il suo bambino nel ruscello, impasta la pasta nella sua capanna è una piccola poesia…».

Selma Riza morì il 5 ottobre del 1931 a Istanbul all’età di cinquantanove anni nel silenzio totale, già caduta nell’oblio. Si narra che al suo funerale erano presenti solo cinque persone. Nell’ultimo decennio si sta tentando, negli ambiti accademici femministi, di valorizzare la sua figura e il suo talento.


Traduzione francese

Angela Incorvaia

Selma Riza détient plusieurs records: c’était la première femme en Turquie à exercer la profession de journaliste, et la première journaliste musulmane dans l’Empire Ottoman mais aussi la première jeune turque qui a étudié à la Sobonne, à Paris. Elle a battu tous les records à la fin du XIXe siècle quand pour la première fois on a permis aux femmes de fréquenter les Università mais, en même temps, l’accés aux professions libérales était contesté, voire refusé. En particulier, la profession de journaliste, qui supposait une grande liberté de mouvement; cela a provoqué la consternation dans le contexte misogyne de cette période.  

Selma Riza a été une fervente et assidue partisane des droits des femmes et en particulier des femmes musulmanes. Elle a contesté avec fermeté et de manière constante la mauvaise interprétation de la religion Islamique comme un moyen d’oppression des femmes et aussi de limitation de leur liberté. Elle affirmait que tout cela était attribué aux dirigeants corrompus qui mystifiaient l’image féminine de l’Islam dans le seul but de justifer les politiques discriminatoires et sexistes. Elle était née à Istambul, qui s’appelait à l’époque Constantinople, le 5 février 1872. La mère, Naile Hanin, avait des origines nobles autrichiennes et elle s’est convertie par son mariage à la religion islamique. C’était surtout Naile qui a influencé l’éducation culturelle de style européen de ses fils et de ses filles. Le père Ali a occupé des fonctions diplomatiques au sein de l’Empire Ottoman; c’était aussi un membre éminent du premier Mouvenment Touraniste des jeunes turcs, une organisation qui soutenait la libération de l’Etat turc et l’avénement de la démocratie. Dans sa vie Selma a été temoin des changements radicaux de son pays: Elle a vécu la dissolution de l’Empire et la constitution de la nouvelle République de la Turquie.

C’était la plus jeune de 7 frères et soeurs. Son frère aîné Ahmet était son poit de référence; il a dédié sa vie à défendre les droits de la population paysanne opprimée et exploitée. Pour elle Ahmet a représenté un modèle à suivre et aussi un allié dans toutes ses luttes politiques et civiles qu’ils menaient ensemble. En 1898, Selma, avait 26 ans quand elle le rejoint en France sous prétexte de perfectionner ses êtudes à l’Université de la Sorbonne à Paris. Elle a étudié Sociologie et elle s’est spécialisée dans les études de genre. Elle fut très bien accueillie dans la capitale française, et surtout par les Jeunes Turcs qui appréciaient son frère comme leader. Elle a commencé à écrire des articles pour le journal Mesveret et en même temps elle joua le rôle de correspondante pour le journal turc Surayi-i- Ummet. C’est à cette êpoque, qu’elle a connu et fréquenté Maria Pognon, la présidente de la ligue française pour la défense des droits de la femme, et Selma a enfin contribué à déconstruire les stéreotypes sur les femmes ottomames. Dans une conférence, elle fut très appréciée par Lady Aberdeen ( Maria Marjoribanks Hamilton- Gorden ) qui était la présidente del l’International Council of Women et aussi la présidente du Conseil nazionale des femmes.

Selma Riza a vécu à Paris pendant presque dix ans assumant le poste de secrétaire générale du Croissant Turc et en devenant membre du comité" Union progrès ": On disait qu’elle a été la première femme à devenir membre mais en réalité d’autres femmes en faisaient déjà partie sans pour autant déclarer publiquement leur propre appartenance. Pendant sa permanance en France, elle exerçait le métier de journalste. Ses articles lui valurent une certaine notoriété et un certain succés; ils furent publiés dans de nombreux journaux: son écriture permettait de communiquer de nouvelles idées avec un style clair, simple et direct. Mais, sa passion pour l’écriture avait de lointaines racines. À l’âge de vingt ans elle avait écrit le roman Uhuvvet ( La fraternité ) mais elle ne l’avait pas publié. Le livre sera publié à titre posthume, en 1999, édité par le Ministère Turc de la culture. L’ouvrage analyse les dommages que le concubinage a causé aux familles et les conséquences tragiques des mariages dits arrangés. C’est ainsi qu’elle écrivait:

«…l’être humain est lui aussi un esclave, de sa propre espèce... c’est un esclave de la religion, de la Sharia, du système et des traditions… esclave de tout».

Un autre de ses romans a disparu, ainsi que ses poèmes: seule une infime partie de sa correspondance a été conservée. De retour dans son pays natal en 1916, avec le soutien de son frère, elle a joué un rôle central dans la transformation du palais du Sultan Adile en un lycée pour jeunes filles. L’éducation des femmes était un sujet sensible qui lui tenait à coeur et heureusement, elle retrouva cette même sensibilité chez la princesse ottomane Adile Sultan, une femme très cultivée et également une poètesse. La princesse fit don du bâtiment pour la réalisation d’une école de filles, mais, hélas elle décéda avant la fin du projet; Le projet quand a lui, put être mené à terme par Selma. Aujourd’hui le palais, abrite un centre éducatif et culturel. Aujourd’hui le palais, après avoir été détruit par un incendie en 1986, abrite un centre éducatif et culturel. Selma Riza a égalment écrit dans des journaux féministes comme Kadinlar Dunyasi ( Le monde des femmes ) e Hanimlara Mahsus Gasete ( Le journal des femmes ). Même s’il y a des sources contradictoires et des récits très limités de sa vie et de ses activités, elle est surtout cosidérée comme une femme très populaire et aimée, qui ne se laissait pas intimider, elle exprimait ses pensées avec franchise et vivait dans l’engagement constant pour la rédemption des femmes ottomanes.

Une vieille photographie nous la représente jeune, assise à un bureau avec une plume entre ses doigts et un encrier bien en vue. Le regard fier se tourne sans crainte vers l’objectif du photographe. Il existe des témoignages de son travail, notamment celui du Premier Président de la Ŕépublique de Turquie qui en 1923 l’a publiquement louêe. Elle a êgalement reçu les éloges et le soutien d’autres écrivains de son époque, notamment celles de Fatma Aliye. L’écrivain Sami Pasazade Sesai, l’un des pionniers de la littérature moderne turque, qui la qualifiait "Couronne de la féminilité" et elle lui écrivait en 1917, dans une lettre:

«… Cher frère pouvez- vous imaginer une femme sans poèsie ? Même une paysanne qui sème du blé dans son champ, le récolte; elle lave son enfant dans le ruisseau; elle pétrit la pâte dans sa chaumière; tout cela est une petite poésie…».

Selma Riza est morte le 5 octobre 1931 à Istanbul à l’âge de 59 ans dans le silence le plus total, déjà tombée dans l’oubli. On raconte qu’à son enterrement il y avait seulement cinq personnes. Dans ces 10 dernières années, des éfforts ont été déployés, dans les milieux universitaires féministes, pour mettre en valeur son image et son talent.


Traduzione spagnola

Alexandra Paternó

Selma Riza posee varios récords: fue la primera mujer que se hizo periodista en Turquía, la primera periodista musulmana del Imperio Otomano y también la primera joven turca que estudió en la Sorbona de París. Ella consiguió estos récords a finales del siglo XIX, cuando, por primera vez, se permitió a las mujeres asistir a la universidad, pero al mismo tiempo, se les negaba acceso a los oficios. En particular, la profesión de periodista, que requería gran libertad de movimiento, causaba casi turbación en el panorama misógino de la época.

Selma Riza fue una asidua y ferviente defensora de los derechos de las mujeres, en particular de las musulmanas. Cuestionó firme y constantemente la interpretación errónea de la religión islámica como instrumento de opresión de las mujeres y de limitación de su libertad. Ella afirmaba que eran los gobernantes corruptos quienes mistificaban la imagen femenina del islam con el único fin de justificar las políticas discriminatorias y sexistas. Nació en Estambul, entonces Constantinopla, el 5 de febrero de 1872. Su madre, Naile Hanim, era de origen noble austriaco y se convirtió al islam cuando se casó. Fue sobre todo Naile quien influyó en la formación cultural europea de sus hijos e hijas. Su padre, Ali, ocupó cargos diplomáticos en el Imperio Otomano y fue un miembro notable del primer Movimiento Turanista de los Jóvenes Turcos, una organización que apoyaba la liberación del Estado turco y la introducción de la democracia. En su vida Selma fue testigo de cambios radicales en su país: vivió la desintegración del Imperio y la constitución de la nueva República de Turquía.

Era la menor de siete hermanos y hermanas, pero su referente fue su hermano mayor Ahmet, que dedicó su vida a los derechos de la población campesina oprimida y explotada. Ahmet siguió siendo siempre para ella un modelo a imitar y un compañero en las numerosas luchas políticas y civiles que emprendieron juntos. En 1898, a los veintiséis años, Selma se reunió con él en Francia con el pretexto de perfeccionar sus estudios en la Universidad de la Sorbona de París. Estudió Sociología y se especializó en estudios de género. En la capital francesa fue bien recibida por los Jóvenes Turcos, de los que su hermano era un apreciado líder. Allí comenzó a escribir artículos para el periódico Mesveret y, al mismo tiempo, desempeñaba el papel de corresponsal para el periódico turco Surayi-i-Ummet. En este periodo conoció a Maria Pognon, presidenta de la Liga Francesa por los Derechos de la Mujer, y Selma contribuyó a desmontar los estereotipos sobre las mujeres otomanas. Uno de sus informes presentado en una conferencia fue muy apreciado por Lady Aberdeen (Maria Marjoribanks Hamilton-Gorden), que era la presidenta del Consejo Internacional de Mujeres y la presidenta del Consejo Nacional de Mujeres de Canadá.

Selma Riza vivió en París durante unos diez años, asumiendo el cargo de secretaria general de la Medialuna Turca y convirtiéndose en miembro del Comité Unión Progreso. Se dijo que fue la primera mujer en convertirse en miembro, pero en realidad otras mujeres ya formaban parte del comité sin hacer pública su adhesión. Durante su estancia en Francia ejerció la profesión de periodista. Sus artículos le hicieron ganar notoriedad y éxito y fueron publicados por muchos periódicos: su escritura lograba comunicar ideas innovadoras con un estilo claro, sencillo y directo. En realidad, su pasión por la escritura tenía raíces lejanas. A los veinte años había escrito la novela Uhuvvet (Hermandad), pero no la había publicado. El libro se fue publicado póstumamente, en 1999, por el Ministerio de Cultura turco. La obra analiza el daño que el concubinato causaba a las familias y las trágicas consecuencias de los llamados matrimonios concertados. Así escribía:

«... el ser humano es también esclavo de su propia especie... es esclavo de la religión, de la sharía, del sistema y de las tradiciones... esclavo de todo».

Otra de sus novelas se ha perdido, al igual que sus poemas: solo ha quedado para la posteridad una pequeña parte de su extensa correspondencia. De vuelta a su país natal, en 1916, con el apoyo de su hermano, desempeñó un papel fundamental en la transformación del palacio del Adile Sultán en un instituto para chicas: la educación femenina era un tema que siempre le había interesado y, afortunadamente, encontró la misma sensibilidad en la princesa otomana Adile Sultan, una mujer muy culta y también poeta. La princesa donó el edificio para crear una escuela femenina, pero lamentablemente falleció antes de que concluyeran las obras; sin embargo, Selma llevó a cabo el proyecto. Hoy en día, el palacio, tras ser destruido por un incendio en 1986, alberga un centro de educación y cultura. Selma Riza también escribió en periódicos feministas como Kadinlar Dunyasi (El mundo de las mujeres) y Hanimlara Mahsus Gazete (Periódico de las mujeres). Aunque hay fuentes contradictorias y relatos muy limitados sobre su vida y sus actividades, se la describe principalmente como una mujer muy popular y querida, que no se dejaba intimidar, expresaba sus opiniones con franqueza y vivía comprometida con la emancipación de las mujeres otomanas.

