Francoise Demulder, anche nota come Fifi, nasce a Parigi nel 1947. Figlia di un ingegnere elettronico, studia filosofia e lavora come modella prima di avvicinarsi per caso alla fotografia. È la prima donna a vincere l'ambito premio World Press Photo of the Year per una foto in bianco e nero, scattata nel 1976 durante l'espulsione di cittadini/e palestinesi dal distretto di Karantina a Beirut. In un periodo in cui è eccezionale per una donna lavorare come fotografa di guerra, Fifi Demulder e le sue colleghe Catherine Leroy e Christine Spengler aprono un varco in quel campo fino ad allora dominato dagli uomini. Negli anni Settanta e Ottanta, diventano le personalità di spicco delle tre agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Sipa con sede a Parigi che allora è il centro del fotogiornalismo mondiale.
È il suo primo fidanzato, il fotografo Yves Billyin, ad avvicinare Demulder alla fotografia. Con lui va in Vietnam con un biglietto di sola andata, inizialmente come turista, ma il suo desiderio di capire meglio la situazione, la spinge a rimanere. Fino a quel momento, ha conosciuto il mondo della fotografia soltanto come modella. «Aveva piuttosto il suo posto dall'altra parte dell'obiettivo. È l'incontro con il Vietnam che l'ha fatta diventare fotografa», racconta Billyin. Dotata di grande talento naturale senza una specifica formazione, si forma direttamente sul campo, impara presto gli ingredienti di base della fotografia di guerra e si muove liberamente nel Paese grazie alla sua intraprendenza. L’Associated Press acquista i suoi scatti e in breve tempo il suo lavoro diventa molto richiesto. «L’unico modo per guadagnarsi da vivere era fare foto. Non ero affatto un fotografo, ma c’era una grande necessità di foto dal Vietnam. Vendevo circa quattro foto al giorno a un ufficio stampa, perché erano gli unici a pagare in contanti. Non c’è mai stato tanto lavoro come allora in Vietnam», dichiara Françoise Demulder nel 1977 in una intervista alla rivista olandese Viva.
Il 30 aprile 1975, quando le/i cittadine/i americani e le altre persone straniere sono evacuate da Saigon, Demulder resta nel palazzo presidenziale e riesce a immortalare l’entrata in città dei carri armati Vietcong, scattando la foto esclusiva di uno di questi che sfonda il cancello principale dell'edificio. La fotografia fa il giro del mondo e diviene il simbolo della sconfitta americana. Da quel momento, Fifi Demulder viaggia molto per incarico delle principali riviste francesi come Paris Match, e internazionali, tra cui Time, Life e Newsweek.
Dopo il Sud-est asiatico si interessa ad altri conflitti in Angola, Libano, Etiopia, Pakistan e Cuba. Va spesso in Medio Oriente, dove stringe amicizia con Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, di cui documenta la partenza definitiva dal Libano verso il Nord Africa via mare, nel 1983. È proprio Arafat che, incapace di pronunciare il suo nome, le darà il soprannome di Fifi. Segue la guerra Iran-Iraq e quella del Golfo, durante la quale è una delle poche giornaliste presenti a Baghdad quando la città viene bombardata. Demulder odia la guerra e sente il dovere di documentare le sofferenze delle creature innocenti; nelle sue foto ci sono il dolore e la disperazione di donne e uomini impotenti di fronte alla crudeltà delle armi.
Yasser Arafat e Françoise Demulder, 1989
La sua carriera è stroncata dalla malattia, una leucemia. «Si è ritrovata all'improvviso, nel 2001, con un cancro, senza un soldo, senza aver mai versato contributi», racconta il regista e fotografo Christian Poveda, che crea l'associazione Des clics et des claques per aiutarla. Circa 360 fotografi e fotografe offrono uno scatto da mettere all'asta. Poi un errore medico la rende paraplegica. «Era la sua ossessione da fotografa di guerra, non essere ferita alle gambe. E, una mattina, si sveglia paralizzata», racconta Yves Billyin. Infine il 3 settembre del 2008 muore a Parigi per un infarto. Una risposta all’orrore della guerra probabilmente non l'aveva ancora trovata, ma le sue immagini lo hanno raccontato, nella speranza che tutto ciò non accadesse più. Fra tutte le sue foto, la più emblematica è Distress in Lebanon, quella che le è valsa il premio World Press Photo nel 1977.
Françoise Demulder riceve il premio World Press Photo ad Amsterdam, 1977
Appena scattata, Demulder spedisce il rullino in taxi a Damasco, dove è caricato su un volo diretto a Parigi e consegnato a Gamma, la sua agenzia fotografica. Inizialmente la fotografia non è apprezzata e viene messa da parte; soltanto quando Demulder torna da Beirut, diverse settimane dopo, viene pubblicata e affissa sui muri della parte della città non controllata dai falangisti. Nella foto in bianco e nero in primo piano un’anziana donna palestinese supplica un miliziano cristiano armato; sullo sfondo, bambine e bambini che fuggono a piedi nudi lungo la strada devastata. Quella mattina di gennaio del 1976, la milizia cristiana falangista attacca la gente palestinese rifugiata nel quartiere di Karantina a Beirut est, dando fuoco alle case e provocando un migliaio di vittime. Ancora oggi, quella donna immortalata dalla fotografa sembra chiedere il perché di tanto odio. Demulder racconterà in seguito alla televisione francese che solo la bambina e il bambino, visibili sullo sfondo, sopravvivono. Il miliziano si suicida giocando alla roulette russa. Questa immagine la perseguita per anni, riportandole alla mente la follia della guerra libanese e la carneficina durante i combattimenti. «Da quel momento in poi non si è trattato più di buoni cristiani e malvagi palestinesi, e i falangisti non mi hanno mai perdonato», ha detto.
Donna palestinese che implora un miliziano delle Falangi a Karantina, Beirut Est, 1977
Nel corso della brillante carriera, Françoise Demulder riceve numerosi premi e riconoscimenti per il suo lavoro. Le sue fotografie sono esposte in gallerie e musei di tutto il mondo, contribuendo a sensibilizzare l'opinione pubblica su temi come i diritti umani e la giustizia sociale. I suoi scatti sono poetici e carichi di emozione. Utilizza la luce in modo magistrale, creando atmosfere che riescono a trasmettere la complessità delle situazioni ritratte. La capacità di entrare in contatto con le persone e di guadagnarsi la loro fiducia le consente di catturare momenti autentici e intimi, rendendo il proprio lavoro ancora più potente. Crede fermamente nell'importanza di rappresentare le persone con dignità e rispetto, evitando la spettacolarizzazione del dolore. Il suo lavoro è un atto di responsabilità sociale.
A Françoise Demulder si è ispirato Alan Cowell, scrittore inglese e per molto tempo corrispondente di guerra, nel suo romanzo A Walking Guide pubblicato per la prima volta nel 2003 da Simon & Schuster. La protagonista femminile è Faria Duclos (stesse iniziali di Demulder), una fotografa di guerra francese, ex modella. L'anno seguente, Michael Alan Lerner, ex corrispondente di Newsweek, nel suo film Deadlines, ha creato il personaggio della fotografa Julia Muller, basato su di lei; la pellicola è incentrata su eventi reali e ambientata a Beirut nel 1983 quando la città è dilaniata dalla guerra.
Françoise Demulder, Parigi, 1977
Traduzione francese Sara Benedetti
Françoise Demulder, dite Fifi, naît à Paris en 1947. Fille d’un ingénieur en électronique, elle fait ses études en philosophie et, avant de s’approcher à la photographie, elle travaille comme mannequin. Elle est la première femme à recevoir le prestigieux World Press Photo of the Year grâce à une photographie en noir et blanc prise en 1976, lors de l’expulsion de palestiniennes et palestiniens du quartier de Karantina à Beyrouth. C’est une période où il est exceptionnel pour une femme de travailler comme photographe de guerre mais Fifi Demulder, avec ses collègues Catherine Leroy et Christine Spengler, ouvrent la voie dans un domaine jusqu’alors dominé par les hommes. Dans les années Soixante-dix et Quatre-vingt, elles deviennent des figures de premier plan des agences photographiques Sygma, Gamma et Sipa à Paris qui représente alors le centre névralgique du photojournalisme mondial.
C’est le photographe Yves Billyin, son fiancé, qui suscite l’intérêt de Demulder pour la photographie. Elle part avec lui au Vietnam avec un billet aller comme touriste mais son désir de mieux comprendre la situation du pays la pousse à rester. Jusqu’alors, elle n’avait connu le monde de la photographie qu’en tant que mannequin. «Sa place était plutôt de l’autre côté de l’objectif. C’est la rencontre avec le Vietnam qui a fait d’elle une photographe», raconte Billyin. Sans formation spécifique mais dotée d’un grand talent naturel, elle se forme sur le terrain, elle apprend rapidement les éléments essentiels de la photographie de guerre et circule librement dans le Pays grâce à son esprit d’initiative. L’Associated Press achète ses clichés et son travail devient rapidement très demandé. «La seule manière de gagner sa vie était de prendre des photos. Je n’étais pas du tout photographe mais il y avait un immense besoin d’images du Vietnam. Je vendais environ quatre photos par jour à un service de presse parce que il était le seul à payer en espèces. Il n’y a jamais eu autant de travail qu’à cette époque-là au Vietnam», déclare Françoise Demulder dans une interview accordée au magazine néerlandais Viva en 1977.
Le 30 avril 1975, quand les citoyennes et citoyens américains ainsi que les autres personnes étrangères sont évacués de Saïgon, Demulder reste dans le palais présidentiel et elle réussit à immortaliser l’entrée des chars Vietcongs dans la ville avec une photo exclusive qui représente l’un d’eux en train de enfoncer la portail principale du bâtiment. La photo fait le tour du monde et devient le symbole de la défaite américaine. À partir de ce moment-là, Fifi Demulder voyage beaucoup pour les principaux magazines français, comme Paris Match, et internationaux comme Time, Life et Newsweek.
En plus de l’Asie du Sud-Est, elle s’intéresse à d’autres conflits en Angola, au Liban, en Éthiopie, au Pakistan et à Cuba. Elle se rend souvent au Moyen-Orient où elle se lie d’amitié avec Yasser Arafat, le leader de l’Organisation de libération de la Palestine, dont elle documente le départ définitif du Liban vers l’Afrique du Nord par voie maritime en 1983. C’est Arafat qui, incapable de prononcer son nom, lui donnera le surnom de Fifi. Elle suit les évènements de la guerre Iran-Irak puis de la guerre du Golfe où elle est l’une des rares journalistes présentes à Bagdad pendant les bombardements de la ville. Demulder déteste la guerre et sent le devoir de documenter les souffrances des êtres innocents; ses photos expriment la douleur et le désespoir des femmes et des hommes impuissants face à la cruauté des armes.
Yasser Arafat et Françoise Demulder, 1989
Sa carrière s’interrompe brutalement à cause de la leucémie. «Elle s’est retrouvée soudainement, en 2001, avec un cancer, sans un sou et sans avoir jamais versé une cotisation», raconte le réalisateur et photographe Christian Poveda qui crée l’association Des clics et des claques pour l’aider. Environ 360 photographes offrent un cliché à mettre aux enchères. Ensuite, une erreur médicale la rend paraplégique. «Ne pas être blessée aux jambes était son obsession de photographe de guerre. Et un matin, elle s’est réveillée paralysée», raconte Yves Billyin. Enfin, le 3 septembre 2008 elle meurt à Paris d’un infarctus. Probablement elle n’avait pas encore trouvé de réponse à l’horreur de la guerre mais ses images l’ont racontée dans l’espoir que cela ne se reproduise plus. Sa photo la plus emblématique est Distress in Lebanon, celle qui lui vaut le prix World Press Photo en 1977.
Françoise Demulder reçoit le prix World Press Photo à Amsterdam, 1977
Demulder envoie toute de suite la pellicule en taxi à Damas où elle est chargée sur un vol pour Paris et remise à Gamma, son agence photographique. Au début, la photo n’est pas appréciée et elle est mise de côté ; ce n’est que plusieurs semaines plus tard, lorsque Demulder rentre de Beyrouth, qu’elle est publiée et affichée sur les murs de la ville non contrôlée par les phalangistes. Sur la photo en noir et blanc au premier plan il y a une vieille femme palestinienne qui supplie un milicien chrétien armé; à l’arrière-plan, des enfants fuient pieds nus le long d’une route dévastée. Ce matin de janvier 1976, la milice chrétienne phalangiste attaque les gens palestiniens réfugiés dans le quartier de Karantina à Beyrouth-Est et met feu aux maisons, en provoquant un millier de victimes. Même aujourd’hui, cette femme immortalisée par la photo semble demander pourquoi tant de haine. Ensuite, Demulder racontera à la télévision française que seulement les enfants à l’arrière-plan ont survécu. Le milicien se suicide en jouant à la roulette russe. Cette image la hantera pendant des années, lui rappelant la folie de la guerre du Liban et le carnage des combats. «À partir de ce moment-là, ce n’était plus une question de bons chrétiens et de mauvais palestiniens, et les phalangistes ne m’ont jamais pardonné», dit elle.
Donna palestinese che implora un miliziano delle Falangi a Karantina, Beirut Est, 1977
Au cours de sa brillante carrière, Françoise Demulder reçoit de nombreux prix et distinctions pour son travail. Ses photos sont exposées dans les galeries et les musées du monde entier, ce qui a contribué à la sensibilisation de l’opinion publique aux thèmes des droits humains et de la justice sociale. Ses clichés sont plein de poésie et d’émotion. Elle utilise la lumière avec une maîtrise remarquable, créant des atmosphères capables de transmettre toute la complexité des situations représentées. Sa capacité d’entrer en contact avec les personnes et de gagner leur confiance lui permet de capturer des moments authentiques et intimes qui rendent son travail encore plus puissant. Elle croit profondément à l’importance de représenter les individus avec dignité et respect sans spectaculariser la souffrance. Son travail est un acte de responsabilité sociale.
Alan Cowell, écrivain britannique et correspondant de guerre, s’est inspiré de Françoise Demulder pour son roman A Walking Guide, publié pour la première fois en 2003 chez Simon & Schuster. La protagoniste Faria Duclos (avec les mêmes initiales de Demulder) est une photographe de guerre française ex-mannequin. L’année suivante, Michael Alan Lerner, ex-correspondant de Newsweek, crée dans son film Deadlines le personnage de la photographe Julia Muller, également inspiré d’elle; le film s’appuie sur les événements réels et se déroule à Beyrouth en 1983 quand la ville est déchirée par la guerre.
Françoise Demulder, Paris, 1977
Traduzione spagnola Irene Maria Leonardi
Francoise Demulder, también conocida como Fifi, nació en París en 1947. Hija de un ingeniero electrónico, estudió filosofía y trabajó como modelo antes de acercarse a la fotografía por casualidad. Fue la primera mujer en ganar el codiciado premio World Press Photo of the Year, que obtuvo por una fotografía en blanco y negro, tomada en 1976 durante la expulsión de ciudadanos/as palestinos/as del distrito de Karantina en Beirut. En una época en la que era excepcional que una mujer trabajara como fotógrafa de guerra, Fifi Demulder y sus compañeras de trabajo Catherine Leroy y Christine Spengler se abrieron paso en un campo hasta entonces dominado por los hombres. En los años setenta y ochenta, se convirtieron en personalidades de relieve de las agencias fotográficas Sygma, Gamma y Sipa, con sede en París que por entonces era el centro del fotoperiodismo mundial.
Fue su primer novio, el fotógrafo Yves Billyin, quien inició a Demulder en la fotografía. Viajó con él a Vietnam con un billete de ida, inicialmente como turista, pero su deseo de comprender mejor la situación, la llevó a quedarse. Hasta entonces, solo había conocido el mundo de la fotografía como modelo. «En realidad, su sitio estaba al otro lado del objetivo. Fue su encuentro con Vietnam lo que la convirtió en fotógrafa», contó Billyin. Dotada de un gran talento natural y sin formación específica, se formó directamente con la experiencia directa, asimilando rápidamente los elementos básicos de la fotografía de guerra, y se movió con total libertad por el país gracias a su intrepidez. La Associated Press compró sus fotografías y, en poco tiempo, su trabajo empezó a ser muy solicitado. «La única manera que tenía de ganarme la vida era haciendo fotos. No era fotógrafa en absoluto, pero había una gran necesidad de fotos de Vietnam. Vendía unas cuatro fotos al día a una agencia de prensa, porque eran los únicos que pagaban en efectivo. Nunca hubo tanto trabajo como entonces en Vietnam», declaró Françoise Demulder en 1977 en una entrevista para la revista holandesa «Viva».
El 30 de abril de 1975, cuando las ciudadanas y los ciudadanos estadounidenses y otros/as extranjeros/as fueron evacuados de Saigon, Demulder permaneció en el palacio presidencial y logró inmortalizar la entrada de los tanques del Vietcong en la ciudad, tomando la foto exclusiva de uno de ellos derribando la puerta principal del palacio. La fotografía dio la vuelta al mundo y se convirtió en el símbolo de la derrota estadounidense. A partir de ese momento, Fifi Demulder viajó mucho por encargo de las principales revistas francesas como «Paris Match», e internacionales, como «Time», «Life» y «Newsweek».
Además de por el sudeste asiático, se interesó por otros conflictos en Angola, Líbano, Etiopía, Pakistán y Cuba. Viajó a menudo a Oriente Medio, donde entabló amistad con Yasser Arafat, líder de la Organización para la liberación de Palestina, de quien documentó la salida definitiva del Líbano hacia el norte de África por mar, en 1983. Precisamente Arafat, incapaz de pronunciar su nombre, le pondrá el apodo de Fifi. Cubrió la guerra entre Irán e Iraq y la del Golfo, durante la cual fue una de las pocas periodistas presentes en Bagdad cuando la ciudad fue bombardeada. Demulder odiaba la guerra, pero sentía el deber de documentar el sufrimiento de las personas inocentes; en sus fotos se refleja el dolor y la desesperación de mujeres y hombres impotentes ante la crueldad de las armas.
Yasser Arafat y Françoise Demulder, 1989
Su carrera fue interrumpida por una enfermedad, la leucemia. «De repente, en 2001, se encontró con un cáncer, sin un céntimo y sin haber cotizado nunca», contó el director y fotógrafo Christian Poveda, quien creó la asociación Des clics et des claques para ayudarla. Unos/as 360 fotógrafos y fotógrafas ofrecieron una foto para subastarla. Luego, un error médico la dejó parapléjica. «Era su obsesión, como fotógrafa de guerra, no ser herida en las piernas. Y, una mañana, se despertó paralizada», contó Yves Billyin. Finalmente, murió de infarto en París el 3 de septiembre de 2008. Probablemente aún no había encontrado una respuesta al horror de la guerra, pero sus fotografías lo han narrado, con la esperanza de que todo aquello no volviera a suceder. Entre todas sus fotografías, la más emblemática es Distress in Lebanon, que le valió el premio World Press Photo en 1977.
Françoise Demulder recibe el premio World Press Photo en Ámsterdam, 1977
Apenas tomada, Demulder envió el carrete en taxi a Damasco, donde fue cargado en un vuelo con destino a París y entregado a Gamma, su agencia fotográfica. La fotografía no fue muy apreciada al principio y la dejaron a un lado; solo cuando Demulder regresó de Beirut, varias semanas después, se publicó y se colocó en las paredes de la parte de la ciudad que no estaba controlada por los falangistas. En la foto en blanco y negro, en primer plano, una mujer anciana palestina suplica a un miliciano cristiano armado; al fondo, niñas y niños que huyen descalzos por la calle devastada. Aquella mañana de enero de 1976, la milicia cristiana falangista atacó a la población palestina refugiada en el barrio de Karantina, en el este de Beirut, incendiando las casas y causando alrededor de un millar de víctimas. Aún hoy, la mujer inmortalizada por la fotógrafa parece preguntarse el motivo de tanto odio. Demulder contó más tarde en la televisión francesa que solo sobrevivieron la niña y el niño, visibles al fondo. El miliciano se suicidó jugando a la ruleta rusa. Esta imagen la persiguió durante años, evocándole la locura de la guerra en el Líbano y la carnicería durante los combates. «A partir de ese momento, ya no se trataba de buenos cristianos y palestinos malvados, y los falangistas nunca me perdonaron», dijo.
Donna palestinese che implora un miliziano delle Falangi a Karantina, Beirut Est, 1977
A lo largo de su carrera brillante, Françoise Demulder recibió numerosos premios y reconocimientos por su trabajo. Sus fotografías están expuestas en galerías y museos de todo el mundo, contribuyendo a sensibilizar a la opinión pública sobre temas como los derechos humanos y la justicia social. Sus fotos son poéticas y están llenas de emoción. Utiliza la luz de forma magistral para crear atmósferas que transmiten la complejidad de las situaciones retratadas. Su capacidad de conectarse con las personas y ganarse su confianza le permitió capturar momentos auténticos e íntimos, lo que hizo que su trabajo fuera aún más impactante. Creía firmemente en la importancia de representar a las personas con dignidad y respeto, evitando la transformar el dolor en espectáculo. Su trabajo era un acto de responsabilidad social.
Françoise Demulder inspiró a Alan Cowell, escritor inglés y corresponsal de guerra durante mucho tiempo, en su novela A Walking Guide, publicada por primera vez en 2003 por Simon & Schuster. La protagonista femenina, Faria Duclos (cuyas iniciales coinciden con las de Demulder), es una fotógrafa de guerra francesa, exmodelo. Al año siguiente, Michael Alan Lerner, ex corresponsal de «Newsweek», creó el personaje de la fotógrafa Julia Muller, basado en Demulder, en su película Deadlines, que se centra en hechos reales y está ambientada en Beirut en 1983, cuando la ciudad se veía devastada por la guerra.
