Bessie Head
Laura Candiani

Viola Gesmundo

 

The Tragic Life, questo è il titolo di una biografia che le è stata dedicata, e davvero la sua esistenza è stata dolorosa, drammatica, diversa da ogni altra, espressa nell'assoluta originalità delle sue opere narrative, di impianto prevalentemente autobiografico. Disse di lei lo scrittore Charles Larson: «Bessie Head, praticamente da sola, ha portato a una svolta intimistica del romanzo sudafricano» in cui è stata sé stessa con coerenza, senza altri punti di riferimento. Nel 1982 Bessie affermò:

«Ci sono di sicuro molte persone come me in Sudafrica nate sotto il segno della calamità e del disastro. Persone così rappresentano lo scheletro nell’armadio o il segreto oscuro e pauroso nascosto sotto il tappeto. Forse sono state le circostanze della mia nascita a rendere necessaria l’eliminazione di ogni traccia di storia familiare. Non ho nessun parente sulla faccia della terra, nessun albero genealogico di antica data a cui far riferimento, nessuna eredità. Non so cosa si provi ad aver ereditato un qualche aspetto del carattere o una certa instabilità emotiva o la forma delle unghie della mano da una nonna o da una bisnonna».

Ma da cosa deriva questa sua unicità, come essere umano e come scrittrice e giornalista?

Era nata all'interno di un ospedale psichiatrico il 6 luglio 1937, a Pietermaritzburg, nella provincia del Natal, in Sudafrica, perché la madre aveva commesso una grave colpa: si chiamava Bessie Amelia Emery ed era bianca, appartenente a una ricca famiglia di origini europee, ma era incinta di un uomo nero, di condizione umile, rimasto ignoto. Da tempo aveva problemi psichici, specie dopo la morte del primogenito neonato. Fu giudicata malata di mente e internata, anche se all'epoca non era stata emanata la legge che ufficializzava l'apartheid che è del 1949, ma i rapporti fra bianchi e neri erano osteggiati in ogni modo. Dopo un anno la mamma si suicidò, così la piccola Bessie passò di famiglia in famiglia: la prima ben presto la abbandonò per il colore della pelle, la seconda era talmente povera che non riusciva a mantenerla, eppure per lei lì c'era la vera madre, assai amata, l'unica che conoscesse come tale. Fu allora affidata a un orfanotrofio anglicano a Durban dove ormai ragazzina scoprì la triste verità sulla sua situazione. Comunque studiò e riuscì a diplomarsi maestra; dopo un breve periodo di insegnamento, si interessò al giornalismo e si trasferì a Città del Capo per cominciare a collaborare con racconti e articoli con vari giornali: New African, Drum, Golden City Post, di cui fu l'unica reporter in una testata per "non bianchi".

Nel 1959 andò a vivere a Johannesburg per lavorare all'Home Post, dove ricevette un regolare stipendio ed ebbe una rubrica tutta sua. Qui prese contatti con il mondo culturale e artistico e la comunità dei panafricanisti, tanto che si iscrisse al movimento anti-apartheid Pan-Africanist Congress. Nel 1960 fu arrestata per il suo impegno, poi subì uno stupro che la portò a un tentato suicidio e alla depressione, da cui si risollevò vari mesi dopo grazie alla fondazione di un giornale, The Citizen, di ispirazione africanista. Delusa e amareggiata dall'esperienza politica, tornò a Città del Capo e l'anno seguente si sposò con Harold Head, un giovane di Pretoria che condivideva i suoi interessi, da cui ebbe il figlio Howard. In quel periodo entrambi scrivevano per varie testate, fra cui il mensile The New African, ma avevano notevoli problemi economici e ben presto il matrimonio naufragò. Intanto Bessie si dedicava alla letteratura e scrisse la sua prima opera; si tratta di un racconto lungo ancora un po' immaturo, di poco più di cento pagine, The Cardinals, che uscirà postumo, ed è l'unico suo testo ambientato in Sudafrica. È la storia di Miriam, detta dai colleghi della redazione giornalistica di African Beat "mouse", topolino, perché piccola, timida, silenziosa; eppure diviene di giorno in giorno più brava tanto da correggere i testi del collega più anziano ed esperto Johnny. L'uomo la stima e le si affeziona tanto da chiederle di vivere con lui, anche per farla emergere come scrittrice.

Ma c'è una cosa che entrambi ignorano: Johnny è suo padre.

La vicenda si conclude in modo aperto, prima che avvenga qualcosa di irreparabile, ma il tabù viene trattato con garbo e i personaggi con simpatia, forse per creare un parallelismo con l'altro tabù: le unioni miste, altrettanto proibite e illecite. Un secondo tema emerge nel racconto, anche questo vicino alla sensibilità umana e professionale di Head, ovvero come diventare una brava scrittrice, quali argomenti trattare, come svolgere le trame, quali consigli ascoltare (fra cui quelli un po' invadenti di Johnny).

Nel 1964 si separò dal marito e, partendo con un visto di sola andata, si stabilì con il figlio in Botswana dove per anni risultò una rifugiata politica, fino al 1979, quando finalmente ebbe la cittadinanza. Tuttavia si sentirà sempre una donna incompiuta, a metà: né bianca né nera, né botswana né sudafricana, cristiana ma influenzata dall'induismo e dagli insegnamenti di Gandhi, un’africana che non conosce neppure le lingue locali, in un periodo di gravi tensioni sociali e politiche in cui riuscirà a trovare la sua strada attraverso la scrittura. Nel 1968 esce prima a Londra e poi a New York il romanzo When Rain Clouds Gather che le era stato ispirato dal soggiorno nel campo profughi, storia di un sudafricano in fuga dal proprio Paese che, con l'amico inglese Gilbert, ha un progetto utopico per modernizzare le tecniche agricole tradizionali. Nel 2022 è stato incluso nel Big Jubilee Read, un elenco di 70 libri di autori e autrici del Commonwealth prodotti per celebrare il Giubileo di Platino della regina Elisabetta II.

Bessie ha seri problemi psichici per cui viene ricoverata in ospedale, ma intanto ha sperimentato un'altra forma di razzismo, che tratterà nel nuovo romanzo Maru, in cui emerge la rivalità storica fra due gruppi residenti in Botswana, dove si era illusa di trovare serenità e giustizia. Qui la popolazione Bantu aveva sottomesso la minoranza Masarwa, detta anche Bushmen, ovvero uomini della boscaglia, ugualmente di pelle nera, e Bessie era ritenuta troppo chiara, perciò si sentiva esclusa. Nel libro i protagonisti sono Maru e il suo amico Moleka, entrambi innamorati di Margaret, una giovane orfana allevata da una missionaria, la cui esistenza ha parecchi punti di contatto con quella reale dell'autrice, a cominciare dalla professione di insegnante, dall'assenza di una famiglia, dall'appartenenza a una tribù discriminata, ma i temi sono trattati con delicatezza e con un tocco quasi fiabesco. Nasce a questo punto un terzo romanzo, ritenuto il suo capolavoro: A Question of Power, un'opera complessa, di difficile traduzione e difficile lettura, ambientata ai margini del deserto del Kalahari, in cui una dei protagonisti, Elizabeth, assomiglia molto a Bessie, stigmatizzata in quanto meticcia e destinata geneticamente alla follia.

L'Enciclopedia Britannica lo descrive come un:

«racconto francamente autobiografico di disorientamento e paranoia in cui l'eroina sopravvive grazie alla pura forza di volontà».

In Italia è stato tradotto da Adriana Cavarero per le ed. Lavoro nel 1994.

Quasi al termine della sua breve vita trova un po' di pace e accoglienza nel villaggio di Serowe dove studia le storie, le leggende, i miti di quei popoli e si immerge nelle piccole realtà, guidate da antiche tradizioni. Visto che la scrittura per lei è libertà, è comunicazione, è magia, trova la sua forma espressiva ideale nella raccolta di racconti brevi The Collector of Treasure and Other Botswana Village Tales (composta nel 1974, ma pubblicata tre anni dopo) in cui si incontrano numerosi personaggi femminili: sia donne appagate e felici sia madri di figli illegittimi, depositarie della saggezza millenaria ma pure vittime dei mutamenti imposti dalla colonizzazione. In Italia è stata stampata con il titolo La donna dei tesori, traduzione di Maria Antonietta Saracino, ed. Lavoro, 1987. Ancora ambientati in Botswana sono il racconto storico Serowe: Village of the Rain Wind (composto anch'esso nel 1974, ma pubblicato solo 1981) e il romanzo storico A Bewitched Crossroad (1984). 

Da notare, come ha spesso rilevato la critica unanime, che il suo stile è assai curato ed elegante, la sua lingua inglese quantomai ricca, varia ed espressiva, il controllo dei mezzi tecnici è sapiente, per cui è ritenuta la massima esponente letteraria del Botswana ― più che del Sudafrica dove non tornò mai più ― nonostante tratti temi universali, forme di disagio, discriminazioni, inserite in ambienti vaghi e generici. Disaccordi con la casa editrice e difficoltà a relazionarsi la portarono all'alcolismo, a problemi di salute, a rompere i rapporti con il figlio e a contrarre debiti.

A Serowe Bessie morì di epatite il 17 aprile 1986 e alcune sue opere sono state pubblicate postume: The Cardinals (1993), lettere, appunti, gli scritti autobiografici A Woman Alone. Tutti gli incartamenti furono depositati presso il Memorial Museum Khama III dove oggi sono visibili pure oggetti che le sono appartenuti, fra cui la macchina da scrivere, numerose foto, articoli di giornale, la sua scrivania. Nel 2003 è arrivata, alla memoria, la massima onorificenza sudafricana, l'ordine della Ikhamanga d'oro, con la motivazione:

«Per il contributo straordinario alla letteratura e alla lotta per il cambiamento sociale, per la libertà e per la pace».

In suo nome è stata creata un'associazione senza fini di lucro che ha lo scopo di tener vivo il ricordo della scrittrice, di divulgare le sue opere e di assegnare premi letterari. Nel 2007 la principale biblioteca municipale di Msunduzi a Pietermaritzburg le è stata intitolata. In Italia la sua produzione rimane praticamente sconosciuta anche se risultano le pregevoli traduzioni già citate e il racconto Arance e limoni, inserito nella raccolta Il vestito di velluto rosso. Racconti di donne sudafricane, 2006, tradotto da Maria Paola Guarducci, grazie alla meritoria attività della piccola casa editrice Gorée, con sede a Iesa (Monticiano, Siena). Un’autrice dunque tutta ancora da scoprire e valorizzare. 


Traduzione francese

Rachele Stanchina

Une vie tragique: tel est le titre d'une biographie qui lui est consacrée. Sa vie a été véritablement douloureuse, dramatique, unique en son genre, et s'est exprimé dans l'originalité absolue de ses œuvres narratives, à forte composante autobiographique. L'écrivain Charles Larson a dit d'elle: « Bessie Head, pratiquement à elle seule, a opéré une transformation profonde du roman sud-africain », dans lequel elle restait fidèle à elle-même, sans aucun autre point de repère. En 1982, Bessie déclarait:

«Il y a certainement beaucoup de gens comme moi en Afrique du Sud, nés sous le signe du malheur et du désastre. Ces personnes incarnent le squelette dans le placard, le secret sombre et effrayant dissimulé sous le tapis. Peut-être est-ce dû aux circonstances de ma naissance qui ont rendu nécessaire l'effacement de toute trace de mon histoire familiale. Je n'ai aucun parent sur terre, aucun arbre généalogique ancien auquel me référer, aucun héritage. Je ne sais pas ce que cela fait d'hériter d'un trait de caractère, d'une certaine instabilité émotionnelle, ou de la forme de ses ongles d'une grand-mère ou d'une arrière-grand-mère».

Mais d'où vient son unicité, en tant qu'être humain, en tant qu'écrivaine et journaliste ?

Elle est née dans un hôpital psychiatrique le 6 juillet 1937 à Pietermaritzburg, dans la province du Natal, en Afrique du Sud. Sa mère avait commis une grave faute: elle s'appelait Bessie Amelia Emery et était blanche, issue d'une riche famille d'origine européenne, mais elle était enceinte d'un homme noir d'origine modeste, qui resta inconnu. Elle souffrait de troubles mentaux depuis un certain temps, surtout après la mort de son premier-né. Jugée malade mentale, elle fut internée, bien que la loi de 1949 officialisant l'apartheid n'eût pas encore été votée et que les relations entre Blancs et Noirs fussent empreintes d'opposition. Un an plus tard, sa mère se suicida et la petite Bessie fut placée de famille en famille : la première l'abandonna rapidement à cause de la couleur de sa peau, la seconde était si pauvre qu'elle ne put subvenir à ses besoins. Pourtant, pour elle, il y avait sa vraie mère, qu'elle aimait profondément, la seule qu'elle ait connue comme telle. Elle fut ensuite confiée à un orphelinat anglican de Durban où, très jeune, elle découvrit la triste réalité de sa situation. Malgré tout, elle poursuivit ses études et obtint son diplôme d'institutrice. Après une brève expérience dans l'enseignement, elle se passionna pour le journalisme et s'installa au Cap pour collaborer à divers journaux : le New African, le Drum et le Golden City Post, où elle était la seule journaliste d'une publication qui s’adressait aux “non blancs”.

En 1959, elle s'installa à Johannesburg pour travailler au Home Post, où elle percevait un salaire régulier et tenait sa propre chronique. Elle s'y intégra au monde culturel et artistique ainsi qu'à la communauté panafricaine, au point de rejoindre le Congrès panafricain anti-apartheid. En 1960, elle fut arrêtée en raison de son travail, puis violée, ce qui la conduisit à une tentative de suicide et à une dépression dont elle se remit quelques mois plus tard en fondant un journal, The Citizen, d'inspiration africaniste. Désillusionnée et amère de son expérience politique, elle retourna au Cap et épousa l'année suivante Harold Head, un jeune homme de Pretoria partageant ses intérêts, avec qui elle eut un fils, Howard. À l'époque, tous deux écrivaient pour diverses publications, dont le mensuel The New African, mais rencontraient d'importantes difficultés financières, et leur mariage ne tarda pas à se briser. Entre-temps, Bessie se consacra à la littérature et écrivit sa première œuvre: un récit encore un peu immature d'une centaine de pages, « Les Cardinaux », publié à titre posthume, est sa seule œuvre se déroulant en Afrique du Sud. C'est l'histoire de Miriam : surnommée « souris » par ses collègues du journal African Beat en raison de sa petite taille, de sa timidité et de sa discrétion, elle progresse pourtant de jour en jour, allant jusqu'à corriger le travail de Johnny, son collègue plus âgé et plus expérimenté. Johnny la respecte et s'attache tellement à elle qu'il lui propose de vivre avec lui, en partie pour l'aider à s'épanouir en tant qu'écrivaine.

Mais ils ignorent tous deux une chose : Johnny est son père.

L'histoire se termine sur une note ouverte, avant qu'un événement irréparable ne survienne, mais le tabou est abordé avec délicatesse et les personnages sont attachants, peut-être pour établir un parallèle avec un autre tabou : les mariages mixtes, tout aussi interdits et illicites. Un second thème se dégage du récit, également cher à la sensibilité humaine et professionnelle de Head : comment devenir un bon écrivain, quels sujets traiter, comment construire une intrigue et quels conseils suivre (y compris ceux, parfois indiscrets, de Johnny).

En 1964, elle se sépare de son mari et, munie d'un visa aller simple, s'installe avec son fils au Botswana, où elle demeure réfugiée politique pendant des années jusqu’au 1979, année où elle a finalement obtenu la citoyenneté. Cependant, elle gardera toujours le sentiment d'être une femme inachevée : ni blanche ni noire, ni botswanaise ni sud-africaine, chrétienne mais influencée par l'hindouisme et les enseignements de Gandhi. Africaine ne maîtrisant même pas les langues locales, dans une période de fortes tensions sociales et politiques, elle trouvera sa voie grâce à l'écriture. En 1968, son roman “When Rain Clouds Gather” est publié, d'abord à Londres puis à New York, inspiré par son séjour dans un camp de réfugiés. Il raconte l'histoire d'un Sud-Africain fuyant son pays qui, avec son ami anglais Gilbert, nourrit un projet utopique de modernisation des techniques agricoles traditionnelles. En 2022, le roman figure dans le Big Jubilee Read , la liste des 70 livres d'auteurs du Commonwealth sélectionnés pour célébrer le jubilé de platine de la reine Élisabeth II.

Bessie est atteinte par de graves problèmes de santé mentale qui nécessitent une hospitalisation, mais elle a également été confrontée à une autre forme de racisme, qu'elle explore dans son nouveau roman, Maru. Ce dernier met en lumière la rivalité historique entre deux groupes vivant au Botswana, où elle espérait trouver sérénité et justice. Ici, la population bantoue avait soumis la minorité Masarwa, également connue sous le nom de Bushmen, elle aussi noire, et Bessie, jugée trop claire de peau, se sentait exclue. Les protagonistes du livre sont Maru et son ami Moleka, tous deux amoureux de Margaret, une jeune orpheline élevée par un missionnaire. La vie de Margaret présente de nombreuses similitudes avec celle de l'auteure, à commencer par son métier d'institutrice, son absence de famille et son appartenance à une tribu discriminée. Cependant, ces thèmes sont abordés avec sensibilité et une touche presque féerique. C'est ainsi qu'est né un troisième roman, considéré comme son chef-d'œuvre : Une question de pouvoir, une œuvre complexe, difficile à traduire et à lire, qui se déroule aux abords du désert du Kalahari. L'une des protagonistes, Elizabeth, ressemble beaucoup à Bessie, stigmatisée comme une femme métisse et génétiquement prédestinée à la folie.

L'Encyclopædia Britannica le décrit comme:

«un récit franchement autobiographique, de désorientation et de paranoïa ,dans lequel l'héroïne survit grâce à sa seule force de volonté».

L'ouvrage a été traduit en italien par Adriana Cavarero pour les éditions Lavoro en 1994.

Vers la fin de sa courte vie, elle trouva une certaine paix et un sentiment d'acceptation dans le village de Serowe, où elle étudia les contes, légendes et mythes de ses habitants et s'immergea dans leurs petites communautés, guidée par des traditions ancestrales. L'écriture étant pour elle synonyme de liberté, de communication et de magie, elle trouva son expression idéale dans le recueil de nouvelles « La Collectionneuse de trésors et autres contes villageois du Botswana » (composé en 1974, mais publié trois ans plus tard), où se côtoient de nombreux personnages féminins : femmes épanouies et heureuses, mères d'enfants illégitimes, gardiennes d'un savoir ancestral mais aussi victimes des bouleversements imposés par la colonisation. En Italie, il fut publié sous le titre « La donna dei tesori », traduit par Maria Antonietta Saracino, Lavoro, 1987. Se déroulent également au Botswana le récit historique Serowe : Village of the Rain Wind (écrit en 1974, mais publié seulement en 1981) et le roman historique A Bewitched Crossroad (1984).

Il convient de souligner, comme l'ont souvent fait remarquer les critiques, que son style est raffiné et élégant, sa langue anglaise riche, variée et expressive, et sa maîtrise des outils techniques est magistrale. C'est pourquoi elle est considérée comme la plus grande figure littéraire du Botswana – plus encore que celle d'Afrique du Sud, où elle n'est jamais retournée – malgré son traitement de thèmes universels, de formes de souffrance et de discrimination, dans des contextes vagues et génériques. Des désaccords avec sa maison d'édition et des difficultés de communication ont entraîné chez elle alcoolisme, problèmes de santé, rupture des relations avec son fils et endettement.

Bessie est décédée d'une hépatite à Serowe le 17 avril 1986. Certaines de ses œuvres ont été publiées à titre posthume : « Les Cardinaux » (1993), des lettres, des notes et son récit autobiographique « Une femme seule ». Tous ses documents ont été déposés au musée mémorial Khama III, où sont également exposés aujourd'hui ses effets personnels, notamment sa machine à écrire, de nombreuses photos, des articles de presse et son bureau. En 2003, elle a reçu la plus haute distinction d'Afrique du Sud, l'Ordre de l'Ikhamanga d'or, avec la citation suivante:

«Pour sa contribution extraordinaire à la littérature et à la lutte pour le changement social, la liberté et la paix».

Une organisation à but non lucratif a été créée en son nom afin de perpétuer sa mémoire, de diffuser son œuvre et de décerner des prix littéraires. En 2007, la principale bibliothèque municipale de Msunduzi, à Pietermaritzburg, a été baptisée à son nom. En Italie, son œuvre demeure pratiquement inconnue, bien que les précieuses traductions mentionnées plus haut et la nouvelle « Oranges et Citrons », incluse dans le recueil « La Robe de Velours Rouge. Histoires de femmes Sud-africaines» soient bien connues. Ce recueil a été traduit par Maria Paola Guarducci et a été édité en 2006 grâce aux efforts louables de la petite maison d'édition Gorée, basée à Iesa (Monticiano, Sienne). Une auteure encore à découvrir et à apprécier.


Traduzione spagnola

Martina Mercorillo

The Tragic Life, este es el título de una biografía que se le dedicó, y realmente su existencia fue dolorosa, dramática, diferente de cualquier otra, expresada en la absoluta originalidad de sus obras narrativas, de carácter prevalentemente autobiográfico. El escritor Charles Larson dijo de ella: «Bessie Head, básicamente sola, llevó a un avance intimista de la novela sudafricana» donde fue ella misma con coherencia, sin otros puntos de referencia. En el 1982 Bessie afirmó:

«seguramente existen muchas personas como yo en Sudáfrica nacidas bajo la calamidad y el desastre. Estas personas representan el esqueleto en el armario o el secreto oscuro y aterrador escondido bajo la alfombra. Quizás las circunstancias de mi nacimiento requirieron la eliminación de todo rastro de historia familiar. No tengo ningún familiar en el mundo, ningún árbol genealógico antiguo al que hacer referencia, ninguna herencia. No sé lo que se siente por haber heredado algo del carácter o una inestabilidad emotiva o la forma de las uñas de la mano de una abuela o bisabuela».

¿De dónde deriva, entonces, esta unicidad como ser humano y como escritora y periodista?

Nació en un hospital psiquiátrico el 6 de julio de 1937, en Pietermaritzburg, en la provincia de Natal, en Sudáfrica, porque su madre había cometido un grave error: se llamaba Bessie Amelia Emery y era blanca, pertenecía a una rica familia de origen europeo, pero estaba embarazada de un hombre negro, de condición humilde, que todavía resulta desconocido. Hacía tiempo que tenía problemas psíquicos, especialmente tras la muerte de su primogénito recién nacido. Fue declarada enferma mental y la internaron, aunque en aquella época no se había promulgad0 la ley que oficializaba el apartheid, que es de 1949, las relaciones entre blancos y negros se obstaculizaban en todas las formas posibles. Después de un año, su madre se suicidó, así que la pequeña Bessie pasó de familia en familia: la primera la abandonó pronto por el color de su piel, la segunda era tan pobre que no pudo mantenerla, a pesar de que allí, para ella, estaba su verdadera madre, muy amada, la única que conoció como tal. Fue entonces confiada a un orfanato anglicano en Durban, donde, ya adolescente, descubrió la triste verdad sobre su situación. Aún así, estudió y logró diplomarse como maestra; después de un breve periodo de enseñanza, se interesó por el periodismo y se trasladó a Ciudad del Cabo para comenzar a colaborar con cuentos y artículos con varios periódicos: «New African», «Drum», «Golden City Post», del cual fue la única reportera en una redacción para “no blancos”.

En 1959 se mudó a Johannesburgo para trabajar en el «Home Post», donde recibió un salario regular y tubo su propia columna. Aquí entró en contacto con el mundo cultural y artístico y la comunidad de los panafricanistas, tanto que se inscribió en el movimiento anti-apartheid Pan-Africanist Congress. En el 1960 la arrestaron por su dedicación; posteriormente la violaron, y este acontecimiento la llevó a intentar suicidarse y a la depresión, de la cual logró salir adelante varios meses después, gracias a la fundación de un periódico, «The Citizen», de inspiración africanista. Decepcionada y amargada por su experiencia política, regresó a Ciudad del Cabo, donde, el año siguiente, se casó con Harold Head, un joven de Pretoria que compartía sus intereses, con quien tuvo su hijo Howard. En aquel periodo ambos escribían para varias redacciones, entre ellas el mensual «The New African», pero tenían considerables problemas económicos y muy pronto el matrimonio naufragó. Mientras tanto, Bessie se dedicaba a la literatura y escribió su primera obra; se trata de un largo relato todavía un poco inmaduro, de poco más de cien páginas, The Cardinals, que se publicó póstumamente, y es su único texto ambientado en Sudáfrica. Es la historia de Miriam, llamada mouse, ratoncito, por sus colegas de la oficina editorial del «African Beat» por ser pequeña, tímida, silenciosa; sin embargo, se vuelve cada día más hábil, hasta el punto de corregir los textos de su compañero más anciano y experto Johnny. El hombre la estima y se encariña mucho con ella, tanto que le pide que vaya a vivir con él, incluso para ayudarla a destacar como escritora.

Sin embargo, hay algo que ambos ignoran: Johnny es su padre.

La historia se concluye de forma abierta, antes de que suceda algo irreparable, pero el tabú se trata con delicadeza y los personajes con simpatía, tal vez para crear un paralelismo con el otro tabú: las uniones mixtas, igualmente prohibidas e ilícitas. Un segundo tema emerge del relato y también es cercano a la sensibilidad humana y profesional de Head, es decir cómo convertirse en una buena escritora, qué asuntos tratar, cómo desarrollar las tramas, a qué consejos prestar atención (incluyendo los un poco invasivos de Johnny).

En el 1964 se separó de su marido y, marchándose con un visado de solo ida, se estableció con su hijo en Botsuana donde durante años fue una refugiada política, hasta el 1979, cuando por fin obtuvo la ciudadanía. Sin embargo, siguió sintiéndose una mujer inconclusa, a medias: ni blanca ni negra, ni botsuana, ni sudafricana, cristiana pero influenciada por el hinduismo y por las enseñanzas de Gandhi, una africana que ni siquiera conocía los idiomas locales, en un periodo de fuertes tensiones sociales y políticas, en el que lograría encontrar su camino a través de la escritura. En 1968 se publica, primero en Londres y luego en Nueva York, la novela When Rain Clouds Gather, inspirada en su estancia en un campo de refugiados; es la historia de un sudafricano que huye de su propio país que, junto a su amigo inglés Gilbert, tiene un proyecto utópico para modernizar las técnicas agrícolas tradicionales. En 2022 fue incluída en el «Big Jubilee Read», un registro de 70 libros de autores y autoras del Commonwealth, producidas para celebrar el Jubileo de Platino de la reina Isabel II.

Bessie sufre serios problemas psíquicos por los que es hospitalizada, y mientras tanto experimenta otra forma de racismo, que va a tratar en su nueva novela Maru, en la que destaca la rivalidad histórica entre dos grupos residentes en Botsuana, lugar donde se había hecho la ilusión de encontrar serenidad y justicia. Aquí la población Bantu había sometido a la minoría Masarwa, también llamada Bushmen, es decir ‘los hombres de la selva’, igualmente de piel negra, y Bessie se consideraba demasiado clara, por lo que se sentía excluida. En el libro los protagonistas son Maru y su amigo Moleka, ambos enamorados de Margaret, una joven huérfana criada por una misionera, cuya existencia tiene muchos puntos en común con la vida real de la autora, empezando por la profesión como profesora, por la ausencia de una familia, por pertenecer a una tribu discriminada, pero los temas se tratan con delicadeza y con un estilo casi de cuento de hadas. Nace, en este momento, una tercera novela, considerada su obra maestra: A Question of Power, una obra compleja, difícil de traducir y leer, ambientada en los márgenes del desierto de Kalahari, en la que una de los protagonistas, Elizabeth, se parece mucho a Bessie, estigmatizada por ser mestiza y destinada genéticamente a la locura.

La Enciclopedia Británica lo describe como un:

«un relato francamente autobiográfico de desorientación y paranoia en el que la heroína sobrevive gracias a su pura fuerza de voluntad».

En Italia, Adriana Cavarero la tradujo para las ed. Lavoro en 1994 (no tiene traducción al español).

Casi al final de su breve vida, encuentra un poco de paz y hospitalidad en el pueblo de Serowe donde estudia las historias, leyendas y mitos de aquella población y se adentra en las pequeñas realidades, impulsado por antiguas tradiciones. Puesto que escribir para ella significa libertad, comunicación y magia, encuentra su forma de expresión ideal en una colección de cuentos breves: The Collector of Treasure and Other Botswana Village Tales (producida en el 1974, pero publicada tres años después) en los que se encuentran numerosos personajes femeninos: tanto mujeres realizadas y contentas, como madres de hijos ilegítimos, depositarias de la sabiduría milenaria pero incluso víctimas de cambios causados por la colonización. En Italia se publicó con el título La donna dei tesori, traducción de Maria Antonietta Saracino, ed. Lavoro, 1987 (la traducción al español La coleccionista de tesoros y otros cuentos de los pueblos de Botsuana es de 2003). También están ambientados en Botsuana el relato histórico Serowe: Village of the Rain Wind (incluso este compuesto en 1974, pero publicado solamente en 1981) y la novela histórica A Bewitched Crossroad (1984).