Una antigua fotografía nos muestra su imagen de joven, sentada ante un escritorio con una pluma entre los dedos y un tintero a la vista. Su mirada orgullosa se dirige sin miedo hacia la cámara del fotógrafo. Tenemos testimonios de su obra también gracias al primer presidente de la República de Turquía que la elogió públicamente en 1923. También recibió elogios y muestras de solidaridad de otras escritoras de su época, entre ellas Fatma Aliye. El escritor Sami Pasazade Sezai, uno de los pioneros de la literatura turca moderna, la definió como «la corona de la feminidad» y ella le escribió lo siguiente en una carta en 1917:

«... Querido hermano, ¿puedes imaginar a una mujer sin poesía? Incluso una campesina que siembra trigo en su campo, lo cosecha, lava a su hijo en el arroyo, amasa la pasta en su cabaña es una pequeña poesía...».

Selma Riza murió el 5 de octubre de 1931 en Estambul a la edad de cincuenta y nueve años en el silencio total, ya caída en el olvido. Se dice que solo cinco personas asistieron a su funeral. En la última década, en los círculos académicos feministas se está intentando valorizar su figura y su talento.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

Selma Riza holds several records: she was the first woman to work as a journalist in Turkey, the first Muslim journalist in the Ottoman Empire, and also the first young Turkish woman to study at the Sorbonne in Paris. She achieved all these firsts at the end of the 19th century, when women were allowed to attend university for the first time but, at the same time, access to professions was discouraged, if not denied altogether. In particular, the profession of journalist, which required considerable freedom of movement, was almost unthinkable in the misogynistic climate of the time.

Selma Riza was a staunch and fervent supporter of women's rights, particularly those of Muslim women. She firmly and consistently challenged the misinterpretation of Islam as a tool for oppressing women and limiting their freedom. She claimed that it was corrupt rulers who distorted the image of women in Islam for the sole purpose of justifying discriminatory and sexist policies. She was born in Istanbul, then Constantinople, on February 5, 1872. Her mother, Naile Hanim, was of noble Austrian descent and converted to Islam upon marriage. It was Naile who had the greatest influence on the European cultural education of her sons and daughters. Her father Ali held diplomatic posts within the Ottoman Empire and was a prominent member of the first Turanist Movement of the Young Turks, an organization that supported the liberation of the Turkish state and the advent of democracy. Selma witnessed radical changes in her country during her lifetime: she lived through the dissolution of the Empire and the establishment of the new Republic of Turkey.

She was the youngest of seven siblings, but her role model was her older brother Ahmet, who dedicated his life to the rights of the oppressed and exploited peasant population. Ahmet remained, for her, a role model and an ally in the many political and civil struggles they undertook together. In 1898, at the age of 26, Selma joined him in France under the pretext of furthering her studies at the Sorbonne University in Paris. She studied sociology and specialized in gender studies. In the French capital, she was welcomed by the Young Turks, of whom her brother was a respected leader. Here she began writing articles for the newspaper Mesveret and at the same time worked as a correspondent for the Turkish newspaper Surayi-i-Ummet. It was during this period that she met and became friends with Maria Pognon, president of the French League for Women's Rights, and Selma helped to break down stereotypes about Ottoman women. A report she gave at a conference was highly appreciated by Lady Aberdeen (Maria Marjoribanks Hamilton-Gorden), who was president of the International Council of Women and president of the National Council of Women of Canada.

Selma Riza lived in Paris for about ten years, taking on the role of general secretary of the Turkish Red Crescent and becoming a member of the Union Progress Committee. It was said that she was the first woman to become a member, but in reality other women were already members without publicly declaring their membership. During her stay in France, she worked as a journalist. Her articles brought her fame and success and were published in many newspapers: her writing managed to communicate innovative ideas in a clear, simple, and direct style. But her passion for writing had deep roots. At the age of twenty, she had written the novel Uhuvvet (Brotherhood) but had not published it. The book was published posthumously in 1999 by the Turkish Ministry of Culture. The work analyzes the damage that concubinage caused to families and the tragic consequences of so-called arranged marriages. She wrote:

«...human beings are also slaves to their own kind... they are slaves to religion, to Sharia law, to the system and to traditions... slaves to everything».

Another of her novels has been lost, as have her poems: only a small part of her extensive correspondence has survived. Returning to her homeland in 1916, with the support of her brother, she played a central role in transforming a palace belonging to Sultan Adile into a high school for girls. Female education was an issue she had always been sensitive to and, fortunately, she found the same sensitivity in the Ottoman princess Adile Sultan, who was a highly educated woman and also a poet. The princess donated the building to create a girls' school, but sadly died before the work was completed; however, the project was carried out by Selma. Today, after being destroyed by fire in 1986, the palace houses an education and cultural center. Selma Riza also wrote for feminist newspapers such as Kadinlar Dunyasi (Women's World) and Hanimlara Mahsus Gazete (Women's Newspaper). Although there are contradictory sources and very limited accounts of her life and activities, she is mostly described as a very popular and beloved woman who was not easily intimidated, expressed her thoughts frankly, and lived with a constant commitment to the emancipation of Ottoman women.

An old photograph shows her as a young woman, sitting at a desk with a pen in her fingers and an inkwell in plain view. Her proud gaze is directed fearlessly toward the photographer's lens. There are testimonies of her work from the first President of the Republic of Turkey, who publicly praised her in 1923. She also received praise and solidarity from other writers of her time, including Fatma Aliye. The writer Sami Pasazade Sezai, one of the pioneers of modern Turkish literature, called her “the crown of femininity,” and she wrote in 1917:

«...Dear brother, can you imagine a woman without poetry? Even a peasant woman sowing wheat in her field, harvesting it, washing her child in the stream, kneading dough in her hut is a little poem...».

Selma Riza died on October 5, 1931, in Istanbul at the age of fifty-nine, in total silence, already forgotten. It is said that only five people attended her funeral. In the last decade, feminist academics have been trying to promote her figure and her talent.

 

Le giornaliste da tutto il mondo

Toponomastica femminile dedica Calendaria 2026 alle giornaliste che hanno impiegato la propria vita nella diffusione di informazioni di interesse pubblico, fornendo una visione dettagliata e inclusiva del mondo e contribuendo alla libertà d’espressione e alla democrazia.

Con questa ultima edizione, edita da Matilde editrice, l’associazione prosegue il proprio impegno culturale volto a valorizzare il ruolo delle donne nella costruzione della memoria collettiva e del sapere condiviso. Calendaria 2026 si configura come uno strumento editoriale di divulgazione storica e civile, capace di mettere in luce figure femminili che hanno inciso profondamente nella storia dell’informazione.

Il progetto intende restituire visibilità a giornaliste di epoche, paesi e contesti differenti, che hanno spesso operato in condizioni di marginalità, censura o rischio personale, affermando con determinazione il diritto all’informazione e alla verità e contribuendo al rafforzamento dei principi di libertà, pluralismo e democrazia. Attraverso schede biografiche, approfondimenti e riferimenti storici, Calendaria diventa un percorso di conoscenza accessibile a tutte e tutti, capace di stimolare riflessione critica e consapevolezza sul valore sociale del giornalismo. Un invito a riconoscere l’autorevolezza delle donne nella narrazione del mondo e a promuoverne una rappresentazione più equa ed inclusiva. 

Ogni mese di cui si compone Calendaria 2026 è illustrato da un'artista differente e ogni settimana, sulla testata giornalistica www.vitaminevaganti.com, saranno pubblicati in italiano, francese, spagnolo e inglese, le biografie delle protagoniste di questa edizione.

Gennaio
Calendaria 2026 - Selma Riza
Calendaria 2026 - Matilde Serao
Calendaria 2026 - Hani Motoko
Calendaria 2026 - Catharina Ahlgren
Calendaria 2026 - Carmen de Burgos

Matilde Serao
Valeria Pilone

Caori Murata

 

 La prima donna in Italia a fare breccia nel tetto di cristallo del giornalismo è stata Matilde Serao. Nasce il 7 marzo 1856 a Patrasso, in Grecia, perché suo padre napoletano, Francesco Saverio, era fuggito in esilio a seguito dei moti del 1848, in quanto antiborbonico, e lì aveva conosciuto Paolina Borrelly Scanavy, madre di Matilde, principessa greca originaria di Istanbul. La famiglia ritorna a Napoli nel 1860 e Matilde ha a che fare con il mestiere del giornalismo sin da piccola nella redazione de “Il Pungolo”, presso cui il padre lavora. Da giovanissima sa cosa vuol dire rimboccarsi le maniche per aiutare la propria famiglia: inizia a studiare tardi perché deve lavorare da ausiliaria presso le Poste e i Telegrafi della città, ma a quindici anni consegue il diploma magistrale e la vocazione letteraria in lei maturerà in modo sempre più preponderante. La giovane Serao vive in un’epoca di grandi fermenti, ma anche di crisi e di cambiamenti della società italiana post-unitaria, che lei ha saputo descrivere e interpretare con franchezza attraverso il suo lavoro di giornalista, come ama definirsi. Comincia a scrivere brevi articoli di giornale e varie novelle e nel frattempo, nel 1879, conosce Eleonora Duse, con la quale stringe un forte legame di amicizia.

Matilde Serao con Eleonora Duse, 1897

Nel 1882 si trasferisce a Roma nel tentativo di farsi conoscere e dare una svolta alla sua carriera, ma l’ambiente affettato e altolocato della capitale non favorisce i suoi modi diretti e spontanei. Tale ambiente è lo stesso che nel 1900 vedrà l’arrivo di Grazia Deledda, la quale avrà non poche difficoltà ad affermare il suo talento, riconosciuto dal conferimento del Nobel nel 1926: anche Serao è candidata, ma non lo vince probabilmente per il suo impegno antinazionalista e antimilitarista che spiace a Mussolini. Nel 1883 viene pubblicato Fantasia, un romanzo che narra la storia avventurosa di due amiche – delle quali una si innamora del marito dell’altra – e che la rende famosa, ma viene bocciato dal critico Edoardo Scarfoglio, con cui Serao ben presto però intreccerà un sodalizio professionale e relazionale che esiterà nel matrimonio del 1885. Di lei Edoardo aveva scritto a un amico:

«Questa donna tanto convenzionale e pettegola e falsa tra la gente e tanto semplice, tanto affettuosa, tanto schietta nell’intimità, tanto vanitosa con gli altri e tanto umile meco, tanto brutta nella vita comune e tanto bella nei momenti dell’amore, tanto incorreggibile e arruffona e tanto docile agli insegnamenti, mi piace troppo, troppo, troppo».

 

Nel 1884 pubblica Il ventre di Napoli, una raccolta di cronache che erano state pubblicate in varie riviste e che trattavano le condizioni di vita miserrime dei quartieri poveri della città, ma anche la constatazione dell’arretratezza della plebe e del suo fatalismo, che la induce ad accettare passivamente la propria condizione. La scrittura di Serao assume, dunque, carattere di denuncia sociale. L’attività lavorativa ferve, Serao scrive articoli su usi, costumi, avvenimenti sociali, moda, sport, e contemporaneamente romanzi. Nella sua biografia, Anna Banti afferma che «Donna Matilde aveva il giornalismo nel sangue». Fonda con il marito il “Corriere di Roma” che però non decolla per la concorrenza de “La Tribuna”.

Matilde Serao con Edoardo Scarfoglio, 1885

Così Matilde ed Edoardo tornano a Napoli, fondano il “Corriere di Napoli”, nato dalla fusione tra il “Corriere di Roma” e il “Corriere del Mattino”, e dopo pochi anni, nel 1892, fondano il quotidiano “Il Mattino”. Nel 1891 viene pubblicato sul “Corriere di Napoli” il romanzo di maggiore impegno sociale della scrittrice, Il paese di Cuccagna, che in venti capitoli affronta il tema della passione dei napoletani per il gioco del lotto e le conseguenze autodistruttive sui protagonisti della vicenda narrata. È in questi anni che accade un avvenimento che sconvolge la vita di Matilde: dopo un litigio, Scarfoglio la tradisce con una cantante di teatro, Gabrielle Bessard. La ragazza rimane incinta ma Edoardo non vuole lasciare Matilde: la vicenda ha un epilogo tragico, poiché Gabrielle raggiugerà la casa degli Scarfoglio, lascerà la neonata sulla soglia e si sparerà un colpo di pistola davanti a Serao. Matilde prenderà con sé la bambina, ma ormai la relazione con il marito sarà irrecuperabile. “Il Mattino” non vuole dare la notizia che verrà diffusa, invece, dal “Corriere di Napoli”. In seguito, nel 1900, il giornale della coppia viene travolto da uno scandalo per un’inchiesta condotta sul senatore Giuseppe Saredo. A nulla vale la difesa di Scarfoglio dalle colonne del giornale: Matilde abbandona la redazione. Ma una donna di tale tempra non si abbatte facilmente di fronte alle avversità, e così, conosciuto il giornalista Giuseppe Natale nel 1903, fonda con lui un nuovo giornale, Il Giorno, la prima volta come fondatrice per una donna. Natale diventa anche il suo nuovo compagno e dalla loro unione nasce Eleonora, la bambina che porta il nome della cara amica Duse. Matilde muore il 25 luglio del 1927 colta da un infarto mentre è intenta a scrivere.

