Carmen de Burgos
Laura Candiani

Caori Murata

 

Che donna straordinaria! Giornalista, romanziera, femminista ante litteram, pacifista, viaggiatrice, ha sfidato molti stereotipi del suo tempo e vinto sui pregiudizi legati al sesso femminile, pur incontrando ostacoli di ogni genere. Nasce ad Almería, in Spagna, il 10 dicembre 1867, ma vive in campagna, a Rodalquilar, visto che il padre possiede in quella zona molti beni terrieri e pure delle miniere. Le imposizioni dovute al ruolo sociale della famiglia alto-borghese le stanno strette, così, con un colpo di testa, si sposa ancora ragazzina, a diciassette anni, e per farlo sceglie un giornalista e tipografo con quasi il doppio dei suoi anni, Arturo Álvarez Bustos. Ma non è detto che il matrimonio sia portatore di libertà ed emancipazione, tutt'altro. L'uomo è violento, beve, la tradisce, lei intanto ha quattro figli di cui tre muoiono precocemente. A questo punto prende un'altra decisione coraggiosa, se ne va di casa con la figlioletta Maria (1895-1939), futura attrice, senza ovviamente poter divorziare, visto che allora non era possibile.

A sinistra, Carmen e sua figlia Maria, in una foto pubblicata su Por esos mundos; a destra: Retrato de Carmen de Burgos, pubblicato su «Nuevo Mundo», Año XVII, numero 843

Nel frattempo, per rendersi autonoma, ha studiato per svolgere la professione di maestra; si stabilisce a Madrid dove insegna, ma già inizia la carriera che la renderà un personaggio simbolico nel panorama giornalistico, non solo spagnolo. Diventa amica del celebre drammaturgo Blasco Ibañez e collabora, regolarmente assunta per contratto, con alcune riviste grazie a rubriche create apposta per lei: Notas femininas su El Globo, Lecturas para la mujer su Diario Universale, cominciando a utilizzare lo pseudonimo che le darà fama, Colombine, e a promuovere una serie di battaglie a favore del suffragio femminile e del divorzio. Se da un lato le sue posizioni attirano critiche, dall'altro riceve una importante gratificazione perché viene scelta dal Ministero dell'istruzione per viaggiare all'estero e fare una ricognizione sui sistemi educativi di altri Paesi. Arriva anche in Italia e da quel momento inizia un costruttivo rapporto con la cultura, l'arte, la lingua, la letteratura italiana; conosce il drammaturgo Roberto Bracco di cui tradurrà Nel mondo della donna. Conversazioni femministe (1906), e Matilde Serao, con cui ha un proficuo scambio di opinioni, specie sul tema del divorzio. Ritornerà più volte in Italia, in particolare nell'amata Napoli, che diverrà in varie occasioni il nido d'amore con il romanziere Ramón Gomez de la Serna, storia proibita e scandalosa perché lui era sposato, ma pure il punto di riferimento per i suoi studi successivi su Leopardi, di cui visita commossa la tomba.

Carmen de Burgos Seguí, 1908. Número de registro 78112. Código de clasificación AFB3-117 Editorial López. (cc) Arxiu Fotogràfic de Barcelona

Nel 1911 esce la sua ampia monografia: Giacomo Leopardi (Su vida y sus obras), la prima edita in Spagna sull'argomento e ancora oggi ritenuta la più esauriente. Al ritorno da quel lungo viaggio viene trasferita a Toledo, dove rimarrà a vivere per lavorare, pur continuando l'instancabile opera di animatrice culturale del suo salotto di Madrid chiamato La tertulia modernista (riunione, circolo, in italiano). L'insegnamento molto probabilmente per Carmen è solo un mezzo di sostentamento, visto che è presa da mille impegni, tuttavia le offre varie borse di studio all'estero e l'opportunità di frequentare altre realtà, ampliando la sua formazione e facendole conoscere personalità stimolanti. Intanto ha ottenuto un nuovo incarico: la rubrica quanto mai interessante El voto de la mujer sul quotidiano El Heraldo de Madrid in cui può affrontare in primo luogo il tema del suffragio universale. Dopo essere diventata la prima giornalista professionista della Spagna, sta per diventare la prima corrispondente di guerra, infatti nel 1909 si reca in Marocco su incarico del giornale El Heraldo de Malaga per seguire, da donna nelle retrovie, la situazione delle truppe, dei feriti, della popolazione civile nella zona di Melilla, in quei moti che sarebbero sfociati nella Guerra del Rif (1921-26), ma lei poi si trasferisce al fronte per poter scrivere sulle reali condizioni di vita dei combattenti. La troviamo ancora in viaggio in Europa e poi in Argentina, mentre trascorre sempre più tempo in Portogallo, dove ha trovato una cara amica in Ana de Castro Osório (1872-1935), giornalista e scrittrice, anche lei impegnata nelle cause femminili. Nel 1914 visita il Nord Europa e verifica di persona le condizioni delle donne in quei Paesi, molto più aperti e moderni rispetto a quelli mediterranei. E di questo tratta nei suoi articoli. Lo scoppio della guerra la blocca e le impedisce di rientrare in patria, ma in modo rocambolesco, correndo gravi rischi e passando per vie traverse, riesce a ritornare, dopo aver perso tutti i suoi appunti, i suoi libri, la sua corrispondenza. Continua però a raccontare sulla stampa sia quello che ha compreso sulla situazione sociale dei Paesi scandinavi sia quello che ha potuto vedere nel terribile percorso nel bel mezzo del conflitto.

Carmen de Burgos in un ritratto di Julio Romero de Torres

Dopo la fine della guerra riprende i viaggi, ancora dall'altra parte del mondo, in America Latina, da cui invia le sue corrispondenze, trattando temi scomodi e provocando le reazioni delle persone più conservatrici. Lei infatti è una pacifista, ha difeso l’obiezione di coscienza, si schiera a favore di ogni battaglia femminile, tiene conferenze, sollecita l'opinione pubblica e la politica, scrive romanzi "rosa" incentrati su figure di donne molto realistiche, ora vincitrici ora sconfitte, che le servono comunque per affrontare le tematiche che le stanno a cuore. Prendiamo ad esempio Il piano inclinato, una delle opere più dense e interessanti; è la storia di Isabel, rimasta orfana e in difficoltà economiche, a Madrid. È circondata da una serie di ragazze come lei che rappresentano i vari "tipi" sociali, tuttavia anche chi è istruita, emancipata, cosciente dei propri diritti, resta schiacciata dal maschilismo del mondo borghese e conservatore che predomina. Nel romanzo breve La piscina, la piscina ironizza sull'arretratezza e l'ipocrisia di un padre di famiglia, preoccupato per l'onore, che vorrebbe ostacolare il cammino delle figlie ribelli, Julia e Isabel, decise a frequentare a ogni costo la piscina e a conquistare i propri spazi di libertà. La malcasada è tutto un programma, fino dal titolo che fa esplicito riferimento all'infelice matrimonio della protagonista Dolores.

Copertine dei suoi libri

Nel 1920 Carmen de Burgos fonda l'associazione Cruzada de las Mujeres Españolas ed è membro attivo di associazioni come La prensa e L'ateneo; diventa presidente della Liga Internacional de Mujeres Hibericas y Hispanoamericanas. Nel 1921 pubblica un libro ancora oggi di estrema attualità: L'articolo 438, in riferimento all'articolo del codice penale spagnolo allora in vigore che in qualche modo legittimava il femminicidio, appellandosi all'onore. Maria Addolorata, vittima dei soprusi del marito, cerca la propria indipendenza e trova un nuovo amore, illudendosi di potersi affermare come donna, mentre la violenza estrema è in agguato. Pochi anni dopo esce un suo ampio saggio non a caso intitolato La donna moderna e i suoi diritti (1926), una testimonianza unica sulle condizioni della donna ai primi del Novecento, un manifesto sull'uguaglianza, una riflessione sulla necessità di uniformare nei codici civile e penale diritti e doveri dell'uomo e della donna, un'opera emblematica del femminismo.

La copertina dell’edizione spagnola di La donna moderna e i suoi diritti e la recensione pubblicata il 28 luglio 1928 su La Esfera n. 760

Nel 1929 la cardiopatia di Carmen subisce un duro colpo perché viene a sapere che la figlia ha letteralmente sedotto il suo amante, autore del testo teatrale in cui stava recitando; una breve avventura, che comunque la madre generosamente perdona, mentre Ramón lascia il Paese e si trasferisce a Parigi. Nel 1931, cambiata la situazione politica in Spagna, con l'avvento della Seconda Repubblica, arrivano alcune delle riforme da lei caldeggiate tutta la vita attraverso saggi, testi narrativi, articoli, pamphlet: il divorzio, la validità delle nozze civili, il suffragio universale, la libertà di espressione, l'abolizione della pena di morte e del delitto d'onore, l'insegnamento laico.

Carmen de Burgos presiede un atto di difesa del diritto al divorzio all'universita di Madrid, 12 settembre 1931 Madrid 1931. Carmen de Burgos. Conferenza contro la pena di morte

Proprio allora viene pubblicata un'altra sua opera fondamentale: Voglio vivere la mia vita, romanzo in cui anticipa problematiche di grande novità che saranno discusse almeno dopo gli anni Cinquanta, come l'importanza dell'educazione infantile nello sviluppo dell'individuo, il diritto al lavoro per le donne, l'evoluzione della personalità, la fluidità di genere, il rapporto fra i sessi, l'analisi psicologica dei personaggi. Anche la trattazione è moderna e originale, infatti gli eventi si susseguono talvolta con una descrizione minuziosa di un breve lasso di tempo, talvolta con sintesi di interi anni. L'importante, sembra suggerire l'autrice, è scegliere come vivere, magari rischiando, cercando di migliorare, per il bene proprio e della società. Nello stesso anno Carmen forma la prima loggia massonica femminile spagnola denominata "Amor", insieme ad alcune amiche, alla sorella e alla figlia Maria; ne diviene gran maestra, ma il gruppo rischia la violenta repressione e la condanna del Tribunale speciale che colpirà tempo dopo Maria. L'8 ottobre del 1932, mentre sta tenendo una conferenza a Madrid, si sente male, il suo cuore affaticato cede e poche ore dopo muore.

Cerimonia funebre massonica per la Venerabile Maestra “Amor”

Il successivo regime franchista la condannerà alla cancellazione e al silenzio perché sarà inserita nella lunga lista di persone sgradite e di scrittori e scrittrici vietate. In realtà, lei, che apparteneva alla cosiddetta generazione del '98, è stata una delle più importanti esponenti del movimento culturale La Otra Edad de Plata e una paladina dei diritti femminili, come oggi viene pienamente riconosciuta. Nel 2003 le è stata dedicata da Blanca Bravo Cela la biografia Carmen de Burgos (Colombine). Contra el silencio, preceduta però da studi di Federico Utrera e di Concepción Núñez Rey che avevano risvegliato l'interesse sul personaggio. Su Vitamine vaganti è comparso un ampio articolo sul n.125. Nel 2017, per i 150 anni dalla nascita, Carmen è stata celebrata dalla Biblioteca Nazionale di Spagna, varie strade portano oggi il suo nome e un po' ovunque, Italia compresa, si ristampano i suoi libri, facendo una pur tardiva giustizia.


Traduzione francese

Camilla Dabini

Quelle femme extraordinaire! Journaliste, romancière, féministe ante litteram, pacifiste, voyageuse, elle a défié de nombreux stéréotypes de son époque et triomphé sur les préjugés liés au sexe féminin, tout en rencontrant des obstacles de toutes sortes. Elle naît à Almería, en Espagne, le 10 décembre 1867, mais vit à la campagne, à Rodalquilar, puisque son père possède dans cette région de nombreux biens fonciers ainsi que des mines. Les impositions dûes au rôle social de sa famille haute bourgeoise lui sont étroites; ainsi, sur un coup de tête, elle se marie encore très jeune, à dix-sept ans, avec un journaliste et typographe presque deux fois son âgé, Arturo Álvarez Bustos. Mais le mariage n’est pas nécessairement porteur de liberté et d’émancipation, bien au contraire. L’homme est violent, boit et la trompe; entre-temps, elle a quatre enfants, dont trois meurent prématurément. A ce point, elle prend une autre décision courageuse: elle quitte sa maison avec sa petite fille María (1895-1939), future actrice, sans évidemment pouvoir divorcer, puisque cela n’était pas possible à l’époque.

À gauche, Carmen et sa fille Maria, sur une photo publiée dans Por esos mundos; à droite : Portrait de Carmen de Burgos, publié dans «Nuevo Mundo», année XVII, numéro 843.

Pendant ce temps, pour se rendre autonome, elle étudie pour devenir institutrice; elle s’installe à Madrid où enseigne, mais commence déjà la carrière qui fera d’elle une personnalité symbolique du paysage journalistique, pas seulement espagnol. Devenue amie du célèbre dramaturge Blasco Ibáñez, elle collabore, régulièrement employée par contrat, avec plusieurs magazines grâce à des rubriques créées spécialement pour elle: Notas femininas dans El Globo, Lecturas para la mujer dans Diario Universal, en commençant à utiliser le pseudonyme qui lui apportera la renommée, Colombine, et à promouvoir une série de combats en faveur du suffrage féminin et du divorce. Si, d’un côté, ses prises de position attirent des critiques, de l’autre, elle reçoit une importante reconnaissance, puisqu’elle est choisie par le ministère de l’Instruction pour voyager à l’étranger et mener une enquête sur les systèmes éducatifs d’autres pays. Elle arrive en Italie et, à partir de ce moment, installe une relation constructive avec la culture, l’art, la langue et la littérature italienne; elle y rencontre le dramaturge Roberto Bracco, dont elle traduira Nel mondo della donna. Conversazioni femministe (1906), et Matilde Serao, avec laquelle elle entretient un échange d’idées fécond, notamment sur la question du divorce. Elle retournera à plusieurs reprises en Italie, en particulier dans la Naples tant aimée, qui deviendra à diverses occasions un nid d’amour avec le romancier Ramón Gómez de la Serna, relation prohibite et scandaleuse parce qu’il était marié, mais aussi un point de référence pour ses études suivantes sur Leopardi, dont elle visite avec émotion la tombe.

Carmen de Burgos Seguí, 1908. Numéro d’enregistrement 78112. Code de classification AFB3-117. Éditorial López. (cc) Archives photographiques de Barcelone.

En 1911 paraît sa vaste monographie: Giacomo Leopardi (Su vida y sus obras). Première étude publiée en Espagne sur le sujet, elle est encore aujourd’hui considérée comme la plus exhaustive. Après être devenue la première journaliste professionnelle d’Espagne, elle est sur le point de devenir la première correspondante de guerre. En effet, en 1909, elle part pour le Maroc sur mandat du journal El Heraldo de Málaga afin de suivre, en tant que femme à l’arrière, la situation des troupes, des blessés et de la population civile dans la région de Melilla, lors des troubles qui allaient déboucher sur la guerre du Rif (1921-1926). Elle se rend ensuite sur le front afin de pouvoir écrire sur les conditions de vie réelles des combattants. On la retrouve encore en voyage en Europe, puis en Argentine, tandis qu’elle passe de plus en plus de temps au Portugal, où elle a trouvé une amie chère en la personne d’Ana de Castro Osório (1872-1935), journaliste et écrivaine, elle aussi engagée dans les causes féminines. En 1914, elle visite l’Europe du Nord et constate personnellement les conditions de vie des femmes dans ces pays, bien plus ouverts et modernes que ceux du méditerranée. C’est précisément de cela qu’elle traite dans ses articles. Le déclenchement de la guerre la bloque et l’empêche de rentrer dans son pays; mais, de manière rocambolesque, en courant de graves dangers et en empruntant des chemins détournés, elle rentre après avoir perdu toutes ses notes, ses livres et sa correspondance. Elle continue néanmoins à raconter dans la presse tant ce qu’elle a compris de la situation sociale des pays scandinaves que ce qu’elle a pu voir au cours de ce terrible parcours au cœur du conflit.

Carmen de Burgos dans un portrait de Julio Romero de Torres.

Après la fin de la guerre, elle reprend ses voyages, encore une fois de l’autre côté du monde, en Amérique latine, d’où elle envoie ses correspondances, abordant des thèmes dérangeants et provoquant les réactions des personnes les plus conservatrices. Elle est en effet pacifiste, a défendu l’objection de conscience, se range en faveur de toutes les luttes féminines, donne des conférences, interpelle l’opinion publique et le monde politique, écrit des romans “roses” centrés sur des figures féminines très réalistes, tantôt victorieuses, tantôt vaincues, qui lui servent à aborder les thématiques qui lui tiennent à cœur. Prenons par exemple Il piano inclinato, l’une de ses œuvres les plus denses et intéressantes: c’est l’histoire d’Isabel, devenue orpheline et en difficulté économique à Madrid. Elle est entourée d’une série de jeunes filles comme elle, qui représentent les différents “types sociaux” ; toutefois, même celles qui sont instruites, émancipées et conscientes de leurs droits restent écrasées par le machisme du monde bourgeois et conservateur dominant. Dans le court roman La piscina, l’autrice ironise sur l’arriération et l’hypocrisie d’un père de famille, obsédé par l’honneur, qui voudrait entraver le chemin de ses filles rebelles, Julia et Isabel, déterminées à fréquenter la piscine à tout prix et à conquérir leurs espaces de liberté. La malcasada est tout un programme dès son titre, qui fait explicitement référence au mariage malheureux de la protagoniste, Dolores.

Couvertures de ses livres.

En 1920, Carmen de Burgos fonde l’association Cruzada de las Mujeres Españolas et est membre actif d’associations telles que La Prensa et L’Ateneo ; elle devient présidente de la Liga Internacional de Mujeres Ibéricas e Hispanoamericanas. En 1921, elle publie un livre encore aujourd’hui d’une extrême actualité: L’article 438, en référence à l’article du code pénal espagnol alors en vigueur qui, d’une certaine manière, légitimait le féminicide en invoquant l’honneur. María Addolorata, victime des abus de son mari, cherche son indépendance et trouve un nouvel amour, se berçant de l’illusion de pouvoir s’affirmer comme femme, tandis qu’une violence extrême est à l’affût. Quelques années plus tard paraît un vaste essai, non sans raison intitulé La femme moderne et ses droits (1926), témoignage unique sur la condition féminine au début du XXᵉ siècle, manifeste pour l’égalité, réflexion sur la nécessité d’harmoniser, dans les codes civil et pénal, les droits et les devoirs de l’homme et de la femme, œuvre emblématique du féminisme.

La couverture de l’édition espagnole de La mujer moderna y sus derechos et la recension publiée le 28 juillet 1928 dans La Esfera, n° 760.

En 1929, la cardiopathie de Carmen subit un dur choc lorsqu’elle apprend que sa fille a littéralement séduit son amant, auteur de la pièce de théâtre dans laquelle elle jouait; une brève aventure que la mère pardonne néanmoins généreusement, tandis que Ramón quitte le pays pour s’installer à Paris. En 1931, avec le changement de la situation politique en Espagne et l’avènement de la Seconde République, arrivent enfin certaines des réformes qu’elle avait défendues toute sa vie à travers essais, œuvres narratives, articles et pamphlets : le divorce, la validité du mariage civil, le suffrage universel, la liberté d’expression, l’abolition de la peine de mort et du crime d’honneur, l’enseignement laïque.

Carmen de Burgos préside un acte de défense du droit au divorce à l’Université de Madrid, 12 septembre 1931. Madrid, 1931. Carmen de Burgos. Conférence contre la peine de mort.

C’est précisément à ce moment-là qu’est publiée une autre œuvre fondamentale: Je veux vivre ma vie, roman dans lequel elle anticipe des problématiques d’une grande nouveauté, qui ne seront débattues qu’à partir des années 1950, telles que l’importance de l’éducation de l’enfance dans le développement de l’individu, le droit au travail des femmes, l’évolution de la personnalité, la fluidité de genre, le rapport entre les sexes et l’analyse psychologique des personnages. Le style même est moderne et original: les événements se succèdent tantôt à travers la description minutieuse d’un bref laps de temps, tantôt par la synthèse de plusieurs années entières. L’essentiel, semble suggérer l’autrice, est de choisir comment vivre, quitte à prendre des risques, en cherchant à s’améliorer, pour son propre bien et celui de la société.La même année, Carmen fonde la première loge maçonnique féminine espagnole, dénommée “Amor”, avec quelques amies, sa sœur et sa fille María; elle en devient grande maîtresse, mais le groupe s’expose à une violente répression et à la condamnation par le Tribunal spécial qui frappera plus tard María. Le 8 octobre 1932, alors qu’elle donne une conférence à Madrid, elle se sent mal: son cœur fatigué lâche et elle meurt quelques heures plus tard.

Cérémonie funèbre maçonnique pour la Vénérable Maîtresse « Amor ».

Le régime franquiste qui suivra la condamnera à l’effacement et au silence, puisqu’elle sera inscrite sur la longue liste des personnes indésirables et des écrivains et écrivaines interdits. En réalité, elle, qui appartenait à la dite Génération de 98, a été l’une des figures les plus importantes du mouvement culturel La Otra Edad de Plata et une ardente défenseuse des droits des femmes, comme on le reconnaît pleinement aujourd’hui. En 2003, Blanca Bravo Cela lui a consacré la biographie Carmen de Burgos (Colombine). Contra el silencio, précédée toutefois par les études de Federico Utrera et de Concepción Núñez Rey, qui avaient ravivé l’intérêt pour ce personnage. Sur Vitamine Vaganti a paru un ample article dans le numéro 125. En 2017, à l’occasion du 150ᵉ anniversaire de sa naissance, Carmen a été célébrée par la Bibliothèque nationale d’Espagne; de nombreuses rues portent aujourd’hui son nom et, un peu partout, y compris en Italie, ses livres sont réédités, lui rendant une justice certes tardive, mais nécessaire.


Traduzione spagnola

Francesco Rapisarda

Qué mujer extraordinaria! Periodista, novelista, feminista ante litteram, pacifista, viajera, desafió muchos estereotipos de su época y venció los prejuicios ligados al sexo femenino, aunque tuvo que enfrentarse a obstáculos de todo tipo. Nace en Almería, en España, el 10 de diciembre de 1867, pero vive en el campo, en Rodalquilar, ya que, en esa zona, su padre posee numerosos bienes terrenales e incluso algunas minas. Las imposiciones debidas al rol social de una familia de la alta burguesía le resultan asfixiantes, así que, en un arrebato, se casa siendo todavía muy joven, a los diecisiete años, y para hacerlo elige a un periodista y tipógrafo de casi el doble de su edad, Arturo Álvarez Bustos. Sin embargo, no es cierto que el matrimonio conlleve libertad y emancipación; de hecho, todo lo contrario. El hombre es violento, bebe, le es infiel; mientras tanto ella tiene cuatro entre hijas e hijos, tres de quienes mueren prematuramente. A estas alturas, toma otra decisión valiente: se va de casa con su hijita María (1895-1939), futura actriz, sin poder divorciarse, obviamente, ya que entonces no era posible. 

A la izquierda, Carmen y su hija María, en una foto publicada en Por esos mundos; a la derecha: Retrato de Carmen de Burgos, publicado en «Nuevo Mundo», año XVII, número 843..

Mientras tanto, para lograr autonomía, estudia para ejercer la profesión de maestra; se establece en Madrid, donde enseña, pero ya inicia la carrera que la convertirá en una figura simbólica del panorama periodístico, no solo español. Se hace amiga del célebre dramaturgo Blasco Ibáñez y colabora, contratada de manera regular, con varias revistas gracias a secciones creadas especialmente para ella: Notas femeninas en el «El Globo», Lecturas para la mujer en «Diario Universal», comenzando a utilizar el seudónimo que le dará fama, Colombine, y a promover una serie de luchas a favor del sufragio femenino y del divorcio. Por un lado, sus posiciones atraen críticas; por otro, recibe una importante gratificación, ya que es elegida por el Ministerio de Instrucción para viajar al extranjero y realizar una investigación sobre los sistemas educativos de otros países. Llega también a Italia y, a partir de ese momento, inicia una relación constructiva con la cultura, el arte, la lengua y la literatura italianas. Conoce al dramaturgo Roberto Bracco, de quien traducirá Nel mondo della donna. Conversazioni femministe (En el mundo de las mujeres, (Conversaciones feministas), 1906) y a Matilde Serao, con quien mantiene un fructífero intercambio de opiniones, en particular en torno al tema del divorcio. Regresará en varias ocasiones a Italia, en particular a la querida Nápoles, que se convertirá en distintos momentos tanto en su nido de amor con el novelista Ramón Gómez de la Serna –una relación prohibida y escandalosa, ya que él estaba casado– como en un punto de referencia para sus estudios posteriores sobre Leopardi, cuya tumba visita conmovida.

