Tina Merlin
Sara Balzerano

Carola Pignati

 

«Va’ in mona!»

Nel palazzo di via Fulvio Testi, l’unico, in tutto il corso, arretrato rispetto alla linea della strada, nella redazione milanese de l’Unità che allora era detta delle “Province”, sembra di esser tornati sulle montagne dopo l’8 settembre. Nebbia, di sigarette, bassa e densa, e un continuo mitragliare di macchine da scrivere che si rispondono l’un l’altra in un guerreggiare senza tregua. L’ordine di brigata arriva in dialetto, come tante volte sarà successo anche allora, in bellunese stretto: «Va’ in mona!». A ubbidire, volenti o nolenti, senza forse possibilità di appello, corrispondenti e dirigenti del giornale: democrazia spicciola, nella quale chiunque può incorrere in sfuriate e imprecazioni. Nei giovani c’è forse soggezione, nei dirigenti meno accondiscendenza verso quella donna che, con la terza elementare, sa e può dire la sua con assoluta cognizione di causa. E la dice, poi, senza filtri, né orpelli a ingentilire il discorso. «Va’ in mona!» è quella cosa là, non uno scherzo, né un consiglio; piuttosto un comando secco che non ha bisogno di essere ripetuto.

Tina Merlin, Clementina, è la giornalista del Vajont, la “piccola” corrispondente di provincia che ha, da sola, fatto battaglia contro il colosso Sade; e Tina Merlin è anche quella che, a neanche vent’anni, è diventata staffetta di collegamento tra il comando di battaglione e il comando di brigata, su e giù per la montagna, a combattere i tedeschi e i fascisti, a fare «la guerra alla guerra». È tante cose, Tina Merlin, ma lì, nella redazione dell’Unità di Milano, nel 1972, è soprattutto una che non ama quello che fa, che non vuole star lì a correggere bozze e impaginazioni. E non perde occasione per farlo presente. Vuole la strada, vuole la gente, vuole la voce che ha saputo dare fino a quel momento a chiunque ne avesse poca. O non ne avesse affatto.

Schiena dritta, Tina Merlin. E testa dura. E una capacità di cocciuta autosufficienza morale che le permette di affrontare le esperienze senza paura della solitudine. È montanara, Tina Merlin, che quando nasci da quelle parti lì, le vette e le crode non smettono mai di disegnarti e di riempirti, indipendentemente dal posto che poi ti accoglie, raccoglie e sopporta. E come le rocce e gli spuntoni, graffia e gratta, apre ferite che, nell’inerzia dell’indifferenza, avrebbero finito per suppurare. Sa la fatica dei terreni impervi e la bellezza che si apre nei paesaggi; il freddo che rende tutto pietra e le zolle rivoltate che sanno annunciare la primavera. Tutto questo Tina Merlin se lo porta dietro ovunque vada, come un bagaglio di sopravvivenza, manciata della terra materna che i migranti e le migranti tengono nascosta vicino al cuore. Sempre sentirà lo sciabordio della Marteniga, il fiume che scorre vicino alla casa dove è nata, a Trichiana, in provincia di Belluno, il 19 agosto 1926, come se l’irrequietezza di quel rio alpino avesse dettato il suo agire per tutta la vita. Sua madre, Rosa Dal Magro, è una che dai campi riesce sempre a cavare cibo per la propria famiglia, e che, nonostante questo, temerà sempre la fame e «le debite»; suo padre, Cesare, è uno stagionale che, per lavoro, sarà per lunghi periodi lontano, tanto che la figlia crederà che quello del migrante sia un vero e proprio mestiere. E proprio di questo parlerà sempre la Merlin giornalista; di questo si occuperà sempre la Merlin politica; questo avrà nella testa e nel cuore la Merlin partigiana. Questo: la classe lavoratrice, le donne, i migranti, le migranti e la montagna.

I suoi genitori sono sposi di seconde nozze: il primo marito di Rosa Dal Negro l’ha lasciata vedova a crescere un figlio, Luigi, deceduto poi per una congestione. Da questo nuovo matrimonio nasceranno Ida, Giuseppe Benvenuto detto “Nuto”, che morirà bambino di febbre spagnola, Remo, Antonio detto “Toni”, Giuseppina detta “Pina” e, in ultimo, Clementina detta “Tina”. Il mondo della Marteniga, il mondo di Trichiana, pare un canovaccio da Commedia dell’Arte, una corte dei miracoli senza poveri e reietti, ma con personaggi tali per cui sembra esserci un copione a dettare i fili delle esistenze: c’è «Moca, che andava per carità»; «c’è Toja Tarlame, che diceva sempre di sì bofonchiando da muto»; c’è «Cencio But, pronto sempre a dare una mano»; c’è «Jeja Dosolina, che piangeva e rideva per nulla»; c’è «Zanin, vecchio contadino che scaturiva i ragazzi trovati a slittare suoi suoi campi»; c’è «Meneghel, la guardia municipale, con le sue multe e i suoi sequestri»; c’è «Don Alfonso, con le sue indecorose prediche».