Napoli ricorda Matilde Serao. Foto di Giuliana Cacciapuoti

Come sostiene lo studioso Giulio Ferroni, la scrittura di Serao è caratterizzata dall’efficacia di uno «stile limpido e comunicativo, temprato dall’esercizio giornalistico», che le permette di avere successo presso il pubblico ma anche presso critici come Benedetto Croce, che ne evidenziò la «fantasia mirabilmente limpida e viva» e come «Ella è tutta osservazione realistica e sentimento; o meglio, osservazione mossa da sentimento». Serao fu sempre in aperta e schietta polemica con il femminismo. Come ricorda Vera Gheno in Parole d’altro genere,

«era consapevole che le donne avrebbero avuto bisogno di studiare, di vivere le loro vite con più equità; ma non riteneva necessario che ciò avvenisse tramite quello che per lei era un adeguamento al modello maschile. […] Nei suoi scritti, l’autrice affermava, in maniera più o meno esplicita, che la donna dovesse rimanere donna, centrata sulla famiglia e sui figli, senza inseguire i maschi sul loro terreno».

La giornalista non era ostile alle donne, bensì infastidita rispetto agli obiettivi che il femminismo dell’epoca si dava, come per esempio il diritto di voto: Serao affermava che non aveva senso avere il diritto di andare a votare se le condizioni concrete e quotidiane delle donne rimanevano precarie («Sono ormai persuase di aver esercitato con coscienza uno dei più preziosi diritti della donna; sanno di aver compiuto una missione, non troppo bene quale, ma è una missione», da Votazione femminile, 1879 in Dal vero). Sembra essere questa – a una prima superficiale analisi – la sensazione che coglie lo spettatore del film C’è ancora domani di Paola Cortellesi: la condizione di violenza domestica che la protagonista Delia subisce non muterà, perché lei decide di non fuggire via con il suo vero e primo amore Nino, ma di restare con la sua famiglia e di andare a votare. Oggi sappiamo bene che tale diritto è assolutamente importante e prioritario, perché rende una persona pienamente cittadino/a, che partecipa alla vita politica e sociale del proprio Paese. Sappiamo anche che, grazie al diritto di voto e alla piena partecipazione politica, le donne hanno potuto incidere sul cambiamento della società con le loro istanze: si pensi alla riforma del diritto di famiglia, all’accesso alle carriere pubbliche, alla legge 194/78, al divorzio, all’abolizione del matrimonio riparatore e del delitto d’onore, ma soprattutto alla possibilità che ventuno donne hanno avuto di essere elette nell’Assemblea Costituente e di dare significativi contributi alla stesura della legge fondamentale del nostro Stato, la Costituzione.

Serao non poteva ancora comprendere tale portata rivoluzionaria dell’esercizio dei diritti politici perché – a mio avviso – ella guardava alla concretezza dell’immediato piuttosto che alla lungimiranza di un progetto a lungo termine. Nel suo volume Parla una donna. Diario femminile di guerra, Maggio 1915-Marzo 1916 (raccolta di articoli usciti sul quotidiano “Il Giorno” tra il 1915 e il 1916 sul ruolo assunto dalle donne durante il primo conflitto mondiale mentre gli uomini erano a combattere), la scrittrice presenta una visione conservatrice del ruolo della donna nella società in linea con la mentalità di fine Ottocento e con la propaganda di guerra.

Oggi rileggeremmo con altri occhi la sua posizione, dotati di ulteriori strumenti di emancipazione, ma resta indiscusso il talento di Serao nel cogliere il reale parlando alle donne delle donne, come affermava Anna Banti, in modo diretto e con passione. Con l’incipit incisivo della raccolta Il ventre di Napoli («Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli… e se non lo conosce il governo, chi deve conoscerlo?») incentivò l’inchiesta Saredo sulla corruzione, lo sventramento dei quartieri malsani di Napoli, la prima Legge Speciale per il Sud voluta da Francesco Saverio Nitti con l’insediamento dell’Ilva. Una scrittrice e giornalista che merita di essere studiata sin dai banchi di scuola, in un percorso che porta dal Realismo francese di Germinale di Zola al Verismo italiano dei Malavoglia di Verga.


Traduzione francese

Angela Incorvaia

Matilde Serao a été la première femme en Italie qui a brisé le plafond de verre du journalisme. Elle est née le 7 mars 1856 à Patras, en Grèce, parce que son père Francesco Saverio qui était napolitain, s’était exilé suite aux évenements de 1848, car il était anti - Bourbon, et c'est là qu’il avait rencontré sa femme Paolina Borrely Scanavy, la mère de Matilde, une princesse grecque originaire d’Istanbul. La famille retourne à Naples en 1860 et Matilde baigne dans le journalisme depuis son plus jeune âge, au sein de la rédaction du Le Pungolo, où son père travaille. Dès son plus jeune âge elle sait ce que signifie se retrousser les manches pour aider sa propre famille: elle commence ses études tardivement parce qu’elle doit travailler comme auxiliaire à la Poste et au bureau de télégraphe de la ville, mais à 15 ans elle obtient son diplôme d’enseignement et c’est ainsi que sa vocation littéraire mûrira en elle de manière de plus en plus prépondérante. La jeune Serao vit dans une époque de grande effervescence mais aussi de crise et de changement de la société italienne post- Unification, qu’elle a su décrire et interprèter avec franchise à travers son travail de journaliste, comme elle aime se définir. Elle commence à écrire de brefs articles de journaux et diverses nouvelles et, entre- temps, elle rencontre Eleonora Duse, avec qui elle tisse des liens étroits d’amitié.

Matilde Serao avec Eleonora Duse, 1897

En 1882 ele déménage à Rome pour tenter de se faire connaître et de donner un nouvel élan à sa carrière, mais le milieu snob elitiste de la capitale ne lui est pas favorable ni à sa franchise ni à sa spontaneité. C'est en1900, dans ce même milieu qu’arrivera Grazia Deleda; elle aussi aura de nombreuses difficultés à faire valoir son talent, reconnu par l’attribution du prix Nobel en 1926: Serao est aussi candidate, mais elle ne l’emportera pas probablement en raison de son engagement antinationaliste et antimilitariste, ce que Mussolini n’apprécie guère. En 1883 Fantasia fut publiê, un roman qui raconte l’histoire pleines d’aventures de deux amies - dont l’une tombe amoureuse de l’autre - et qui la rend cêlèbre, mais qui est rejeté par le critique Edoardo Scarfoglio, avec lequel Serao nouera bientôt une collaboration professionnelle et sentimentale qui aboutira au mariage en1885. Edoardo avait êcrit d’elle à un ami:

«cette femme si conventionnelle, si bavarde, si fausse en sociétê, et pourtant si simple, si affectueuse, si sincère en intimité, si vaniteuse avec les autres et si humble avec moi- même, si laide dans la vie de tous les jours et si belle dans les divers moments d’amour, si incorruptible, si négligée et si docile aux enseignements, je l' aime beaucoup trop beaucoup trop, beaucoup trop».

 

En 1884 elle publie Le ventre de Naples, un recueil de chroniques qui ont été publiées dans de nombreuses revues qui traitaient les conditions de vie misérables des quartiers pauvres de la ville, mais aussi de la contestation du retard des plébéiens et de leur fatalisme qui l’amène à accepter passivement sa propre condition. L' écriture de Serao prend donc le caractère d’une dénonciation sociale. L'activité de travail bat son plein, elle écrit des articles sur les coutumes sociales, la mode, le sport, et en mëme temps des romans. Dans sa biographie, Anna Banti affirme que «Donna Matilde avait le journalisme dans le sang». Elle fonda avec son mari le Corriere de Rome, qui, cependant n' a pas connu le succès escompté en raison de la concurrence de la Tribune.

Matilde Serao avec Edoardo Scarfoglio, 1885

Ainsi Matilde et Edoardo retournèrent à Naples, et ils fondèrent le Corriere de Naples, né de la fusion entre le Corriere de Rome et le Corriere du Matin, et peu d’années après, en 1892, ils fondèrent le quotidien Le Matin. En 1891 le Corriere de Naples publia le roman le plus engagé socialement, racontant la passion des Napolitains pour la loterie et les conséquences autodestructives pour les protagonistes de l’histoire. C'est durant ces années qu’un évènement boulversera la vie de Matilde: Après une dispute, Scarfoglio la trompe avec une chanteuse de théatre, Gabrielle Bessard. La jeune fille tombe enceinte mais Edoardo refuse de quitter Matilde: Gabrielle arrivera chez les Scarfoglio, elle déposera le nouveau né sur le pas de la porte et se suicidera avec un coup de pistolet devant Serao. Matilde emmènera avec elle la petite fille, mais cependant la relation avec son mari sera complètement brisée. Le Matin refuse de publier l’information, qui sera diffusée par le Corriere de Naples. Par la suite, en 1900, un scandale éclatera alors, au sein du journal du couple, lié à une enquête menée par le Senateur Giuseppe Saredo. La défense de Scarfoglio dans les colonnes du journal reste vaine: Matilde met fin à leur relation. Mais une femme d’un tel courage ne se laisse pas abattre par l’adversité, et ayant rencontré le journaliste Giuseppe Natale, en 1903, elle fonda avec lui un nouveau journal, Le Jour; elle devient la première femme fondatrice. Natale deviendra son nouveau compagnon et par leur union naîtra une petite fille qu’ils appelleront Eleonora, comme le prénom de leur très chère amie Duse. Matilde meurt le 25 juillet 1927 d’une crise cardiaque alors qu’elle était en train d’écrire.

Naples se souvient de Matilde Serao. Photo de Giuliana Cacciapuoti.

Comme l’affirme le chercheur Giulio Ferroni, l’écriture de Serao se caractérise par l’éfficacité d’un «style clair et communicatif, tempéré par la pratique journalistique», ce qui lui permet d’avoir du succés parmi le pubbic mais aussi parmi les critiques tels que Benedetto Croce; ce dernier met en lumière la «fantaisie merveilleusement claire et vivante» et comment «tout est observation et sentiment réalistes; ou plutôt, observation guidée par la sensibilité» Serao était toujours en polémique ouverte et franche avec le féminisme. Comme le rappelle Vera Gheno dans les Mots d’autre genre,

«elle était consciente que les femmes auraient eu besoin d’étudier pour vivre leur vie avec plus d’égalité; mais elle ne jugeait pas nécessaire que cela se produise par l’intermédiaire de ce qui , pour elle, était une adaptation au modèle masculin. [...] Dans ses écrits, l’auteur affirmait, plus ou moins explicitement, que les femmes devaient rester des femmes, centrées sur la famille et les enfants, sans poursuivre leur propre terrain masculino».

La journaliste n’était pas hostile aux femmes, mais plutôt agacée par les objectifs que le féminisme de l’époque s’est fixé, comme par exemple le droit de vote: Serao affirmait que c 'était absurde d’avoir le droit de vote si les conditions concrètes et quotidiennes des femmes restaient précaires («Elles sont dèsormais convaincues d’avoir exercé consciencieusement l' un des droits les plus précieux de la femme; elles savent qu’elles ont accompli une mission, sans trop savoir laquelle, mais c' est une mission», issue du Vote des femmes, 1879). Il semble que ce soit - à première vue superficielle - la sensation que le spectateur du film éprouve Il y a encore demain de Paola Cortellesi: la situation de violence domestique que subit l’héroine Delia ne changera pas, car elle décide de ne pas s’enfuir avec son vrai et premier amour Nino, mais de rester auprès de sa famille et d'aller voter. Aujourd'hui nous savons bien que tel droit est absolument important et fondamental car il fait de chacun un citoyen/ne, qui participe à la vie politique et sociale de son pays. Nous savons également que, grâce au droit de vote et à la pleine participation politique, les femmes ont pu influencer les changements de la société par leurs revendications: Pensons à la réforme du droit de la famille, à l’accès aux carrières politiques, à la loi 194/78, au divorce, à l’abolizione du mariage réparateur et de la dette d’honneur, mais surtout à la possibilità que 21 femmes ont eu d'être élues à l'Assemblée Constituante et qu 'elles contribuent de manière significative à la rédaction de la loi fondamentale de notre Etat, la Constitution.