Carmen de Burgos Seguí, 1908. Número de registro 78112. Código de clasificación AFB3-117. Editorial López. (cc) Archivo Fotográfico de Barcelona.

En 1911 se publica su amplia monografía Giacomo Leopardi (Su vida y sus obras), la primera editada en España sobre el autor y considerada aún hoy la más exhaustiva. A su regreso de aquel largo viaje se traslada a Toledo, donde se establecerá para trabajar, sin dejar por ello la incansable labor como animadora cultural de su salón madrileño, llamado La tertulia modernista. Muy probablemente, la docencia es para Carmen solo un medio de sustento, dado que la absorben mil compromisos; sin embargo, le ofrece varias becas en el extranjero y la posibilidad de conocer otras realidades, ampliando su formación y poniéndola en contacto con personalidad estimulantes. Al mismo tiempo obtiene un nuevo encargo: la más que interesante columna El voto de la mujer en el diario «El Heraldo de Madrid», a través de la cual puede abordar en primer lugar el tema del sufragio universal. Tras convertirse en la primera periodista profesional de España, está a punto de ser también la primera corresponsal de guerra. Efectivamente, en 1909 viaja a Marruecos por encargo del periódico «El Heraldo de Málaga» para seguir, como mujer en la retaguardia, la situación de las tropas, de las personas heridas y de la población civil en la zona de Melilla, en unos tumultos que desembocarían en la Guerra del Rif (1921-1926). Posteriormente se traslada al frente para poder escribir sobre las condiciones de vida reales de quienes combaten. La encontramos nuevamente de viaje por Europa y luego en Argentina, mientras pasa cada vez más tiempo en Portugal, donde entabla una estrecha amistad con Ana de Castro Osório (1872-1935), periodista y escritora, también comprometida con las causas femeninas. En 1914 visita el norte de Europa y comprueba personalmente las condiciones de vida de las mujeres en esos países, mucho más abiertos y modernos que los mediterráneos, tema que aborda en sus artículos. El estallido de la guerra la bloquea y le impide regresar a su país; no obstante, de manera rocambolesca, asumiendo graves riesgos y siguiendo rutas indirectas, logra volver tras haber perdido todos sus apuntes, libros y su correspondencia. Aun así, continúa relatando en la prensa tanto lo que comprendió de la situación social de los países escandinavos como lo que pudo presenciar durante el terrible trayecto en pleno conflicto.

Carmen de Burgos en un retrato de Julio Romero de Torres.

Tras el fin de la guerra retoma sus viajes, de nuevo al otro lado del mundo, en América Latina, desde donde envía sus corresponsalías, abordando temas incómodos y provocando las reacciones de los sectores más conservadores. En efecto, es una pacifista: ha defendido la objeción de conciencia, se ha posicionado a favor de todas las luchas femeninas, dicta conferencias, interpela a la opinión pública y a la clase política, y ha escrito novelas “rosas” centradas en figuras femeninas muy realistas, a veces vencedoras y otras derrotadas, que le sirven en cualquier caso para tratar los temas que le son más queridos. Tomemos como ejemplo El plano inclinado, una de sus obras más densas e interesantes: narra la historia de Isabel, huérfana en dificultades económicas, en Madrid. Está rodeada de una serie de jóvenes como ella que representan los distintos “tipos” sociales; sin embargo, incluso quien es instruida, está emancipada y es consciente de sus propios derechos acaba aplastada por el machismo del mundo burgués y conservador predominante. En la novela corta La piscina, se ironiza sobre el atraso y la hipocresía de un padre de familia, obsesionado con el honor, que pretende obstaculizar el camino de sus hijas rebeldes, Julia e Isabel, decididas a toda costa a frecuentar la piscina y a conquistar sus propios espacios de libertad. La malcasada es toda una declaración de intenciones, ya desde el título, que remite explícitamente al matrimonio infeliz de la protagonista, Dolores.

Portadas de sus libros.

En 1920 Carmen de Burgos funda la asociación Cruzada de las Mujeres Españolas y es miembro activo de entidades como La Prensa y El Ateneo; se convierte asimismo en presidenta de la Liga Internacional de Mujeres Ibéricas e Hispanoamericanas. En 1921 publica un libro que sigue siendo hoy de enorme actualidad: El artículo 438, en referencia al artículo del Código Penal español vigente que, de algún modo, legitimaba el feminicidio apelando al honor. María de las Angustias, víctima de los abusos de su marido, busca su independencia y encuentra un nuevo amor, ilusionándose con la posibilidad de afirmarse como mujer, mientras la violencia extrema acecha. Pocos años después aparece un amplio ensayo suyo, no en vano titulado La mujer moderna y sus derechos (1926), un testimonio único sobre las condiciones de la mujer a comienzos del siglo XX, un manifiesto sobre la igualdad y una reflexión acerca de la necesidad de armonizar en los códigos civil y penal los derechos y deberes del hombre y de la mujer, obra emblemática del feminismo.

La portada de la edición española de La mujer moderna y sus derechos y la reseña publicada el 28 de julio de 1928 en La Esfera, n.º 760.

En 1929 la cardiopatía de Carmen sufre un duro golpe al enterarse de que su hija había literalmente seducido a su amante, autor del texto teatral en el que ella actuaba; una breve aventura que, no obstante, la madre perdona generosamente, mientras Ramón abandona el país y se muda a París. En 1921, con el cambio de la situación política en España y la llegada de la Segunda República, se aprueban de las reformas que ella había defendido durante toda su vida a través de ensayos, textos narrativos, artículos y panfletos: el divorcio, la validez del matrimonio civil, el sufragio universal, la libertad de expresión, la abolición de la pena de muerte y del delito de honor, y la enseñanza laica.

Carmen de Burgos preside un acto en defensa del derecho al divorcio en la Universidad de Madrid, 12 de septiembre de 1931. Madrid, 1931. Carmen de Burgos. Conferencia contra la pena de muerte.

Precisamente entonces se publica otra de sus obras fundamentales: Quiero vivir mi vida, novela en la que anticipa problemáticas de gran novedad que no se debatirán ampliamente hasta después de los años cincuenta, como la importancia de la educación infantil en el desarrollo de la persona, el derecho al trabajo de las mujeres, la evolución de la personalidad, la fluidez de género, las relaciones entre los sexos y el análisis psicológico de los personajes. También el tratamiento narrativo es moderno y original: los acontecimientos se suceden a veces mediante una descripción minuciosa de un breve lapso de tiempo y, en otras ocasiones, mediante la síntesis de años enteros. Lo importante –parece sugerir la autora– es elegir cómo vivir, incluso arriesgando, intentando mejorar, por el propio bien y por el de la sociedad. Ese mismo año Carmen funda la primera logia masónica femenina española, denominada Amor, junto con algunas amigas, su hermana y su hija María; se convierte en su gran maestra, aunque el grupo corre el riesgo de una represión violenta y de la condena del Tribunal Especial que, tiempo después, afectará a María. El 8 de octubre de 1932, mientras imparte una conferencia en Madrid, se siente mal; su corazón fatigado cede y pocas horas después muere.

Ceremonia fúnebre masónica para la Venerable Maestra “Amor”.

El régimen franquista posterior la condenará a la cancelación y al silencio, al incluirla en la larga lista de personas no gratas y de escritores y escritoras prohibidas. En realidad, ella, perteneciente a la llamada generación del 98, fue una de las figuras más importantes del movimiento cultural La Otra Edad de Plata y una paladina de los derechos de la mujer, como hoy se reconoce plenamente. En 2003 Blanca Bravo Cela le dedicó la biografía Carmen de Burgos (Colombine). Contra el silencio, precedida por los estudios de Federico Utrera y de Concepción Núñez Rey, que habían reavivado el interés por su figura. En nuestra revista «Vitamine vaganti» publicamos un amplio artículo sobre ella en el número 125. En 2017, con motivo de los 150 años de su nacimiento, Carmen fue celebrada por la Biblioteca Nacional de España; hoy diversas calles llevan su nombre y, en muchos lugares –Italia incluida–, se reeditan sus libros, haciendo una justicia tan necesaria como tardía.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

What an extraordinary woman! Journalist, novelist, very early feminist, pacifist, and traveler, she defied many stereotypes of her time and triumphed over prejudices against the female sex, even though she encountered obstacles of all kinds. She was born in Almería, Spain, on December 10, 1867, but lived in the countryside, in Rodalquilar, as her father had many land holdings there and mines as well. The impositions due to the social role of the upper-middle-class family were a tight squeeze on her, so she married, while still a young girl of 17, and to do so she chose a journalist and printer almost twice her age, Arturo Álvarez Bustos. But marriage did not necessarily bring freedom and emancipation - far from it. The man was violent, he drank, he cheated on her, she meanwhile had four children, three of whom died prematurely. At that point she made another courageous decision. She left home with her little daughter Maria (1895-1939), a future actress, without, of course, being able to divorce since it was not possible then.  

On the left, Carmen and her daughter María, in a photo published in Por esos mundos; on the right: Portrait of Carmen de Burgos, published in «Nuevo Mundo», year XVII, number 843.

In the meantime, to make herself independent, she studied to be a schoolteacher; she settled in Madrid where she taught, but already began the career that would make her a symbolic figure in the journalistic scene of the time, not only in Spain. She became friends with the famous playwright Blasco Ibañez and collaborated, regularly hired by contract, with a number of magazines thanks to columns created especially for her: Notas femininas in El Globo, Lecturas para la mujer in Diario Universale, beginning to use the pseudonym that would give her fame – Colombine - and promoted a series of battles in favor of women's suffrage and divorce. While her positions attracted criticism, she received major gratification because she was chosen by the Ministry of Education to travel abroad and survey the educational systems of other countries. She also traveled to Italy and from that moment began a constructive relationship with Italian culture, art, language, and literature. She met the playwright Roberto Bracco, whose work she would translate In the World of Women. Feminist Conversations (1906), and Matilde Serao, with whom she had a fruitful exchange of views, especially on the subject of divorce. She would return several times to Italy, particularly to her beloved Naples, which would become on several occasions a love nest with the novelist Ramón Gomez de la Serna, a forbidden and scandalous affair because he was married, but also the point of reference for her later studies on Leopardi, whose tomb she visited movingly.

Carmen de Burgos Seguí, 1908. Registration number 78112. Classification code AFB3-117. Editorial López. (cc) Barcelona Photographic Archive..

In 1911 she published her extensive monograph, Giacomo Leopardi (Su vida y sus obras), the first published in Spain on the subject and still considered the most comprehensive. On her return from that long journey she was transferred to Toledo, where she would stay to work, while continuing her tireless work as cultural animator of her Madrid salon called “La tertulia modernista” (meeting, circle). Teaching was most likely only a means of livelihood for Carmen, as she was caught up in a thousand commitments, yet it gave her several scholarships abroad and the opportunity to become familiar with other realities, expanding her education and meeting stimulating personalities. In the meantime, she got a new assignment: the very interesting column El voto de la mujer in the daily El Heraldo de Madrid in which she could directly address the issue of universal suffrage. After becoming Spain's first professional journalist, she was soon to become its first war correspondent. In 1909 she traveled to Morocco on assignment for the newspaper El Heraldo de Malaga to follow, as a woman in the rear, the situation of the troops, the wounded, and the civilian population in the Melilla area, in those uprisings that would result in the Rif War (1921-26), but she then moved to the front so that she could write about the real living conditions of the combatants. She continued traveling in Europe and then in Argentina, while she spent more and more time in Portugal, where she found a close friend in Ana de Castro Osório (1872-1935), a journalist and writer who was also committed to women's causes. In 1914 she visited Northern Europe and saw for herself the conditions of women in those countries, which were much more open and modern than the Mediterranean countries. And this was what she dealt with in her articles. The outbreak of war stopped her and prevented her from returning to her homeland, but in a haphazard way, taking grave risks and going by the wayside, she managed to return, having lost all her notes, her books, and her correspondence. She continues, however, to report in the press both what she understood about the social situation in the Scandinavian countries and what she could see on the terrible journey in the midst of the conflict.

Carmen de Burgos in a portrait by Julio Romero de Torres.

After the end of the war she resumed her travels, still on the other side of the world, in Latin America, from where she sent her correspondences, dealing with uncomfortable topics and provoking a reactionfrom the most conservative people. She was in fact a pacifist, had defended conscientious objectors, stood up for every women's battle, gave lectures, urged public opinion and politics, and wrote “pink” novels centered on very realistic figures of women, now victorious now defeated, which nonetheless served her to deal with the issues close to her heart. Take, for example, The Inclined Plane, one of her densest and most interesting works. It is the story of Isabel, orphaned and struggling financially, in Madrid. She was surrounded by a series of girls like her who represented the various social “types,” yet even those who were educated, emancipated, and conscious of their rights, remained crushed by the machismo of the bourgeois and conservative world that prevailed. In the short novel The Pool, she ironizes the backwardness and hypocrisy of a family father concerned about honor who would like to stand in the way of his rebellious daughters, Julia and Isabel, who are determined to attend the pool at all costs and win their own spaces of freedom. La malcasada is a whole program, right down to the title, which explicitly refers to the unhappy marriage of the protagonist Dolores.

Covers of her books.

In 1920 Carmen de Burgos founded the association Cruzada de las Mujeres Españolas and was an active member of associations such as La prensa and L'ateneo. She became president of the Liga Internacional de Mujeres Hibericas y Hispanoamericanas. In 1921 she published a book that is still extremely relevant today - Article 438, referring to the article in the Spanish Penal Code then in force that somehow legitimized feminicide by appealing to honor. Maria Addolorata, a victim of her husband's abuse, sought her own independence and found a new love, deluding herself that she could assert herself as a woman, while extreme violence lurked. A few years later she published a wide-ranging essay not coincidentally titled Modern Woman and Her Rights (1926), a unique testimony to the conditions of women in the early twentieth century, a manifesto on equality, a reflection on the need to unify in civil and criminal codes the rights and duties of men and women, an emblematic work of feminism.

The cover of the Spanish edition of La mujer moderna y sus derechos and the review published on July 28, 1928, in La Esfera, no. 760.

In 1929 Carmen's heart condition suffered a severe blow as she learned that her daughter had literally seduced her lover, the author of the play in which she was acting; -a brief fling, which, however, her mother generously forgave, while Ramón left the country and moved to Paris. In 1931 came, as the political situation in Spain changed with the advent of the Second Republic, some of the reforms she had advocated all her life through essays, narrative texts, articles, and pamphlets, including divorce, the validity of civil marriages, universal suffrage, freedom of expression, the abolition of the death penalty and honor killing, and secular education.

Carmen de Burgos presides an event in defense of the right to divorce at the University of Madrid, September 12, 1931. Madrid, 1931. Carmen de Burgos. Conference against the death penalty.

Just then another seminal work of hers was published, I Want to Live My Life, a novel in which she anticipated groundbreaking issues that would be discussed, at least after the 1950s, such as the importance of childhood education in the development of the individual, the right to work for women, personality evolution, gender fluidity, the relationship between the sexes, and the psychological analysis of characters. The treatment is also modern and original - events follow each other sometimes with a meticulous description of a short period of time, sometimes with summaries of entire years. The important thing, the author seemed to suggest, is to choose how to live, perhaps taking risks, trying to improve, for one's own and society's sake. In the same year Carmen formed the first Spanish women's Masonic lodge called “Amor,” together with some friends, her sister and daughter Maria. She became its grand mistress, but the group risked violent repression and condemnation by the Special Court that would strike Maria some time later. On October 8, 1932, while giving a lecture in Madrid, she became ill, her fatigued heart gave out, and a few hours later she died.

Masonic funeral ceremony for the Venerable Mistress “Amor.”

The subsequent Francoist regime would condemn her to erasure and silence, and she was included in the long list of unwelcome persons and banned writers. In fact, she, who belonged to the so-called '98 generation, was one of the most important exponents of the La Otra Edad de Plata cultural movement and a champion of women's rights, as she is fully recognized today. In 2003, the biography Carmen de Burgos (Colombine) was dedicated to her by Blanca Bravo Cela. Contra el silencio, preceded it however - studies by Federico Utrera and Concepción Núñez Rey that had awakened interest in the character. An extensive article appeared in Vitaminavagante No. 125. In 2017, for the 150th anniversary of her birth, Carmen was celebrated by the National Library of Spain. Several streets now bear her name, and almost everywhere, including Italy, her books are being reprinted, doing her an albeit belated justice.

 

Eleonora de Fonseca Pimentel
Laura Candiani

Anita Mottaghi

 

 Il nome Eleonora si lega a varie figure che hanno segnato il nostro immaginario e hanno tracciato il cammino delle donne: dalla bellissima Eleonora di Toledo immortalata da Agnolo Bronzino a Eleonora d'Aquitania, madre di Riccardo cuor di leone, da Eleonora d'Arborea, lungimirante giudicessa sarda, alla first lady Eleonor Roosevelt, fino alle protagoniste di opere liriche celebri come Il trovatore e La forza del destino. Leonor di Borbone oggi è pure l'erede al trono di Spagna, per cui diventerà la prima sovrana della storia moderna. Eleonora o Leonor secondo l'etimologia significa "compassionevole"; ricorrendo a un'altra suggestiva ipotesi sarebbe da interpretare come "cresciuta nella luce". Nel caso della straordinaria figura di Eleonora Fonseca si potrebbe proprio affermare, alla latina, nomen omen perché sia le doti della pietà, dell'altruismo, della comprensione umana sia l'intelligenza, la vivacità d'ingegno, la luminosa fede nel cambiamento le sono appartenute di diritto.

È stata un ponte fra Portogallo e Italia, ma di fatto la sua esistenza ci riguarda pienamente, e da vicino. Di lei si parla soprattutto nei libri di storia, in modo più o meno approfondito, quando si affronta la Rivoluzione napoletana del 1799 perché la si ricorda come giornalista e rivoltosa. Le sono dedicate scuole e strade; Benedetto Croce ha incentrato su di lei una delle sue prime e più significative biografie, un'altra è stata pubblicata da Maria Antonietta Macciocchi; sulla sua vita è stato scritto un magnifico romanzo storico, un vero gioiello, opera di Enzo Striano: Il resto di niente (1986);


nel 2004 è uscito il pluripremiato film omonimo di Antonietta De Lillo con Maria de Medeiros;


un francobollo da 800 lire fu emesso nel duecentesimo anniversario della morte;


una lapide campeggia sull'abitazione romana in cui nacque e uno stendardo pende dalla sua residenza napoletana.

Articoli storici e biografici compaiono periodicamente su quotidiani e riviste, anche su Vitamine vaganti in più occasioni (si segnalano in particolare quelli sui n.44 e 148). Allora pensiamo di sapere tutto su di lei e di ricordarla come merita?

Nata a Roma da nobile famiglia di origini portoghesi il 13 gennaio 1752, fece parte del primo ristretto gruppo di ribelli giustiziati per impiccagione a Napoli il 20 agosto 1799 nella piazza del Mercato: l'esperienza rivoluzionaria era stata di breve durata, dal 23 gennaio al 22 giugno. Eleonora fu l'unica donna, la più colta, la meno giovane, anche se aveva solo 47 anni, e dovette assistere alla morte dei compagni di sventura, cosa che fece con grande coraggio. Non mancò di chiedere che le venisse stretto l'abito alle caviglie perché il popolino che amava assistere in massa alle esecuzioni non si divertisse a scrutarle sotto la gonna. Varie testimonianze affermarono che le sue ultime parole furono quelle di una raffinata citazione virgiliana: «Forsan et haec olim meminisse iuvabit», dal I canto dell'Eneide. Della sua tomba oggi non si hanno tracce certe, perché fu sepolta nella Congrega di Santa Maria di Costantinopoli, poi scomparsa, ma in seguito forse i suoi resti furono deposti nella tomba di famiglia nel cimitero monumentale di Napoli. Nei mesi successivi gli altri condannati, in totale 122, vennero uccisi e fra questi si annovera un'altra donna, Luisa Sanfelice (28.2.1764-11.9.1800), che fu sì una patriota, ma più un'eroina romantica che non una vera e propria protagonista degli eventi.

Abbiamo trovato fra loro anche una figura praticamente sconosciuta, Francesca De Carolis Cafarelli, che fu torturata e fucilata dai sanfedisti a Tito, presso Potenza, qualche tempo prima, il 27 maggio 1799. Un bellissimo personaggio che aveva fiancheggiato la rivolta partenopea, condividendone gli ideali con il marito, una madre di sette figli che aveva educato ai valori della Rivoluzione francese. Eleonora fu una patriota a pieno titolo, una fine intellettuale, una precocissima scrittrice, una politica dalle idee chiare, ma pure ― e questo al momento più ci interessa ― una giornalista senza eguali nella società del suo tempo. La sua formazione aveva infatti seguito un iter anomalo visto che il padre Clemente, dopo un soggiorno a Roma, aveva preferito l'ambiente vivace e cosmopolita di Napoli, più libero dai rapporti con il clero e con il Vaticano. Aveva sposato una portoghese come lui, Caterina Lopez de Leon, e insieme impartirono alla figlia la migliore educazione possibile. Fino da piccola studiava il greco, il latino, la matematica, la fisica, le scienze, discipline storiche e giuridiche, conosceva varie lingue moderne (portoghese, italiano, francese, leggeva l'inglese), faceva traduzioni, sapeva conversare e scrivere rime, tanto che fu accolta prima nell'Accademia dei Filareti, poi in Arcadia.

Frequentava i salotti dei personaggi più in vista dove era ammirata con autentico stupore per la sua grazia e la sua cultura fuori del comune. Era abbonata all'Encyclopédie di Diderot ed era in corrispondenza con intellettuali quali Metastasio, Voltaire, con cui ci fu un cortese scambio di sonetti, e il geologo padovano Alberto Fortis. Componeva versi, come si usava allora, per ogni occasione privata o mondana, dai sonetti alle canzoni, e fu così che si distinse sedicenne grazie al poemetto Il tempio della gloria per le nozze dei regnanti Carolina e Ferdinando, subito stampato, e in seguito per l'augurio al loro figlio Carlo Francesco, immortalato nelle vesti di Orfeo. Fra la regina ed Eleonora nacque un rapporto di stima e simpatia tanto che la giovane fu nominata sua bibliotecaria personale. Nel 1773 aveva pubblicato un sonetto per la nascita della principessina Maria Luisa e nel 1777 il poemetto Il trionfo della virtù in cui tesseva l'elogio dell'istituzione monarchica, una buona prassi per quel momento storico.

Come per ogni ragazza da marito, arrivarono le nozze nel 1778, invero modeste e inappropriate, con un tenente napoletano che si rivelò un personaggio squallido, geloso e violento, e che sperperò la sua dote. Eleonora affrontò una serie di dolori: il figlio Francesco morì a soli 8 mesi, e fu da lei pianto con cinque dolentissimi sonetti, poi ebbe due aborti procurati dalle percosse dell'uomo che tentò persino l'uxoricidio. Il padre dovette intervenire e intercedere per il divorzio. Si arrivò al processo, ma il Tria, non si sa perché, rinunciò fortunatamente alla causa e morì di lì a poco. Eleonora però non aveva finito di soffrire: c'era già stata la morte della mamma, poi la morte del padre volle dire serie difficoltà economiche e l'umiliante richiesta di un sussidio da parte della Corte.