Cabe destacar, como ha señalado a menudo la crítica unánime, que su estilo es bien cuidado y elegante, su inglés sumamente rico, vario y expresivo, el control de los medios técnicos es sabio, por eso se considera como la mayor representante literaria del Botsuana – más que de Sudáfrica, donde nunca volvió – a pesar de tratar temas universales, formas de incomodidades, discriminaciones, incluidas en entornos vagos y genéricos. Los desacuerdos con la casa editorial y las dificultades para relacionarse la llevaron al alcoholismo, a problemas de salud, a cortar las relaciones con su hijo y a endeudarse.

En Serowe Bessie murió de hepatitis el 17 de abril de 1986 y algunas de sus obras se publicaron póstumamente: The Cardinals (1993), cartas, apuntes, los escritos autobiográficos A Woman Alone. Todos sus documentos se depositaron en el Memorial Museum Khama III, donde hoy se pueden observar también objetos que le pertenecieron, como su máquina de escribir, numerosas fotos, artículos de periódico y su escritorio. En 2003 le fue concedida, a título póstumo, la máxima condecoración sudafricana, el orden de Ikhamanga en oro, con la motivación:

«por su contribución excepcional a la literatura y a la lucha por el cambio social, por la libertad y la paz».

En su nombre se creó una asociación sin fines de lucro cuyo objetivo es tener vivo el recuerdo de la escritora, divulgar sus obras y otorgar premios literarios. En 2007 la principal biblioteca municipal de Msunduzi en Pietermaritzburg recibió su nombre. En Italia, su producción resulta casi desconocida, aunque existen las valiosas traducciones ya mencionadas y el relato Arance e limoni, incluido en la colección Il vestito di velluto rosso. Racconti di donne sudafricane, 2006, traducido por Maria Paola Guarducci, gracias a la meritoria actividad de la pequeña editorial Gorée, cuya sede se encuentra en Iesa (Monticiano, Siena). Una autora, por tanto, aún por descubrir y valorar. Al español se ha traducido también Nubes de lluvia (Palabrero Press 2017).


Traduzione inglese

Syd Stapleton

The Tragic Life is the title of a biography dedicated to her. Her existence was indeed painful, dramatic, and unlike any other, expressed in the absolute originality of her narrative works, which were mainly autobiographical. The writer Charles Larson said of her: “Bessie Head, practically alone, brought about an intimate turning point in South African fiction,” in which she was consistently herself, without any other points of reference. In 1982, Bessie said: 

«There are certainly many people like me in South Africa who were born under the sign of calamity and disaster. Such people represent the skeleton in the closet or the dark and frightening secret hidden under the carpet. Perhaps it was the circumstances of my birth that made it necessary to eliminate all traces of family history. I have no relatives on earth, no family tree to refer to, no inheritance. I don't know what it's like to have inherited some aspect of character or emotional instability or the shape of your fingernails from a grandmother or great-grandmother».

But where does this uniqueness come from, as a human being and as a writer and journalist?

She was born in a psychiatric hospital on July 6, 1937, in Pietermaritzburg, in the province of Natal, South Africa, because her mother had committed a serious crime. Her name was Bessie Amelia Emery and she was white, belonging to a wealthy family of European origin, but she was pregnant by a black man of humble origins, who remained unknown. She had been suffering from mental health problems for some time, especially after the death of her firstborn son. She was deemed mentally ill and institutionalized, even though the law formalizing apartheid had not yet been enacted in 1949 - but relations between whites and blacks were opposed in every way. After a year, Bessie’s mother committed suicide, and little Bessie was passed from family to family. The first one soon abandoned her because of the color of her skin, the second was so poor that they could not support her, yet for her, they were her real mother, whom she loved dearly, the only one she knew as such. She was then placed in an Anglican orphanage in Durban, where, as a young girl, she discovered the sad truth about her situation. However, she studied and managed to graduate as a teacher. After a short period of teaching, she became interested in journalism and moved to Cape Town to start contributing stories and articles to various newspapers: New African, Drum, and Golden City Post, where she was the only reporter for a newspaper for “non-whites.”

In 1959, she moved to Johannesburg to work at the Home Post, where she received a regular salary and had her own column. There she made contacts in the cultural and artistic world and the Pan-Africanist community, so much so that she joined the anti-apartheid movement Pan-Africanist Congress. In 1960, she was arrested for her activism, then raped, which led to a suicide attempt and depression, from which she recovered several months later thanks to the founding of an Africanist-inspired newspaper, The Citizen. Disillusioned and embittered by her political experience, she returned to Cape Town and the following year married Harold Head, a young man from Pretoria who shared her interests, with whom she had a son, Howard. At that time, both were writing for various publications, including the monthly magazine The New African, but they had considerable financial problems and their marriage soon broke down. Meanwhile, Bessie devoted herself to literature and wrote her first work, a somewhat immature novella of just over 100 pages, The Cardinals, which was published posthumously and is her only work set in South Africa. It is the story of Miriam, nicknamed ‘mouse’ by her colleagues at the African Beat newspaper because she is small, shy, and quiet; yet she becomes more skilled with each passing day, to the point of correcting the texts of her older and more experienced colleague Johnny. He respects her and becomes so fond of her that he asks her to live with him, partly to help her emerge as a writer.

But there is one thing they both don't know - Johnny is her father.

The story ends openly, before anything irreparable happens, but the taboo is treated with grace and the characters with sympathy, perhaps to create a parallel with another taboo: mixed marriages, which are equally forbidden and illicit. A second theme emerges in the story, also close to Head's human and professional sensibility, namely how to become a good writer, what topics to cover, how to develop plots, what advice to listen to (including Johnny's somewhat intrusive advice).

In 1964, she separated from her husband and, leaving with a one-way visa, settled with her son in Botswana, where she was a political refugee for years until 1979, when she finally obtained citizenship. However, she always felt like an unfinished woman, halfway between two worlds: neither white nor black, neither Botswanan nor South African, Christian but influenced by Hinduism and the teachings of Gandhi. She was an African who did not even know the local languages, in a period of serious social and political tension in which she managed to find her way through writing. In 1968, her novel When Rain Clouds Gather, inspired by her stay in the refugee camp, was published first in London and then in New York. It tells the story of a South African fleeing his country who, with his English friend Gilbert, has a utopian plan to modernize traditional agricultural techniques. In 2022, it was included in the Big Jubilee Read, a list of 70 books by Commonwealth authors produced to celebrate Queen Elizabeth II's Platinum Jubilee.

Bessie had serious mental health issues and was admitted to a hospital, but in the meantime she experienced another form of racism, which she explored in her new novel Maru, which highlights the historical rivalry between two groups living in Botswana, where she had hoped to find peace and justice. There, the Bantu population had subjugated the Masarwa minority, also known as Bushmen, who were equally black-skinned, and Bessie was considered too light-skinned, so she felt excluded. The protagonists of the book are Maru and his friend Moleka, both in love with Margaret, a young orphan raised by a missionary, whose existence has many points of contact with the author's real life, starting with her profession as a teacher, the absence of a family, and her belonging to a discriminated tribe, but the themes are treated with delicacy and an almost fairy-tale touch. This led to a third novel, considered her masterpiece: A Question of Power, a complex work, difficult to translate and difficult to read, set on the edge of the Kalahari Desert, in which one of the protagonists, Elizabeth, closely resembles Bessie, stigmatized as a mestizo and genetically destined for madness.

The Encyclopedia Britannica describes it as a

«frankly autobiographical tale of disorientation and paranoia in which the heroine survives through sheer force of will».

In Italy, it was translated by Adriana Cavarero for Edizioni Lavoro in 1994.

Towards the end of her short life, she found some peace and acceptance in the village of Serowe, where she studied the stories, legends, and myths of the local people and immersed herself in their small-scale reality, guided by ancient traditions. Since writing was freedom for her, communication, and magic, she found her ideal form of expression in the collection of short stories The Collector of Treasure and Other Botswana Village Tales (written in 1974 but published three years later), in which we meet numerous female characters - both fulfilled and happy women and mothers of illegitimate children, repositories of ancient wisdom but also victims of the changes imposed by colonization. In Italy, it was published under the title La donna dei tesori, translated by Maria Antonietta Saracino, ed. Lavoro, 1987. Also set in Botswana are the historical story Serowe: Village of the Rain Wind (also written in 1974 but published only in 1981) and the historical novel A Bewitched Crossroad (1984).

It should be noted, as critics have often pointed out, that her style is very refined and elegant, her English rich, varied, and expressive, and her control of technical means is skillful, which is why she is considered the greatest literary exponent of Botswana—more so than South Africa, where she never returned—despite dealing with universal themes, forms of hardship, and discrimination, set in vague and generic environments. Disagreements with her publisher and difficulties in relating to others led her to alcoholism, health problems, a breakdown in her relationship with her son, and debt.

Bessie died of hepatitis in Serowe on April 17, 1986, and some of her works were published posthumously: The Cardinals (1993), letters, notes, and the autobiographical writings A Woman Alone. All her papers were deposited at the Khama III Memorial Museum, where objects that belonged to her are now on display, including her typewriter, numerous photos, newspaper articles, and her desk. In 2003, she was posthumously awarded South Africa's highest honor, the Order of Ikhamanga, with the following citation:

«For her extraordinary contribution to literature and the struggle for social change, freedom, and peace».

A non-profit association has been set up in her name with the aim of keeping her memory alive, promoting her works and awarding literary prizes. In 2007, the main municipal library in Msunduzi, Pietermaritzburg, was named after her. In Italy, her work remains virtually unknown, although there are some valuable translations, as mentioned above, and the story Arance e limoni (Oranges and Lemons), included in the collection Il vestito di velluto rosso. Racconti di donne sudafricane (The Red Velvet Dress: Stories of South African Women), 2006, translated by Maria Paola Guarducci, thanks to the commendable work of the small publishing house Gorée, based in Iesa (Monticiano, Siena). An author, therefore, who is still to be discovered and appreciated.

 

Shireen Abu Akleh
Virginia Mariani

Viola Gesmundo

 

La sua morte ha lasciato un vuoto profondo nel giornalismo arabo e mondiale. La sua figura è diventata un simbolo non solo della libertà di stampa sotto attacco, ma anche della lotta del popolo palestinese per essere ascoltato. Il suo volto è apparso su murales a Ramallah, Beirut, Dublino, Parigi e in altre città. Il suo nome è stato invocato da giornalisti/e, attivisti/e e politici/che e, come ha scritto un collega:

«Shireen è stata la nostra voce quando avevamo solo il silenzio. Anche se oggi è assente, continuerà a parlare, ogni volta che qualcuno racconterà la verità».

Murale per Shireen a Gaza, 2022, foto di Adel Hana

Shireen Abu Akleh, nata a Gerusalemme il 3 aprile 1971 e uccisa l’11 maggio 2022 a Jenin, è stata una delle giornaliste più riconoscibili e rispettate del mondo arabo. Di origini palestinesi e cittadina statunitense, ha lavorato per oltre due decenni come corrispondente per la rete Al Jazeera, diventando una figura emblematica nel racconto del conflitto israelo-palestinese. Il suo assassinio, durante un’operazione militare israeliana in Cisgiordania, ha scosso profondamente l’opinione pubblica internazionale e sollevato interrogativi cruciali sulla libertà di stampa, sulla sicurezza di giornaliste e giornalisti in zone di conflitto e sulla giustizia per le vittime civili.

Shireen nasce in una famiglia cristiana melchita di Betlemme e cresce a Gerusalemme Est, in un contesto segnato dall’occupazione israeliana e dalle tensioni politiche costanti. Dopo aver terminato gli studi superiori presso la Rosary Sisters' School, una prestigiosa scuola cattolica di Gerusalemme, si trasferisce negli Stati Uniti per frequentare l’università.Ottenuta la cittadinanza statunitense grazie ai legami familiari, completa gli studi in giornalismo presso la Yarmouk University in Giordania, dove si laurea in Giornalismo e comunicazione. Tornata nei Territori palestinesi, inizia la sua carriera professionale con determinazione e un chiaro senso di missione: raccontare al mondo la realtà palestinese sotto occupazione. Shireen inizia così il proprio percorso nel giornalismo lavorando per diverse emittenti, tra cui Radio Monte Carlo e la Cnn araba. Ma è nel 1997, quando entra a far parte della nascente redazione araba di Al Jazeera, che la sua carriera decolla. Diviene una delle prime corrispondenti sul campo della rete, con il compito di coprire notizie dai Territori palestinesi, in particolare dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza.

Durante gli anni della Seconda Intifada (2000–2005), acquisisce una reputazione di giornalista seria, empatica e instancabile. Con il suo caratteristico giubbotto antiproiettile con la scritta “Press”, diviene un volto familiare per milioni di telespettatori e telespettatrici arabe. I suoi reportage sono sempre dettagliati, umani, e spesso rischiosi. Racconta la sofferenza delle popolazioni civili, le incursioni militari, gli scontri armati, le demolizioni, ma anche la vita quotidiana che continua nonostante tutto.Diviene man mano conosciuta per il suo approccio equilibrato, attento ai dettagli, capace di mantenere professionalità e umanità anche nelle situazioni più drammatiche. «Ho scelto il giornalismo per essere vicina alle persone». Dice.

«Forse non è facile cambiare la realtà, ma almeno posso far sentire la loro voce al mondo».

Nel corso della sua carriera, Shireen ha coperto tutti i momenti cruciali della storia palestinese contemporanea: dalle guerre su Gaza agli scontri a Gerusalemme, dalle elezioni palestinesi ai processi di pace falliti. È stata più volte elogiata per il suo coraggio e per la sua integrità giornalistica. Numerosi colleghi e colleghe la descrivevano come una professionista rigorosa, umile e sempre pronta ad aiutare le più giovani nella professione. Ha formato generazioni di giornaliste e giornalisti arabi, non solo con l'esempio, ma anche attraverso workshop, interventi universitari e mentorship.

Nonostante non abbia ricevuto premi internazionali in vita, il valore del suo lavoro è stato successivamente riconosciuto da organizzazioni per la libertà di stampa e i diritti umani. Dopo la sua morte, Al Jazeera ha istituito in suo onore una borsa di studio per aspiranti giornaliste palestinesi. L’11 maggio 2022, durante un’operazione militare dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin, Shireen Abu Akleh è stata colpita da un proiettile alla testa mentre indossava l’equipaggiamento che la identificava chiaramente come giornalista. Stava seguendo un raid israeliano assieme ad altri reporter. Le prime testimonianze sul posto, comprese quelle di giornaliste/i presenti, indicano le forze israeliane come responsabili. L’esercito israeliano inizialmente nega, sostenendo che il fuoco potesse essere venuto da miliziani palestinesi, ma successivamente modifica la versione, ammettendo che "è possibile" che un soldato israeliano l’abbia colpita "per errore".

Shireen presso il campo profughi di Jenin, 2022

Tuttavia, indagini indipendenti condotte da organizzazioni, quotidiani e riviste come Bellingcat, Human Rights Watch, Amnesty International, Cnn, New York Times e Washington Post concludono che il colpo mortale è provenuto da posizioni israeliane e che non vi sono stati scontri armati nel momento preciso della sparatoria. Nessun combattente palestinese si trovava nelle vicinanze della troupe. La sua uccisione scatena una vasta ondata di indignazione internazionale. Le Nazioni Unite chiedono un’indagine indipendente. L’Unione Europea, la Commissione Interamericana per i Diritti umani e numerosi Stati arabi e occidentali condannano l’accaduto. Anche il Dipartimento di Stato Usa, sotto pressione da parte di membri del Senato e attiviste/i, chiede trasparenza, senza però prendere iniziative vincolanti.

Al funerale di Shireen, tenutosi a Gerusalemme, si verificano scontri tra la polizia israeliana e le persone partecipanti: le forze dell’ordine, infatti, attaccano i portatori della bara e il corteo funebre, provocando ulteriore sdegno e condanna. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) ha inserito il suo caso tra i più gravi crimini impuniti contro reporter, mentre la famiglia ha portato il caso davanti alla Corte penale internazionale (Cpi) e ad altri organismi per i diritti umani, in cerca di giustizia, ma fino a oggi nessuno è stato incriminato per la sua morte prematura.

Shireen Abu Akleh è stata molto più che una giornalista: è stata una cronista della verità in una delle zone più complesse e delicate del pianeta. La sua voce, ferma e appassionata, è stata per anni la colonna sonora dei bollettini di Al Jazeera, testimone degli eventi che molti governi e personaggi politici avrebbero preferito ignorare. La sua uccisione ha messo in evidenza i pericoli a cui sono esposti coloro che si trovano in aree di conflitto, soprattutto quando operano in contesti di occupazione, censura o violenza sistemica, ma il suo esempio continua a ispirare giovani reporter, attivisti/e per i diritti umani e semplici cittadini/e che credono nel potere dell’informazione.


Traduzione francese

Michela Rocchi

Sa mort a laissé un vide profond dans le journalisme arabe et international. Sa figure est devenue un symbole non seulement de la liberté de la presse attaquée, mais aussi du combat du peuple palestinien pour être entendu. Son visage est apparu sur des peintures murales à Ramallah, Beyrouth, Dublin, Paris et dans d’autres villes. Des journalistes, des activistes, des politicien.ne.s ont invoqué son nom, et, comme l’a dit un collègue:

«Shireen a été notre voix lorsque nous n’avions que le silence. Même si au jourd’hui elle n’est pas là, elle continuera à parler chaque fois que quelqu’un racontera la vérité».

Murale pour Shireen à Gaza, 2022, photo d’Adel Hana

Shireen Abu Akleh, née à Jérusalem le 3 avril 1971 et tuée le 11 mai 2022 à Jénine, a été l’une des journalistes les plus reconnues et respectées du monde arabe. D’origine palestinienne et citoyenne des Étas Unis, elle a travaillé pendant plus de vingt ans comme correspondante pour le réseau Al Jazeera, devenant une figure emblématique du récit du conflit israélo-palestinien. Son assassinat, lors d’une opération militaire israélienne en Cisjordanie, a profondément choqué l’opinion publique internationale et a soulevé des interrogations cruciales sur la liberté de la presse, la sécurité des journalistes dans les zones de conflit et la justice pour les victimes civiles.

Shireen naît dans une famille chrétienne melkite de Bethléem et grandit à Jérusalem-Est, dans un contexte marqué par l’occupation israélienne et par les tensions politiques constantes. Après avoir terminé ses études à la Rosary Sisters’ School, une prestigieuse école catholique de Jérusalem, elle part aux Étas Unis pour étudier à l’université. Ayant obtenu la citoyenneté étasunienne grâce à ses liens familiaux, elle complète sa formation en journalisme à la Yarmouk University, en Jordanie, où elle obtient son diplôme en Journalisme et communication. De retour dans les territoires palestiniens, elle entame sa carrière professionnelle avec détermination et une mission bien claire: raconter au monde la réalité palestinienne sous l’occupation. C’est comme ça que Shireen commence son parcours dans le journalisme, elle travaille pour des émetteurs tels que Radio Monte Carlo ou la Cnn arabe. Mais sa carrière prend un véritable essor en 1997, lorsqu’elle rejoint la jeune rédaction arabe d’Al-Jazeera. Elle devient l’une des premières correspondantes de terrain de la chaîne, chargée de couvrir l’actualité des territoires palestiniens, notamment en Cisjordanie et dans la bande de Gaza.

Pendant les années de la Seconde Intifada (2000-2005) elle acquiert une réputation de journaliste sérieuse, empathique et infatigable. Avec son gilet pare-balles portant l’inscription « Press », elle devient un visage familier pour des millions de téléspectateurs et téléspectatrices arabes. Ses reportages sont toujours détaillés, humains et souvent dangereux. Elle raconte la souffrance des populations civiles, les incursions militaires, les affrontements armés, les démolitions, mais aussi la vie quotidienne qui continue malgré tout. Elle se fait progressivement connaître pour son approche équilibrée, attentive aux détails, capable de préserver professionnalisme et humanité même dans les situations les plus dramatiques. «J’ai choisi le journalisme pour être proche des gens», disait-elle.

«Il n’est peut-être pas facile de changer la réalité, mais au moins je peux faire entendre leur voix au monde».

Au cours de sa carrière, Shireen couvre tous les moments cruciaux de l’histoire palestinienne contemporaine : des guerres à Gaza aux affrontements à Jérusalem, des élections palestiniennes aux processus de paix avortés. Elle a étée saluée à plusieurs reprises pour son courage et son intégrité journalistique. De nombreux collègues la décrivaient comme une professionnelle rigoureuse, humble et toujours prête à soutenir les femmes plus jeunes dans la profession. Elle a formé des générations de journalistes arabes, non seulement par l’exemple, mais aussi à travers d’ateliers, d’interventions universitaires et du mentorat.

Bien qu’elle n’ait pas reçu de prix internationaux de son vivant, la valeur de son travail a été reconnue par la suite par des organisations de défense de la liberté de la presse et des droits humains. Après sa mort, Al Jazeera a créé en son honneur une bourse destinée aux aspirantes journalistes palestiniennes. Le 11 mai 2022, lors d’une opération militaire de l’armée israélienne dans le camp de réfugiés de Jénine, Shireen Abu Akleh est touchée d’une balle à la tête alors qu’elle porte un équipement l’identifiant clairement comme journaliste. Elle couvrait un raid israélien avec d’autres reporters. Les premiers témoignages sur place, y compris ceux de journalistes présent.e.s, désignent les forces israéliennes comme responsables. L’armée israélienne nie d’abord toute implication, affirmant que les tirs auraient pu provenir de militants palestiniens, avant de modifier sa version et d’admettre qu’« il est possible » qu’un soldat israélien l’ait touchée «par erreur».

Shireen au camp de réfugiés de Jenin, 2022

Toutefois, des enquêtes indépendantes menées par des organisations et par des médias internationaux tels que Bellingcat, Human Rights Watch, Amnesty International, Cnn, New York Times et Washington Post concluent que le tir mortel provenait de positions israéliennes et qu’aucun affrontement armé n’était en cours au moment précis de la fusillade. Aucun combattant palestinien ne se trouvait à proximité de l’équipe de presse. Son assassinat provoque une vague d’indignation internationale. Les Nations unies appellent à une enquête indépendante. L’Union européenne, la Commission interaméricaine des droits de l’homme ainsi que de nombreux États arabes et occidentaux condamnent les faits. Même le Département d’État américain, sous la pression de membres du Sénat et d'activistes, demande également davantage de transparence, sans toutefois prendre de mesures contraignantes.

Lors de ses funérailles à Jérusalem, des affrontements éclatent entre la police israélienne et les personnes qui participaient: les forces de l’ordre attaquent les porteurs du cercueil et le cortège funèbre, suscitant une indignation et une condamnation supplémentaires. Le Comité pour la protection des journalistes (CPJ) a inscrit son cas parmi les crimes les plus graves restés impunis contre des reporters. Sa famille a saisi la Cour pénale internationale ainsi que d’autres instances de défense des droits humains dans sa quête de justice, mais à ce jour, personne n’a été inculpé pour sa mort prématurée.

Shireen Abu Akleh a été bien plus qu’une journaliste : elle a été une chroniqueuse de la vérité dans l’une des régions les plus complexes et sensibles de la planète. Sa voix, ferme et passionnée, a longtemps accompagné les bulletins d’information d’Al Jazeera, témoin d’événements que de nombreux gouvernements et responsables politiques auraient préféré ignorer. Son assassinat a mis en lumière les dangers auxquels sont exposés celles et ceux qui travaillent dans des zones de conflit, en particulier dans des contextes d’occupation, de censure ou de violence systémique. Mais son exemple continue d’inspirer de jeunes reporters, des défenseurs des droits humains et des citoyens qui croient au pouvoir de l’information.


Traduzione spagnola

Maria Leonardi

Su muerte ha dejado un gran vacío en el periodismo árabe y mundial. Su figura se ha convertido en un símbolo no solo de la libertad de prensa bajo ataque, sino también de la lucha del pueblo palestino por ser escuchado. Su rostro apareció en murales de Ramallah, Beirut, Dublín, París y otras ciudades. Periodistas, activistas y políticos/as invocaron su nombre y, como escribió un colega:

«Shireen fue nuestra voz cuando solo teníamos silencio. Aunque hoy esté ausente, seguirá hablando cada vez que alguien diga la verdad».

Mural para Shireen en Gaza, 2022, foto de Adel Hana

Shireen Abu Akleh, nacida en Jerusalén el 3 de abril de 1971 y asesinada el 11 de mayo de 2022 en Jenin, fue una de las periodistas más reconocidas y respetadas del mundo árabe. De origen palestino y nacionalidad estadounidense, trabajó durante más de dos décadas como corresponsal de la cadena Al Jazeera, convirtiéndose en una figura emblemática en la cobertura del conflicto israelí-palestino. Su asesinato, durante una operación militar israelí en Cisjordania, conmocionó profundamente a la opinión pública internacional y planteó preguntas cruciales sobre la libertad de prensa, la seguridad de los/las periodistas en zonas de conflicto y la justicia para las víctimas civiles.

Shireen nació en una familia cristiana melquita de Belén y creció en Jerusalén Este, en un contexto marcado por la ocupación israelí y las constantes tensiones políticas. Al terminar sus estudios en la Rosary Sisters' School, un prestigioso colegio católico de Jerusalén, se trasladó a Estados Unidos para ir a la universidad. Tras obtener la nacionalidad estadounidense gracias a sus lazos familiares, completó sus estudios de periodismo en la Yarmouk University en Jordania, donde se licenció en Periodismo y comunicación. De vuelta en los Territorios Palestinos, comenzó su carrera profesional con determinación y un claro sentido de la misión: mostrar al mundo la condición del pueblo palestino bajo ocupación. Shireen comenzó así su carrera en el periodismo, trabajando para varias emisoras, como Radio Monte Carlo y la CNN árabe. Sin embargo, su carrera no despegó hasta 1997, cuando entró a formar parte de la nueva redacción árabe de Al Jazeera, . Se convirtió en una de las primeras corresponsales sobre el terreno de dicha cadena, encargada de cubrir las noticias de los Territorios Palestinos, en particular de Cisjordania y la Franja de Gaza.

Durante los años de la Segunda Intifada (2000-2005), se ganó la reputación de ser una periodista seria, empática e incansable. Gracias a su característico chaleco antibalas con la inscripción “Press”, llegó a ser un rostro familiar para millones de televidentes árabes. Sus reportajes eran siempre detallados, humanos y, a menudo, temerarios. Describía el padecimiento de la población civil, las incursiones militares, los conflictos armados y las demoliciones, pero también la vida cotidiana que proseguía a pesar de todo. Poco a poco se ha dado a conocer por su enfoque equilibrado, atento a los detalles, capaz de mantener profesionalidad y humanidad incluso en las situaciones más dramáticas.

«Elegí el periodismo para estar cerca de la gente», afirmaba. «Quizás no sea fácil cambiar la realidad, pero al menos puedo hacer que su voz se escuche en el mundo».

En el curso de su carrera, Shireen cubrió todos los momentos cruciales de la historia contemporánea palestina: desde las guerras de Gaza hasta los enfrentamientos de Jerusalén, incluso las elecciones palestinas y los procesos de paz fallidos. Fue elogiada muchas veces por su coraje y su integridad periodística. Muchas/os de sus compañeras/os de trabajo la describían como una profesional rigurosa, humilde y siempre dispuesta a ayudar a las novatas/principiantes. Formó a generaciones de periodistas árabes, no solo con su ejemplo, sino también a través de la organización de talleres, conferencias universitarias y mentoría.

Aunque no recibió premios internacionales en vida, el mérito de su trabajo fue reconocido posteriormente por organizaciones en defensa de la libertad de prensa y de los derechos humanos. Después de su muerte, Al Jazeera instituyó una beca en su honor para aspirantes periodistas palestinas. El 11 de mayo de 2022, durante una operación militar del ejército israelí en el campo de refugiados de Jenin, Shireen Abu Akleh recibió un proyectil en la cabeza a pesar de llevar el equipamiento que la identificaba claramente como periodista. Estaba cubriendo una incursión israelí junto con otros reporteros. Los primeros testimonios del lugar, incluidos los de las/los periodistas que estaban allí, señalaron a las fuerzas israelíes como responsables. Inicialmente, el ejército israelí lo negó, afirmando que el disparo podría haber provenido de milicianos palestinos, pero posteriormente modificó su versión y admitió que “era posible” que le hubiera disparado “por error” un soldado israelí.