Serao nel pouvait pas encore comprendre telle signification révolutionnaire de l’exercice des droits politiques parce que - à mon avis - elle s’interessait au concret de l’immédiat plutôt qu’à la perspective d 'un projet à long terme. Dans son ouvrage Parle une femme. Journal de guerre d'une femme, mai 1915-mars 1916 ( recueil d’articles publiés dans le quotidien Il Giorno entre 1915 et 1916 sur le rôle assumé par des femmes pendant la première guerre mondiale tandis que les hommes combattaient); l' auteur présente une vision conservatrice du rôle des femmes dans la société, conforme à la mentalité de la fin du XlXe siècle et à la propagande de guerre.

Aujourd' hui nous relirions sa position différemment, fort des outils d’émancipation, mais le talent de Serao pour saisir la réalité en s’adressant aux femmes, comme l’a souligné Anna Banti, de manière directe et passionée demeure incontestable. Le recueil s’ouvre sur l’incipit incisif du poème Le Ventre de Naples («Vous ne le saviez pas, honorable Depretis, le Ventre de Naples... et si le gouvernement l’ignore, qui le saurait?») elle encourage l’enquête de Saredo sur la corruption, la démolition des quartiers insalubres de Naples et la première loi spéciale pour le Sud, souhaitée par Francesco Saverio Nitti, avec la création de l’Ilva. C'est une femme écrivain et journaliste dont l' oeuvre mérite d’être étudiée dans les premières années scolaires, dans un parcours qui mène du Réalisme français du Germinale de Zola au Vérisme italien des Malavoglia de Verga.


Traduzione spagnola

Laura Cavallaro

 La primera mujer en Italia en abrirse paso en el techo de cristal del periodismo fue Matilde Serao. Ella nace el 7 de marzo de 1856 en Patras, Grecia, porque su padre napolitano, Francesco Saverio, se había exiliado tras las revueltas de 1848, pues era antiborbónico, y allí conoció a Paolina Borrelly Scanavy, madre de Matilde, princesa griega originaria de Estambul. La familia regresa a Nápoles en 1860, y Matilde tiene contacto con el oficio periodístico desde pequeña en la redacción de «Il Pungolo», donde trabaja su padre. Desde muy joven comprende lo que significa arremangarse para ayudar a su familia: comienza a estudiar tarde porque debe trabajar como auxiliar en Correos y Telégrafos de la ciudad, pero a los quince años obtiene el diploma de magisterio y su vocación literaria se iría desarrollando cada vez más. La joven Serao vive en una época de grandes fermentos, pero también de crisis y cambios en la sociedad italiana tras su unificación, que supo describir e interpretar con franqueza a través de su trabajo de periodista, como ella misma gustaba definirse. Comienza escribiendo breves artículos de periódico y varias novelas, y mientras tanto, en 1879, conoce a Eleonora Duse, con quien forja un fuerte vínculo de amistad.

Matilde Serao con Eleonora Duse, 1897

En 1882 se traslada a Roma en un intento de darse a conocer y dar un giro a su carrera, pero el ambiente afectado y elitista de la capital no favorecía sus modos directos y espontáneos. Ese mismo ambiente sería el que, en 1900, recibiría a Grazia Deledda, quien también enfrentaría numerosas dificultades para afirmar su talento, reconocido posteriormente con el Nobel en 1926: Serao también es candidata, pero probablemente no lo gana por su compromiso antinacionalista y antimilitarista, que desagradará a Mussolini. En 1883 se publica Fantasia (Fantasía 1892), una novela que narra la historia aventurera de dos amigas –una de las cuales se enamora del esposo de la otra– y que la hizo famosa, aunque es rechazada por el crítico Edoardo Scarfoglio, con quien Serao pronto establecería un vínculo profesional y personal que culminaría en matrimonio en 1885. Sobre ella, Edoardo había escrito a un amigo:

«Esta mujer, tan convencional y chismosa y falsa entre la gente, y tan simple, tan afectuosa, tan sincera en la intimidad, tan vanidosa con los demás y tan humilde conmigo, tan fea en la vida cotidiana y tan bella en los momentos del amor, tan incorregible y alborotadora y tan dócil a las enseñanzas, me gusta demasiado, demasiado, demasiado».

 

En 1884 publica Il ventre di Napoli (El vientre de Nápoles 2016), una colección de crónicas que habían sido publicadas en varias revistas y que trataban las condiciones de vida miserables de los barrios pobres de la ciudad, así como la constatación del atraso de la plebe y su fatalismo, que la llevaba a aceptar pasivamente su situación. La escritura de Serao adquiere, por tanto, un carácter de denuncia social. Su actividad laboral es intensa: Serao escribe artículos sobre usos, costumbres, acontecimientos sociales, moda, deportes y, al mismo tiempo, novelas. En su biografía, Anna Banti afirma que «Doña Matilde tenía el periodismo en la sangre». Funda con su marido el Corriere di Roma, que no prosperó debido a la competencia de "La Tribuna".

Matilde Serao con Edoardo Scarfoglio, 1885

Así, Matilde y Edoardo regresan a Nápoles, fundan el Corriere di Napoli, que surge de la fusión entre el Corriere di Roma y el Corriere del Mattino, y después de pocos años, en 1892, fundan el diario Il Mattino. En 1891 se publica en el Corriere di Napoli la novela de mayor compromiso social de la escritora, Il paese di Cuccagna, (La tierra de la abundancia 2025) que en veinte capítulos aborda la pasión de los napolitanos por el juego de lotería y las consecuencias autodestructivas para los protagonistas de la historia. En esos años ocurre un acontecimiento que sacude la vida de Matilde: tras una discusión, Scarfoglio la traiciona con una cantante de teatro, Gabrielle Bessard. La joven se queda embarazada, pero Edoardo no quiere dejar a Matilde: la historia tiene un desenlace trágico, ya que Gabrielle llegará a la casa de los Scarfoglio, dejará a la recién nacida en la puerta y se disparará delante de Serao. Matilde se quedará con la niña, pero su relación con el marido ya será irreparable. Il Mattino no quiere dar la noticia, que en cambio será difundida por el Corriere di Napoli. Posteriormente, en 1900, el periódico de la pareja se ve envuelto en un escándalo debido a una investigación sobre el senador Giuseppe Saredo. No sirve de nada la defensa de Scarfoglio desde las columnas del diario: Matilde abandona la redacción. Pero una mujer de semejante temple no se deja abatir fácilmente ante las adversidades, y así, tras conocer al periodista Giuseppe Natale en 1903, funda con él un nuevo periódico, Il Giorno: es la primera vez que una mujer fundaba un diario. Natale se convierte también en su nuevo compañero, y de su unión nace Eleonora, la niña que lleva el nombre de su querida amiga Duse. Matilde muere el 25 de julio de 1927, víctima de un infarto mientras escribía.

Nápoles recuerda a Matilde Serao. Foto de Giuliana Cacciapuoti.

Como sostiene el estudioso Giulio Ferroni, la escritura de Serao se caracteriza por la eficacia de un «estilo claro y comunicativo, templado por el ejercicio periodístico», lo que le permite tener éxito tanto entre el público como entre críticos como Benedetto Croce, quien destacó su «fantasía maravillosamente clara y viva» y que «Ella es toda observación realista y sentimiento; o mejor, observación movida por el sentimiento». Serao siempre mantuvo una abierta y franca polémica con el feminismo. Como recuerda Vera Gheno en Parole d’altro genere,

«era consciente de que las mujeres necesitarían estudiar, vivir sus vidas con mayor equidad; pero no consideraba necesario que ello se lograra mediante lo que para ella era una adaptación al modelo masculino. […] En sus escritos, la autora afirmaba, de manera más o menos explícita, que la mujer debía permanecer mujer, centrada en la familia y los hijos, sin perseguir a los hombres en su terreno».

La periodista no era hostil hacia las mujeres, sino más bien crítica respecto a los objetivos que el feminismo de la época perseguía, como por ejemplo el derecho al voto: Serao afirmaba que no tenía sentido tener el derecho a votar si las condiciones concretas y cotidianas de las mujeres seguían siendo precarias («Ya están convencidas de haber ejercido con conciencia uno de los derechos más preciados de la mujer; saben que han cumplido una misión, no demasiado clara cuál, pero es una misión», de Votazione femminile, 1879). Esto parece ser –con una primera mirada superficial–la sensación que percibe el público de la película C’è ancora domani (Siempre nos quedará mañana) de Paola Cortellesi: la condición de violencia doméstica que la protagonista Delia sufre no cambiará, porque ella decide no huir con su verdadero y primer amor Nino, sino quedarse con su familia e ir a votar. Hoy es notorio que ese derecho es absolutamente importante y prioritario, porque permite a una persona ser plenamente ciudadana y participar en la vida política y social de su país. También es notorio que, gracias al derecho al voto y a la plena participación política, las mujeres han podido influir en el cambio social con sus demandas: es necesario pensar en la reforma del derecho de familia, el acceso a carreras públicas, la ley 194/78, el divorcio, la abolición del matrimonio reparador y del crimen de honor, pero sobre todo en la posibilidad que tuvieron veintiuna mujeres de ser elegidas en la Asamblea Constituyente y contribuir significativamente a la redacción de la ley fundamental del Estado, la Constitución.

Serao aún no podía comprender la magnitud revolucionaria del ejercicio de los derechos políticos porque –a mi juicio– ella miraba la concreción del presente inmediato más que la visión a largo plazo de un proyecto. En su volumen Parla una donna. Diario femminile di guerra, maggio 1915-marzo 1916 (recopilación de artículos publicados en el diario Il Giorno entre 1915 y 1916 sobre el papel asumido por las mujeres durante la Primera Guerra Mundial mientras los hombres combatían), la escritora presenta una visión conservadora del rol de la mujer en la sociedad, en línea con la mentalidad de fines del siglo XIX y con la propaganda de guerra.

Hoy se releería su posición con otros ojos, dotados de más herramientas de emancipación, pero sigue siendo indiscutible el talento de Serao para captar la realidad hablando a las mujeres sobre las mujeres, como afirmaba Anna Banti, de manera directa y apasionada. Con el incisivo inicio de la recopilación Il ventre di Napoli (El vientre de Nápoles 2016: «Usted no lo conocía, honorable Depretis, el vientre de Nápoles… y si no lo conoce el gobierno, ¿quién debe conocerlo?») incentivó la investigación de Saredo sobre la corrupción, el desmantelamiento de los barrios insalubres de Nápoles, la primera Ley Especial para el Sur promovida por Francesco Saverio Nitti con la instalación de la Ilva. Una escritora y periodista que merece ser estudiada desde los pupitres escolares, en un recorrido que va del Realismo francés de Germinal de Zola al Verismo italiano de Los Malavoglia de Verga.

Hani Motoko
Elisabetta Uboldi

Caori Murata

 

 Hani Motoko è considerata la prima giornalista giapponese, fondatrice di una sua rivista e promotrice dell’empowerment femminile anche nella gestione delle finanze, grazie a una importantissima invenzione che viene utilizzata ancora oggi. Per addentrarsi nella vita di Hani Motoko è necessario capirne le origini e la cultura di appartenenza.

Nasce l'8 settembre 1873 nella prefettura di Aomori da una famiglia di samurai benestanti. Viene cresciuta prevalentemente dal nonno e dal padre, avvocato di professione, che considerava le donne della famiglia troppo ingenue, in quanto non avevano ricevuto alcuna istruzione. Il divorzio dei genitori segna in modo drammatico la vita della bambina: non vedrà più il suo amato padre che diventerà per lei un estraneo e sarà affidata esclusivamente alla madre. Nel 1872 il Giappone, nell’intento di ammodernare il sistema scolastico e avvicinarsi di più alle potenze occidentali, aveva reso l’istruzione una priorità del governo, permettendo alle donne di proseguire il loro percorso di studi dopo la scuola primaria. Motoko così frequenta le scuole elementari ad Hachinohe e nel 1894 vince un premio di eccellenza accademica fornitole dal Ministero dell’istruzione. Grazie alle conoscenze del nonno, riesce ad essere accolta alla prima scuola superiore per ragazze, quando ancora le altre non ammettevano studenti donne. È proprio qui che conosce il suo primo mentore: Iwamoto Yoshiharu, preside ed editore della rivista femminile Jogaku Zasshi, che la assume come editrice. Questo rappresenta per lei il trampolino di lancio che le aprirà molte porte nel mondo del giornalismo. Prima ancora di diventare giornalista, Motoko è stata anche una delle poche donne insegnanti di professione, una delle posizioni lavorative più prestigiose e redditizie in Giappone.