Françoise Demulder, París, 1977
Traduzione inglese Syd Stapleton
Françoise Demulder, also known as Fifi, was born in Paris in 1947. The daughter of an electrical engineer, she studied philosophy and worked as a model before discovering photography by chance. She was the first woman to win the coveted World Press Photo of the Year award for a black-and-white photo, taken in 1976 during the expulsion of Palestinian citizens from the Karantina district of Beirut. At a time when it was exceptional for a woman to work as a war photographer, Fifi Demulder and her colleagues Catherine Leroy and Christine Spengler broke new ground in a field that had been dominated by men until then. In the 1970s and 1980s, they became the leading figures of the three photo agencies Sygma, Gamma, and Sipa based in Paris, which was then the center of world photojournalism.
It was her first boyfriend, photographer Yves Billyin, who introduced Demulder to photography. She went to Vietnam with him on a one-way ticket, initially as a tourist, but her desire to understand the situation better prompted her to stay. Until then, she had only known the world of photography as a model. "She was more at home on the other side of the lens. It was her encounter with Vietnam that made her a photographer," says Billyin. Gifted with great natural talent but without any specific training, she learned on the job, quickly mastering the basics of war photography and moving freely around the country thanks to her resourcefulness. The Associated Press bought her photos and her work soon became highly sought after. “The only way to make a living was to take pictures. I wasn't a photographer at all, but there was a great need for photos from Vietnam. I sold about four photos a day to a press agency because they were the only ones who paid cash. There has never been as much work as there was then in Vietnam,” Françoise Demulder said in a 1977 interview with the Dutch magazine Viva.
On April 30, 1975, when American citizens and other foreigners were evacuated from Saigon, Demulder remained in the presidential palace and managed to capture the Vietcong tanks entering the city, taking an exclusive photo of one of them breaking through the main gate of the US embassy building. The photograph was seen around the world and became a symbol of American defeat. From that moment on, Fifi Demulder traveled extensively on assignment for major French magazines such as Paris Match, and international magazines including Time, Life, and Newsweek.
After Southeast Asia, she became interested in other conflicts in Angola, Lebanon, Ethiopia, Pakistan, and Cuba. She often traveled to the Middle East, where she befriended Yasser Arafat, leader of the Palestine Liberation Organization, whose final departure from Lebanon to North Africa by sea she documented in 1983. It was Arafat himself who, unable to pronounce her name, gave her the nickname Fifi. She covered the Iran-Iraq War and the Gulf War, during which she was one of the few journalists present in Baghdad when the city was bombed. Demulder hated war and felt a duty to document the suffering of innocent people; her photos show the pain and despair of women and men powerless in the face of the cruelty of weapons.
Yasser Arafat and Françoise Demulder, 1989
Her career was cut short by an illness, leukemia. “She suddenly found herself, in 2001, with cancer, penniless, without ever having paid social security contributions,” says director and photographer Christian Poveda, who created the association Des clics et des claques to help her. Around 360 photographers offered a shot to be auctioned. Then a medical error left her paraplegic. “It was her obsession as a war photographer not to be injured in the legs. And one morning, she woke up paralyzed,” says Yves Billyin. Finally, on September 3, 2008, she died in Paris of a heart attack. She probably hadn't yet found an answer to the horror of war, but her images told the story, in the hope that it would never happen again. Of all her photos, the most emblematic is Distress in Lebanon, which won her the World Press Photo award in 1977.
Françoise Demulder receives the World Press Photo award in Amsterdam, 1977
As soon as she took it, Demulder sent the film roll by taxi to Damascus, where it was loaded onto a flight to Paris and delivered to Gamma, her photo agency. Initially, the photograph was not appreciated and was set aside; only when Demulder returned from Beirut several weeks later was it published and posted on the walls of the part of the city not controlled by the Phalangists. The black-and-white photo shows an elderly Palestinian woman begging an armed Christian militiaman in the foreground, with children fleeing barefoot along the devastated street in the background. On that January morning in 1976, the Christian Phalangist militia attacked Palestinian refugees in the Karantina neighborhood of East Beirut, setting houses on fire and killing around a thousand people. Even today, the woman immortalized by the photographer seems to be asking why there is so much hatred. Demulder later told French television that only the little girl and boy visible in the background survived. The militiaman committed suicide by playing Russian roulette. This image haunted her for years, bringing back memories of the madness of the Lebanese war and the carnage during the fighting. “From that moment on, it was no longer about good Christians and evil Palestinians, and the Phalangists never forgave me,” she said.
Palestinian woman pleading with a Phalangist militiaman in Karantina, East Beirut, 1977
Throughout her brilliant career, Françoise Demulder received numerous awards and honors for her work. Her photographs are exhibited in galleries and museums around the world, helping to raise public awareness of issues such as human rights and social justice. Her shots are poetic and emotionally charged. She uses light masterfully, creating atmospheres that convey the complexity of the situations she portrays. Her ability to connect with people and earn their trust allowed her to capture authentic and intimate moments, making her work even more powerful. She firmly believed in the importance of representing people with dignity and respect, avoiding the sensationalization of pain. Her work was an act of social responsibility.
Françoise Demulder inspired Alan Cowell, an English writer and long-time war correspondent, in his novel A Walking Guide, first published in 2003 by Simon & Schuster. The female protagonist is Faria Duclos (same initials as Demulder), a French war photographer and former model. The following year, Michael Alan Lerner, a former Newsweek correspondent, created the character of photographer Julia Muller, based on Demulder, in his film Deadlines. The film is based on real events and set in Beirut in 1983 when the city was torn apart by war.
Françoise Demulder, Paris, 1977
Jane Jacobs Barbara Belotti
Carola Pignati
Le Jane’s walk si organizzano nel primo fine settimana di maggio, ogni anno in ogni parte del mondo, anche in Italia. È un sistema globale di camminate tra i quartieri delle città per ricordare e celebrare Jane Jacobs, l’attivista e giornalista statunitense che ha a lungo contestato i modelli e le pianificazioni dello sviluppo urbano.
Se fosse ancora viva (si è spenta a Toronto nel 2006) sarebbe ancora oggi in prima fila a criticare e avversare i progetti senza freni dei grandi costruttori e dei grandi magnati dell’edilizia che, in tutto il mondo, garantiscono enormi profitti a pochi individui condannando molto spesso cittadine e cittadine a vivere peggio. Le passeggiate sono un modo pacifico ma determinato di ripensare i centri urbani, capaci di mettere in risalto il valore della mobilità sostenibile contro la congestione del nostro traffico, soverchiante e inquinante; di riscoprire le bellezze storico-artistiche intorno a noi e di ricordarci come il patrimonio culturale sia un bene comune da rispettare e tutelare; di porre in primo piano il verde e gli spazi aperti, mai troppo difesi e protetti dall’espansione incontrollata di costruzioni, cemento e asfalto. Passeggiare insieme e vivere in modo collettivo e socializzante l’esperienza, consente di conoscere e riflettere su idee di città a misura di persone e di vita, secondo una visione concreta della realtà urbana in cui i fatti, i dati e le esigenze di chi ci vive non sono soffocate e stravolte da teorie astratte di programmazione urbanistica. Temi molto discussi e ancora molto attuali che Jane Jacobs, appassionata attivista e giornalista controcorrente, ha cominciato a porsi e a porre molto tempo fa.
Jane Jacobs, il cui cognome di famiglia è Butzner, nasce in Pennsylvania nel 1916 in una famiglia aperta e attenta al libero sviluppo delle sue capacità. A diciotto anni si trasferisce a New York per lavorare e la città diviene la realtà tangibile su cui formare le sue convinzioni e il suo pensiero; vivrà a lungo a Manhattan, almeno fino al 1968 quando si sposterà con marito e prole in Canada, a Toronto. A New York, dopo aver svolto lavori di dattilografa e stenografa, Jane approda alla rivista Vogue e comincia a occuparsi di alcune attività economiche e dei riflessi che queste determinano sui quartieri cittadini in cui gravitano. Nasce così il suo sguardo appassionato e libero sulla realtà urbana, sulla sua complessità, sulle dinamiche che l’attraversano. Jane studia presso la Columbia University senza conseguire la laurea; contemporaneamente scrive sull’organo dell’industria metallurgica The Iron Age, e, fino al 1952, anche per l’Office of War Information e la rivista del Dipartimento di Stato Amerika. Sono tutti organismi e agenzie di Stato e il suo pensiero non allineato non sempre ha vita facile, arrivando a subire per due volte, negli anni del maccartismo, indagini e interrogatori per sospette simpatie comuniste. A sua difesa, in quelle difficili occasioni, Jane Jacobs ricorda il principio fondamentale del diritto di espressione:
«Non sono d'accordo con gli estremisti né di destra né di sinistra, ma penso che si debba permettere loro di parlare e di pubblicare, sia perché hanno, e dovrebbero avere, dei diritti, sia perché, una volta che i loro diritti vengono meno, i diritti di tutti noi sono difficilmente al sicuro».
Edmund Bacon con il plastico delle Society Hill Towers di Philadelpia, 1960 ca.
Dopo queste esperienze, Jacobs comincia a scrivere per la rivista Architectural Forum e anche qui propone idee indipendenti e originali, mai supine nei confronti delle posizioni di potere. Come quando, soffermandosi sulle Society Hill Towers di Philadelphia progettate dall’architetto e urbanista Edmund Bacon, non lesina critiche evidenziando come le comunità afroamericane presenti nel quartiere fossero state trascurate dal progetto. Per lei i quartieri urbani sono elementi dinamici, poliformi e complessi, composti da persone, spazi, edifici, attività che non devono essere ignorate e silenziate; secondo il suo pensiero l’architettura e l’urbanistica dovrebbero imparare a non essere aggressive, a «rispettare, nel senso più profondo del termine, le strisce di caos che hanno una strana saggezza propria non ancora compresa nel nostro concetto di ordine urbano». Queste le parole con cui si rivolge nel 1956 ad architetti e urbanisti presenti all’Università di Harvard per parlare del quartiere di East Harlem. Una lezione su nuove e possibili prospettive con cui affacciarsi sulle realtà cittadine. «Le strisce di caos» che emanano saggezza sono i percorsi che nel tempo hanno definito e reso unici i quartieri con i loro edifici disomogenei per forme, stili e materiali, ma pulsanti di vita e attività economiche di prossimità.
Le sue idee cominciano a diffondersi: nel ’58 la Fondazione Rockefeller le assegna fondi per condurre uno studio critico sulla pianificazione urbana e sulla vita urbana negli Stati Uniti. Il messaggio comincia a essere condiviso: individuare priorità sociali giuste, cercare soluzioni che possano migliorare le città e portare a progettazioni in grado di sviluppare positivamente le molteplici realtà urbane, senza mai dimenticare, anzi ponendoli in evidenza, i valori culturali e umani. Da queste posizioni, Jacobs critica i metodi di pianificazione e progettazione urbanistica e rigenerazione urbana che prevedono imponenti demolizioni di quartieri, ampie arterie urbane di grande comunicazione, delocalizzazioni forzate di abitanti e piccole attività economiche, restrizione (quando non cancellazione) di aree e spazi comuni in cui le persone possono incontrarsi, discutere e socializzare.
Jane Jacobs, 1961
Sono le radici da cui nasce il suo libro più famoso The death and life of great american cities del 1961. Come spesso le accade, le sue idee e il suo scritto dividono: riceve grande sostegno ma anche feroci critiche, soprattutto da architetti, progettisti e urbanisti che non tollerano che una donna, per di più non laureata, intervenga in campi che non le “appartengono”. Da sempre predominio maschile, il mondo dell’architettura e dell’urbanistica attacca le sue teorie ma, soprattutto, attacca la sua persona definendola una dilettante del settore capace solo di ciance da bar, una “casalinga” prestata all’architettura, una «dama militante». Ma Jane non demorde e nel ’62, lasciata la rivista Architectural Forum, si dedica all’attività di scrittrice e di attivista.
Jane Jacobs way, Greenwich Village, Manhattan, New York
Fedele alle sue idee, Jacobs combatte in prima linea per le cause in cui crede, come la difesa del Greenwich Village, il quartiere in cui vive con la sua famiglia e che l’architetto e urbanista Robert Moses, promotore per decenni dei piani di ristrutturazione di New York, individua per nuove trasformazioni negli anni ’50 e ’60. Jane, insieme a comitati e cittadinanza, si batte contro la realizzazione di grandi strade ad alta densità di traffico, vere autostrade urbane che irrompono violentemente nei tessuti urbani; è contro la demolizione indiscriminata ‒ spesso spacciata per “rigerazione” urbana ‒ di aree ritenute “degradate” che in realtà nasconde appetiti speculativi. Dopo la mobilitazione per il Greenwich Village, si impegna per la zona di Lower Manhattan, contro la sua trasformazione e la costruzione del complesso del Trade World Center: dietro il vessillo del rinnovamento e del decoro urbano vede speculazioni edilizie e interessi finanziari che sacrificano, con ottiche sociali distorte, interi quartieri, aree urbane vive, abitate e stratificate.
Jane Jacobs Weg, Vienna
Nel 1968 viene arrestata durante un’udienza pubblica finita in tafferugli, accusata di istigazione alla sommossa, intralcio alla pubblica amministrazione e danneggiamenti, accuse in seguito ridimensionate. Poco tempo dopo decide di lasciare per sempre gli Usa e di trasferirsi con la sua famiglia in Canada, a Toronto, dove vivrà per oltre trent’anni fino alla morte. Parte della decisione dipende anche dall’impegno militare statunitense in Vietnam che Jane, attivista contro la guerra, vede come una minaccia per i suoi figli che rischiano la chiamata alle armi. Toronto è una seconda opportunità per lei che, anche qui, diviene protagonista di campagne in favore di un diverso sviluppo urbano. La sua attività di saggista prosegue negli anni canadesi: scrive The Economy of Cities del 1969 (in Italia dal 1971 con il titolo L’economia delle città), Cities and the Wealth of Nations (1984), Systems of Survival (1992), The Nature of Economies (2000), Dark Age Ahead (2004), l’ultimo suo libro.
Jane Jacobs, 2004
Per le sue pubblicazioni nel 1996 è stata nominata Ufficiale dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza concessa da questo Paese. La motivazione individua nel suo impegno di attivista e autrice il grande impulso che ha prodotto un significativo cambiamento di mentalità sia tra chi lavora nel campo della pianificazione architettonica e urbanistica, sia tra le cittadine e i cittadini:
«Attivista sociale e sostenitrice del principio di pensare globalmente e agire localmente, ha lasciato la sua impronta indelebile sul paesaggio di Toronto. Stimolando la discussione, il cambiamento e l'azione, ha contribuito a rendere le strade della città canadesi e i quartieri vivaci, vivibili e funzionali per tutti».bba permettere loro di parlare e di pubblicare, sia perché hanno, e dovrebbero avere, dei diritti, sia perché, una volta che i loro diritti vengono meno, i diritti di tutti noi sono difficilmente al sicuro».
Traduzione francese Giorgia Corvino
Les « Jane’s Walks » sont organisées chaque année durant le premier week-end de mai, partout dans le monde, y compris en Italie. Il s'agit d'un réseau mondial de marches citadines à travers les quartiers pour commémorer et célébrer Jane Jacobs, l'activiste et journaliste américaine qui a longtemps contesté les modèles et les planifications du développement urbain.
Si elle était encore en vie (elle s'est éteinte à Toronto en 2006), elle serait aujourd'hui encore en première ligne pour critiquer et combattre les projets effrénés des grands bâtisseurs et des magnats de l'immobilier qui, à travers le globe, garantissent d'énormes profits à quelques individus tout en condamnant bien souvent les citadins à une dégradation de leur qualité de vie. Ces promenades sont une manière pacifique mais déterminée de repenser les centres urbains. Elles mettent en exergue la valeur de la mobilité durable face à la congestion d'un trafic envahissant et polluant ; elles permettent de redécouvrir les beautés historico-artistiques qui nous entourent et de nous rappeler que le patrimoine culturel est un bien commun à respecter et à protéger ; elles placent au premier plan les espaces verts et les lieux ouverts, jamais assez défendus contre l'expansion incontrôlée du béton et de l'asphalte. Se promener ensemble et vivre cette expérience de manière collective et socialisante permet de réfléchir à une idée de la ville à taille humaine. C'est une vision concrète de la réalité urbaine où les faits, les données et les besoins des habitants ne sont pas étouffés par des théories abstraites de programmation urbanistique. Ce sont des thèmes brûlants d'actualité que Jane Jacobs, activiste passionnée et journaliste à contre-courant, a commencé à soulever il y a bien longtemps.
Jane Jacobs, née Butzner, voit le jour en Pennsylvanie en 1916 au sein d'une famille ouverte, attentive au libre développement de ses capacités. À dix-huit ans, elle s'installe à New York pour travailler. La métropole devient la réalité tangible sur laquelle elle forge ses convictions. Elle vivra longtemps à Manhattan, jusqu'en 1968, date à laquelle elle partira avec son mari et ses enfants pour le Canada, à Toronto. À New York, après avoir été dactylographe et sténographe, Jane rejoint le magazine Vogue et commence à s'intéresser aux activités économiques et à leurs répercussions sur les quartiers. C'est ainsi que naît son regard libre sur la complexité urbaine et les dynamiques qui la traversent. Elle étudie à l'Université de Columbia sans obtenir de diplôme, tout en écrivant pour l'organe de l'industrie métallurgique The Iron Age et, jusqu'en 1952, pour l'Office of War Information et la revue du Département d'État Amerika. Travaillant pour des organismes d'État, sa pensée non-alignée n'est pas toujours bien accueillie: durant les années du maccarthysme, elle subit par deux fois des interrogatoires pour de suspectes sympathies communistes. Pour sa défense, elle invoque le principe fondamental de la liberté d'expression:
«Je ne suis d'accord avec les extrémistes ni de droite ni de gauche, mais je pense qu'on doit leur permettre de parler et de publier, d'une part parce qu'ils ont des droits, et d'autre part parce que, une fois que leurs droits sont bafoués, les droits de nous tous ne sont plus en sécurité».
Edmund Bacon avec le plastique des Society Hill Towers de Philadelpia, 1960 ca.
Après ces expériences, Jacobs écrit pour la revue Architectural Forum. Là encore, elle propose des idées indépendantes, jamais soumises aux positions de pouvoir. Lorsqu'elle étudie les Society Hill Towers de Philadelphie, conçues par l'urbaniste Edmund Bacon, elle ne ménage pas ses critiques, soulignant que les communautés afro-américaines du quartier ont été totalement négligées par le projet. Pour elle, les quartiers sont des éléments dynamiques et complexes composés de personnes, d'espaces et d'activités qui ne doivent pas être réduits au silence. Selon elle, l'architecture et l'urbanisme devraient apprendre à ne pas être agressifs, à « respecter, dans le sens le plus profond du terme, les lisières de chaos qui possèdent une sagesse propre, pas encore comprise par notre concept d'ordre urbain ». C'est avec ces mots qu'elle s'adresse en 1956 aux architectes de l'Université de Harvard à propos du quartier d'East Harlem. Une leçon sur de nouvelles perspectives possibles : ces « lisières de chaos » pleines de sagesse sont les parcours qui, au fil du temps, ont rendu les quartiers uniques, avec leurs édifices hétérogènes mais vibrants de vie et d'économie de proximité.
Ses idées se diffusent : en 1958, la Fondation Rockefeller lui octroie des fonds pour mener une étude critique sur la planification et la vie urbaine aux États-Unis. Son message commence à être partagé : identifier des priorités sociales justes et chercher des solutions capables de développer positivement les réalités urbaines sans jamais oublier les valeurs humaines. Jacobs critique les méthodes de régénération urbaine qui prévoient des démolitions massives, de larges artères de communication, des délocalisations forcées d'habitants et la suppression des espaces communs où les gens peuvent se rencontrer.
Jane Jacobs, 1961
C'est sur ce terreau que naît en 1961 son livre le plus célèbre, The Death and Life of Great American Cities (Déclin et survie des grandes villes américaines). Comme souvent, ses écrits divisent : elle reçoit un grand soutien mais aussi des critiques féroces, surtout de la part d'architectes et d'urbanistes qui ne tolèrent pas qu'une femme, de surcroît non diplômée, intervienne dans des domaines qui ne lui « appartiennent » pas. Ce monde, alors prédominance masculine, attaque ses théories mais s'en prend surtout à sa personne, la qualifiant d'amateur capable seulement de « discussions de comptoir », de « ménagère » égarée dans l'architecture ou de « dame militante ». Mais Jane ne cède pas et, en 1962, elle quitte Architectural Forum pour se consacrer entièrement à son travail d'autrice et d'activiste.
Jane Jacobs way, Greenwich Village, Manhattan, New York
Fidèle à ses idées, Jacobs se bat en première ligne pour les causes auxquelles elle croit, comme la défense de Greenwich Village. Ce quartier, où elle vit, est visé dans les années 50 et 60 par les plans de restructuration de l'urbaniste Robert Moses. Jane, aux côtés de comités de citoyens, lutte contre la création de grandes routes à haute densité de trafic, de véritables autoroutes urbaines qui déchirent le tissu social. Elle s'oppose à la démolition aveugle de zones jugées « dégradées » — souvent présentée sous le vernis de la « régénération » — qui cache en réalité des appétits spéculatifs. Après la mobilisation pour Greenwich Village, elle s'engage pour le secteur du Lower Manhattan contre la construction du complexe du World Trade Center : derrière l'étendard du renouveau, elle voit des spéculations immobilières et des intérêts financiers sacrifiant des quartiers vivants et stratifiés.
Jane Jacobs Weg, Vienna
En 1968, elle est arrêtée lors d'une audience publique qui tourne à l'altercation. Accusée d'incitation à l'émeute et d'entrave à l'administration publique, les charges seront plus tard réduites. Peu après, elle décide de quitter définitivement les États-Unis pour s'installer à Toronto, au Canada, où elle vivra plus de trente ans. Cette décision est en partie motivée par l'engagement militaire américain au Vietnam ; activiste anti-guerre, elle voit dans ce conflit une menace pour ses fils qui risquent la conscription. Toronto est une seconde chance pour elle. Là encore, elle devient la figure de proue de campagnes en faveur d'un développement urbain différent. Son activité d'essayiste se poursuit : elle publie The Economy of Cities (1969), Cities and the Wealth of Nations (1984), Systems of Survival (1992), The Nature of Economies (2000) et son dernier ouvrage, Dark Age Ahead (2004).