Shireen en el campo de refugiados de Jenin, 2022

No obstante, investigaciones independientes llevadas a cabo por organizaciones y periódicos como Bellingcat, Human Rights Watch, Amnesty International, CNN, «The New York Times» y «The Washington Post» confirmaron que el tiro mortal había partido de posiciones israelíes y que no se habían producido enfrentamientos armados en el momento preciso del tiroteo. Ningún combatiente palestino estaba cerca de la troupe. Su asesinato provocó una oleada de indignación internacional. Las Naciones Unidas abrieron una investigación independiente. La Unión Europea, la Comisión Interamericana de Derechos Humanos y numerosos Estados árabes y occidentales condenaron los hechos. El Departamento de Estado de EE. UU., bajo la presión de parte del senado y activistas, también pidió transparencia, aunque sin adoptar medidas vinculantes.

Durante el funeral de Shireen, celebrado en Jerusalén, se produjeron enfrentamientos entre la policía israelí y los asistentes: las fuerzas del orden atacaron a los portadores del féretro y al cortejo fúnebre, provocando aún más indignación y condena. El Comité para la Protección de Periodistas (CPJ) ha incluido el caso de Shireen entre los crímenes más graves contra periodistas que han quedado impunes, mientras que su familia ha llevado el caso ante la Corte Penal Internacional (CPI) y otros organismos de derechos humanos, en busca de justicia. No obstante, hasta hoy nadie ha sido acusado por su asesinato.

Shireen Abu Akleh fue mucho más que una periodista: fue una cronista de la verdad en una de las zonas más complejas y delicadas del planeta. Su voz, firme y apasionada, fue por años la banda sonora de los boletines de Al Jazeera, siendo testigo de acontecimientos que muchos líderes políticos hubieran preferido ignorar. Su asesinato puso en evidencia los peligros a los que se enfrentan quienes trabajan en zonas de conflicto, especialmente en contextos de ocupación, censura o violencia sistémica. Sin embargo, su ejemplo sigue inspirando a jóvenes periodistas, activistas de derechos humanos y civiles que creen en el poder de la información.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

 

Margaret Bourke-White
Livia Capasso

Tullia Ciancio

 

Gran parte della sua vita ha lavorato come fotoreporter per Life, rivista statunitense entrata nella storia del giornalismo con sensazionali e storici servizi. Il 23 novembre 1936 viene pubblicato il primo numero, con una foto in copertina della diga di Fort Peck, firmata da Margaret Bourke-White. La rivista, rilanciata dall’editore americano Henry Luce come periodico illustrato, si caratterizzava perché mostrava le immagini delle notizie, interpretate dagli occhi di chi le aveva viste direttamente. Prevedeva pertanto servizi fotografici ampi, esaustivi, efficaci.

Copertina di Life, 23 novembre 1936 – La diga di Fort Peck

La foto della prima copertina ritraeva la diga di Fort Peck nel fiume Missouri in Montana, seconda tra le dighe più grandi del mondo, espressione della acutezza dell’occhio di Margaret, ma anche manifesto della potenza costruttiva americana; innalzata per prevenire le inondazioni, produrre energia elettrica, favorire l'irrigazione e nello stesso tempo l'economia del Paese, fu il prodotto del New Deal rooseveltiano, il periodo delle riforme economiche e sociali promosse dal presidente Roosevelt allo scopo di risollevare il Paese dalla Grande Depressione che lo aveva colpito sul finire degli anni Venti. Il servizio fotografico all’interno della rivista è un documento umano della vita di frontiera americana, capace di catturare, con il suo stile pulito e allo stesso tempo potente, oltre l’impatto dell'audace progetto, anche la vita più intima delle persone coinvolte. Fort Peck nelle foto di Margaret appare stipata di operai edili, ingegneri, saldatori, bariste, signore eleganti; gente che vive in roulotte, capanne, in un luogo arido, con lo scopo di costruire una delle principali meraviglie ingegneristiche dell'epoca, e, finito il lavoro, si rifugia a notte nei bar.

Lavoratori all’opera della diga di Fort Peck, Montana, 1936 Bar Fort Peck, Montana, 1936 Lavoratori della diga di Fort Peck dopo il lavoro, 1936.

La carriera di Bourke-White (New York, 1904 – Stamford, Connecticut, 1971) era già iniziata nella rivista Fortune con le prime esperienze di fotografia industriale. Diceva: «l'industria è il vero luogo dell'arte» e «i ponti, le navi, le officine hanno una bellezza inconscia e riflettono lo spirito del momento». La nazione aveva bisogno di credere e sognare nella tecnologia, per allontanare la paura della Depressione. E allora Margaret documenta il boom industriale americano, sale in cima al Chrysler Building a New York e si fa fotografare dal suo assistente, sorvola la città a bordo di un aereo passeggeri DC-4 sopra il centro di Manhattan, si spinge negli ambienti più pericolosi e malsani degli stabilimenti industriali, scatta foto incurante delle alte temperature degli altiforni. Si arrampica sulle impalcature delle acciaierie Otis di Cleveland, vola in Germania per fotografare le acciaierie Krupp, poi in Russia, prima fotografa professionista occidentale autorizzata a entrare nell'Unione Sovietica e documentare il piano quinquennale per l’industrializzazione del Paese.

Margaret Bourke-White scatta una foto dall'alto di un edificio di New York (sin) – Veduta aerea di New York (dex), 1935

Acciaieria Otis, Ohio, 1929 (sin) - Un operaio russo alla diga di Zaporizhzhya, Ucraina, 1930 (dex)

Fiduciosa nel potere della macchina e della tecnologia, mostra la vita pulsante delle nuove metropoli. E in ogni fotografia noi contempliamo il suo sguardo sicuro sul mondo, la rielaborazione fatta da una donna audace, ostinata e ambiziosa. Voleva essere "gli occhi dei tempi" e le sue fotografie testimoniano (come lei stessa ha detto) il suo «insaziabile desiderio di essere lì quando si fa la storia». Dai reportage sulle industrie statunitensi e sovietiche passa poi a osservare la società e le sue lotte, la povertà, la segregazione razziale nel Sud degli Stati Uniti, dove la popolazione era stata messa in ginocchio dalla crisi economica. Cambia inevitabilmente il focus della sua fotografia, e i nuovi monumenti delle sue immagini diventano ora le persone. Nel numero del 15 febbraio 1937 della rivista Life Bourke-White fotografa le vittime della siccità del Dust Bowl, e pubblica la sua famosa fotografia di alluvionati afroamericani in fila per ricevere cibo e vestiti da un centro di soccorso della Croce Rossa, davanti a un cartellone raffigurante una famiglia bianca e lo stridente slogan “Il più alto tenore di vita del mondo / Non c’è altra strada che quella americana”.

Alluvionati afroamericani in fila a un centro di soccorso della Croce Rossa, 1937

Col romanziere Erskine Caldwell, suo futuro marito, collabora a una spedizione di fotoreporter nel Sud rurale del Paese, che produce il libro You have seen their faces (1937). Per questa indagine Bourke-White scatta le foto, mentre Caldwell scrive il testo.

Foto da You have seen their faces

Il loro sodalizio continua: insieme viaggiano in Europa per documentare gli effetti del nazismo. Fotografa la Cecoslovacchia invasa dai tedeschi nel 1939, unica fotografa americana testimone dell'evento. Nel 1941, su invito dello stesso governo sovietico, Margaret Bourke-White torna in Russia, questa volta concentrandosi maggiormente sulla popolazione del Paese, per un volume che ha per titolo Eyes on Russia. Riesce anche a ritrarre Stalin sorridente e bonario.

Donne che lavorano nei campi in Unione Sovietica, 1941

Ritratto di Stalin, 1941

È la sola fotografa straniera a Mosca, quando nella notte del 26 luglio 1941, mentre si trovava all’ambasciata americana, è testimone di un evento cruciale: l’attacco tedesco all’Unione Sovietica; dal tetto dell'ambasciata, posizionando cinque apparecchi con lunghi tempi di posa, fotografa il bombardamento notturno, in quella che lei ha definito «una delle notti eccezionali della mia vita».

L’immagine dell’attacco al Cremlino

Rientrata negli Stati Uniti Margaret chiede di diventare reporter di guerra sulla prima linea del fronte. Mai nessuna donna era stata accreditata dall'esercito americano sui teatri di guerra. Le viene affidato il compito di documentare la Seconda guerra mondiale in Europa. Sui primati di Margaret Bourke-White e per approfondire notizie sulla vita e sul suo stile fotografico rimando a due articoli pubblicati su Vitamine vaganti a questi link:

https://vitaminevaganti.com/2022/05/14/i-primati-di-margaret-bourke-white/

https://vitaminevaganti.com/2022/09/03/la-meta-dellarte-bourke-white-e-hassani/

In Italia Margaret assiste alla battaglia di Cassino, su cui scriverà anche un libro, Purple Heart Valley. A combat chronicle of the war in Italy. E poi le foto della distruzione della guerra, come quella di Norimberga dopo i bombardamenti, o quella coi soldati americani che si inginocchiano a pregare tra le macerie della cattedrale di Colonia, mentre un cappellano dell'esercito celebra la prima messa dopo il bombardamento del 2 marzo. E sempre al seguito delle truppe statunitensi Margaret entra nel campo di concentramento di Buchenwald il giorno dopo la liberazione dei prigionieri e documenta l’orrore: uomini e donne ridotti a scheletri, affamati, sdraiati in cuccette di legno, guardano stupiti i loro liberatori. Quello dell’autrice è un viaggio nello stravolgimento del Novecento, e nella sua rinascita. Ancora una volta le sue foto pubblicate da Life sono sensazionali.

Cacciatori di mine, dal libro Purple Heart Valley Margaret inviata di guerra (sin) - Soldati americani nella cattedrale di Colonia (dex) Norimberga dopo i bombardamenti 1945 Prigionieri nel campo di Buchenwald, 1945

Tra il 1946 e il 1948 è in India a immortalare la delicata fase della nascita del Pakistan e fotografa Gandhi mentre legge vicino a un arcolaio nella sua casa di Pune. E assiste alla migrazione che accompagnò l'indipendenza e la divisione dell'India, il più grande movimento migratorio nella storia umana. Nella foto la miseria di un popolo espropriato si riflette sul volto del ragazzo appollaiato sul muro a Nuova Delhi. Sotto di lui migliaia di persone cercano di sopravvivere in attesa di organizzare un convoglio verso il Pakistan. Non hanno da mangiare, sono circondati dalla sporcizia e molti moriranno senza mai lasciare l'accampamento.

Gandhi, 1946 La migrazione verso il Pakistan, 1947

Nel 1952 Margaret è testimone della guerra di Corea. Alla fine della guerra è in Sudafrica per fotografare gli effetti dell’apartheid, scende nelle miniere d’oro e documenta le terribili condizioni di lavoro dei minatori di Johannesburg.

Minatori di Johannesburg, 1950 Bambini sudafricani, 1950

Una cameriera afroamericana prepara la cena per una famiglia bianca a Greenville, Carolina del Sud, 1956

Nel 1953 le viene diagnosticato il morbo di Parkinson e comincia a maneggiare con difficoltà la macchina fotografica. Nonostante il suo approccio coraggioso e ottimistico alla malattia, nel 1957 firma il suo ultimo reportage per Life. Negli ultimi anni si dedica alla scrittura e nel 1963 pubblica l’autobiografia Portrait of Myself. Muore a seguito di una caduta accidentale nel 1971, a 67 anni.


Traduzione francese

Concetta Laratta

Une grande partie de sa vie, elle a travaillé comme photoreporter pour Life, le magazine américain entré dans l'histoire du journalisme grâce à ses reportages sensationnels et historiques. Le 23 novembre 1936, le premier numéro est publié, avec en couverture une photo du barrage de Fort Peck, signée Margaret Bourke-White. La revue, relancée par l'éditeur américain Henry Luce comme périodique illustré, se caractérisait par la mise en avant de l'actualité en images, interprétée par le regard de ceux qui l'avaient vécue directement. Elle proposait ainsi des reportages photographiques vastes, exhaustifs et percutants

Couverture de Life, 23 novembre 1936 – Le barrage de Fort Peck

La photo de la première couverture représentait le barrage de Fort Peck sur le fleuve Missouri, dans le Montana, le deuxième plus grand barrage au monde. Elle était l'expression de l'acuité du regard de Margaret, mais aussi un manifeste de la puissance constructive américaine. Érigé pour prévenir les inondations, produire de l'électricité, favoriser l'irrigation et, par extension, l'économie du pays, il fut le produit du New Deal rooseveltien — cette période de réformes économiques et sociales promues par le président Roosevelt afin de relever le pays après la Grande Dépression de la fin des années vingt. Le reportage photographique à l'intérieur du magazine est un document humain sur la vie à la frontière américaine, capable de capturer, avec un style à la fois épuré et puissant, non seulement l'impact de ce projet audacieux, mais aussi l'intimité des personnes impliquées. Dans les photos de Margaret, Fort Peck apparaît bondé d'ouvriers du bâtiment, d'ingénieurs, de soudeurs, de serveuses et de dames élégantes; des gens vivant dans des caravanes ou des cabanes, dans un lieu aride, dans le but de construire l'une des principales merveilles d'ingénierie de l'époque, et qui, une fois le travail terminé, se réfugient la nuit dans les bars.

Travailleurs à l'œuvre sur le barrage de Fort Peck, Montana, 1936 Bar Fort Peck, Montana, 1936 Travailleurs du barrage de Fort Peck après le travail, 1936.

La carrière de Bourke-White (New York, 1904 – Stamford, Connecticut, 1971) avait déjà débuté au sein de la revue Fortune avec ses premières expériences de photographie industrielle. Elle disait: «L'industrie est le véritable lieu de l'art» et «les ponts, les navires, les usines possèdent une beauté inconsciente et reflètent l'esprit du moment». La nation avait besoin de croire et de rêver de technologie pour dissiper la peur de la Dépression. Margaret documente alors le boom industriel américain: elle monte au sommet du Chrysler Building à New York pour se faire photographier par son assistant, survole la ville à bord d'un avion de passagers DC-4 au-dessus de Manhattan, s'aventure dans les environnements les plus dangereux et insalubres des complexes industriels, et prend des clichés sans se soucier des hautes températures des hauts fourneaux. Elle grimpe sur les échafaudages des aciéries Otis à Cleveland, s'envole pour l'Allemagne afin de photographier les usines Krupp, puis se rend en Russie, devenant la première photographe professionnelle occidentale autorisée à entrer en Union soviétique pour documenter le plan quinquennal d'industrialisation du pays.

Margaret Bourke-White prenant une photo du haut d'un immeuble de New York (gauche) – Vue aérienne de New York (droite), 1935

Aciérie Otis, Ohio, 1929 (gauche) - Un ouvrier russe au barrage de Zaporijia, Ukraine, 1930 (droite)

Confiante dans le pouvoir de la machine et de la technologie, elle montre la vie pulsante des nouvelles métropoles. Dans chaque photographie, nous contemplons son regard assuré sur le monde, la réinterprétation faite par une femme audacieuse, obstinée et ambitieuse. Elle voulait être «les yeux du temps» et ses photographies témoignent (comme elle l'a dit elle-même) de son «désir insatiable d'être présente lorsque l'histoire s'écrit». Des reportages sur les industries américaines et soviétiques, elle passe ensuite à l'observation de la société et de ses luttes: la pauvreté, la ségrégation raciale dans le Sud des États-Unis, où la population avait été mise à genoux par la crise économique. Le centre de gravité de sa photographie change inévitablement, et les nouveaux «monuments» de ses images deviennent les êtres humains. Dans le numéro du 15 février 1937 de Life, Bourke-White photographie les victimes de la sécheresse du Dust Bowl et publie sa célèbre photographie de sinistrés afro-américains faisant la queue pour recevoir de la nourriture et des vêtements dans un centre de secours de la Croix-Rouge, devant un panneau publicitaire représentant une famille blanche et le slogan frappant : «World’s Highest Standard of Living / There’s no way like the American Way» (Le plus haut niveau de vie au monde / Il n'y a pas d'autre voie que la voie américaine).

Sinistrés afro-américains faisant la queue devant un centre de secours de la Croix-Rouge, 1937

Avec le romancier Erskine Caldwell, son futur mari, elle collabore à une expédition de photoreportage dans le Sud rural du pays, qui donnera naissance au livre You Have Seen Their Faces (1937). Pour cette enquête, Bourke-White prend les photos tandis que Caldwell écrit le texte.

Photo extraite deYou Have Seen Their Faces

Leur collaboration se poursuit: ensemble, ils voyagent en Europe pour documenter les effets du nazisme. Elle photographie la Tchécoslovaquie envahie par les Allemands en 1939, étant la seule photographe américaine témoin de l'événement. En 1941, sur invitation du gouvernement soviétique lui-même, Margaret Bourke-White retourne en Russie, se concentrant cette fois davantage sur la population du pays pour un volume intitulé Eyes on Russia. Elle réussit également à portraiturer un Staline souriant et débonnaire.

Femmes travaillant dans les champs en Union soviétique, 1941

Portrait de Staline, 1941

Elle est la seule photographe étrangère à Moscou lorsque, dans la nuit du 26 juillet 1941, alors qu'elle se trouvait à l'ambassade américaine, elle est témoin d'un événement crucial: l'attaque allemande contre l'Union soviétique. Depuis le toit de l'ambassade, en positionnant cinq appareils avec de longs temps de pose, elle photographie le bombardement nocturne, dans ce qu'elle a défini comme «l'une des nuits exceptionnelles de ma vie».

L'image de l'attaque sur le Kremlin

De retour aux États-Unis, Margaret demande à devenir reporter de guerre sur la ligne de front. Jamais aucune femme n'avait été accréditée par l'armée américaine sur les théâtres de guerre. Elle se voit confier la tâche de documenter la Seconde Guerre mondiale en Europe. Sur les primats de Margaret Bourke-White et pour approfondir des informations sur sa vie et son style photographique, je renvoie à deux articles publiés sur Vitamine Vaganti aux liens suivants:

https://vitaminevaganti.com/2022/05/14/i-primati-di-margaret-bourke-white/

https://vitaminevaganti.com/2022/09/03/la-meta-dellarte-bourke-white-e-hassani/

En Italie, Margaret assiste à la bataille de Cassino, sur laquelle elle écrira également un livre, Purple Heart Valley. A combat chronicle of the war in Italy. Viennent ensuite les photos de la destruction de la guerre, comme celle de Nuremberg après les bombardements, ou celle montrant des soldats américains agenouillés pour prier parmi les décombres de la cathédrale de Cologne, pendant qu'un aumônier militaire célèbre la première messe après le bombardement du 2 mars. Toujours à la suite des troupes américaines, Margaret entre dans le camp de concentration de Buchenwald le lendemain de la libération des prisonniers et documente l'horreur: des hommes et des femmes réduits à l'état de squelettes, affamés, allongés sur des couchettes en bois, regardant avec stupeur leurs libérateurs. Le voyage de l'auteure est une immersion dans les bouleversements du XXe siècle et dans sa renaissance. Une fois de plus, ses photos publiées par Life sont sensationnelles.

Chasseurs de mines, du livre Purple Heart Valley Margaret envoyée de guerre (gauche) - Soldats américains dans la cathédrale de Cologne (droite) Nuremberg après les bombardements, 1945 Prisonniers dans le camp de Buchenwald, 1945

Entre 1946 et 1948, elle est en Inde pour immortaliser la phase délicate de la naissance du Pakistan. Elle photographie Gandhi lisant près d'un rouet dans sa maison de Pune. Elle assiste à la migration qui accompagna l'indépendance et la partition de l'Inde, le plus grand mouvement migratoire de l'histoire humaine. Sur la photo, la misère d'un peuple exproprié se reflète sur le visage du garçon perché sur un mur à New Delhi. Sous lui, des milliers de personnes tentent de survivre en attendant d'organiser un convoi vers le Pakistan. Ils n'ont rien à manger, sont entourés d'immondices, et beaucoup mourront sans jamais quitter le campement.

Gandhi, 1946 La migration vers le Pakistan, 1947

En 1952, Margaret est témoin de la guerre de Corée. À la fin de la guerre, elle se rend en Afrique du Sud pour photographier les effets de l'apartheid; elle descend dans les mines d'or et documente les terribles conditions de travail des mineurs de Johannesburg.

Mineurs de Johannesburg, 1950 Enfants sud-africains, 1950

Une domestique afro-américaine prépare le dîner pour une famille blanche à Greenville, Caroline du Sud, 1956

En 1953, on lui diagnostique la maladie de Parkinson et elle commence à manipuler son appareil photo avec difficulté. Malgré son approche courageuse et optimiste de la maladie, elle signe en 1957 son dernier reportage pour Life. Durant ses dernières années, elle se consacre à l'écriture et publie en 1963 son autobiographie, Portrait of Myself. Elle meurt des suites d'une chute accidentelle en 1971, à l'âge de 67 ans.


Traduzione spagnola

Maria Ilenia Musarra

Durante casi toda su vida trabajó como fotoperiodista para ‹‹Life››, revista estadounidense que pasó a la historia del periodismo gracias a extraordinarios y significativos reportajes fotográficos. El 23 de noviembre de 1936 se publicó, en su portada, el primer número con la fotografía de la Presa de Fort Peck firmada por Margaret Bourke-White. La revista, relanzada por el editor estadounidense Henry Luce como periódico ilustrado, se distinguía por el hecho de que mostraba las fotos de las noticias, interpretadas por quienes las habían visto directamente. Por lo tanto, planificaba reportajes fotográficos amplios, exhaustivos y eficaces.

Portada de ‹‹Life››, 23 de noviembre de 1936 - La Presa de Fort.

La fotografía de la primera portada representaba la Presa de Fort en el río Missouri, en Montana, que es la segunda más grande del mundo; expresión no solo de la agudeza del ojo de Margaret, sino también un claro ejemplo de la potencia constructiva de Estados Unidos, construida para prevenir inundaciones, generar energía eléctrica y favorecer tanto la irrigación como la economía del país. Fue un producto del Nuevo Pacto, es decir, el periodo de reformas sociales y económicas impulsadas por el presidente (Franklin) Roosevelt con el objetivo de sacar al país de la Gran Depresión que lo azotó a finales de los años veinte. El reportaje fotográfico en la revista es un documento humano que atestigua la vida de la frontera estadounidense, capaz de captar, gracias a su estilo elegante pero al mismo tiempo poderoso, no solo el impacto del audaz proyecto , sino también la vida más íntima de las personas involucradas. En las fotografías de Margaret, la Presa de Fort Peck aparece abarrotada de albañiles, ingenieros, soldadores, baristas, señoras elegantes; gente que vive en caravanas, chozas, en un lugar árido, con el objetivo de construir una de las principales maravillas de la ingeniería de la época, y que después de acabar el trabajo, busca refugio en los bares.

Trabajadores en la construcción de la Presa de Fort Peck, Montana, 1936 Bar de Fort Peck, Montana, 1936 Trabajadores de la Presa de Fort Peck después del trabajo, 1936

La carrera de Bourke-White (Nueva York, 1904 - Stamford, Connecticut, 1971) ya había empezado en la revista ‹‹Fortune››, con sus primeras experiencias en fotografía industrial. Decía: “La industria es el verdadero lugar del arte” y “los puentes, los barcos, las fábricas tienen una belleza inconsciente y reflejan el ánimo del momento”. La nación necesitaba creer y confiar en la tecnología para alejar el miedo a la Gran Depresión. Por consiguiente, Margaret documenta el boom industrial estadounidense, sube a la cima del Chrysler Building en Nueva York y pide a su asistente que le haga una foto; sobrevuela el centro de la ciudad de Manhattan a bordo del avión (Douglas) DC-4 e, incluso en los lugares más peligrosos y nocivos de los establecimientos industriales, toma fotografías sin preocuparse por las elevadas temperaturas de los altos hornos.Se sube a los andamios de las acerías Otis de Cleveland, sobrevuela Alemania para fotografiar las acerías Krupp, y luego en Rusia, es la primera fotógrafa profesional de occidente que obtiene un permiso para entrar en la Unión Soviética y documentar el plan quinquenal para la industrialización del país.

Margaret Bourke-White toma una foto desde lo alto de un edificio de Nueva York (izq.) – Vista aérea de Nueva York (der.), 1935

Acería Otis, Ohio, 1929 (izq.) – un obrero ruso en la Presa de Zaporizhzhya, Ucrania, 1930 (der.).

Tenía confianza en el poder de la cámara fotográfica y de la tecnología, y mostraba la vida dinámica de las nuevas metrópolis. En cada fotografía contemplamos su mirada segura sobre el mundo, la relaboración hecha por una mujer audaz, obstinada y ambiciosa. Quería ser “el testigo de su época” y sus fotografías atestiguan (según sus propias palabras) “su insaciable deseo de estar allí cuando se hace la historia”. Después de realizar reportajes fotográficos sobre las fábricas de Estados Unidos y de la Unión Soviética, dirige su atención hacia la sociedad y sus luchas, la pobreza, la segregación racial en el sur de Estados Unidos, donde la población estaba arruinada por la crisis económica. El tema de sus fotografías cambió de forma inevitable, y remplazó las fábricas con las personas. En el número del 15 de febrero de 1937 de la revista ‹‹Life››, Bourke White fotografía los damnificados afroamericanos por las inundaciones mientras esperan en fila para recibir comida y ropa por parte de un centro de socorro de la Cruz Roja, delante de un cartel que representaba a una familia blanca y el estridente lema “El más alto nivel de vida del mundo/ No hay otro camino que el camino estadounidense”.

Damnificados afroamericanos por las inundaciones en fila en un centro de socorro de la Cruz Roja, 1937.

Con el novelista Erskine Caldwell, su futuro esposo, colabora en una expedición como fotoperiodista en el sur del país. Durante esta expedición, el hombre escribió su libro You Have seen their faces (Has visto sus caras), mientras que Bourke-White tomó las fotografías.

Fotografías del libroYou Have Seen Their Faces

Su colaboración continúa: juntos viajan por Europa para documentar las consecuencias del nazismo. Fotografía Cecoslavaquia invadida por los alemanes en 1939; fue la única fotógrafa estadounidense testigo del acontecimiento. En 1941, por invitación del propio gobierno soviético, Margaret Bourke-White volvió a Rusia; esta vez se concentró principalmente en la población, para un volumen intitulado Eyes on Rusia. Además, logró inmortalizar a Stalin sonriente y afable.

Mujeres que trabajan en los campos de la Unión Soviética,1941.

Retrato de Stalin, 1941.

Es la única fotógrafa extranjera que, en la noche del 26 de julio de 1941 en Moscú, mientras estaba en la embajada de los Estados Unidos, es testigo de un acontecimiento crucial: el ataque alemán a la Unión Soviética; desde el techo de la embajada coloca cinco cámaras fotográficas de larga exposición, fotografía el bombardero nocturno en la noche que ella misma definió como: “una de las más extraordinarias de mi vida”.

Fotografía del ataque al Kremlin.

Cuando vuelve a Estados Unidos, Margaret pide convertirse en reportera de guerra en primera línea de frente. Nunca antes el ejército estadounidense había acreditado a una mujer en el escenario de la guerra. Fue encargada para documentar la Segunda Guerra Mundial, en Europa. Para conocer los logros pioneros de Margaret Bourke-White y profundizar en su vida y su estilo fotográfico, se remite a dos artículos publicados en ‹‹Vitamine Vaganti›› en los siguientes enlaces:

https://vitaminevaganti.com/2022/05/14/i-primati-di-margaret-bourke-white/

https://vitaminevaganti.com/2022/09/03/la-meta-dellarte-bourke-white-e-hassani/

En Italia, Margaret presenció la batalla de Monte Cassino, sobre esta batalla también escribirá un libro, Purple Heart Valley. A combat chronicle of the war in Italy. Sus fotografías documentan la destrucción provocada por la guerra, como la de Núremberg (después de los bombarderos); una de sus fotografías inmortaliza a los soldados estadounidenses, mientras, de rodillas, rezan entre los desechos de la catedral de Colonia, cuando el capellán del ejército celebra la primera misa después del bombardeo del 2 de marzo. Y también siguiendo a las tropas estadounidenses, Margaret entra en el campo de concentración de Buchenwald , el día después de la liberación de los prisioneros y documenta el horror: hombres y mujeres reducidos a esqueletos, hambrientos, acostados en literas de matera, miran con asombro a sus libertadores. El de la fotógrafa es un viaje en la conmoción del siglo XX, y en su renacimiento. Otra vez, sus fotografías, publicadas por ‹‹Life››, son sensacionales.