La sua carriera di giornalista comincia per il quotidiano Hochi Simbun che contiene una rubrica intitolata Fujin no sugao (tradotto: ritratti di donne illustri), all’interno della quale vengono riportate le interviste a donne sposate e famose in tutto lo Stato. Hani Motoko decide quindi di prendere l’iniziativa e intervistare la moglie del visconte Tani Kanjo, Lady Tani, e il suo articolo riscuote un enorme successo, tanto da essere promossa reporter. Diventa così la prima giornalista donna del Giappone nel 1897 all’età di 24 anni e il suo interesse per tematiche difficili come le problematiche sociali, l’assistenza all'infanzia e gli orfanotrofi la rende altrettanto popolare. Nella sua vita si sposa due volte. La prima nel 1892: lei stessa ammetterà nell'autobiografia che si è trattato di un matrimonio breve, poiché voleva solo provare a salvare e cambiare l’uomo di cui era innamorata. Ovviamente questo porta il matrimonio a naufragare e sarà per Motoko un trauma importante che le ricorderà la separazione dei genitori. Citando le sue stesse parole:

«ho sempre avuto paura che questo doloroso episodio della mia vita, di cui mi vergogno tuttora, potesse mettere a repentaglio le mie capacità in ambito pubblico. Nonostante questo, non mi pento della mia decisione di liberare me stessa, poiché la mia vita è stata privata del suo significato da parte di una persona che amavo».

Il secondo matrimonio avviene nel 1901 con un collega di lavoro, Hani Yoshikazu, con il quale fonda una nuova rivista dal titolo Fujin no Tomo (tradotto: amica delle donne) nel 1908 e una scuola privata per ragazze nel 1921. Una delle battaglie condotte da Motoko riguarda proprio l’importanza dell’istruzione per le giovani donne, affinché possano elevare la loro posizione economica e diventare indipendenti. Oltre alle lotte politiche e sociali per i diritti femminili, mette a punto uno strumento pratico per facilitare l’organizzazione della contabilità personale, in uso ancora oggi. Questa invenzione, che può sembrare scontata per il mondo odierno, è stata una rivoluzione che ha permesso alle donne di diventare più esperte nella gestione e nel risparmio del denaro. Nel 1904 nasce dunque il Kakebo, primo libro contabile per la casa e strumento liberatorio che consente di controllare le entrate e le uscite ed essere più consapevoli e responsabili delle proprie risorse finanziarie. Il governo giapponese apprende con soddisfazione dell’invenzione di questo pratico taccuino e lo promuove in ogni ambito, anche per diventare più competitivi con le economie occidentali. Il Kakebo è infatti in grado di insegnare il valore del denaro e l’importanza della sua amministrazione a donne e uomini di tutte le età, promuovendo l’autonomia, l’indipendenza e la libertà finanziaria.

Il metodo Kakebo si basa su 5 punti.

Primo punto - budget mensile: all’inizio del mese è necessario annotare il totale delle entrate (stipendio o altro) e il totale delle spese previste; facendo un piccolo conto si può capire quanto denaro è possibile spendere.

Secondo punto - obiettivo del risparmio: decidere quali spese sono veramente necessarie e quali no

Terzo punto - tracciare le spese: richiede la precisione di segnare tutte le spese effettuate. Questo aiuta a prendersi del tempo per capire quanto si spende e per quali ragioni, favorisce la focalizzazione dell’attenzione sul denaro speso e la riflessione su come le spese giornaliere possono avere effetti sul futuro della persona.

Quarto punto - valutazione: le spese vanno suddivise in quattro categorie: bisogni essenziali (cibo, acqua), piaceri (pranzi o cene fuori), attività culturali (visite a musei o teatro), spese non previste (riparazione macchina per guasto). A questo punto si possono tirare le somme di quanto si è riusciti a risparmiare.

Quinto punto - riflessione: il Kakebo non è solo uno strumento di annotazione, ma si pone l’obiettivo di aiutare la persona a interrogarsi su come meglio gestire i propri soldi. Ad esempio a fine mese bisognerebbe porsi queste domande: quanto denaro ho in questo momento? Quanto mi piacerebbe risparmiare? Quanto ho speso? Come posso migliorarmi nella sua gestione?

Grazie all’invenzione del Kakebo, Hani Motoko è diventata celebre per essere riuscita a spronare sempre più donne ad essere amministratrici di sé stesse e dei loro averi, senza dipendere dai propri mariti. Oltre all’insegnamento, al giornalismo e all’idea geniale del Kakebo, che la rendono famosa ancora oggi, Motoko nel 1928 ha scritto un’illuminante autobiografia dal titolo Parlando di me. Hani Motoko si spegne il 7 aprile 1957, lasciando in tutto il Giappone un ricordo indelebile del suo impegno sociale per la promozione dell’indipendenza e dell’emancipazione femminile.


Traduzione francese

Concetta Laratta

Hani Motoko est considérée comme la première femme journaliste japonaise, fondatrice de sa propre revue et promotrice de l’émancipation féminine, notamment dans le domaine de la gestion financière, grâce à une invention d’une importance majeure encore utilisée aujourd’hui. Pour comprendre la vie de Hani Motoko, il est nécessaire de s’intéresser à ses origines et à sa culture d’appartenance.

Elle naît le 8 septembre 1873 dans la préfecture d’Aomori, au sein d’une riche famille de samouraïs. Elle est principalement élevée par son grand-père et par son père, avocat de profession, qui considérait les femmes de la famille comme trop naïves, puisqu’elles n’avaient reçu aucune instruction. Le divorce de ses parents affecte profondément la vie de la jeune fille: elle ne reverra plus son père bien-aimé, qui deviendra pour elle un étranger, et sera confiée exclusivement à sa mère. En 1872, le Japon, dans le but de moderniser son système scolaire et de se rapprocher des puissances occidentales, fait de l’éducation une priorité gouvernementale, permettant aux femmes de poursuivre leurs études après l’école primaire. Motoko fréquente ainsi l’école primaire de Hachinohe et, en 1894, elle reçoit un prix d’excellence académique décerné par le ministère de l’Instruction. Grâce aux relations de son grand-père, elle parvient à être admise dans le premier lycée pour filles, alors que les autres établissements n’acceptaient pas encore d’élèves féminines. C’est là qu’elle rencontre son premier mentor, Iwamoto Yoshiharu, directeur et éditeur de la revue féminine Jogaku Zasshi, qui l’engage comme rédactrice. Cette expérience constitue pour elle un véritable tremplin qui lui ouvrira de nombreuses portes dans le monde du journalisme. Avant même de devenir journaliste, Motoko fait également partie des rares femmes à exercer la profession d’enseignante, l’un des métiers les plus prestigieux et les mieux rémunérés du Japon.

Sa carrière journalistique débute au sein du quotidien Hochi Shimbun, qui comporte une rubrique intitulée Fujin no sugao (traduit par «portraits de femmes illustres»), consacrée à des entretiens avec des femmes mariées et célèbres à l’échelle nationale. Hani Motoko prend alors l’initiative d’interviewer l’épouse du vicomte Tani Kanjo, Lady Tani, et son article rencontre un immense succès, au point qu’elle est promue reporter. Elle devient ainsi, en 1897, à l’âge de 24 ans, la première femme journaliste du Japon. Son intérêt pour des thématiques complexes telles que les questions sociales, la protection de l’enfance et les orphelinats contribue à accroître sa popularité. Au cours de sa vie, elle se marie deux fois. Le premier mariage a lieu en 1892: elle reconnaîtra elle-même dans son autobiographie qu’il fut de courte durée, car elle cherchait avant tout à sauver et à changer l’homme qu’elle aimait. Cette tentative conduit inévitablement à l’échec du mariage et constitue pour Motoko un traumatisme important, ravivant le souvenir de la séparation de ses parents. Selon ses propres mots:

«J’ai toujours eu peur que cet épisode douloureux de ma vie, dont j’ai encore honte aujourd’hui, puisse compromettre mes capacités dans la sphère publique. Malgré cela, je ne regrette pas ma décision de me libérer, car ma vie avait été privée de son sens par une personne que j’aimais»..

Son second mariage a lieu en 1901 avec un collègue de travail, Hani Yoshikazu, avec qui elle fonde la revue Fujin no Tomo («L’amie des femmes») en 1908, ainsi qu’une école privée pour jeunes filles en 1921. L’un des combats majeurs de Motoko concerne précisément l’importance de l’éducation des jeunes filles, afin qu’elles puissent améliorer leur condition économique et accéder à l’indépendance. Au-delà de ses engagements politiques et sociaux en faveur des droits des femmes, elle met au point un outil pratique destiné à faciliter l’organisation de la comptabilité personnelle, encore utilisé de nos jours. Cette invention, qui peut paraître évidente aujourd’hui, constitue à l’époque une véritable révolution, permettant aux femmes d’acquérir des compétences en matière de gestion et d’économie domestique. En 1904 naît ainsi le Kakebo, premier livre de comptes domestiques et instrument d’émancipation permettant de contrôler les revenus et les dépenses, tout en prenant conscience de ses propres ressources financières. Le gouvernement japonais accueille favorablement l’invention de ce carnet pratique et en encourage la diffusion dans tous les milieux, notamment afin de renforcer la compétitivité économique face aux puissances occidentales. Le Kakebo permet en effet d’enseigner la valeur de l’argent et l’importance de sa gestion aux femmes comme aux hommes de tous âges, en favorisant l’autonomie, l’indépendance et la liberté financière.

La méthode Kakebo repose sur cinq principes.

Le premier concerne le budget mensuel: au début du mois, il convient de noter le total des revenus (salaire ou autres sources) ainsi que le montant des dépenses prévues; un simple calcul permet alors de déterminer la somme pouvant être dépensée.

Le deuxième principe porte sur l’objectif d’épargne, qui consiste à distinguer les dépenses réellement nécessaires de celles qui ne le sont pas.

Le troisième principe consiste à consigner toutes les dépenses effectuées avec précision. Cette démarche permet de prendre conscience des montants dépensés et de leurs motivations, tout en favorisant une réflexion sur l’impact des dépenses quotidiennes sur l’avenir financier.

Le quatrième principe concerne l’évaluation: les dépenses sont réparties en quatre catégories — besoins essentiels (nourriture, eau), plaisirs (déjeuners ou dîners à l’extérieur), activités culturelles (visites de musées ou de théâtres) et dépenses imprévues (réparation de la voiture en cas de panne) — afin de calculer les économies réalisées.

Enfin, le cinquième principe est celui de la réflexion: le Kakebo ne se limite pas à un simple outil de notation, mais vise à encourager une meilleure gestion de l’argent. À la fin du mois, il s’agit de se poser des questions telles que: «De combien d’argent disposé-je actuellement? Combien souhaiterais-je épargner? Combien ai-je dépensé? Comment puis-je améliorer ma gestion financière?»

Grâce à l’invention du Kakebo, Hani Motoko devient une figure emblématique pour avoir encouragé de nombreuses femmes à gérer elles-mêmes leurs ressources et leurs biens, sans dépendre de leurs maris. Outre l’enseignement, le journalisme et l’invention du Kakebo, qui contribuent encore aujourd’hui à sa notoriété, Motoko publie en 1928 une autobiographie éclairante intitulée Parlant de moi. Hani Motoko s’éteint le 7 avril 1957, laissant au Japon un souvenir indélébile de son engagement social en faveur de l’indépendance et de l’émancipation féminine./p>


Traduzione spagnola

Erika Incatasciato

Hani Motoko se considera la primera periodista japonesa, fundadora de una revista y promotora del empoderamiento femenino incluso también en la gestión de las finanzas, gracias a un invento muy importante que todavía se utiliza hoy en día. Para conocer a fondo la vita de Hani Motoko es necesario comprender sus orígenes y su cultura.

Nació el 8 de septiembre de 1873 en la prefectura de Aomori de una familia de ricos samuráis. Creció principalmente con su abuelo y su padre, abogado de profesión, que consideraba a las mujeres demasiado ingenuas, ya que no habían recibido ninguna educación. El divorcio de sus padres marcó dramáticamente la vida de la niña: no volverá a ver a su amado padre, quien se convertirá en un extraño para ella, y será confiada exclusivamente a su madre. En 1879, Japón, con la intención de modernizar el sistema escolar y acercarse más a las potencias occidentales, hizo de la educación una prioridad de gobierno, permitiendo a las mujeres continuar con sus estudios después de la educación primaria. De este modo, Motoko asistió a la escuela primaria en Hachinohe y en 1894 ganó el premio a la excelencia académica, otorgado por el Ministerio de Educación. Gracias a las relaciones de su abuelo, logró ser admitida a la Primera Escuela Superior para Niñas, cuando las demás aún no aceptaban estudiantes mujeres. Fue precisamente allí donde conoció a su primer mentor: Iwamoto Yoshiharu, presidente de la escuela y editor de la revista para mujeres «Jogaku Zasshi», quien la contrató como editora. Esto representó para ella un escalón que le abrió muchas puertas en el mundo del periodismo. Antes de convertirse en periodista, Motoko también fue una de las pocas mujeres profesoras, una de las carreras más prestigiosas y lucrativa del Japón.