Da loro, da ciascuno di loro, Tina Merlin comprende fin da piccola di appartenere a un gruppo sociale diverso da quella dei padroni, diverso da quello di chi ha il potere. Capisce di non esistere solo come persona singola, ma come entità collettiva; e capisce che, in quel mondo lì, chi ha il potere ha sempre ragione. Tra la gente, che non conosce la politica e che esegue “gli ordini” dei governanti piuttosto che esercitare i propri diritti, Merlin impara a “star sotto” e a rimanere in silenzio. Lo impara, forse, ma non lo accetta. All’età di tredici anni, senza aver finito la scuola elementare, va a servizio a Milano e vive le prepotenze come vere e proprie ingiustizie di classe. Se ne andrà, disubbidirà. Farà suo l’insegnamento del fratello Toni: il valore morale di un individuo dipende dalle sue scelte, non dalla sua nascita. Così, dopo l’8 settembre, quando decidere significa stare o meno dalla parte giusta, Merlin entra nella Resistenza, nome di battaglia Joe. La guerra ha già preteso che le venisse pagato un anticipo: la divisione del fratello Remo, la Julia, i cui reggimenti e divisioni sono stati ricostruiti già per tre volte dopo le decimazioni della Grecia e del Montenegro, viene messa nuovamente in piedi; e Remo, che era un riservista, viene chiamato sul fronte russo dal quale non farà mai ritorno. La Patria, che un tempo aveva il mito del soldato di «garante costituzione», ha smesso da tempo di fare la schizzinosa, facendosi andare bene anche chi prima avrebbe scartato. La cosa importante è la quantità. Ché poi la morte, quando arriva, non va certo a chiedere il curriculum di chi decide di portare con sé: nel computo delle vittime, le qualità non aumentano le spunte sull’elenco. E spunta è diventato anche Toni.

«La guerra va sempre avanti», scrive la madre a Tina. Va sempre avanti e non arretra mai, nemmeno quando sta per finire. Come le bestie agonizzanti, esplode tutta la sua furia, portando con sé più vite possibili, a pareggiare un conto che la vorrebbe sempre vittoriosa. Così, il 26 aprile del 1945, negli ultimi spasmi, decide di prendersi Toni, il comandante Bill, con un colpo alla testa. È un dolore enorme e forse inaspettato. E quando al funerale del fratello Merlin vede arrivare alcune ragazze che fino a poco tempo prima si accompagnavano a soldati tedeschi, va loro incontro e inizia a schiaffeggiarle. Il suo è un atto simbolico e politico; pare dire: «distinguiamoci, noi che siamo stati e state dalla parte giusta; contiamoci, noi che abbiamo tirato fuori questo Paese dalle macerie, combattendo contro chi, quelle stesse macerie, le ha volute». Davanti alla Storia non c’è uguaglianza né di scelte né di intenti. È, quello, il primo schiaffo che Merlin tira ai compromessi e al servilismo di potere. Anche a guerra finita, sarà sempre una partigiana, schierata al di là della barricata, in prima linea per tentare di creare uno Stato in cui anche gli operai e le operaie, i contadini e le contadine, gli stagionali e le ragazze “serve”, possano riconoscersi. Soprattutto, ella crede che le donne, anche in virtù del loro impegno nella Resistenza, debbano smetterla con il silenzio e l’“educazione” e puntare i piedi, finalmente, e alzare la voce e decidere. Nel 1946 si iscrive alla sezione del Pci di Trichiana e, nello stesso anno, decide di frequentare per quattro mesi la scuola di partito a Milano: per lei, ragazzina a servizio, significa tornare, donna, nella grande città da vincitrice.

Nel 1947, tornata a Belluno, le viene affidato un incarico politico all’interno del ricostituito Fronte della gioventù comunista. Inoltre, su esplicita richiesta di Marisa Musu, collabora anche con l’Ari, l’Associazione ragazze d’Italia. In entrambe sarà consigliera nazionale. Dopo che la Fgc chiude, insieme a Michele Tormen e Peppino Zangrado costituisce la sezione della Fgci bellunese. Il lavoro di Merlin nel territorio provinciale non è facile: il partito non vede di buon occhio l’impegno delle donne, anche in luce del fatto che lì le iscritte sono l’1%. Però lei è testa dura e nel congresso del 1951 viene eletta nel comitato federale, l’anno precedente all’Anpi entra nel comitato provinciale e, ancora nel 1951 viene messa in lista per il comune di Belluno pur senza indicazione di voto. Il suo rapporto con il partito è lungo e profondamente conflittuale. Tina Merlin è scomoda: troppo altera, troppo rigida, troppo orgogliosa. E, si sa, ciò che in un uomo è qualità, in una donna diventa difetto. Poi, sempre nel 1951, inizia a lavorare a l’Unità come corrispondente provinciale. Sa bene Merlin di avere un basso livello di istruzione, ma da autodidatta cocciuta inizia a scrivere. Aiutata dal marito Aldo Sirena, il partigiano Nerone, che le fa conoscere anche letture impegnate, compone, oltre ai primi articoli, racconti e poesie. Con alcuni vince persino premi letterari. Le poesie, poi, piacciono a Gianni Rodari che le dice, più volte e in più lettere, di non abbandonare questa sua vena. E lei non solo non la abbandonerà, ma farà della parola scritta il suo mestiere e il suo grimaldello; una nuova bicicletta con la quale continuare a combattere la mai finita Resistenza. Perché la lotta partigiana sarà sempre il vaglio attraverso il quale leggere la realtà politica, sociale e culturale di questo Paese; un tentativo costante di non rendere vana l’esperienza più alta della storia d’Italia, che tanti sacrifici ha chiesto in cambio, ma che ha anche dato la cosa forse più importante: la possibilità concreta di creare una società giusta e paritaria. Resistenza, donne, emigrazione e montagna sono i temi di cui si occuperà come giornalista.