Cazadores de minas, del libro Purple Heart Valley. Margaret enviada de guerra (izq.). Soldados estadounidenses en la catedral de Colonia (der.). Núremberg después de los bombardeos, 1945. Prisioneros del campo de concentración de Buchenwald, 1945.

Entre 1946 y 1948 va a India con el objetivo de inmortalizar la delicada fase del nacimiento del Pakistán y fotografía a Gandhi mientras está leyendo, cerca de una rueca, en su residencia en Pune. Fue testigo de una de las mayores migraciones de la historia de la humanidad que acompañó a la independencia y partición de la India. En la fotografía, el rostro de un chico agachado sobre un muro de Nueva Delhi refleja la miseria de un pueblo expropiado. Al pie del muro, miles de personas intentan sobrevivir a la espera de organizar su expatriación hacia Pakistán. Pasan hambre, viven en la suciedad y muchos morirán antes de que dejen el campamento.

Gandhi, 1946 Migración hacia Pakistán, 1947.

En 1952, Margaret es testigo de la guerra de Corea. Al final de la guerra, en Sudáfrica, fotografía las consecuencias del Apartheid; baja a las minas de oro para documentar las horrorosas condiciones de los mineros en Johannesburgo.

Los mineros de Johannesburgo. Niños surafricanos, 1950

Una camarera afroamericana cocina la cena para una familia blanca en Greenville, Carolina del Sur, 1956.

En 1953, le diagnosticaron la enfermedad del Parkinson y, por consiguiente, empezó a tener dificultades para sujetar la cámara fotográfica. A pesar de que afrontó su enfermedad con coraje y optimismo, en 1957 firmó su último reportaje para ‹‹Life››. Durante sus últimos años de vida, se dedicó a la escritura, y en 1953 públicó su autobiografía titulada Portrait of Myself. Falleció en 1971 a la edad de 67 años debido a una caída accidental.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

She spent most of her life working as a photojournalist for Life, an American magazine that made journalism history with its sensational and historic reports. The first issue was published on November 23, 1936, with a photo of the Fort Peck Dam on the cover, taken by Margaret Bourke-White. The magazine, relaunched by American publisher Henry Luce as an illustrated periodical, was characterized by its images of news stories interpreted through the eyes of those who had witnessed them firsthand. It therefore featured extensive, comprehensive, and effective photo reports.

Cover of Life, November 23, 1936 – Fort Peck Dam

The photo on the first cover showed the Fort Peck Dam on the Missouri River in Montana, the second largest dam in the world, demonstrating Margaret's keen eye, but also a manifestation of American construction power. Built to prevent flooding, generate electricity, promote irrigation and, at the same time, boost the country's economy, it was the product of Roosevelt's New Deal, the period of economic and social reforms promoted by President Roosevelt to lift the country out of the Great Depression that had hit it in the late 1920s. The photo essay inside the magazine is a human document of American frontier life, capable of capturing, with its clean yet powerful style, not only the impact of the daring project but also the most intimate lives of the people involved. Fort Peck in Margaret's photos appears crowded with construction workers, engineers, welders, bartenders, elegant ladies; people living in trailers and shacks in an arid place, with the aim of building one of the major engineering marvels of the time, and, once their work is done, taking refuge in bars at night.

Workers at the Fort Peck Dam, Montana, 1936 Bar Fort Peck, Montana, 1936 Workers at the Fort Peck dam after work, 1936.

Bourke-White's career (born in New York, 1904 – died in Stamford, Connecticut, 1971) had already begun in Fortune magazine with her first experiences in industrial photography. She said, “Industry is the real place for art” and “bridges, ships, and factories have an unconscious beauty and reflect the spirit of the moment.” The nation needed to believe and dream in technology to dispel the fear of the Depression. So, Margaret documented the American industrial boom, climbed to the top of the Chrysler Building in New York and had her assistant take her picture, flew over the city in a DC-4 passenger plane above downtown Manhattan, ventured into the most dangerous and unhealthy environments of industrial plants, and took photos regardless of the high temperatures of the blast furnaces. She climbed the scaffolding of the Otis steelworks in Cleveland, flew to Germany to photograph the Krupp steelworks, then to Russia, where she became the first Western professional photographer authorized to enter the Soviet Union and document the five-year plan for the country's industrialization.

Margaret Bourke-White takes a photo from the top of a building in New York (left) – Aerial view of New York (right), 1935

Otis steelworks, Ohio, 1929 (left) – A Russian worker at the Zaporizhzhya dam, Ukraine, 1930 (right)

Confident in the power of machines and technology, she showed the pulsating life of the new metropolises. And in every photograph we contemplate her confident gaze on the world, the reworking done by a bold, stubborn, and ambitious woman. She wanted to be “the eyes of the times” and her photographs bear witness (as she herself said) to her “insatiable desire to be there when history is made.” From reportage on US and Soviet industries, she moved on to observing society and its struggles, poverty, and racial segregation in the southern United States, where the population had been brought to its knees by the economic crisis. The focus of her photography inevitably changed, and the new monuments of her images now became people. In the February 15, 1937 issue of Life magazine, Bourke-White photographed the victims of the Dust Bowl drought and published her famous photograph of African Americans lined up for food and clothing at a Red Cross relief center, in front of a billboard depicting a white family and the jarring slogan "The highest standard of living in the world / There is no American way."

African-American flood victims lining up at a Red Cross relief center, 1937

With novelist Erskine Caldwell, her future husband, she collaborated on a photojournalism expedition to the rural South of the country, which produced the book You Have Seen Their Faces (1937). Bourke-White took the photos for this investigation, while Caldwell wrote the text.

Photo extraite deYou Have Seen Their Faces

Their partnership continued: they traveled together to Europe to document the effects of Nazism. She photographed Czechoslovakia invaded by the Germans in 1939, the only American photographer to witness the event. In 1941, at the invitation of the Soviet government itself, Margaret Bourke-White returned to Russia, this time focusing more on the country's population, for a book entitled Eyes on Russia. She also managed to portray Stalin smiling and good-natured.

Women working in the fields in the Soviet Union, 1941

Portrait of Stalin, 1941

She was the only foreign photographer in Moscow when, on the night of July 26, 1941, while at the American embassy, she witnessed a crucial event - the first German attack on the Soviet Union. From the roof of the embassy, positioning five cameras with long exposure times, she photographed the night bombing in what she called “one of the most exceptional nights of my life.”

The image of the attack on the Kremlin

Upon her return to the United States, Margaret asked to become a war reporter on the front lines. No woman had ever been accredited by the US Army in a war zone. She was given the task of documenting World War II in Europe. For more information on Margaret Bourke-White's achievements and to learn more about her life and photographic style, please refer to two articles published on Vitamine vaganti at these links:

https://vitaminevaganti.com/2022/05/14/i-primati-di-margaret-bourke-white/

https://vitaminevaganti.com/2022/09/03/la-meta-dellarte-bourke-white-e-hassani/

In Italy, Margaret witnessed the Battle of Cassino, about which she also wrote a book, Purple Heart Valley: A Combat Chronicle of the War in Italy. Then there were the photos of the destruction of war, such as Nuremberg after the bombings, or American soldiers kneeling in prayer amid the rubble of Cologne Cathedral while an army chaplain celebrated the first Mass after the bombing on March 2. Still following the US troops, Margaret entered the Buchenwald concentration camp the day after the prisoners were liberated and documented the horror - men and women reduced to skeletons, starving, lying on wooden bunks, staring in amazement at their liberators. The author's journey is one through the upheaval of the 20th century and its rebirth. Once again, her photos published by Life are sensational.

Mine hunters, from the book Purple Heart Valley Margaret as a war correspondent (left) - American soldiers in Cologne Cathedral (right) Nuremberg after the bombing, 1945 Prisoners in Buchenwald camp, 1945

Between 1946 and 1948, she was in India to capture the delicate phase of Pakistan's birth and photographed Gandhi reading near a spinning wheel in his home in Pune. She witnessed the migration that accompanied India's independence and division, the largest migratory movement in human history. In the photo, the misery of an expropriated people is reflected in the face of a boy perched on the wall in New Delhi. Below him, thousands of people are trying to survive while waiting to organize a convoy to Pakistan. They have nothing to eat, are surrounded by filth, and many will die without ever leaving the camp.

Gandhi, 1946 Migration to Pakistan, 1947

In 1952, Margaret witnessed the Korean War. At the end of the war, she was in South Africa to photograph the effects of apartheid, descending into the gold mines and documenting the terrible working conditions of the miners in Johannesburg.

Miners in Johannesburg, 1950 South African children, 1950

An African-American maid prepares dinner for a white family in Greenville, South Carolina, 1956

In 1953, she was diagnosed with Parkinson's disease and began to have difficulty handling her camera. Despite her courageous and optimistic approach to the disease, she signed her last report for Life in 1957. In her later years, she devoted herself to writing and published her autobiography, Portrait of Myself, in 1963. She died following an accidental fall in 1971, at the age of 67.

Anja Niedringhaus
Antonella Gargano

Tullia Ciancio

 

Intorno alla metà dell’Ottocento si inizia a utilizzare la fotografia per documentare i conflitti. La realtà veicolata sarà quella colta dall’occhio umano. Scartando o mettendo nel mirino alcune immagini il/la fotografo/a offrirà il suo punto di vista incidendo sull’opinione pubblica. Anja Niedringhaus non amava essere definita fotografa di guerra, lei documentava di volta in volta la storia di un popolo guardando nel cuore delle persone. A raccontare Anja ci pensano le sue fotografie ma un cenno biografico è necessario per chiarire la personalità di questa donna che, come dice chi l’ha conosciuta, 

«trasmetteva Il suo entusiasmo e il suo buonumore anche nelle situazioni più difficili. Si offriva sempre volontaria per gli incarichi più impegnativi e li portava tenacemente a termine, senza eccezione. Credeva fino in fondo nell’importanza di essere testimone diretta degli eventi».

Per lei sono importanti le storie delle persone comuni ignorate dalla Grande Storia pur essendone le vere protagoniste. Il suo occhio vigile è sempre pronto a catturare l’attimo in grado di trasmettere al mondo l’essenza degli eventi: questo il talento di Anja Niedringhaus. Sguardo mai banale su vite ignorate, su chi è colpito dalla guerra e non solo, con loro condivide la lotta e il coraggio, l’immagine che ne risulta svela sempre tutta l’umanità di chi fotografa e di chi è fotografato. I soldati stessi sono rappresentati come vittime di guerra. Nelle immagini più tragiche è impossibile non rilevare il suo bisogno di urlare che la vita trova sempre uno spazio anche dove viene brutalizzata e offesa.

Anja Niedringhaus nasce il 12 ottobre 1965 a Höxter, in Germania. Nel 1981 quando ancora frequenta il liceo inizia a lavorare come libera fotografa per un quotidiano della sua città. Il primo incarico fu quello di raccontare il pensionamento di un'impiegata comunale a 30 chilometri di distanza. A 17 anni non aveva ancora la patente, ma quando la segretaria le chiese se poteva guidare, rispose di sì, prese le chiavi dell'auto aziendale e partì. Mentre studia all’università letteratura tedesca, filosofia e giornalismo a Gottinga collabora per diversi giornali e riviste. La svolta per la sua carriera si presenta nel 1989 quando scatta, per il giornale tedesco Göttinger Tageblatt, delle foto in occasione della caduta del muro di Berlino che le procureranno un incarico presso l’Agenzia Europea per la Stampa e la Fotografia a Francoforte per la quale lavorerà fino al 2001. Inizia con i Mondiali di calcio in Italia nel 1990.

Ancora molto inesperta, su sua insistenza viene inviata a documentare la guerra in Jugoslavia nel 1991. In un'intervista dichiara:

«Una guerra in mezzo all'Europa? Cosa ci faccio qui? E andai subito dal mio caporedattore e gli dissi: 'Voglio andarci'. Lui pensò che fossi pazza. 'Comunque, che esperienza hai?' Non ne avevo, avevo solo 26 anni. Ma gli scrissi una lettera a macchina ogni giorno per sei settimane, finché alla fine non disse: 'Allora vai'. Lui e i miei colleghi erano sicuri che avrei telefonato dopo due giorni per tornare. Quella volta rimasi cinque settimane. Poi trascorsi in totale cinque anni a Sarajevo».

Crede che le fotografie possano avere il potere di porre fine alle guerre e in Jugoslavia si rende conto che non è così. A Sarajevo impara presto a sopravvivere in condizioni estreme. La guerra infierisce sulle persone civili e Anja è tra la gente, entra nelle loro vite con la sua macchina fotografica per raccontare il lato buio delle guerre, là dove si muore senza sapere perché. Nel 2001 fotografa i resti delle Torri Gemelle distrutte dagli attacchi terroristici dell'11 settembre a New York. Poi vola in Afghanistan dove si ferma tre mesi per testimoniare la caduta del regime talebano. Lo stesso anno pubblica il libro Fotografien (Museo d'Arte Moderna, Francoforte). Nel 2002 si trasferisce a Ginevra come fotografa di staff per l'Associated Press per la quale lavora in Iraq, di nuovo in Afghanistan, nella Striscia di Gaza, in Israele, Kuwait e Turchia. Nel 2003 uno dei suoi scatti diventa la foto-simbolo della strage di Nassirya. A Fallujah, nel 2004, il 60% dei soldati dell'unità che aveva fotografato fu ucciso. «Se avessi saputo cosa avrei visto in quelle due settimane, non l'avrei fatto», ha dichiarato. Nel 2005 vince il Premio Pulitzer come fotogiornalista nella guerra in Iraq. A Kabul incontra la corrispondente capo dell'Associated Press, Kathy Gannon, una canadese di 60 anni, e le due diventano inseparabili. Il 23 ottobre 2005 riceve il premio Courage in Journalism Award dalla International Women's Media Foundation.

Oltre a fotografare conflitti e crisi politiche in tutto il mondo, Anja ha anche seguito i principali eventi sportivi mondiali, tra cui nove Olimpiadi. Dal 2006 al 2007 insegna giornalismo ad Harvard. Nel 2007, riceve una borsa di studio del programma Nieman: la più antica al mondo assegnata a giornaliste/i affermate/i e promettenti per un anno accademico di studio presso quella stessa università. Affronta la cultura, la storia, la religione e le questioni di genere in Medio Oriente e il loro impatto sullo sviluppo della politica estera negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali consapevole che per raccontare la storia anche attraverso la macchina fotografica è necessario conoscerla. Nel 2010 stava camminando in un vicolo con dei soldati in Afghanistan quando l'uomo davanti a lei ha preso a calci un pollo. Anja ha immortalato l'accaduto, ma pochi secondi dopo è arrivato un colpo di mortaio: è rimasta gravemente ferita dalle schegge.

Riceve per il suo lavoro altri premi tra cui il Pictures of the Year International, il Bop-Best of Photojournalism, il Clarion Awards, The Atlanta Photojournalism Seminar, il Goldene Feder di Amburgo. Nel 2011 pubblica il libro At War (Hatje Cantz, Ostfildern) e ottiene il premio Abisag Tuellmann per la fotografia di reportage nel 2011. I suoi scatti sono esposti al Museo di Arte Moderna di Francoforte, alla Galleria di Berlino, a Londra, Houston, Vienna, in musei e gallerie negli Stati Uniti, Svizzera e Canada. La sua storia è raccontata nel film biografico di Roman Kuhn Die Bilderkriegerin - Anja Niedringhaus , la versione inglese è intitolata Anja: Life on the Frontline.

Nel 2014 si trova ancora una volta in Afganistan per documentare le elezioni presidenziali. Il 4 aprile Anja e la sua amica e collega Kathy Gannon sono con un convoglio impegnato nella consegna delle schede elettorali sotto la protezione dell'esercito nazionale afghano e della polizia locale. A un posto di blocco alla periferia della città di Khost, mentre le due giornaliste sono in macchina in attesa di poter visitare l'ufficio del governatore del distretto di Tanai, si avvicina un militare che spara urlando «Allah u Akbar» (Dio è grande). Kathy Gannon è ferita. Anja muore all'età di 48 anni.

Il presidente dell'Ap Gary Pruitt l’ha ricordata come:

«vivace, intrepida e impavida, con una risata rauca che non dimenticheremo mai. Questa è una professione per persone coraggiose e appassionate, impegnate nella missione di portare al mondo informazioni corrette, accurate e importanti».


Traduzione francese

Rachele Stanchina/em>

Vers le milieu du XIXe siècle, la photographie commence à être utilisée pour documenter les conflits. A partir de ce moment, la réalité restituée sera celle perçue par l'œil humain. En choisissant ou en rejetant certaines images, le photographe ne pourra qu’offrir son point de vue, influençant ainsi l'opinion publique. De son vivant Anja Niedringhaus n'aimait pas être qualifiée de photographe de guerre ; elle documentait l'histoire d'un peuple, sondant son cœur. Ses photographies racontent son histoire, mais une brève biographie s'impose pour éclairer la personnalité de cette femme qui, comme le disent ceux qui l'ont connue,

«transmettait son enthousiasme et sa bonne humeur même dans les situations les plus difficiles. Elle se portait toujours volontaire pour les missions les plus ardues et les menait à bien avec ténacité, sans exception. Elle croyait profondément à l'importance d'être témoin direct des événements».

Pour elle, les histoires des gens ordinaires, ignorées par la Grande Histoire, sont essentielles, bien qu'ils en soient les véritables protagonistes. Son regard attentif est toujours prêt à saisir l'instant qui peut transmettre au monde l'essence même des événements : tel est le talent d'Anja Niedringhaus. Jamais banale, son œuvre pose un regard sur les vies oubliées, sur celles et ceux qui sont touchés par la guerre et au-delà, partageant leur combat et leur courage. L'image qui en résulte révèle toujours toute l'humanité de la photographe et de son sujet. Les soldats eux-mêmes sont dépeints comme des victimes de la guerre. Dans ses images les plus tragiques, il est impossible de ne pas percevoir son besoin crier que la vie trouve toujours sa place, même lorsqu'elle est brutalement violée.

Anja Niedringhaus naît le 12 octobre 1965 à Höxter, en Allemagne. En 1981, alors qu'elle est encore lycéenne, elle commence à travailler comme photographe indépendante pour un journal local. Sa première mission consiste à couvrir le départ à la retraite d'un employé municipal à 30 kilomètres de là. À 17 ans, elle n'a pas encore le permis de conduire, mais lorsque sa secrétaire lui demande si elle peut conduire, elle accepte, prend les clés de la voiture de fonction et part. Pendant ses études de littérature allemande, de philosophie et de journalisme à l'Université de Göttingen, elle collabore avec plusieurs journaux et magazines. Le tournant de sa carrière survient en 1989 lorsqu'elle réalise des photographies pour le journal allemand Göttinger Tageblatt à l'occasion de la chute du mur de Berlin. Ces clichés lui valent un poste à l'Agence européenne de la presse et de la photographie à Francfort, où elle travaillera jusqu'en 2001. Sa carrière débute avec la Coupe du monde de football de 1990 en Italie.

Encore très inexpérimentée, elle est envoyée, à son insistance, couvrir la guerre en Yougoslavie en 1991. Dans une interview, elle déclara:

«Une guerre en plein cœur de l'Europe ? Qu'est-ce que je fais là ? Je suis immédiatement allée voir mon rédacteur en chef et je lui ai dit : "Je veux y aller." Il a cru que j'étais folle. "De toute façon, quelle expérience as-tu ?" Je n'en avais aucune ; je n'avais que 26 ans. Mais je lui ai écrit une lettre chaque jour pendant six semaines, jusqu'à ce qu'il finisse par me dire : "Alors vas-y." Lui et mes collègues étaient persuadés que je rappellerais deux jours plus tard. Cette fois-ci, je suis restée cinq semaines. J'ai ensuite passé au total cinq ans à Sarajevo».

Elle croit que les photographies peuvent avoir le pouvoir de mettre fin aux guerres, et en Yougoslavie, elle comprend que ce n'est pas le cas. À Sarajevo, elle apprend rapidement à survivre dans des conditions extrêmes. La guerre fait rage contre les civils, et Anja est parmi eux. Munie de son appareil photo, elle s'immisce dans leur quotidien pour révéler la face sombre du conflit, où des vies sont fauchées sans explication. En 2001, elle photographie les ruines des tours jumelles détruites par les attentats terroristes du 11 septembre à New York. Elle se rend ensuite en Afghanistan, où elle séjourne trois mois pour assister à la chute du régime taliban. La même année, elle publie l'ouvrage Fotografien (Musée d'Art Moderne de Francfort). En 2002, elle s'installe à Genève comme photographe pour l'Associated Press, où elle travaille en Irak, en Afghanistan, dans la bande de Gaza, en Israël, au Koweït et en Turquie. En 2003, l'un de ses clichés devient l'image emblématique du massacre de Nassiriya. À Falloujah, en 2004, 60 % des soldats de l'unité qu'elle a photographié sont tués. « Si j'avais su ce que j'allais voir pendant ces deux semaines, je ne l'aurais pas fait », confie-t-elle. En 2005, elle remporte le prix Pulitzer pour son reportage photo sur la guerre d'Irak. À Kaboul, elle rencontre Kathy Gannon, correspondante en chef de l'Associated Press, une Canadienne de 60 ans, et les deux femmes deviennent inséparables. Le 23 octobre 2005, elle reçoit le prix du Courage en journalisme de la Fondation internationale des femmes dans les médias.

Outre ses reportages sur les conflits et les crises politiques à travers le monde, Anja couvre également de grands événements sportifs internationaux, dont neuf Jeux olympiques. De 2006 à 2007, elle enseigne le journalisme à Harvard. En 2007, elle reçoit une bourse Nieman, la plus ancienne bourse au monde décernée à des journalistes confirmés et prometteurs pour une année d'études dans la même université. Elle explore la culture, l'histoire, la religion et les questions de genre au Moyen-Orient et leur impact sur l'élaboration de la politique étrangère aux États-Unis et dans d'autres pays occidentaux, consciente que raconter une histoire, même à travers une caméra, exige des connaissances. En 2010, alors qu'elle marche dans une ruelle avec des soldats en Afghanistan, l'homme devant elle donne un coup de pied à une poule. Anja a filmé la scène, mais quelques secondes plus tard, un tir de mortier la touche : elle est grièvement blessée par des éclats d'obus.

Elle reçoit de nombreuses récompenses pour son travail, notamment le Pictures of the Year International, le Bop-Best of Photojournalism, le Clarion Award, le Atlanta Photojournalism Seminar et le Goldene Feder à Hambourg. En 2011, elle publie l'ouvrage *At War* (Hatje Cantz, Ostfildern) et reçoit le prix Abisag Tuellmann de reportage photographique. Ses photographies sont exposées au Musée d'Art Moderne de Francfort, à la Berlin Gallery, à Londres, à Houston, à Vienne, ainsi que dans des musées et galeries aux États-Unis, en Suisse et au Canada. Son histoire est racontée dans le biopic de Roman Kuhn, *Die Bilderkriegerin - Anja Niedringhaus*, dont la version anglaise s'intitule *Anja: Life on the Frontline*.

En 2014, elle retourne en Afghanistan pour couvrir les élections présidentielles. Le 4 avril, Anja et son amie et collègue Kathy Gannon font partie d'un convoi transportant des bulletins de vote sous la protection de l'armée nationale afghane et de la police locale. À un point de contrôle à la périphérie de la ville de Khost, alors que les deux journalistes attendent en voiture de se rendre au bureau du gouverneur du district de Tanai, un soldat s'approche et ouvre le feu en criant « Allah Akbar » (Dieu est grand). Kathy Gannon est blessée. Anja meurt à l'âge de 48 ans.

Le président de l'Association des journalistes, Gary Pruitt, a rendu hommage à Anja, la décrivant comme

«une femme pleine de vie, intrépide et courageuse, dotée d'un rire tonitruant que nous n'oublierons jamais. C'est un métier pour des personnes courageuses et passionnées, engagées à apporter au monde une information juste, précise et pertinente».


Traduzione spagnola

Elena Maria Cinquemani/em>

A mediados del siglo XIX se empieza a utilizar la fotografía para documentar los conflictos. La realidad transmitida será aquella captada por el ojo humano. Al descartar o poner en el punto de mira algunas imágenes, el fotógrafo o la fotógrafa ofrecerá su punto de vista, influyendo en la opinión pública. Anja Niedringhaus no amaba ser definida como fotógrafa de guerra; ella documentaba, de vez en cuando, la historia de un pueblo mirando en el corazón de las personas. Sus fotografías se encargan de contar quién era Anja, pero es necesario un apunte biográfico para aclarar la personalidad de esta mujer que, como dice quien la conoció,

«transmitía su entusiasmo y su buen humor incluso en las situaciones más difíciles. Siempre se ofrecía como voluntaria para las tareas más exigentes y tenazmente las llevaba a cabo, sin excepción. Creía profundamente en la importancia de ser testigo directo de los acontecimientos».

Para ella son importantes las historias de la gente común, ignoradas por la Gran Historia a pesar de ser las verdaderas protagonistas. Su ojo vigilante está siempre listo para capturar el momento capaz de transmitir al mundo la esencia de los hechos: este es el talento de Anja Niedringhaus. Una mirada nunca banal sobre vidas ignoradas, sobre quien se ve afectado por la guerra y mucho más; con ellos comparte la lucha y el valor, la imagen resultante revela siempre toda la humanidad tanto de quien fotografía como de quien es fotografiado. Los mismos soldados son representados como víctimas de la guerra. En las imágenes más trágicas es imposible no detectar su necesidad de gritar que la vida siempre encuentra un espacio, incluso donde es brutalizada e insultada.

Anja Niedringhaus nace el 12 de octubre de 1965 en Höxter, Alemania. En 1981, cuando todavía asiste aestudia en el instituto, comienza a trabajar como fotógrafa independiente para un periódico de su ciudad. Su primer encargo fue contar la jubilación de una empleada municipal a 30 kilómetros de distancia. A los 17 años todavía no tenía su licencia de conducir, pero cuando la secretaria le preguntó si sabía conducir, respondió que sí, cogió las llaves del coche de la empresa y se marchó. Mientras estudia en la universidad literatura alemana, filosofía y periodismo, en Gotinga, colabora con diversos periódicos y revistas. El punto de inflexión para su carrera llega en 1989 cuando, para el periódico alemán «Göttinger Tageblatt», toma unas fotografías de la caída del Muro de Berlín, que le darán un puesto en la Agencia Europea de Prensa y Fotografía en Fráncfort, para la que trabajará hasta 2001. Comienza con el Mundial de Fútbol de Italia en 1990.

Siendo aún muy inexperta, tras su propia insistencia, la envian a documentar la guerra de Yugoslavia en 1991. En una entrevista declara: “¿Una guerra en medio de Europa? ¿Qué hago yo aquí? Fui enseguida a ver a mi redactor jefe y le dije:

«Quiero ir’. Él pensó que estaba loca. ‘En fin, ¿qué experiencia tienes?’. No tenía ninguna, solo tenía 26 años. Pero le escribí una carta a máquina cada día durante seis semanas, hasta que al final dijo: ‘Pues, ve’. Él y mis colegas estaban seguros de que llamaría a los dos días para volver. Aquella vez me quedé cinco semanas. Después, pasé en total cinco años en Sarajevo».

Cree que las fotografías pueden tener el poder de poner fin a las guerras y en Yugoslavia se da cuenta de que no es así. En Sarajevo aprende pronto a sobrevivir en condiciones extremas. La guerra afecta a los civiles y Anja está allí entre la gente, entrando en sus vidas con su cámara para relatar el lado oscuro de los conflictos, allá donde se muere sin saber por qué. ​En 2001 fotografía los restos de las Torres Gemelas destruidas por los ataques terroristas del 11 de septiembre en Nueva York. Después vuela a Afganistán, donde se queda tres meses para dar testimonio de la caída del régimen talibán. El mismo año publica el libro Fotografien (Museo de Arte Moderno, Fráncfort). En 2002 se traslada a Ginebra como fotógrafa del personal para la Associated Press, para la cual trabaja en Irak, de nuevo en Afganistán, en la Franja de Gaza, en Israel, Kuwait y Turquía. En 2003, una de sus fotos se convierte en la foto-símbolo de la masacre de Nasiriya. En Faluya, en 2004, el 60% de los soldados de la unidad que había fotografiado fue asesinado. “Si hubiera sabido lo que vería en esas dos semanas, no lo habría hecho”, declaró. ​En 2005 gana el Premio Pulitzer como fotoperiodista en la guerra de Irak. En Kabul conoce a la corresponsal jefa de la Associated Press, Kathy Gannon, una canadiense de 60 años, y las dos se vuelven inseparables. El 23 de octubre de 2005 recibe el premio Courage in Journalism Award (Premio al Coraje en el Periodismo) de la International Women's Media Foundation (Fundación Internacional de Mujeres en los Medios).