Su carrera como periodista comenzó para el periódico «Hochi Shimbun», que contaba con una columna titulada «Fujin no sugao» (traducido como: Retratos de mujeres famosas), en el cual se publicaban entrevistas a mujeres casadas y famosas en todo el país. Hani Motoko tomó la iniciativa y entrevistó a la esposa del vizconde Tani Kanjo, Lady Tani, y su artículo fue un gran éxito, lo suficiente para ascender a reportera. De este modo, se convirtió en la primera periodista del Japón en 1897 a la edad de 24 años y su interés por temas complejos como los problemas sociales, la atención a la infancia y los orfanatos, la hicieron muy popular. A lo largo de su vida, se casó dos veces. La primera en 1892: en su autobiografía, ella misma admitió que se trató de un matrimonio breve, ya que solo quería tratar de salvar y cambiar al hombre que amaba. Por supuesto, esto arruinó el matrimonio y fue para Motoko un trauma importante que le recordaba la separación de sus padres. Citando sus mismas palabras:

«siempre he temido que este doloroso episodio de mi vida, del que todavía hoy me avergüenzo, pudiera poner en peligro mis habilidades en el ámbito público. Sin embargo, no me arrepiento de mi decisión de liberarme a mí misma, porque mi vida había sido despojada de su significado por una persona a la que amaba»..

Su segundo matrimonio tuvo lugar en 1901 con un compañero de trabajo, Hani Yoshikazu, con quien, en 1908, fundó una nueva revista titulada «Fujin no Tomo» (traducido como: Amiga de las mujeres) y una escuela privada para niñas en 1921. Una de las luchas llevadas a cabo por Motoko se refería precisamente a la importancia de la educación para las jóvenes, para que pudieran elevar su posición económica e independizarse. Además de las luchas políticas y sociales para los derechos de las mujeres, desarrolló una herramienta práctica para facilitar la organización de cuentas personales, que se sigue utilizando hoy en día. Esta invención, que puede parecer obvia para el mundo de hoy, fue una revolución que permitió a las mujeres volverse más expertas en la gestión y el ahorro de dinero. En 1904, nació el Kakebo, primer libro de cuentas para la economía doméstica y herramienta liberadora que permitió controlar los ingresos y los gastos y volverse más conscientes y responsables de los propios recursos financieros. El gobierno japonés se enteró con satisfacción de la invención de este práctico diario y lo promovió en todos los ámbitos, incluso para ser más competitivos frente a las economías occidentales. En efecto, el Kakebo es capaz de enseñar el valor del dinero y la importancia de su administración a mujeres y hombres de todas las edades, promoviendo la autonomía, la independencia y la libertad financiera.

El método Kakebo está basado en 5 puntos.

Primer punto–presupuesto mensual: a principios de mes es necesario anotar el total de los ingresos (salario u otros) y los gastos previstos; haciendo un pequeño cálculo es posible entender cuánto dinero se puede gastar.

Segundo punto–meta de ahorro: decidir qué gastos son realmente necesarios y cuáles no.

Tercero punto–rastrear gastos: requiere la precisión de anotar todos los gastos realizados. Esto sirve para dedicarse tiempo a entender lo que se gasta y por qué, fomenta la atención plena sobre los gastos y la reflexión acerca de cómo los gastos diarios pueden tener efectos en el futuro de la persona.

Cuarto punto–evaluación: los gastos se desglosan en cuatro categorías: necesidades básicas (alimentos, agua), delicias (comidas o cenas afuera), actividades culturales (visita a museos o teatros) gastos imprevistos (reparación del coche por avería). Llegados aquí, se puede calcular cuánto se ha logrado ahorrar.

Quinto punto–reflexión: el Kakebo no es solo una herramienta de anotación, sino que tiene como objetivo ayudar a la persona a preguntarse cómo administrar mejor su propio dinero. Por ejemplo, a finales del mes deberíamos plantearnos estas preguntas: ¿Cuánto dinero tengo en este momento? ¿Cuánto me gustaría ahorrar? ¿Cuánto he gastado? ¿Como puedo mejorar en su gestión?

Gracias a la invención del Kakebo, Hani Motoko se hizo famosa por haber logrado animar cada vez más mujeres a ser administradoras de sí mismas y de sus bienes, sin depender de sus maridos. Además de la enseñanza, el periodismo y la brillante idea del Kakebo, que la hacen famosa aún hoy en día, Motoko en 1928 escribió una autobiografía esclarecedora titulada Hablando de mí. Hani Motoko falleció el 7 de abril de 1957, dejando en todo el Japón un recuerdo imborrable de su compromiso social para la promoción de la independencia y la emancipación femenina.


Traduzione inglese

Syd Stapletono

Hani Motoko is considered the first female Japanese journalist, founder of her own magazine and promoter of women's empowerment even in the management of finances, thanks to a very important invention that is still used today. To delve into Hani Motoko's life, it is necessary to understand her origins and culture.

She was born on September 8, 1873 in Aomori Prefecture to a wealthy samurai family. She was raised primarily by her grandfather and father, a lawyer by profession, who considered the women in the family too naive, as they had received no education. Her parents' divorce dramatically marked the child's life. She would no longer see her beloved father, who would become a stranger to her, and she would be entrusted exclusively to her mother. By 1872 Japan, in an effort to modernize its education system and move closer to the Western powers, had made education a government priority, allowing women to continue their education after elementary school. Motoko thus attended elementary school in Hachinohe and in 1894 won an academic excellence award from the Ministry of Education. Thanks to her grandfather's connections, she managed to be accepted to the first high school for girls, when the others still did not admit female students. It was there that she met her first mentor: Iwamoto Yoshiharu, principal and publisher of the women's magazine Jogaku Zasshi, who hired her as an editor. This represented the stepping stone for her that would open many doors in the world of journalism. Even before becoming a journalist, Motoko was also one of the few female teachers by profession, one of the most prestigious and lucrative jobs in Japan.

Her career as a journalist began for the Hochi Simbun newspaper, which contained a column entitled Fujin no sugao (translated: portraits of distinguished women), within which interviews with married and famous women throughout the region were reported. Hani Motoko then decided to take the initiative and interview Viscount Tani Kanjo's wife, Lady Tani, and her article was so successful that she was promoted to reporter. She thus became Japan's first female journalist in 1897 at the age of 24, and her interest in difficult issues such as social problems, child welfare, and orphanages made her especially popular. In her lifetime she married twice. The first was in 1892: she herself would admit in her autobiography that it was a short marriage, as she only wanted to try to save and change the man she was in love with. Of course, this led to the marriage foundering and would be a major trauma for Motoko, reminding her of her parents' separation. Quoting her own words:

«I was always afraid that this painful episode in my life, which I am still ashamed of to this day, would jeopardize my abilities in the public arena. In spite of this, I do not regret my decision to free myself as my life was deprived of its meaning by a person I loved»..

Her second marriage took place in 1901 to a work colleague, Hani Yoshikazu, with whom she founded a new magazine entitled Fujin no Tomo (translated: friend of women) in 1908 and a private school for girls in 1921. One of the battles led by Motoko concerns precisely the importance of education for young women so that they can elevate their economic position and become independent. In addition to political and social struggles for women's rights, she developed a practical tool to facilitate the organization of personal accounts, which is still in use today. This invention, which may seem obvious to today's world, was a revolution that enabled women to become more adept at managing and saving money. Thus in 1904 the Kakebo was born, the first household account book and a liberating tool to control income and expenses and be more aware and responsible for one's financial resources. The Japanese government learned with satisfaction of the invention of this practical notebook and promoted it in every sphere, even to become more competitive with Western economies. Indeed, Kakebo was able to teach the value of money and the importance of its administration to women and men of all ages, promoting autonomy, independence and financial freedom.

The Kakebo method is based on 5 points.

First point - monthly budget: at the beginning of the month it is necessary to write down the total income (salary or other) and the total planned expenses; by doing a small calculation you can figure out how much money you can spend.

Second point - savings goal: decide which expenses are really necessary and which are not

Third point - tracking expenses: requires the accuracy of noting all expenditures made. This helps to take time to understand how much is spent and for what reasons, encourages focusing attention on the money spent, and reflection on how daily expenses may affect the person's future.

Fourth point - evaluation: expenses should be divided into four categories: basic needs (food, water), pleasures (lunches or dinners out), cultural activities (visits to museums or theater), and unplanned expenses (car repair due to breakdown). At this point, one can draw sums of how much one has been able to save.

Fifth point - reflection: the Kakebo is not just a note-taking tool, but aims to help the person understand how best to manage his or her money. For example, at the end of the month one should ask oneself these questions: how much money do I have right now? How much would I like to save? How much have I spent? How can I improve myself in its management?

Through the invention of Kakebo, Hani Motoko became famous for succeeding in spurring more and more women to be stewards of themselves and their possessions without depending on their husbands. In addition to teaching, journalism and the genius idea of Kakebo, which made her famous to this day, Motoko in 1928 wrote an enlightening autobiography entitled Speaking of Me. Hani Motoko passed away on April 7, 1957, leaving an indelible memory throughout Japan of her social commitment to the promotion of women's independence and empowerment.

Catharina Ahlgren
Livia Capasso

Caori Murata

 

 Pioniera nell'industria editoriale del XVIII secolo, caporedattrice di numerosi periodici femminili in Svezia e in Finlandia, Catharina Ahlgren è stata una delle prime giornaliste professioniste svedesi, poeta e scrittrice femminista. Nacque nel 1734 a Ljung (Svezia), figlia maggiore del giudice distrettuale Anders Ahlgren e di sua moglie Laurentia Juliana Ljungfelt. Come tutte le giovani donne dell'epoca, non ricevette alcuna istruzione formale, ma, desiderosa di sapere, approfittò dell'insegnamento offerto dal tutore dei suoi fratelli e imparò anche il francese, oltre che lo svedese. In seguito scrisse nel suo diario: «Per tutta la vita ho provato un grande piacere nel leggere, tanto che fin da bambina ero solita scrivere versi sui miei libri». Il padre morì nel 1751, lasciando la moglie e sette figli. Nel 1756 Catharina sposò Bengt Edvard Ekerman, che all'epoca era un ufficiale di basso rango, maestro di cavalleria degli ussari reali. Dal matrimonio nacquero le figlie Charlotte e Julie e i figli Bengt Gustaf e Christopher. Di quest’ultimo si vociferava non fosse figlio di Ekerman, anche se continuò a vivere in famiglia e a portare il suo cognome. La prima pubblicazione di Catharina Ahlgren fu una poesia dedicata alla regina Lovisa Ulrika in onore del suo 44° compleanno, il 24 luglio 1764. Au jour de l'illustre naissance de sa majestee notre adourable Reine Le 24 Jullet, scritta in francese, consiste di due strofe, ciascuna di otto versi, che con tono enfatico lodano la sovrana. Catharina aveva trascorso un periodo come sua dama di compagnia, ma era stata costretta a lasciare il servizio, durato solo poche settimane, a causa di presunte cospirazioni.

Lovisa Ulrika, ritratto di Carl Fredrich Brander

Il matrimonio finì con un divorzio nel 1770. Catharina, come madre single e capofamiglia, a Stoccolma crebbe da sola la prole, con non poche difficoltà economiche. Iniziò allora la sua carriera professionale e cominciò a scrivere per periodici. Durante l'Età della Libertà svedese (1718- 1772) vennero pubblicati molti periodici che discutevano di questioni sociali importanti, in particolare la condizione femminile. Dichiaravano di essere scritti da donne, che però sono difficilmente identificabili, poiché si firmavano con pseudonimi. Erano pubblicazioni tipiche dell’Illuminismo e affrontavano un'ampia gamma di argomenti: attualità, politica, filosofia, e ci forniscono una visione del mondo interiore di una donna nella Svezia del 1700. Spesso in forma di lettere tra due corrispondenti donne, si esaurivano in un anno, e venivano rimpiazzate da nuove riviste, magari con nomi diversi.