Jane Jacobs, 2004
Pour ses publications, elle a été nommée Officier de l'Ordre du Canada en 1996, la plus haute distinction du pays. La motivation souligne que son engagement a produit un changement de mentalité significatif:
«Activiste sociale et partisane du principe de penser globalement et agir localement, elle a laissé une empreinte indélébile sur le paysage de Toronto. En stimulant la discussion et l'action, elle a contribué à rendre les rues et les quartiers des villes canadiennes vivants, habitables et fonctionnels pour tous».
Traduzione spagnola Irene Maria Leonardi
Las Paseos de Jane se organizan el primer fin de semana de mayo, cada año en todo el mundo, también en Italia y en España. Se trata de una iniciativa global que consiste en dar paseos por los barrios de las ciudades para recordar y rendir homenaje a Jane Jacobs, la activista y periodista estadounidense que durante mucho tiempo cuestionó los modelos y las planificaciones de desarrollo urbano.
Si aún estuviera viva (murió en Toronto en 2006), hoy seguiría en primera línea criticando y oponiéndose a los proyectos sin frenos de los grandes constructores y magnates de la construcción que, en todo el mundo, garantizan enormes beneficios a unos pocos individuos y condenan muy a menudo a la ciudadanía a vivir en peores condiciones. Los paseos son una forma pacífica, pero efectiva, de recalificar los centros urbanos y dar realce al valor de la movilidad sostenible contra la congestión de nuestro tráfico, aplastante y contaminante. Nos permiten redescubrir las bellezas histórico-artísticas que nos rodean y nos recuerdan que el patrimonio cultural es un bien común que debemos respetar y proteger. Además, ponen en primer plano las zonas verdes y los espacios abiertos, que nunca están suficientemente defendidos y protegidos de la expansión descontrolada de las construcciones, el hormigón y el asfalto. Pasear juntos y vivir la experiencia de manera colectiva y sociable permite conocer modelos de ciudades a medida de las personas centrados en la vida cotidiana, y reflexionar sobre ellos según una visión concreta de la realidad urbana en la que los hechos, los datos y las exigencias de quienes la habitan no resultan sofocados ni distorsionados por teorías abstractas de planificación urbana. Estos son temas muy debatidos y aún muy actuales que Jane Jacobs, activista apasionada y periodista inconformista, comenzó a plantearse y a introducir hace mucho tiempo.
Jane Jacobs, cuyo apellido era Butzner, nació en Pensilvania en 1916 en una familia abierta y atenta al libre desarrollo de sus capacidades. A los dieciocho años se trasladó a Nueva York para trabajar y la ciudad se convirtió en el escenario tangible en el que formó sus convicciones y su pensamiento. Vivió mucho tiempo en Manhattan, al menos hasta 1968, cuando se trasladó con su marido y prole a Canadá, a Toronto. En Nueva York, después de trabajar como dactilógrafa y taquígrafa, Jane entró a formar parte de la revista «Vogue», donde empezó a ocuparse de ciertas actividades económicas y de su repercusión en los barrios de la ciudad. Así nació su mirada apasionada y libre sobre el espacio urbano, su complejidad y las dinámicas que lo atraviesan. Jane estudió en la Columbia University, aunque no llegó a graduarse; al mismo tiempo, escribía en la revista de la industria metalúrgica «The Iron Age» y, hasta 1952, para el Office of War Information y la revista del Departamento de Estado, «Amerika». Se trataba de organismos y agencias de Estado, y su pensamiento disonante le dificultó el camino: llegó a sufrir, en dos ocasiones durante los años del macartismo, investigaciones e interrogatorios por sospechas de simpatías comunistas. En su defensa, en esas difíciles ocasiones, Jane Jacobs recordó el principio fundamental del derecho a la libertad de expresión:
«No estoy de acuerdo con los extremistas, ni de derechas ni de izquierdas, pero creo que hay que permitirles hablar y publicar, tanto porque tienen y deberían tener derechos, como porque, cuando se violan esos derechos, también los nuestros difícilmente estarán a salvo».
Edmund Bacon con la maqueta de las Society Hill Towers de Philadelpia, 1960 aprox
Tras estas experiencias, Jacobs comenzó a escribir para la revista «Architectural Forum», donde también proponía ideas independientes y originales, nunca subyugadas a las posiciones de poder. Por ejemplo, cuando se detuvo en las Society Hill Towers de Filadelfia, diseñadas por el arquitecto y urbanista Edmund Bacon, no escatimó críticas, señalando cómo las comunidades afroamericanas presentes en el barrio habían sido ignoradas por el proyecto. En su opinión, los barrios urbanos eran elementos dinámicos, poliformes y complejos, compuestos por personas, zonas, edificios y actividades que no se podían ignorar ni silenciar. Consideraba que la arquitectura y el urbanismo debían aprender a no ser agresivos y a «respetar, en el sentido más profundo del término, las franjas de caos que se caracterizan por una extraña sabiduría que aún no se ha comprendido en nuestro concepto de orden urbano». Estas fueron las palabras que dirigió en 1956 a los arquitectos y urbanistas presentes en la Universidad de Harvard para hablar del barrio de East Harlem. Una lección sobre nuevas y posibles perspectivas desde las cuales examinar la realidad urbana. «Las franjas de caos» que emanan sabiduría son los caminos que, a lo largo del tiempo, han definido y conferido unicidad a los barrios, con sus edificios no homogéneos en cuanto a formas, estilos y materiales, pero llenos de vida y de actividades económicas de proximidad.
Sus ideas comenzaron a difundirse: en 1958, la Fundación Rockefeller le concedió fondos para llevar a cabo un estudio crítico sobre la planificación y la vida urbana en Estados Unidos. Su mensaje empezó a tener impacto: identificar las prioridades sociales correctas, buscar soluciones que pudieran mejorar las ciudades y crear proyectos que contribuyeran positivamente al desarollo de las múltiples realidades urbanas, sin olvidar nunca –sino más bien poniendo de relieve– los valores culturales y humanos. Desde estas perspectivas, Jacobs criticó los métodos de planificación y de proyecto urbanístico y de regeneración urbana que preveían demoliciones masivas de barrios, grandes arterias urbanas de comunicación, el desplazamiento forzoso de habitantes y pequeñas empresas, así como la restricción (o incluso la eliminación) de zonas y espacios comunes en los que las personas pudieran reunirse, discutir y socializar.
Jane Jacobs, 1961
Esas son las raíces de las que nació su libro más famoso The death and life of great american cities de 1961. Como le ocurría a menudo, sus ideas y su obra dividían a la opinión pública: recibió un gran apoyo, pero también feroces críticas, especialmente de arquitectos, diseñadores y urbanistas que no toleraban que una mujer, y además sin título universitario, interviniera en ámbitos que no le «correspondían». Tradicionalmente dominado por los hombres, el mundo de la arquitectura y el urbanismo atacó sus teorías y, sobre todo, a su persona, definiéndola como una aficionada del sector, capaz solo de charlatanería de bar, una «ama de casa» dedicada a la arquitectura, una «dama militante». Sin embargo, Jane no desistió y, en 1962, tras dejar la revista «Architectural Forum», se dedicó a la profesión de escritora y activista.
Jane Jacobs way, Greenwich Village, Manhattan, Nueva York
Fiel a sus ideas, Jacobs luchó en primera línea por las causas en las que creía, como la defensa de Greenwich Village, el barrio en el que vivía con su familia y que el arquitecto y urbanista Robert Moses, impulsor de los planes de reestructuración de Nueva York durante décadas, eligió para nuevas transformaciones en los años cincuenta y sesenta. Jane, junto con los comités y la ciudadanía, luchó contra la realización de grandes vías de intenso tráfico, auténticas autopistas urbanas que irrumpían violentamente en los tejidos urbanos. Se opuso a la demolición indiscriminada –a menudo disfrazada de “regeneración” urbana– de zonas consideradas “degradadas”, que en realidad ocultaba intereses especulativos. Tras la movilización a favor de Greenwich Village, se comprometió con la zona de Lower Manhattan, oponiéndose a su transformación y a la construcción del complejo del Trade World Center. Bajo la bandera de la renovación y el decoro urbano, veía especulaciones inmobiliarias e intereses financieros que, con una visión social distorsionada, sacrificaban barrios enteros y zonas urbanas vivas, habitadas y estratificadas.
Jane Jacobs Weg, Viena
En 1968, fue arrestada durante una reunión pública que degeneró en tumultos, acusada de instigar la rebelión, obstruir la pública administración y otros daños, cargos que posteriormente se suavizaron. Poco después, decidió abandonar definitivamente Estados Unidos y establecerse con su familia en Canadá, en Toronto, donde vivió durante más de treinta años hasta su muerte. Esta decisión también se vio influida por la intervención militar estadounidense en Vietnam, que Jane, como activista contra la guerra, consideraba una amenaza para sus hijos, que corrían el riesgo de ser llamados a filas. Toronto fue una segunda oportunidad para ella que,también aquí, se convirtió en protagonista de campañas a favor de un desarrollo urbano diferente. Su actividad como ensayista continuó durante sus años en Canadá: escribió The Economy of Cities en 1969 (publicado en español en 1971 con el título La economía de las ciudades), Cities and the Wealth of Nations (1984; trad. es. Las ciudades y la riqueza de las naciones: Los principios de la vida económica 1986), Systems of Survival (1992; trad. es. Sistemas de supervivencia: Un diálogo sobre los fundamentos morales del comercio y la política 2014), The Nature of Economies (2000; trad. es. La naturaleza de las economías 2000) y Dark Age Ahead (2004; trad. es. La Edad Sombría que se avecina 2023), que fue su último libro.
Jane Jacobs, 2004
En 1996 fue nombrada Oficial de la Orden de Canadá, la máxima distinción que concedía este país, por sus publicaciones. La motivación indica que su compromiso como activista y escritora ha generado un cambio de mentalidad significativo entre quienes trabajan en el ámbito de la planificación arquitectónica y urbanística, así como entre las ciudadanas y los ciudadanos:
«Activista social y defensora del principio de pensar globalmente y actuar localmente, Jane Jacobs ha dejado su huella indeleble en el paisaje de Toronto. Al fomentar el intercambio de ideas, la innovación y la acción, ha contribuido a que las calles y los barrios de las ciudades canadienses sean lugares dinámicos, habitables y funcionales para todas las personas».
Traduzione inglese Syd Stapleton
Jane's Walks are organized on the first weekend of May every year all over the world, including Italy. It is a global system of walks through city neighborhoods to remember and celebrate Jane Jacobs, the American activist and journalist who long challenged urban development models and planning.
If she were still alive (she died in Toronto in 2006), she would still be at the forefront of criticism and opposition to the unbridled projects of large construction companies and real estate magnates who, all over the world, guarantee huge profits for a few individuals, often condemning citizens to a worse life. Walking is a peaceful but determined way to rethink urban centers, highlighting the value of sustainable mobility against our overwhelming and polluting traffic congestion. to rediscover the historical and artistic beauty around us and remind ourselves that cultural heritage is a common good to be respected and protected; to put green spaces and open spaces at the forefront, which are never too well defended and protected from the uncontrolled expansion of buildings, concrete, and asphalt. Walking together and experiencing life in a collective and social way allows us to learn about and reflect on ideas for cities that are people - and life - friendly, based on a concrete vision of urban reality in which the facts, data, and needs of those who live there are not suffocated and distorted by abstract urban planning theories. These are much-discussed and still very topical issues that Jane Jacobs, a passionate activist and counter-current journalist, began to raise and pose a long time ago.
Jane Jacobs, whose family name is Butzner, was born in Pennsylvania in 1916 into an open-minded family that encouraged the free development of her abilities. At the age of eighteen, she moved to New York to work, and the city became the tangible reality on which she formed her convictions and thinking. She lived in Manhattan for a long time, at least until 1968, when she moved with her husband and children to Toronto, Canada. In New York, after working as a typist and stenographer, Jane landed a job at Vogue magazine and began to take an interest in certain economic activities and their impact on the city neighborhoods where they took place. This gave rise to her passionate and free-spirited view of urban reality, its complexity, and the dynamics that shape it. Jane studied at Columbia University without graduating; at the same time, she wrote for the metallurgical industry magazine The Iron Age and, until 1952, also for the Office of War Information and the State Department magazine Amerika. These were all state bodies and agencies, and her non-conformist thinking did not always have an easy life, leading her to be investigated and interrogated twice during the McCarthy era on suspicion of communist sympathies. In her defense, on those difficult occasions, Jane Jacobs recalled the fundamental principle of freedom of expression:
«I don't agree with extremists on either the right or the left, but I think they should be allowed to speak and publish, both because they have, and should have, rights, and because once their rights are gone, the rights of all of us are hardly safe».
Edmund Bacon with a model of the Society Hill Towers in Philadelphia, ca. 1960
After these experiences, Jacobs began writing for the magazine Architectural Forum, where she also proposed independent and original ideas, never submissive to positions of power. For example, when discussing the Society Hill Towers in Philadelphia, designed by architect and urban planner Edmund Bacon, she did not hold back in her criticism, highlighting how the African American communities in the neighborhood had been neglected by the project. For her, urban neighborhoods were dynamic, multifaceted, and complex elements, composed of people, spaces, buildings, and activities that should not be ignored or silenced. According to her thinking, architecture and urban planning should learn to not be aggressive, to “respect, in the deepest sense of the word, the strips of chaos that have a strange wisdom of their own not yet understood in our concept of urban order.” These are the words she used in 1956 to address architects and urban planners at Harvard University when talking about the East Harlem neighborhood. It was a lesson on new and possible perspectives from which to view urban realities. The “streaks of chaos” that emanate wisdom are the paths that over time have defined and made neighborhoods unique, with their buildings that are heterogeneous in form, style, and materials, but pulsating with life and local economic activity.
Her ideas began to spread: in 1958, the Rockefeller Foundation awarded her funds to conduct a critical study of urban planning and urban life in the United States. The message began to be shared: identify the right social priorities, seek solutions that can improve cities and lead to designs that can positively develop multiple urban realities, without ever forgetting, but rather highlighting, cultural and human values. From this position, Jacobs criticized urban planning and design methods and urban regeneration that involved the demolition of neighborhoods, the construction of large urban thoroughfares, the forced relocation of residents and small businesses, and the restriction (if not elimination) of common areas and spaces where people could meet, discuss, and socialize.
Jane Jacobs, 1961
These are the roots of her most famous book, The Death and Life of Great American Cities, published in 1961. As is often the case, her ideas and writing were divisive: she received great support but also fierce criticism, especially from architects, designers, and urban planners who could not tolerate a woman, especially one without a degree, intervening in fields that did not ‘belong’ to her. The world of architecture and urban planning, which had always been male-dominated, attacked her theories but, above all, attacked her personally, calling her an amateur in the field, capable only of barroom chatter, a “housewife” dabbling in architecture, a “militant lady.” But Jane did not give up and in 1962, after leaving the magazine Architectural Forum, she devoted herself to writing and activism.
Jane Jacobs Way, Greenwich Village, Manhattan, New York
True to her ideas, Jacobs fought on the front lines for the causes she believed in, such as the defense of Greenwich Village, the neighborhood where she lived with her family and which architect and urban planner Robert Moses, promoter of New York's redevelopment plans for decades, identified for new transformations in the 1950s and 1960s. Jane, together with committees and citizens, fought against the construction of large, high-traffic roads, veritable urban highways that violently disrupted the urban fabric. She was against the indiscriminate demolition—often passed off as urban “regeneration”—of areas considered “degraded” but which in reality concealed speculative appetites. After the Greenwich Village campaign, she committed herself to the Lower Manhattan area, opposing its transformation and the construction of the World Trade Center complex. Behind the banner of urban renewal and decorum, she saw real estate speculation and financial interests that sacrificed entire neighborhoods, lively, inhabited, and stratified urban areas, with a distorted social perspective.
Jane Jacobs Weg, Vienna
In 1968, she was arrested during a public hearing that ended in a brawl, accused of inciting a riot, obstructing public administration, and damage to property, charges that were later reduced. Shortly afterwards, she decided to leave the US for good and move with her family to Toronto, Canada, where she lived for over thirty years until her death. Part of her decision was also influenced by the US military involvement in Vietnam, which Jane, as an antiwar activist, saw as a threat to her children, who were at risk of being called up for military service. Toronto was a second chance for her, and here too she became a leading figure in campaigns for a different kind of urban development. She continued her work as an essayist during her years in Canada, writing The Economy of Cities in 1969, Cities and the Wealth of Nations in 1984, Systems of Survival in 1992, The Nature of Economies (2000), Dark Age Ahead (2004), her last book.
Jane Jacobs, 2004
For her publications, she was named an Officer of the Order of Canada in 1996, the highest honor awarded by that country. The citation recognized her commitment as an activist and author as a major force in bringing about a significant change in attitudes among those working in architectural and urban planning, as well as among citizens:
«A social activist and advocate of the principle of thinking globally and acting locally, she left an indelible mark on the landscape of Toronto. By stimulating discussion, change, and action, she helped make Canada's streets and neighborhoods vibrant, livable, and functional for all».
Rachel Louise Carson Laura Candiani
Carola Pignati
Dobbiamo a un bel libro di Danilo Selvaggi, Rachel dei pettirossi (Pandion edizioni, 2022), se in Italia si sta ampliando la conoscenza di questa studiosa indomita, ritenuta la madre dell'ecologismo, «una gigante della cultura del Novecento», una grande donna. (Vv n. 205 e n. 143) Il volume racconta la vita e le esperienze di Rachel Carson prima della stesura della sua opera più celebre: Silent Spring (Primavera silenziosa) uscita il 27 settembre 1962 e tradotta da noi nel 1963 da Feltrinelli; fa poi una sintesi dei principali casi e temi affrontati; quindi riferisce i numerosi avvenimenti successivi a quella pubblicazione, con le sue straordinarie conseguenze sotto il profilo normativo e culturale. Parla infine di quanto il suo esempio ci ha lasciato, del significato inestimabile del suo lavoro, della spinta che continua a darci.
Rachel era nata a Springdale (Usa) il 27 maggio 1907, dove visse a stretto contatto di boschi, colture, prati. Portata per le lettere e la scrittura fin da ragazzina, spostò poi il suo interesse verso l'ambito scientifico e l'osservazione della natura, guidata dalla mamma Maria. Prima si laureò brillantemente in Biologia marina e poi in Zoologia, iniziando a insegnare quella disciplina nel Maryland. La morte del padre, nel 1932, la costrinse ad abbandonare studi specialistici e a occuparsi della famiglia, cercando un lavoro stabile e più redditizio. Dal 1936 ottenne l'opportunità davvero unica di essere assunta (seconda donna) al Dipartimento della pesca degli Usa come scrittrice scientifica; ebbe così la fortuna di imbarcarsi su navi di ricerca e di esplorare mari e oceani. La sua abilità la portò a scrivere degli argomenti più vari e un suo articolo, inviato quasi per caso alla rivista The Atlantic Monthly, venne pubblicato con il titolo Undersea. Da un editore le fu chiesto di ampliarlo e di farlo diventare un libro; le ci vollero alcuni anni, ma poi arrivò Under the Sea-Wind (1941, Al vento del mare, Casini, 1955), un piccolo gioiello apprezzato dai più fini studiosi, che però non fu un successo di vendite perché il momento storico era tutt'altro che favorevole.
Intanto curò una lunga serie di trasmissioni radiofoniche sul mare e fece carriera nel Dipartimento. Il nuovo libro che intanto aveva scritto non trovò facilmente un editore, perciò fu smembrato, ridotto in capitoli e pubblicato sulla rivista Nature, finché uscì nel 1951 con il titolo The Sea Around Us (Il mare intorno a noi, Einaudi, 1973), diventando un bestseller pluripremiato che fruttò all'autrice due dottorati onorari e ispirò un documentario vincitore di un Oscar. I proventi le dettero sicurezza economica, così poté dedicarsi a tempo pieno alla ricerca e alla scrittura.
Nel 1953 acquistò un cottage sulle coste del Maine, a Southport Island, e ciò le permise di stringere in estate un’affettuosa amicizia con Dorothy Murdoch Freeman (1898-1978) che divenne ben presto una preziosa compagna di escursioni nella natura incontaminata, nell'osservazione delle farfalle in migrazione, nella condivisione di comuni passioni, come la musica classica. Nel 1955 Carson completò la trilogia dedicata al mare con il volume The Edge of the Sea, per il quale ebbe la collaborazione del disegnatore naturalistico Bob Hines e una presentazione della scrittrice e giornalista Sue Hubbel (1935-2018), mentre continuava le collaborazioni con varie riviste popolari. Nella sua vita privata tuttavia era alle prese con gravissimi problemi familiari perché si doveva occupare della madre anziana e delle figlie della sorella rimaste orfane, poi anche del nipote Roger, il figlioletto di una di queste, morta giovanissima. L'acquisto di una casa rurale nel Maryland dove far crescere il piccolo da lei adottato impresse una svolta ulteriore alle sue ricerche che già dagli anni Quaranta avevano cominciato a rivolgersi all'ambiente, alla sua salvaguardia, all'abuso di pesticidi e fitofarmaci, all'uso smodato di Ddt con le relative conseguenze.