Además de fotografiar conflictos y crisis políticas en todo el mundo, Anja también siguió los principales eventos deportivos mundiales, entre ellos nueve Juegos Olímpicos. De 2006 a 2007 enseña periodismo en Harvard. En 2007, recibe una beca del programa Nieman: la más antigua del mundo, otorgada a periodistas exitosos y prometedores para un año académico de estudio en esa misma universidad. Aborda la cultura, la historia, la religión y las cuestiones de género en Oriente Medio y su impacto en el desarrollo de la política exterior de Estados Unidos y otros países occidentales, consciente de que, para contar la historia, incluso a través de la cámara, es necesario conocerla. En 2010, caminaba por un callejón con unos soldados en Afganistán cuando el hombre delante de ella pateó un pollo. Anja lo inmortalizó , pero pocos segundos después se produjo un disparo de mortero en el que resultó gravemente herida por la metralla.

Recibe por su trabajo otros premios, entre ellos el Pictures of the Year International, el Bop-Best of Photojournalism, el Clarion Awards, The Atlanta Photojournalism Seminar y el Goldene Feder de Hamburgo. En 2011 publica el libro At War (Hatje Cantz, Ostfildern) y obtiene el premio Abisag Tüllmann de fotografía de reportaje en 2011. Sus fotos se exhiben en el Museo de Arte Moderno de Fráncfort, en la Galería de Berlín, en Londres, Houston, Viena, y en museos y galerías de Estados Unidos, Suiza y Canadá. Su historia se cuenta en la película biográfica de Roman Kuhn Die Bilderkriegerin - Anja Niedringhaus; la versión en inglés se titula Anja: Life on the Frontline.

En 2014 se encuentra una vez más en Afganistán para documentar las elecciones presidenciales. El 4 de abril, Anja y su amiga y colega Kathy Gannon están con un convoy encargado de la entrega de las papeletas electorales bajo la protección del ejército nacional afgano y de la policía local. En un puesto de control a las afueras de la ciudad de Khost, mientras las dos periodistas están en el coche esperando para visitar la oficina del gobernador del distrito de Tanai, se acerca un militar que dispara gritando “Allah u Akbar” (Dios es grande). Kathy Gannon resulta herida. Anja muere a la edad de 48 años.

​El presidente de la AP, Gary Pruitt, la recordó como una mujer

«ital, intrépida y valiente, con una risa ronca que nunca olvidaremos. Esta es una profesión para gente valiente y apasionada, comprometida con la misión de llevar al mundo información correcta, precisa e importante».

v


Traduzione inglese

Syd Stapleton/em>

Around the mid-19th century, photography began to be used to document conflicts. The reality conveyed was that captured by the human eye. By discarding or focusing on certain images, the photographer offered their point of view, influencing public opinion. Anja Niedringhaus did not like to be called a war photographer; she documented the history of a people by looking into their hearts. Anja's photographs speak for themselves, but a brief biography is necessary to clarify the personality of this woman who, as those who knew her say,

«conveyed her enthusiasm and good humor even in the most difficult situations. She always volunteered for the most demanding assignments and carried them out tenaciously, without exception. She believed wholeheartedly in the importance of being a direct witness to events».

She cared deeply about the stories of ordinary people who are ignored by history despite being its true protagonists. Her watchful eye was always ready to capture the moment that conveys the essence of events to the world: this is Anja Niedringhaus' talent. Her gaze is never banal on ignored lives, on those affected by war and beyond. She shares their struggle and courage, and the resulting image always reveals the humanity of both the photographer and the photographed. The soldiers themselves are portrayed as victims of war. In the most tragic images, it is impossible not to notice her need to shout that life always finds a space even where it is brutalized and offended.

Anja Niedringhaus was born on October 12, 1965, in Höxter, Germany. In 1981, while still in high school, she began working as a freelance photographer for a newspaper in her hometown. Her first assignment was to report on the retirement of a municipal employee 30 kilometers away. At 17, she did not yet have a driver's license, but when the secretary asked her if she could drive, she said yes, took the keys to the company car, and set off. While studying German literature, philosophy, and journalism at the University of Göttingen, she worked for various newspapers and magazines. The turning point in her career came in 1989 when she took photos of the fall of the Berlin Wall for the German newspaper Göttinger Tageblatt, which led to a job at the European Press and Photo Agency in Frankfurt, where she worked until 2001. She started with the World Cup in Italy in 1990.

Still very inexperienced, she insisted on being sent to document the war in Yugoslavia in 1991. In an interview, she said:

«A war in the middle of Europe? What am I doing here? I went straight to my editor and said, ‘I want to go.’ He thought I was crazy. ‘What experience do you have?’ I had none, I was only 26. But I wrote him a typed letter every day for six weeks, until he finally said, ‘Go ahead.’ He and my colleagues were sure I would call after two days to come back. That time I stayed for five weeks. Then I spent a total of five years in Sarajevo».

She believed that photographs had the power to end wars, but in Yugoslavia she realized that this is not the case. In Sarajevo, she quickly learned to survive in extreme conditions. War raged on civilians, and Anja was among them, entering their lives with her camera to document the dark side of war, where people die without knowing why. In 2001, she photographed the remains of the Twin Towers destroyed by the September 11 terrorist attacks in New York. She then flew to Afghanistan, where she stayed for three months to witness the fall of the Taliban regime. That same year, she published the book Fotografien (Museum of Modern Art, Frankfurt). In 2002, she moved to Geneva as a staff photographer for the Associated Press, for whom she worked in Iraq, Afghanistan again, the Gaza Strip, Israel, Kuwait, and Turkey. In 2003, one of her shots became the iconic photo of the Nassirya massacre. In Fallujah in 2004, 60% of the soldiers in the unit she photographed were killed. “If I had known what I was going to see in those two weeks, I wouldn't have done it,” she said. In 2005, she won the Pulitzer Prize for photojournalism in the Iraq War. In Kabul, she met the Associated Press's chief correspondent, Kathy Gannon, a 60-year-old Canadian, and the two became inseparable. On October 23, 2005, she received the Courage in Journalism Award from the International Women's Media Foundation.

In addition to photographing conflicts and political crises around the world, Anja has also covered major world sporting events, including nine Olympic Games. From 2006 to 2007, she taught journalism at Harvard. In 2007, she received a Nieman Fellowship, the world's oldest fellowship for established and promising journalists, for an academic year of study at Harvard University. She addresses culture, history, religion, and gender issues in the Middle East and their impact on the development of foreign policy in the United States and other Western countries, aware that in order to tell the story through the camera, one must first know it. In 2010, she was walking down an alley with soldiers in Afghanistan when the man in front of her kicked a chicken. Anja captured the moment, but seconds later a mortar shell hit, and she was seriously injured by shrapnel.

She has received other awards for her work, including the Pictures of the Year International, the Bop-Best of Photojournalism, the Clarion Awards, The Atlanta Photojournalism Seminar, and the Goldene Feder in Hamburg. In 2011, she published the book At War (Hatje Cantz, Ostfildern) and won the Abisag Tuellmann Award for reportage photography in 2011. Her photographs are exhibited at the Museum of Modern Art in Frankfurt, the Berlin Gallery, in London, Houston, Vienna, and in museums and galleries in the United States, Switzerland, and Canada. Her story is told in Roman Kuhn's biographical film Die Bilderkriegerin - Anja Niedringhaus, the English version is titled Anja: Life on the Frontline.

In 2014, she was once again in Afghanistan to document the presidential elections. On April 4, Anja and her friend and colleague Kathy Gannon were with a convoy delivering ballot boxes under the protection of the Afghan National Army and local police. At a checkpoint on the outskirts of the city of Khost, while the two journalists were in their car waiting to visit the office of the governor of the district of Tanai, a soldier approached and fired shots while shouting “Allah u Akbar” (God is great). Kathy Gannon was wounded. Anja died at the age of 48.

AP President Gary Pruitt remembered her as

«lively, fearless, and intrepid, with a raucous laugh we will never forget. This is a profession for brave and passionate people, committed to the mission of bringing accurate, important information to the world».

 

Lee Miller
Loretta Junck

Tullia Ciancio

 

È una delle pochissime donne che osarono sfidare convenzioni consolidate agendo come reporter di guerra durante il secondo conflitto mondiale. Oltre a Elizabeth Miller se ne contano infatti solo altre due, come lei americane, Margaret Bourke White e Martha Gellhorn, che era moglie di Hemingway, ma il suo rapporto con lo scrittore fu per lei tutt’altro che un vantaggio nel lavoro. Diversamente da quest’ultima, Miller non era nata come giornalista, ma come fotografa. Fu la guerra a condurla alla scrittura e vi giunse dopo una serie di diverse esperienze di vita e di lavoro, tutte ugualmente intense e fortunate, di cui però si stancava presto abbandonandole ogni volta per volgersi verso nuovi orizzonti, spinta da un’inquietudine che non la lasciò mai. Il giornalismo non fece eccezione e come altre passioni la coinvolse profondamente, ma solo in una fase della sua vita.

Elizabeth nasce nel 1907 a Poughkeepsie, una cittadina della provincia americana sulle sponde del fiume Hudson, da una buona famiglia borghese. A soli sette anni subisce uno stupro da parte di un insospettabile amico di famiglia, episodio che ha avuto probabilmente un peso non indifferente nella sua storia.

Raggiunta l’adolescenza, la ragazza sente di avere interesse per le arti; ancora non ha individuato la sua strada, ma è sicuro che a Poughkeepsie si sente stretta e con il consenso dei genitori si trasferisce a New York. Qui un incontro del tutto fortuito con Condé Nast, guru dell’editoria americana, le spiana la strada per diventare una stella di prima grandezza nel firmamento di Vogue, la rivista che detta legge nel campo della moda. Elizabeth ha 19 anni ed è bellissima. Bionda, occhi celesti, elegante, è una tipica “maschietta” dell’età del jazz, il prototipo femminile del nuovo stile americano. Anche psicologicamente assomiglia alle eroine dei romanzi di Francis Scott Fitzgerald, permeate dall’ansia di emancipazione che scuote il mondo femminile all’indomani del primo conflitto mondiale. In breve tempo Milller diventa la modella più richiesta e meglio pagata di New York, è invitata ai party esclusivi di Condé Nast e frequenta lo studio della stravagante illustratrice Neysa McMein, dove si riuniscono le teste pensanti della città, come Charley Chaplin, Irving Berlin, Doroty Parker e i loro amici dell’Algonquin Round Table. È proprio Neysa a inventare per lei il nomignolo di “Lee”, che da allora sostituirà il suo nome.

Miller posa per Vogue appartamento di Condè Nast, 1928.

Ma presto Lee si stanca di essere fotografata, vuole trovarsi dall’altra parte dell’obiettivo. È il 1929 quando parte per Parigi – vi era già stata qualche anno prima e la città l’aveva entusiasmata – con il preciso scopo di diventare l’assistente di Man Ray, il mago della fotografia d’arte. Al fianco del famoso pittore e fotografo, personaggio di primo piano nell’ambiente artistico surrealista, di cui diventa presto l’ispiratrice e amante, Lee si impadronisce delle tecniche fotografiche, ne inventa di nuove e si inserisce in una cerchia di persone intellettualmente stimolanti: conosce artisti prestigiosi e appare anche nel film sperimentale di Jean Cocteau Le sang d’un poète. Sembrerebbe quasi scontato per la giovane fotografa il ruolo di musa riconosciuta di Ray, mostro sacro con quasi vent’anni più di lei, ma Lee è ben decisa a non ricoprire un ruolo subordinato rispetto all’uomo che ama. Affitta un piccolo studio, non lontano da quello di lui – è “la stanza tutta per sé” di cui ha bisogno – e inizia a firmare i primi servizi fotografici per Vogue e altre riviste di moda e anche a pubblicizzare profumi: non va troppo per il sottile, è una ragazza pratica e vuole potersi pagare l’affitto. Ray è possessivo, ma lei, pur apprezzandolo e volendogli bene, non ha nessuna intenzione di rinunciare alla propria libertà, così mette fine al rapporto e parte per New York, dove apre uno studio insieme al fratello Erik insegnandogli tutti i trucchi del mestiere. Ormai famosa in città, le sue foto artistiche sono richieste da tutti i personaggi del bel mondo e guadagna quello che vuole.

La stabilità però non è il suo forte: la routine l’annoia e di punto in bianco, fra lo sconcerto generale, abbandona tutto quello che ha costruito per sposare Aziz Eloui Bey, un affascinante miliardario egiziano raffinato e intelligente che ha conosciuto a Parigi. Con lui, che è un alto funzionario del governo egiziano, Lee parte per Il Cairo. Come era immaginabile, non si trova bene nell’ambiente dell’alta società egiziana e reagisce con quelli che ufficialmente sono lunghi viaggi, ma in realtà sono fughe. A Parigi incontra a una festa Roland Penrose, un gentiluomo inglese di raffinata cultura appassionato di arte d’avanguardia. È un colpo di fulmine: i due diventano inseparabili e passano insieme l’estate del 1937, tra la Cornovaglia e il Sud della Francia, mentre iniziano a soffiare i primi venti di guerra. Le foto di quel periodo testimoniano il clima di libertà e di complicità esistente nel gruppo di amici di Roland, di cui facevano parte Max Ernst e Leonora Carrington, Picasso e Dora Maar, Paul Eluard e Nusch, Man Ray e la sua nuova musa Ady.

Lee Miller e Pablo Picasso.

Dopo tre mesi d’incanto, Lee torna ancora una volta al Cairo, ma l’esperienza vissuta le permette di misurare tutta la distanza che la separa dall’ambiente in cui vive. Seguiranno altre fughe, finché nel ’39 Lee lascia definitivamente l’Egitto. È il primo di settembre quando insieme a Roland riesce a stento a salire sull’ultima nave che parte da Saint Malo per l’Inghilterra. La guerra è scoppiata.

Lee sceglie di rimanere a Londra accanto a Roland, che si arruola nell’esercito come consulente, mentre lei si presenta a Audry Withers, direttrice di British Vogue e in poco tempo diventa una colonna della rivista. Con l’invasione e la capitolazione della Francia, l’Inghilterra resta da sola contro le forze tedesche e sarà soltanto dopo l’attacco di Pearl Harbor che il governo statunitense deciderà di intervenire nella guerra. Lee documenta con i suoi scatti il durissimo attacco aereo contro il Paese che la ospita e le foto sono così potenti che vengono raccolte in un libro (Grim Glory Pictures of Britain Under Fire) con l’introduzione di Ed Murrow, inviato statunitense a Londra, quotidianamente collegato via radio con gli Usa per informare il popolo americano sul conflitto in Europa. Lee, che ne apprezza lo stile secco e senza fronzoli, pubblica su Vogue un servizio su di lui e per la prima volta lo accompagna con un proprio testo. Un’impresa che le costa molto: è abituata a maneggiare le immagini e la scrittura non le viene facile. Eppure, il suo stile franco e spontaneo, talvolta ironico come la sua conversazione, è coinvolgente e lontano com’è da ogni retorica. I resoconti di moda le appaiono sempre più incongrui nel momento drammatico che sta vivendo e invece dei salotti eleganti preferisce frequentare i locali come il bar dell’hotel Savoy, dove incontra fotoreporter e corrispondenti di guerra statunitensi. Diventa amica di Margaret Bourke-White, mandata da Life e conosce Robert Capa, già famosissimo per lo scatto del miliziano colpito nella guerra di Spagna, una foto che ha fatto il giro del mondo. Ma la sua attenzione si concentra sul giovane David Scherman, promettente fotoreporter inviato di Life. Con lui Lee inizia una relazione sentimentale che, fondata sulla comune passione per il loro lavoro, non mette in crisi il suo rapporto, singolarmente libero, con Roland Penrose. Con Dave dividerà molti momenti del nuovo capitolo che si apre nella sua vita: il 30 dicembre 1942 infatti ottiene il tesserino di corrispondente di guerra per Vogue e un mese dopo lo sbarco in Normandia parte per la Francia per documentare l’assedio, ancora in corso, di Saint Malo.

Lee Miller seconda dalla destra con altre giornaliste di guerra 1943.

I suoi pezzi sono diretti, a volte feroci, perché feroce è la realtà sotto i suoi occhi. La guerra è orribile, lei non sa nasconderlo né lo vuole. Caduta finalmente la cittadella, Lee si dirige (in autostop, non c’è altro modo) a Parigi che è stata appena liberata. La città è ancora piena di cecchini che sparano dall’alto delle case, ma questo non frena la gioia dei parigini, né impedisce la sfilata degli uomini e delle donne della Resistenza sugli Champs-Élisées, insieme all’esercito di De Gaulle. All’hotel Scribe, dove ha occupato una stanza, riabbraccia Dave Scherman e poi va a trovare Picasso, che durante tutto il periodo dell’occupazione ha voluto rimanere in città. Assiste anche alla gogna a cui sono sottoposte le donne che hanno collaborato con i nemici e pensa che hanno quello che meritano. Però la guerra in Francia è finita e l’inviata di Vogue dovrebbe occuparsi della nuova moda della stagione autunno-inverno 1944. Ci prova, volonterosa, con qualche pezzo di colore, ma poi scongiura la direttrice di farla ritornare in azione: non riesce più a occuparsi di frivolezze. Audry, che l’apprezza, si dice d’accordo.

La nuova meta è la Germania. Nonostante le proteste di Roland, che vorrebbe riaverla a Londra, Lee parte con Scherman, che ha acquistato una Chevrolet di seconda mano, e attraversa il Paese fra le macerie dei bombardamenti e il pericolo costituito da una situazione ancora fluida, con l’auto carica di rullini e di taniche di benzina. A Lipsia fotografa il borgomastro nazista che si è appena suicidato insieme all’intera famiglia, a Torgau assiste all’incontro storico tra l’esercito statunitense e quello sovietico, poi arriva nei campi di concentramento appena aperti dalle truppe americane ed è l’orrore puro. Lee, sotto shock, ritrae scene terribili con la sua Rolleiflex e spedisce alla rivista articoli toccanti. Arrivata a Monaco, scopre che l’appartamento assegnatole era la casa privata di Hitler e si libera del fango di Dachau immergendosi nella vasca del Führer, che poche ore prima (ma la notizia ancora non è stata diffusa) si è suicidato nel bunker di Berlino insieme a Eva Brown. Gli scatti di Dave la immortalano in questa operazione, ma nessun lavacro è in grado di ripulirle l’anima che rimarrà traumatizzata per sempre da ciò che ha visto.

Lee Miller e David E. Scherman, Lee Miller nella vasca di Hitler Monaco di Baviera Germania 1945 Lee Miller in Germania, 1945

Scherman deve tornare a New York, richiamato da Life, ma lei non riesce né a seguirlo, né a tornare a Londra. Va avanti, da sola e arriva a Vienna dove la popolazione è priva di tutto rimanendo sconvolta da ciò che si offre al suo sguardo nell’ospedale per gli orfani. Mai più potrà sopportare la vista del blu che le ricorda il colore cianotico di un bambino condannato a morire dalla mancanza di medicinali. A Budapest ammira la forza di volontà delle donne ungheresi, cui la guerra ha fornito un’occasione di emancipazione, ma sente che Stalin non accetterà di recedere dalle terre che ha liberato e il destino dell’Ungheria è ormai segnato. Quando, stremata, arriva a Bucarest, riceve da Roland una lettera che è un ultimatum, ma ancora non sa decidersi. A sbloccare la situazione sarà David Sherman, l’amico generoso, che le manda un telegramma. «Torna a casa» c’è scritto. E lei gli dà retta: torna a Londra.

Sposerà Roland Penrose quando si accorgerà di attendere un figlio da lui e dopo aver ottenuto il divorzio da Aziz Bey, che ufficialmente è ancora suo marito. Un’altra passione divorante, quella per la cucina, seguirà la stagione conclusa del giornalismo, ma Lee Miller non riuscirà a uscire mai del tutto dalla depressione provocata dalle scene terribili di Dachau e Buchenwald, e forse anche dal consumo abituale di benzedrina. Per questo nasconderà ogni traccia, ogni documento di quel passato e non ne parlerà mai.

La sua storia è stata resa nota dal figlio Antony, dopo aver trovato – nella soffitta di Farley Farm, la casa di campagna dove i suoi genitori avevano abitato insieme per quasi trent’anni e Lee era morta nel 1976 – una gran quantità di fotografie, diari, lettere e bozze di articoli di cui non sospettava l’esistenza. Un tesoro che gli ha rivelato finalmente chi fosse sua madre, con la quale non aveva avuto un rapporto facile, e ha permesso a lui di riconciliarsi con la sua immagine, a tutte e tutti noi di scoprire un’eccezionale figura di donna.


Traduzione francese

Michela Rocchi

Elizabeth Miller est l’une des très rares femmes à avoir osé défier les conventions établies en exerçant le métier de reporter de guerre pendant la Seconde Guerre mondiale. Outre elle, on n’en compte en effet que deux autres, elles aussi américaines : Margaret Bourke-White et Martha Gellhorn, qui était l’épouse d’Hemingway, mais dont la relation avec l’écrivain fut loin de constituer un avantage dans son travail. Contrairement à cette dernière, Miller n’était pas journaliste de formation, mais photographe. C’est la guerre qui la conduisit à l’écriture, après une série d’expériences de vie et de travail différentes, toutes aussi intenses et heureuses, dont elle se lassait pourtant très vite, les abandonnant chaque fois pour se tourner vers de nouveaux horizons, poussée par une inquiétude qui ne la quitta jamais. Le journalisme ne fit pas exception : comme d’autres passions, il la captiva profondément, mais seulement durant une phase de sa vie.

Elizabeth naît en 1907 à Poughkeepsie, une petite ville de la province américaine située sur les rives de l’Hudson, dans une bonne famille bourgeoise. À seulement sept ans, elle est victime d’un viol commis par un insoupçonnable ami de la famille, un épisode qui eut probablement un poids considérable dans son histoire.

À l’adolescence, la jeune fille découvre son intérêt pour les arts. Elle n’a pas encore trouvé sa voie, mais une chose est certaine : à Poughkeepsie, elle se sent à l’étroit. Avec l’accord de ses parents, elle s’installe donc à New York. Là, une rencontre tout à fait fortuite avec Condé Nast, gourou de l’édition américaine, lui ouvre la voie pour devenir une étoile du firmament de Vogue, le magazine qui fait alors autorité dans le monde de la mode. Elizabeth a dix-neuf ans et elle est très belle. Blonde, les yeux bleus, élégante, elle incarne la « garçonne » typique de l’âge du jazz, le prototype féminin du nouveau style américain. Sur le plan psychologique aussi, elle ressemble aux héroïnes des romans de Francis Scott Fitzgerald, imprégnées de cette soif d’émancipation qui secoue le monde féminin au lendemain de la Première Guerre mondiale. En peu de temps, Miller devient le mannequin le plus demandé et le mieux payé de New York. Elle est invitée aux soirées exclusives de Condé Nast et fréquente l’atelier de l’illustratrice fantasque Neysa McMein, où se réunissent les esprits les plus brillants de la ville : Charlie Chaplin, Irving Berlin, Dorothy Parker et leurs amis de l’Algonquin Round Table. C’est précisément Neysa qui lui invente le surnom de « Lee », qui remplacera désormais son prénom.

Miller pose pour Vogue dans l’appartement de Condé Nast, 1928.

Mais bientôt Lee se lasse d’être photographiée : elle veut passer de l’autre côté de l’objectif. En 1929, elle part pour Paris (elle y était déjà venue quelques années plus tôt et la ville l’avait enthousiasmée) avec l’objectif précis de devenir l’assistante de Man Ray, le magicien de la photographie d’art. Aux côtés du célèbre peintre et photographe, figure majeure du milieu artistique surréaliste, dont elle devient bientôt la muse et l’amante, Lee s’approprie des techniques photographiques, en invente de nouvelles et s’insère dans un milieu intellectuellement stimulant : elle rencontre des artistes prestigieux et apparaît même dans le film expérimental de Jean Cocteau Le Sang d’un poète. Pour la jeune photographe, il aurait presque été naturel de devenir la muse officielle de Ray, monstre sacré de près de vingt ans son aîné. Mais Lee est bien décidée à ne pas occuper un rôle subalterne auprès de l’homme qu’elle aime. Elle loue un petit studio non loin du sien — « une chambre à soi » dont elle a besoin — et commence à signer ses premiers reportages photographiques pour Vogue et d’autres magazines de mode, tout en réalisant des campagnes publicitaires pour des parfums. Elle ne tergiverse pas : c’est une jeune femme pragmatique et elle veut pouvoir payer son loyer. Ray est possessif, mais elle, tout en l’appréciant et en l’aimant, n’a aucune intention de renoncer à sa liberté. Elle met donc fin à leur relation et part pour New York, où elle ouvre un studio avec son frère Erik, auquel elle enseigne tous les secrets du métier. Désormais célèbre dans la ville, ses photographies artistiques sont recherchées par toute la haute société et elle gagne autant qu’elle le souhaite.

La stabilité, toutefois, n’est pas son fort. La routine l’ennuie et, soudainement, à la stupéfaction générale, elle abandonne tout ce qu’elle a construit pour épouser Aziz Eloui Bey, un séduisant milliardaire égyptien, raffiné et intelligent, qu’elle a rencontré à Paris. Avec lui, haut fonctionnaire du gouvernement égyptien, Lee part pour Le Caire. Comme on pouvait s’y attendre, elle ne se sent pas à l’aise dans le milieu de la haute société égyptienne et part officiellement pour de longs voyages qui ne sont en réalité que des escapades. À Paris, lors d’une soirée, elle rencontre Roland Penrose, un gentleman anglais à la culture raffinée et passionné d’art d’avant-garde. C’est un coup de foudre. Les deux deviennent inséparables et passent ensemble l’été 1937 entre les Cornouailles et le sud de la France, tandis que les premiers vents de la guerre commencent à souffler. Les photographies de cette période témoignent du climat de liberté et de complicité qui règne au sein du groupe d’amis de Roland : Max Ernst et Leonora Carrington, Picasso et Dora Maar, Paul Éluard et Nusch, Man Ray et sa nouvelle muse Ady.

Lee Miller avec Pablo Picasso.

Après trois mois enchantés, Lee retourne une fois de plus au Caire. Mais l’expérience qu’elle vient de vivre lui fait mesurer toute la distance qui la sépare du milieu dans lequel elle vit. D’autres fuites suivront, jusqu’à ce qu’en 1939 Lee quitte définitivement l’Égypte. Le 1er septembre, avec Roland, elle parvient tout juste à embarquer sur le dernier navire quittant Saint-Malo pour l’Angleterre. La guerre a éclaté.

Lee choisit de rester à Londres aux côtés de Roland, qui s’engage dans l’armée comme conseiller, tandis qu’elle se présente à Audrey Withers, directrice de British Vogue, et devient rapidement l’une des collaboratrices essentielles du magazine. Lorsque la France est envahie puis capitule, l’Angleterre se retrouve seule face aux forces allemandes ; ce n’est qu’après l’attaque de Pearl Harbor que le gouvernement américain décide d’entrer en guerre. Lee documente par ses clichés les terribles bombardements aériens contre le pays qui l’accueille. Ses photographies sont si puissantes qu’elles sont réunies dans un livre (Grim Glory: Pictures of Britain Under Fire), avec une introduction d’Ed Murrow, correspondant américain à Londres, qui informe chaque jour par radio le public américain du conflit européen. Lee, qui apprécie son style sec et dépouillé, lui consacre un reportage dans Vogue et, pour la première fois, l’accompagne d’un texte de sa propre plume. C’est pour elle une entreprise difficile : habituée à manier les images, elle ne trouve pas l’écriture facile. Pourtant, son style franc et spontané, parfois ironique comme sa conversation, est captivant et dépourvu de toute rhétorique. Les reportages de mode lui paraissent de plus en plus incongrus dans cette période dramatique. Au lieu des salons élégants, elle préfère fréquenter des lieux comme le bar de l’hôtel Savoy, où elle rencontre des photojournalistes et des correspondants de guerre américains. Elle devient amie avec Margaret Bourke-White, envoyée par Life, et rencontre Robert Capa, déjà célèbre pour le cliché du milicien frappé pendant la guerre d’Espagne, une photographie qui a fait le tour du monde. Mais son attention se porte surtout sur le jeune David Scherman, prometteur photoreporter de Life. Avec lui, Lee entame une relation sentimentale qui, fondée sur leur passion commune pour le travail, ne remet pas en cause sa relation singulièrement libre avec Roland Penrose. Avec Dave, elle partagera de nombreux moments du nouveau chapitre qui s’ouvre dans sa vie : le 30 décembre 1942, elle obtient en effet la carte de correspondante de guerre pour Vogue et, un mois après le débarquement en Normandie, elle part pour la France afin de documenter le siège encore en cours de Saint-Malo.