Due donne che leggono, Pehr Hilleström, 1780 circa, collezione privata

L'unica rivista la cui editrice è sicuramente donna fu Brefwäxling emmelan twänne fruntimmer (Scambio di lettere tra due donne), pubblicata proprio da Catharina Ahlgren, che, con lo pseudonimo di Adelaide, lavorò sia come redattrice che come scrittrice. Fu edita a Stoccolma con tre nomi diversi dall'ottobre 1772 al maggio 1773 e dichiarava di rivolgersi sia a lettori che a lettrici. Si trattava di una pubblicazione di saggi femministi, scritta sotto forma di dibattito epistolare tra due firme femminili, in cui si sosteneva l'uguaglianza di genere e si raccomandava la solidarietà tra donne come protezione contro il predominio maschile. Si affermava che l'unico modo per raggiungere il vero amore all'interno di una relazione è essere alla pari. Si parlava di amore e amicizia, educazione e istruzione.

Copertina di Brefwäxling emmelan twänne fruntimmer

Nel 1773 Catharina fu anche editrice e autrice del periodico De Nymodiga Fruntimren, eller Sophias och Bélisindes Tankespel (Donne moderne, o il gioco di pensieri di Sophia e Belisinde), uscito in sedici numeri. Questo promuoveva principalmente l'istruzione delle donne, criticava la lingua francese dominante nella loro educazione, poiché usata solo per la lettura di romanzi romantici, e sosteneva che le ragazze avrebbero dovuto imparare l'inglese, così da potersi occupare della letteratura scientifica, normalmente pubblicata solo in quella lingua. Col secondo marito, Anders Bark, un apprendista tipografo, Catharina si trasferì in Finlandia, forse nel 1775, e risulta residente a Turku nel 1782, dove pubblicò il primo periodico uscito nel Paese, nonché il primo scritto da una donna: Om konsten att rätt behaga (Sull'arte di piacere), interrotto ufficialmente per motivi di salute. Nel 1783 fece stampare il suo ultimo periodico: Angenäma Sjelwswåld (Piacevoli sfide). Tra tutte le lettere più o meno fittizie, una corrispondenza autentica fu quella con la poeta Hedvig Charlotta Nordenflycht, che scriveva sotto lo pseudonimo Herdinnan i Norden (Pastorella del Nord), mentre Catharina utilizzava il nome Herdinnan i Ahl-Lunden (Pastorella dell'Alder-Grove). Celebra l'amicizia tra la mittente e la destinataria, la prima femminista svedese e una delle prime donne svedesi a riuscire a mantenersi grazie alla scrittura.

Ritratto di Hedvig Charlotta Nordenflycht

Adelaide pubblicò anche una lettera alla figlia, dove confrontava il rapporto con Dio con quello tra genitori e figli: come una figlia ama la madre che le ha dato la vita, ancora di più deve amare l'Onnipotente, che le ha dato un'anima immortale. Adelaide raccomanda alla giovane di leggere libri decenti, utili e informativi per nutrire la mente. Anche il suo secondo matrimonio finì con un divorzio. La figlia maggiore, Charlotte, nel 1790 morì designando la mamma come una delle beneficiarie del testamento. Per un po' Catharina fu sostenuta finanziariamente dalla figlia Julie, molto preoccupata non solo per la situazione economica della madre, ma pure per il suo stato psicologico. La salute mentale della donna era stata infatti gravemente compromessa dalla morte della prima figlia. Nel 1796 Catharina si stabilì con Julie a Linköping, una città della Svezia meridionale. Nel 1800 morì anche Julie e Catharina Ahlgren e suo figlio Christopher ereditarono i proventi della vendita della fattoria della defunta. Un suo contemporaneo, lo scrittore Jonas Apelblad, la elencò nel suo dizionario degli scrittori come una personalità forte e dotata, «foemina potens, sed ingenio plena»

Ahlgren fu anche attiva come traduttrice di poesie e romanzi dalle lingue inglese, francese e tedesca. La sua prima traduzione fu da un'epopea biblica di Christoph Martin Wieland, Die Prüfung Abrahams (La prova di Abramo). Nella traduzione svedese, abbastanza libera, il testo in esametri viene presentato in prosa. Tradusse in francese il romanzo inglese The Distressed Wife, or the history of Eliza Wyndham. Ambientato in Inghilterra, la protagonista Elisabeth Windham è un'eroina con cui Catharina poteva identificarsi e che vedeva come un ideale, una donna sfortunata, dotata di una grande capacità di sopportazione, che dà prova di fedeltà e amore verso il marito.

La paysanne parvenue di le chevalier de Mouhy, nota in svedese come Den lyckliga bondflickan (La contadina felice), fu iniziata nel 1796 e completata solo nel 1811, anno in cui si perdono le tracce di Catharina, che probabilmente a quella data non era più viva.

Copertina della traduzione di The Happy Farm Girl (1796), da Catharina Ahlgren

Traduzione francese

Ibtisam Zaazoua

Pionnière dans l’industrie éditoriale du XVIIIe siècle, rédactrice en chef de nombreux périodiques féminins en Suède et en Finlande, Catharina Ahlgren a été l’une des premières journalistes professionnelles suédoises, poétesse et écrivaine féministe. Elle est née en 1734 à Ljung (Suède), fille aînée du juge de district Anders Ahlgren et de son épouse Laurentia Juliana Ljungfelt. Comme toutes les jeunes femmes de l’époque, elle n’a reçu aucune instruction formelle, mais, désireuse de savoir, elle a profité de l’enseignement donné par le précepteur de ses frères et a appris le français en plus du suédois. Plus tard, elle écrit dans son journal: «Tout au long de ma vie, j’ai éprouvé un grand plaisir à lire, au point que, dès mon enfance, j’avais l’habitude d’écrire des vers dans mes livres.» Son père est mort en 1751, laissant sa femme et sept enfants. En 1756, Catharina a épousé Bengt Edvard Ekerman, alors officier subalterne et maître de cavalerie des hussards royaux. De ce mariage sont nés les filles Charlotte et Julie, et les fils Bengt Gustaf et Christopher. On disait de ce dernier qu’il n’était peut-être pas le fils d’Ekerman, bien qu’il ait continué à vivre dans la famille et à porter son nom. La première publication de Catharina Ahlgren fut un poème dédié à la reine Lovisa Ulrika pour son 44ᵉ anniversaire, le 24 juillet 1764. Au jour de l'illustre naissance de sa majesté notre adorable Reine Le 24 Juillet, écrit en français, se compose de deux strophes de huit vers chacune et loue la souveraine sur un ton emphatique. Catharina avait passé un temps comme dame de compagnie de la reine, mais elle a dû quitter le service après seulement quelques semaines à cause de prétendues conspirations.

Lovisa Ulrika, portrait de Carl Fredrich Brander

Son mariage s’est terminé par un divorce en 1770. Catharina, en tant que mère célibataire et chef de famille, a élevé seule ses enfants à Stockholm, malgré des difficultés économiques. Elle commence alors sa carrière professionnelle et commence à écrire pour des périodiques. Pendant l’Âge de la Liberté suédois (1718-1772), de nombreux périodiques ont été publiés, abordant des questions sociales importantes, en particulier la condition des femmes. Ils affirmaient être écrits par des femmes, difficiles à identifier car elles utilisaient des pseudonymes. Ces publications typiques des Lumières abordaient une large gamme de sujets: actualités, politique, philosophie, et nous offrent une vision de l’intérieur du monde d’une femme en Suède au XVIIIe siècle. Souvent présentés sous forme de lettres entre deux correspondantes féminines, ils duraient un an et étaient remplacés par de nouvelles revues, parfois sous des noms différents.

Deux femmes lisant, vers 1780, collection privée

La seule revue dont l’éditrice était certainement une femme fut Brefwäxling emmelan twänne fruntimmer (Échange de lettres entre deux femmes), publiée par Catharina Ahlgren, qui, sous le pseudonyme d’Adelaide, travaillait à la fois comme rédactrice et comme écrivaine. Elle a été publiée à Stockholm sous trois noms différents d’octobre 1772 à mai 1773 et se destinait à un public mixte. Il s’agissait d’une publication d’essais féministes, écrite sous forme de débat épistolaire entre deux signatures féminines, soutenant l’égalité des sexes et recommandant la solidarité entre femmes comme protection contre la domination masculine. On y affirmait que la seule manière d’atteindre le véritable amour dans une relation était d’être à égalité. On y parlait d’amour et d’amitié, d’éducation et d’instruction.

Couverture deBrefwäxling emmelan twänne fruntimmer

En 1773, Catharina fut également éditrice et autrice du périodique De Nymodiga Fruntimren, eller Sophias och Bélisindes Tankespel (Femmes modernes, ou le jeu de pensées de Sophia et Belisinde), publié en seize numéros. Ce périodique promouvait surtout l’instruction des femmes, critiquait l’usage dominant du français dans leur éducation, limité à la lecture de romans romantiques, et soutenait que les filles devaient apprendre l’anglais afin d’accéder à la littérature scientifique, normalement publiée uniquement dans cette langue. Avec son second mari, Anders Bark, un apprenti typographe, Catharina s’installe en Finlande, probablement en 1775, et réside à Turku en 1782, où elle publie le premier périodique du pays, ainsi que le premier écrit par une femme : Om konsten att rätt behaga (De l’art de plaire), interrompu officiellement pour raisons de santé. En 1783, elle fait publier son dernier périodique: Angenäma Sjelwswåld (Défis agréables). Parmi toutes les correspondances, plus ou moins fictives, une fut authentique avec la poétesse Hedvig Charlotta Nordenflycht, qui écrivait sous le pseudonyme Herdinnan i Norden (Bergère du Nord), tandis que Catharina utilisait le nom Herdinnan i Ahl-Lunden (Bergère de l’Aulnaie). Elles célèbrent l’amitié entre l’envoyante et la destinataire, cette dernière étant la première féministe suédoise et l’une des premières femmes à pouvoir vivre de l’écriture.

Portrait de Hedvig Charlotta Nordenflycht

Adelaide publie également une lettre à sa fille, comparant la relation avec Dieu à celle entre parents et enfants : comme une fille aime la mère qui lui a donné la vie, elle doit encore plus aimer l’Omnipotent, qui lui a donné une âme immortelle. Adelaide recommande à sa fille de lire des livres décents, utiles et instructifs pour nourrir son esprit. Son second mariage se termine également par un divorce. Sa fille aînée, Charlotte, meurt en 1790 en désignant sa mère comme l’une des bénéficiaires de son testament. Pendant un temps, Catharina est soutenue financièrement par sa fille Julie, très inquiète non seulement de la situation économique de sa mère, mais aussi de son état psychologique. La santé mentale de Catharina a été gravement affectée par la mort de sa première fille. En 1796, elle s’installe avec Julie à Linköping, une ville du sud de la Suède. En 1800, Julie meurt également et Catharina Ahlgren et son fils Christopher héritent des revenus de la vente de la ferme de la défunte. Un contemporain, l’écrivain Jonas Apelblad, la décrit dans son dictionnaire des écrivains comme une personnalité forte et talentueuse, « foemina potens, sed ingenio plena ».

Ahlgren est également active comme traductrice de poésies et de romans depuis l’anglais, le français et l’allemand. Sa première traduction est une épopée biblique de Christoph Martin Wieland, Die Prüfung Abrahams (L’épreuve d’Abraham). Dans la traduction suédoise, assez libre, le texte en hexamètres est présenté en prose. Elle traduit en français le roman anglais The Distressed Wife, or the history of Eliza Wyndham. Situé en Angleterre, le protagoniste Elisabeth Windham est une héroïne avec laquelle Catharina pouvait s’identifier et qu’elle voyait comme un idéal : une femme malchanceuse, dotée d’une grande endurance, qui montre fidélité et amour envers son mari.

La paysanne parvenue du chevalier de Mouhy, connue en suédois sous le nom Den lyckliga bondflickan (La paysanne heureuse), est commencée en 1796 et seulement achevée en 1811, année où l’on perd la trace de Catharina, qui n’est probablement plus vivante à cette date.