Mentre continuava a studiare e a confrontarsi con il pensiero illuminista, con le ragioni degli intellettuali francesi, con la cultura più aggiornata, fu ammessa all'Accademia reale di Scienze e Belle Lettere e frequentava i salotti più vivaci in città. Tuttavia i tempi stavano mutando in tutta Europa e a Eleonora venne meno il supporto di Carolina, specie dopo i tragici eventi del 1789 e l'uccisione della sorella, la regina di Francia Maria Antonietta, nel 1793. Le fu tolto il finanziamento statale nel 1797 e l'anno successivo dovette subire il carcere a causa delle leggi sempre più restrittive messe in atto dai Borbone contro la libertà di stampa e di espressione. Ma in cosa stava cambiando il pensiero di Eleonora? L'apertura mentale, la voglia di conoscere, l'attenzione ai fatti internazionali, la simpatia per la neonata Repubblica francese, la vicinanza a una fallita rivolta giacobina l'avevano inserita in una lista di persone sgradite alla Corte.

Dal carcere la sua voce si alzò sprezzante nei confronti dell'atteggiamento ingannevole della regina, prima amica poi traditrice: in un celebre sonetto la definì «Rediviva Poppea, tribade impura,/d'imbecille tiranno empia consorte» e non mancò di salutare con favore la decapitazione della «infame suora» dalla «indegna testa». Come si ricorderà l'arrivo delle truppe napoleoniche mise in fuga i sovrani e le persone incarcerate, sia per reati politici sia per reati comuni, furono rilasciate su pressione popolare. Eleonora Fonseca si unì alla folla in rivolta, diretta al castello di Sant'Elmo, e fu così che il 23 gennaio 1799 fu proclamata la repubblica. Nel limitato periodo il suo ruolo divenne centrale e dominante perché prese la direzione di un giornale rimasto alla storia: il bisettimanale Monitore napoletano, di cui il 2 febbraio uscì il primo numero, con lo scopo principale di rendere noti atti e comunicati del Governo provvisorio. D'altra parte, chi meglio di lei ne aveva la cultura, le doti, la lungimiranza? In breve scrisse anche la maggior parte degli articoli, in piena libertà, senza risparmiare critiche ai francesi e aprendo a varie collaborazioni con intellettuali quali Domenico Cirillo, Francesco Mario Pagano, Ettore Carafa, che saranno anch'essi giustiziati. Esprimeva tutto il suo entusiasmo per l'esperienza che stavano vivendo e su quelle pagine faceva progetti; aveva in mente mille idee, mille iniziative per educare il popolo attraverso spettacoli, divertimenti in piazza, uso del dialetto in una gazzetta dal facile contenuto, giochi per l'infanzia. Tutto poteva essere utile per divulgare le idee di uguaglianza, di giustizia, di libertà, scaturite dall'esempio francese, tutto doveva convergere verso un obiettivo comune: l'istruzione, che con il tempo avrebbe diminuito il divario fra i rivoluzionari più motivati, fra cui lei donna era un'eccezione, e la popolazione impreparata.

Aveva anche abbandonato il cognome altisonante e il "de" nobiliare per essere una semplice cittadina, una autentica democratica, convinta repubblicana, che non si piegava a compromessi con le posizioni più attendiste e moderate. Merita ricordare che Benedetto Croce, nel 1943, curò per Laterza una edizione completa dei 35 numeri usciti del Monitore, fino all'ultimo dell'8 giugno. Ma le cose andarono diversamente: il re Ferdinando organizzò un esercito, le truppe guidate da Fabrizio Ruffo, il "cardinale mostro" (come lo definì Eleonora), entrarono in città ed ebbero la meglio sugli insorti che in massa decisero di fuggire verso la Francia. Era pronta anche Eleonora, ma fu catturata mentre la nave stava per salpare. Processata in fretta e furia, nonostante avesse firmato uno specifico e regolare atto di "obbliganza" in cui giurava di non tornare mai più, pur di aver salva la vita, fu invece condannata a morte; chiese allora di essere decapitata, in quanto di origine nobile, ma la richiesta non fu accolta e finì sul patibolo con gli altri sette, mentre quel popolo che amava e voleva elevare ed educare cedeva al vigliacco scherno.

Fra gli omaggi arrivati alla memoria di questa illuminata pensatrice e donna coraggiosa ci piace ricordare quello in occasione del bicentenario della Repubblica napoletana: il grande musicista partenopeo Roberto De Simone compose Eleonora oratorio drammatico, un'opera di cui fu interprete come voce recitante l'attrice inglese Vanessa Redgrave e che andò in scena l'8 gennaio 1999 nella bellissima cornice del teatro San Carlo a Napoli, ripresa in seguito più volte. Vari artisti, operando di fantasia, hanno raffigurato Eleonora con dipinti e statue, visto che la sua esistenza affascinante e la sua tragica morte di martire non potevano non suscitare emozioni; l'ultimo esempio di cui si sia a conoscenza è un busto in bronzo realizzato dalla scultrice Marisa Ciardiello e situato dal 1999 nella Biblioteca nazionale del capoluogo campano. Di Eleonora tuttavia non esiste un vero e proprio ritratto: l'unico che si conosce, riprodotto fino dal 1852, è frutto di una tradizione iconografica.


Traduzione francese

Michela Rocchi

On peut associer le prénom Eleonora à plusieurs figures qui ont marqué notre imaginaire et qui ont jalonné le chemin des femmes : on pense à la belle Eleonora di Toledo, immortalisée par Agnolo Bronzino ; à Eleonora d’Aquitania, mère de Richard Coeur de Lion ; à Eleonora d’Arborea, clairvoyante juge souveraine sarde ; à la première dame Eleonor Roosevelt ; ainsi qu’aux héroïnes d’opéras célèbres tels que Le trouvère et La force du destin ; ou encore on peut penser à Leonor de Bourbon, qui est aujourd’hui l’héritière du trône d’Espagne et qui deviendra la première souveraine de l’histoire moderne. Eleonora, ou Leonor, selon l’étymologie signifie « compatissante » ; une autre hypothèse tout aussi suggestive, suggère que le nom serait à interpréter comme « élevée dans la lumière ». Dans le cas de la figure extraordinaire d’Eleonora Fonseca, on peut affirmer, en citant l’adage latin, nomen omen : les qualités de piété, d’altruisme et de compréhension humaine, comme l’intelligence, la vivacité d’esprit et la foi lumineuse dans le changement, lui appartenaient de plein droit.

Eleonora Fonseca fut un pont entre le Portugal et l’Italie, mais, en réalité, son existence nous concerne pleinement et de très près. On parle d’elle dans les livres d’histoire, de manière plus ou moins approfondie, lorsqu’on aborde la Révolution napolitaine de 1799, elle y est rappelée comme journaliste et révoltée. Des écoles et des rues lui sont dédiées ; Benedetto Croce lui a consacré l’une de ses premières et plus significatives biographies, une autre a été publiée par Maria Antonietta Macciocchi ; un magnifique roman historique, véritable joyau, a été écrit sur sa vie par Enzo Striano, Il resto di niente (1986);


sorti en 2004, le film homonyme d’Antonietta De Lillo, avec Maria de Medeiros a remporté plusieurs prix;


n timbre de 800 lires fut émis pour le bicentenaire de sa mort;


une plaque commémorative orne la maison romaine où elle naquit et une bannière est suspendue à sa résidence napolitaine.

Des articles historiques et biographiques paraissent périodiquement dans les quotidiens et les revues, y compris à plusieurs reprises dans Vitamine vaganti (on signale notamment les numéros 44 et 148). Mais alors, pensons-nous tout savoir d’elle ? Et nous lui rendons l’hommage qu’elle mérite ?

Née à Rome, dans une famille noble d’origine portugaise, le 13 janvier 1752, elle fit partie du premier groupe restreint de rebelles exécutés par pendaison à Naples, le 20 août 1799, sur la Piazza del Mercato : l’expérience révolutionnaire avait été de courte durée, du 23 janvier au 22 juin. Eleonora fut la seule femme, la plus instruite, la moins jeune, bien qu’elle n’eût que quarante-sept ans, et dut assister à la mort de ses compagnons d’infortune, ce qu’elle fit avec un grand courage. Elle n’oublia pas de demander que sa robe fût serrée à ses chevilles, afin que le petit peuple, friand de ces exécutions publiques, ne se divertît pas à regarder sous sa jupe. Plusieurs témoignages rapportèrent que ses derniers mots furent ceux d’une citation virgilienne raffinée : « Forsan et haec olim meminisse iuvabit », tirée du premier chant de l’Énéide. De sa tombe, on n’a aujourd’hui aucune trace certaine, car elle fut enterrée dans la Congrega de Santa Maria di Costantinopoli, par la suite disparue, mais il est possible que ses restes aient ensuite été transférés dans la tombe familiale au cimetière monumental de Naples. Dans les mois suivants, les autres condamnés, cent vingt-deux au total, furent exécutés ; parmi eux figure une autre femme, Luisa Sanfelice (28.2.1764-11.9.1800), qui fut certes une patriote, mais davantage une héroïne romantique qu’une véritable protagoniste des événements.

On compte également parmi eux une figure presque inconnue, Francesca De Carolis Cafarelli, torturée et fusillée par les sanfédistes à Tito, auprès de Potenza, quelques temps auparavant, le 27 mai 1799. Elle fut un personnage admirable, qui avait soutenu la révolte parthénopéenne en en partageant les idéaux avec son mari, mère de sept enfants qu’elle avait élevés dans les valeurs de la Révolution française. Eleonora fut une patriote à part entière, une intellectuelle raffinée, une écrivaine d’une précocité exceptionnelle, une femme politique aux idées claires, mais aussi — et c’est ce qui nous intéresse le plus ici— une journaliste sans égale dans la société de son temps. Sa formation avait suivi en effet un parcours atypique vu que son père, Clemente, après un séjour à Rome, avait préféré l’environnement vif et cosmopolite de Naples, plus libre des rapports avec le clergé et le Vatican. Il avait épousé une Portugaise comme lui, Caterina Lopez de Leon, et ensemble ils offrirent à leur fille la meilleure éducation possible. Dès l’enfance, elle étudia le grec, le latin, les mathématiques, la physique, les sciences, les disciplines historiques et juridiques ; elle connaissait plusieurs langues modernes (le portugais, l’italien, le français, lisait l’anglais), faisait des traductions, savait converser et écrire des vers, au point d’être admise d’abord à l’Accademia dei Filareti, puis en Arcadie.

Elle fréquentait les salons des personnages les plus en vue, où elle était admirée avec un véritable étonnement pour sa grâce et sa culture hors du commun. Abonnée à l’Encyclopédie de Diderot, elle correspondait avec des intellectuels tels que Metastasio, Voltaire, avec lequel elle échangea courtoisement des sonnets, et le géologue padouan Alberto Fortis. Elle composait des vers, comme il était d’usage alors, pour toute occasion privée ou mondaine, des sonnets aux chansons, et c’est ainsi qu’à seize ans elle se distingua grâce au poème Il tempio della gloria [Le temple de la gloire] pour les noces des souverains Carolina et Ferdinando, aussitôt imprimé, puis par le poème de vœux pour leur fils Carlo Francesco, représenté sous les traits d’Orphée. Entre la reine et Eleonora naquit une relation d’estime et de sympathie, au point que la jeune femme fut nommée bibliothécaire personnelle de la souveraine. En 1773, elle publia un sonnet pour la naissance de la petite princesse Maria Luisa et, en 1777, le poème Il trionfo della virtù [Le triomphe de la vertu], dans lequel elle faisait l’éloge de l’institution monarchique, une pratique parfaitement conforme à l’époque.

Comme pour toute jeune fille en âge de se marier, les noces arrivèrent en 1778, en réalité modestes et inappropriées, avec un lieutenant napolitain qui se révéla être un individu médiocre, jaloux et violent, et qui dilapida sa dot. Eleonora dut affronter une suite de douleurs : son fils Francesco mourut à l’âge de huit mois, et elle le pleura dans cinq sonnets d’une profonde affliction ; puis elle subit deux fausses couches provoquées par les coups de cet homme, qui tenta même de la tuer. Son père dut intervenir et intercéder pour obtenir le divorce. Un procès s’ouvrit, mais Tria, pour des raisons inconnues, renonça heureusement à la procédure et mourut peu après. Toutefois, Eleonora n’en avait pas fini avec la souffrance : après la mort de sa mère, celle de son père entraîna de graves difficultés économiques et l’humiliante demande d’un subside à la Cour.

Alors qu’elle continuait à étudier et à se confronter à la pensée des Lumières, aux idées des intellectuels français et à la culture la plus avancée, elle fut admise à l’Académie Réelle de Sciences et Belles Lettres et fréquentait les salons les plus animés de la ville. Mais les temps changeaient dans l’Europe entière et Eleonora perdit le soutien de Carolina, surtout après les événements tragiques de 1789 et l’exécution de sa sœur, la reine de France Marie-Antoinette, en 1793. En 1797 lui fut retiré le financement de l’État et, l’année suivante, elle dut subir l’emprisonnement en raison des lois de plus en plus restrictives mises en place par les Bourbons contre la liberté de la presse et d’expression. Mais en quoi consistait l’évolution de la pensée d’Eleonora ? Son ouverture d’esprit, son désir de connaissance, son attention aux événements internationaux, sa sympathie pour la jeune République française, sa proximité avec une révolte jacobine avortée l’avaient fait inscrire sur la liste des personnes indésirables à la Cour.

Depuis la prison, sa voix s’éleva avec mépris contre l’attitude trompeuse de la reine, d’abord amie puis traîtresse : dans un sonnet célèbre, elle la qualifia de « Rediviva Poppea, tribade impura, / d’imbecille tiranno empia consorte », que l’on peut traduire par « Poppea resuscitée, tribade impure / épouse impie d’un tyran imbécile » et ne manqua pas de saluer favorablement la décapitation de « l’infâme sœur » et de sa « tête indigne ». Comme on le sait, l’arrivée des troupes napoléoniennes mit en fuite les souverains et les personnes emprisonnées, tant pour des délits politiques que de droit commun, furent libérées sous la pression populaire. Eleonora Fonseca se joignit à la foule insurgée, en marche vers le château de Sant’Elmo, et c’est ainsi que, le 23 janvier 1799, la République fut proclamée. Durant cette brève période, son rôle devint central et prépondérant, puisqu’elle prit la direction d’un journal resté dans l’histoire : le bihebdomadaire Monitore napoletano, dont le premier numéro parut le 2 février, avec pour objectif principal de diffuser les actes et communiqués du Gouvernement provisoire. Qui mieux qu’elle, d’ailleurs, en avait la culture, les qualités et la clairvoyance ? Elle écrivit bientôt la majeure partie des articles, en toute liberté, sans épargner les critiques à l’égard des Français et en ouvrant le journal à diverses collaborations avec des intellectuels tels que Domenico Cirillo, Francesco Mario Pagano et Ettore Carafa, qui seront eux aussi exécutés. Elle exprimait tout son enthousiasme pour l’expérience en cours et, dans ces pages, élaborait des projets : mille idées, mille initiatives pour éduquer le peuple par le biais de spectacles, de divertissements sur les places publiques, de l’usage du dialecte dans une gazette au contenu accessible, de jeux pour l’enfance. Tout pouvait servir à diffuser les idéaux d’égalité, de justice et de liberté issus de l’exemple français ; tout devait converger vers un objectif commun : l’instruction, qui, avec le temps, aurait réduit l’écart entre les révolutionnaires les plus engagés, parmi lesquels elle, femme, faisait figure d’exception, et une population encore peu préparée.

Elle avait même abandonné son patronyme prestigieux et la particule nobiliaire « de » pour devenir une simple citoyenne, une authentique démocrate, républicaine convaincue, refusant tout compromis avec les positions plus attentistes et modérées. Il convient de rappeler que Benedetto Croce, en 1943, publia chez Laterza une édition complète des trente-cinq numéros du Monitore, jusqu’au dernier, daté du 8 juin. Mais les événements prirent une autre tournure : le roi Ferdinando organisa une armée ; les troupes commandées par Fabrizio Ruffo, le « cardinal monstre » (comme le qualifia Eleonora), entrèrent dans la ville et triomphèrent des insurgés, qui décidèrent en masse de fuir vers la France. Eleonora aussi était prête à partir, mais elle fut capturée alors que le navire s’apprêtait à lever l’ancre. Jugée à la hâte, bien qu’elle eût signé un acte officiel d’« obbliganza » par lequel elle jurait de ne jamais revenir, afin d’avoir la vie sauve, elle fut néanmoins condamnée à mort. Elle demanda alors à être décapitée, en raison de ses origines nobles, mais sa requête ne fut pas acceptée et elle monta sur l’échafaud avec les sept autres condamnés, tandis que ce peuple qu’elle aimait et qu’elle voulait élever et instruire se livrait à une dérision lâche.

Parmi les hommages rendus à la mémoire de cette penseuse éclairée et de cette femme courageuse, rappelons celui du bicentenaire de la République napolitaine : le grand musicien napolitain Roberto De Simone composa Eleonora oratorio drammatico [Eleonora, Oratorio dramatique], œuvre dont l’interprète en tant que voix récitante fut l’actrice anglaise Vanessa Redgrave, et qui fut créée le 8 janvier 1999 dans le cadre somptueux du théâtre San Carlo de Naples, et par la suite rejouée sur scène à plusieurs occasions. De nombreux artistes, usant de leur imagination, ont représenté Eleonora par des peintures et des statues, tant son existence fascinante et sa mort tragique de martyre ne pouvaient que susciter l’émotion ; le dernier exemple connu est un buste en bronze réalisé par la sculptrice Marisa Ciardiello et installé depuis 1999 à la Bibliothèque nationale de la capitale campanienne. Cependant, il n’existe pas de véritable portrait d’Eleonora : le seul que l’on connaisse, reproduit depuis 1852, est le fruit d’une tradition iconographique.


Traduzione spagnola

Elena Maria Cinquemani

 El nombre Eleonora se vincula a varias figuras que han marcado nuestro imaginario y han trazado el camino de las mujeres: desde la bellísima Leonor de Toledo, inmortalizada por Agnolo Bronzino, hasta Leonor de Aquitania, madre de Ricardo corazón de león, desde Eleonora de Arborea, visionaria jueza sarda, hasta la primera dama Eleonor Roosevelt, e incluso las protagonistas de óperas celebres como Il trovatore y La forza del destino. Leonor de Borbón es hoy también la heredera al trono de España, por lo que se convertirá en la primera soberana de la historia moderna. Eleonora o Leonor, según la etimología, significa “compasiva”; recurriendo a otra sugestiva hipótesis, se interpretaría como “crecida en la luz”. En el caso de la extraordinaria figura de Eleonora Fonseca se podría afirmar, a la latina, nomen omen, porque tanto las cualidades de piedad, altruismo y comprensión humana como la inteligencia, la vivacidad de ingenio y la luminosa fe en el cambio le pertenecieron por derecho.

Fue un puente entre Portugal e Italia, pero, de hecho, su existencia nos concierne plenamente y de cerca. Se habla de ella sobre todo en los libros de historia, de manera más o menos profundizada, cuando se aborda la revolución napolitana de 1799, porque la recordamos como periodista y revoltosa. Hay escuelas y calles dedicadas a ella; Benedetto Croce centró en ella una de sus primeras y más significativas biografías y otra fue publicada por Maria Antonietta Macciocchi; sobre su vida se ha escrito una magnifica novela histórica, una verdadera joya, obra de Enzo Striano: Il resto di niente (1986), en español Nada de nada (2023)


en 2004 se estrenó la premiada película homónima de Antonietta De Lillo con Maria de Medeiros;


se emitió un sello de 800 liras en ocasión del bicentenario de su muerte;


una placa destaca en la vivienda romana donde nació y un estandarte cuelga de su residencia napolitana.

Artículos históricos y biográficos aparecen periódicamente en periódicos y revistas, incluso en «Vitamine vaganti» en varias ocasiones (se señalan en particular aquellos de los números 44 y 148). Entonces, ¿creemos saberlo todo sobre ella y recordarla como merece?

Nacida en Roma de una noble familia de origen portugués el 13 de enero de 1752, formó parte del primer grupo reducido de rebeldes ejecutados por ahorcamiento en Nápoles el 20 de agosto de 1799 en la plaza del Mercado: la experiencia revolucionaria fue de corta duración, del 23 de enero al 22 de junio. Eleonora fue la única mujer, la más culta, la menos joven, aunque tenía solo 47 años, y tuvo que presenciar la muerte de sus compañeros de desventura y lo hizo con gran valor. No dejó de pedir que le ajustaran el vestido a los tobillos para que el populacho, que amaba asistir en masa a las ejecuciones, no se divirtiera mirando bajo su falda. Varios testimonios afirmaron que sus últimas palabras fueron las de una refinada cita de Virgilio: “Forsan et haec olim meminisse iuvabit” (“Quizás algún día sea grato recordar esto”), del primer canto de la Eneida. Hoy no hay rastros ciertos de su tumba, porque fue enterrada en la Congregación de Santa María de Constantinopla, luego desaparecida, aunque más tarde quizás sus restos fueron depositados en la tumba familiar en el cementerio monumental de Nápoles. En los meses siguientes, los otros condenados, un total de 122, fueron asesinados y entre ellos se cuenta otra mujer, Luisa Sanfelice (28.2.1764-11.9.1800), que fue una patriota, pero más una heroína romántica que una verdadera protagonista de los hechos.

Entre ellos hemos encontrado también una figura prácticamente desconocida, la de Francesca De Carolis Cafarelli, torturada y fusilada por los sanfedistas en Tito, Potenza, poco tiempo antes, el 27 de mayo de 1799. Un hermoso personaje que había apoyado la revuelta partenopea, compartiendo sus ideales con su marido, una madre de siete hijos a quienes había educado en los valores de la Revolución Francesa. Eleonora fue una patriota en toda regla, una fina intelectual, una escritora muy precoz, una política de ideas claras, pero también –y esto es lo que más nos interesa– una periodista incomparable en la sociedad de su tiempo. Su formación había seguido un itinerario anómalo, ya que su padre Clemente, tras un día en Roma, había preferido el ambiente vivaz y cosmopolita de Nápoles, más libre de los vínculos con el clero y el Vaticano. Se había casado con una portuguesa como él, Caterina Lopez de León, y juntos le dieron a su hija la mejor educación posible. Desde pequeña estudiaba griego, latín, matemáticas, física, ciencias, disciplinas históricas y jurídicas, conocía varios idiomas modernos (portugués, italiano, francés, leía el inglés), realizaba traducciones, sabía conversar y escribir rimas, tanto que fue aceptada en la Academia de los Filareti y luego en la Arcadia.

Frecuentaba los salones de los personajes más destacados donde era admirada con auténtico asombro por su gracia y cultura fuera de lo común. Se había suscrito a la Encyclopédie de Diderot y mantenía correspondencia con intelectuales como Metastasio, Voltaire, con quien tuvo un cortés intercambio de sonetos, y con el geólogo paduano Alberto Fortis. Componía versos, como se solía hacer entonces, para cada ocasión privada o mundana, sonetos y canciones, y fue así como se distinguió a los dieciséis años gracias al poema Il tempio della gloria, para la boda de los soberanos Carolina y Ferdinando, inmediatamente impreso, y más tarde por el deseo de felicidad a su hijo Carlo Francesco, inmortalizado bajo la figura de Orfeo. Entre la reina y Eleonora nació una relación de estima y simpatía, tanto que la joven fue nombrada su bibliotecaria personal. En 1773 había publicado un soneto para el nacimiento de la princesita Maria Luisa y en 1777 el poema Il trionfo della virtù, en el que tejía el elogio de la institución monárquica, una buena práctica para aquel momento histórico.

Como para cualquier joven en edad de casarse, el matrimonio llegó en 1778, modesto e inapropiado, con un teniente napolitano que resultó ser un personaje mezquino, celoso y violento, y que malgastó su dote. Eleonor enfrentó una serie de dolores: su hijo Francisco murió a los 8 meses, y fue llorado por ella con cinco tristísimos sonetos; luego tuvo dos abortos provocados por los golpes del hombre, quien incluso intentó el uxoricidio. El padre tuvo que intervenir e interceder para el divorcio. Se llegó al proceso, pero su esposo Tria, no se sabe por qué, afortunadamente renunció a la causa y murió poco después. Eleonora, sin embargo, no había terminado de sufrir: ya su madre se había muerto; después, la muerte de su padre significó serias dificultades económicas y la humillante solicitud de un subsidio a la Corte.