Lee Miller, deuxième en partant de la droite, avec d’autres correspondantes de guerre, 1943.

Ses articles sont directs, parfois féroces, tout comme la réalité qui est sous ses yeux. La guerre est horrible : elle ne sait ni ne veut le cacher. Une fois la citadelle tombée, Lee se rend (en auto-stop, faute d’autre moyen) à Paris, tout juste libérée. La ville est encore pleine de tireurs embusqués qui tirent depuis les toits, mais cela n’entrave ni la joie des Parisiens ni le défilé des hommes et des femmes de la Résistance sur les Champs-Élysées aux côtés de l’armée de De Gaulle. À l’hôtel Scribe, où elle a pris une chambre, elle retrouve Dave Scherman, puis va rendre visite à Picasso, qui a choisi de rester en ville durant toute l’occupation. Elle assiste aussi à la mise au pilori des femmes accusées d’avoir collaboré avec l’ennemi et pense qu’elles ont ce qu’elles méritent. Mais la guerre en France est terminée et l’envoyée de Vogue devrait désormais s’occuper de la nouvelle mode de la saison automne-hiver 1944. Elle essaie, de bonne volonté, d’écrire quelques articles plus légers, mais finit par supplier la directrice de la renvoyer sur le terrain : elle n’arrive plus à s’occuper de frivolités. Audrey, qui l’apprécie, accepte.

La nouvelle destination est l’Allemagne. Malgré les protestations de Roland, qui voudrait la voir revenir à Londres, Lee part avec Scherman, qui a acheté une Chevrolet d’occasion, et traverse le pays au milieu des ruines des bombardements et d’une situation encore instable, la voiture chargée de pellicules et de bidons d’essence. À Leipzig, elle photographie le bourgmestre nazi qui vient de se suicider avec toute sa famille ; à Torgau, elle assiste à la rencontre historique entre les armées américaine et soviétique ; puis elle arrive dans les camps de concentration à peine libérés par les troupes américaines : l’horreur à l’état pur. Sous le choc, Lee photographie des scènes terribles avec son Rolleiflex et envoie au magazine des articles bouleversants. Arrivée à Munich, elle découvre que l’appartement qui lui a été attribué est l’ancienne résidence privée d’Hitler et se débarrasse de la boue de Dachau en se plongeant dans la baignoire du Führer, qui, quelques heures plus tôt (mais la nouvelle n’a pas encore été rendue publique), s’est suicidé dans son bunker berlinois avec Eva Braun. Les photographies de Dave l’immortalisent dans ce geste, mais aucun bain ne pourra laver son âme, qui restera à jamais marquée par ce qu’elle a vu.

Lee Miller et David E. Scherman : Lee Miller dans la baignoire d’Hitler, Munich (Allemagne), 1945 Lee Miller en Allemagne, 1945

Scherman doit retourner à New York, rappelé par Life, mais Lee ne peut ni le suivre ni rentrer à Londres. Elle continue seule et arrive à Vienne, où la population manque de tout ; elle est bouleversée par ce qu’elle voit dans un hôpital pour orphelins. Elle ne supportera jamais plus la vue du bleu, qui lui rappelle la couleur cyanotique d’un enfant condamné à mourir faute de médicaments. À Budapest, elle admire la force des femmes hongroises, à qui la guerre a offert une occasion d’émancipation, mais elle comprend que Staline n’acceptera pas de renoncer aux territoires qu’il a libérés : le destin de la Hongrie est désormais scellé. Lorsqu’elle arrive, épuisée, à Bucarest, elle reçoit de Roland une lettre qui sonne comme un ultimatum, mais elle ne parvient toujours pas à se décider. C’est David Scherman, l’ami généreux, qui débloque la situation en lui envoyant un télégramme : « Rentre à la maison. » Elle lui obéit et retourne à Londres.

Elle épousera Roland Penrose lorsqu’elle découvrira qu’elle attend un enfant de lui, après avoir obtenu le divorce d’Aziz Bey, qui est officiellement encore son mari. Une autre passion dévorante, celle de la cuisine, succédera à la période du journalisme. Mais Lee Miller ne parviendra jamais à se libérer complètement de la dépression provoquée par les scènes terribles de Dachau et de Buchenwald, peut-être aussi par l’usage régulier de benzédrine. C’est pour cela qu’elle cachera toute trace, tout document de ce passé et n’en parlera jamais.

Son histoire a été révélée par son fils Antony, qui découvrit dans le grenier de Farley Farm (la maison de campagne où ses parents avaient vécu ensemble pendant près de trente ans et où Lee mourut en 1976) une grande quantité de photographies, de journaux, de lettres et d’ébauches d’articles dont il ignorait l’existence. Un trésor qui lui révéla enfin qui était sa mère, avec laquelle il n’avait pas eu une relation facile, et qui lui permit de se réconcilier avec son image, tout en offrant à chacun de nous la possibilité de découvrir une figure de femme exceptionnelle.


Traduzione spagnola

Francesca Cannata

Es una de las pocas mujeres que osaron desafiar convenciones consolidadas actuando como reportera de guerra durante el segundo conflicto mundial. Además de Elizabeth Miller hubo solo otras dos, también estadounidenses, Margaret Bourke White y Martha Gellhorn, la esposa de Hemingway, pero su relación con el escritor fue para ella todo lo contrario de una ventaja en el trabajo. A diferencia de este última, Miller no nació como periodista, sino como fotógrafa. Fue la guerra lo que la llevó a la escritura y llegó allí después de una serie de distintas experiencias vitales y profesionales, todas igualmente intensas y afortunadas, pero de las que pronto se aburria abandonándolas cada vez para volverse hacia nuevos horizontes, impulsada por una inquietud que nunca la dejó. El periodismo no representó una excepción y, como las otras pasiones, le interesó profundamente, pero solo en una fase de su vida.

Elizabeth nació en el 1907 en Poughkeepsie, una pequeña ciudad de la provincia estadounidense a orillas del río Hudson, en una buena familia burguesa. A la edad de siete años la violó un insospechable amigo de familia, episodio que tuvo probablemente un peso relevante en su historia.

Con la llegada de la adolescencia, la joven reconoce un interés por las artes; todavía no ha encontrado su camino, pero está segura de que en Poughkeepsie se siente oprimida y con el consenso de sus padres se traslada a Nueva York. Aquí un encuentro totalmente casual con Condé Nast, gurú de la industria editorial estadounidense, le allana el camino para llegar a ser una estrella de primera magnitud en el estrellato de «Vogue», la revista que lleva la voz cantante en el campo de la moda. Elizabeth tiene 19 años y es guapísima. Rubia, ojos azules, elegante, es una típica flapper de la edad del jazz, el prototipo femenino del nuevo estilo americano. También psicológicamente se parece a las heroínas de las novelas de Francis Scott Fitzgerald, impregnada por la ansiedad de la emancipación que sacude el mundo femenino el día siguiente del primer conflicto mundial. En poco tiempo Miller se convierte en la modela más requerida y mejor pagada de Nueva York, invitada a las fiestas exclusivas de Condé Nast y frecuenta el estudio de la extravagante ilustradora Neysa McMein, donde se reúnen los intelectuales de la ciudad, como Charlie Chaplin, Irving Berlin, Doroty Parker y sus amigos de Algonquin Round Table. Fue precisamente Neysa quien inventó para ella el apodo de “Lee”, que desde aquel momento sustituirá su nombre.

Miller posa para Vogue en el apartamento de Condé Nast, 1928.

Muy pronto Lee se cansa de ser fotografiada, quiere estar en la otra parte del objetivo. En 1929 sale hacia París –había estado allí algunos años antes y la ciudad la había entusiasmado– con el preciso objetivo de llegar a ser la asistente de Man Ray, el mago de la fotografía del arte. Al lado del famoso pintor y fotógrafo, personaje destacado en el ambiente artístico surrealista, de quien pronto se convierte en inspiradora y amante, Lee se apodera de las técnicas fotográficas, se inventa nuevas y se introduce en un círculo de personas intelectualmente estimulantes: conoce artistas prestigiosos y aparece también en la película experimental de Jean Cocteau Le sang d’un poète. Parecía casi descontada para la joven fotógrafa la función de musa reconocida de Ray, genio con casi veinte años más que ella, pero Lee está bien determinada a no ocupar una función subordinada con respecto al hombre que ama. Alquila un pequeño despacho, no lejos del suyo –es su “habitación propia”, la que necesita– y empieza a firmar los primeros servicios fotográficos para «Vogue» y otras revistas de moda y también hacer publicidad para perfumes: ella no se va con sutilezas, es una chica práctica y quiere poderse pagar el alquiler. Ray es posesivo, pero ella, a pesar de que lo aprecia y lo quiere, no tiene ninguna intención de renunciar a su propria libertad, así acaba con su relación y parte para Nueva York, donde abre un estudio junto a su hermano Erik y le enseñán todos los trucos del oficio. Ya famosa en la ciudad, sus fotos artísticas son requeridas por todos los personajes de la alta sociedad del mundo y gana lo que quiere.

Pero la estabilidad no es su punto fuerte: la rutina la aburre y de buenas a primeras, en el desconcierto general, abandona todo lo que había construido para casarse con Aziz Eloui Bey, un fascinante millonario egipcio refinado e inteligente que había conocido a París. Con él, que es un alto funcionario del gobierno egipcio, Lee sale hacia El Cairo. Como era comprensible, no se encontró bien en el ambiente de la alta sociedad egipcia y reacciona con aquellos que oficialmente son largos viajes, pero en realidad son fugas. En París encuentra en una fiesta a Roland Penrose, un señor inglés de refinada cultura apasionado de arte de vanguardia. Es amor a primera vista: los dos son inseparables y pasan juntos el verano de 1937, entre Cornualles y el sur de Francia, mientras empiezan a soplar los primeros vientos de guerra. Las fotos de aquel periodo testimonian el clima de libertad y de complicidad existente en el grupo de amigos de Roland, de los que formaban parte Max Ernst y Leonora Carrington, Picasso y Dora Maar, Paul Eluard y Nusch, Man Ray y su nueva musa Ady.

Lee Miller avec Pablo Picasso.

Después de tres años maravillosos, Lee vuelve una vez más a El Cairo, pero la experiencia vivida le permite medir toda la distancia que la aparta del ambiente en el que vive. Seguirán otras fugas, hasta que en 1939 Lee abandona definitivamente Egipto. Es el primero de septiembre cuando, junto a Roland, logra subir a duras penas al último barco que sale de Saint Malo hacia Inglaterra. La guerra eha estallado.

Lee decide quedarse en Londres al lado de Roland, que se enrola en el ejercito como asesor, mientras que ella se presenta a Audry Withers, directora de «British Vogue» y en poco tiempo se convierte en un pilar de la revista. Con la invasión y la capitulación de Francia, Inglaterra se queda sola contra las fuerzas alemanas; solamente después del ataque de Pearl Harbor el gobierno estadounidense decidirá intervenir en la guerra. Lee documenta con sus fotos el durísimo ataque aéreo contra el país que la acoge y las fotos son tan poderosas que fueron recogidas en un volumen (Grim Glory Pictures of Britain Under Fire), con la introducción de Ed Murrow, enviado estadounidense en Londres, cotidianamente conectado vía radio con los Estados Unidos para informar al pueblo americano sobre el conflicto en Europa. Lee, que aprecia su estilo seco y escueto, publica en «Vogue» un reportaje sobre él y por la primera vez lo combina con un texto proprio. Una empresa que le cuesta mucho: está acostumbrada a manejar las imágenes y la escritura no le resulta fácil. Sin embargo, su estilo sincero y espontáneo, tal vez irónico como su conversación, es cautivante y lejano de toda retórica. Los textos sobre la moda le parecen cada vez más incongruentes en el momento dramático que está viviendo y en lugar de salones elegantes prefiere frecuentar locales como el bar del hotel Savoy, donde encuentra a reporteros y correspondientes de guerra estadounidenses. Es amiga de Margaret Bourke-White, enviada de «Life» y conoce a Robert Capa, ya famosísimo por la foto del miliciano muerto en la guerra de España, una foto que dio la vuelta al mundo. Pero su atención se centra en el joven David Sherman, reportero prometedor enviado de «Life». Con él Lee empieza una relación sentimental que, basada en la pasión común por su trabajo, no pone en crisis su relación, singularmente libre, con Roland Penrose. Junto a Dave compartirá muchos momentos del nuevo capítulo que se abre en su vida: de hecho el 30 de diciembre de 1942 obtiene el carnet de correspondiente de guerra para «Vogue» y un mes después del desembarco en Normandía sale hacia Francia para documentar el sitio, todavía en curso, de Saint Malo.

Lee Miller, segunda desde la derecha, con otras corresponsales de guerra, 1943.

Sus obras son directas, a veces feroces, porque es feroz la realidad bajo sus ojos. La guerra es horrible, ella no puede esconderlo ni quiere hacerlo. Derrocada por fin la ciudadela, Lee se va (en autostop, no hay otra manera) a París que acaba de ser liberada. La ciudad sigue estando llena de francotiradores que disparan desde lo alto de las casas, pero eso no frena el entusiasmo de los parisinos, ni impide el desfile de los hombres y de las mujeres de la Resistencia en los Champs-Élisées, junto al ejército de De Gaulle. En el hotel Scribe, donde ha ocupado una habitación, vuelve a abrazar a Dave Scherman y después va a visitar a Picasso, que durante todo el periodo de la ocupación había decidido quedarse en la ciudad. Asistió también a la humillación pública de los condenados a la que son sometidas las mujeres que colaboraron con los enemigos y piensa que se lo merecen. Pero la guerra en Francia se acaba y la enviada de «Vogue» debería ocuparse de la nueva moda de la temporada otoño-invierno de 1944. Lo intenta, voluntariosa, con algunos toques de color, pero después le suplica a la directora que la deje volver a la acción: no puede ocuparse más de frivolidades. Audry, que la aprecia, se muestra de acuerdo.

La nueva destinación es Alemania. A pesar de las protestas de Roland, que querría volverla a tener en Londres, Lee sale con Scherman, que ha comprado un Chevrolet de segunda mano, y atraviesa el país entre los escombros de los bombardeos y el peligro constituido por una situación aún fluida, con el coche cargado de carretes y bidones de gasolina. En Leipzig, fotografia al burgomaestre nazi que acaba de suicidarse junto con toda su familia, en Targau asiste al encuentro histórico entre el ejército estadounidense y el soviético, pues llega a los campos de concentración que acaban de abrir las tropas americanas y el horror es puro. Lee, en estado de choque, retrata escenas terribles con su Rolleiflex y envía a la revista artículos conmovedores. Llegada a Múnich, descubre que el apartamento que le fue asignado era la habitación privada de Hitler y se libera del fango de Dachau sumergiéndose en la bañera del Führer, que algunas horas antes (pero la noticia aún no se ha difundido) se suicidó en el búnker de Berlín junto con Eva Brown. Las fotos de Dave la inmortalizan en esta operación, pero ninguna purificación puede ser capaz de volver a limpiar su alma que se quedará traumatizada para siempre por lo que ha visto.

Lee Miller y David E. Scherman: Lee Miller en la bañera de Hitler, Múnich (Alemania), 1945. Lee Miller en Alemania, 1945.

Scherman debe regresar a Nueva York, llamado por «Life», pero ella no logra seguirlo ni volver a Londres. Avanza, a solas y llega a Viena donde la población no tiene nada quedándose pasmada por lo que se ofrece a su mirada en el hospital para huérfanos. Nunca más podrá soportar la visión del azul que le recuerda el color cianótico de un niño condenado a muerte a causa de la falta de los medicamentos. En Budapest admira la fuerza de voluntad de las mujeres húngaras, a quienes la guerra ha dado una oportunidad de emancipación, pero siente que Stalin no aceptará retroceder de las tierras que ha liberado y el destino de Hungría ya está deidido. Cuando, exhausta, llega a Bucarest, recibe una carta de Roland que es un ultimátum, pero aún no se decide. David Sherman, amigo generoso, desbloqueará la situación manándole un telegrama. «Vuelve a casa» está escrito. Y ella lo escucha: vuelve a Londres.

Se casará con Roland Penrose cuando se dará cuenta de estar embarazada y después de haber obtenido el divorcio de Aziz Bey, que aún es oficialmente su marido. Otra pasión consumadora, aquella por la cocina, seguirá la temporada conclusiva del periodismo, pero Lee nunca logrará salir del todo de la depresión causada por las escenas terribles de Dachau y Buchenwald, quizás también por el consumo habitual de bencedrina. Por eso ocultará cada huella, cada documento de aquel pasado y nunca hablará de esto.

Su historia fue dada a conocer por su hijo Antony después de haber encontrado –en la buhardilla de Farley Farm, la casa de campo donde sus padres habían vivido juntos casi treinta años y donde Lee había muerto en 1976_ una gran cantidad de fotografías, diarios, cartas y pruebas de artículos de los que no sospechaba la existencia. Un tesoro que le había revelado al final quien era su madre, con la que no había tenido una relación fácil, y le permitió reconciliarse con su imagen, y a nosotros y nosotras descubrir una extraordinaria figura de mujer.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

She was one of the very few women who dared to challenge established conventions by working as a war reporter during World War II. In addition to Elizabeth Miller, there were only two others, also American: Margaret Bourke White and Martha Gellhorn, who was Hemingway's wife, but her relationship with the writer was anything but an advantage in her work. Unlike Gellhorn, Miller did not start out as a journalist, but as a photographer; it was the war that led her to writing, and she came to it after a series of different life and work experiences, all equally intense and successful, but which she soon tired of, abandoning them each time to turn to new horizons, driven by a restlessness that never left her. Journalism was no exception, and like other passions, it deeply involved her, but only for a phase of her life.

Elizabeth was born in 1907 in Poughkeepsie, a small town in the American countryside on the banks of the Hudson River, to a good middle-class family. At only seven years old, she was raped by an unsuspected family friend, an episode that probably had a significant impact on her life.

As a teenager, she developed an interest in the arts. She had not yet found her path, but she felt constrained in Poughkeepsie and, with her parents' consent, moved to New York. Here, a chance encounter with Condé Nast, the guru of American publishing, paved the way for her to become a star of the first magnitude in the firmament of Vogue, the magazine that dictated fashion. Elizabeth was 19 years old and beautiful. Blonde, blue-eyed, elegant, she was a typical ‘tomboy’ of the Jazz Age, the female prototype of the new American style. Psychologically, she also resembled the heroines of Francis Scott Fitzgerald's novels, permeated by the anxiety of emancipation that shook the female world in the aftermath of the First World War. In a short time, Miller becomes the most sought-after and highest-paid model in New York, is invited to Condé Nast's exclusive parties, and frequents the studio of the extravagant illustrator Neysa McMein, where the city's leading minds gather, such as Charlie Chaplin, Irving Berlin, Dorothy Parker, and their friends from the Algonquin Round Table. It was Neysa who came up with the nickname Lee for her, which would replace her name from then on.

Miller poses for Vogue in Condé Nast’s apartment, 1928.

But Lee soon tired of being photographed and wanted to be on the other side of the lens. In 1929, she left for Paris—she had already been there a few years earlier and loved the city—with the specific aim of becoming the assistant to Man Ray, the wizard of art photography. Working alongside the famous painter and photographer, a leading figure in the Surrealist art world, whom she soon became the muse and lover of, Lee mastered photographic techniques, invented new ones, and became part of a circle of intellectually stimulating people: she met prestigious artists and even appeared in Jean Cocteau's experimental film Le sang d'un poète. It would seem almost obvious for the young photographer to take on the role of Ray's recognized muse, a legendary figure almost twenty years her senior, but Lee was determined not to play a subordinate role to the man she loved. She rented a small studio not far from his—it was the “room of her own” she needed—and began signing her first photo shoots for Vogue and other fashion magazines, as well as advertising perfumes. She didn't stand on ceremony; she was a practical girl and wanted to be able to pay her rent. But Ray was possessive and, although she appreciated and loved him, she had no intention of giving up her freedom. So she ended the relationship and left for New York, where she opened a studio with her brother Erik, teaching him all the tricks of the trade. A pupil of Man Ray, now famous in the city, her artistic photos were in demand by all the high society figures and she earned what she wanted.

However, stability was not her strong point, routine bored her and, out of the blue, to everyone's bewilderment, she abandoned everything she had built to marry Aziz Eloui Bey, a charming, refined, and intelligent Egyptian billionaire she met in Paris. With him, a senior Egyptian government official, Lee left for Cairo. As might be expected, she did not feel at home in Egyptian high society and reacted by going on what were officially long trips, but are in fact escapes. In Paris, she met Roland Penrose, an English gentleman of refined culture and a lover of avant-garde art, at a party. It was love at first sight, and the two become inseparable, spending the summer of 1937 together in Cornwall and the South of France, while the first winds of war began to blow. The photos from that period bear witness to the atmosphere of freedom and complicity that existed among Roland's group of friends, which included Max Ernst and Leonora Carrington, Picasso and Dora Maar, Paul Eluard and Nusch, Man Ray and his new muse Ady.

Lee Miller and Pablo Picasso.

After three enchanting months, Lee returned once again to Cairo, but the experience allowed her to measure the distance that separated her from the environment in which she lived. Other escapes followed, until Lee left Egypt for good in 1939. It was September 1 when she and Roland barely managed to board the last ship leaving Saint Malo for England. War had broken out.

Lee choose to stay in London with Roland, who enlisted in the army as a consultant, while she introduced herself to Audry Withers, editor-in-chief of British Vogue, and quickly became a pillar of the magazine. The invasion and capitulation of France left England alone against the German forces, and it was only after the attack on Pearl Harbor that the US government decided to intervene in the war. Lee documents the brutal air raid on her host country with her photographs, which are so powerful that they are collected in a book (Grim Glory - Pictures of Britain Under Fire) with an introduction by Ed Murrow, the US correspondent in London, who broadcasted daily via radio to the US to inform the American people about the conflict in Europe. Lee, who appreciated his dry, no-frills style, published a feature on him in Vogue and, for the first time, accompanied it with her own text. This was a difficult undertaking for her: she was used to handling images, and writing did not come easily to her. Yet her style, frank and spontaneous, sometimes ironic like her conversation, was engaging, far removed from any rhetoric. Fashion reports seem increasingly incongruous to her in the dramatic moment she is experiencing, and instead of elegant salons, she prefers to frequent places such as the Savoy Hotel bar, where she met American photojournalists and war correspondents. She befriended Margaret Bourke-White, sent by Life magazine, and met Robert Capa, already famous for his photograph of a militiaman shot in the Spanish Civil War, a photo that has been seen around the world. But her attention was focused on the young David Scherman, a promising photojournalist sent by Life. Lee began a romantic relationship with him, which, based on a shared passion for their work, did not jeopardize her uniquely free relationship with Roland Penrose. With Dave, she shared many moments of the new chapter that was opening in her life: on December 30, 1942, she obtained her war correspondent card for Vogue and, a month after the Normandy landings, she left for France to document the ongoing siege of Saint Malo.

Lee Miller, second from the right, with other war correspondents, 1943.

Her pieces are direct, sometimes fierce, because the reality before her eyes was fierce. War is horrible, and she neither knows nor wants to hide it. When the citadel finally fell, Lee headed (by hitchhiking, there was no other way) to Paris, which had just been liberated. The city was still full of snipers firing from the rooftops, but this did not dampen the joy of the Parisians, nor did it prevent the men and women of the Resistance from parading down the Champs-Élysées alongside De Gaulle's army. At the Hotel Scribe, where she had taken a room, she reunited with Dave Scherman, then went to visit Picasso, who chose to remain in the city throughout the occupation. She also witnessed the pillorying of women who collaborated with the enemy and thought they got what they deserved. However, the war in France was over and the Vogue correspondent should be covering the new fashion for the fall-winter 1944 season. She tried, willingly, with a few colorful pieces, but then begged the editor to let her return to action: she could no longer deal with frivolities. Audry, who appreciated her, agreed.

The new destination was Germany. Despite Roland's protests, who would like her back in London, Lee left with Scherman, who had bought a second-hand Chevrolet, and crossed the country amid the rubble of the bombings and the danger posed by a still fluid situation, with the car loaded with rolls of film and cans of gasoline. In Leipzig, she photographed the Nazi mayor who had just committed suicide along with his entire family. In Torgau, she witnessed the historic meeting between the US and Soviet armies, then arrived at the concentration camps just opened by American troops, where she encounterd pure horror. Lee, in shock, captured terrible scenes with her Rolleiflex and sent moving articles to the magazine. When she arrived in Munich, she discovered that the apartment assigned to her was Hitler's private home, and she freed herself from the mud of Dachau by immersing herself in the Führer's bathtub, who a few hours earlier (but the news had not yet been released) committed suicide in the Berlin bunker together with Eva Brown. Dave's photographs immortalize her in this act, but no amount of washing can cleanse her soul, which will remain forever traumatized by what she has seen.

Lee Miller and David E. Scherman: Lee Miller in Hitler’s bathtub, Munich (Germany), 1945. Lee Miller in Germany, 1945.

Scherman has to return to New York, called back by Life, but she is unable to follow him or return to London. She continues on alone, arriving in Vienna where the population is deprived of everything, and is shocked by what she sees in the orphan hospital. She would never again be able to bear the sight of blue, which reminded her of the cyanotic color of a child condemned to die from lack of medicine. In Budapest, she admired the strength of will of Hungarian women, for whom the war has provided an opportunity for emancipation, but she feels that Stalin will not agree to withdraw from the lands he has liberated and that Hungary's fate is now sealed. When she arrived in Bucharest, exhausted, she received a letter from Roland that was an ultimatum, but she still could not make up her mind. The situation was resolved by David Sherman, her generous friend, who sent her a telegram. “Come home,” it said. And she listened to him: she returned to London.

She married Roland Penrose when she realized she was expecting his child and after obtaining a divorce from Aziz Bey, who was still officially her husband. Another consuming passion, that for cooking, will follow her now-ended career in journalism, but Lee Miller will never fully recover from the depression caused by the terrible scenes she witnessed in Dachau and Buchenwald, and perhaps also by her habitual use of benzedrine. For this reason, she would hide all traces and documents of that past and never speak of it.

Her story was made public by her son Antony, after he found – in the attic of Farley Farm, the country house where his parents had lived together for almost thirty years and where Lee had died in 1976 – a large quantity of photographs, diaries, letters, and draft articles that he had not known existed. This treasure finally revealed to him who his mother was, with whom he had not had an easy relationship, and allowed him to reconcile himself with her image, and all of us to discover an exceptional woman.

Gerda Taro
Barbara Belotti

Tullia Ciancio

 

Scrivo questo articolo ascoltando un pezzo del gruppo britannico Alt-J dedicato alla manciata di secondi che precedette e seguì l’inconsapevole passo del fotografo Robert Capa su una mina. Maggio 1954, Indocina lo scenario, Taro il titolo della canzone. Un brano struggente con una frase musicale alla chitarra che si ripete fino a trasformarsi e ad assomigliare al suono di un sitar, la voce maschile particolarmente espressiva alla quale si somma un coro nella parte conclusiva (https://www.youtube.com/watch?v=S3fTw_D3l10). Si parla del fotografo Robert Capa, del suo corpo dilaniato, del suo abbandono della vita «quando tutti i colori diventano della scala del grigio», fino a giungere al buio totale, ma la protagonista è Gerda Taro alla quale con la morte si riunisce. «Do not spray into eyes/I have sprayed you into my eyes», recita il ritornello della canzone. I suoi occhi sono ancora colpiti e pieni di Gerda Taro nonostante siano trascorsi anni dalla sua morte, avvenuta in situazioni altrettanto tragiche. Gerda, che gli era entrata nella vita e nel cuore a Parigi negli anni Trenta, non ne è mai più uscita; ora che l’esplosione della mina dilania il corpo di Robert, ripete la canzone, vengono di nuovo a trovarsi a pochi passi l’uno dall’altra.

Gerda Taro e Robert Capa, foto di Fred Stein, Parigi, 1936

Fotografa, fotoreporter, appassionata testimone della Guerra civile spagnola, donna coraggiosa e anticonformista, controcorrente nell’animo e nella vita, schierata contro le ingiustizie e i soprusi, sempre dalla parte di chi subisce e dalla parte della libertà, Gerda Taro in realtà si chiamava Gerta Pohorylle, nata il primo agosto del 1910 a Stoccarda in una famiglia ebrea di origine polacca.