Nacque così, dai suoi studi rigorosi e inattaccabili scientificamente, Primavera silenziosa, che trae il titolo dalla suggestione dei versi di John Keats: «È secco il canneto del lago, e non sento alcun uccello cantare», nella ballata La Belle Dame Sans Merci. La primavera è diventata. silenziosa perché, all'arrivo della bella stagione, gli uccelli non cantano più, sono morti insieme a parassiti e insetti, sterminati dai veleni sparsi in abbondanza sui campi, i boschi, i giardini. I pettirossi citati in più occasioni, nell'edizione italiana, in realtà sono gli american robin appartenenti al genere dei tordi, simili al pettirosso europeo perché hanno sia il petto che l'addome di colore rosso-arancio. Merita notare che il libro ha una dedica quantomai significativa ad Albert Schweitzer che aveva detto, in modo profetico: «L'uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere. Andrà a finire che distruggerà la Terra». Un dettaglio non banale riguarda lo stile adottato, forte, potente, coinvolgente, non di rado poetico in modo da toccare la sensibilità di lettori e lettrici, quasi si trattasse di un romanzo.
La vicenda umana e professionale di Carson è particolarmente interessante perché fu vittima dei pregiudizi allora fortissimi contro le scienziate, "aggravati" nel suo caso dalla circostanza che non era sposata ed era una birdwatcher, fatto considerato ai tempi assai bizzarro, specie per una donna; inoltre le si rimproverava di non essere specializzata in biochimica, e nonostante questo di occuparsene. Addirittura si scatenò contro di lei un violento attacco da parte del mondo dell'industria chimica, dell'agricoltura e di certa politica, arrivando ad accusarla di essere una spia sovietica, una comunista, una "isterica": su una rivista fu ritratta a cavallo di una scopa come una strega. Nel suo volume rivoluzionario venivano, senza mezzi termini, denunciati i danni enormi derivati dall'uso indiscriminato del Ddt che colpivano l'intera catena alimentare danneggiando la vita a vari livelli, dagli insetti fino agli uccelli e oltre.
A un pettirosso bastava mangiare undici lombrichi contaminati per cadere al suolo morto, ma i rischi erano anche per gli animali allevati e per quelli domestici e pure per le famiglie residenti vicino ai luoghi dove le sostanze velenose venivano sparse generosamente con gli aerei, senza considerare il pericolo per gli operai e gli agricoltori. Fu accusata di aver chiesto l'abolizione del Ddt, reputato all'epoca invece come una conquista che avrebbe fatto progredire l'agricoltura, in realtà Rachel ne aveva solo evidenziato l'abuso privo di regole; fu in sostanza ritenuta colpevole di voler riportare al Medioevo la società e di essere contro il progresso. Proprio in quel periodo così difficile la studiosa si ammalò di cancro al seno e subì vari interventi, tuttavia non si lasciò piegare e continuò per la propria strada, senza rendere nota la sua malattia per evitare possibili strumentalizzazioni; ecco perché, grazie al suo lavoro rigoroso e documentatissimo e alla sua determinazione, è considerata la madre dell'ambientalismo moderno. La natura, attraverso l'impegno comune e diffuso nella salvaguardia degli ambienti naturali e della biodiversità, deve essere protetta non solo perché garantisce agli esseri umani una vita sana, ma anche per la sua intrinseca bellezza che è fondamentale per il nostro più generale benessere.
Dopo la pubblicazione di Primavera silenziosa il dibattito si fece acceso e si parlò finalmente del tema sui giornali, alla televisione, in commissioni politiche, in convegni; Carson venne riconosciuta la grande scienziata che era, ricevette premi e onori e fu eletta all'Accademia americana delle Scienze. Una delle sue ultime apparizioni pubbliche fu di fronte alla Commissione Consultiva Scientifica voluta dal presidente J.F. Kennedy, che in una relazione aveva già manifestato di appoggiare le sue teorie. Purtroppo Carson non fece in tempo a vedere la messa al bando del Ddt in agricoltura, avvenuta nel 1972 (nel 1978 in Italia), perché morì a Silver Spring il 14 aprile 1964. Nel 1980 venne premiata post mortem con la Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile americana.
In Italia sono state tradotte le opere più importanti e, di recente, anche alcuni testi divulgativi rivolti a un pubblico giovanile, come Brevi lezioni di meraviglia. Elogio della natura per genitori e figli e Una favola per il futuro. E altre cronache dal mondo naturale, a testimonianza della sua spiccata capacità comunicativa. Affascinante e originale, arricchito da splendide illustrazioni, uscito nel 1955 e tradotto solo nel 2022, La vita che brilla sulla riva del mare. Le piante e gli animali che popolano i litorali rocciosi, le spiagge sabbiose e le barriere coralline è un saggio lungimirante in cui l’autrice offre non solo uno studio precisissimo sull’ecologia della costa, ma anche un racconto potente ed evocativo sul fragile equilibrio della vita che si trova in riva al mare.
Numerosi eventi, intitolazioni, spettacoli, celebrazioni si sono susseguite per ricordare sia il centesimo anniversario della nascita sia il sessantesimo della pubblicazione del suo libro prezioso, utile a farci riflettere ancora oggi sui rischi che l'umanità e la fauna corrono per il profitto sfrenato, visto che pesticidi e fitofarmaci continuano a essere largamente utilizzati nelle colture in tutto il mondo.
Traduzione francese Giorgia Corvino
Nous devons à un bel ouvrage de Danilo Selvaggi, Rachel dei pettirossi (Edizioni Pandion, 2022), l'approfondissement en Italie de la connaissance de cette chercheuse indomptable, considérée come la mère de l'écologie, « une géante de la culture du XXe siècle », une grande femme. Le volume retrace la vie et les expériences de Rachel Carson avant la rédaction de son œuvre la plus célèbre : Silent Spring (Printemps silencieux), parue le 27 septembre 1962 (traduite chez nous en 1963 par Feltrinelli) ; il propose ensuite une synthèse des principaux cas et thèmes abordés, puis relate les nombreux événements ayant suivi cette publication, avec ses conséquences extraordinaires sur les plans normatif et culturel. Enfin, il évoque l'héritage qu'elle ci a laissé, la valeur inestimable de son travail et l'élan qu'il continue de nous insuffler.
Rachel était née à Springdale (États-Unis) le 27 mai 1907, où elle vécut au contact étroit des forêts, des cultures et des prairies. Douée pour les lettres et l'écriture dès son plus jeune âge, elle tourna ensuite son intérêt vers le domaine scientifique et l'observation de la nature, guidée par sa mère Maria. Elle obtint d'abord brillamment une licence en biologie marine, puis en zoologie, avant de commencer à enseigner cette discipline dans le Maryland. La mort de son père, in 1932, la contraignit à abandonner ses études spécialisées pour s'occuper della sa famille, en cherchant un emploi stable et plus rémunérateur. À partir de 1936, elle eut l'opportunité vraiment unique d'être embauchée (deuxième femme à ce poste) au Département de la Pêche des États-Unis en tant que rédactrice scientifique ; elle eut ainsi la chance d'embarquer sur des navires de recherche et d'explorer les mers et les océans. Son talent l'amena à écrire sur les sujets les plus divers e l'un de ses articles, envoyé presque par hasard à la revue The Atlantic Monthly, fut publié sous le titre Undersea. Un éditeur lui demanda de le développer pour en faire un livre ; il lui fallut quelques années, mais parut ensuite Under the Sea-Wind (1941, Al vento del mare), un petit bijou apprécié des plus fins érudits, qui ne connut pourtant pas un grand succès commercial, le moment historique étant tout sauf favorable.
Entre-temps, elle s'occupa d'une longue série d'émissions radiophoniques sur la mer et fit carrière au sein du Département. Le nouvel ouvrage qu'elle avait écrit entre-temps ne trouva pas facilement d'éditeur ; il fut donc démembré, réduit en chapitres et publié dans la revue Nature, jusqu'à sa sortie en 1951 sous le titre The Sea Around Us (La mer autour de nous). Ce livre devint un best-seller multi-récompensé qui valut à l'autrice deux doctorats honoris causa et inspira un documentaire lauréat d'un Oscar. Les revenus lui assurèrent une sécurité financière, lui permettant de se consacrer à plein temps à la recherche et à l'écriture.
En 1953, elle acheta un cottage sur les côtes du Maine, à Southport Island, ce qui lui permit de nouer, l'été, une amitié affectueuse avec Dorothy Murdoch Freeman (1898-1978). Celle-ci devint rapidement une précieuse compagne d'excursions dans la nature sauvage, pour l'observation des papillons en migration e le partage de passions communes, comme la musique classique. En 1955, Carson compléta sa trilogie dédiée à la mer avec le volume The Edge of the Sea (La Vie entre les marées), pour lequel elle bénéficia de la collaboration du dessinateur naturaliste Bob Hines et d'une présentation de l'écrivaine et journaliste Sue Hubbel (1935-2018), tout en poursuivant ses collaborations avec diverses revues populaires. Dans sa vie privée, elle était pourtant aux prises avec de très graves problèmes familiaux : elle devait s'occuper de sa mère âgée e des filles de sa sœur restées orphelines, puis de son petit-neveu Roger, fils de l'une d'elles, morte très jeune. L'achat d'une maison rurale dans le Maryland pour y faire grandir le petit garçon qu'elle avait adopté imprima un nouveau tournant à ses recherches. Celles-ci, dès les années 1940, avaient commencé à se porter sur l'environnement, sa sauvegarde, l'abus des pesticides et des produits phytosanitaires, et l'usage immodéré du DDT avec ses conséquences.
C'est ainsi que naquit, de ses études rigoureuses et scientifiquement inattaquables, Printemps silencieux. Le titre s'inspire de la suggestion des vers de John Keats : «Le jonc s'est desséché au bord du lac, et aucun oiseau ne chante», tirés de la ballade La Belle Dame sans merci. Le printemps est devenu silencieux car, à l'arrivée de la belle saison, les oiseaux ne chantent plus ; ils sont morts en même temps que les parasites et les insectes, exterminés par les poisons répandus en abondance sur les champs, les bois et les jardins. Les « pettirossi » (rouge-gorges) cités à plusieurs reprises dans l'édition italienne sono en réalité des American robins (merles d'Amérique), appartenant au genre des grives, semblables au rouge-gorge européen car ils ont la poitrine et l'abdomen d'un rouge orangé. Il convient de noter que le livre comporte une dédicace on ne peut plus significative à Albert Schweitzer, qui avait déclaré de manière prophétique : « L'homme a perdu la capacité de prévenir et de prévoir. Il finira par détruire la Terre ». Un détail non négligeable concerne le style adopté : fort, puissant, immersif, souvent poétique afin de toucher la sensibilité des lecteurs et lectrices, presque comme s'il s'agissait d'un roman.
Le parcours humain et professionnel de Carson est particulièrement intéressant car elle fut victime des préjugés, alors très forts, contre les femmes de science, « aggravés » dans son cas par le fait qu'elle n'était pas mariée et qu'elle pratiquait l'observation des oiseaux (birdwatching), une activité jugée à l'époque fort bizarre, surtout pour une femme. De plus, on lui reprochait de ne pas être spécialisée en biochimie, tout en s'occupant de ce domaine. Une violente attaque se déchaîna même contre elle de la part du monde de l'industrie chimique, de l'agriculture et d'une certaine classe politique, allant jusqu'à l'accuser d'être une espionne soviétique, une communiste, une « hystérique » ; dans une revue, elle fut même représentée sur un balai telle une sorcière. Dans son ouvrage révolutionnaire, elle dénonçait sans détour les dommages considérables dérivant de l'usage aveugle du DDT, qui frappaient l'ensemble de la chaîne alimentaire et nuisaient à la vie à divers niveaux, des insectes aux oiseaux et au-delà.
Il suffisait à un merle d'Amérique de manger onze lombrics contaminés pour tomber raide mort, mais les risques concernaient aussi les animaux d'élevage, les animaux domestiques et les familles résidant à proximité des lieux où les substances toxiques étaient généreusement répandues par avion, sans compter le danger pour les ouvriers et les agriculteurs. On l'accusa d'avoir demandé l'abolition du DDT, considéré à l'époque comme une conquête devant faire progresser l'agriculture ; en réalité, Rachel n'en avait souligné que l'abus dépourvu de règles. Elle fut, en somme, jugée coupable de vouloir ramener la société au Moyen Âge et d'être contre le progrès. C'est précisément durant cette période si difficile que la chercheuse tomba malade d'un cancer du sein et subit plusieurs interventions. Elle ne se laissa pourtant pas abattre et poursuivit sa route sans révéler sa maladie pour éviter d'éventuelles instrumentalisations. C'est pourquoi, grâce à son travail rigoureux et extrêmement documenté ainsi qu'à sa détermination, elle est considérée comme la mère de l'environnementalisme moderne. La nature, à travers l'engagement commun pour la sauvegarde des milieux naturels et de la biodiversité, doit être protégée non seulement parce qu'elle garantit aux êtres humains une vie saine, mais aussi pour sa beauté intrinsèque, fondamentale pour notre bien-être général.
Après la publication de Printemps silencieux, le débat s'enflamma et le sujet fut enfin abordé dans les journaux, à la télévision, au sein de commissions politiques et lors de congrès. Carson fut reconnue comme la grande scientifique qu'elle était, reçut des prix et des honneurs, et fut élue à l'Académie américaine des Sciences. L'une de ses dernières apparitions publiques se fit devant le Comité consultatif scientifique voulu par le président J.F. Kennedy, qui avait déjà manifesté son soutien à ses théories dans un rapport. Malheureusement, Carson n'eut pas le temps de voir l'interdiction du DDT en agriculture, survenue en 1972 (en 1978 en Italie), car elle mourut à Silver Spring le 14 avril 1964. En 1980, elle fut décorée à titre posthume de la Médaille présidentielle de la Liberté, la plus haute distinction civile américaine.
En Italie, ses œuvres les plus importantes ont été traduites et, récemment, certains textes de vulgarisation destinés au jeune public, comme Brevi lezioni di meraviglia (Le Sens de la merveille) et Una favola per il futuro, témoignent de son talent de communicatrice. Fascinant et original, enrichi de splendides illustrations, paru en 1955 et traduit seulement en 2022 [en italien], La vita che brilla sulla riva del mare (La Vie entre les marées) est un essai visionnaire dans lequel l'autrice offre non seulement une étude très précise de l'écologie côtière, mais aussi un récit puissant et évocateur sur le fragile équilibre de la vie au bord de la mer.
De nombreux événements, hommages, spectacles et célébrations se sont succédé pour commémorer tant le centième anniversaire de sa naissance que le soixantième de la publication de son précieux livre, utile pour nous faire réfléchir encore aujourd'hui aux risques que l'humanité et la faune encourent au nom du profit effréné, alors que les pesticides et les produits phytosanitaires continuent d'être largement utilisés dans les cultures du monde entier.
Traduzione spagnola Maria Carreras i Goicoechea
Le debemos a un magnífico libro de Danilo Selvaggi, Rachel dei pettirossi (Pandion Edizioni, 2022), el creciente reconocimiento en Italia de esta indomable académica, considerada la madre del ecologismo, «una figura clave de la cultura del siglo XX» y una gran mujer (Vols. 205 y 143). El volumen narra la vida y las experiencias de Rachel Carson antes de escribir su obra más famosa, Primavera silenciosa, publicada el 27 de septiembre de 1962 (traducida al italiano por Feltrinelli en 1963 y al español en 1964 por Caralt). A continuación, resume los principales casos y temas abordados; luego relata los numerosos acontecimientos que siguieron a dicha publicación, con sus extraordinarias consecuencias normativas y culturales. Finalmente, analiza el legado que nos ha dejado su ejemplo, la inestimable importancia de su obra y el impulso que sigue inspirándonos.
Rachel nació en Springdale, Nueva York, el 27 de mayo de 1907, donde vivió rodeada de bosques, campos y prados. Con un talento innato para la literatura y la escritura desde temprana edad, más tarde, guiada por su madre, María, se interesó por la ciencia y la observación de la naturaleza. Se graduó con honores en biología marina y luego en zoología, comenzando a impartir clases de esta materia en Maryland. La muerte de su padre en 1932 la obligó a abandonar sus estudios especializados y a dedicarse a ocuparse de su familia, buscando un trabajo estable y mejor remunerado. En 1936, tuvo la oportunidad única de ser contratada (la segunda mujer) por el Departamento de Pesca de los Estados Unidos como escritora científica; así, tuvo la fortuna de embarcarse en buques de investigación y explorar mares y océanos. Su talento la llevó a escribir sobre una amplia variedad de temas, y uno de sus artículos, enviado casi por casualidad a «The Atlantic Monthly», se publicó con el título Undersea (Bajo el mar). Un editor le pidió que lo ampliara y lo convirtiera en un libro; le llevó algunos años, pero entonces llegó Under the Sea-Wind (1941), una pequeña joya apreciada por los más destacados académicos, pero que no tuvo éxito comercial debido a que el contexto histórico no era nada favorable.
Mientras tanto, editó una larga serie de programas de radio sobre el mar y ascendió en el escalafón del Departamento. El nuevo libro que había escrito no encontró fácilmente editor, por lo que fue fragmentado, reducido a capítulos y publicado en la revista Nature. Finalmente, se publicó en 1951 con el título de The Sea Around Us (Einaudi, 1973; El mar que nos rodea, México 1957), convirtiéndose en un éxito de ventas galardonado que le valió a la autora dos doctorados honoris causa e inspiró un documental ganador del Óscar. Las ganancias le proporcionaron seguridad económica, lo que le permitió dedicarse por completo a la investigación y la escritura.
En 1953, compró una casa de campo en la costa de Maine, en la isla de Southport, donde entabló una cálida amistad durante los veranos con Dorothy Murdoch Freeman (1898-1978), quien pronto se convirtió en una valiosa compañera en excursiones a la naturaleza virgen, observando mariposas migratorias y compartiendo pasiones comunes, como la música clásica. En 1955, Carson completó su trilogía dedicada al mar con el volumen The edge of the sea (Al borde del mar), para el cual colaboró con el ilustrador de naturaleza Bob Hines y contó con una introducción de la escritora y periodista Sue Hubbel (1935-2018), mientras continuaba colaborando con diversas revistas populares. En su vida privada, sin embargo, lidiaba con graves problemas familiares: debía cuidar de su anciana madre y de las hijas huérfanas de su hermana, así como de su sobrino Roger, hijo de una de ellas, quien falleció muy joven. La compra de una casa rural en Maryland para criar a su hijo adoptivo profundizó aún más su investigación, que desde la década de 1940 se había centrado en el medio ambiente, su protección, el uso excesivo de pesticidas y agroquímicos, y el uso desmedido de DDT y sus consecuencias.
Así, de sus estudios rigurosos e irrefutables desde el punto de vista científico, nació Primavera silenciosa, cuyo título proviene de los versos de John Keats: «Los juncos junto al lago están secos, y no oigo cantar a ningún pájaro» en la balada La Belle Dame Sans Merci. La primavera se ha vuelto silenciosa porque, con la llegada del buen tiempo, los pájaros ya no cantan; han muerto, junto con parásitos e insectos, exterminados por los venenos esparcidos en abundancia por los campos, bosques y jardines. Los petirrojos mencionados repetidamente son en realidad petirrojos americanos, pertenecientes al género de los tordos, similares al petirrojo europeo por tener el pecho y el abdomen de color rojo anaranjado. Cabe destacar que el libro incluye una dedicatoria muy significativa a Albert Schweitzer, quien proféticamente dijo: «El hombre ha perdido la capacidad de prevenir y predecir. Acabará destruyendo la Tierra». Un detalle no trivial se refiere al estilo adoptado: fuerte, poderoso, cautivador, a menudo poético con el fin de conmover tanto a lectores masculinos como femeninos, casi como si se tratara de una novela.
La historia personal y profesional de Carson resulta particularmente interesante porque fue víctima del fuerte prejuicio contra las científicas de la época, agravado en su caso por el hecho de ser soltera y observadora de aves, algo considerado sumamente extraño entonces, especialmente para una mujer. Además, fue criticada por dedicarse a la bioquímica, sin estar especializada en ella. Incluso fue objeto de un violento ataque por parte de la industria química, la agricultura y ciertos círculos políticos, que llegaron a acusarla de ser una espía soviética, comunista e histérica: en una revista, la retrataron montada en una escoba como una bruja. Su innovador libro denunció inequívocamente el enorme daño causado por el uso indiscriminado del DDT, que afectó a toda la cadena alimentaria, perjudicando la vida en diversos niveles, desde insectos hasta aves y más allá.
A un petirrojo le bastaba con comer once lombrices contaminadas para caer muerto al suelo, pero el riesgo también afectaba a los animales de granja y a las mascotas, así como a las familias que vivían cerca de los lugares donde se rociaban indiscriminadamente sustancias tóxicas desde aviones, sin tener en cuenta el peligro para los trabajadores y los agricultores. Fue acusada de abogar por la abolición del DDT, lo que en aquel entonces se consideraba un logro que impulsaría la agricultura, pero en realidad, Rachel solo había denunciado su uso indiscriminado; en suma, fue declarada culpable de querer retroceder a la Edad Media y de oponerse al progreso. Durante ese difícil periodo, la académica contrajo cáncer de mama y se sometió a varias operaciones. Sin embargo, se negó a desanimarse y continuó su camino, ocultando su enfermedad para evitar una posible explotación; por ello, gracias a su riguroso y bien documentado trabajo y a su determinación, es considerada la madre del ecologismo moderno. La naturaleza, mediante un compromiso compartido y generalizado con la protección de los entornos naturales y la biodiversidad, debe ser protegida no solo porque garantiza una vida sana a los seres humanos, sino también por su belleza intrínseca, fundamental para nuestro bienestar general.
Tras la publicación de Primavera Silenciosa, el debate se intensificó y el tema finalmente se discutió en periódicos, televisión, comités políticos y conferencias. Carson fue reconocida como la gran científica que era, recibiendo premios y honores y siendo elegida miembro de la Academia Estadounidense de Ciencias. Una de sus últimas apariciones públicas fue ante la Comisión Asesora Científica establecida por el presidente J.F. Kennedy, quien ya había expresado su apoyo a sus teorías en un informe. Desafortunadamente, Carson no vivió para ver la prohibición del DDT en la agricultura, que se produjo en 1972 (en 1977 en España y en 1978 en Italia), ya que falleció en Silver Spring el 14 de abril de 1964. En 1980, recibió póstumamente la Medalla Presidencial de la Libertad, la máxima distinción civil de Estados Unidos.