Mientras seguía estudiando y confrontándose con el pensamiento ilustrado, con las razones de los intelectuales franceses y con la cultura más actualizada, fue admitida en la Real Academia de Ciencias y Bellas Letras y frecuentaba los salones más animados de la ciudad. Sin embargo, los tiempos estaban cambiando en toda Europa y a Eleonora le faltó el apoyo de Carolina, especialmente tras los trágicos sucesos de 1789 y la ejecución de su hermana, la reina de Francia María Antonieta, en 1793. Se le retiró la financiación estatal en 1797 y al año siguiente tuvo que sufrir la cárcel a causa de las leyes cada vez más restrictivas puestas en práctica por los Borbones contra la libertad de prensa y de expresión. Pero ¿en qué estaba cambiando el pensamiento de Eleonora? Su apertura mental, el deseo de conocer, la atención a los hechos internacionales, la simpatía por la recién nacida República francesa, la cercanía a una fallida revuelta jacobina la habían incluido en una lista de personas no deseadas por la Corte.

Desde la cárcel, su voz se alzó con desprecio hacia la actitud engañosa de la reina, primero amiga y luego traidora: en un célebre soneto la definió como “Rediviva Popea, tríbade impura,/de un imbécil tirano impía consorte”, y no dejó de saludar con favor la decapitación de la “infame hermana” de “indigna cabeza”. Cómo se recordará, la llegada de las tropas napoleónicas puso en fuga a los soberanos, y las personas encarceladas, tanto por delitos políticos como comunes, fueron liberadas por la presión popular. Eleonora Fonseca se unió a la multitud en revuelta, dirigida al castillo de Sant’Elmo, y así fue como el 23 de enero de 1799 se proclamó la república. En ese breve periodo, su papel se convirtió en central y dominante, porque asumió la dirección de un periódico que pasó a la historia: el bisemanario «Monitore napoletano», cuyo primer número salió el 2 de febrero, con el objetivo principal de dar a conocer los actos y comunicados del Gobierno provisional. Por otra parte, ¿quién mejor que ella tenía la cultura, las cualidades y la visión para ello? En poco tiempo escribió también la mayor parte de los artículos, con plena libertad, sin ahorrar críticas a los franceses y abriéndose a diversas colaboraciones con intelectuales como Domenico Cirillo, Francesco Mario Pagano, Ettore Carafa, quienes también serán ejecutados. Expresaba todo su entusiasmo por la experiencia que estaban viviendo y en aquellas páginas hacía proyectos; tenía en mente mil ideas, mil iniciativas para educar al pueblo a través de espectáculos, diversiones en la plaza, el uso del dialecto en una gaceta de contenido sencillo y juegos para la infancia. Todo podía ser útil para divulgar las ideas de igualdad, justicia y libertad surgidas del ejemplo francés; todo debía converger hacia un objetivo común: la instrucción, que con el tiempo disminuiría la brecha entre los revolucionarios más motivados, entre los cuales ella, como mujer, era una excepción, y la población impreparada.

También había abandonado el apellido altisonante y el “de” nobiliario para ser una simple ciudadana, una auténtica democrática, convencida republicana, que no se doblegaba a compromisos con las posiciones de espera y moderadas. Vale la pena recordar que Benedetto Croce, en 1943, editó para Laterza una edición completa de los 35 números publicados del «Monitore», hasta el último del 8 de junio. Pero las cosas salieron de otra manera: el rey Fernando organizó un ejército, las tropas guiadas por Fabrizio Ruffo, el “cardenal monstruo” (como lo definió Eleonora), entraron en la ciudad y se impusieron sobre los insurgentes, quienes en masa decidieron huir hacia Francia. Eleonora también estaba lista, pero fue capturada mientras el barco estaba a punto de zarpar. Procesada a toda prisa, a pesar de haber firmado un acta específica y regular de “obligación” en la que juraba no regresar jamás, para salvar su vida, en cambio fue condenada a muerte; pidió entonces ser decapitada, por su origen noble, pero la petición no fue aceptada y terminó en el patíbulo con los otros siete, mientras el pueblo al que amaba y quería elevar y educar cedía al cobarde escarnio.

Entre los homenajes dedicados a la memoria de esta pensadora iluminada y mujer valiente, nos gusta recordar el tributo en ocasión del bicentenario de la República napolitana: el gran músico partenopeo Roberto De Simone compuso Eleonora oratorio drammatico, una obra en la que se encuentra la actriz inglesa Vanessa Redgrave como voz recitante y que se estrenó el 8 de enero de 1999 en el hermoso marco del teatro San Carlos de Nápoles, representada posteriormente varias veces. Artistas dispares, usando su imaginación, han representado a Eleonora en pinturas y estatuas, ya que su fascinante existencia y su trágica muerte de mártir no podían sino suscitar emociones; el último ejemplo que se conoce es un busto de bronce realizado por la escultora Marisa Ciardiello y ubicado desde 1999 en la Biblioteca nacional de Nápoles. Sin embargo, de Eleonora no existe un verdadero retrato; el único que se conoce, reproducido desde el 1852, es fruto de una tradición iconográfica.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

 The name Eleonora is linked to various figures who have marked our imagination and paved the way for women: from the beautiful Eleonora di Toledo immortalized by Agnolo Bronzino to Eleonora d'Aquitania, mother of Richard the Lionheart, from Eleonora d'Arborea, the far-sighted Sardinian judge, to First Lady Eleanor Roosevelt, to the protagonists of famous operas such as Il trovatore and La forza del destino. Leonor of Bourbon is now also the heir to the Spanish throne, making her the first female sovereign in modern history. Eleonora or Leonor, according to its etymology, means ‘compassionate’; another suggestive hypothesis is that it could be interpreted as ‘raised in the light’. In the case of the extraordinary figure of Eleonora Fonseca, one could rightly say, in Latin, nomen omen, because both her gifts of piety, altruism, and human understanding, as well as her intelligence, vivacity of spirit, and luminous faith in change belonged to her by right.

 She was a bridge between Portugal and Italy, but in fact her existence concerns us fully and closely. She is mentioned above all in history books, in varying degrees of detail, when discussing the Neapolitan Revolution of 1799, because she is remembered as a journalist and rebel. Schools and streets are named after her; Benedetto Croce focused on her in one of his first and most significant biographies, another was published by Maria Antonietta Macciocchi; a magnificent historical novel, a real gem, was written about her life by Enzo Striano: Il resto di niente (1986);


in 2004, the award-winning film of the same name by Antonietta De Lillo starring Maria de Medeiros was released;


an 800 lire stamp was issued on the 200th anniversary of her death;


a plaque stands on the Roman house where she was born and a banner hangs from her Neapolitan residence.

Historical and biographical articles appear periodically in newspapers and magazines, including Vitamine vaganti on several occasions (see issues 44 and 148 in particular). So, do we think we know everything about her and remember her as she deserves?

Born in Rome to a noble family of Portuguese origin on January 13, 1752, she was part of the first small group of rebels executed by hanging in Naples on August 20, 1799, in Piazza del Mercato: the revolutionary experience was short-lived, lasting from January 23 to June 22. Eleonora was the only woman, the most educated, the least young, even though she was only 47, and she had to witness the death of her companions in misfortune, which she did with great courage. She did not fail to ask that her dress be tied at the ankles so that the mob, who loved to watch executions en masse, would not enjoy peering up her skirt. Various testimonies stated that her last words were those of a refined Virgilian quotation: “Forsan et haec olim meminisse iuvabit,” from Book I of the Aeneid. There is no certain trace of her tomb today, because she was buried in the Congrega di Santa Maria di Costantinopoli, which later disappeared, but her remains may have been placed in the family tomb in the monumental cemetery of Naples. In the following months, the other 122 condemned prisoners were killed, including another woman, Luisa Sanfelice (February 28, 1764-September 11, 1800), who was indeed a patriot, but more of a romantic heroine than a real protagonist of the events.

Among them we also found a virtually unknown figure, Francesca De Carolis Cafarelli, who was tortured and shot by the Sanfedisti in Tito, near Potenza, some time earlier, on May 27, 1799. She was a beautiful character who had supported the Neapolitan revolt, sharing its ideals with her husband, a mother of seven children whom she had educated in the values of the French Revolution. Eleonora was a patriot in her own right, a fine intellectual, a precocious writer, a politician with clear ideas, but also—and this is what interests us most at the moment—a journalist without equal in the society of her time. Her education had in fact followed an unusual path, given that her father Clemente, after a stay in Rome, had preferred the lively and cosmopolitan environment of Naples, which was freer from relations with the clergy and the Vatican. He had married a Portuguese woman like himself, Caterina Lopez de Leon, and together they gave their daughter the best education possible. From an early age, she studied Greek, Latin, mathematics, physics, science, history, and law. She knew several modern languages (Portuguese, Italian, French, and could read English), did translations, and knew how to converse and write rhymes, so much so that she was first accepted into the Accademia dei Filareti, then into Arcadia.

She frequented the salons of the most prominent figures, where she was admired with genuine amazement for her grace and extraordinary culture. She subscribed to Diderot's Encyclopédie and corresponded with intellectuals such as Metastasio, Voltaire, with whom she had a courteous exchange of sonnets, and the Paduan geologist Alberto Fortis. She composed verses, as was customary at the time, for every private or social occasion, from sonnets to songs, and it was thus that she distinguished herself at the age of sixteen with the poem Il tempio della gloria (The Temple of Glory) for the wedding of the rulers Carolina and Ferdinando, which was immediately printed, and later with her good wishes for their son Carlo Francesco, immortalized in the guise of Orpheus. A relationship of esteem and sympathy developed between the queen and Eleonora, so much so that the young woman was appointed her personal librarian. In 1773, she published a sonnet for the birth of Princess Maria Luisa and in 1777 the poem Il trionfo della virtù (The Triumph of Virtue), in which she praised the monarchy, a good practice for that historical moment.

As with any marriageable girl, her wedding came in 1778, albeit a modest and inappropriate one, to a Neapolitan lieutenant who turned out to be a squalid, jealous, and violent character who squandered her dowry. Eleonora faced a series of tragedies: her son Francesco died at only 8 months old, and she mourned him with five heartbreaking sonnets, then she had two miscarriages caused by the beatings of her husband, who even attempted to murder her. Her father had to intervene and intercede for a divorce. The case went to trial, but Tria, for reasons unknown, fortunately withdrew the lawsuit and died shortly thereafter. However, Eleonora's suffering was not over: she had already experienced the death of her mother, and then the death of her father meant serious financial difficulties and the humiliating request for financial assistance from the Court.

While she continued to study and engage with Enlightenment thought, the ideas of French intellectuals, and the latest culture, she was admitted to the Royal Academy of Sciences and Fine Arts and frequented the liveliest salons in the city. However, times were changing throughout Europe and Eleonora lost Carolina's support, especially after the tragic events of 1789 and the killing of her sister, Queen Marie Antoinette of France, in 1793. Her state funding was withdrawn in 1797 and the following year she was imprisoned due to the increasingly restrictive laws enacted by the Bourbons against freedom of the press and expression. But what was changing in Eleonora's thinking? Her open-mindedness, her desire for knowledge, her attention to international affairs, her sympathy for the newly formed French Republic, and her closeness to a failed Jacobin revolt had placed her on a list of people unwelcome at court.

From prison, she raised her voice in contempt of the deceitful attitude of the queen, first a friend and then a traitor: in a famous sonnet, she called her “Rediviva Poppea, impure tribade, / impious consort of an imbecile tyrant” and did not fail to welcome the beheading of the “infamous nun” with the “unworthy head.” As we remember, the arrival of Napoleon's troops put the sovereigns to flight and those imprisoned, both for political crimes and for common crimes, were released under popular pressure. Eleonora Fonseca joined the rebelling crowd, headed for the castle of Sant'Elmo, and so it was that on January 23, 1799, the republic was proclaimed. During this limited period, her role became central and dominant because she took over the management of a newspaper that went down in history: the biweekly Monitore napoletano, the first issue of which was published on February 2, with the main purpose of publicizing the acts and communiqués of the provisional government. On the other hand, who better than her had the culture, talent, and foresight? In short, she also wrote most of the articles, in complete freedom, sparing no criticism of the French and opening up various collaborations with intellectuals such as Domenico Cirillo, Francesco Mario Pagano, and Ettore Carafa, who would also be executed. She expressed all her enthusiasm for the experience they were living and made plans on those pages; she had a thousand ideas in mind, a thousand initiatives to educate the people through shows, entertainment in the squares, the use of dialect in a newspaper with easy content, and games for children. Everything could be useful for spreading the ideas of equality, justice, and freedom that had sprung from the French example. Everything had to converge towards a common goal: education, which over time would narrow the gap between the most motivated revolutionaries, among whom she, a woman, was an exception, and the unprepared population.

She had also abandoned her high-sounding surname and the noble ‘de’ to become a simple citizen, an authentic democrat, a staunch republican, who did not bow to compromise with the more wait-and-see and moderate positions. It is worth remembering that in 1943, Benedetto Croce edited a complete edition of the 35 issues of the Monitore published by Laterza, up to the last one on June 8. But things turned out differently: King Ferdinand organized an army, and the troops led by Fabrizio Ruffo, the “monster cardinal” (as Eleonora called him), entered the city and got the better of the insurgents, who decided en masse to flee to France. Eleonora was also ready to leave, but she was captured as the ship was about to set sail. She was tried in haste and, despite having signed a specific and regular act of “obligation” in which she swore never to return, in order to save her life, she was instead sentenced to death. She then asked to be beheaded, as she was of noble birth, but her request was not granted and she ended up on the scaffold with the other seven, while the people she loved and wanted to elevate and educate gave in to cowardly mockery.

Among the tributes paid to the memory of this enlightened thinker and courageous woman, we would like to mention the one on the bicentennial of the Neapolitan Republic: the great Neapolitan musician Roberto De Simone composed Eleonora oratorio drammatico, a work in which the English actress Vanessa Redgrave was the narrator and which was staged on January 8, 1999, in the beautiful setting of the San Carlo Theater in Naples, and later revived several times. Various artists, using their imagination, have depicted Eleonora in paintings and statues, as her fascinating life and tragic death as a martyr could not fail to arouse emotions. The latest example we know of is a bronze bust by the sculptor Marisa Ciardiello, which has been located in the National Library of the Campania capital since 1999. However, there is no real portrait of Eleonora: the only one known, reproduced since 1852, is the result of an iconographic tradition.

Marguerite Durand
Livia Capasso

Anita Mottaghi

 

«Meditando sulla giustizia delle rivendicazioni delle donne, riconoscendone i meriti e considerando un dovere sociale aiutarle a trionfare diffondendole, ho concepito l'idea di un grande giornale femminista in cui, quotidianamente, le donne difendessero gli interessi delle donne».

Questo è l’intento di Marguerite Durand, quando fonda il primo quotidiano diretto, amministrato e composto esclusivamente da donne, La Fronde. Il primo numero esce il 9 dicembre 1897, con lo scopo di continuare là dove si era interrotto La Citoyenne, giornale femminista francese pubblicato a Parigi dal 1881 al 1891 da Hubertine Auclert: La Citoyenne usciva ogni due mesi e sosteneva per le donne il diritto di votare e di candidarsi a cariche pubbliche. All’inizio La Fronde fu criticato e definito “Il tempo in sottoveste”, e fu pronosticata una sua veloce e inevitabile fine. Invece ebbe successo, il che non era affatto scontato e ancora esisteva cinque anni dopo, quando Marguerite Durand lasciò la direzione del giornale il 15 dicembre 1902.

Ritratto di Marguerite Durand, 1897, Jules Cayron

Nata in una famiglia della classe media il 24 gennaio 1864 a Parigi, Marguerite Durand prima di essere giornalista era stata un’attrice teatrale e aveva lavorato alla Comédie Française. Nel 1888 abbandonò la carriera teatrale per sposare un giovane avvocato emergente e membro del Parlamento, Georges Laguerre, che la introdusse al mondo della politica e la coinvolse nella scrittura di opuscoli per il movimento del boulangismo, un movimento basato su una notevole ambiguità d'intenti e con personalità molto differenti al suo interno, dai repubblicani ai monarchici. Il matrimonio durò poco, nel 1891 la coppia si separò amichevolmente, e Durand accettò un lavoro come scrittrice per Le Figaro, il principale quotidiano dell'epoca. Non si risposò più e nel 1896 diede alla luce un figlio, Jacques, il cui padre era Antonin Périvier, un editore letterario, che riconobbe il figlio, ma non provvide mai a mantenerlo. La maturazione dei suoi intenti femministi avvenne nel 1896, quando il giornale la incaricò di seguire i lavori del Congrès Féministe International, nell'aspettativa che ne parlasse con un po' di umorismo. Durand rimase invece così colpita dalla causa femminista che uscì dall'evento molto cambiata; entusiasta di ciò che aveva sentito, si unì alla lotta delle donne e fondò l’anno successivo il quotidiano di informazione generale, politica e culturale La Fronde, per difendere i diritti delle donne. Non fu semplicemente un giornale per donne, ma un quotidiano pensato, scritto, amministrato, prodotto e distribuito esclusivamente da donne, con un team interamente femminile.

Tra queste spiccavano personalità come Caroline Rémy, Jeanne Loiseau, Jeanne Chauvin, Pauline Kergomard e Clémence Royer, quasi tutte appartenenti alla borghesia francese. Non si cercava il trionfo delle donne sugli uomini, ma si chiedeva l'uguaglianza dei diritti, la possibilità di crescere e sviluppare le proprie facoltà liberamente, senza ostacoli. Il Codice civile napoleonico del 1804 aveva affermato l’inferiorità delle donne, il cui posto era limitato alla sfera familiare, sotto l'autorità del marito o del padre. Il divorzio era consentito solo in caso di adulterio; il suffragio universale, ripristinato nel 1848, escludeva le donne. Diverse correnti femministe misero in luce gravi disuguaglianze che ancora esistevano alla fine del XIX secolo.

Prima pagina di La Fronde 1° gennaio 1898

Da quotidiano La Fronde divenne mensile dal 1903 al 1905, scomparve per problemi finanziari per poi ricomparire come settimanale nel 1914, oscurato dall’emergenza della guerra fu infine ripubblicato anche se irregolarmente dal 1929 al 1930. Il giornale di Durand sosteneva i diritti delle donne, tra cui l'ammissione all'Ordine degli avvocati e all'École des Beaux-Arts. Negli editoriali chiedeva che alle donne fosse consentito di essere nominate nella Legion d'onore e di partecipare ai dibattiti parlamentari. Grande attenzione venne data al riconoscimento del diritto di voto, il che ha fatto del giornale un vero e proprio movimento femminista e di emancipazione culturale. Marguerite Durand e le sue collaboratrici si occuparono anche di altre questioni politiche ed economiche. Emblematici in tal senso furono gli articoli sull’Affaire Dreyfus, incentrati ad affermare una critica femminile attraverso un giornale che non era solo femminista ma anche di informazione generale. Durante l’Expo mondiale, nel 1900 a Parigi, Durand organizzò un Congresso sui diritti delle donne. Nel 1902 lasciò la direzione del giornale. Queste le sue parole:

«Per cinque anni ho dato alla rivista La Fronde tutto quello che potevo dare, cuore, dedizione, lavoro, tutto il mio tempo e… altre cose. Ma ogni sforzo è estenuante. La Fronde non deve soffrire della mia stanchezza. Lascio il timone, ma è per prendere il mio posto tra l'equipaggio pieno di zelo, talento e intelligenza che, per cinque anni, ha navigato serenamente sotto il mio comando e che ora può comandare a sua volta».

Nel 1910 Durand, battendosi per il pieno suffragio attivo e passivo per le donne, cercò di candidarsi alle elezioni parlamentari, ma il Prefetto del dipartimento Senna dichiarò la sua candidatura inammissibile, perché le donne non avevano ancora diritto di voto. Oltre a fondare una residenza estiva per giornaliste a Pierrefonds, in Piccardia, Durand si dedicò all'attivismo per le lavoratrici, aiutando a organizzare diversi sindacati. Era una donna attraente, vestiva con stile ed eleganza ed era nota per passeggiare per le strade di Parigi con il suo animale domestico, un leone che chiamava "Tigre". È stata una delle fondatrici del cimitero degli animali domestici di Parigi dove fu sepolto anche il suo leone.

Un manifesto a sostegno della elezione di Marguerite Durand, raffigurante Tiger

Nel corso della sua carriera, Durand ha accumulato una significativa collezione di libri, giornali e lettere. Nel 1932 aprì la Biblioteca che porta il suo nome e che oggi ospita una cospicua raccolta di libri e di testi che documentano la storia dell’emancipazione femminile francese e dei diritti civili e politici delle donne. Vi sono raccolti volumi, documenti e articoli scritti da donne o sulle donne, ed è un punto di partenza per una ricerca sulla storia del femminismo; conserva i numeri di La Fronde, disponibili anche in formato digitale sul sito web delle biblioteche della città di Parigi. La biblioteca gode di una piccola sovvenzione annuale, ma sono le donne a sostenerla, negli armadi i libri sono raggruppati secondo grandi temi: romanzi, poesia, teatro, storia, femminismo, diritto, economia, viaggi…e ancora collezioni di riviste e giornali, fascicoli di documenti originali e di ritagli di giornale.

Biblioteca Marguerite Durand

«Quante di voi hanno documenti o riviste che giacciono sugli scaffali di casa, a volte ordinati ma più spesso alla rinfusa? Perché non metterli a disposizione delle altre donne? Stiamo raccogliendo non soltanto materiale propriamente femminista, ma un po’ tutto quanto concerne lo studio della condizione femminile. Abbiamo molti romanzi e libri di poesia. Il locale non è molto grande, ma vorremmo comunque che diventasse un centro di aggregazione, un luogo dove incontrarci, dove collegarci con altre donne che lavorano su temi che ci interessano. In questo primo periodo di apertura della biblioteca, molte delle donne che ci sono venute a trovare si sono meravigliate che non vendessimo libri. Le donne hanno perso l’abitudine di andare in biblioteca, o forse non l’hanno mai avuta. La nostra biblioteca non è come le altre, non vuol essere un luogo estraneo. Da noi, i libri li potete avere in prestito e cercheremo presto di organizzare dibattiti, mostre, proiezioni».

Marguerite Charlotte Durand morì a Parigi il 16 marzo 1936.

Rue Marguerite Durand, Montreuil

«Ciò che voglio dire e ripetere è che La Fronde non era solo un giornale: era un'opera la cui utilità le donne non fraintesero mai, verso la quale si precipitarono, fin dall'inizio, come un turbine, con l'ardore delle farfalle che la luce attrae per trovare consiglio e protezione. Nel riceverli, quali abissi di miseria, tristezza e ignoranza ho dovuto sondare! Quali tesori di energia, perseveranza, coraggio fisico e morale non ho avuto modo di ammirare! Un'opera che non pretende di essere filantropica, ma che osa pubblicare con franchezza: qui non diamo elemosine; ci consigliamo e ci aiutiamo a vicenda».


Traduzione francese

Sara Benedetti

«En examinant la justesse des revendications des femmes, en valorisant leur mérites et en considérant un devoir social de les aider à faire valoir ces droits, j’ai pensé à un journal féministe où, chaque jour, les femmes auraient défendu les intérêts des femmes».

C’est le but de Marguerite Durand lorsqu’elle fonde La Fronde, le premier quotidien dirigé, administré et entièrement composé de femmes. Le premier numéro est publié le 9 décembre 1897 avec l’ambition de continuer la divulgation de La Citoyenne, un journal féministe édité à Paris de 1881 à 1891 par Hubertine Auclert. La Citoyenne paraissait tous les deux mois et défendait le droit de voter et de se présenter à des fonctions publiques des femmes. Au début, La Fronde fut critiqué et qualifié comme “Le temps en jupon” et l’on prédit de façon rapide et inévitable sa fin. Pourtant, le journal connut le succès, ce qui était loin d’aller de soi et il existait encore cinq ans plus tard, lorsque le 15 décembre 1902 Marguerite Durand quitta la direction.