Presto, dato il periodo, la sua condizione di giovane ebrea diventò un pericolo per la sua incolumità; non volle però sottrarsi all’impegno, anzi cominciò a frequentare associazioni giovanili di sinistra che si opponevano al Nazismo in ascesa. Fu arrestata per attività sovversiva e propaganda antinazista il 19 marzo del 1933, condotta in carcere, interrogata e minacciata. Furono settimane di grande paura che Gerta, secondo le testimonianze raccolte, affrontò con coraggio, determinazione e apparente serenità. La sua vita, sempre sotto il controllo della polizia anche dopo la scarcerazione, era destinata a cambiare radicalmente. Come molte e molti giovani decise di lasciare la Germania, di sfuggire alla minaccia nazista e di provare a costruire il proprio futuro da un’altra parte in Europa.

Scelse Parigi e vi arrivò nel tardo autunno dello stesso anno. Aveva solo ventitré anni, la sua vita era interamente da costruire e Gerta dimostrò subito di avere tutta l’intenzione di farlo a modo suo. Non fu un periodo facile: lavori saltuari, spesso pagati in nero, molta fame, poche sicurezze che però non la demoralizzarono, perché vide subito le opportunità della capitale francese. Entrò nel mondo della fotografia dopo l’incontro con Endre Friedmann, un giovane fotografo free-lance ungherese dalle grandi speranze, ma dai pochi “quattrini” come lei. Era il settembre del ’34 e presto dalla reciproca simpatia nacque un legame profondo fatto di amore, interessi comuni e voglia di affermazione. Gerta imparò da Endre a usare la Leika, strumento fotografico leggero e agile, e la tecnica di stampa in laboratorio. Endre, a sua volta, si fece guidare nella messa a punto di un piano strategico sistematico per la propria carriera. Fu Gerta infatti a trasformare Endre Friedmann in Robert Capa, destinato a diventare uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi.

Ritratto di Robert Capa, foto di Gerda Taro, maggio 1937

Fece circolare negli ambienti delle agenzie fotografiche e delle riviste la notizia – del tutto inventata – della presenza nella capitale francese di un celebre fotoreporter statunitense di nome Robert Capa: mai visto e incontrato, ma nessuno voleva lasciarselo sfuggire. Con questo stratagemma Gerta riuscì a incuriosire le redazioni di giornali e riviste e a vendere a prezzi più favorevoli le fotografie di Endre Friedmann. Poco tempo dopo compì la stessa campagna promozionale su sé stessa e, facendo “scomparire” Gerta Pohorylle, diede vita a Gerda Taro. Come scrisse Endre nel 1935, spesso era lei ad andare in giro con la macchina fotografica mentre lui, in laboratorio, si dedicava alla stampa e agli ingrandimenti; inoltre, gli faceva da agente fotografica e manager.

Il primo tesserino da giornalista Gerda lo ottenne il 4 febbraio 1936 diventando ufficialmente reporter, scrivendo brevi articoli e le didascalie che accompagnavano le fotografie. Ma il passaggio al professionismo si ebbe qualche mese dopo, nell’estate, quando chiuse per sempre il suo lavoro di agente fotografica e passò a lavorare unicamente dietro l’obiettivo. Ma di questo periodo della carriera di Taro non tutto è chiaro e definito. In molti casi le redazioni pubblicavano le immagini senza indicare nelle didascalie il nome di chi aveva scattato; in altri Gerda utilizzò il copyright di Capa, forse immaginando (o forse sapendo) che una foto a firma maschile avrebbe avuto più possibilità di essere pubblicata. Nonostante non ci fossero divieti o restrizioni, risultava sempre difficile per una donna vendere le proprie fotografie, imporsi come professionista del settore – un percorso sicuramente più faticoso e in salita rispetto a quello dei colleghi maschi. Gerda Taro e Rober Capa vivevano, lavoravano, fotografavano insieme, il sodalizio cresceva solido ma, contemporaneamente, cominciò a formarsi anche il cono d’ombra che avrebbe nascosto a lungo e ingiustamente Gerda. Almeno fino agli anni Novanta del XX secolo, quando a Mexico City venne ritrovata la cosiddetta “valigia messicana” con più di 4000 negativi scattati in Spagna da Taro, Capa e dal fotografo David Seymur. Capa, preoccupato che quel materiale potesse cadere nelle mani dei fascisti e dei nazisti, nel 1939 l’aveva affidata a un amico poiché la conservasse. A lungo dimenticata, la valigia ha permesso non solo di recuperare numerose immagini sulle vicende della guerra in Spagna, ma ha consentito di attribuire a Robert e a Gerda, questa volta in modo corretto e senza più occultamenti, le fotografie realizzate, permettendo così l’avvio di studi più sistematici e rigorosi sul lavoro di fotografa e reporter svolto da Taro.

Soldato con una colomba, foto di Gerda Taro, 1936, Spagna

Lo sguardo di Gerda attraverso l’obiettivo della macchina fotografica non risultò mai né imparziale né distante. Fotografando i cortei politici e le assemblee nella realtà parigina in subbuglio, dimostrava di condividere le idee e le sollecitazioni dei gruppi e dei movimenti che chiedevano cambi di rotta nelle politiche contemporanee. Come suggerisce Irme Schaber nella biografia Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella Guerra civile spagnola (DeriveApprodi, 2007), Taro si considerava parte della realtà antifascista europea e con le immagini scattate intendeva dare testimonianza delle sue stesse convinzioni. Lo fece soprattutto quando partì per la Spagna dopo il golpe militare del 18 luglio 1936.

Milizie repubblicane, foto di Gerda Taro - 8. Miliziane in addestramento sulla spiaggia, foto di Gerda Taro, Barcellona, agosto 1936

Gerda, insieme a Robert, giunse a Barcellona il 5 agosto con in mano la sua Rolleiflex. Lei aveva 26 anni, lui 23. Come esuli antifascisti si sentivano particolarmente vicini a quanto stava accadendo e comprendevano entrambi che le immagini fotografiche potevano andare oltre la semplice documentazione e diventare un potente strumento col quale ottenere solidarietà per la Repubblica spagnola:

«I confini tra fare storia e fotografare la storia non erano più tanto definiti», con le foto si poteva «informare, spiegare e convincere, […] smuovere e fare pressione sui governi delle democrazie occidentali […], servivano come prove, fatti e argomentazioni, dovevano essere chiare e autentiche. […] Le fotografie diventavano la rappresentazione in immagini delle loro opinioni e convinzioni sulla realtà spagnola […], documenti "sinceri" e convincenti».

Funerali del generale Lukacs, Valencia, foto di Gerda Taro, giugno 1937

Un linguaggio efficace e soprattutto comprensibile da chiunque. Dopo Barcellona, a metà agosto, arrivarono sul fronte d’Aragona e si spostarono verso quello di Saragozza, poi a Madrid e ancora più verso sud.

 
Gerda Taro in Spagna, foto di Robert Capa

In una corrispondenza dal titolo Panegirico su una coppia di giornalisti francesi, apparsa sul giornale madrileno La Voz l’8 settembre 1936, il reporter Clemente Cimorra raccontò l’incontro con Gerda e Robert: «[…] due giovani, quasi dei bambini, un uomo e una donna, attirarono la mia attenzione. Disarmati, con nient’altro in mano se non una cinepresa, senza il minimo timore, osservavano i movimenti di un aereo che stava precipitando sopra le loro teste. Li chiamai, e in mezzo al rumore della battaglia ci presentammo: Robert Capa di Vu e Gerta Pohorylle di Regards». Il contatto diretto con la guerra cominciava a mostrare il volto più duro e Cimorra annotò:

«Camminano al mio fianco a viso aperto in uno dei peggiori posti di combattimento e si fanno coraggio l’uno con l’altra gridando “Avanti!”. L’ideale sarebbe per loro riuscire a fotografare le canne del fucile del nemico mentre esplodono. È questo il coraggio innocente della gioventù generosa che cerca l’autenticità».

Gerda Taro sul fronte di Cordoba, foto di Robert Capa, 1936

Gerda condivideva la necessità di abbandonare i punti di osservazione distanti e sicuri per l’incolumità: la vicinanza col soggetto da riprodurre corrispondeva al desiderio di essere parte in causa, di partecipare, di essere non “imparziale”, bensì solidale. Partigiana in mezzo ad altre partigiane e altri partigiani.

Soldati repubblicani, foto di Gerda Taro, Spagna, giugno 1937

Alla fine di settembre la prima esperienza di Gerda in Spagna si concluse. Dopo quasi due mesi e centinaia di chilometri percorsi per documentare la realtà spagnola, il rientro a Parigi. Alcune sue immagini furono pubblicate sulle riviste francesi Regards e Vu, sulla britannica Illustrated London News, addirittura su pubblicazioni tedesche e furono utilizzate dalla propaganda della Repubblica di Spagna. Non si trattava solo di immagini sulle attività militari in prima linea, erano anche documenti sulla vita e le attività lavorative della popolazione, sui bambini e le bambine, spesso orfani e orfane di guerra che vivevano quei tempi indicibili, sulle giornate nelle retrovie, sui momenti di riposo, sulle macerie e le devastazioni dei bombardamenti. Per scelta non cercava folle di individui, si sforzava invece di mettere a fuoco la persona, di superare l’anonimato del gruppo con l’individuazione di un volto, di un ritratto. Anche con i cadaveri, che erano numerosissimi.

Orfano, foto di Gerda Taro, Madrid Vittime di un raid aereo all’obitorio, foto di Gerda Taro, Valencia, maggio 1937

Gerda fermò nello scatto pure figure di miliziane alle prese coi fucili, con l’addestramento, accanto ai compagni di lotta. Questa mancanza di differenze di ruoli, che fece molto scandalo perché proponeva un’immagine femminile inedita e non stereotipata, coincideva con la visione libera che Gerda aveva delle donne: coraggiose e forti, spesso sorridenti e con lo sguardo diretto, e le miliziane spagnole le corrispondevano pienamente. Erano pioniere di un nuovo modo di essere e di sentire, proprio come lei. Osservando le fotografie di Taro, l’orizzonte dell’immagine risulta spesso molto basso, mentre il contrasto del bianco e del nero restituisce l’intensità della luce del Meridione grazie alla sovraesposizione del cielo; le figure sono colte in modo ravvicinato, dal basso o dall’alto con angolature mai scontate e con una grande attenzione per la ricerca estetica.

Miliziana repubblicana (Marina Ginesta), foto di Gerda Taro, Barcellona, agosto 1936 Miliziane in addestramento, foto di Gerda Taro, Barcellona, 1936

L’immagine della Miliziana in addestramento sulla spiaggia mostra una cura particolare per ogni dettaglio. L’obiettivo vicino e basso permette alla figura di dominare la scena, stagliandosi sull’ampia fascia del cielo. La posizione inginocchiata della donna rivela l’attenzione per l’armonia e la corrispondenza delle linee formate da gambe e da braccia in posizione di tiro, la pistola puntata contrasta col dettaglio delle scarpe dal tacco ben visibile. Un’immagine iconica, al pari del Miliziano colpito a morte di Robert Capa. 

Miliziana repubblicana in addestramento, foto di Gerda Taro, Barcellona, 1936

Nel primo semestre del 1937 proseguirono i viaggi di lavoro in Spagna, a volte da sola, a volte insieme a Robert. Il 25 febbraio Gerda ottenne l’autorizzazione come fotografa presso la segreteria della propaganda della Giunta per la difesa risultando impegnata per il quotidiano nazionale francese Ce Soir, appena fondato da Louis Aragon. In quei mesi fu a Madrid, dove frequentò molti fotoreporter, giornalisti/e, scrittrici e scrittori arrivati da tutto il mondo. Si recò a Valencia, dove documentò il secondo Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura; a Malaga, in Catalogna, al sud, quanto più vicino alle prime linee, inviando fotografie a diverse riviste questa volta indicando chiaramente col timbro rosso “Photo Tato”, l’origine e la provenienza.

Ritratto di Gerda Taro scattato pochi giorni prima della sua morte, Spagna, luglio 1937

Infine ci fu l’inferno di Brunete, nella seconda metà di luglio, per l’esattezza il 25. Taro doveva far ritorno a Parigi il giorno seguente per consegnare gli scatti sulla guerra, ma quel fronte così critico e difficile per le forze repubblicane la richiamava per un’ultima immagine, per un’ultima testimonianza. Ignorando gli avvisi e gli ordini di allontanarsi dalla linea di fuoco, Gerda cercò di documentare i colpi delle mitragliatrici, lo scoppio delle bombe. La tragedia si svolse in pochi minuti. Un carro armato sfiorò la macchina sulla quale, aggrappata a un lato, si trovava Taro. Venne sbalzata dal predellino e i cingoli del carro armato le passarono sul basso ventre. Fu portata nell’ospedale inglese della 35° divisione, mentre con le mani e con tutte le forze che le rimanevano cercava di schiacciare ciò che restava dell’addome per non far uscire le viscere. Senza un lamento dicono i testimoni.

Gerda Taro ferita nell’ospedale a El Escorial, 25 luglio, 1937

L’infermiera e i dottori che la accolsero videro subito la gravità della situazione e, molto probabilmente, le somministrarono grandi quantità di morfina per alleviare le sofferenze. Quando Gerda tornò in sé sembra abbia chiesto: «Avete messo al sicuro le mie macchine fotografiche? Sono nuove». Quando la mattina seguente Rafael Alberti e la scrittrice spagnola Maria Teresa Leon, avvisati della tragedia, arrivarono in ospedale Gerda era già spirata. Mancavano le bare e Maria Teresa Leon raccontò che «portarono un autocarro che trasportava cassette e mettemmo Gerda Taro tra il carico». Il giornale francese Ce Soir si incaricò infine di trasferire la bara in Francia perché fosse sepolta a Parigi, la città che pochi anni prima la giovane e brillante Gerta Pohorylle aveva scelto per costruire la sua vita.

Tomba di Gerda Taro, Parigi, Cimitero di Père-Lachaise, foto di Marinella Mundula, 2025

Ancora pochi giorni e avrebbe compiuto 27 anni.


Traduzione francese

Angela Incorvaia

J’écris cet article en écoutant un morceau du groupe britannique Alt-J dédié aux quelques secondes à ce qui précéda et suivit le pas inconscient du photographe Robert Capa sur une mine. Mai 1954, l’Indochine comme scénario, Taro le titre de la chanson. Un morceau déchirant, avec une phrase musicale à la guitare qui se répète jusqu’à se transformer et à ressembler au son d’un sitar, la voix masculine particulièrement expressive à laquelle s’ajoute un chœur dans la dernière partie. (https://www.youtube.com/watch?v=S3fTw_D3l10). On parle du photographe Robert Capa, de son corps déchiré, de son abandon à la vie «quand toutes les couleurs deviennent des nuances de gris», jusqu’à atteindre l’obscurité totale, mais la protagoniste est Gerda Taro, avec laquelle il se réunit dans la mort. «Do not spray into eyes / I have sprayed you into my eyes», recite le refrain de la chanson. Ses yeux sont encore frappés et remplis de Gerda Taro malgré les années qui sont passées depuis sa mort, survenue dans des situations tout aussi tragiques. Gerda, qui était entrée dans sa vie et dans son cœur à Paris dans les années trente, n’en est jamais sortie; maintenant que l’explosion de la mine déchire le corps de Robert, elle répète la chanson et ils se retrouvent à nouveau à quelques pas l’un de l’autre.

Gerda Taro et Robert Capa, photo réalisée par Fred Stein à Paris en

Photographe, photoreporter, témoin passionnée de la guerre civile espagnole, femme courageuse et anticonformiste, qui va à contre-courant dans l’âme comme dans la vie, engagée contre les injustices et les abus, toujours du côté des femmes qui subissent et surtout du côté de la liberté, Gerda Taro s’appelait en réalité Gerta Pohorylle, née à Stuttgart le 1er août 1910, dans une famille juive d’origine polonaise.

Très vite, vue la période et son contexte, sa condition de jeune juive devint un danger pour sa sécurité; cependant elle ne voulut pas se soustraire à l’engagement et elle commença à fréquenter des associations qui comprenaient des jeunes de gauche qui s’opposaient au nazisme en pleine expansion. Elle fut arrêtée pour activités subversives et pour la propagande antinazie le 19 mars 1933, et fut emprisonnée, interrogée et menacée. Cela furent pour Greta des semaines de grande peur, mais selon les témoignages recueillis, elle affronta tout cela avec courage, détermination et une apparente sérénité. Toujours sous le contrôle de la police et même après sa libération, sa vie était destinée à changer radicalement. Comme beaucoup d’autres jeunes, elle décida de quitter l’Allemagne, d’échapper à la menace nazie et elle essaya de construire son propre avenir ailleurs en Europe.

Elle choisit Paris et elle y arriva à la fin de l’automne de la même année. Elle n’avait que vingt-trois ans et sa vie était entièrement en construction. Gerda montra tout de suite qu’elle avait toute l’intention de réaliser sa vie à sa manière. Ce ne fut pas une période facile: elle obtenait des emplois précaires, souvent payés au noir, beaucoup de faim et peu de certitudes qui malgré tout ne l’ont pas découragée, parce qu’elle perçut immédiatement les opportunités que la capitale française lui offrait. Elle entra dans le monde de la photographie après avoir rencontré Endre Friedmann, un jeune photographe freelance hongrois avec de grands espoirs mais sans un sou, tout comme elle. C’était en septembre 1934 et, très vite, naquit entre eux une sympathie réciproque et un profond lien d’amour, d’intérêts communs et d’un désir de s’affirmer. Gerda apprit d’Endre à utiliser le Leika, un appareil léger et agile, ainsi que la technique d’impression de photos en laboratoire. De son côté, Endre se laissa guider dans la mise au point d’un plan stratégique pour sa carrière. En effet ce fut Gerda qui transforma Endre Friedmann en Robert Capa et ce dernier fut destiné à devenir l’un des plus grands photographes de tous les temps.

Portrait de Robert Capa, photo réalisée par Gerda Taro en mai 1937

Elle fit circuler dans les milieux des agences photographiques et des revues cette nouvelle - totalement inventée - de la présence dans la capitale française d’un célèbre photoreporter américain nommé Robert Capa: personne ne l’avait jamais vu et rencontré, mais personne ne voulait le laisser échapper. Grâce à ce stratagème, Gerda réussit à susciter la curiosité des rédactions des journaux et des revues et à vendre à des prix plus avantageux les photographies d’Endre Friedmann. Peu de temps après, elle mena la même campagne promotionnelle pour elle-même et, en faisant “disparaître” Gerta Pohorylle, elle donna naissance à Gerda Taro. En 1935, Endre écrivit que c’était souvent elle qui se baladait avec son appareil photo, tandis que lui était dans son laboratoire imprimant et agrandissant ses photos elle était aussi son agent de photographes et son manager.

Gerda obtint sa première carte de journaliste, le 4 février 1936, en devenant officiellement reporter, rédigeant de brefs articles et des légendes qui accompagnaient les photographies. Mais le passage au professionnalisme eut lieu quelques mois plus tard, pendant l’été, quand elle abandonna définitivement son travail d’agent photographique pour travailler uniquement derrière l’objectif. Cependant, cette période de la carrière de Taro n’est pas du tout claire et définie. Souvent, les rédactions publiaient les images, sans indiquer dans les légendes le nom du photographe; dans d’autres cas, Gerda utilisa le copyright de Capa, imaginant (ou sachant) qu’une photographie signée d’un nom masculin aurait eu davantage de chances d’être publiée. Malgré le manque d’interdictions et de restrictions, il restait difficile pour une femme de vendre ses propres photographies et de s’imposer comme professionnelle du secteur- un parcours certainement semé d’embûches et de difficultés que celui des collègues masculins. Gerda Taro et Robert Capa vivaient, travaillaient, photographiaient ensemble; leur partenariat grandissait et se renforçait solidement, mais en même temps il commençait à se former le cône d’ombre qui aurait longtemps caché injustement Gerda. Du moins jusqu’aux années ’90 du XXème , lorsque fut retrouvée à Mexico City la “valise mexicaine” contenant plus de 4 000 négatifs réalisés en Espagne par Taro, par Capa et le photographe David Seymour. Capa, inquiet que le matériel ne tombe entre les mains des fascistes et des nazis, l’avait confié en 1939 à un ami qui l’aurait préservé. Cette valise qui fut longtemps oubliée, a permis non seulement de récupérer de nombreuses images concernant la guerre d’Espagne, mais aussi d’attribuer correctement à Robert et à Gerda les photographies réalisées, cette fois-ci d’une manière correcte et sans plus de dissimulation. Toute cette situation a ouvert ainsi la voie à des études plus systématiques et rigoureuses sur le travail de photographe et de reporter de Taro.

Un soldat avec une colombe, photo réalisée par Gerda Taro en Espagne en 1936

Le regard de Gerda à travers l’objectif de l’appareil photo ne fut jamais impartial ni distant. En photographiant les cortèges politiques et les assemblées dans une réalité parisienne en ébullition, elle montrait qu’elle partageait les idées et les demandes des groupes et des mouvements réclamant un changement de la direction politique contemporaine. Comme le suggère Irme Schaber dans sa biographie Gerda Taro. Une photographe révolutionnaire dans la guerre civile espagnole (DeriveApprodi, 2007), Taro se considérait comme une partie intégrante de la réalité antifasciste européenne et elle entendait, par ses images prises, témoigner de ses propres convictions. Elle le fit surtout quand elle partit pour l’Espagne après le coup d’État militaire du 18 juillet 1936.

Milices répubblicaines, photo réalisée par Gerda Taro - 8. Femmes miliciennes en formation sur la plage, photo réalisée par Gerda Taro, en août 1936 à Barcelone

Arrivée ensemble avec Robert le 5 août à Barcelone et en main sa Rolleiflex, elle avait 26 ans et lui 23 ans. En tant qu’exilés antifascistes, ils se sentaient particulièrement proches de ce qui se produisait et ils comprenaient que les images pouvaient aller plus loin d’une simple documentation et devenir à la fois un instrument puissant de solidarité avec la République espagnole:

«Les limites entre faire l’histoire et photographier l’histoire n’étaient plus aussi définies», d’après les photos «on pouvait informer, expliquer et convaincre, […] bouger et faire pression sur les gouvernements des démocraties occidentales […], les photos qui servaient comme preuves, faits et arguments, devaient être claires et authentiques. […] Les photos devenaient la représentation en images de leurs opinions et convictions sur la réalité espagnole […], documents “sincères” et convaincants».

Funérailles du général Lukacs, photo réalisée par Gerda Taro à Valence en juin 1937

Un langage efficace et surtout un langage que tout le monde pouvait comprendre. Après Barcelone, à mi-août, ils arrivèrent sur le front d’Aragon, puis ils rejoignirent Saragosse, puis Madrid et plus au sud encore.

 
Gerda Taro en Espagne, photo réalisée par Robert Capa

Dans une correspondance intitulée Panégyrique concernant un couple de journalistes français, apparut dans le journal madrilène La Voz, le 8 septembre 1936, le reporter Clemente Cimorra, raconta la rencontre avec Gerda et Robert:

«[…] deux jeunes, presque des enfants, un homme et une femme, attirèrent mon attention. Désarmés, sans rien d’autre en main à part une camera, sans la moindre peur, ils observaient les mouvements d’un avion qui tombait au-dessus de leurs têtes. Je les ai appelés et, en plein milieu du bruit de la bataille, nous nous sommes présentés: Robert Capa de Vu et Gerta Pohorylle de Regards». Le contact direct avec la guerre révélait sa face la plus dure et Cimorra prit de notes:

«Ils marchent près de moi, le visage ouvert dans l’une des pires positions de combat en se donnant du courage l’un à l’autre et en criant «En avant!». Pour eux, l’idéal aurait été de réussir à photographier les canons du fusil de l’ennemi pendant l’explosion. C’est ça le courage innocent d’une jeunesse généreuse qui recherche l’authenticité».

Gerda Taro sur le front de Cordoue, photo réalisée par Robert Capa, en 1936

Gerda partageait le besoin d’abandonner les points d’observation distants et sûrs pour la sécurité: la proximité avec le sujet correspondait au désir de participer, d’être prenante, d’être solidaire plutôt qu’impartiale. Une partisane au milieu d’autres partisanes et partisans.

Les soldats républicains, photo réalisée par Gerda Taro en Espagne en juin 1937

C’est à la fin de septembre que la première expérience de Gerda en Espagne se conclut. Après presque deux mois et des centaines de kilomètres parcourus pour documenter la réalité espagnole, elle fut de retour à Paris. Certaines de ses images furent publiées dans les revues françaises Regards et Vu, dans la revue britannique Illustrated London News et même dans des journaux allemands et utilisées à des fins de propagande de la République d’Espagne. Ses photographies ne montraient pas seulement les activités militaires en première ligne, mais elles représentaient aussi des documents sur la vie et les activités quotidiennes de la population, sur les enfants, souvent orphelins de guerre, qui vivaient cette indicible période, sur les journées passées auparavant, sur les moments de repos et sur les ruines après les bombardements. C’était son choix: elle ne cherchait pas les foules d’individus; elle s’efforçait de mettre en lumière une personne, un visage, un portrait en surmontant l’anonymat du groupe, même parmi les nombreux cadavres.

L’orphelin, photo réalisée par Gerda Taro à Madrid Les victimes d’ un raid aérien , sur la morgue, photo réalisée par Gerda Taro à Valence, en mai 1937

Gerda photographia également des miliciennes en entraînement, en combat aux fusils près des compagnons de lutte. Ce manque de différences de rôles, fut un scandale parce que cela rompait les stéréotypes féminins et proposait une image inédite de femmes courageuses, fortes, souvent souriantes, au regard direct. Tout cela correspondait à une vision libre que Gerda avait des femmes et les miliciennes espagnoles lui correspondaient pleinement. Elles étaient les pionnières d’une nouvelle façon d’être et de ressentir, exactement comme elle. En observant les photos de Taro, l’horizon de l’image apparaît souvent plus bas, tandis que le contraste du blanc et du noir redonne l’intensité de la lumière du Sud grâce à la superposition du ciel; les figures sont saisies en gros plan, d’en bas ou d’en haut sous des angles jamais évidents et avec une grande attention portée à la recherche esthétique.

Marina Ginesta, milicienne républicaine, photo réalisée par Gerda Taro à Barcelone en août 1936 Les miliciennes en entraînement , photo réalisée par Gerda Taro à Barcelone en 1936

L’image de la Milicienne en entraînement sur la plage révèle un soin particulier apporté à chaque détail. L’objectif de près et bas permet à la figure de dominer la scène, se démarquant sur la large bande du ciel. La position à genoux de la femme révèle une attention portée à l’harmonie et à la correspondance des lignes formées par les jambes et par les bras en position de tir, le pistolet pointé est en contraste avec le détail des chaussures dont le talon est bien visible. Une image iconique comme celle du Milicien abattu à mort réalisée par Robert Capa.

Une milicienne républicaine en entraînement, photo réalisée par Gerda Taro à Barcelone en 1936

Dans le premier semestre de 1937, les voyages en Espagne se poursuivirent parfois seule et parfois ensemble à Robert. Le 25 février, Gerda obtint l’autorisation officielle comme photographe auprès du secrétariat de la propagande du Conseil de défense et travailla pour le quotidien national français Ce Soir, fondé par Louis Aragon. Ces mois-ci elle se rendit à Madrid, Valence, Malaga, en Catalogne, où elle fréquenta de nombreux photoreporters, journalistes et écrivains qui arrivaient du monde entier. C’est à Valence qu’elle documenta le deuxième Congrès International des écrivains en défense de la culture: à Malaga, en Catalogne, au Sud toujours au plus près des lignes de front, elle envoya des photos à des nombreuses revues, signant désormais ses clichés avec un tampon rouge «Photo Taro», indiquant l’origine et la provenance.

Le portrait de Gerda Taro pris quelques jours avant sa mort en Espagne, en juillet 1937

Au final. Ce fut l’enfer de Brunete, dans la deuxième moitié de juillet, exactement le 25 juillet 1937. Gerda devait rentrer à Paris le lendemain pour livrer ses photographies sur la guerre, mais ce front critique et difficile des forces républicaines l’appelait pour un dernier témoignage. Ignorant les avis et les ordres de s’éloigner de la ligne de feu, elle tenta de documenter les coups des mitrailleuses et les explosions des bombes. La tragédie se joua en quelques minutes: un char heurta la voiture à laquelle elle était accrochée sur le côté où elle se trouvait. Elle fut projetée au sol, elle fut écrasée par les chenilles du char qui lui passèrent sur le bas ventre. Elle fut transportée à l’hôpital anglais de la 35e division, tandis qu’avec ses mains et avec toute sa force elle essaya de comprimer son abdomen et sans se plaindre, selon les témoins.