Sus obras más importantes han sido traducidas al italiano y al español, e incluso algunos textos populares dirigidos a un público joven, como Brevi lezioni di meraviglia (Feltrinelli) y El sentido del asombro (Encuentro 2021), que dan testimonio de su extraordinaria capacidad comunicativa. Fascinante y original, enriquecido con espléndidas ilustraciones, publicado en 1955 y traducido recién en 2022, Al borde del mar (Altea 1992) es un ensayo visionario en el que la autora ofrece no solo un estudio meticuloso de la ecología costera, sino también un relato poderoso y evocador sobre el frágil equilibrio de la vida en la costa.
Numerosos eventos, homenajes, actuaciones y celebraciones se han sucedido para conmemorar tanto el centenario de su nacimiento como el sexagésimo aniversario de la publicación de su valioso libro, que aún hoy nos invita a reflexionar sobre los riesgos que afrontan la humanidad y la vida silvestre debido al afán de lucro desenfrenado, dado que los pesticidas y los agroquímicos siguen utilizándose ampliamente en los cultivos de todo el mundo.
Traduzione inglese Syd Stapleton
We owe it to a beautiful book by Danilo Selvaggi, Rachel dei pettirossi (Pandion edizioni, 2022), that awareness of this indomitable scholar, considered the mother of environmentalism, “a giant of twentieth-century culture,” and a great woman, is growing in Italy. (Vv n. 205 and n. 143) The book recounts the life and experiences of Rachel Carson before she wrote her most famous work: Silent Spring, published on September 27, 1962, and translated for us in 1963 by Feltrinelli. It then summarizes the main cases and issues addressed, before recounting the numerous events that followed its publication, with its extraordinary consequences in terms of legislation and culture. Finally, it discusses what her example has left us, the inestimable significance of her work, and the impetus she continues to give us.
Rachel was born in Springdale (USA) on May 27, 1907, where she lived in close contact with woods, crops, and meadows. With a talent for literature and writing from an early age, she then shifted her interest to science and observation of nature, guided by her mother Maria. She first graduated with honors in marine biology and then in zoology, beginning to teach that subject in Maryland. The death of her father in 1932 forced her to abandon her specialized studies and take care of her family, seeking a stable and more lucrative job. In 1936, she had the unique opportunity to be hired (the second woman ever) by the US Department of Fisheries as a scientific writer, which allowed her to embark on research ships and explore the seas and oceans. Her skill led her to write about a wide variety of topics, and one of her articles, sent almost by chance to The Atlantic Monthly magazine, was published under the title Undersea. A publisher asked her to expand it into a book. It took her several years, but then Under the Sea-Wind (1941) was published, a little gem appreciated by the finest scholars, but it was not a commercial success because the historical moment was anything but favorable.
Meanwhile, she edited a long series of radio programs on the sea and made a career in the Department. The new book she had written in the meantime did not easily find a publisher, so it was broken up, reduced to chapters, and published in the magazine Nature, until it came out in 1951 under the title The Sea Around Us (Il mare intorno a noi, Einaudi, 1973), It became a multi-award-winning bestseller that earned the author two honorary doctorates and inspired an Oscar-winning documentary. The proceeds gave her financial security, allowing her to devote herself full-time to research and writing.
In 1953, she bought a cottage on the coast of Maine, on Southport Island, which allowed her to form a close friendship with Dorothy Murdoch Freeman (1898-1978) during the summers. Freeman soon became a valued companion on excursions into unspoiled nature, observing migrating butterflies and sharing common passions such as classical music. In 1955, Carson completed her trilogy dedicated to the sea with the volume The Edge of the Sea, for which she collaborated with naturalist illustrator Bob Hines and received a foreword by writer and journalist Sue Hubbel (1935-2018), while continuing to contribute to various popular magazines. In her private life, however, she was grappling with serious family problems, as she had to care for her elderly mother and her sister's orphaned daughters, and later also her nephew Roger, the young son of one of her sisters who had died at a young age. The purchase of a rural house in Maryland where she could raise her adopted son marked a further turning point in her research, which since the 1940s had begun to focus on the environment, its protection, the abuse of pesticides and plant protection products, and the excessive use of DDT with its related consequences.
Thus, from her rigorous and scientifically unassailable studies, Silent Spring was born, taking its title from the evocative lines of John Keats' ballad La Belle Dame Sans Merci: “The reeds are dry in the lake, and I hear no birds singing.” Spring had become silent because, with the arrival of the warm season, the birds no longer sing; they had died along with the parasites and insects, exterminated by the poisons spread in abundance on the fields, in the woods, and in the gardens. The robins mentioned several times in the Italian edition are actually American robins belonging to the thrush family, similar to the European robin because they have both a red-orange chest and abdomen. It is worth noting that the book has a very significant dedication to Albert Schweitzer, who said prophetically: "Man has lost the ability to prevent and predict. He will end up destroying the Earth." A significant detail concerns the style adopted, which is strong, powerful, engaging, and often poetic, touching the sensibilities of readers as if it were a novel.
Carson's personal and professional life is particularly interesting because she was a victim of the strong prejudices against women scientists at the time, which were “aggravated” in her case by the fact that she was unmarried and a birdwatcher, something considered very bizarre at the time, especially for a woman. She was also criticized for not being a specialist in biochemistry, despite her work in the field. She was even subjected to a violent attacks by the chemical industry, agriculture, and certain politicians, who went so far as to accuse her of being a Soviet spy, a communist, and a “hysterical woman.” She was portrayed in a magazine riding a broomstick like a witch. Her revolutionary book denounced, in no uncertain terms, the enormous damage caused by the indiscriminate use of DDT, which affected the entire food chain, damaging life at various levels, from insects to birds and beyond.
A robin only needed to eat eleven contaminated earthworms to fall dead to the ground, but the risks also extended to farm animals and pets, as well as families living near the places where the poisonous substances were widely sprayed from planes, without considering the danger to workers and farmers. She was accused of calling for the abolition of DDT, which at the time was considered an achievement that would advance agriculture. In reality, Rachel had only highlighted its unregulated abuse; she was essentially found guilty of wanting to take society back to the Middle Ages and of being against progress. During this difficult period, the scholar was diagnosed with breast cancer and underwent several operations, but she did not give up and continued on her path, keeping her illness secret to avoid possible exploitation. Thanks to her rigorous and well-documented work and her determination, she is considered the mother of modern environmentalism. Nature, through a common and widespread commitment to the protection of natural environments and biodiversity, must be protected not only because it guarantees a healthy life for human beings, but also because of its intrinsic beauty, which is fundamental to our general well-being.
After the publication of Silent Spring, the debate became heated and the issue was finally discussed in newspapers, on television, in political committees, and at conferences. Carson was recognized as the great scientist she was, received awards and honors, and was elected to the American Academy of Sciences. One of her last public appearances was before the Scientific Advisory Committee established by President J.F. Kennedy, who had already expressed his support for her theories in a report. Unfortunately, Carson did not live to see the ban on DDT in agriculture, which came into effect in 1972 (in Italy in 1978), as she died in Silver Spring on April 14, 1964. In 1980, she was posthumously awarded the Presidential Medal of Freedom, the highest civilian honor in the United States.
Her most important works have been translated into Italian, and recently some popular works aimed at young readers have also been published, such as Brevi lezioni di meraviglia. Elogio della natura per genitori e figli (Brief Lessons of Wonder: In Praise of Nature for Parents and Children) and Una favola per il futuro (A Fairy Tale for the Future), And other chronicles from the natural world, testifying to her remarkable communicative skills. Fascinating and original, enriched with beautiful illustrations, published in 1955 and translated only in 2022, The Life That Glows on the Seashore. The plants and animals that inhabit rocky shores, sandy beaches, and coral reefs is a forward-thinking essay in which the author offers not only a highly accurate study of coastal ecology, but also a powerful and evocative account of the fragile balance of the life found near the sea.
Numerous events, dedications, shows, and celebrations have taken place to commemorate both the 100th anniversary of her birth and the 60th anniversary of the publication of her valuable book, which still serves to remind us of the risks that humanity and wildlife face due to unbridled profit, given that pesticides and plant protection products continue to be widely used in crops around the world.
Le Giornaliste
Come altre professioni anche quella del giornalismo è stata ritenuta a lungo di esclusiva pertinenza maschile. Nel tempo le donne hanno saputo conquistare i loro spazi, pur a seguito di percorsi non facili, né rapidi. Lo scarso accesso femminile alla cultura, la poca autonomia delle donne, i carichi del lavoro di cura, i limiti morali e sociali imposti alle loro libertà di movimento e azione sono stati, per moltissimo tempo, i maggiori ostacoli da superare. Le donne, cui si è resa a lungo difficile l’entrata nelle redazioni dei giornali, sono però state assidue lettrici e consumatrici di riviste. La stampa cosiddetta femminile, che nel panorama editoriale del XIX secolo divenne un vero e proprio affare commerciale, proponeva soprattutto consigli pratici e suggerimenti per l’abbigliamento e la toilette, indicazioni morali su comportamenti e atteggiamenti, esortazioni ai doveri di buona moglie e brava madre. Accanto a periodici che si impegnavano a impartire lezioni di morale, eleganza e bon-ton, ci furono però anche pubblicazioni più attente ai mutamenti sociali e politici e alle nuove idee di emancipazione femminile.
Ci sono voluti decenni e decenni perché le donne trovassero i loro spazi nell’esercizio del giornalismo e il cammino, lento e complicato, non si è ancora concluso. Un cammino spesso sbarrato per questioni di genere: nel 1932 la Bbc stabilì per le proprie dipendenti il licenziamento automatico se sposate, perché ritenute non idonee a conciliare la professione con gli impegni familiari. Ma il problema permane. Ancora adesso la conciliazione tra lavoro retribuito e lavoro di cura familiare ostacola la carriera delle giornaliste per le quali i turni prolungati in redazione, gli orari flessibili, le reperibilità costituiscono scogli difficili da superare, soprattutto in un quadro di sempre maggior precarizzazione del lavoro per le giornaliste più giovani. Tredici pannelli per attraversare il loro mondo.
La presenza femminile nelle arti minori
L’inizio della suddivisione tra “arti maggiori” e “arti minori” si ha nel Rinascimento quando la pittura, la scultura e l’architettura, da semplici arti meccaniche, ambiscono a far parte di quelle liberali che comprendevano la grammatica, la retorica e la dialettica (il Trivio); l’aritmetica, la geometria, la musica, l’astronomia (il Quadrivio). Comincia così l’idea che pittura, scultura e architettura siano superiori perché più intellettuali e meno meccaniche di altre. Da quel momento e per lungo tempo, il ruolo delle “arti minori” viene sostanzialmente a coincidere con la definizione di artigianato, pur se di elevato valore artistico e accompagnato da grande perizia tecnica.
Tredici pannelli fotografico-documentari attraversano il mondo artistico-artigianale per restituire visibilità a miniaturiste, incisore, interpreti delle arti tessili, virtuose delle pietre e dei metalli, smaltatrici e mastre vetraie, progettiste di tessuti, illustratrici, ceramiste, scenografe, costumiste, mosaiciste, maestre di arti applicate e decorative.
La mostra è corredata di un catalogo, a uso didattico.
Daphne Caruana Galizia Sara Marsico
Carola Pignati
Nascere in uno Stato come Malta, dove la corruzione è endemica e tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione, ne sono invischiati, è una condanna per chi, come Daphne Caruana Galizia, nata Daphne Anne Vella, ha intrapreso la strada del giornalismo investigativo nella speranza di non vedere il suo Paese in vendita, come i suoi resort e i suoi casinò, spesso in mano a sedicenti imprenditori senza scrupoli. Se sei una donna, poi, si scateneranno ancora di più contro di te, ti toglieranno credibilità, infangheranno il tuo nome, insinueranno che i tuoi articoli li scrive tuo marito; riusciranno persino a sminuire il fascino dei tuoi capelli lunghi e neri, normalmente utilizzati per descrivere la bellezza femminile, paragonandoli a quelli di una strega. Ma Daphne, che bella lo è davvero, nata il 26 agosto 1964 a Sliema da Michael Alfred Vella e Rose Marie Mamo, dopo gli studi in una scuola cattolica sente subito qual è la sua vocazione e già nel 1987 inizia a lavorare come giornalista.
Due anni prima si è sposata con Peter Caruana Galizia e dalla loro solida unione nasceranno sono nati tre figli. All'inizio degli anni Novanta è editorialista per The Sunday Times e redattrice associata del The Malta Independent. Sarà la prima a firmare gli articoli col suo nome. In seguito lavorerà per The Malta Independent on Sunday e dirigerà la rivista Taste & Flair, che si occupa di giardinaggio, arredamento e cucina. Nel 1997 si laurea in Archeologia e dell’archeologa conserva lo spirito e il modo di procedere, che la fanno scavare e scrostare a fondo fino a dissotterrare la notizia sotto i diversi strati da cui è celata. Nel 2008 la sua vita ha una svolta: decide di aprire un blog, Running Commentary, che arriverà fino a 400mila visualizzazioni al giorno (quando a Panama gli abitanti sono 450mila). Vi commenta le vicende politiche di Malta e pubblica i risultati di importanti investigazioni. Non ha paura di dire la verità su quello che sta succedendo nella sua isola, divenuta oggetto di appetiti di cementificatori — anche dei clan dei casalesi —, oligarchi, sfruttatori di lavoratori e lavoratrici sottopagate; dove si registra un alto numero di infortuni sul lavoro tra i manovali (richiesti per la costruzione di alberghi e case da gioco) e che è diventata un centro per il rilascio di passaporti a pagamento( passaporti d’oro concessi per un milione di euro) per personaggi equivoci e scandalosamente ricchi.
Tutto questo con la complicità dei partiti di governo, che Caruana Galizia non ha paura di denunciare, e di alcune banche, tra cui la Pilatus, l’istituto bancario che, dopo la morte della giornalista, sarà costretto a chiudere grazie a una whistleblower in contatto con Caruana Galizia. La blogger rivela comportamenti scorretti e fraudolenti di politici di maggioranza e di opposizione. Racconta nel suo “Bordellogate”, con tanto di foto delle visite fatte dal Ministro dell’Economia Cardona ai bordelli di Düsseldorf, in Germania, durante una visita ufficiale di Stato. Per questa e altre notizie riceve continue lettere di minaccia dagli studi legali delle persone che accusa. In risposta pubblica quelle stesse lettere sul suo blog, in modo che tutte e tutti le possano leggere.
La famiglia di Daphne Caruana Galizia
Ma Caruana Galizia non si occupa solo di corruzione; scrive anche a proposito della misoginia imperante nella sua isola: «A Malta la natura delle molestie verso le donne giornaliste è davvero primitiva. Riguarda sempre il loro aspetto fisico, quanto sono grasse, quanto sono sovrappeso». Ricorderà che negli anni ’90, in uno dei suoi primi articoli, scriveva così:
«Non posso accettare il fatto che un uomo ricopra un incarico pubblico con la forfora sulle spalle, l’abito frusto, i capelli inguardabili e nessuno faccia mai commenti, tipo che sembra si sia appena alzato dal letto, che è davvero orribile o trasandato e perché non si lava i capelli? Nessuno. Perché un uomo ha il diritto di andare in giro vestito da straccione con i capelli da porcospino. E guai a dirlo perché questo è ciò che ci si aspetta dagli uomini. Poi però se una donna appare meno che perfetta, viene bersagliata di critiche. Guarda quanti sforzi fanno le donne impegnate nella vita pubblica a Malta. Davvero guardale. Io le guardo e penso: «Perché pensate di dovervi buttare giù dal letto la mattina alle sei per mettervi due dita di trucco sul viso? Guardate gli uomini intorno a voi. Alcuni non si lavano nemmeno la faccia».
L’indagine per cui sarà conosciuta in tutto il mondo riguarda lo scandalo dei Panama papers, che avrà poi un filone a parte, i Malta files. Nel 2016 sarà la prima giornalista a parlarne, grazie alla documentazione a lei pervenuta dal figlio Matthew, membro del Consorzio Internazionale dei giornalisti investigativi (Cigi). Panama Papers è il nome di un fascicolo riservato digitalizzato contenente 11,5 milioni di documenti confidenziali provenienti dallo studio legale panamense Mossack Fonseca, con informazioni dettagliate su oltre 214 000 società offshore che servono a sottrarre al controllo statale a scopo di evasione ed elusione fiscale i soldi di una serie di persone, tra cui funzionari e funzionarie pubbliche, uomini di governo e loro parenti, collaboratori e collaboratrici di più di 40 Paesi.
Caruana Galizia pubblica per prima la notizia del coinvolgimento dei ministri Konrad Mizzi e Keith Schembri in questo scandalo e fa il nome del Ministro dell'Energia Mizzi come acquirente di società offshore a Panama e in Nuova Zelanda, a scopo di riciclaggio di denaro proveniente dal governo corrotto e antidemocratico dell'Azerbaigian. Pochi giorni dopo il ministro Mizzi ammette di aver costituito il Rotorua Trust, proprio in Nuova Zelanda. In seguito a quest'inchiesta, Caruana Galizia è inclusa da Politico Europe tra le 28 persone che scuoteranno l’Europa nel 2017. One woman wikileaks, come sarà chiamata da questo momento, non si ferma e accusa Michelle Muscat, moglie del primo ministro Joseph Muscat, di essere proprietaria di una società offshore panamense. Dopo queste rivelazioni ci saranno elezioni anticipate che riconfermeranno Muscat.
L’auto di Daphne Caruana Galizia dopo l’esplosione
Il 16 ottobre 2017, Caruana Galizia viene fatta saltare in aria, letteralmente fatta a pezzi e bruciata come una strega, da un’autobomba piazzata nella sua auto, vicino alla sua casa a Bidnija. In questo articolo (https://vitaminevaganti.com/2021/08/28/daphne-caruana-galizia/), scritto per la nostra rivista, sono riportate le circostanze del barbarico assassinio. Al momento della sua morte i processi a suo carico, intentati prevalentemente da esponenti politici/he, sono 47, di cui 5 penali, in seguito portati avanti nei confronti dei suoi parenti, perché così prevede lo strano sistema giuridico maltese. Caruana Galizia ha cominciato a essere insultata e sbeffeggiata a 25 anni, le hanno ucciso i cani, incendiato la casa e spiati i movimenti per intimidirla. Da quattro anni non può nemmeno più andare in spiaggia perché la fotografano in continuazione e caricano le sue foto su facebook con commenti disdicevoli. Quarantasette minuti prima di morire scriverà questo post sul suo blog:
«Ci sono criminali dovunque io guardi… La situazione è disperata».
Ci sono criminali ovunque
Dal giorno della morte della giornalista, nei pressi del Monumento al Grande Assedio vicino alla Corte di Giustizia maltese a La Valletta, c’è un memoriale spontaneo a lei dedicato, fatto di immagini, pensieri e candele portati dalla gente. Più volte è stato distrutto ma viene sempre ripristinato con vasi di fiori, cartelli con la scritta “Invicta” e nuovi pensieri. Di lei il giornalista danese Brugger ha detto:
«Considero Daphne una delle persone più coraggiose che abbia mai incontrato. Praticamente c’era lei, da sola, contro l’intero stato mafioso maltese. Per me era la quintessenza del vero giornalista: sempre, implacabilmente in cerca della verità, a qualunque costo».
Memoriale Caruana Galizia
L’assassinio della giornalista rappresenta un fatto gravissimo per uno Stato dell’Unione Europea, di cui Malta fa parte. Di fatto questa piccola isola è il più importante crocevia di affari illeciti legati alla finanza internazionale. Dopo molte esitazioni, nell’inchiesta su mandanti e assassini dell’omicidio di Caruana Galizia, sostenutaoltre che da moltissimi movimenti di protesta da una risoluzione del Consiglio d’Europa in seguito alla relazione dettagliata sulle lacune dello stato di diritto maltese del parlamentare olandese Pieter Omtzigt, soprannominato “il Segugio” per il suo fiuto per la corruzione, si è arrivati alle sentenze. Nel 2025 sono stati condannati all’ergastolo Jamie Vella e Robert Agius per avere fornito la bomba che l’ha uccisa; ai fratelli De Giorgio, George “il Cinese e Alfred “il Fagiolo”, come esecutori rei confessi sono stati inflitti 40 anni di carcere; Vincent Muscat, “il Kohhu” (il cucù) che ha confessato prima degli altri collaborando con la giustizia, ha avuto la pena ridotta a 15 anni di carcere. Nel 2019 una quarta persona, Melvin Theuma, è stata arrestata ma, avendo contribuito a una svolta nelle indagini e individuato il mandante dell’assassinio nell’imprenditore semianalfabeta e cocainomane conclamato Yorgen Fenech, ha avuto il condono tombale. Nel 2020 Fenech, Mister Casinò, descritto come violento con le donne e molto ben introdotto negli ambienti della criminalità organizzata e nel governo di Malta, è stato arrestato mentre stava tentando una fuga rocambolesca. Nel febbraio 2025 Fenech ha ottenuto la scarcerazione su cauzione, in attesa del processo per presunta complicità nell’assassinio della giornalista. Del suo Paese Caruana Galizia aveva scritto:
«Nessuno può sperare di comprendere la politica di Malta o la società maltese senza prima comprendere il familismo amorale, che plasma e guida entrambe… Malta si trova in una situazione pericolosa, e oggi non possiamo più dire che sono i politici corrotti ad averla portata a questo punto, perché è ormai impossibile negare che quei politici corrotti sono il riflesso della società».