Portrait de Marguerite Durand, 1897, Jules Cayron

Née le 24 janvier 1864 à Paris dans une famille de la classe moyenne, avant d’être journaliste, Marguerite Durand avait été actrice de théâtre et avait travaillé à la Comédie Française. En 1888, elle abandonna sa carrière théâtrale pour se marier avec Georges Laguerre, un jeune avocat émergent et membre du Parlement, qui l’introduisit dans le monde politique. Il l’associa également à la rédaction de brochures pour le mouvement boulangiste qui était marqué par une notable ambiguïté d’intentions et qui réunissait des personnalités très diverses, des républicains aux monarchistes. Le mariage prit fin à l’amiable en 1896 et Durand accepta d’écrire pour Le Figaro, le principal quotidien de l’époque. Elle ne se remaria jamais et, en 1896, donna naissance à un fils, Jacques, dont le père, Antonin Périvier, était un éditeur littéraire qui reconnut son enfant mais ne subvenait jamais à ses besoins. L’élaboration de ses idées féministes eut lieu en 1896, lorsque le journal la chargea de suivre les travaux du Congrès Féministe International, dans l’attente qu’elle en aurait parlé avec un peu d’humour. Au contraire, Durand fut tellement frappée par la cause féministe qu’elle quitta l’événement profondément changée. Prise d’enthousiasme, elle s’engagea et l’année suivante fonda le quotidien d’information générale, politique et culturelle La Fronde qui avait pour but de défendre les droits des femmes.

Ce ne fut pas simplement un journal destiné aux femmes, mais un quotidien conçu, rédigé, administré, produit et distribué par une équipe entièrement féminine. Il y avait des personnalités presque toutes bourgeoises comme Caroline Rémy, Jeanne Loiseau, Jeanne Chauvin, Pauline Kergomard et Clémence Royer. Le but n’étant pas triompher des hommes mais atteindre l’égalité des droits, la possibilité de grandir librement et de développer ses facultés sans obstacles. Le Code civil napoléonien de 1804 avait déclaré l’infériorité des femmes, dont le rôle restait relié à la sphère familiale et à l’autorité du mari ou du père. Le divorce n’était autorisé qu’en cas d’adultère et le suffrage universel restauré en 1848 excluait les femmes. Plusieurs courants féministes mirent en évidence les graves inégalités qui existaient encore à la fin du XIXᵉ siècle.

Première page de La Fronde 1° janvier 1898

De 1903 à 1905, La Fronde se transforma de quotidien à journal mensuel, ensuite il disparut pour des raisons financières et il réapparut en 1914 comme hebdomadaire. Éclipsé par la guerre, il fut finalement republié de 1929 à 1930, même si de manière irrégulière. Le journal de Durand défendait les droits des femmes comme l’admission à l’Ordre des avocats et à l’École des Beaux-Arts. Dans ses éditoriaux, elle demandait la possibilité pour les femmes d’être nommées dans la Légion d’honneur et participer aux débats parlementaires. Une grande attention fut accordée à la reconnaissance du droit de vote, ce qui fit du journal un véritable mouvement féministe et d’émancipation culturelle. Marguerite Durand et ses collaboratrices s’occupèrent également d’autres questions politiques et économiques. Les articles à propos de l’Affaire Dreyfus furent emblématiques car ils visaient à affirmer une critique féminine dans un journal qui n’était pas seulement féministe mais aussi d’information générale. Pendant l’Exposition universelle de 1900 à Paris, Durand organisa un Congrès sur les droits des femmes. En 1902, elle quitta la direction du journal. Elle déclara:

«Pour cinq ans, j’ai donné à La Fronde tout ce que j’avais à disposition, mon cœur, mon dévouement, mon travail, tout mon temps et… d’autres choses. Mais tous ces efforts m’ont épuisé. La Fronde ne doit pas souffrir de ma fatigue. Je quitte la barre mais c’est pour rejoindre un équipage plein de determination, de talent et d’intelligence qui a navigué sereinement sous ma direction pendant cinq ans et qui maintenant peut commander à son tour».

En 1910, Durand, qui se battait pour le suffrage universel actif et passif des femmes, tenta de se présenter aux élections parlementaires, mais le préfet du département de la Seine le lui empêcha car les femmes n’avaient pas encore le droit de vote. En plus de fonder une résidence d’été pour les journalistes à Pierrefonds, en Picardie, Durand se consacra à l’activisme en faveur des travailleuses, en organisant plusieurs syndicats. Elle était une femme charmante qui s’habillait avec style et élégance et elle avait l’habitude de se promener dans les rues de Paris avec son animal de compagnie, un lion qui s’appelait «Tigre». Elle fut l’une des fondatrices du cimetière des animaux de compagnie de Paris, où son lion fut également enterré.

Un manifeste en soutien à l’élection de Marguerite Durand, représentant Tiger

Au cours de sa carrière, Durand a accumulé une considérable collection de livres, de journaux et de lettres. En 1932 elle inaugura la bibliothèque qui porte son nom et qui à présent rassemble de nombreux livres et textes concernant l’histoire de l’émancipation féminine et des droits civils et politiques des femmes en France. On y trouve des volumes, des documents et des articles écrits par des femmes ou sur les femmes et c’est le point de départ pour toute recherche sur l’histoire du féminisme. Elle conserve les numéros de La Fronde, également disponibles en format numérique sur le site des bibliothèques de la Ville de Paris. La bibliothèque bénéficie d’une modeste subvention annuelle, mais ce sont les femmes qui la soutiennent: dans les armoires, les livres sont regroupés par thèmes: romans, poésie, théâtre, histoire, féminisme, droit, économie, voyages… ainsi que des collections de revues et de journaux et des dossiers de documents originaux et de coupures de presse.

Bibliothèque Marguerite Durand

«Combien d’entre vous ont des documents ou des revues sur vos étagères, parfois bien rangés mais le plus souvent n’importe comment? Pourquoi ne pas les mettre à disposition des autres femmes? Nous sommes en train de réunir non seulement du matériel strictement féministe, mais aussi tout ce qui concerne l’étude de la condition féminine. Nous avons de nombreux romans et livres de poésie. Le local n’est pas si grand mais, en tout cas, nous aimerions qu’il devienne un lieu de rencontre où se mettre en relation avec d’autres femmes qui travaillent sur des thèmes qui nous intéressent. Pendant cette première période d’ouverture de la bibliothèque, beaucoup de femmes venues nous voir étaient étonnées du fait qu’il n’y avait pas de livres en vente. Les femmes ont perdu l’habitude d’aller à la bibliothèque ou peut‑être qu’elles ne l’ont jamais eue. Notre bibliothèque n’est pas comme les autres, elle ne veut pas être un lieu inconnu. Chez nous, vous pouvez emprunter les livres et nous essaierons bientôt d’organiser des débats, des expositions et des projections».

Marguerite Charlotte Durand mourut à Paris le 16 mars 1936.

Rue Marguerite Durand, Montreuil

«Je veux dire et souligner que La Fronde n’était pas simplement un journal: c’était une œuvre dont les femmes ont toujours compris l’utilité, une œuvre vers laquelle elles se sont précipitées, dès le début, comme un tourbillon, avec l’ardeur des papillons attirés par la lumière pour y chercher conseil et protection. Quels abîmes de misère, de tristesse et d’ignorance j’ai dû sonder en les recevant! Quels trésors d’énergie, de persévérance, de courage physique et moral je n’ai pas eu l’occasion d’admirer! Il s’agit d’une œuvre qui ne pense pas d’être philanthropique, mais qui ose publier de façon explicite: ici, nous ne faisons pas l’aumône; nous nous conseillons et nous nous aidons mutuellement».


Traduzione spagnola

Camilla Noemi Bertani

«Meditando sobre la justicia de las reivindicaciones de las mujeres, reconociendo sus méritos y considerando un deber social ayudarlas a triunfar defendiéndolas, concebí la idea de un gran periódico feminista en el que, diariamente, las mujeres defendieran los intereses de las mujeres».

Este es el propósito de Marguerite Durand cuando funda el primer periódico dirigido, administrado y compuesto exclusivamente por mujeres, «La Fronde». El primer número sale el 9 de diciembre de 1897, con el objetivo de continuar allí donde se había interrumpido «La Citoyenne», periódico feminista francés publicado en París desde 1881 hasta 1891 por Hubertine Auclert: «La Citoyenne» se publicaba cada dos meses y sostenía el derecho de las mujeres a votar y a presentarse a cargos públicos. Al principio «La Fronde» fue criticado y definido “El tiempo en enaguas” y se pronosticó su rápido e inevitable cierre. Sin embargo, tuvo éxito, algo nada previsible, y todavía existía cinco años después, cuando Marguerite Durand dejó la dirección del periódico el 5 de diciembre de 1902.

Retrato de Marguerite Durand, 1897, Jules Cayron

Nacida en una familia de la clase media el 24 de enero de 1864 en París, Marguerite Durand antes de ser periodista había sido actriz teatral y había trabajado en la Comédie Française. En 1888 abandonó la carrera teatral para casarse con un joven abogado emergente y miembro del Parlamento, Georges Laguerre, quien la introdujo al mundo de la política y la involucró en la escritura de opúsculos para el movimiento del boulangismo, un movimiento basado en una notable ambigüedad de intenciones y con personalidades muy diferentes en su interior, desde republicanos hasta monárquicos. El matrimonio duró poco, en 1891 la pareja se separó amistosamente, y Durand aceptó un trabajo como escritora para «Le Figaro», el periódico principal de la época. No volvió a casarse y en 1896 dio a luz a un hijo, Jacques, cuyo padre era Antonin Périvier, un editor literario, quien reconoció al hijo, pero que nunca se ocupó de su sustento. La maduración de sus propósitos feministas se realizó en 1896, cuando el periódico le encargó seguir los trabajos del Congrès Féministe International, con la expectativa de que hablara de ello con un poco de humor. Sin embargo, Durand quedó tan impresionada por la causa feminista que salió del evento transformada; entusiasmada por lo que había oído, se unió a la lucha de las mujeres y fundó el año siguiente el periódico de información general, política y cultural «La Fronde», para defender los derechos de las mujeres. No fue sólo un periódico para mujeres, sino un diario pensado, escrito, administrado, producido y distribuido exclusivamente por mujeres, con un equipo enteramente femenino.

Entre ellas destacaban personalidades como Caroline Rémy, Jeanne Loiseau, Jeanne Chauvin, Pauline Kergomard y Clémence Royer, casi todas pertenecientes a la burguesía francesa. No se buscaba el triunfo de las mujeres sobre los hombres, sino que se reclamaba la igualdad de derechos, la posibilidad de crecer y desarrollar las propias facultades libremente, sin obstáculos. El Código Civil napoleónico de 1804 había afirmado la inferioridad de las mujeres, cuyo lugar se limitaba a la esfera familiar, bajo la autoridad del marido o del padre. El divorcio se permitía solo en caso de adulterio; el sufragio universal, restaurado en 1848, excluía a las mujeres. Distintas corrientes feministas pusieron de relieve graves desigualdades que todavía existían a finales del siglo XIX.

Primera página de La Fronde 1 de enero de 1898

De diario, «La Fronde» se pasó a ser mensual desde 1903 hasta 1905, desapareció por problemas financieros, para luego reaparecer como semanal en 1914; oscurecido por la emergencia de la guerra, finalmente se volvió a publicar, aunque de forma irregular, desde 1929 hasta 1930. El periódico de Durand sostenía los derechos de las mujeres, entre ellos la admisión en el Colegio de Abogados y en la École des Beaux-Arts. En sus editoriales pedía que a las mujeres se les permitiera ser nombradas en la Legión de Honor y participar en los debates parlamentarios. Gran atención se prestó al reconocimiento del derecho de voto, que convirtió el periódico en un verdadero movimiento feminista y de emancipación cultural. Marguerite Durand y sus colaboradoras se ocuparon también de otras cuestiones políticas y económicas. En este sentido son emblemáticos los artículos acerca del Affaire Dreyfus, centrados en afirmar una crítica femenina a través de un periódico que no solo era feminista, sino también de información general. Durante la Exposición Mundial en 1900, en París, Durand organizó un Congreso sobre los derechos de las mujeres. En 1902 abandonó la dirección del periódico. Estas fueron sus últimas palabras:

«Durante cinco años di a la revista «La Fronde» todo lo que podía dar, corazón, dedicación, trabajo, todo mi tiempo y… otras cosas. Pero todo esfuerzo es agotador. «La Fronde» no debe sufrir mi cansancio. Dejo el timón, pero es para tomar mi lugar entre la tripulación llena de celo, talento e inteligencia que, durante cinco años, navegó serenamente bajo mi mando y que ahora puede mandar a su vez».

En 1910 Durand, luchando por el pleno sufragio activo y pasivo de las mujeres, intentó presentarse a las elecciones parlamentarias, pero el Prefecto del departamento Sena declaró su candidatura inadmisible, porque las mujeres todavía no tenían derecho al voto. Además de fundar una residencia de verano para mujeres periodistas mujeres en Pierrefonds, en Picardía, Durand se dedicó al activismo para las trabajadoras, ayudando a organizar varios sindicatos. Era una mujer atractiva, vestía con estilo y elegancia y era conocida por pasear por las calles de París con su mascota, un león al que llamaba “Tigre”. Fue una de las fundadoras del cementerio de mascotas de París donde fue enterrado también su león.

Un cartel en apoyo a la elección de Marguerite Durand, que representa Tiger

A lo largo de su carrera, Durand acumuló una importante colección de libros, periódicos y cartas. En 1932 abrió la Biblioteca que lleva su nombre y que hoy alberga una considerable colección de libros y textos que documentan la historia de la emancipación femenina francesa y de los derechos civiles y políticos de las mujeres. En ella se reúnen volúmenes, documentos y artículos escritos por mujeres o sobre las mujeres, y es el punto de partida para una investigación sobre la historia del feminismo; conserva los números de «La Fronde», disponibles también en formato digital en el sitio web de las bibliotecas de la ciudad de París. La biblioteca goza de una pequeña subvención anual, pero son las mujeres quienes la sostienen, en los armarios los libros están agrupados según grandes temas: novela, poesía, teatro, historia, feminismo, derecho, economía, viajes… y también colecciones de revistas y periódicos, carpetas de documentos originales y recortes de prensa.

Biblioteca Marguerite Durand

«¿Cuántas de vosotras tenéis documentos o revistas que yacen en las estanterías de casa, a veces ordenados, pero más a menudo en desorden? ¿Por qué no ponerlos a disposición de otras mujeres? Estamos reuniendo no solo material propiamente feminista, sino un poco todo lo que concierne el estudio de la condición femenina. Tenemos muchas novelas y libros de poesía. El local no es muy grande, pero querríamos aun así que se convirtiera en un centro de encuentro, un lugar donde reunirnos, donde conectarnos con otras mujeres que trabajan en temas que nos interesan. En este primer periodo de apertura de la biblioteca, muchas de las mujeres que han venido a visitarnos se han maravillado de que no vendamos libros. Las mujeres han perdido la costumbre de ir a la biblioteca, o quizá nunca la han tenido. Nuestra biblioteca no es como las demás, no pretende ser un lugar ajeno. En nuestra biblioteca, los libros los podéis tomar prestados e intentaremos organizar muy pronto debates, exposiciones, proyecciones».

Marguerite Charlotte Durand murió en París el 16 de marzo de 1936.

Rue Marguerite Durand, Montreuil

«Lo que quiero decir y repetir es que «La Fronde» no era solo un periódico: era una obra cuya utilidad las mujeres nunca malinterpretaron, hacia la cual se precipitaron, desde el principio, como un torbellino, con el ardor de las mariposas que atrae la luz para encontrar consejo y protección. ¡Al recibirlos, qué abismos de miseria, tristeza e ignorancia tuve que sondear! ¡Qué tesoros de energía, perseverancia, coraje físico y moral no tuve ocasión de admirar! Una obra que no pretende ser filantrópica, sino que se atreve a publicar con franqueza; aquí no damos limosnas; nos aconsejamos y ayudamos recíprocamente».


Traduzione finglese

Syd Stapleton

«Meditating on the justice of women's demands, recognizing their merits and considering it a social duty to help them triumph by spreading their cause, I conceived the idea of a great feminist newspaper in which, every day, women would defend women's interests».

This was Marguerite Durand's intention when she founded La Fronde, the first newspaper directed, managed, and composed exclusively by women. The first issue was published on December 9, 1897, with the aim of continuing where La Citoyenne, a French feminist newspaper published in Paris from 1881 to 1891 by Hubertine Auclert, had left off. La Citoyenne was published every two months and advocated for women's right to vote and run for public office. At first, La Fronde was criticized and called “Il tempo in sottoveste” (Time in Petticoats), and its quick and inevitable demise was predicted. Instead, it was a success, which was by no means a foregone conclusion, and it was still in existence five years later when Marguerite Durand left the editorship on December 15, 1902.

Portrait of Marguerite Durand, 1897, Jules Cayron

Born into a middle-class family on January 24, 1864, in Paris, Marguerite Durand was a theater actress and worked at the Comédie Française before becoming a journalist. In 1888, she abandoned her theatrical career to marry a young, up-and-coming lawyer and member of Parliament, Georges Laguerre, who introduced her to the world of politics and involved her in writing pamphlets for the Boulangist movement, a movement based on considerable ambiguity of purpose and with very different personalities within it, from Republicans to Monarchists. The marriage was short-lived, and in 1891 the couple separated amicably. Durand accepted a job as a writer for Le Figaro, the leading newspaper of the time. She never remarried and in 1896 gave birth to a son, Jacques, whose father was Antonin Périvier, a literary publisher, who recognized his son but never provided for him. Her feminist intentions matured in 1896, when the newspaper assigned her to cover the Congrès Féministe International, expecting her to report on it with a touch of humor. Durand was so impressed by the feminist cause that she left the event a changed woman. Enthusiastic about what she had heard, she joined the women's struggle and the following year founded the general, political, and cultural newspaper La Fronde to defend women's rights. It was not simply a newspaper for women, but a daily newspaper conceived, written, managed, produced, and distributed exclusively by women, with an entirely female team.

Among them were prominent figures such as Caroline Rémy, Jeanne Loiseau, Jeanne Chauvin, Pauline Kergomard, and Clémence Royer, almost all of whom belonged to the French bourgeoisie. They did not seek the triumph of women over men, but demanded equal rights and the opportunity to grow and develop their faculties freely, without obstacles. The Napoleonic Civil Code of 1804 had affirmed the inferiority of women, whose place was limited to the family sphere, under the authority of their husband or father. Divorce was only permitted in cases of adultery, and universal suffrage, restored in 1848, excluded women. Various feminist movements highlighted the serious inequalities that still existed at the end of the 19th century.

Front page of La Fronde January 1, 1898

From a daily newspaper, La Fronde became a monthly publication from 1903 to 1905, disappeared due to financial problems, then reappeared as a weekly in 1914. Overshadowed by the war, it was finally republished, albeit irregularly, from 1929 to 1930. Durand's newspaper supported women's rights, including admission to the Bar and the École des Beaux-Arts. In its editorials, it called for women to be allowed to be appointed to the Legion of Honor and to participate in parliamentary debates. Great attention was given to the recognition of voting rights, which made the newspaper a true feminist and cultural emancipation movement. Marguerite Durand and her collaborators also dealt with other political and economic issues. Emblematic in this sense were the articles on the Dreyfus Affair, which focused on affirming a female critique through a newspaper that was not only feminist but also provided general information. During the World's Fair in Paris in 1900, Durand organized a Congress on Women's Rights. In 1902, she left the newspaper. In her own words:

«For five years, I have given La Fronde everything I could give: my heart, my dedication, my work, all my time, and... other things. But every effort is exhausting. La Fronde must not suffer from my fatigue. I am leaving the helm, but it is to take my place among the crew full of zeal, talent, and intelligence who, for five years, have sailed serenely under my command and who can now take command in turn».

In 1910, Durand, fighting for full active and passive suffrage for women, tried to run for parliament, but the Prefect of the Seine department declared her candidacy inadmissible because women did not yet have the right to vote. In addition to founding a summer residence for female journalists in Pierrefonds, Picardy, Durand devoted herself to activism for female workers, helping to organize several trade unions. She was an attractive woman, dressed with style and elegance, and was known for walking the streets of Paris with her pet lion, whom she called “Tiger.” She was one of the founders of the pet cemetery in Paris, where her lion was also buried.

A poster supporting the election of Marguerite Durand, depicting Tiger

During her career, Durand accumulated a significant collection of books, newspapers, and letters. In 1932, she opened the library that bears her name, which today houses a large collection of books and texts documenting the history of French women's emancipation and women's civil and political rights. It contains volumes, documents, and articles written by women or about women, and is a starting point for research on the history of feminism. It preserves issues of La Fronde, also available in digital format on the website of the libraries of the city of Paris. The library receives a small annual subsidy, but it is women who support it. The books are grouped according to major themes: novels, poetry, theater, history, feminism, law, economics, travel... and there are also collections of magazines and newspapers, original documents, and newspaper clippings.

Biblioteca Marguerite Durand

«How many of you have documents or magazines lying on your shelves at home, sometimes tidied up but more often than not in a jumble? Why not make them available to other women? We are collecting not only feminist material, but anything and everything related to the study of women's issues. We have many novels and poetry books. The premises are not very large, but we would still like it to become a meeting place, a place where we can get together and connect with other women working on issues that interest us. In this initial period since the library opened, many of the women who have come to visit us have been surprised that we don't sell books. Women have lost the habit of going to the library, or perhaps they never had it in the first place. Our library is not like other libraries; it is not meant to be a foreign place. Here, you can borrow books, and we will soon try to organize debates, exhibitions, and screenings».

Marguerite Charlotte Durand died in Paris on March 16, 1936.

Rue Marguerite Durand, Montreuil

«What I want to say and repeat is that La Fronde was not just a newspaper: it was a work whose usefulness women never misunderstood, towards which they rushed, from the very beginning, like a whirlwind, with the ardor of butterflies attracted by light to find advice and protection. In receiving them, what abysses of misery, sadness, and ignorance I had to probe! What treasures of energy, perseverance, physical and moral courage I had the opportunity to admire! A work that does not claim to be philanthropic, but which dares to publish frankly: here we do not give alms; we advise and help each other».

Dolores Jiménez y Muro
Virginia Mariani

Anita Mottaghi

 

 La sua figura è stata riscoperta e rivalutata nel corso del XX e XXI secolo, specialmente nell’ambito degli studi di genere e della storia rivoluzionaria. Oggi è considerata una delle pioniere del femminismo messicano e un esempio di coerenza politica e passione civile. Fu molto più di una semplice testimone della Rivoluzione messicana: fu una protagonista che non esitò a mettere in gioco la propria libertà e la propria vita per difendere le persone più deboli, per lottare contro l’oppressione e per costruire un Messico più giusto e solidale. La sua voce, spesso dimenticata dai grandi manuali di storia, risuona oggi come quella di una donna libera, combattiva e visionaria, la cui eredità è ancora viva nelle lotte sociali contemporanee. Nata nel 1848 ad Aguascalientes, una piccola città dell’omonimo Stato messicano, Dolores Jiménez y Muro è stata una scrittrice, giornalista, attivista politica e rivoluzionaria. Figura straordinaria nella storia del Paese, è stata una delle poche donne a occupare ruoli di leadership nel contesto turbolento della Rivoluzione messicana e si è distinta per la sua instancabile lotta a favore della giustizia sociale, dei diritti delle donne e delle riforme agrarie.