Gerda Taro blessée à l’Hôpital à El Escorial le 25 juillet 1937

L’infirmière et les médecins comprirent immédiatement la gravité de la situation et très prochainement lui administrèrent probablement de fortes doses de morphine pour soulager les souffrances. Quand Gerda revint à elle, elle aurait demandé: «Avez-vous mis mes appareils photos en sécurité? Ils sont neufs». Le lendemain matin, quand arrivèrent à l’hôpital, Rafael Alberti et l’écrivain espagnol María Teresa León, qui furent prévenus de la tragédie, Gerda était déjà morte. Il n’y avait plus de cercueils et Maria Teresa León a raconté qu’ils ont pris un camion qui transportait des caisses et ils ont mis Gerda Taro entre le chargement. Grâce au journal français Ce soir son corps fut rapatrié à Paris, la ville que la brillante Gerta Pohorylle avait choisie quelques années auparavant pour construire sa vie.

La tombe de Gerda Taro à Paris au Cimetière du Père-Lachaise, photo réalisée par Marinella Mundula en 2025

Quelques jours plus tard, elle aurait eu 27 ans.


Traduzione spagnola

Sefora Santamaria

Escribo este artículo escuchando una canción del grupo británico Alt-J dedicada a los pocos segundos que adelantaron y siguieron la desavisada pisada sobre una mina del fotógrafo Robert Capa. Mayo 1954, Indochina como escena, Taro el título de la canción. Una pieza musical desgarradora con un solo de guitarra que se repite hasta acercarse al sonido de un sitar, a este se añade una voz masculina muy expresiva a la que se suma la de un coro en la parte final (https://www.youtube.com/watch?v=S3fTw_D3l10). La canción habla del fotógrafo Robert Capa, de su cuerpo destrozado, del momento en el que él abandona la vida “cuando todos los colores se convierten en escala de grises”, hasta llegar a la total oscuridad. Sin embargo, la protagonista es Gerda Taro a la que él, con su muerte, se reúne. «Do not spray into eyes/I have sprayed you into my eyes», dice el estribillo de la canción. Sus ojos están todavía llenos de Gerda Taro, pese a los muchos años transcurridos después de su muerte, ocurrida en situaciones igualmente trágicas. Gerda, que había entrado en su vida y en su corazón en París en los años treinta, nunca salió de allí. Ahora, que la explosión de la mina destroza el cuerpo de Robert, repite la canción, los dos se encuentran otra vez a pocos pasos el uno de la otra.

Gerda Taro y Robert Capa, foto de Fred Stein, París, 1936

Fotógrafa, fotoperiodista, aficionada testigo de la Guerra civil española, mujer valiente e inconformista, contracorriente en el corazón y en la vida, alineada contra las injusticias y los abusos, siempre al lado de las víctimas y partidaria de la libertad, Gerda Taro, en realidad, se llamaba Gerta Pohorylle, nacida el primero de agosto de 1910 en Stuttgart en una familia judía de origen polaco.

Dada la época, su condición de joven judía pronto se convirtió en un peligro por su seguridad. Sin embargo, no quiso desentenderse de su compromiso, es más empezó a frecuentar asociaciones juveniles de izquierda que se oponían al ascenso del Nazismo. El 19 de marzo de 1933, la arrestaron por actividad subversiva y propaganda antinazi, la encarcelaron, interrogaron y amenazaron. Fueron semanas de gran temor a las que Gerda, según los testimonios recogidos, se enfrentó valientemente, con determinación y aparente serenidad. Su vida, siempre bajo el control policial incluso después de su puesta en libertad, estaba destinada a cambiar totalmente. Como muchas y muchos jóvenes, decidió dejar Alemania para huir de la amenaza nazi e intentar construir su futuro en otro país de Europa.

Escogió París y se mudó allí a finales de otoño del mismo año. Tenía sólo veintitrés años, su vida estaba enteramente por construir y Gerda pronto demostró tener toda la intención de hacerlo a su manera. No fue un periodo fácil: trabajos esporádicos, a menudo pagados en negro, mucha hambre, pocas seguridades. Sin embargo, nada la desalentó, porque vio inmediatamente las oportunidades que ofrecía la capital francesa. Ingresó en el mundo de la fotografía después de haber conocido a Endre Friedmann, un joven húngaro, fotógrafo independiente con grandes expectativas, pero con poco dinero como ella. Era el mes de septiembre del 34 y pronto de una recíproca simpatía nació una conexión profunda hecha de amor, intereses compartidos y deseo de triunfo. Gerda, aprendió de Endre a utilizar la Leika, una herramienta fotográfica ligera y ágil, y aprendió también la técnica de la impresión en laboratorio. Endre, a su vez, se dejó guiar en el ajuste de un plan estratégico y sistemático para su carrera. En efecto, fue Gerda quien transformó a Endre Friedmann en Robert Capa, uno de los mejores fotógrafos de todos los tiempos.

Retrato de Robert Capa, foto de Gerda Taro, mayo 1937

Gerda hizo correr la voz – totalmente mentirosa – por las agencias de fotografía y de revistas, de un famoso fotoperiodista estadounidense que se llamaba Robert Capa y que se hallaba en la capital francesa. Nadie lo conocía, sin embargo, nadie quería perder la ocasión de conocerle. Con esta estratagema, Gerda logró llamar la atención de las redacciones de periódicos y revistas vendiendo las fotografías de Endre Friedmann a precios más favorables. No mucho después, realizó la misma campaña promocional para sí misma y, haciendo que Gerta Pohorylle “desapareciera”, creó la nueva identidad de Gerda Taro. Como escribió Endre en 1935, era sobre todo ella quien andaba con la cámara, mientras él se quedaba en el laboratorio dedicándose a las grabaciones y a las ampliaciones y era ella también su agente fotográfica y su gerente.

Gerda obtuvo su primer carné de prensa el 4 de febrero de 1936, convirtiéndose oficialmente en reportera, escribiendo breves artículos y las notas que acompañaban las fotografías. Sin embargo, llegó a ser una fotoperiodista profesional sólo unos meses después, durante el verano, cuando dejó para siempre su trabajo de agente fotográfica para trabajar únicamente tras la cámara. Lamentablemente, de este periodo de la carrera de Taro no todo está claro. En muchos casos, las redacciones publicaban las fotografías sin indicar en el pie de foto el nombre de quien las había sacado. En otros, Gerda utilizaba el copyright de Capa, quizás imaginando (o quizás sabiendo) que una foto bajo una firma masculina iba a tener más oportunidades de ser publicada. Pese a que no existieran prohibiciones y restricciones, era siempre difícil para una mujer vender sus fotografías e imponerse en la industria como profesional –un camino mucho más fatigoso y cuesta arriba con respecto al de sus colegas varones. Gerda Taro y Robert Capa vivían, trabajaban, fotografiaban juntos. Su camaradería crecía fuerte, sin embargo, al mismo tiempo, empezó a formarse también un cono sombrío que iba a esconder a Gerda injustamente y por un largo rato. La figura de Gerda permaneció ocultada hasta los años noventa del siglo XX, cuando en Ciudad de México se encontró la “maleta mejicana” con más de 4000 negativos de fotos sacadas por Taro, Capa y David Seymur en España. En 1939, Capa, preocupado que ese material pudiera caer en manos de los fascistas y de los nazis, había encomendado la maleta a un amigo suyo para que la guardara. Olvidada durante mucho tiempo, esa valija permitió no sólo el recobro de numerosas imágenes, testigos de la guerra española, sino también la atribución a Robert y a Gerda de las fotografías que habían tomado. Este documento llevó a estudios más sistemáticos y rigurosos sobre el trabajo de fotógrafa y reportera realizado por Taro.

Soldado con una paloma, foto de Gerda Taro, 1936, España

La mirada de Gerda a través del objetivo de su cámara nunca fue imparcial ni tampoco distante. Fotografiando las manifestaciones políticas y las asambleas del mundo parisino alborotado, ella demostraba compartir las ideas y las peticiones de los grupos y de los movimientos que querían la realización de un cambio radical en la política contemporánea. Como sugiere Irme Schaber en la biografía Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella Guerra civile spagnola (DeriveApprodi, 2007), Taro creía pertenecer a la realidad antifascista europea y con sus fotos quería testimoniar sus mismas creencias. Lo hizo sobre todo cuando viajó a España después del golpe militar del 18 de julio de 1936.

Milicias republicanas, foto de Gerda Taro - 8. Milicianas entrenándose en la playa, foto de Gerda Taro, Barcelona, agosto 1936

Gerda, junto con Robert, llegó a Barcelona el 5 de agosto empuñando su Rolleiflex. Ella tenía 26 años, él 23. Al ser exiliados antifascistas, los dos se sentían muy cerca a lo que estaba ocurriendo y entendían que las imágenes fotográficas podían hacer mucho más que documentar, convirtiéndose en una herramienta potente con la que obtener la solidaridad del mundo hacia la República española.

«Los confines entre hacer la historia y fotografiar la historia no eran más muy claros”, con las fotos era posible “informar, explicar y convencer, […] disuadir y ejercer presión sobre los gobiernos democráticos de Occidente […], tenían la función de pruebas, hechos y argumentaciones, debían ser claras y auténticas. […] Las fotografías eran las representaciones a través de las imágenes de sus opiniones y convicciones sobre la realidad española […], documentos “sinceros” y convincentes».

Entierro del oficial Lukacs, Valencia, foto de Gerda Taro, junio 1937

Un lenguaje eficaz y sobre todo comprensible para todos. Después de Barcelona, en la mitad de agosto, llegaron al frente de Aragón y de allí, se dirigieron hacia Zaragoza, luego hacia Madrid y más tarde hacia el sur.

 
Gerda Taro en España, foto de Robert Capa

En una carta que tenía por título Panegírico sobre una pareja de periodistas franceses, aparecida el 8 de septiembre de 1936 en el periódico madrileño «La Voz», el reportero Clemente Cimorra cuenta el encuentro con Gerda y Robert: “[…] dos jóvenes, casi dos niños, un hombre y una mujer llamaron mi atención. Desarmados, con nada en sus manos excepto una cámara cinematográfica, sin el más mínimo miedo, observaban los movimientos de un avión precipitando sobre sus cabezas. Los llamé y, en medio del ruido de la batalla, nos presentamos: Robert Capa de «Vu» y Gerta Pohorylle de «Regards»”. El contacto con la guerra empezaba a mostrar su cruda cara y Cimorra apunta: “Andan a mi lado valientemente en uno de los peores lugares de combate y se animan el uno a la otra gritando «¡Adelante!». Para ellos, lo ideal sería fotografiar los cañones de los fusiles del enemigo mientras explosionan. Es este el valor inocente de la juventud generosa que busca la autenticidad.”

Gerda Taro en el frente de Córdoba, foto de Robert Capa, 1936

Gerda compartía la urgencia de abandonar los lugares más lejanos y más seguros, para acercarse al objetivo que tenía que fotografiar. Esta cercanía correspondía a su deseo de actuar, participar y demostrar que no era imparcial, sino solidaria, partisana junto con las otras partisanas y con los otros partisanos.

Soldados republicanos, foto de Gerda Taro, España, junio 1937

La primera experiencia de Gerda en España terminó a finales de septiembre. Después de casi dos meses y cientos de kilómetros recorridos para documentar la realidad de la guerra española, Gerda regresó a París. Algunas de sus fotos aparecieron en las revistas francesas «Regards» y «Vu», en la británica «Illustrated London News» y hasta en periódicos alemanes. Además, los republicanos españoles las utilizaron para su propaganda política. No eran sólo imágenes que describían las actividades militares en el frente, sino documentos sobre la vida, los trabajos de la población, sobre los niños y las niñas, a menudo huérfanos/as de guerra que vivían esos tiempos inenarrables, sobre los días transcurridos en la retaguardia, sobre los momentos de descanso, sobre los escombros y las devastaciones causados por los bombardeos. Por propia decisión, ella no buscaba las multitudes, sino que luchaba para centrarse en la persona, quería superar el anonimato del grupo distinguiendo un rostro y haciendo su retrato y esto hasta con los cadáveres, que eran numerosísimos.

Huérfano, foto de Gerda Taro, Madrid Víctimas de un bombardeo aéreo en la cámara mortuoria, foto de Gerda Taro, Valencia, mayo 1937

Gerda logró fijar en sus fotos también a las milicianas usando sus ametralladoras y entrenándose al lado de sus compañeros de lucha. La falta de diferencia entre los papeles, que provocó un gran escándalo porque ofrecía una imagen de la mujer nueva y no estereotipada, coincidía con la visión libre que Gerda tenía de las mujeres: valientes y fuertes, a menudo sonrientes y con la mirada resuelta, y las milicianas españolas correspondían totalmente a este retrato. Eran pioneras de una nueva manera de ser y de sentir, igual que ella. Observando las fotografías de Taro, el horizonte de la imagen es a menudo muy bajo, mientras que el contraste entre blanco y negro devuelve la intensidad de la luz del sur gracias a la sobreexposición del cielo. Las figuras están cogidas desde muy cerca, desde abajo o desde arriba, desde ángulos siempre sorprendentes y con una gran atención hacia la búsqueda estética.

Miliciana republicana (Marina Ginesta), foto de Gerda Taro, Barcelona, agosto 1936 Milicianas entrenándose, foto de Gerda Taro, Barcelona, 1936

La foto de la “Miliciana entrenándose en la playa” muestra una atención especial hacia los detalles. El objetivo de la cámara, cercano y bajo, permite que la figura domine la escena y que se recorte sobre la amplia franja del cielo. La postura de la mujer arrodillada revela la atención de la reportera hacia la armonía y la correspondencia de las líneas formadas por las piernas y los brazos en posición de tiro, la pistola apuntada contrasta con el destacado detalle de los zapatos con tacones. Una imagen icónica, igual a la del “Miliciano tiroteado a muerte” de Robert Capa.

Miliciana republicana entrenándose, foto de Gerda Taro, Barcelona, 1936

En el primer semestre de 1937, sus viajes de trabajo por España siguieron, a veces sola, otras veces junto con Robert. El 25 de febrero, Gerda obtuvo la autorización como fotógrafa en la secretaría de la propaganda de la Junta de Defensa, trabajando para el diario nacional francés «Ce Soir», recién fundado por Louis Aragon. Durante esos meses, Gerda se fue a Madrid donde frecuentó muchos fotoperiodistas, periodistas, escritoras y escritores procedentes de todo el mundo. Se fue también a Valencia, donde documentó el segundo Congreso internacional de los escritores por la defensa da la cultura. Más tarde, se fue a Málaga, a Cataluña y otra vez hacia el sur, muy cerca de las primeras líneas del frente, enviando fotografías a varias revistas y enseñando claramente, esta vez, con un sello rojo “Foto Taro”, el origen y la procedencia.

Retrato de Gerda Taro tomado pocos días ante de su muerte, España, julio 1937

Por último, tuvo lugar el infierno de Brunete. Ocurrió en la segunda mitad de julio, con exactitud el día 25. Taro tenía que regresar a París el día siguiente para entregar las fotografías sobre la guerra, sin embargo, aquel frente, tan crítico y difícil para el ejército republicano, la atraía. Quería sacar una última imagen, un último testimonio. Ignorando los avisos y las órdenes que le mandaban que se alejara de la línea de fuego, Gerda intentó, de todos modos, documentar los disparos de las ametralladoras y la explosión de las bombas. La tragedia ocurrió en pocos minutos. Un tanque rozó la cámara sobre la que, sujetada por un lado, se encontraba Taro. La reportera fue lanzada desde el estribo y las orugas del tanque pasaron sobre su vientre. La llevaron al hospital inglés de la 35° división, mientras ella, sus manos y con todas sus fuerzas, intentó apretar lo que quedaba de su abdomen para evitar que se le salieran las vísceras. Los testigos afirman que no se quejó.

Gerda Taro wounded in the hospital in El Escorial, July 25, 1937
La enfermera y los médicos que la recibieron entendieron inmediatamente lo grave de su situación y, muy probablemente, le administraron una gran cantidad de morfina para aliviar sus sufrimientos. Cuando Gerda volvió en sí cuentan que pidió: “¿Aseguraste mis cámaras? Son nuevas”. La mañana siguiente, cuando Rafael Alberti y la escritora española María Teresa León, enterados de la noticia, llegaron al hospital, Gerda ya había expirado. Faltaban los ataúdes y María Teresa León contó que “llevaron un autocamión que transportaba cajones y pusimos a Gerda Taro entre la carga”. El periódico francés «Ce Soir» se encargó de trasladar sus despojos a Francia para que fueran enterrados en París, la ciudad que, pocos años antes, la joven y brillante Gerda Pohorylle había escogido para construir su vida. sus manos y con todas las fuerzas que le quedaban, intentaba apretar el abdomen para que no salieran las entrañas y todo esto sin quejarse, como cuentan los testigos.
Tumba de Gerda Taro, París, Cementerio de Père-Lachaise, foto de Marinella Mundula, 2025

Sólo unos días antes de cumplir 27 años.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

 I am writing this article while listening to a song by the British band Alt-J dedicated to the few seconds that preceded and followed photographer Robert Capa's unwitting step on a landmine. May 1954 and Indochina are the settings, Taro is the title of the song. It is a poignant piece with a musical phrase on the guitar that repeats itself until it transforms and resembles the sound of a sitar, accompanied by a particularly expressive male voice and a chorus in the final part (https://www.youtube.com/watch?v=S3fTw_D3l10). It talks about the photographer Robert Capa, his torn body, his abandonment of life “when allcolors become shades of gray” until reaching total darkness, but the protagonist is Gerda Taro, with whom the photographer is reunited in death. “Do not spray into eyes/I have sprayed you into my eyes” recites the song's chorus. His eyes are still struck and filled with Gerda Taro, even though years have passed since her death, which occurred in equally tragic circumstances. Gerda, who entered his life and heart in Paris in the 1930s, never left; now that the explosion of the mine has torn Robert's body apart, he repeats the song, and they find themselves once again just a few steps away from each other.

Gerda Taro and Robert Capa, photo by Fred Stein, Paris, 1936

Photographer, photojournalist, passionate witness to the Spanish Civil War, courageous and unconventional woman, countercurrent in spirit and in life, opposed to injustice and abuse, always on the side of the victims, always on the side of freedom, Gerda Taro's real name was Gerta Pohorylle and she was born on August 1, 1910, in Stuttgart to a Jewish family of Polish origin.

Soon, given the period, her status as a young Jewish woman became a danger to her safety; however, she did not want to shy away from her commitment and began to frequent left-wing youth associations that opposed the rise of Nazism. She was arrested for subversive activities and anti-Nazi propaganda on March 19, 1933, taken to prison, interrogated, and threatened. These were weeks of great fear, which Gerta, according to the testimonies gathered, faced with courage, determination, and apparent serenity. Her life, always under police surveillance even after her release from prison, was destined to change radically. Like many other young people, she decided to leave Germany, to escape the Nazi threat and try to build her future in another part of Europe.

She chose Paris and arrived there in the late autumn of the same year. She was only twenty-three years old, her life was entirely to be built, and Gerta immediately showed that she had every intention of doing so in her own way. It was not an easy period: odd jobs, often paid under the table, a lot of hunger, few certainties, but this did not demoralize the young woman, who immediately saw the opportunities offered by the French capital. She entered the world of photography after meeting Endre Friedmann, a young Hungarian freelance photographer with high hopes but little money, like her. It was September 1934, and their mutual sympathy soon gave way to a deep bond of love, shared interests, and a desire for success. Gerta learned from Endre how to use the Leica, a light and agile photographic instrument, and the technique of printing in the laboratory; Endre, in turn, was guided in the development of a systematic strategic plan for his career. It was Gerta who transformed Endre Friedmann into Robert Capa, destined to become one of the greatest photographers of all time.

Portrait of Robert Capa, photo by Gerda Taro, May 1937

She circulated the completely fabricated news in photographic agencies and magazines that a famous American photojournalist named Robert Capa was in the French capital. No one had ever seen or met him, but no one wanted to miss out on him: with this ploy, Gerta managed to intrigue newspaper and magazine editors and sell Endre Friedmann's photographs at more favorable prices. Shortly afterwards, she carried out the same promotional campaign on herself and, by making Gerta Pohorylle ‘disappear,’ she created Gerda Taro. As Endre wrote in 1935, she was often the one who went out with the camera while he stayed in the lab, printing and enlarging the photos; she also acted as his photographic agent and manager.

Gerda obtained her first press card on February 4, 1936, officially becoming a reporter, writing short articles and captions to accompany the photographs. But the transition to professionalism came a few months later, in the summer of 1936, when she closed her work as a photographic agent for good and moved on to working solely behind the lens. However, not everything about this period of Taro's career is clear or defined. In many cases, editors published the images without indicating the name of the photographer in the captions; in others, Gerda used Capa's copyright, perhaps imagining (or perhaps knowing) that a photo signed by a man would have a better chance of being published. Although there were no prohibitions or restrictions, it was always difficult for a woman to sell her photographs and establish herself as a professional in the field, a path that was certainly more difficult and uphill than that of her male colleagues. Gerda Taro and Robert Capa lived together, worked together, photographed together, and their partnership grew stronger, but at the same time, a shadow began to form that would unjustly hide Gerda for a long time. At least until the 1990s, when the so-called “Mexican suitcase” was found in Mexico City, containing more than 4,000 negatives taken in Spain by Taro, Capa, and photographer David Seymur. Capa, worried that the material might fall into the hands of the fascists and Nazis, had entrusted it to a friend for safekeeping in 1939. Long forgotten, the suitcase not only made it possible to recover numerous images of the events of the Spanish Civil War, but also allowed the photographs taken by Robert and Gerda to be attributed to them, this time correctly and without concealment, thus enabling more systematic and rigorous studies of Taro's work as a photographer and reporter to begin.

Soldier with a dove, photo by Gerda Taro, 1936, Spain

Gerda's gaze through the camera lens was never impartial or distant. By photographing political marches and assemblies in the turbulent reality of Paris, she showed that she shared the ideas and demands of the groups and movements calling for a change of course in contemporary politics. As Irme Schaber suggests in her biography Gerda Taro: A Revolutionary Photographer in the Spanish Civil War (DeriveApprodi, 2007), Taro considered herself part of the European anti-fascist movement and intended her photographs to bear witness to her own convictions. She did so above all when she left for Spain after the military coup of July 18, 1936.

Republican militias, photo by Gerda Taro - 8. Militia women training on the beach, photo by Gerda Taro, Barcelona, August 1936

Gerda, together with Robert, arrived in Barcelona on August 5 with her Rolleiflex in hand. She was 26, he was 23. As anti-fascist exiles, they felt particularly close to what was happening and both felt that photographic images could go beyond simple documentation, they could become a powerful tool with which to gain solidarity for the Spanish Republic:

«The boundaries between making history and photographing history were no longer so clear-cut», With photos, it was possible to «inform, explain, and convince, [...] stir up and put pressure on the governments of Western democracies [...] They served as evidence, facts, and arguments; they had to be clear and authentic. [...] Photographs became the visual representation of their opinions and convictions about the reality of Spain [...] ‘sincere’ and convincing documents».

Funeral of General Lukacs, Valencia, photo by Gerda Taro, June 1937

An effective language that was, above all, understandable to everyone. After Barcelona, in mid-August, they arrived at the Aragon front and moved on to Zaragoza, then Madrid and further south.

 
Gerda Taro in Spain, photo by Robert Capa

In a piece entitled “Eulogy for a pair of French journalists,” which appeared in the Madrid newspaper La Voz on September 8, 1936, reporter Clemente Cimorra recounted his encounter with Gerda and Robert: "[...] two young people, almost children, a man and a woman, caught my attention. Unarmed, with nothing in their hands but a camera, without the slightest fear, they watched the movements of an airplane crashing above their heads. I called out to them, and amid the noise of battle, we introduced ourselves: Robert Capa of Vu and Gerta Pohorylle of Regards." Direct contact with the war was beginning to show its harshest face, and Cimorra noted: “They walk beside me with their faces uncovered in one of the worst places of combat and encourage each other by shouting ‘Come on!’ The ideal for them would be to photograph the enemy's rifle barrels as they explode. This is the innocent courage of generous youth seeking authenticity.”

Gerda Taro on the Cordoba front, photo by Robert Capa, 1936

Gerda shared the need to abandon distant and safe observation points for safety's sake; proximity to the subject to be reproduced corresponded to the desire to be involved, to participate, to be not “impartial” but supportive. A partisan among other partisans.

Republican soldiers, photo by Gerda Taro, Spain, June 1937

At the end of September, Gerda's first experience in Spain came to an end. After almost two months and hundreds of kilometers traveled to document the Spanish reality, she returned to Paris. Some of her images were published in the French magazines Regards and Vu, in the British Illustrated London News, and even in German publications, and were used in the propaganda of the Spanish Republic. These were not just images of military activities on the front line, they were also documents of the life and work of the population, of children, often war orphans living through those unspeakable times, of days behind the lines, of moments of rest, of the rubble and devastation of the bombings. She deliberately avoided crowds of people, striving instead to focus on the individual, to overcome the anonymity of the group by identifying a face, a portrait. This was also true of the corpses, which were numerous.

Orphan, photo by Gerda Taro, Madrid Victims of an air raid in the morgue, photo by Gerda Taro, Valencia, May 1937

Gerda also captured images of female militiamen grappling with rifles, training alongside their comrades in arms. This lack of role differences, which caused quite a scandal because it presented an unprecedented and non-stereotypical image of women, coincided with Gerda's liberal view of women: courageous and strong, often smiling and with a direct gaze, the Spanish militiamen fully corresponded to this image. They were pioneers of a new way of being and feeling, just like her. Looking at Taro's photographs, the horizon of the image is often very low, while the contrast between black and white conveys the intensity of the southern light thanks to the overexposure of the sky; the figures are captured in close-up, from below or above, with unexpected angles and great attention to aesthetic research.

Republican militiaman (Marina Ginesta), photo by Gerda Taro, Barcelona, August 1936 Militiamen in training, photo by Gerda Taro, Barcelona, 1936]

The image of the Militiaman in training on the beach shows particular attention to every detail. The close and low lens allows the figure to dominate the scene, standing out against the wide expanse of sky. The woman's kneeling position reveals the attention to harmony and the correspondence of the lines formed by her legs and arms in a shooting position, the pointed gun contrasting with the detail of her clearly visible high-heeled shoes. An iconic image, on a par with Robert Capa's Miliziano colpito a morte (Militiaman Shot Dead).

Republican militiaman in training, photo by Gerda Taro, Barcelona, 1936

In the first half of 1937, she continued her work trips to Spain, sometimes alone, sometimes with Robert. On February 25, Gerda obtained authorization as a photographer from the propaganda secretariat of the Defense Council, working for the French national newspaper Ce Soir, recently founded by Louis Aragon. During those months, she was in Madrid, where she met many photojournalists, journalists, and writers from all over the world. She traveled to Valencia, where she documented the Second International Congress of Writers for the Defense of Culture, and to Malaga, in Catalonia, in the south, as close as possible to the front lines, sending photographs to various magazines, this time clearly indicating their origin and provenance with the red stamp “Photo Tato.” indicating the origin and provenance.

Portrait of Gerda Taro taken a few days before her death, Spain, July 1937

Finally, it was Brunete, the hell of Brunete, in the second half of July, on the 25th to be exact. Taro was supposed to return to Paris the following day to deliver her war photographs, but that critical and difficult front for the Republican forces called her back for one last image, for one last testimony. Ignoring warnings and orders to move away from the line of fire, Gerda tried to document the machine-gun fire and the explosion of bombs. The tragedy unfolded in a matter of minutes. A tank grazed the car on which Taro was clinging to one side. She was thrown from the running board and the tank's tracks ran over her lower abdomen. She was taken to the British hospital of the 35th Division, while with her hands and all her remaining strength she tried to press down on what was left of her abdomen to prevent her intestines from spilling out. Without a complaint, according to witnesses.

Gerda Taro wounded in the hospital in El Escorial, July 25, 1937

The nurse and doctors who took her in immediately saw the seriousness of the situation and, most likely, administered large amounts of morphine to alleviate her suffering. When Gerda regained consciousness, she reportedly asked, “Have you secured my cameras? They're new.” When Rafael Alberti and Spanish writer Maria Teresa Leon, alerted to the tragedy, arrived at the hospital the following morning, Gerda had already passed away. There were no coffins available, and Maria Teresa Leon recounted that “they brought a truck carrying crates and we placed Gerda Taro among the cargo.” The French newspaper Ce Soir finally took it upon itself to transfer the coffin to France so that she could be buried in Paris, the city that the young and brilliant Gerta Pohorylle had chosen to build her life in just a few years earlier.

Gerda Taro's grave, Paris, Père-Lachaise Cemetery, photo by Marinella Mundula, 2025

In a few days, she would have turned 27.

Sottocategorie

 

 

 Wikimedia Italia - Toponomastica femminile

    Logo Tf wkpd

 

CONVENZIONE TRA

Toponomastica femminile, e WIKIMEDIA Italia