Libro Dì la verità anche se la tua voce trema
Nell’articolo di Nadia Verdile prima citato e pubblicato sulla nostra rivista sono indicati i numerosi riconoscimenti e i Premi intitolati alla grande giornalista investigativa, tra cui il Daphne Project, un gruppo di giornaliste e giornalisti che portano avanti le inchieste della collega assassinata. Nel 2019 è stata pubblicata da Bompiani la prima raccolta di scritti di Daphne Caruana Galizia, Dì la verità anche se la tua voce trema; poche settimane dopo la pubblicazione si sono dimessi i ministri Mizzi e Schembri. Nel 2020 si è dimesso anche il Primo Ministro Joseph Muscat. Daphne Caruana Galizia sapeva di rischiare la vita per amore della verità, ma era una donna viva, libera e coraggiosa e ci ha lasciato parole preziose come queste:
«quando le persone vi rimproverano e vi criticano accusandovi di essere “negativi”, di non seguire la corrente o di non adottare un atteggiamento di benevola tolleranza verso i loro eccessi, ricordatevi sempre che sono loro, e non voi, a essere nel torto… La lotta contro la corruzione e contro l’assalto al primato della legge deve continuare».
Su audible è possibile ascoltare la vicenda dettagliata dei Malta files, in un podcast di Roberto Saviano, Criminali ovunque io guardi, Daphne Caruana Galizia, in Le mani sul mondo.
Traduzione francese Giorgia Corvino
Naître dans un État comme Malte, où la corruption est endémique et où tous les partis, qu’ils soient au pouvoir ou dans l’opposition, sont impliqués, est une condamnation pour quiconque, comme Daphne Caruana Galizia (née Daphne Anne Vella), a choisi la voie du journalisme d’investigation dans l’espoir de ne pas voir son pays mis en vente — à l’image de ses complexes hôteliers et de ses casinos, souvent aux mains de prétendus entrepreneurs sans scrupules. Si vous êtes une femme, l’acharnement est encore plus vif : on cherchera à vous décrédibiliser, on salira votre nom, on insinuera que vos articles sont écrits par votre mari. On ira même jusqu’à s’attaquer à la fascination exercée par vos longs cheveux noirs, habituellement symbole de beauté féminine, en les comparant à ceux d’une sorcière. Pourtant Daphne, dont la beauté est réelle, née le 26 août 1964 à Sliema de Michael Alfred Vella et Rose Marie Mamo, ressent sa vocation dès la fin de ses études dans une école catholique. En 1987, elle commence déjà à travailler comme journaliste.
Deux ans plus tôt, elle a épousé Peter Caruana Galizia, une union solide dont sont nés trois fils. Au début des années 1990, elle est chroniqueuse pour The Sunday Times et rédactrice associée au The Malta Independent. Elle sera la première à signer ses articles de son propre nom. Par la suite, elle travaillera pour The Malta Independent on Sunday et dirigera le magazine Taste & Flair, consacré au jardinage, à la décoration et à la cuisine. En 1997, elle obtient un diplôme en archéologie. De l’archéologue, elle garde l’esprit et la méthode : elle creuse et décape en profondeur jusqu’à déterrer l’information sous les multiples couches qui la dissimulent. En 2008, sa vie prend un tournant : elle décide d’ouvrir un blog, Running Commentary, che atteindra jusqu’à 400 000 vues par jour (alors que Malte compte environ 450 000 habitants). Elle y commente l’actualité politique maltaise et publie les résultats d’enquêtes majeures. Elle n’a pas peur de dire la vérité sur ce qui arrive à son île, devenue la proie de bétonneurs — y compris des clans de la Camorra (les Casalesi) —, d’oligarques et d’exploiteurs de travailleurs sous-payés. Une île où l’on enregistre un nombre élevé d’accidents du travail parmi les ouvriers (réquisitionnés pour la construction d’hôtels et de salles de jeux) et qui est devenue une plaque tournante pour la délivrance de passeports payants (des « passeports dorés » accordés pour un million d’euros) à des personnages troubles et scandaleusement riches.
Tout cela se déroule avec la complicité des partis au gouvernement, que Caruana Galizia n’hésite pas à dénoncer, e de certaines banques, dont la Pilatus Bank. Cet établissement financier sera contraint de fermer après la mort de la journaliste grâce à une lanceuse d’alerte en contact avec elle. La blogueuse révèle les comportements malhonnêtes et frauduleux de politiciens de tous bords. Dans son « Bordellogate », elle raconte, photos à l’appui, les visites du ministre de l’Économie Cardona dans des maisons closes à Düsseldorf, en Allemagne, lors d’une visite officielle d’État. Pour cette nouvelle et bien d’autres, elle reçoit d’innombrables lettres de menaces provenant des cabinets d’avocats des personnes qu’elle accuse. En guise de réponse, elle publie ces lettres sur son blog afin que tout le monde puisse les lire.
La famille de Daphne Caruana Galizia
Mais Caruana Galizia ne s’occupe pas seulement de corruption ; elle écrit aussi sur la misogynie régnante sur son île : « À Malte, la nature du harcèlement envers les femmes journalistes est vraiment primitive. Cela concerne toujours leur aspect physique, si elles sont grosses, si elles sont en surpoids ». Elle rappellera que dans les années 1990, dans l’un de ses premiers articles, elle écrivait:
«Je ne peux pas accepter qu’un homme occupe une fonction publique avec des pellicules sur les épaules, un costume usé, des cheveux impossibles, sans que personne ne fasse jamais de commentaire, du genre "on dirait qu’il vient de tomber du lit", "c’est vraiment horrible ou négligé", ou "pourquoi ne se lave-t-il pas les cheveux ?". Personne. Parce qu’un homme a le droit de circuler vêtu comme un chiffonnier avec des cheveux en brosse. Et gare à celui qui le dit, car c’est ce qu’on attend des hommes. Mais si une femme apparaît moins que parfaite, elle est criblée de critiques. Regardez les efforts que font les femmes engagées dans la vie publique à Malte. Regardez-les vraiment. Je les regarde et je pense : "Pourquoi pensez-vous devoir vous jeter hors du lit à six heures du matin pour vous mettre deux doigts de maquillage sur le visage ? Regardez les hommes autour de vous. Certains ne se lavent même pas la figure"».
L’enquête qui la fera connaître dans le monde entier concerne le scandale des Panama Papers, qui aura son propre volet maltais, les Malta Files. En 2016, elle est la première journaliste à en parler, grâce aux documents transmis par son fils Matthew, membre du Consortium international des journalistes d’investigation (ICIJ). Les Panama Papers désignent un dossier confidentiel numérisé contenant 11,5 millions de documents provenant du cabinet d’avocats panaméen Mossack Fonseca. Ces fichiers détaillent plus de 214 000 sociétés offshore servant à l’évasion et à la fraude fiscale pour le compte de hauts fonctionnaires, de membres de gouvernements et de leurs proches dans plus de 40 pays.
Caruana Galizia publie en exclusivité l’implication des ministres Konrad Mizzi et Keith Schembri. Elle désigne Mizzi (alors ministre de l’Énergie) comme acquéreur de sociétés offshore au Panama et en Nouvelle-Zélande, destinées au blanchiment d’argent provenant du gouvernement corrompu d’Azerbaïdjan. Quelques jours plus tard, le ministre Mizzi admet avoir créé le Rotorua Trust en Nouvelle-Zélande. Suite à cette enquête, Caruana Galizia est incluse par Politico Europe parmi les 28 personnalités qui feront bouger l’Europe en 2017. Celle qu’on appelle désormais « One woman WikiLeaks » ne s’arrête pas là et accuse Michelle Muscat, l’épouse du Premier ministre Joseph Muscat, d’être propriétaire d’une société offshore panaméenne. Ces révélations entraînent des élections anticipées, qui confirmeront pourtant Muscat au pouvoir.
La voiture de Daphne Caruana Galizia après l’explosion
Le 16 octobre 2017, Daphne Caruana Galizia est pulvérisée, littéralement déchiquetée et brûlée comme une sorcière par une voiture piégée près de chez elle, à Bidnija. Au moment de sa mort, elle faisait l’objet de 47 procès, principalement intentés par des responsables politiques (dont 5 au pénal), procédures qui furent ensuite maintenues contre ses proches, comme le permet l’étrange système juridique maltais. Daphne a commencé à être insultée et bafouée dès l’âge de 25 ans. On a tué ses chiens, incendié sa maison et espionné ses moindres faits et gestes pour l’intimider. Depuis quatre ans, elle ne pouvait même plus aller à la plage car on la photographiait sans cesse pour publier les clichés sur Facebook avec des commentaires désobligeants. Quarante-sept minutes avant de mourir, elle publiait ce post sur son blog:
«Il y a des criminels partout où je regarde... La situation est désespérée».
"Il y a des criminels partout"
Depuis le jour de sa mort, près du Monument du Grand Siège, face au Palais de Justice de La Valette, un mémorial spontané lui est dédié, fait d’images, de messages et de bougies apportés par la foule. Détruit plusieurs fois, il est toujours restauré avec des pots de fleurs, des pancartes marquées « Invicta » et de nouvelles pensées. Le journaliste danois Brügger a dit d’elle:
«Je considère Daphne comme l’une des personnes les plus courageuses que j’aie jamais rencontrées. En pratique, elle était seule face à l’intégralité de l’État mafieux maltais. Pour moi, elle était la quintessence du vrai journaliste : toujours, implacablement en quête de vérité, quel qu’en soit le prix».
Mémorial Caruana Galizia
L’assassinat de la journaliste est un acte d’une extrême gravité pour un État membre de l’Union européenne. De fait, cette petite île est le carrefour le plus important d’affaires illicites liées à la finance internationale. Après de nombreuses hésitations, l’enquête sur les commanditaires et les assassins — soutenue par de nombreux mouvements de protestation et par une résolution du Conseil de l’Europe — a abouti à des sentences. En 2025, Jamie Vella et Robert Agius ont été condamnés à la prison à perpétuité pour avoir fourni la bombe. Les frères De Giorgio, George (« le Chinois ») et Alfred (« le Haricot »), ont été condamnés à 40 ans de prison en tant qu’exécutants ayant plaidé coupables. Vincent Muscat (« il Kohhu »), qui a confessé le premier en collaborant avec la justice, a vu sa peine réduite à 15 ans. En 2019, une quatrième personne, Melvin Theuma, a été arrêtée ; ayant permis d’identifier le commanditaire présumé, l’entrepreneur Yorgen Fenech, il a bénéficié d’une grâce totale. En 2020, Fenech, surnommé « Mister Casino », décrit comme violent avec les femmes et très proche des milieux du crime organisé et du gouvernement, a été arrêté alors qu’il tentait de prendre la fuite. En février 2025, Fenech a obtenu une libération sous caution en attendant son procès pour complicité présumée dans l’assassinat. Au sujet de son pays, Caruana Galizia avait écrit:
«Personne ne peut espérer comprendre la politique ou la société maltaise sans comprendre d’abord le "familisme amoral" qui façonne et guide les deux... Malte se trouve dans une situation dangereuse, et aujourd’hui nous ne pouvons plus dire que ce sont les politiciens corrompus qui l’ont menée là, car il est désormais impossible de nier que ces politiciens corrompus sont le reflet de la société».
Livre Dis la vérité même si ta voix tremble
De nombreux hommages et prix portent le nom de la journaliste, dont le Daphne Project, un groupe de journalistes poursuivant ses enquêtes. En 2019, les éditions Bompiani ont publié le premier recueil de ses écrits, Dis la vérité même si ta voix tremble ; quelques semaines après la publication, les ministres Mizzi et Schembri ont démissionné. En 2020, le Premier ministre Joseph Muscat a également démissionné. Daphne Caruana Galizia savait qu’elle risquait sa vie par amour de la vérité, mais elle était une femme vivante, libre et courageuse. Elle nous a laissé ces mots précieux:
«Quand les gens vous réprimandent et vous critiquent en vous accusant d’être "négatifs", de ne pas suivre le courant ou de ne pas adopter une attitude de bienveillance tolérante envers leurs excès, souvenez-vous toujours que ce sont eux, et non vous, qui sont dans leur tort... La lutte contre la corruption et contre l’assaut sur la primauté du droit doit continuer».
Traduzione spagnola Maria Ilenia Musarra
Nacer en un país como Malta, donde la corrupción es endémica y todos los partidos, mayoritarios y de oposición, están involucrados, es una condena para quien, como Daphne Caruana Galizia, nacida Daphne Anne Vella, decidió emprender la carrera de periodismo investigativo con la esperanza de no ver a su país en venta, al igual que sus resorts y sus casinos, a menudo caídos en manos de sedicentes emprendedores sin escrúpulos. Si eres una mujer, se volverán aún más contra ti, te desacreditarán, empañarán tu nombre, insinuarán que tus artículos los escribe tu marido; conseguirán incluso disminuir el encanto de tu cabello largo y negro, símbolo de la belleza femenina, comparándolo con el cabello de una bruja. Pero, Daphne, que era verdaderamente bella, nacida el 26 de agosto de 1964 en Sliema, hija de Michael Alfred Vella y Rose Marie Mamo, después de sus estudios en una escuela católica, pronto sintió cuál era su vocación y, en 1987, empezó a trabajar como periodista.
Dos años antes se había casado con Peter Caruana Galizia y de su sólida unión nacieron tres hijos. Al comienzo de los años noventa fue editorialista de ‹‹The Sunday Times›› y redactora asociada de ‹‹The Malta Independent››. Fue la primera mujer que firmó sus artículos con su propio nombre. Más tarde, trabajó para ‹‹The Malta Independent on Sunday›› y dirigió la revista ‹‹Taste & Flair››, dedicada a la jardinería, a la decoración y a la cocina. En 1997 se licenció en Arqueología; mantuvo el espíritu y la manera de trabajar propios de una arqueóloga , que le permitieron excavar y raspar al fondo hasta desenterrar la noticia de las entrañas de la tierra. En 2008, en su vida tuvo un cambio radical ya que decidió abrir un blog, Running Commentary, que llegó a alcanzar hasta 400 mil visitas diarias (cuando Panamá tenía solo 450 mil habitantes). En el blog comentaba los sucesos políticos de Malta y publicaba los resultados más importantes de las investigaciones. No tenía miedo en decir la verdad sobre lo que estaba ocurriendo en su isla, convertida en objeto de deseo de los empresarios de la construcción – incluso de los clanes de los Casaleses – oligarcas, explotadores de los trabajadores y trabajadores mal pagados; donde se registraba un alto número de accidentes laborales entre los obreros (empleados para la construcción de hoteles y casinos) y que se había convertido en un centro de emisión de los pasaportes bajo pago (pasaportes de oro concedidos a cambio de un millón de euros) para personas deshonestas y escandalosamente ricas.
Esto ocurría gracias a la complicidad con los partidos políticos, que Caruana Galizia denunció sin miedo, de algunos bancos, entre los cuales el de Pilatus, el instituto bancario que, después de la muerte de la periodista, se vio obligado a cerrar gracias a una whistleblower que estaba en contacto con Caruana Galizia. La bloguera desveló conductas incorrectas y fraudulentas por parte tanto de los políticos mayoritarios como de los políticos de la oposición. En su “Postríbuloogate”, incluso con fotografías, relata las visitas del ministro de la Economía Cardona en los burdeles de Düsseldorf, en Alemania, durante una visita oficial de Estado. Por esta y otras revelaciones recibió continuas cartas de amenazas por parte de los bufetes de abogados de los acusados. Como respuesta, publicaba las mismas cartas en su blog para que todas las personas pudieran leerlas.
La familia de Daphne Caruana Galizia
Sin embargo, Caruana Galizia no se ocupaba únicamente de la corrupción; también escribía sobre la misoginia imperante en su isla: ‹‹En Malta, la naturaleza del acoso hacia las mujeres periodistas es realmente primitiva. Es debido a su aspecto físico, en particular por su carnosidad, su obesidad››.Recordará que, en los años 90, en uno de sus primeros artículos, había escrito:
«no puedo aceptar el hecho de que un hombre ocupe un cargo público con caspas en los hombros, el traje desgastado, el pelo horrible y nadie nunca haga comentarios, como que parece recién levantado, que es repugnante o desaliñado y por qué no se lava el pelo. Nadie. Porque un hombre tiene el derecho de dar una vuelta vestido como un vagabundo y el pelo despeinado. No te atreves a decirlo ya que esto es lo que se espera de los hombres. Mientras que, si una mujer parece menos que perfecta, es víctima de críticas. Basta pensar en los esfuerzos de las mujeres que cubren un cargo público en Malta. Míralas. Yo las miro y pienso: ‹‹¿Por qué creéis que tenéis que levantaros a las seis de la mañana para maquillaros? Mirad a los hombres que os rodean. Algunos de ellos ni siquiera se lavan la cara».
Gracias a la investigación sobre el escándalo de los Panama Papers fue reconocida en todo el mundo; más tarde hubo otro escándalo, el de Malta Files. En 2016, fue la primera periodista que habló sobre este escándalo, gracias a la documentación que le había proporcionado su hijo Matthew, miembro del Consorcio Internacional de los periodistas de la investigación (ICIJ). Panama Papers es el nombre de un archivo reservado digital que contiene 11,5 millones de documentos confidenciales procedentes del bufete de abogados panameño Mossack Fonseca. El archivo contiene información detallada sobre más de 214 000 empresas extranjeras que sustraen al control estatal, con objetivo de evasión y elusión, el dinero de algunas personas, entre las cuales funcionarios públicos, políticos y sus familiares, colaboradores de más de 40 países.
Caruana Galizia fue la primera periodista que publicó la noticia sobre la implicación en este escándalo de los ministros Konrad Mizzi y Keith Schembri. Además, señaló al ministro de la energía, Mizzi, como el comprador de una empresa extranjera en Panamá y Nueva Zelanda con el objetivo de blanquear dinero procedente del gobierno corrompido y antidemocrático de Azerbaiyán. Unos días más tarde, el ministro Mizzi admitió que había constituido el Rotorua Trust, precisamente en Nueva Zelanda. Después de esta investigación, Caruana Galizia fue incluida por Politico Europe, entre las 28 personas que sacudirían Europa en 2017. One woman wikileaks, que es el apodo por el que fue llamada desde aquel momento, sigue su investigación y acusó a Michelle Muscat, mujer del primer ministro Joseph Muscat, de ser propietaria de una empresa extranjera panameña. Después de estas revelaciones, tuvieron lugar elecciones anticipadas que reafirmaron a Muscat como primer ministro.
El coche de Daphne Caruana Galizia después de la explosión
El 16 de octubre de 2017, Caruana Galizia murió debido a una bomba que hizo explotar su coche cerca de su casa en Bidnija. La mujer fue literalmente hecha añicos y quemada como una bruja. En este artículo (https://vitaminevaganti.com/2021/08/28/daphne-caruana-galizia/), escrito para nuestra revista, se relatan las circunstancias del brutal asesinato . En el momento de su muerte, los procesos judiciales en su contra, iniciados principalmente por parte de exponentes de la política, eran 47, entre ellos 5 penales. Después de su homicidio, fueron dirigidos contra su familia como prevé el sistema judicial de Malta. A Caruana Galizia, cuando tenía solo 25 años, la empezaron a insultar y burlarse de ella, mataron a sus perros, incendiaron su casa y empezaron a espiarla para intimidarla. Hacía cuatro años que ni siquiera podía ir a la playa ya que la fotografiaban en continuación y subían sus fotos a facebook con comentarios impropios. Cuarenta y siete minutos antes de morir había escrito en su blog:
«En todas partes hay muchos criminales... la situación es desesperada».
"En todas partes hay criminales"
Desde el día de la muerte de la periodista, en los alrededores del Monumento al Gran Asedio Corte de Justicia maltés en La Valeta, hay un memorial espontáneo dedicado a ella, formado por imágenes, frases y velas llevadas por la gente. A pesar de que varias veces ha sido destruido, siempre lo restauran, llevando jarrones de flores, carteles con la palabra “Invicta” y nuevas frases. Sobre ella, un periodista danés dijo:
«Pienso que Daphne es una de las personas más audaces que nunca he encontrado. Prácticamente estaba ella sola contra el entero Estado mafioso de Malta. En mi opinión, era la quintaesencia del verdadero periodista: siempre, implacablemente en busca de la verdad, costara lo que costara».
Mémorial Caruana Galizia
El homicidio de la periodista representa un hecho extremadamente grave para un país de la Unión Europea; Malta es uno de ellos. De hecho, esta pequeña isla es el centro más importante de negocios ilícitos vinculados a las finanzas internacionales. Tras muchas vacilaciones, en la investigación sobre mandantes y asesinos del homicidio de Caruana Galizia, respaldada no solo por muchísimos movimientos de protesta, sino también por una resolución del Consejo de Europa después de la relación detallada sobre los vacíos del estado de derecho maltés del parlamentario neerlandés Pieter Omtzigt, conocido como “El Sabueso” debido a su olfato para la corrupción, se llegó a las sentencias. En el 2025, Jamie Vella y Robert Agius fueron condenados a prisión perpetua por haber procurado la bomba que la mató; a los hermanos De Giorgio, George “el Chino” y Alfred “el Judía”, como reos confesos, fueron condenados a 40 años de prisión; Vincent Muscat, “el Kohhu” (el cucú), que había confesado y colaborado con la justicia antes que los demás, obtuvo una reducción de pena a 15 años de cárcel. En el 2019, una cuarta persona, Melvin Theuma, fue encarcelada, pero, como contribuyó a un avance decisivo en la investigación e identificó al mandante del homicidio, a saber, el emprendedor semianalfabeto y cocainómano Yorgen Fenech, obtuvo una amnistía fiscal. En el 2020 Fenech, Míster Casino, descrito como alguien muy violento con las mujeres e involucrado en los ambientes de la criminalidad organizada y en el gobierno de Malta, fue arrestado mientras intentaba una fuga rocambolesca. En febrero de 2025, Fenech obtuvo la excarcelación bajo caución, en espera del proceso por presunta complicidad en el homicidio de la periodista. De su país, Caruana Galizia había escrito:
«Nadie puede entender la política de Malta o la sociedad maltesa sin antes entender el familismo amoral, que las moldea y guía a ambas... Malta se encuentra en una situación peligrosa y hoy no podemos decir que son los políticos corruptos que la llevaron a este punto ya que es imposible negar que aquellos políticos corruptos son el reflejo de la sociedad».