Cresce in una famiglia della media borghesia e fin da giovane si interessa alla letteratura e alla politica, un interesse poco comune per una ragazza del suo tempo. Riceve un’istruzione solida, cosa relativamente rara per le donne nel XIX secolo in Messico, grazie alla mentalità progressista dei genitori. Durante la giovinezza, vive sotto il regime di Porfirio Díaz, un periodo segnato da grandi disuguaglianze sociali ed economiche. Questo contesto alimenta il suo spirito critico e la sua vocazione riformista. Inizia a scrivere articoli e poesie in cui mette in luce le ingiustizie sociali e la condizione femminile, che spesso firma con pseudonimi per evitare la censura e le repressioni. Negli anni successivi, Dolores si trasferisce a San Luis Potosí, dove si unisce ai circoli liberali che si opponevano alla dittatura di Díaz. Comincia a pubblicare articoli su giornali indipendenti come La Mujer Mexicana e La Voz de la Mujer, riviste pionieristiche del femminismo messicano. I suoi scritti toccano temi come l’istruzione per le donne, la riforma agraria, il diritto al voto e la giustizia sociale. Il suo stile diretto e appassionato le fa guadagnare rispetto tra le persone di idee riformiste, ma anche la sorveglianza delle autorità.

Giornale liberale, Album della donna, 1883, Dolores partecipò alla creazione del giornale 

Nel 1911, quando scoppia la Rivoluzione messicana, aderisce con entusiasmo al movimento rivoluzionario: è tra i primi sostenitori di Francisco I. Madero, che combatteva contro il regime di Díaz. In questo periodo redasse il Plan Político Social, un documento in cui proponeva profonde riforme, tra cui la distribuzione delle terre ai contadini, il miglioramento delle condizioni lavorative e l’emancipazione delle donne. Il manifesto, steso insieme ad altri intellettuali, diviene un punto di riferimento per la politica rivoluzionaria. Nello stesso anno Dolores viene arrestata a causa del suo attivismo e incarcerata per alcuni mesi, ma la prigione non fa altro che rafforzare la sua determinazione. Dopo la caduta di Díaz e l'ascesa di Madero, viene liberata e riprende la sua attività politica, anche se non manca di criticare lo stesso Madero per le mancate riforme sociali. Il suo impegno non è legato a partiti o personalità specifiche, ma a ideali profondi di giustizia ed equità. Successivamente si unisce alle forze zapatiste, guidate da Emiliano Zapata, condividendone il progetto di riforma agraria. Contribuisce attivamente alla redazione del Plan de Ayala (1911), uno dei documenti più importanti della rivoluzione, in cui si chiede la restituzione delle terre alle popolazioni indigene e ai contadini. Dolores è una delle poche donne ad avere un ruolo rilevante all’interno del movimento zapatista e il suo pensiero politico si basa sulla convinzione che la libertà del popolo non può prescindere dalla giustizia economica.

Dolores Jiménez y Muro, dietro Pancho Villa ed Emiliano Zapata nel 1914, sulla poltrona presidenziale Club Femenil Antirreeleccionista Hijas de Cuauhtémoc, 1910, fondato da Dolores Jimenez

Oltre alla lotta rivoluzionaria, si distingue per il suo impegno a favore dell’emancipazione femminile: promuove la partecipazione attiva delle donne alla vita politica e sociale del Paese, e sostiene la necessità di un’educazione laica, gratuita e di qualità per le ragazze. È tra le fondatrici di varie organizzazioni femminili e incoraggia le donne a prendere coscienza del proprio ruolo nella trasformazione del Messico. In un’epoca in cui le donne sono per lo più escluse dalla sfera pubblica, Dolores si batte con coraggio per l’uguaglianza di genere: è, infatti, una delle prime a sostenere il diritto di voto per le concittadine, diritto che verrà riconosciuto solo nel 1953, quasi trent’anni dopo la sua morte.

Dopo il 1917, con la fine delle principali ostilità della rivoluzione, Dolores si ritira gradualmente dalla politica attiva, pur continuando a scrivere e a partecipare a eventi pubblici. Muore nel 1925 a Città del Messico, in relativa povertà e lontana dai riflettori, ma con la coscienza di aver dedicato la propria vita a una causa più grande. E questo è un dato su cui riflettere. Dolores muore all’età di 77 anni e il suo ultimo periodo è segnato dalla marginalizzazione politica e da una crescente solitudine, nonostante il ruolo cruciale avuto nella Rivoluzione. Dopo la fine del conflitto armato e l’instaurarsi del nuovo ordine costituzionale, molte figure rivoluzionarie che avevano partecipato da posizioni critiche o autonome — come lei — vengono messe da parte. Nonostante il suo impegno, non ottiene mai un incarico ufficiale di rilievo nel nuovo governo post-rivoluzionario e vive la vecchiaia in modeste condizioni economiche: muore quasi dimenticata dall'opinione pubblica e dalle istituzioni, senza onori ufficiali né riconoscimenti pubblici.

Solo anni dopo la morte, il suo nome cominciò a riemergere negli studi storici e femministi, restituendole un posto d'onore tra le protagoniste della trasformazione sociale e politica del Messico. La sua scomparsa, silenziosa e dignitosa, è stata comunque in linea con la sua vita: una lotta costante e generosa, condotta non per vanagloria ma per convinzione profonda. La Città del Messico, in cui si spense, era ormai molto cambiata rispetto alla capitale che aveva conosciuto da giovane — ma i suoi ideali, allora come oggi, restano ancora straordinariamente attuali.

Biografie per le bimbe, Dolores Jiménez y Muro, Oresta Lopez Il Paseo de las Heroìnas, Città del Messico

Traduzione francese

Concetta Laratta

Sa figure a été redécouverte et réévaluée au cours des XXᵉ et XXIᵉ siècles, en particulier dans le cadre des études de genre et de l’histoire révolutionnaire. Aujourd’hui, elle est considérée comme l’une des pionnières du féminisme mexicain et comme un exemple de cohérence politique et de passion civique. Elle fut bien plus qu’une simple témoin de la Révolution mexicaine: elle en fut une protagoniste, n’hésitant pas à mettre en jeu sa liberté et sa propre vie pour défendre les plus faibles, lutter contre l’oppression et contribuer à la construction d’un Mexique plus juste et plus solidaire. Sa voix, souvent oubliée par les grands manuels d’histoire, résonne aujourd’hui comme celle d’une femme libre, combative et visionnaire, dont l’héritage demeure vivant dans les luttes sociales contemporaines. Née en 1848 à Aguascalientes, une petite ville de l’État mexicain du même nom, Dolores Jiménez y Muro fut écrivaine, journaliste, militante politique et révolutionnaire. Figure exceptionnelle de l’histoire du pays, elle fut l’une des rares femmes à occuper des rôles de leadership dans le contexte tumultueux de la Révolution mexicaine et se distingua par son combat infatigable en faveur de la justice sociale, des droits des femmes et des réformes agraires.

Elle grandit dans une famille de la classe moyenne et, dès son plus jeune âge, s’intéressa à la littérature et à la politique, un intérêt peu commun pour une jeune fille de son époque. Elle reçut une éducation solide — chose relativement rare pour les femmes du XIXᵉ siècle au Mexique — grâce à la mentalité progressiste de ses parents. Durant sa jeunesse, elle vécut sous le régime de Porfirio Díaz, une période marquée par de profondes inégalités sociales et économiques. Ce contexte nourrit son esprit critique et sa vocation réformiste. Elle commença à écrire des articles et des poèmes dans lesquels elle dénonçait les injustices sociales et la condition féminine, qu’elle signait souvent sous des pseudonymes afin d’échapper à la censure et aux persécutions. Au cours des années suivantes, Dolores s’installa à San Luis Potosí, où elle rejoignit les cercles libéraux opposés à la dictature de Díaz. Elle commença à publier des articles dans des journaux indépendants tels que La Mujer Mexicana et La Voz de la Mujer, revues pionnières du féminisme mexicain. Ses écrits abordaient des thèmes tels que l’éducation des femmes, la réforme agraire, le droit de vote et la justice sociale. Son style direct et passionné lui valut le respect des milieux réformistes, mais aussi une surveillance accrue de la part des autorités.

Journal libéral, Album de la femme, 1883 : Dolores participa à la création du journal.

En 1911, lorsque éclata la Révolution mexicaine, elle adhéra avec enthousiasme au mouvement révolutionnaire: elle fut parmi les premières à soutenir Francisco I. Madero, engagé dans la lutte contre le régime de Díaz. À cette époque, elle rédigea le Plan Político Social, un document proposant des réformes profondes, notamment la redistribution des terres aux paysans, l’amélioration des conditions de travail et l’émancipation des femmes. Ce manifeste, élaboré avec d’autres intellectuels, devint une référence majeure de la pensée révolutionnaire. La même année, Dolores fut arrêtée en raison de son activisme et emprisonnée pendant plusieurs mois, mais cette épreuve ne fit que renforcer sa détermination. Après la chute de Díaz et l’arrivée au pouvoir de Madero, elle fut libérée et reprit son engagement politique, sans pour autant renoncer à critiquer Madero lui-même pour l’absence de véritables réformes sociales. Son engagement ne fut jamais lié à des partis ou à des personnalités particulières, mais à des idéaux profonds de justice et d’équité. Elle rejoignit par la suite les forces zapatistes dirigées par Emiliano Zapata, dont elle partageait le projet de réforme agraire. Elle contribua activement à la rédaction du Plan de Ayala (1911), l’un des documents les plus importants de la Révolution, qui revendiquait la restitution des terres aux populations indigènes et aux paysans. Dolores fut l’une des rares femmes à jouer un rôle significatif au sein du mouvement zapatiste, et sa pensée politique reposait sur la conviction que la liberté du peuple ne peut exister sans justice économique.

Dolores Jiménez y Muro, derrière Pancho Villa et Emiliano Zapata en 1914, sur le fauteuil présidentiel. Club féministe antiréélectionniste Hijas de Cuauhtémoc, 1910, fondé par Dolores Jiménez.

Parallèlement à la lutte révolutionnaire, elle se distingua par son engagement en faveur de l’émancipation féminine. Elle encouragea la participation active des femmes à la vie politique et sociale du pays et défendit la nécessité d’une éducation laïque, gratuite et de qualité pour les jeunes filles. Elle fut parmi les fondatrices de plusieurs organisations féminines et incita les femmes à prendre conscience de leur rôle dans la transformation du Mexique. À une époque où les femmes étaient largement exclues de la sphère publique, Dolores se battit avec courage pour l’égalité des sexes et fut l’une des premières à revendiquer le droit de vote des femmes — un droit qui ne sera reconnu qu’en 1953, près de trente ans après sa mort.

Après 1917, avec la fin des principales hostilités révolutionnaires, Dolores se retira progressivement de la politique active, tout en continuant à écrire et à participer à des événements publics. Elle mourut en 1925 à Mexico, dans une relative pauvreté et loin des projecteurs, mais avec la conscience d’avoir consacré sa vie à une cause plus grande qu’elle. Elle s’éteignit à l’âge de soixante-dix-sept ans, dans une période marquée par la marginalisation politique et une solitude croissante, malgré le rôle crucial qu’elle avait joué durant la Révolution. Après la fin du conflit armé et l’instauration du nouvel ordre constitutionnel, de nombreuses figures révolutionnaires critiques ou indépendantes — comme elle — furent mises à l’écart. Malgré son engagement, elle n’obtint jamais de poste officiel important dans le gouvernement post-révolutionnaire et vécut ses dernières années dans des conditions économiques modestes. Elle mourut presque oubliée de l’opinion publique et des institutions, sans honneurs officiels ni reconnaissance publique.

Ce n’est que plusieurs années après sa mort que son nom réapparut dans les études historiques et féministes, lui rendant la place d’honneur qu’elle mérite parmi les actrices de la transformation sociale et politique du Mexique. Sa disparition, silencieuse et digne, fut à l’image de sa vie: une lutte constante et généreuse, menée non par vanité, mais par conviction profonde. La ville de Mexico, où elle s’éteignit, avait profondément changé par rapport à celle qu’elle avait connue dans sa jeunesse — mais ses idéaux, hier comme aujourd’hui, demeurent d’une étonnante actualité.

Biographies pour les petites filles, Dolores Jiménez y Muro, Oresta López. Le Paseo de las Heroínas, Mexico.

Traduzione spagnola

Irene Maria Leonardi

Su figura fue redescubierta y revalorizada durante los siglos XX y XXI, especialmente en el ámbito de los estudios de género y de la historia revolucionaria. En la actualidad, se considera una de las pioneras del feminismo mexicano y un ejemplo de coherencia política y pasión cívica. Fue mucho más que una simple testigo de la revolución mexicana: fue una protagonista que no vaciló en poner en juego su libertad y su vida para defender a los más débiles, luchar contra la opresión y construir un México más justo y solidario. Su voz, a menudo olvidada por los grandes manuales de historia, resuena hoy como la de una mujer libre, combativa y visionaria cuyo legado sigue vivo en las luchas sociales contemporáneas. Nacida en 1848 en Aguascalientes, una pequeña ciudad del estado mexicano homónimo, Dolores Jiménez y Muro fue escritora, periodista, activista política y revolucionaria. Figura extraordinaria en la historia de su país, fue una de las pocas mujeres en desempeñar un papel de liderazgo en el turbulento contexto de la revolución mexicana, y se distinguió por su incansable lucha a favor de la justicia social, los derechos de las mujeres y las reformas agrarias.

Creció en una familia de clase media y, desde joven, mostró interés por la literatura y la política, algo inusual para una mujer de su época. Recibió una sólida educación, cosa relativamente rara para las mujeres del siglo XIX en México, gracias a la mentalidad progresista de sus padres. Durante su juventud, vivió bajo el régimen de Porfirio Díaz, un período marcado por grandes desigualdades sociales y económicas. Este contexto alimentó su espíritu crítico y su vocación reformista. Empezó a escribir artículos y poemas en los que ponía de relieve las injusticias sociales y la condición de las mujeres, firmándolos a menudo con seudónimos para evitar la censura y la represión. En los años siguientes, se trasladó a San Luis Potosí, donde se unió a los círculos liberales que se oponían a la dictadura de Díaz. Empezó a publicar artículos en periódicos independientes como «La Mujer Mexicana» y «La Voz de la Mujer», revistas pioneras del feminismo mexicano. Sus escritos tratan temas como la educación de las mujeres, la reforma agraria, el derecho al voto y la justicia social. Gracias a su estilo directo y apasionado, se ganó el respeto de los reformistas, pero también la vigilancia de las autoridades.

Periódico liberal, Álbum de la mujer, 1883: Dolores participó en la creación del periódico.

En 1911, cuando estalló la revolución mexicana, se adhirió con entusiasmo al movimiento revolucionario: fue una de las primeras seguidoras de Francisco I. Madero, que luchaba contra el régimen de Díaz. Durante este periodo, redactó el Plan Político Social, un documento en el que proponía profundas reformas, como la distribución de tierras a los campesinos, la mejora de las condiciones laborales y la emancipación de las mujeres. El manifiesto, que escribió junto con otros intelectuales, se convirtió en un punto de referencia para la política revolucionaria. Ese mismo año, Dolores fue arrestada por su activismo y encarcelada durante varios meses, sin embargo la prisión no hizo más que reforzar su determinación. Tras la caída de Díaz y la subida de Madero al poder, fue liberada y retomó su actividad política, aunque no dejó de criticar al mismo Madero por la ausencia de reformas sociales. Su compromiso no estaba vinculado a partidos o personalidades concretas, sino a profundos ideales de justicia y equidad. Posteriormente, se unió a las fuerzas zapatistas lideradas por Emiliano Zapata, ya que compartía su proyecto de reforma agraria. Contribuyó activamente a la redacción del Plan de Ayala (1911), uno de los documentos más importantes de la revolución, en el que se pedía la restitución de las tierras a los pueblos indígenas y a los campesinos. Dolores fue una de las pocas mujeres en desempeñar un papel relevante en el movimiento zapatista. Su pensamiento político se basaba en la convicción de que la libertad del pueblo no podía prescindir de la justicia económica.

Dolores Jiménez y Muro, detrás de Pancho Villa y Emiliano Zapata en 1914, en el sillón presidencial. Club Femenil Antirreeleccionista Hijas de Cuauhtémoc, 1910, fundado por Dolores Jiménez.

Además de su participación en la lucha revolucionaria, destacó por su compromiso en favor de la emancipación femenina, promoviendo la participación activa de las mujeres en la vida política y social del país y defendiendo la necesidad de una educación laica, gratuita y de calidad para las chicas. Fue una de las fundadoras de varias organizaciones feministas y animó a las mujeres a tomar conciencia de su papel en la transformación de México. En una época en la que las mujeres estaban, por lo general, excluidas de la esfera pública, Dolores luchó con coraje por la igualdad de género. En efecto, fue una de las primeras en defender el derecho al voto de las mexicanas, un derecho que no se reconocería hasta 1953, casi treinta años después de su muerte.

Después de 1917, con el fin de las principales hostilidades de la revolución, Dolores se retiró gradualmente de la política activa, aunque siguió escribiendo y participando en eventos públicos. Murió en Ciudad de México en 1925, en relativa pobreza y lejos de la notoriedad, pero consciente de haber dedicado su vida a una causa mayor. Y esto es algo que merece una reflexión. Dolores falleció a los 77 años, y el final de su vida estuvo marcado por la marginación política y una creciente soledad, a pesar del papel crucial que había desempeñado en la revolución. Tras el fin del conflicto armado y la instauración del nuevo orden constitucional, muchas figuras revolucionarias que habían participado desde posiciones críticas o autónomas –como ella– fueron dejadas a un lado. A pesar de su compromiso, nunca consiguió un cargo oficial importante en el nuevo gobierno posrevolucionario y pasó sus últimos años en condiciones económicas modestas. Murió casi olvidada por la opinión pública y las instituciones, sin honores oficiales ni reconocimientos públicos.

Solo años después de su muerte, su nombre empezó a reaparecer en los estudios históricos y feministas, lo que le ha devuelto su lugar de honor entre las protagonistas de la transformación social y política de México. Su desaparición, silenciosa y digna, estuvo en línea con su vida: una lucha constante y generosa, llevada a cabo no por vanagloria, sino por profunda convicción. Ciudad de México, donde murió, ya había cambiado mucho con respecto a la capital que había conocido de joven –pero sus ideales, tanto entonces como ahora, siguen siendo extraordinariamente actuales.

Biografías para las niñas, Dolores Jiménez y Muro, Oresta López. El Paseo de las Heroínas, Ciudad de México.

Traduzione inglese

Syd Stapleton

Her figure was rediscovered and reevaluated during the 20th and 21st centuries, especially in the fields of gender studies and revolutionary history. Today, she is considered one of the pioneers of Mexican feminism and an example of political consistency and civic passion. She was much more than a mere witness to the Mexican Revolution: she was a protagonist who did not hesitate to risk her freedom and her life to defend the weakest members of society, to fight against oppression, and to build a more just and united Mexico. Her voice, often forgotten in the great history books, resonates today as that of a free, combative, and visionary woman whose legacy is still alive in contemporary social struggles. Born in 1848 in Aguascalientes, a small town in the Mexican state of the same name, Dolores Jiménez y Muro was a writer, journalist, political activist, and revolutionary. An extraordinary figure in the country's history, she was one of the few women to hold leadership roles in the turbulent context of the Mexican Revolution and distinguished herself through her tireless struggle for social justice, women's rights, and agrarian reform.

She grew up in a middle-class family and from an early age was interested in literature and politics, an unusual interest for a girl of her time. She received a solid education, which was relatively rare for women in 19th-century Mexico, thanks to her parents' progressive mindset. During her youth, she lived under the regime of Porfirio Díaz, a period marked by great social and economic inequality. This context fueled her critical spirit and her desire for reform. She began writing articles and poems highlighting social injustices and the status of women, often signing them with pseudonyms to avoid censorship and repression. In the following years, Dolores moved to San Luis Potosí, where she joined liberal circles opposed to the Díaz dictatorship. She began publishing articles in independent newspapers such as La Mujer Mexicana and La Voz de la Mujer, pioneering magazines of Mexican feminism. Her writings touched on topics such as education for women, agrarian reform, the right to vote, and social justice. Her direct and passionate style earned her respect among reformists, but also the scrutiny of the authorities.

Liberal newspaper, Album of the Woman, 1883: Dolores took part in the creation of the newspaper.

In 1911, when the Mexican Revolution broke out, she enthusiastically joined the revolutionary movement and was among the first supporters of Francisco I. Madero, who was fighting against the Díaz regime. During this period, she drafted the Plan Político Social, a document proposing profound reforms, including the distribution of land to peasants, the improvement of working conditions, and the emancipation of women. The manifesto, written together with other intellectuals, became a reference point for revolutionary politics. In the same year, Dolores was arrested for her activism and imprisoned for several months, but prison only strengthened her determination. After the fall of Díaz and the rise of Madero, she was released and resumed her political activity, although she did not fail to criticize Madero himself for his failure to implement social reforms. Her commitment was not linked to specific parties or personalities, but to deep ideals of justice and equity. She later joined the Zapatista forces, led by Emiliano Zapata, sharing his project for agrarian reform. She actively contributed to the drafting of the Plan de Ayala (1911), one of the most important documents of the revolution, which called for the return of land to indigenous peoples and peasants. Dolores was one of the few women to play a significant role in the Zapatista movement, and her political thinking was based on the conviction that the freedom of the people could not be separated from economic justice.

Dolores Jiménez y Muro, behind Pancho Villa and Emiliano Zapata in 1914, seated in the presidential chair. Antireelectionist Women’s Club Hijas de Cuauhtémoc, 1910, founded by Dolores Jiménez.

In addition to the revolutionary struggle, she stood out for her commitment to women's emancipation: she promoted the active participation of women in the political and social life of the country and supported the need for secular, free, and quality education for girls. She was one of the founders of various women's organizations and encouraged women to become aware of their role in the transformation of Mexico. At a time when women were largely excluded from public life, Dolores fought courageously for gender equality: she was one of the first to support voting rights for her fellow citizens, a right that would only be recognized in 1953, almost thirty years after her death.

After 1917, with the end of the main hostilities of the revolution, Dolores gradually withdrew from active politics, while continuing to write and participate in public events. She died in 1925 in Mexico City, in relative poverty and far from the spotlight, but with the knowledge that she had dedicated her life to a greater cause. This is something to reflect on. Dolores died at the age of 77, her final years marked by political marginalization and growing loneliness, despite the crucial role she had played in the Revolution. After the end of the armed conflict and the establishment of the new constitutional order, many revolutionary figures who had participated from critical or autonomous positions—like her—were sidelined. Despite her commitment, she never obtained an official position of importance in the new post-revolutionary government and lived out her old age in modest economic conditions: she died almost forgotten by public opinion and the institutions, without official honors or public recognition.

Only years after her death did her name begin to reappear in historical and feminist studies, restoring her to a place of honor among the protagonists of Mexico's social and political transformation. Her quiet and dignified passing was in keeping with her life: a constant and generous struggle, conducted not for vainglory but out of deep conviction. Mexico City, where she died, had changed greatly from the capital she had known as a young woman, but her ideals, then as now, remain remarkably relevant.

Biographies for Girls, Dolores Jiménez y Muro, Oresta López. The Paseo de las Heroínas, Mexico City.

 

Chen Xiefen
Paola Di Lauro

Anita Mottaghi

 

L’aria umida di Jiangsu portava con sé l’odore inconfondibile dell’inchiostro. Nella casa della famiglia Chen una bambina sedeva accanto al padre, osservando affascinata i caratteri cinesi che prendevano vita sulla carta di riso. Il suo nome era Chen Xiefen, e fin da piccola aveva compreso che la parola scritta possedeva un potere straordinario: quello di cambiare il mondo. La bambina che cresceva in una famiglia di intellettuali, in un ambiente dove la cultura era al centro della sua formazione, presto avrebbe preso consapevolezza del potenziale di quella scrittura che l’aveva tanto attratta. Il suo destino sarebbe stato segnato da una battaglia intellettuale, culturale e politica che l’avrebbe vista protagonista di una delle rivoluzioni più significative della storia moderna della Cina: la lotta per i diritti delle donne. 