Couverture de la traduction deThe Happy Farm Girl (1796), par Catharina Ahlgren

Traduzione spagnola

Irene Maria Leonardi

Pionera en la industria editorial del siglo XVIII y redactora jefa de numerosas revistas femeninas en Suecia y Finlandia, Catharina Ahlgren fue una de las primeras periodistas profesionales suecas, poeta y escritora feminista. Nació en 1734 en Ljung (Suecia), hija mayor del juez de distrito Anders Ahlgren y de su esposa, Laurentia Juliana Ljungfelt. Como todas las jóvenes mujeres de su época, no recibió una educación formal, pero, ardiendo en deseos de saber, aprovechó la enseñanza privada del tutor de sus hermanos y aprendió el francés, además del sueco. Más tarde escribió en su diario: «Toda mi vida he disfrutado mucho leyendo, tanto que, desde niña, solía escribir versos en mis libros». Su padre murió en 1751, dejando a su esposa y a siete hijos. En 1756, Catharina se casó con Bengt Edvard Ekerman que, por aquellos tiempos, era un oficial de bajo rango, maestro de caballería de los húsares reales. De este matrimonio nacieron las hijas Charlotte y Julie, y los hijos Bengt Gustaf y Christopher. Se rumoreaba que este último no era hijo de Ekerman, aunque siguió viviendo con la familia y llevando su apellido. La primera publicación de Catharina Ahlgren fue un poema dedicado a la reina Lovisa Ulrika con ocasión de su 44º cumpleaños, el 24 de julio de 1764. Au jour de l'illustre naissance de sa majestee notre adourable Reine Le 24 Juillet, escrita en francés, consiste en dos estrofas de ocho versos cada una, que alaban a la soberana con tono enfático. Catharina había pasado un periodo como dama de compañía de la reina, pero se vio obligada a abandonar el servicio, que duró unas pocas semanas, debido a supuestas conspiraciones.

Lovisa Ulrika, retrato de Carl Fredrich Brander

El matrimonio terminó en divorcio en 1770. Como madre soltera y cabeza de familia, Catharina crió sola a sus hijos en Estocolmo, con no pocas dificultades económicas. Entonces comenzó su carrera profesional y empezó a escribir para revistas. Durante la Era de la Libertad sueca (1718-1772) se publicaron muchas revistas que abordaban cuestiones sociales importantes, en particular la condición de la mujer. Declaraban que habían sido escritas por mujeres, sin embargo, es difícil identificarlas, ya que firmaban con seudónimos. Eran publicaciones típicas de la Ilustración que trataban una amplia gama de temas, como la actualidad, la política y la filosofía, y nos ofrecen una visión del mundo interior de la mujer en la Suecia de 1700. A menudo, en forma de cartas entre dos mujeres , se agotaban en un año y eran sustituidas por nuevas revistas, incluso con nombres diferentes.

Dos mujeres leyendoPehr Hilleström, hacia 1780, colección privada

La única revista cuya editora era sin una mujer fue Brefwäxling emmelan twänne fruntimmer (Intercambio de cartas entre dos mujeres), publicada precisamente por Catharina Ahlgren, quien trabajó como redactora y escritora bajo el seudónimo de Adelaide. Se publicó en Estocolmo con tres nombres diferentes, desde octubre de 1772 hasta mayo de 1773, y decía dirigirse tanto a lectores como a lectoras. Se trataba de una publicación de ensayos feministas, escritos en forma de debate epistolar entre dos autoras, en los que se defendía la igualdad de género y se recomendaba la solidaridad entre mujeres para protegerse del dominio masculino. Se afirmaba que la única manera de alcanzar el amor verdadero en una relación era ser iguales. Se hablaba de amor y amistad, así como de educación e instrucción.

Portada deBrefwäxling emmelan twänne fruntimmer

En 1773, Catharina también fue editora y autora de la revista De Nymodiga Fruntimren, eller Sophias och Bélisindes Tankespel (Mujeres modernas, o el juego de pensamientos de Sophia y Belisande), publicada en dieciséis números. Esta revista promovía principalmente la educación de las mujeres, criticaba el uso del francés como lengua dominante en su educación, ya que solo se utilizaba para la lectura de novelas románticas, y sostenía la necesidad de que las jóvenes aprendieran el inglés para poder dedicarse a la literatura científica, que por entonces solo se publicaba en ese idioma. Con su segundo marido, el aprendiz de tipógrafo Anders Bark, Catharina se trasladó a Finlandia, probablemente en 1775, y en 1782 figuraba como residente en Turku, donde publicó el primer periódico del país, así como el primero escrito por una mujer: Om konsten att rätt behaga (Sobre el arte de complacer), interrumpido oficialmente por motivos de salud. En 1783 hizo imprimir su última revista: Angenäma Sjelwswåld (Desafíos agradables). De todas las cartas más o menos ficticias, mantuvo una correspondencia auténtica con la poeta Hedvig Charlotta Nordenflycht, que escribía bajo el seudónimo de Herdinnan i Norden, (Pastora del Norte), mientras que Catharina utilizaba el nombre de Herdinnan i Ahl-Lunden (Pastora del Bosque de Alder). En ella se celebra la amistad entre la remitente y la destinataria, la primera feminista sueca y una de las primeras mujeres suecas que lograron mantenerse gracias a la escritura.

Retrato de Hedvig Charlotta Nordenflycht

Adelaide también publicó una carta dirigida a su hija, en la que comparaba la relación con Dios con la que existe entre padres e hijos: así como una hija ama a la madre que le dio la vida, aún más tiene que amar al Todopoderoso, que le dio un alma inmortal. Adelaide le recomienda que lea libros decentes, útiles e informativos para nutrir la mente. Su segundo matrimonio también terminó en divorcio. Su hija mayor, Charlotte, murió en 1790 y nombró a su madre como una de las beneficiarias de su testamento. Por un tiempo, Catharina recibió apoyo económico de su hija Julie, muy preocupada por la situación económica de su madre y por su estado psicológico. En efecto, su salud mental había sido gravemente afectada por la muerte de su primera hija. En 1796, Catharina se fue a vivir con Julie a Linköping, una ciudad del sur de Suecia. En 1800, Julie también murió y Catharina Ahlgren y su hijo Christopher heredaron los ingresos de la venta de la granja de la difunta. Uno de sus contemporáneos, el escritor Jonas Apelblad, la incluyó en su diccionario de escritores como una personalidad fuerte y dotada: «foemina potens, sed ingenio plena».

Ahlgren también se dedicó a la traducción de poemas y novelas del inglés, francés y alemán. Su primera traducción fue una epopeya bíblica de Christoph Martin Wieland: Die Prüfung Abrahams (La prueba de Abraham). En la traducción sueca, bastante libre, el texto en hexámetros se presenta en prosa. Tradujo al francés la novela inglesa The Distressed Wife, or the history of Eliza Wyndham. Ambientada en Inglaterra, la protagonista, Elisabeth Wyndham, es una heroína con la que Catharina podía identificarse y a la que veía como un ideal, una mujer desafortunada, dotada de una gran capacidad de aguante que demuestra su fidelidad y amor hacia su marido.

La paysanne parvenue di le chevalier de Mouhy, conocida en sueco como Den lyckliga bondflickan (La campesina feliz), se inició en 1796 y no se terminó hasta 1811, año en que se pierde el rastro de Catharina, que probablemente ya no vivía en esa fecha.

Portada de la traducción deThe Happy Farm Girl (1796), de Catharina Ahlgren

Traduzione inglese

Syd Stapleton

A pioneer in the 18th-century publishing industry and editor-in-chief of numerous women's periodicals in Sweden and Finland, Catharina Ahlgren was one of Sweden's first female professional journalists, and a poet and feminist writer. She was born in 1734 in Ljung, Sweden, the eldest daughter of District Judge Anders Ahlgren and his wife Laurentia Juliana Ljungfelt. Like all young women of the time, she received no formal education, but, eager for knowledge, she took advantage of the instruction offered by her brothers' guardian and learned French as well as Swedish. She later wrote in her diary, “All my life I have taken great pleasure in reading, so much so that even as a child I used to write verses in my books.” Her father died in 1751, leaving his wife and seven children. In 1756 Catharina married Bengt Edvard Ekerman, who at the time was a low-ranking officer, master of cavalry of the Royal Hussars. From the marriage were born daughters Charlotte and Julie and sons Bengt Gustaf and Christopher. Of the latter it was rumored that he was not Ekerman's son, although he continued to live in the family and bear his surname. Catharina Ahlgren's first publication was a poem dedicated to Queen Lovisa Ulrika in honor of her 44th birthday on July 24, 1764. Au jour de l'illustre naissance de sa majestee notre adourable Reine Le 24 Jullet, written in French, consists of two stanzas, each of eight lines, emphatically praising the sovereign. Catharina had spent a period as her lady-in-waiting, but was forced to leave the service, which lasted only a few weeks, because of alleged conspiracies.

Lovisa Ulrika, portrait by Carl Fredrich Brander

Her marriage ended in divorce in 1770. Catharina, as a single mother and breadwinner in Stockholm, raised her offspring alone, with no small amount of economic hardship. She then began her professional career, writing for periodicals. During the Swedish Age of Freedom (1718- 1772) many periodicals were published that discussed important social issues, particularly the status of women. They claimed to be written by women, who were, however, difficult to identify, as they signed themselves with pseudonyms. They were typical Enlightenment publications and covered a wide range of topics: current events, politics, philosophy, and they provide us with an insight into the inner world of a woman in 1700s Sweden. Often in the form of letters between two female correspondents, they ran out in a year, and were replaced by new journals, perhaps with different names.

Two Women ReadingPehr Hilleström, circa 1780, private collection

The only magazine whose editor was definitely a woman was Brefwäxling emmelan twänne fruntimmer (Exchange of Letters between Two Women), published by Catharina Ahlgren herself, who, under the pseudonym Adelaide, worked as both editor and writer. It was published in Stockholm under three different names from October 1772 to May 1773 and claimed to address both male and female readers. It was a publication of feminist essays, written in the form of an epistolary debate between two female signers, advocating gender equality and recommending solidarity among women as a protection against male dominance. It stated that the only way to achieve true love within a relationship is to be equals. Love and friendship, education and instruction were discussed.

Cover ofBrefwäxling emmelan twänne fruntimmer

In 1773 Catharina was also the editor and author of the periodical De Nymodiga Fruntimren, eller Sophias och Bélisindes Tankespel (Modern Women, or the Thought Game of Sophia and Belisinde), which came out for sixteen issues. This mainly promoted women's education, criticized the dominant French language in their education as being used only for reading romantic novels, and argued that girls should learn English so that they could take up scientific literature, normally published only in that language. With her second husband, Anders Bark, a printer's apprentice, Catharina moved to Finland, possibly in 1775, and is reported to have been resident in Turku in 1782, where she published the first periodical to come out in that country, as well as the first written by a woman: Om konsten att rätt behaga (On the Art of Pleasure), which was officially discontinued for health reasons. In 1783 she had her last periodical printed: Angenäma Sjelwswåld (Pleasant Challenges). Among all the more or less fictitious letters, one authentic correspondence was with the poet Hedvig Charlotta Nordenflycht, who wrote under the pseudonym Herdinnan i Norden (Shepherdess of the North), while Catharina used the name Herdinnan i Ahl-Lunden (Shepherdess of Alder-Grove). It celebrates the friendship between the sender and the recipient, the first Swedish feminist and one of the first Swedish women to be able to support herself through writing.

Portrait of Hedvig Charlotta Nordenflycht

Adelaide also published a letter to her daughter, in which she compared her relationship with God to that between parents and children: just as a daughter loves the mother who gave her life, even more must she love the Almighty, who gave her an immortal soul. Adelaide recommended that the young woman read decent, useful and informative books to nourish the mind. Her second marriage also ended in divorce. The eldest daughter, Charlotte, died in 1790 designating her mother as one of the beneficiaries of the will. For a while Catharina was supported financially by her daughter Julie, who was very concerned not only about her mother's financial situation but also about her psychological state. Indeed, the woman's mental health had been severely affected by the death of her first daughter. In 1796 Catharina settled with Julie in Linköping, a town in southern Sweden. In 1800 Julie also died, and Catharina Ahlgren and her son Christopher inherited the proceeds from the sale of the deceased's farm. One of her contemporaries, writer Jonas Apelblad, listed her in his dictionary of writers as a strong and gifted personality, “foemina potens, sed ingenio plena.”

Ahlgren was also active as a translator of poems and novels from English, French and German languages. Her first translation was from a biblical epic by Christoph Martin Wieland, Die Prüfung Abrahams (The Trial of Abraham). In the Swedish translation, which is quite free, the hexameter text is presented in prose. She translated into French the English novel The Distressed Wife, or the history of Eliza Wyndham. Set in England, the protagonist Elisabeth Windham is a heroine with whom Catharina could identify and whom she saw as an ideal, an unfortunate woman with a great capacity for endurance, who gives proof of fidelity and love to her husband.

La paysanne parvenue by le chevalier de Mouhy, known in Swedish as Den lyckliga bondflickan (The Happy Peasant Woman), was begun in 1796 and not completed until 1811, the year in which we lose track of Catharina, who was probably no longer alive after that date.

over of the translation ofThe Happy Farm Girl (1796), by Catharina Ahlgren

 

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