Livre Di la verdad aunque tu voz tiemble
En el artículo de Nadia Verdile, citado anteriormente y publicado en nuestra revista, se indican los innumerables reconocimientos y los premios dedicados a la extraordinaria periodista de investigación, entre los cuales el Daphne Project, un grupo de periodistas que siguen las investigaciones de la colega asesinada. En el 2019, la editorial italiana Bompiani publicó la primera colección de libros de Daphne Caruana Galizia, Di la verdad aunque tu voz tiemble; algunas semanas después de la publicación, los ministros Mizzi y Schembri dimitieron. En 2020, también el primer ministro Joseph Muscat dimitió. Daphne Caruana Galizia estaba consciente de que ponía en peligro su vida por amor a la verdad, pero era una mujer firme, rebelde y audaz. La periodista nos dejó palabras preciosas como estas:
Daphne Caruana Galizia Sara Marsico
Carola Pignati
Nascere in uno Stato come Malta, dove la corruzione è endemica e tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione, ne sono invischiati, è una condanna per chi, come Daphne Caruana Galizia, nata Daphne Anne Vella, ha intrapreso la strada del giornalismo investigativo nella speranza di non vedere il suo Paese in vendita, come i suoi resort e i suoi casinò, spesso in mano a sedicenti imprenditori senza scrupoli. Se sei una donna, poi, si scateneranno ancora di più contro di te, ti toglieranno credibilità, infangheranno il tuo nome, insinueranno che i tuoi articoli li scrive tuo marito; riusciranno persino a sminuire il fascino dei tuoi capelli lunghi e neri, normalmente utilizzati per descrivere la bellezza femminile, paragonandoli a quelli di una strega. Ma Daphne, che bella lo è davvero, nata il 26 agosto 1964 a Sliema da Michael Alfred Vella e Rose Marie Mamo, dopo gli studi in una scuola cattolica sente subito qual è la sua vocazione e già nel 1987 inizia a lavorare come giornalista.
Due anni prima si è sposata con Peter Caruana Galizia e dalla loro solida unione nasceranno sono nati tre figli. All'inizio degli anni Novanta è editorialista per The Sunday Times e redattrice associata del The Malta Independent. Sarà la prima a firmare gli articoli col suo nome. In seguito lavorerà per The Malta Independent on Sunday e dirigerà la rivista Taste & Flair, che si occupa di giardinaggio, arredamento e cucina. Nel 1997 si laurea in Archeologia e dell’archeologa conserva lo spirito e il modo di procedere, che la fanno scavare e scrostare a fondo fino a dissotterrare la notizia sotto i diversi strati da cui è celata. Nel 2008 la sua vita ha una svolta: decide di aprire un blog, Running Commentary, che arriverà fino a 400mila visualizzazioni al giorno (quando a Panama gli abitanti sono 450mila). Vi commenta le vicende politiche di Malta e pubblica i risultati di importanti investigazioni. Non ha paura di dire la verità su quello che sta succedendo nella sua isola, divenuta oggetto di appetiti di cementificatori — anche dei clan dei casalesi —, oligarchi, sfruttatori di lavoratori e lavoratrici sottopagate; dove si registra un alto numero di infortuni sul lavoro tra i manovali (richiesti per la costruzione di alberghi e case da gioco) e che è diventata un centro per il rilascio di passaporti a pagamento( passaporti d’oro concessi per un milione di euro) per personaggi equivoci e scandalosamente ricchi.
Tutto questo con la complicità dei partiti di governo, che Caruana Galizia non ha paura di denunciare, e di alcune banche, tra cui la Pilatus, l’istituto bancario che, dopo la morte della giornalista, sarà costretto a chiudere grazie a una whistleblower in contatto con Caruana Galizia. La blogger rivela comportamenti scorretti e fraudolenti di politici di maggioranza e di opposizione. Racconta nel suo “Bordellogate”, con tanto di foto delle visite fatte dal Ministro dell’Economia Cardona ai bordelli di Düsseldorf, in Germania, durante una visita ufficiale di Stato. Per questa e altre notizie riceve continue lettere di minaccia dagli studi legali delle persone che accusa. In risposta pubblica quelle stesse lettere sul suo blog, in modo che tutte e tutti le possano leggere.
La famiglia di Daphne Caruana Galizia
Ma Caruana Galizia non si occupa solo di corruzione; scrive anche a proposito della misoginia imperante nella sua isola: «A Malta la natura delle molestie verso le donne giornaliste è davvero primitiva. Riguarda sempre il loro aspetto fisico, quanto sono grasse, quanto sono sovrappeso». Ricorderà che negli anni ’90, in uno dei suoi primi articoli, scriveva così:
«Non posso accettare il fatto che un uomo ricopra un incarico pubblico con la forfora sulle spalle, l’abito frusto, i capelli inguardabili e nessuno faccia mai commenti, tipo che sembra si sia appena alzato dal letto, che è davvero orribile o trasandato e perché non si lava i capelli? Nessuno. Perché un uomo ha il diritto di andare in giro vestito da straccione con i capelli da porcospino. E guai a dirlo perché questo è ciò che ci si aspetta dagli uomini. Poi però se una donna appare meno che perfetta, viene bersagliata di critiche. Guarda quanti sforzi fanno le donne impegnate nella vita pubblica a Malta. Davvero guardale. Io le guardo e penso: «Perché pensate di dovervi buttare giù dal letto la mattina alle sei per mettervi due dita di trucco sul viso? Guardate gli uomini intorno a voi. Alcuni non si lavano nemmeno la faccia».
L’indagine per cui sarà conosciuta in tutto il mondo riguarda lo scandalo dei Panama papers, che avrà poi un filone a parte, i Malta files. Nel 2016 sarà la prima giornalista a parlarne, grazie alla documentazione a lei pervenuta dal figlio Matthew, membro del Consorzio Internazionale dei giornalisti investigativi (Cigi). Panama Papers è il nome di un fascicolo riservato digitalizzato contenente 11,5 milioni di documenti confidenziali provenienti dallo studio legale panamense Mossack Fonseca, con informazioni dettagliate su oltre 214 000 società offshore che servono a sottrarre al controllo statale a scopo di evasione ed elusione fiscale i soldi di una serie di persone, tra cui funzionari e funzionarie pubbliche, uomini di governo e loro parenti, collaboratori e collaboratrici di più di 40 Paesi.
Caruana Galizia pubblica per prima la notizia del coinvolgimento dei ministri Konrad Mizzi e Keith Schembri in questo scandalo e fa il nome del Ministro dell'Energia Mizzi come acquirente di società offshore a Panama e in Nuova Zelanda, a scopo di riciclaggio di denaro proveniente dal governo corrotto e antidemocratico dell'Azerbaigian. Pochi giorni dopo il ministro Mizzi ammette di aver costituito il Rotorua Trust, proprio in Nuova Zelanda. In seguito a quest'inchiesta, Caruana Galizia è inclusa da Politico Europe tra le 28 persone che scuoteranno l’Europa nel 2017. One woman wikileaks, come sarà chiamata da questo momento, non si ferma e accusa Michelle Muscat, moglie del primo ministro Joseph Muscat, di essere proprietaria di una società offshore panamense. Dopo queste rivelazioni ci saranno elezioni anticipate che riconfermeranno Muscat.
L’auto di Daphne Caruana Galizia dopo l’esplosione
Il 16 ottobre 2017, Caruana Galizia viene fatta saltare in aria, letteralmente fatta a pezzi e bruciata come una strega, da un’autobomba piazzata nella sua auto, vicino alla sua casa a Bidnija. In questo articolo (https://vitaminevaganti.com/2021/08/28/daphne-caruana-galizia/), scritto per la nostra rivista, sono riportate le circostanze del barbarico assassinio. Al momento della sua morte i processi a suo carico, intentati prevalentemente da esponenti politici/he, sono 47, di cui 5 penali, in seguito portati avanti nei confronti dei suoi parenti, perché così prevede lo strano sistema giuridico maltese. Caruana Galizia ha cominciato a essere insultata e sbeffeggiata a 25 anni, le hanno ucciso i cani, incendiato la casa e spiati i movimenti per intimidirla. Da quattro anni non può nemmeno più andare in spiaggia perché la fotografano in continuazione e caricano le sue foto su facebook con commenti disdicevoli. Quarantasette minuti prima di morire scriverà questo post sul suo blog:
«Ci sono criminali dovunque io guardi… La situazione è disperata».
Ci sono criminali ovunque
Dal giorno della morte della giornalista, nei pressi del Monumento al Grande Assedio vicino alla Corte di Giustizia maltese a La Valletta, c’è un memoriale spontaneo a lei dedicato, fatto di immagini, pensieri e candele portati dalla gente. Più volte è stato distrutto ma viene sempre ripristinato con vasi di fiori, cartelli con la scritta “Invicta” e nuovi pensieri. Di lei il giornalista danese Brugger ha detto:
«Considero Daphne una delle persone più coraggiose che abbia mai incontrato. Praticamente c’era lei, da sola, contro l’intero stato mafioso maltese. Per me era la quintessenza del vero giornalista: sempre, implacabilmente in cerca della verità, a qualunque costo».
Memoriale Caruana Galizia
L’assassinio della giornalista rappresenta un fatto gravissimo per uno Stato dell’Unione Europea, di cui Malta fa parte. Di fatto questa piccola isola è il più importante crocevia di affari illeciti legati alla finanza internazionale. Dopo molte esitazioni, nell’inchiesta su mandanti e assassini dell’omicidio di Caruana Galizia, sostenutaoltre che da moltissimi movimenti di protesta da una risoluzione del Consiglio d’Europa in seguito alla relazione dettagliata sulle lacune dello stato di diritto maltese del parlamentare olandese Pieter Omtzigt, soprannominato “il Segugio” per il suo fiuto per la corruzione, si è arrivati alle sentenze. Nel 2025 sono stati condannati all’ergastolo Jamie Vella e Robert Agius per avere fornito la bomba che l’ha uccisa; ai fratelli De Giorgio, George “il Cinese e Alfred “il Fagiolo”, come esecutori rei confessi sono stati inflitti 40 anni di carcere; Vincent Muscat, “il Kohhu” (il cucù) che ha confessato prima degli altri collaborando con la giustizia, ha avuto la pena ridotta a 15 anni di carcere. Nel 2019 una quarta persona, Melvin Theuma, è stata arrestata ma, avendo contribuito a una svolta nelle indagini e individuato il mandante dell’assassinio nell’imprenditore semianalfabeta e cocainomane conclamato Yorgen Fenech, ha avuto il condono tombale. Nel 2020 Fenech, Mister Casinò, descritto come violento con le donne e molto ben introdotto negli ambienti della criminalità organizzata e nel governo di Malta, è stato arrestato mentre stava tentando una fuga rocambolesca. Nel febbraio 2025 Fenech ha ottenuto la scarcerazione su cauzione, in attesa del processo per presunta complicità nell’assassinio della giornalista. Del suo Paese Caruana Galizia aveva scritto:
«Nessuno può sperare di comprendere la politica di Malta o la società maltese senza prima comprendere il familismo amorale, che plasma e guida entrambe… Malta si trova in una situazione pericolosa, e oggi non possiamo più dire che sono i politici corrotti ad averla portata a questo punto, perché è ormai impossibile negare che quei politici corrotti sono il riflesso della società».
Libro Dì la verità anche se la tua voce trema
Nell’articolo di Nadia Verdile prima citato e pubblicato sulla nostra rivista sono indicati i numerosi riconoscimenti e i Premi intitolati alla grande giornalista investigativa, tra cui il Daphne Project, un gruppo di giornaliste e giornalisti che portano avanti le inchieste della collega assassinata. Nel 2019 è stata pubblicata da Bompiani la prima raccolta di scritti di Daphne Caruana Galizia, Dì la verità anche se la tua voce trema; poche settimane dopo la pubblicazione si sono dimessi i ministri Mizzi e Schembri. Nel 2020 si è dimesso anche il Primo Ministro Joseph Muscat. Daphne Caruana Galizia sapeva di rischiare la vita per amore della verità, ma era una donna viva, libera e coraggiosa e ci ha lasciato parole preziose come queste:
«quando le persone vi rimproverano e vi criticano accusandovi di essere “negativi”, di non seguire la corrente o di non adottare un atteggiamento di benevola tolleranza verso i loro eccessi, ricordatevi sempre che sono loro, e non voi, a essere nel torto… La lotta contro la corruzione e contro l’assalto al primato della legge deve continuare».
Su audible è possibile ascoltare la vicenda dettagliata dei Malta files, in un podcast di Roberto Saviano, Criminali ovunque io guardi, Daphne Caruana Galizia, in Le mani sul mondo.
Traduzione francese Giorgia Corvino
Naître dans un État comme Malte, où la corruption est endémique et où tous les partis, qu’ils soient au pouvoir ou dans l’opposition, sont impliqués, est une condamnation pour quiconque, comme Daphne Caruana Galizia (née Daphne Anne Vella), a choisi la voie du journalisme d’investigation dans l’espoir de ne pas voir son pays mis en vente — à l’image de ses complexes hôteliers et de ses casinos, souvent aux mains de prétendus entrepreneurs sans scrupules. Si vous êtes une femme, l’acharnement est encore plus vif : on cherchera à vous décrédibiliser, on salira votre nom, on insinuera que vos articles sont écrits par votre mari. On ira même jusqu’à s’attaquer à la fascination exercée par vos longs cheveux noirs, habituellement symbole de beauté féminine, en les comparant à ceux d’une sorcière. Pourtant Daphne, dont la beauté est réelle, née le 26 août 1964 à Sliema de Michael Alfred Vella et Rose Marie Mamo, ressent sa vocation dès la fin de ses études dans une école catholique. En 1987, elle commence déjà à travailler comme journaliste.
Deux ans plus tôt, elle a épousé Peter Caruana Galizia, une union solide dont sont nés trois fils. Au début des années 1990, elle est chroniqueuse pour The Sunday Times et rédactrice associée au The Malta Independent. Elle sera la première à signer ses articles de son propre nom. Par la suite, elle travaillera pour The Malta Independent on Sunday et dirigera le magazine Taste & Flair, consacré au jardinage, à la décoration et à la cuisine. En 1997, elle obtient un diplôme en archéologie. De l’archéologue, elle garde l’esprit et la méthode : elle creuse et décape en profondeur jusqu’à déterrer l’information sous les multiples couches qui la dissimulent. En 2008, sa vie prend un tournant : elle décide d’ouvrir un blog, Running Commentary, che atteindra jusqu’à 400 000 vues par jour (alors que Malte compte environ 450 000 habitants). Elle y commente l’actualité politique maltaise et publie les résultats d’enquêtes majeures. Elle n’a pas peur de dire la vérité sur ce qui arrive à son île, devenue la proie de bétonneurs — y compris des clans de la Camorra (les Casalesi) —, d’oligarques et d’exploiteurs de travailleurs sous-payés. Une île où l’on enregistre un nombre élevé d’accidents du travail parmi les ouvriers (réquisitionnés pour la construction d’hôtels et de salles de jeux) et qui est devenue une plaque tournante pour la délivrance de passeports payants (des « passeports dorés » accordés pour un million d’euros) à des personnages troubles et scandaleusement riches.
Tout cela se déroule avec la complicité des partis au gouvernement, que Caruana Galizia n’hésite pas à dénoncer, e de certaines banques, dont la Pilatus Bank. Cet établissement financier sera contraint de fermer après la mort de la journaliste grâce à une lanceuse d’alerte en contact avec elle. La blogueuse révèle les comportements malhonnêtes et frauduleux de politiciens de tous bords. Dans son « Bordellogate », elle raconte, photos à l’appui, les visites du ministre de l’Économie Cardona dans des maisons closes à Düsseldorf, en Allemagne, lors d’une visite officielle d’État. Pour cette nouvelle et bien d’autres, elle reçoit d’innombrables lettres de menaces provenant des cabinets d’avocats des personnes qu’elle accuse. En guise de réponse, elle publie ces lettres sur son blog afin que tout le monde puisse les lire.
La famille de Daphne Caruana Galizia
Mais Caruana Galizia ne s’occupe pas seulement de corruption ; elle écrit aussi sur la misogynie régnante sur son île : « À Malte, la nature du harcèlement envers les femmes journalistes est vraiment primitive. Cela concerne toujours leur aspect physique, si elles sont grosses, si elles sont en surpoids ». Elle rappellera que dans les années 1990, dans l’un de ses premiers articles, elle écrivait:
«Je ne peux pas accepter qu’un homme occupe une fonction publique avec des pellicules sur les épaules, un costume usé, des cheveux impossibles, sans que personne ne fasse jamais de commentaire, du genre "on dirait qu’il vient de tomber du lit", "c’est vraiment horrible ou négligé", ou "pourquoi ne se lave-t-il pas les cheveux ?". Personne. Parce qu’un homme a le droit de circuler vêtu comme un chiffonnier avec des cheveux en brosse. Et gare à celui qui le dit, car c’est ce qu’on attend des hommes. Mais si une femme apparaît moins que parfaite, elle est criblée de critiques. Regardez les efforts que font les femmes engagées dans la vie publique à Malte. Regardez-les vraiment. Je les regarde et je pense : "Pourquoi pensez-vous devoir vous jeter hors du lit à six heures du matin pour vous mettre deux doigts de maquillage sur le visage ? Regardez les hommes autour de vous. Certains ne se lavent même pas la figure"».
L’enquête qui la fera connaître dans le monde entier concerne le scandale des Panama Papers, qui aura son propre volet maltais, les Malta Files. En 2016, elle est la première journaliste à en parler, grâce aux documents transmis par son fils Matthew, membre du Consortium international des journalistes d’investigation (ICIJ). Les Panama Papers désignent un dossier confidentiel numérisé contenant 11,5 millions de documents provenant du cabinet d’avocats panaméen Mossack Fonseca. Ces fichiers détaillent plus de 214 000 sociétés offshore servant à l’évasion et à la fraude fiscale pour le compte de hauts fonctionnaires, de membres de gouvernements et de leurs proches dans plus de 40 pays.
Caruana Galizia publie en exclusivité l’implication des ministres Konrad Mizzi et Keith Schembri. Elle désigne Mizzi (alors ministre de l’Énergie) comme acquéreur de sociétés offshore au Panama et en Nouvelle-Zélande, destinées au blanchiment d’argent provenant du gouvernement corrompu d’Azerbaïdjan. Quelques jours plus tard, le ministre Mizzi admet avoir créé le Rotorua Trust en Nouvelle-Zélande. Suite à cette enquête, Caruana Galizia est incluse par Politico Europe parmi les 28 personnalités qui feront bouger l’Europe en 2017. Celle qu’on appelle désormais « One woman WikiLeaks » ne s’arrête pas là et accuse Michelle Muscat, l’épouse du Premier ministre Joseph Muscat, d’être propriétaire d’une société offshore panaméenne. Ces révélations entraînent des élections anticipées, qui confirmeront pourtant Muscat au pouvoir.
La voiture de Daphne Caruana Galizia après l’explosion
Le 16 octobre 2017, Daphne Caruana Galizia est pulvérisée, littéralement déchiquetée et brûlée comme une sorcière par une voiture piégée près de chez elle, à Bidnija. Au moment de sa mort, elle faisait l’objet de 47 procès, principalement intentés par des responsables politiques (dont 5 au pénal), procédures qui furent ensuite maintenues contre ses proches, comme le permet l’étrange système juridique maltais. Daphne a commencé à être insultée et bafouée dès l’âge de 25 ans. On a tué ses chiens, incendié sa maison et espionné ses moindres faits et gestes pour l’intimider. Depuis quatre ans, elle ne pouvait même plus aller à la plage car on la photographiait sans cesse pour publier les clichés sur Facebook avec des commentaires désobligeants. Quarante-sept minutes avant de mourir, elle publiait ce post sur son blog:
«Il y a des criminels partout où je regarde... La situation est désespérée».
"Il y a des criminels partout"
Depuis le jour de sa mort, près du Monument du Grand Siège, face au Palais de Justice de La Valette, un mémorial spontané lui est dédié, fait d’images, de messages et de bougies apportés par la foule. Détruit plusieurs fois, il est toujours restauré avec des pots de fleurs, des pancartes marquées « Invicta » et de nouvelles pensées. Le journaliste danois Brügger a dit d’elle:
«Je considère Daphne comme l’une des personnes les plus courageuses que j’aie jamais rencontrées. En pratique, elle était seule face à l’intégralité de l’État mafieux maltais. Pour moi, elle était la quintessence du vrai journaliste : toujours, implacablement en quête de vérité, quel qu’en soit le prix».
Mémorial Caruana Galizia
L’assassinat de la journaliste est un acte d’une extrême gravité pour un État membre de l’Union européenne. De fait, cette petite île est le carrefour le plus important d’affaires illicites liées à la finance internationale. Après de nombreuses hésitations, l’enquête sur les commanditaires et les assassins — soutenue par de nombreux mouvements de protestation et par une résolution du Conseil de l’Europe — a abouti à des sentences. En 2025, Jamie Vella et Robert Agius ont été condamnés à la prison à perpétuité pour avoir fourni la bombe. Les frères De Giorgio, George (« le Chinois ») et Alfred (« le Haricot »), ont été condamnés à 40 ans de prison en tant qu’exécutants ayant plaidé coupables. Vincent Muscat (« il Kohhu »), qui a confessé le premier en collaborant avec la justice, a vu sa peine réduite à 15 ans. En 2019, une quatrième personne, Melvin Theuma, a été arrêtée ; ayant permis d’identifier le commanditaire présumé, l’entrepreneur Yorgen Fenech, il a bénéficié d’une grâce totale. En 2020, Fenech, surnommé « Mister Casino », décrit comme violent avec les femmes et très proche des milieux du crime organisé et du gouvernement, a été arrêté alors qu’il tentait de prendre la fuite. En février 2025, Fenech a obtenu une libération sous caution en attendant son procès pour complicité présumée dans l’assassinat. Au sujet de son pays, Caruana Galizia avait écrit:
«Personne ne peut espérer comprendre la politique ou la société maltaise sans comprendre d’abord le "familisme amoral" qui façonne et guide les deux... Malte se trouve dans une situation dangereuse, et aujourd’hui nous ne pouvons plus dire que ce sont les politiciens corrompus qui l’ont menée là, car il est désormais impossible de nier que ces politiciens corrompus sont le reflet de la société».