Nata nel 1883 a Hengshan, nella provincia di Hunan, Chen Xiefen si trasferì poi con la sua famiglia a Changzhou, nei territori Jiangsu, in un periodo di grandi sconvolgimenti per la Cina. La fine della dinastia Qing, le crescenti pressioni sociali e politiche e l’influenza delle idee occidentali segnavano un’epoca di trasformazioni profonde. Era figlia di Chen Fan, un magistrato che, dopo aver perso il suo incarico, si trasferì a Shanghai e fondò il giornale Subao; Xiefen si trovò così immersa in un ambiente stimolante, che la portò a sviluppare una forte consapevolezza critica. Il padre, uomo colto e idealista, le insegnò a vedere nella parola scritta uno strumento di cambiamento e resistenza. In un’epoca dove la cultura era considerata come una forma di lotta silenziosa, la ragazza comprendeva la potenza di ciò che le parole avrebbero potuto fare. La società cinese era ancora profondamente strutturata su tradizioni millenarie, che relegavano le donne a ruoli subalterni; l'educazione e la cultura erano quasi esclusivamente riservate agli uomini, mentre le donne venivano limitate nei loro diritti e opportunità.

Ma nel cuore di Xiefen, queste convenzioni iniziarono a cedere il passo a un nuovo modo di pensare. Crescendo, fu testimone della sofferenza delle donne costrette a subire l’atroce pratica dei piedi fasciati, che non solo ne impediva la libertà fisica ma ne segnava l’intera esistenza. Ogni giorno, coloro che vedeva camminare con passo incerto la spingevano a riflettere sull’assurdità di quel sistema che ostacolava le donne. Le storie di matrimoni forzati, di sogni infranti e di talenti mai espressi che sentiva raccontare dalle anziane della sua famiglia la toccarono nel profondo e la portarono a lottare per un cambiamento radicale. Chen Xiefen capì che non poteva limitarsi a guardare, doveva agire per scuotere il mondo che la circondava.

Mentre studiava presso un istituto gestito da missionari, nel 1899, a soli 16 anni, Chen Xiefen assunse la direzione di Nübao (poi Nüxuebao), che in italiano significa "giornale delle donne": inizialmente uscì come supplemento gratuito del Subao ma presto divenne autonomo e fu la prima voce femminile di rilevanza in tutta la Cina. La sua pubblicazione fu un atto audace. La stampa, in quel periodo, era uno strumento quasi esclusivamente riservato alle élite intellettuali e il fatto che una giovane donna lo usasse come mezzo di protesta e di espressione fu davvero rivoluzionario. La rivista non era solo uno spazio per esprimere opinioni, ma divenne il manifesto di una generazione che chiedeva cambiamenti radicali. Le sue parole erano forti, provocatorie e soprattutto chiare: non si limitava a denunciare la condizione femminile, ma metteva in discussione l’intero sistema sociale cinese. «Le donne devono essere indipendenti! Devono poter studiare, lavorare, decidere della propria vita!» scriveva, chiedendo un diritto che sembrava impensabile. Ogni numero di Nüxuebao non era solo un’argomentazione ma un attacco a una cultura che aveva ignorato le donne per secoli. Non si limitava a sognare un mondo migliore per le donne, ma offriva soluzioni concrete, chiedendo matrimoni liberi, istruzione, lavoro, parità con l'uomo, ovvero la modernizzazione come processo che dovesse necessariamente includere il riscatto femminile.

La rivista Nüxuebao (Nübao), 1903 Illustrazione di NuXueBao (l'allevamento del baco da seta, un'attività femminile)

Un altro elemento innovativo di Nüxuebao fu l’uso del baihua, il linguaggio vernacolare. La scrittura cinese formale si basava infatti sul wenyan, un linguaggio classico comprensibile solo alle élite intellettuali, invece il baihua rendeva le idee della rivista accessibili a un pubblico più vasto, anche a coloro che non avevano ricevuto un’educazione tradizionale. Questa scelta non solo democratizzò l’accesso alle idee progressiste, ma costituì pure una critica alla cultura conservatrice che ostacolava il progresso sociale. La rivista di Chen Xiefen, con il suo linguaggio e il suo spirito di sfida, divenne un simbolo di cambiamento. Le autorità della dinastia Qing non tardarono a vedere nelle sue idee una minaccia al loro potere. Nel 1903 il governo cinese proibì Nübao, e con esso la speranza di una stampa libera che potesse sfidare le convenzioni sociali. Ma la giovane non si lasciò intimidire. La censura non riuscì mai a metterla a tacere. Fu costretta a lasciare la Cina, senza rinunciare alla sua causa. Trovò rifugio in Giappone, dove incontrò altri esiliati e intellettuali che condividevano le sue idee, tra cui la poeta e rivoluzionaria Qiu Jin e la suffragista Lin Zongsu.

Con loro formò una solida alleanza, lavorando per dare voce a quelle donne che erano rimaste nel silenzio. In Giappone, Chen Xiefen rilanciò Nüxuebao e lo diresse con passione fino al 1905, utilizzando lo pseudonimo Chu'nan nuzi. Nello stesso anno pubblicò Duli Pian, uno dei primi scritti femministi in cui descrive il corpo femminile come luogo di oppressione e di eterna sottomissione, dalle orecchie forate alle punizioni corporali. Interessante pure un editoriale in cui argomenta l'importanza dell'attività fisica per le ragazze, un'assoluta novità per la mentalità dell'epoca. Il suo impegno per l’emancipazione femminile la portò a diventare presidente della Gong Ai Hui (Società per l’Amore Universale), un’organizzazione volta a migliorare le condizioni delle donne in Cina e a combatterne l'oppressione, non solo attraverso la scrittura, ma anche attraverso la lotta diretta, partecipando attivamente alla preparazione di insurrezioni contro il governo Qing e collaborando con i movimenti anarchici russi.

Amelia to Zora Twenty-Six Women Who Changed the World Di Cynthia Chin-Lee, 2005 Il movimento di liberazione delle donne cinesi e la pioniera del giornalismo moderno

Il percorso di Chen Xiefen non fu facile. Dopo il suo matrimonio con Yang Jun, un intellettuale del Sichuan, si trasferì negli Stati Uniti per proseguire gli studi. Questo periodo le permise di confrontarsi con altre realtà e approfondire le sue idee, ma le diede anche il tempo per riflettere sul cammino che la Cina stava percorrendo. Dopo il ritorno in Cina nel 1912, in seguito al crollo della dinastia Qing e alla nascita della Repubblica, Chen Xiefen partecipò alle attività politiche della Shenzhou Nüjie Xiejishe, l’Associazione delle donne cinesi, che sosteneva il suffragio universale femminile. Poco si sa, da allora, della sua breve vita. Morì infatti nel 1923, a soli 40 anni, ma il suo impatto sulla società cinese era già stato indelebile. Le sue battaglie avevano contribuito a gettare le basi per un cambiamento che, sebbene lento, cominciava a materializzarsi: le donne poterono accedere all’istruzione, la pratica dei piedi fasciati fu abolita, mentre il suo spirito combattivo ispirò numerose attiviste che ne continuarono il lavoro.

Dinastia Qing, piedi fasciati

Traduzione francese

Rachele Stanchina

L'air humide du Jiangsu était imprégné de l'odeur caractéristique de l'encre. Dans la maison familiale des Chen, une petite fille, assise près de son père, était fascinée par les caractères chinois qui prenaient vie sur le papier de riz. Elle s'appelait Chen Xiefen et, dès son plus jeune âge, elle avait compris que le mot écrit possédait un pouvoir extraordinaire: celui de changer le monde. Élevée dans une famille d'intellectuels, dans un environnement où la culture était au cœur de son éducation, la jeune fille allait bientôt prendre conscience du potentiel de l'écriture qui l'avait tant captivée. Son destin serait façonné par un combat intellectuel, culturel et politique qui la placerait à l'avant-garde de l'une des révolutions les plus importantes de l'histoire chinoise moderne: la lutte pour les droits des femmes.

Née en 1883 à Hengshan, dans la province du Hunan, Chen Xiefen déménagea plus tard avec sa famille à Changzhou, dans la province du Jiangsu, durant une période de grands bouleversements pour la Chine. La fin de la dynastie Qing, la montée des pressions sociales et politiques et l'influence des idées occidentales marquèrent une ère de profondes transformations. Fille de Chen Fan, magistrat qui, après avoir perdu son poste, s'installa à Shanghai et fonda le journal Subao, Xiefen grandit dans un environnement stimulant qui développa vivement son esprit critique. Son père, homme cultivé et idéaliste, lui apprit à considérer l'écriture comme un outil de changement et de résistance. À une époque où la culture était perçue comme une forme de lutte silencieuse, la jeune fille comprit le pouvoir des mots. La société chinoise restait profondément structurée par des traditions ancestrales qui reléguaient les femmes à des rôles subalternes; l'éducation et la culture étaient presque exclusivement réservées aux hommes, tandis que les droits et les opportunités des femmes étaient limités.

Mais dans le cœur de Xiefen, ces conventions commencèrent à céder la place à une nouvelle façon de penser. En grandissant, elle fut témoin des souffrances des femmes contraintes de subir l'atroce pratique du bandage des pieds, qui non seulement entravait leur liberté physique, mais affectait leur existence même. Chaque jour, les femmes qu'elle croisait, marchant d'un pas hésitant, la poussaient à réfléchir à l'absurdité de ce système qui opprimait les femmes. Les récits de mariages forcés, de rêves brisés et de talents inexploités que lui racontaient les aînés de sa famille la touchaient profondément et l'incitaient à lutter pour un changement radical. Chen Xiefen comprit qu'elle ne pouvait rester les bras croisés; elle devait agir pour bouleverser le monde qui l'entourait.

En 1899, alors qu'elle étudiait dans un institut géré par des missionnaires, Chen Xiefen, âgée de seulement 16 ans, prit la direction de Nübao (devenu plus tard Nüxuebao), qui signifie « journal des femmes ». Initialement publié comme supplément gratuit de Subao, le magazine devint rapidement indépendant et s'imposa comme la première voix féminine influente en Chine. Sa publication était un acte audacieux. À cette époque, la presse était presque exclusivement réservée à l'élite intellectuelle, et le fait qu'une jeune femme l'utilise comme moyen de protestation et d'expression était véritablement révolutionnaire. Le magazine n'était pas seulement un espace d'expression ; il devint le manifeste d'une génération exigeant un changement radical. Ses paroles étaient fortes, provocatrices et surtout claires : Chen ne se contentait pas de dénoncer la condition féminine, mais remettait en question l’ensemble du système social chinois. « Les femmes doivent être indépendantes ! Elles doivent pouvoir étudier, travailler et décider de leur propre vie !» écrivait-elle, revendiquant un droit qui semblait impensable. Chaque numéro de Nüxuebao n’était pas seulement un plaidoyer, mais une attaque contre une culture qui avait ignoré les femmes pendant des siècles. Elle ne se contentait pas de rêver d’un monde meilleur pour les femmes, mais proposait des solutions concrètes, plaidant pour le mariage libre, l’éducation, le travail et l’égalité avec les hommes – autrement dit, pour une modernisation qui incluait nécessairement l’émancipation des femmes.

La revue Nüxuebao (Nübao), 1903 Illustration de Nüxuebao (l’élevage du ver à soie, une activité féminine)

Un autre élément novateur de Nüxuebao était son utilisation du baihua, la langue vernaculaire. L’écriture chinoise officielle était basée sur le wenyan, une langue classique comprise seulement par l’élite intellectuelle. Le baihua, en revanche, rendait les idées du magazine accessibles à un public plus large, même à ceux qui n’avaient pas reçu d’éducation traditionnelle. Ce choix démocratisait non seulement l’accès aux idées progressistes, mais constituait également une critique de la culture conservatrice qui entravait le progrès social. Le magazine de Chen Xiefen, par son langage et son esprit contestataire, devint un symbole de changement. Les autorités de la dynastie Qing perçurent rapidement ses idées comme une menace pour leur pouvoir. En 1903, le gouvernement chinois interdit Nübao, et par conséquent, la presse chinoise. Cela faisant, il anéantit l'espoir d'une presse libre capable de remettre en question les conventions sociales. Mais la jeune femme refusa de se laisser intimider. La censure ne la réduisit jamais au silence. Contrainte de quitter la Chine, elle ne renonça pas à sa cause. Elle trouva refuge au Japon, où elle rencontra d'autres exilées et des intellectuelles partageant ses idées, notamment la poétesse et révolutionnaire Qiu Jin et la suffragette Lin Zongsu.

Avec elles, elle forma une alliance solide, œuvrant pour donner la parole aux femmes restées silencieuses. Au Japon, Chen Xiefen fit renaître Nüxuebao et le dirigea avec passion jusqu'en 1905, sous le pseudonyme de Chu'nan nuzi. Cette même année, elle publia Duli Pian, l'un des premiers écrits féministes, dans lequel elle décrit le corps féminin comme un lieu d'oppression et de soumission perpétuelle, des oreilles percées aux châtiments corporels. Un éditorial où elle défend l'importance de l'activité physique pour les filles, concept totalement novateur pour l'époque, mérite également d'être mentionné. Son engagement pour l'émancipation des femmes l'a conduite à devenir présidente de la Gong Ai Hui (Société pour l'amour universel), une organisation visant à améliorer la condition féminine en Chine et à lutter contre l'oppression des femmes, non seulement par l'écriture, mais aussi par la lutte directe tout en participant activement à la préparation des soulèvements contre le gouvernement Qing et en collaborant avec les mouvements anarchistes russes.

Amelia to Zora: Twenty-Six Women Who Changed the World, de Cynthia Chin-Lee, 2005 Le mouvement de libération des femmes chinoises et la pionnière du journalisme moderne

Le parcours de Chen Xiefen fut semé d'embûches. Après son mariage avec Yang Jun, un intellectuel du Sichuan, elle partit aux États-Unis pour poursuivre ses études. Cette période lui permit de s'ouvrir à d'autres réalités et d'approfondir ses idées, mais aussi de réfléchir à la voie empruntée par la Chine. De retour en Chine en 1912, après la chute de la dynastie Qing et la proclamation de la République, Chen Xiefen participa aux activités politiques de la Shenzhou Nüjie Xiejishe (Association des femmes chinoises), qui militait pour le suffrage universel féminin. On sait peu de choses de sa courte vie après cette date. Elle mourut en 1923, à seulement 40 ans, mais son impact sur la société chinoise était déjà indélébile. Ses combats avaient contribué à jeter les bases d'un changement qui, bien que lent, commençait à se concrétiser: les femmes obtinrent l'accès à l'éducation, la pratique du bandage des pieds fut abolie et son esprit combatif inspira de nombreux militants qui poursuivirent son œuvre.

Dynastie Qing, pieds bandés

Traduzione spagnola

Sefora Santamaria

El aire húmedo de Jiangsu llevaba consigo el olor inconfundible de la tinta. En casa de la familia Chen, una niña estaba sentada al lado de su padre, observando fascinada los caracteres chinos que cobraban vida sobre el papel de arroz. Su nombre era Chen Xiefen, y desde niña había entendido que la palabra escrita tenía un poder extraordinario: el de cambiar el mundo. La niña que crecía en una familia de intelectuales, en un ambiente donde la cultura representaba lo más importante de su formación, tomaría conciencia muy pronto del potencial de esa escritura que tanto la fascinaba. Su destino iba a ser marcado por una batalla intelectual, cultural y política que la haría protagonista de una de las revoluciones más significativas de la historia moderna de China: la lucha por los derechos de las mujeres.

Nacida en 1883 en Hengshan, en la provincia de Hunan, Chen Xiefen se mudó con su familia a Changzhou, en los territorios del Jangsu, en un periodo de grandes trastornos en China. El fin de la Dinastía Qing, las crecientes presiones sociales y políticas y la influencia que procedía de Occidente estaban llevando a una época de profundas transformaciones. Era la hija de Chen Fan, un magistrado que, tras haber perdido su trabajo, se mudó a Shanghai y fundó la revista «Subao». Xiefen se encontró de este modo sumergida en un entorno estimulante, que la llevó a desarrollar una fuerte conciencia crítica. Su padre, hombre culto e idealista, le enseñó a ver en la palabra escrita una herramienta de cambio y resistencia. En una época en la que la cultura se consideraba una forma de lucha silenciosa, la chica estaba aprendiendo el poder que las palabras iban a poder ejercer. La sociedad china aún seguía fuertemente arraigada en las tradiciones milenarias, que relegaban a las mujeres a papeles subalternos. La formación y la cultura eran un privilegio privativo de los hombres, mientras que las mujeres tenían oportunidades y derechos muy limitados.

Sin embargo, en el corazón de Xiefen estas costumbres empezaron a dejar paso a una nueva manera de pensar. A medida que crecía, fue testigo del dolor de las mujeres obligadas a sufrir la práctica atroz de los pies vendados, que no sólo comprometía su libertad física, sino que marcaba su vida entera. Cada día en el que veía a mujeres andar tambaleando la llevaba a reflexionar sobre la absurdidad de un sistema que las obstaculizaba. Las historias de matrimonios forzosos, de sueños destrozados, de talentos nunca expresados, que escuchaba de las ancianas mujeres de su familia, la afectaron profundamente y la animaron a empezar a luchar por un cambio radical. Chen Xiefen entendió que no podía sólo mirar, tenía que actuar para sacudir a la sociedad que la rodeaba.

En 1899, mientras estudiaba en un instituto dirigido por misioneros y tenía sólo 16 años, Chen Xiefen asumió la dirección del «Nübao» (después «Nüxuebao»), que en español significa “revista de mujeres”. En un primer momento, esta revista se publicaba gratuitamente junto con la del «Subao». Sin embargo, muy pronto se convirtió en una revista autónoma, llegando a ser la primera voz femenina de relevancia en toda China. Su publicación fue un acto valiente. La imprenta, en aquel periodo, era un instrumento para uso exclusivo de las élites intelectuales y el hecho de que una joven mujer lo utilizara como medio de protesta y de expresión representó algo verdaderamente revolucionario. La revista no era sólo un espacio para expresar opiniones, sino que se convirtió en la voz de una generación que pedía cambios radicales. Sus palabras eran chocantes, provocativas y sobre todo claras: no se limitaba a denunciar la condición femenina, sino que ponía en tela de juicio el entero sistema social chino. «¡Las mujeres deben ser independientes! ¡Necesitan poder estudiar, trabajar y decidir sobre su propia vida!» escribía Chen, pidiendo un derecho que parecía impensable reclamar. Cada número de la revista «Nüxuebao» no era sólo una argumentación, sino un ataque a una cultura que había ignorado a las mujeres durante siglos. No se limitaba a soñar con un mundo mejor para las mujeres, sino que ofrecía soluciones concretas, pidiendo matrimonios libres, educación, trabajo, igualdad de género. En definitiva, pedía que la modernización se convirtiera en un proceso que inlcuyera el rescate de las mujeres.

La revista Nüxuebao (Nübao), 1903 Ilustración de Nüxuebao (la cría del gusano de seda, una actividad femenina)

Otro elemento novedoso del «Nüxuebao» fue el uso del baihua, es decir, el habla vernácula. En efecto, la escritura china formal se fundaba en el uso del wenyan, un lenguaje antiguo y comprensible sólo para las élites intelectuales. El baihua, en cambio, permitía que las ideas de la revista llegaran a un público más amplio y hasta a quienes que no pudieron obtener una educación tradicional. Esta elección no sólo democratizó el acceso a las ideas progresistas, sino que constituyó también una crítica a la cultura conservadora que obstaculizaba el progreso social. La revista de Chen Xiefen, con su lenguaje y su actitud de desafío, llegó a ser un símbolo de cambio. Las autoridades de la Dinastía Qing no tardaron en ver en sus ideas una amenaza a su poder. En 1903, el gobierno chino prohibió la publicación del «Nübao» quitando la esperanza de una imprenta libre que pudiera desafiar las convenciones sociales. Sin embargo, la joven Chen no dejó que la intimidaran. La censura nunca logró enmudecerla. Se vio obligada a dejar su país, pero no renunció a su causa. Se refugió en Japón donde encontró a otros exiliados e intelectuales que compartían sus ideas. Entre ellos estaban la poeta y revolucionaria Qiu Jin y la sufragista Lin Zongsu.

Chen tuvo con ellas una fuerte alianza y trabajó para dar voz a todas las mujeres que permanecían todavía en el silencio. En Japón, Chen Xiefen relanzó el «Nüxuebao» y lo dirigió con pasión hasta 1905, utilizando el seudónimo de Chu’nannuzi . Ese mismo año publicó el «Duli Pian», uno de los primeros escritos feministas en el que describe el cuerpo de las mujeres como lugar de opresión y subyugación sin fin, desde las orejas perforadas hasta los castigos corporales. Igual de interesante fue un editorial en el que se hablaba de la importancia de la actividad física para las chicas, tema novedoso para la mentalidad de la época. Su compromiso en favor de la emancipación femenina hizo que se convirtiera en la presidenta de la Gong Ai Hui (Sociedad del Amor Universal), una organización destinada a mejorar las condiciones de las mujeres en China y a luchar contra su opresión, no sólo a través de la escritura, sino también a través de la lucha directa, es decir, participando activamente en la preparación de levantamientos contra el gobierno Qing y colaborando con los movimientos anarquistas rusos.

Amelia to Zora: Twenty-Six Women Who Changed the World, de Cynthia Chin-Lee, 2005 El movimiento de liberación de las mujeres chinas y la pionera del periodismo moderno

El recorrido de Chen Xiefen no fue simple. Después de su matrimonio con Yang Jun, un intelectual del Sichuan, se mudó a Estados Unidos para continuar sus estudios. Este periodo le permitió entrar en contacto con nuevas realidades y profundizar sus ideas. Además, tuvo tiempo para reflexionar sobre la ruta que China estaba recorriendo. Después de su regreso a China en 1912, tras la caída de la Dinastía Qing y el nacimiento de la República, Chen Xiefen participó a las actividades políticas de la Shenzhou Nüjie Xiejishe, la Asociación de las mujeres chinas, que apoyaba el sufragio universal femenino. Desde entonces conocemos poco de su breve vida. En efecto, murió en 1923, con solo 40 años. Sin embargo, su impacto en la sociedad china ya había sido indeleble. Sus batallas ayudaron a sentar las bases para un cambio que, no obstante su lentitud, estaba empezando a materializarse: las mujeres pudieron acceder a la educación, se abolió la práctica de los pies vendados y su espíritu luchador inspiró a muchas activistas que siguieron con su trabajo.

Dinastía Qing, pies vendados

Traduzione inglese

Syd Stapleton

The humid air of Jiangsu carried with it the unmistakable smell of ink. In the Chen family home, a little girl sat beside her father, watching in fascination as Chinese characters came to life on rice paper. Her name was Chen Xiefen, and from an early age she understood that the written word possessed an extraordinary power - that of changing the world. The child growing up in a family of intellectuals, in an environment where culture was central to her education, would soon become aware of the potential of the writing that had so attracted her. Her destiny would be marked by an intellectual, cultural and political battle that would see her play a leading role in one of the most significant revolutions in China's modern history: the struggle for women's rights. 

Born in 1883 in Hengshan, Hunan Province, Chen Xiefen later moved with her family to Changzhou, Jiangsu Territories, at a time of great upheaval for China. At the end of the Qing Dynasty, growing social and political pressures and the influence of Western ideas marked an era of profound transformation. She was the daughter of Chen Fan, a magistrate who, after losing his post, moved to Shanghai and founded the newspaper Subao. Xiefen thus found herself immersed in a stimulating environment, which led her to develop a strong critical awareness. Her father, an educated and idealistic man, taught her to see the written word as an instrument of change and resistance. At a time when culture was seen as a form of silent struggle, she understood the power of what words could do. Chinese society was still deeply structured on age-old traditions that relegated women to subordinate roles; education and culture were almost exclusively reserved for men, while women were restricted in their rights and opportunities.

But in Xiefen's heart, these conventions began to give way to a new way of thinking. Growing up, she witnessed the suffering of women forced to undergo the atrocious practice of bound feet, which not only prevented their physical freedom but marked their entire existence. Every day, those she saw walking with unsteady steps prompted her to reflect on the absurdity of the system that hampered women. The stories of forced marriages, broken dreams, and talents never expressed that she heard from the elders in her family touched her deeply and led her to strive for radical change. Chen Xiefen realized that she could not just watch; she had to act to shake up the world around her.