Livre Dis la vérité même si ta voix tremble
De nombreux hommages et prix portent le nom de la journaliste, dont le Daphne Project, un groupe de journalistes poursuivant ses enquêtes. En 2019, les éditions Bompiani ont publié le premier recueil de ses écrits, Dis la vérité même si ta voix tremble ; quelques semaines après la publication, les ministres Mizzi et Schembri ont démissionné. En 2020, le Premier ministre Joseph Muscat a également démissionné. Daphne Caruana Galizia savait qu’elle risquait sa vie par amour de la vérité, mais elle était une femme vivante, libre et courageuse. Elle nous a laissé ces mots précieux:
«Quand les gens vous réprimandent et vous critiquent en vous accusant d’être "négatifs", de ne pas suivre le courant ou de ne pas adopter une attitude de bienveillance tolérante envers leurs excès, souvenez-vous toujours que ce sont eux, et non vous, qui sont dans leur tort... La lutte contre la corruption et contre l’assaut sur la primauté du droit doit continuer».
Traduzione spagnola Maria Ilenia Musarra
Nacer en un país como Malta, donde la corrupción es endémica y todos los partidos, mayoritarios y de oposición, están involucrados, es una condena para quien, como Daphne Caruana Galizia, nacida Daphne Anne Vella, decidió emprender la carrera de periodismo investigativo con la esperanza de no ver a su país en venta, al igual que sus resorts y sus casinos, a menudo caídos en manos de sedicentes emprendedores sin escrúpulos. Si eres una mujer, se volverán aún más contra ti, te desacreditarán, empañarán tu nombre, insinuarán que tus artículos los escribe tu marido; conseguirán incluso disminuir el encanto de tu cabello largo y negro, símbolo de la belleza femenina, comparándolo con el cabello de una bruja. Pero, Daphne, que era verdaderamente bella, nacida el 26 de agosto de 1964 en Sliema, hija de Michael Alfred Vella y Rose Marie Mamo, después de sus estudios en una escuela católica, pronto sintió cuál era su vocación y, en 1987, empezó a trabajar como periodista.
Dos años antes se había casado con Peter Caruana Galizia y de su sólida unión nacieron tres hijos. Al comienzo de los años noventa fue editorialista de ‹‹The Sunday Times›› y redactora asociada de ‹‹The Malta Independent››. Fue la primera mujer que firmó sus artículos con su propio nombre. Más tarde, trabajó para ‹‹The Malta Independent on Sunday›› y dirigió la revista ‹‹Taste & Flair››, dedicada a la jardinería, a la decoración y a la cocina. En 1997 se licenció en Arqueología; mantuvo el espíritu y la manera de trabajar propios de una arqueóloga , que le permitieron excavar y raspar al fondo hasta desenterrar la noticia de las entrañas de la tierra. En 2008, en su vida tuvo un cambio radical ya que decidió abrir un blog, Running Commentary, que llegó a alcanzar hasta 400 mil visitas diarias (cuando Panamá tenía solo 450 mil habitantes). En el blog comentaba los sucesos políticos de Malta y publicaba los resultados más importantes de las investigaciones. No tenía miedo en decir la verdad sobre lo que estaba ocurriendo en su isla, convertida en objeto de deseo de los empresarios de la construcción – incluso de los clanes de los Casaleses – oligarcas, explotadores de los trabajadores y trabajadores mal pagados; donde se registraba un alto número de accidentes laborales entre los obreros (empleados para la construcción de hoteles y casinos) y que se había convertido en un centro de emisión de los pasaportes bajo pago (pasaportes de oro concedidos a cambio de un millón de euros) para personas deshonestas y escandalosamente ricas.
Esto ocurría gracias a la complicidad con los partidos políticos, que Caruana Galizia denunció sin miedo, de algunos bancos, entre los cuales el de Pilatus, el instituto bancario que, después de la muerte de la periodista, se vio obligado a cerrar gracias a una whistleblower que estaba en contacto con Caruana Galizia. La bloguera desveló conductas incorrectas y fraudulentas por parte tanto de los políticos mayoritarios como de los políticos de la oposición. En su “Postríbuloogate”, incluso con fotografías, relata las visitas del ministro de la Economía Cardona en los burdeles de Düsseldorf, en Alemania, durante una visita oficial de Estado. Por esta y otras revelaciones recibió continuas cartas de amenazas por parte de los bufetes de abogados de los acusados. Como respuesta, publicaba las mismas cartas en su blog para que todas las personas pudieran leerlas.
La familia de Daphne Caruana Galizia
Sin embargo, Caruana Galizia no se ocupaba únicamente de la corrupción; también escribía sobre la misoginia imperante en su isla: ‹‹En Malta, la naturaleza del acoso hacia las mujeres periodistas es realmente primitiva. Es debido a su aspecto físico, en particular por su carnosidad, su obesidad››.Recordará que, en los años 90, en uno de sus primeros artículos, había escrito:
«no puedo aceptar el hecho de que un hombre ocupe un cargo público con caspas en los hombros, el traje desgastado, el pelo horrible y nadie nunca haga comentarios, como que parece recién levantado, que es repugnante o desaliñado y por qué no se lava el pelo. Nadie. Porque un hombre tiene el derecho de dar una vuelta vestido como un vagabundo y el pelo despeinado. No te atreves a decirlo ya que esto es lo que se espera de los hombres. Mientras que, si una mujer parece menos que perfecta, es víctima de críticas. Basta pensar en los esfuerzos de las mujeres que cubren un cargo público en Malta. Míralas. Yo las miro y pienso: ‹‹¿Por qué creéis que tenéis que levantaros a las seis de la mañana para maquillaros? Mirad a los hombres que os rodean. Algunos de ellos ni siquiera se lavan la cara».
Gracias a la investigación sobre el escándalo de los Panama Papers fue reconocida en todo el mundo; más tarde hubo otro escándalo, el de Malta Files. En 2016, fue la primera periodista que habló sobre este escándalo, gracias a la documentación que le había proporcionado su hijo Matthew, miembro del Consorcio Internacional de los periodistas de la investigación (ICIJ). Panama Papers es el nombre de un archivo reservado digital que contiene 11,5 millones de documentos confidenciales procedentes del bufete de abogados panameño Mossack Fonseca. El archivo contiene información detallada sobre más de 214 000 empresas extranjeras que sustraen al control estatal, con objetivo de evasión y elusión, el dinero de algunas personas, entre las cuales funcionarios públicos, políticos y sus familiares, colaboradores de más de 40 países.
Caruana Galizia fue la primera periodista que publicó la noticia sobre la implicación en este escándalo de los ministros Konrad Mizzi y Keith Schembri. Además, señaló al ministro de la energía, Mizzi, como el comprador de una empresa extranjera en Panamá y Nueva Zelanda con el objetivo de blanquear dinero procedente del gobierno corrompido y antidemocrático de Azerbaiyán. Unos días más tarde, el ministro Mizzi admitió que había constituido el Rotorua Trust, precisamente en Nueva Zelanda. Después de esta investigación, Caruana Galizia fue incluida por Politico Europe, entre las 28 personas que sacudirían Europa en 2017. One woman wikileaks, que es el apodo por el que fue llamada desde aquel momento, sigue su investigación y acusó a Michelle Muscat, mujer del primer ministro Joseph Muscat, de ser propietaria de una empresa extranjera panameña. Después de estas revelaciones, tuvieron lugar elecciones anticipadas que reafirmaron a Muscat como primer ministro.
El coche de Daphne Caruana Galizia después de la explosión
El 16 de octubre de 2017, Caruana Galizia murió debido a una bomba que hizo explotar su coche cerca de su casa en Bidnija. La mujer fue literalmente hecha añicos y quemada como una bruja. En este artículo (https://vitaminevaganti.com/2021/08/28/daphne-caruana-galizia/), escrito para nuestra revista, se relatan las circunstancias del brutal asesinato . En el momento de su muerte, los procesos judiciales en su contra, iniciados principalmente por parte de exponentes de la política, eran 47, entre ellos 5 penales. Después de su homicidio, fueron dirigidos contra su familia como prevé el sistema judicial de Malta. A Caruana Galizia, cuando tenía solo 25 años, la empezaron a insultar y burlarse de ella, mataron a sus perros, incendiaron su casa y empezaron a espiarla para intimidarla. Hacía cuatro años que ni siquiera podía ir a la playa ya que la fotografiaban en continuación y subían sus fotos a facebook con comentarios impropios. Cuarenta y siete minutos antes de morir había escrito en su blog:
«En todas partes hay muchos criminales... la situación es desesperada».
"En todas partes hay criminales"
Desde el día de la muerte de la periodista, en los alrededores del Monumento al Gran Asedio Corte de Justicia maltés en La Valeta, hay un memorial espontáneo dedicado a ella, formado por imágenes, frases y velas llevadas por la gente. A pesar de que varias veces ha sido destruido, siempre lo restauran, llevando jarrones de flores, carteles con la palabra “Invicta” y nuevas frases. Sobre ella, un periodista danés dijo:
«Pienso que Daphne es una de las personas más audaces que nunca he encontrado. Prácticamente estaba ella sola contra el entero Estado mafioso de Malta. En mi opinión, era la quintaesencia del verdadero periodista: siempre, implacablemente en busca de la verdad, costara lo que costara».
Mémorial Caruana Galizia
El homicidio de la periodista representa un hecho extremadamente grave para un país de la Unión Europea; Malta es uno de ellos. De hecho, esta pequeña isla es el centro más importante de negocios ilícitos vinculados a las finanzas internacionales. Tras muchas vacilaciones, en la investigación sobre mandantes y asesinos del homicidio de Caruana Galizia, respaldada no solo por muchísimos movimientos de protesta, sino también por una resolución del Consejo de Europa después de la relación detallada sobre los vacíos del estado de derecho maltés del parlamentario neerlandés Pieter Omtzigt, conocido como “El Sabueso” debido a su olfato para la corrupción, se llegó a las sentencias. En el 2025, Jamie Vella y Robert Agius fueron condenados a prisión perpetua por haber procurado la bomba que la mató; a los hermanos De Giorgio, George “el Chino” y Alfred “el Judía”, como reos confesos, fueron condenados a 40 años de prisión; Vincent Muscat, “el Kohhu” (el cucú), que había confesado y colaborado con la justicia antes que los demás, obtuvo una reducción de pena a 15 años de cárcel. En el 2019, una cuarta persona, Melvin Theuma, fue encarcelada, pero, como contribuyó a un avance decisivo en la investigación e identificó al mandante del homicidio, a saber, el emprendedor semianalfabeto y cocainómano Yorgen Fenech, obtuvo una amnistía fiscal. En el 2020 Fenech, Míster Casino, descrito como alguien muy violento con las mujeres e involucrado en los ambientes de la criminalidad organizada y en el gobierno de Malta, fue arrestado mientras intentaba una fuga rocambolesca. En febrero de 2025, Fenech obtuvo la excarcelación bajo caución, en espera del proceso por presunta complicidad en el homicidio de la periodista. De su país, Caruana Galizia había escrito:
«Nadie puede entender la política de Malta o la sociedad maltesa sin antes entender el familismo amoral, que las moldea y guía a ambas... Malta se encuentra en una situación peligrosa y hoy no podemos decir que son los políticos corruptos que la llevaron a este punto ya que es imposible negar que aquellos políticos corruptos son el reflejo de la sociedad».
Libro Di la verdad aunque tu voz tiemble
En el artículo de Nadia Verdile, citado anteriormente y publicado en nuestra revista, se indican los innumerables reconocimientos y los premios dedicados a la extraordinaria periodista de investigación, entre los cuales el Daphne Project, un grupo de periodistas que siguen las investigaciones de la colega asesinada. En el 2019, la editorial italiana Bompiani publicó la primera colección de libros de Daphne Caruana Galizia, Di la verdad aunque tu voz tiemble; algunas semanas después de la publicación, los ministros Mizzi y Schembri dimitieron. En 2020, también el primer ministro Joseph Muscat dimitió. Daphne Caruana Galizia estaba consciente de que ponía en peligro su vida por amor a la verdad, pero era una mujer firme, rebelde y audaz. La periodista nos dejó palabras preciosas como estas:
«cuando alguien os reproche y os critique, acusándoos de ser “pesimistas”, de dejaros llevar por la corriente o no adoptar una actitud de benévola tolerancia hacia sus excesos, recordad siempre que son ellos, y no vosotros, quienes están equivocados... La lucha contra la corrupción y el ataque al primato de la ley debe continuar».
En audible es posible escuchar la historia detallada de los Malta files en un pódcast en italiano de Roberto Saviano, Criminali ovunque io guardi, Daphne Caruana Galizia, in Le mani sul mondo.
Traduzione inglese Syd Stapleton
Being born in a country like Malta, where corruption is endemic and all parties, both majority and opposition, are involved in it, is a death sentence for those who, like Daphne Caruana Galizia, born Daphne Anne Vella, have embarked on a career in investigative journalism in the hope of preventing their country from being sold off, like its resorts and casinos, often in the hands of unscrupulous self-styled entrepreneurs. If you are a woman, they will attack you even more fiercely, they will undermine your credibility, they will smear your name, they will insinuate that your articles are written by your husband; they will even manage to belittle the charm of your long black hair, normally used to describe feminine beauty, by comparing it to that of a witch. But Daphne, who is truly beautiful, born on August 26, 1964, in Sliema to Michael Alfred Vella and Rose Marie Mamo, immediately felt her calling after studying at a Catholic school and began working as a journalist in 1987.
Two years earlier, she married Peter Caruana Galizia, and their solid union produced three children. In the early 1990s, she was a columnist for The Sunday Times and associate editor of The Malta Independent. She was the first to sign articles with her name. She later worked for The Malta Independent on Sunday and edited the magazine Taste & Flair, which deals with gardening, interior design, and cooking. In 1997, she graduated with a degree in archaeology and retained the spirit and approach of an archaeologist, which led her to dig deep and scrape away until she unearthed the news hidden beneath the various layers. In 2008, her life took a turn: she decided to start a blog, Running Commentary, which would reach up to 400,000 views per day (when Panama has a population of 450,000). She comments on political events in Malta and publishes the results of important investigations. She is not afraid to tell the truth about what is happening on her island, which has become the object of the appetites of cement manufacturers — including the Casalesi clan — oligarchs, and exploiters of underpaid workers. The island has a high number of workplace accidents among laborers (needed for the construction of hotels and casinos) and has become a center for the issuance of paid passports (golden passports granted for one million euros) to shady and scandalously wealthy individuals.
All this with the complicity of the ruling parties, which Caruana Galizia is not afraid to denounce, and of some banks, including Pilatus, the banking institution that, after the journalist's death, will be forced to close thanks to a whistleblower in contact with Caruana Galizia. The blogger reveals the misconduct and fraudulent behavior of politicians from both the majority and the opposition. In her “Bordellogate” article, she recounts, complete with photos, the visits made by Economy Minister Cardona to brothels in Düsseldorf, Germany, during an official state visit. For this and other news stories, she receives constant threatening letters from the law firms of the people she accuses. In response, she publishes those same letters on her blog so that everyone can read them.
Daphne Caruana Galizia's family
But Caruana Galizia does not only deal with corruption; she also writes about the misogyny that prevails on her island: “In Malta, the nature of harassment towards female journalists is truly primitive. It always concerns their physical appearance, how fat they are, how overweight they are.” She recalls that in the 1990s, in one of her first articles, she wrote:
«I cannot accept the fact that a man can hold public office with dandruff on his shoulders, a worn-out suit, unkempt hair, and no one ever comments on it, saying things like, ‘He looks like he just got out of bed,’ 'He looks really horrible or unkempt,‘ or 'Why doesn't he wash his hair?’. No one. Because a man has the right to walk around dressed like a tramp with hair like a porcupine. And woe betide anyone who says so, because that's what's expected of men. But then, if a woman looks less than perfect, she is bombarded with criticism. Look at how much effort women in public life in Malta put in. Really look at them. I look at them and think, 'Why do you think you have to get out of bed at six in the morning to put two fingers of makeup on your face? Look at the men around you. Some of them don't even wash their faces».
The investigation for which she will be known worldwide concerns the Panama Papers scandal, which will then have a separate strand, the Malta Files. In 2016, she will be the first journalist to talk about it, thanks to documentation sent to her by her son Matthew, a member of the International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ). Panama Papers is the name of a digitized confidential file containing 11.5 million confidential documents from the Panamanian law firm Mossack Fonseca, with detailed information on more than 214,000 offshore companies used to evade state control for the purpose of tax evasion and avoidance by a number of people, including public officials, government officials and their relatives, and associates from more than 40 countries.
Caruana Galizia was the first to publish the news of the involvement of ministers Konrad Mizzi and Keith Schembri in this scandal and named Energy Minister Mizzi as the purchaser of offshore companies in Panama and New Zealand for the purpose of laundering money from the corrupt and undemocratic government of Azerbaijan. A few days later, Minister Mizzi admitted to having set up the Rotorua Trust in New Zealand. Following this investigation, Caruana Galizia was included by Politico Europe among the 28 people who will shake up Europe in 2017. One woman wikileaks, as she will be called from now on, does not stop and accuses Michelle Muscat, wife of Prime Minister Joseph Muscat, of owning a Panamanian offshore company. After these revelations, early elections are held, which reconfirm Muscat.
Daphne Caruana Galizia's car after the explosion
On October 16, 2017, Caruana Galizia was blown up, literally blown to pieces and burned like a witch, by a car bomb placed in her car near her home in Bidnija. This article (https://vitaminevaganti.com/2021/08/28/daphne-caruana-galizia/), written for our magazine, reports on the circumstances of this barbaric murder. At the time of her death, there were 47 lawsuits against her, mainly brought by politicians, including five criminal cases, which were subsequently brought against her relatives, as required by Malta's strange legal system. Caruana Galizia began to be insulted and mocked at the age of 25. Her dogs were killed, her house was set on fire, and her movements were spied on to intimidate her. For four years, she has not even been able to go to the beach because she is constantly photographed and her photos are uploaded to Facebook with derogatory comments. Forty-seven minutes before her death, she wrote this post on her blog:
«There are criminals everywhere I look... The situation is desperate».
"There are criminals everywhere"
Since the day of the journalist's death, near the Great Siege Monument close to the Maltese Court of Justice in Valletta, there has been a spontaneous memorial dedicated to her, made up of images, thoughts, and candles brought by people. It has been destroyed several times but is always restored with vases of flowers, signs with the word “Invicta” and new thoughts. Danish journalist Brugger said of her:
«I consider Daphne one of the bravest people I have ever met. She was practically alone against the entire Maltese mafia state. For me, she was the quintessential true journalist: always, relentlessly seeking the truth, whatever the cost».
Caruana Galizia Memorial
The murder of the journalist is a very serious matter for a European Union member state such as Malta. In fact, this small island is the most important crossroads for illegal activities linked to international finance. After much hesitation, the investigation into the instigators and perpetrators of Caruana Galizia's murder, supported not only by numerous protest movements but also by a resolution of the Council of Europe following a detailed report on the shortcomings of the Maltese rule of law by Dutch parliamentarian Pieter Omtzigt, nicknamed “the Bloodhound” for his nose for corruption, has finally reached a verdict. In 2025, Jamie Vella and Robert Agius were sentenced to life imprisonment for supplying the bomb that killed her; the De Giorgio brothers, George ‘the Chinese’ and Alfred ‘the Bean’, were sentenced to 40 years in prison as confessed perpetrators; Vincent Muscat, “il Kohhu” (the cuckoo), who confessed before the others by cooperating with the authorities, had his sentence reduced to 15 years in prison. In 2019, a fourth person, Melvin Theuma, was arrested but, having contributed to a breakthrough in the investigation and identified the instigator of the murder as the semi-literate entrepreneur and notorious cocaine addict Yorgen Fenech, he was granted a pardon. In 2020, Fenech, known as Mr. Casino, described as violent towards women and well connected in organized crime circles and the Maltese government, was arrested while attempting a daring escape. In February 2025, Fenech was released on bail pending trial for alleged complicity in the journalist's murder. Caruana Galizia wrote of her country:
«No one can hope to understand Maltese politics or Maltese society without first understanding the amoral familism that shapes and guides both... Malta is in a dangerous situation, and today we can no longer say that it is corrupt politicians who have brought it to this point, because it is now impossible to deny that those corrupt politicians are a reflection of society».
BookTell the truth even if your voice trembles
The article by Nadia Verdile mentioned above and published in our magazine lists the numerous awards and prizes named after the great investigative journalist, including the Daphne Project, a group of journalists who continue the investigations of their murdered colleague. In 2019, Bompiani published the first collection of Daphne Caruana Galizia's writings, Tell the truth even if your voice trembles; a few weeks after its publication, Ministers Mizzi and Schembri resigned. In 2020, Prime Minister Joseph Muscat also resigned. Daphne Caruana Galizia knew she was risking her life for the sake of truth, but she was a lively, free, and courageous woman who left us with these precious words:
«When people reproach and criticize you, accusing you of being ‘negative’, of not going with the flow or of not adopting an attitude of benevolent tolerance towards their excesses, always remember that it is they, and not you, who are in the wrong... The fight against corruption and against the assault on the rule of law must continue».
On Audible, you can listen to the detailed story of the Malta files in a podcast by Roberto Saviano, Criminals Everywhere I Look, Daphne Caruana Galizia, in Hands on the World.