While studying at an institute run by missionaries, in 1899, when she was only 16 years old, Chen Xiefen took over the editorship of Nübao (later Nüxuebao), which means “women's newspaper,” It initially came out as a free supplement to Subao but soon became autonomous and was the first women's voice of relevance in all of China. Its publication was a bold act. The press at that time was a tool almost exclusively reserved for the intellectual elite, and the fact that a young woman used it as a means of protest and expression was truly revolutionary. The magazine was not just a space to express opinions, but became the manifesto of a generation demanding radical changes. Its words were strong, provocative and above all clear - it did not just denounce the condition of women, but questioned the entire Chinese social system. “Women must be independent! They must be able to study, work, decide their own lives!” she wrote, demanding a right that seemed unthinkable. Each issue of Nüxuebao was not just an argument, but an attack on a culture that had ignored women for centuries. It did not just dream of a better world for women, but offered concrete solutions, calling for free marriages, education, jobs, equality with men, in other words, modernization as a process that should necessarily include women's redemption.

The magazine Nüxuebao (Nübao), 1903 Illustration from Nüxuebao (silkworm breeding, a female activity)

Another innovative element of Nüxuebao was the use of baihua, the vernacular language. Formal Chinese writing was in fact based on wenyan, a classical language understandable only to intellectual elites, whereas baihua made the magazine's ideas accessible to a wider audience, even those who had not received a traditional education. This choice not only democratized access to progressive ideas, but also constituted a critique of the conservative culture that hindered social progress. Chen Xiefen's magazine, with its language and spirit of defiance, became a symbol of change. The Qing Dynasty authorities were not slow to see its ideas as a threat to their power. In 1903 the Chinese government banned Nübao, and with it the hope of a free press that could challenge social conventions. But the young woman was not intimidated. Censorship could never silence her. She was forced to leave China, without giving up her cause. She found refuge in Japan, where she met other exiles and intellectuals who shared her ideas, including poet and revolutionary Qiu Jin and suffragist Lin Zongsu.

With them she formed a strong alliance, working to give voice to those women who had remained silent. In Japan, Chen Xiefen relaunched Nüxuebao and passionately directed it until 1905, using the pseudonym Chu'nan nuzi. In the same year she published Duli Pian, one of the first feminist writings in which she describes the female body as a place of oppression and eternal subjugation, from pierced ears to corporal punishment. Also of interest is an editorial in which she argues the importance of physical activity for girls, a first for the mentality of the time. Her commitment to women's emancipation led her to become president of Gong Ai Hui (Society for Universal Love), an organization aimed at improving the conditions of women in China and fighting their oppression, not only through writing but also through direct struggle, actively participating in the preparation of insurrections against the Qing government and collaborating with Russian anarchist movements.

Amelia to Zora: Twenty-Six Women Who Changed the World, de Cynthia Chin-Lee, 2005 The Chinese women’s liberation movement and the pioneer of modern journalism

Chen Xiefen's path was not an easy one. After her marriage to Yang Jun, a Sichuan intellectual, she moved to the United States to pursue her studies. This period allowed her to confront other realities and deepen her ideas, but it also gave her time to reflect on the path China was on. After returning to China in 1912, following the collapse of the Qing Dynasty and the establishment of the Republic, Chen Xiefen participated in the political activities of the Shenzhou Nüjie Xiejishe, the Chinese Women's Association, which advocated universal women's suffrage. Little is known since then about her short life. She died in 1923, only 40 years of age, but her impact on Chinese society had already been indelible. Her struggles had helped lay the groundwork for change that, though slow, was beginning to materialize: women were given access to education, the practice of binding feet was abolished, and her fighting spirit inspired numerous women activists who continued her work.

Qing Dynasty, bound feet

 

Sediqeh Dowlatabadi
Ester Rizzo

Anita Mottaghi

 

Viene definita giornalista femminista e pioniera del Movimento femminile persiano. Nel 1919, un funzionario del governo di Esfahan si presentò nella redazione del giornale Zaban-e Zanan, fondato e diretto da lei, con un decreto di confisca. Le disse che lei era troppo moderna e anticonformista ed era nata con un secolo di anticipo. Sediqeh Dowlatabadi rispose:

«Io sono nata cento anni dopo. Se fossi nata prima non avrei permesso che le donne fossero così umiliate e intrappolate, prigioniere delle catene degli uomini».

Era nata, nel 1882, a Esfahan, città della Persia centrale. Sua madre si chiamava Khatameh Begun e suo padre, Hadi, era un giurista progressista molto colto, che le permise di ottenere un’istruzione secondaria. Aveva due sorellastre e sei fratelli più grandi di lei, tra cui Yahya, calligrafo, poeta e pioniere dell’istruzione moderna nel suo Paese. A soli quindici anni contrasse matrimonio ma il marito, dopo poco tempo, chiese il divorzio adducendo come pretesto la sterilità della moglie. Nel 1917, nella sua città natale, fondò la prima scuola femminile Maktab-e Shareiat e dopo un anno fu la fondatrice della Società delle Donne di Esfahan. Questa era una società progressista che riuniva principalmente le mogli e le figlie di uomini politici e aristocratici. Durante le riunioni c’era sempre uno spazio dedicato alle rappresentazioni teatrali e musicali. Sediqeh fondò anche un’altra scuola, la Om-ol-Modares, destinata a tutte le ragazze che, prive di mezzi economici, non potevano permettersi un’istruzione. La sua iniziativa destò la rabbia dei religiosi conservatori e lei fu picchiata e tradotta in carcere dove fu rinchiusa per tre mesi.

Nonostante la pena subita, restò fortemente convinta che l’unica strada da percorrere per l’emancipazione femminile era quella dell’istruzione e dell’avanzamento culturale. Consapevole che le iraniane dovevano anche avere accesso alla lettura dei giornali, e soprattutto di giornali con articoli che focalizzavano le loro problematiche reali, decise di fondare, nel 1919, il primo giornale femminile Zaban-e Zanan. (Voce delle Donne). Era un settimanale di quattro pagine dove scrivevano solo donne e ragazze e che trattava tematiche come la scelta imposta del coniuge e il matrimonio come unica forma di realizzazione femminile. In quelle pagine si criticavano apertamente le norme e le consuetudini patriarcali vigenti e si consigliavano percorsi di emancipazione.

Zaban-e Zanan, 1919 Zaban-e Zanan Zaban-e Zanan

Oltre a questi temi, altri articoli affrontavano questioni politiche ed economiche criticando i leader politici e protestando sia contro l’accordo anglo-persiano del 1919 sia contro l’influenza britannica. Ovviamente ciò non era gradito al Governo e le giornaliste furono minacciate. Loro, per nulla intimorite, continuarono a scrivere ciò che pensavano compresa la necessità di abolire l’uso obbligatorio dell’hijab che scatenò la feroce opposizione dei religiosi. Questa temerarietà portò alla confisca del giornale. La pubblicazione resistette comunque per tre anni con l'uscita di cinquantasette numeri. Nell’editoriale del primo numero Sediqeh aveva scritto che quel giornale era una sfida a chi asseriva che le donne erano arretrate e avevano una debolezza mentale e, coerentemente ai suoi principi, quando cessò di essere stampato a Esfahan, lei si trasferì a Teheran e lo trasformò in una rivista mensile di ben quarantotto pagine.

Nel 1923 emigrò a Parigi per proseguire gli studi interrotti conseguendo una laurea in Pedagogia presso l’Università della Sorbona. Tre anni dopo, come rappresentante delle iraniane, partecipò al decimo congresso dell’Alleanza Internazionale per il Suffragio Femminile. Nel 1928 tornò in Persia e si rifiutò categoricamente di indossare l’hijab. L’obbligo del velo decadrà solo dopo otto anni, ma furono molte a non sottostare a quella norma. Sempre nel 1928 fu nominata dal Ministero dell’Istruzione e delle Belle Arti Supervisora dell’Istruzione femminile e l’anno seguente arrivò l’incarico di Direttrice generale dell’ufficio di Supervisione delle scuole femminili.

Sedeqh Dowlatabadi ha combattuto per tutta la vita la lotta per l’emancipazione delle donne. È morta a Teheran il 27 agosto del 1961 all’età di ottanta anni.

Sediqeh Dowlatabadi, tomba nel parco Zargandeh

Nel suo testamento dettò una curiosa volontà: «Non perdonerò mai le donne che visiteranno la mia tomba coperte dal velo». Venne sepolta nel cimitero di Zargandeh ma il fanatismo religioso la perseguitò anche da morta. Dopo la Rivoluzione islamica del 1980 fu profanata la sua tomba e anche quella del padre e del fratello Yahya che l’avevano sostenuta nelle sue battaglie. Di lei profanarono anche i resti mortali. Per l’8 marzo del 2024, Giornata internazionale della donna, a Teheran le donne che sfilavano in corteo le hanno reso omaggio gridando:

«Per Sediqeh Dowlatabadi che era la voce delle donne della sua generazione. Per Jina Amini, che aprì bocca in segno di protesta e per questo fu assassinata ma è diventata il nostro simbolo. Per Niloofar Hamedi ed Elaheh Mohammadi, che scrivono con voci coraggiose e sono state imprigionate. E per tutte le donne ribelli, disobbedienti e linguacciute dell’Iran».

L'impegno di una donna del passato che non viene dimenticato dalle donne del presente e che si intreccia in maniera solidale nella martoriata storia di questo Paese.


Traduzione francese

Rachele Stanchina

Elle est décrite comme une journaliste féministe et une pionnière du mouvement des femmes persanes. En 1919, un fonctionnaire du gouvernement d'Ispahan se présente à la rédaction du journal Zaban-e Zanan, qu'elle a fondé et dirigé, muni d'un ordre de confiscation. Il lui déclare qu'elle est trop moderne et anticonformiste, et qu'elle est née un siècle trop tôt. Sediqeh Dowlatabadi réponds:

«Je suis née cent ans plus tard. Si j'étais née plus tôt, je n'aurais jamais permis que les femmes soient ainsi humiliées et opprimées, prisonnières des chaînes des hommes».

Elle naît en 1882 à Ispahan, ville du centre de la Perse. Sa mère s'appelle Khatameh Begun et son père, Hadi, est un juriste progressiste et très instruit qui lui permet de faire des études secondaires. Elle a deux demi-sœurs et six frères aînés, dont Yahya, calligraphe, poète et pionnier de l'éducation moderne dans son pays. À seulement quinze ans, elle se marie, mais son époux demande rapidement le divorce, prétextant la stérilité de sa femme. En 1917, dans sa ville natale, elle fonde la première école de filles, Maktab-e Shareiat, et un an plus tard, la Société des femmes d'Ispahan. Cette société progressiste réunit principalement les épouses et les filles de politiciens et d'aristocrates. Lors des réunions, des représentations théâtrales et musicales sont toujours au programme. Sediqeh fonde également une autre école, Om-ol-Modares, pour les filles qui, faute de moyens, ne peuvent pas s'instruire. Son initiative provoque la colère des religieux conservateurs ; elle est battue et emprisonnée pendant trois mois.

Malgré ce châtiment, elle reste fermement convaincue que la seule voie vers l'émancipation des femmes passe par l'éducation et le progrès culturel. Consciente que les Iraniennes ont elles aussi besoin d'accéder aux journaux, et plus particulièrement à ceux dont les articles abordent leurs véritables préoccupations, elle décide de fonder le premier journal féminin, Zaban-e Zanan (La Voix des Femmes), en 1919. Cet hebdomadaire de quatre pages, rédigé exclusivement par des femmes et des jeunes filles, traite de sujets tels que le mariage forcé et l'idée que le mariage soit la seule forme d'épanouissement féminin. Ses pages critiquent ouvertement les normes et coutumes patriarcales en vigueur et proposent des pistes d'émancipation.

Zaban-e Zanan, 1919 Zaban-e Zanan Zaban-e Zanan

Outre ces sujets, d'autres articles abordent des questions politiques et économiques, critiquant les dirigeants politiques et protestant soit contre l'Accord anglo-persan de 1919 qu l'influence britannique. Naturellement, le gouvernement désapprouve ces initiatives et les journalistes viennent menacées. Sans se laisser intimider, elles continuent d'écrire ce qu'elles pensent, notamment sur la nécessité d'abolir le port obligatoire du hijab, ce qui provoque une vive opposition de la part des religieux. Cette audace entraîne la confiscation du journal. La publication persiste néanmoins pendant trois ans, avec cinquante-sept numéros. Dans l'éditorial du premier numéro, Sediqeh écrit que le journal s'oppose à ceux qui prétendent que les femmes soient arriérées et mentalement faibles. Fidèle à ses principes, lorsque le journal cesse de paraître à Ispahan, elle s'installe à Téhéran et le transforme en un magazine mensuel de quarante-huit pages.

En 1923, elle émigre à Paris pour reprendre ses études interrompues et obtient une licence en pédagogie à l'université de la Sorbonne. Trois ans plus tard, en tant que représentante des femmes iraniennes, elle participe au dixième congrès de l'Alliance internationale pour le suffrage des femmes. En 1928, elle retourne en Perse et refuse catégoriquement de porter le hijab. Le voile ne sera levé que huit ans plus tard, mais nombreuses sont les femmes qui refusent de se conformer à cette règle. Toujours en 1928, le ministère de l'Éducation et des Beaux-Arts la nomme inspectrice de l'éducation des filles, et l'année suivante, elle est nommée directrice générale du Bureau de supervision des écoles de filles.

Sedeqh Dowlatabadi lutte pour l'émancipation des femmes jusqu’à sa mort, qui a lieu à Téhéran le 27 août 1961, lorsqu’elle est âgée de quatre-vingts ans.

Tombe de Sediqeh Dowlatabadi, dans le parc de Zargandeh.

Dans son testament, elle écrit une phrase troublante : « Je ne pardonnerai jamais aux femmes qui visitent ma tombe le voile.» Elle est inhumée au cimetière de Zargandeh, mais le fanatisme religieux la poursuit même après sa mort. Après la révolution islamique de 1980, sa tombe a est profanée, de même que celles de son père et de son frère Yahya, qui l'avaient soutenue dans son combat. Sa dépouille a également subi le même sort. Le 8 mars 2024, Journée internationale des femmes, des femmes défilant dans les rues de Téhéran lui ont rendu hommage en scandant:

«Pour Sediqeh Dowlatabadi, la voix des femmes de sa génération. Pour Jina Amini, qui a osé protester et a été assassinée pour cela, mais qui est devenue notre symbole. Pour Niloofar Hamedi et Elaleh M, qui écrivent d’une voix courageuse et ont été emprisonnées. Et pour toutes les femmes rebelles, désobéissantes et bruyantes de l‘Iran».

Sa vie est témoignage de l’engagement d’une femme d’autre temps, demeure un souvenir fort pour les femmes d’aujourd’hui et s’entrelace de façon solidale avec l’histoire meurtrie de L’Iran.


Traduzione spagnola

Maria Ilenia Musarra

Es considerada periodista (feminista) y pionera del movimiento feminista iraní. En 1919, un funcionario gubernamental de Esfahán acudió a la redacción del periódico ‹‹Zaban-e Zanan››, que ella había fundado y dirigía, con una orden de confiscación. Le dijo que era (una mujer) demasiado moderna e inconformista, adelantada a su tiempo. Sediqeh Dowlatabadi contestó:

«Nací cien años después. Si hubiera nacido antes, no habría permitido que las mujeres fueran tan humilladas, engañadas por los hombres y fueran sumisas a ellos».

Nació en 1882, en Esfahán, una ciudad en el centro de Irán. Su madre se llamaba Khatameh Begun y su padre, Hadi, era un jurista progresista muy culto, quien le permitió que accediera a la educación secundaria. Tenía dos hermanastras y seis hermanos mayores , entre ellos, Yahya, calígrafo, poeta y pionero de la educación moderna en su país. A los quince años contrajo matrimonio, pero su marido, poco tiempo después, le pidió el divorcio, alegando como pretexto la esterilidad de su esposa. En 1917, en su ciudad natal, fundó la primera escuela para niñas, Maktab-e Shareiat, y, un año después, fundó la Asociación de las Mujeres de Esfahán. Era una asociación progresista en la que se reunían principalmente las mujeres y las hijas de políticos y aristocráticos. En las reuniones siempre había un espacio dedicado a los espectáculos teatrales y musicales. Sediqeh también fundó otra escuela, la de Om-ol-Modares, para todas las chicas que, por falta de recursos económicos, no podían permitirse una educación. Su iniciativa desató la ira de los religiosos conservadores y, por consiguiente, la pegaron y encarcelaron por tres meses.

A pesar de la condena sufrida, siguió firmemente convencida de que el único camino a seguir para la emancipación de la mujer era el de la educación y el del desarrollo cultural. Consciente de que las iraníes debían tener acceso a la lectura de periódicos, y sobre todo de periódicos con artículos que se centraban en sus problemas reales, en 1919, fundó el primer periódico para mujeres ‹‹Zaban-e Zanan›› (en español, ‹‹Voz de mujeres››). Era un semanario de cuatro páginas, escrito por mujeres y chicas que abordaba temas como la elección impuesta por el marido y el matrimonio como la única realización para la mujer. En sus páginas se criticaban abiertamente las normas y los hábitos patriarcales de la época y se proponían caminos hacia la emancipación.

Zaban-e Zanan, 1919 Zaban-e Zanan Zaban-e Zanan

Además de estos temas, los demás artículos periodísticos trataban cuestiones políticas y económicas, criticaban a los líderes políticos y protestaban tanto contra el Acuerdo Anglo-Persa de 1919 como contra la influencia británica. Obviamente, eso no fue bien visto por el Gobierno y las periodistas fueron amenazadas. Ellas, para nada intimidadas, siguieron escribiendo lo que pensaban, incluso sobre la necesidad de abolir el uso obligatorio del hiyab, que desató la feroz oposición de los creyentes. Esta temeridad llevó a la confiscación del periódico. Sin embargo, su publicación se mantuvo durante tres años con la aparición de cincuenta y siete números. En el editorial del primer número, Sediqeh escribió que el periódico era una provocación para quienes afirmaban que las mujeres eran ignorantes y más frágiles. Cuando el periódico dejó de imprimirse en Esfahán, para mantenerse fiel a sus principios, se trasladó a Teherán y lo convirtió en una revista mensual de cuarenta y ocho páginas.

En 1923 emigró a París para retomar sus estudios y obtuvo una licenciatura en Pedagogía en la Universidad de la Sorbona. Tres años después, como representante de las iraníes, participó en el décimo congreso de la Alianza Universal para el Sufragio Femenino. En 1928 regresó a Irán y rechazó categoricamente llevar el hijab. La obligación de llevar el velo solo caducó ocho años después; no obstante, muchas mujeres no acataron la ley. Ese mismo año fue nombrada por el Ministerio de la Educación y las Bellas Artes, Supervisora de la educación femenina, y el año siguiente desempeñó el cargo de Directora general de la oficina de Supervisión de las escuelas femeninas.

Sediqeh Dowlatabadi luchó por la emancipación de la mujer durante toda su vida. Murió el 27 de agosto de 1961 en Teherán a la edad de ochenta años.

Tumba de Sediqeh Dowlatabadi, en el parque Zargandeh.

En su testamento dictó una curiosa voluntad: “Nunca perdonaré a las mujeres que visiten mi tumba cubiertas con el velo”. Fue enterrada en el cementerio de Zargandeh, pero el fanatismo religioso la persiguió incluso después de su muerte. Tras la Revolución iraní de 1979, su tumba fue profanada, al igual que la de su padre y la de su hermano Yahya, quienes la habían apoyado en sus luchas. También fueron profanados sus restos mortales. Para el 8M de 2024, Día Internacional de las Mujeres, en Teherán, las mujeres que participaron en la manifestación le rindieron homenaje, gritando:

«Por Sediqed Dowlatabadi que fue la portavoz de las mujeres de su generación. Por Jina Amini, quien habló en signo de protesta y por esta razón fue asesinada, pero se convirtió en nuestro símbolo. Por Niloofar Hamedi y Elaheh Mohammadi, quienes escriben con coraje y fueron encarceladas. Y por todas las iraníes rebeldes, desobedientes y lengüilargas».

El empeño de una mujer del pasado que no es olvidado por las mujeres del presente y que, de forma solidaria, se entrelaza en la historia atormentada de este país.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

 She is described as a feminist journalist and pioneer of the Persian women's movement. In 1919, a government official from Esfahan arrived at the offices of the newspaper Zaban-e Zanan, which she had founded and edited, with a decree of confiscation. He told her that she was too modern and unconventional and had been born a century too early. Sediqeh Dowlatabadi replied:

«I was born a hundred years too late. If I had been born earlier, I would not have allowed women to be so humiliated and trapped, prisoners of men's chains».

She was born in 1882 in Esfahan, a city in central Persia. Her mother's name was Khatameh Begun and her father, Hadi, was a highly educated progressive jurist who allowed her to obtain a secondary education. She had two half-sisters and six older brothers, including Yahya, a calligrapher, poet, and pioneer of modern education in his country. She married at the age of fifteen, but her husband soon asked for a divorce, citing his wife's infertility as a pretext. In 1917, in her hometown, she founded the first girls' school, Maktab-e Shareiat, and a year later she founded the Women's Society of Esfahan. This was a progressive society that mainly brought together the wives and daughters of politicians and aristocrats. During the meetings, there was always a space dedicated to theatrical and musical performances. Sediqeh also founded another school, the Om-ol-Modares, for girls who, lacking financial means, could not afford an education. Her initiative aroused the anger of conservative religious leaders and she was beaten and imprisoned for three months.

Despite her punishment, she remained firmly convinced that the only path to women's emancipation was through education and cultural advancement. Aware that Iranian women also needed access to newspapers, especially those with articles focusing on their real issues, she decided to found the first women's newspaper, Zaban-e Zanan, in 1919. It was a four-page weekly newspaper written exclusively by women and girls, which dealt with issues such as the imposed choice of spouse and marriage as the only form of fulfillment for women. Its pages openly criticized the patriarchal norms and customs of the time and recommended paths to emancipation.

Zaban-e Zanan, 1919 Zaban-e Zanan Zaban-e Zanan

In addition to these topics, other articles addressed political and economic issues, criticizing political leaders and protesting both the Anglo-Persian Agreement of 1919 and British influence. This was obviously not to the liking of the government, and the journalists were threatened. Undaunted, they continued to write what they thought, including the need to abolish the compulsory wearing of the hijab, which sparked fierce opposition from religious leaders. This boldness led to the confiscation of the newspaper. However, the publication survived for three years, with 57 issues being published. In the editorial of the first issue, Sediqeh wrote that the newspaper was a challenge to those who claimed that women were backward and mentally weak. Consistent with her principles, when it ceased publication in Esfahan, she moved to Tehran and turned it into a 48-page monthly magazine.

In 1923, she emigrated to Paris to continue her interrupted studies, obtaining a degree in pedagogy from the Sorbonne University. Three years later, as a representative of Iranian women, she participated in the tenth congress of the International Alliance for Women's Suffrage. In 1928, she returned to Persia and categorically refused to wear the hijab. The veil became optional only eight years later, but many women refused to comply with the rule. Also in 1928, she was appointed Supervisor of Women's Education by the Ministry of Education and Fine Arts, and the following year she became Director General of the Office for the Supervision of Girls' Schools.

Sedeqh Dowlatabadi fought throughout her life for the emancipation of women. She died in Tehran on August 27, 1961, at the age of eighty.

Grave of Sediqeh Dowlatabadi, in Zargandeh Park.

In her will, she dictated a curious wish: “I will never forgive women who visit my grave covered by a veil.” She was buried in the Zargandeh cemetery, but religious fanaticism persecuted her even in death. After the Islamic Revolution of 1980, her grave was desecrated, along with those of her father and brother Yahya, who had supported her in her battles. Her mortal remains were also desecrated. On March 8, 2024, International Women's Day, women marching in Tehran paid tribute to her, shouting:

«For Sediqeh Dowlatabadi, who was the voice of the women of her generation. For Jina Amini, who spoke out in protest and was murdered for it, but has become our symbol. For Niloofar Hamedi and Elaheh Mohammadi, who write with courageous voices and have been imprisoned. And for all the rebellious, disobedient, and outspoken women of Iran».

The commitment of a woman from the past that is not forgotten by the women of the present and that is intertwined in solidarity with the tormented history of this country.

 

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