Quello della corrispondente è un lavoro pagato pochissimo e, nonostante questo, Merlin lo affronta con assoluto impegno. Ha un bisogno insito di “pareggiare i conti”, di riscattare sé e la propria classe sociale. È un’esigenza costante e imperitura, che la accompagnerà per tutta la vita. Le sue parole sono le misure di chi sta in basso; i suoi articoli, sassate contro lo specchio nel quale il potere ammira sé stesso. Nel 1952 apre un’inchiesta, a puntate, sulle condizioni di lavoro delle donne bellunesi; a partire dall’11 gennaio 1953 scriverà, ancora a puntate, dell’emigrazione maschile. Il suo stile è ancora grezzo, «emozionato e scolastico» dirà Mario Isnenghi, pieno di fonti orali e di testimonianza diretta, quasi a voler tenere un filo diretto tra lei, che scrive, e le persone, che vivono e subiscono. E poiché una storia non esiste finché non viene raccontata, la penna di Merlin non si ferma mai, a fare da megafono a chi pensa di non avere nessuno che ascolti, a dare valore e senso alla verità. L’inchiesta si conclude con un articolo che, in continua anafora, è, allo stesso tempo, una denuncia, un progetto e una preghiera:

«Gli emigranti non chiedono lauti guadagni, chiedono lavoro. Chiedono la possibilità di restare a guidare la loro casa, di fare veramente da mariti e da padri. Chiedono l’umano, se vogliamo il cristiano diritto all’unità della famiglia. Chiedono scarpe e cibo e possibilità di istruzione per i figli. Chiedono il loro diritto a non morire in terra straniera, quasi fossero in guerra, sepolti vivi nelle gallerie o fatti a pezzi dall’esplosivo. Chiedono lavoro in patria perché amano la loro terra. Vogliono godersela in pace, nel lavoro, assieme alle loro famiglie, con le canicole e le nevi, i fiori e i prati, le montagne e le vallate, i fiumi e i laghi e la gente tutta, lavoratrice e pacifica».

Ciò che fa Merlin, ciò che farà con la vicenda del Vajont, ciò che farà con le inchieste sugli operai bellunesi emigranti rimasti vittime delle tragedie di Zermatt, Valle Aurina, Val di Sass e Mattmark negli anni Settanta, è di dare un nome, un cognome, un passato e una storia a ciascun individuo, stracciando l’etichetta totalizzante che cancella e inibisce il dolore. Nel 1956 inizia una lunga serie di articoli in difesa della montagna: a marzo si occupa del comune di Forno Zoldo che, all’insaputa delle sue frazioni, svende terre alla Sade; il 13 maggio pubblica un articolo dal titolo I monopoli “rapinano” la bellezza della montagna; in luglio denuncia i danni che il bacino artificiale di Vallesella sta provocando all’abitato. Poi arriva il Vajont. Tina Merlin giunge in valle ben prima che la stampa e la politica si accorgano di quello che sta accadendo. Di quello che accadrà. E, come è noto, si occupa fin da subito degli abitanti di Erto e Casso, dando loro la dignità dell’attenzione. Nel suo celebre articolo La SADE spadroneggia ma i montanari si difendono, e poi nel libro Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, pubblicato nel 1983, ci parla, sì, di bacini, di invasi, di frane e di potere. Ma Merlin, soprattutto, ci parla di Maria Corona, che ogni volta la invita a mangiare e a bere; ci parla di Giovanni Martinelli, anziano e battagliero, che alle riunioni del Consorzio per la rinascita della Valle ertana viene armato di cartelloni contro la Sade e contro il governo e che perderà il figlio di ventisei anni; ci parla di Giuseppe Pezzin, oste di San Martino ed ex sindaco di Erto, che morirà il 9 ottobre; ci parla di Antonia Filippa da Prada, che dice che contro la Sade bisogna prendere il fucile e che sarà dispersa, insieme al marito; ci parla di Celeste Martinelli, che si salva, perché in Svizzera; ci parla di Domenico Corona, che ne uscirà vivo.

La vicenda di Tina Merlin e del Vajont è paradigmatica della piramide del privilegio che da sempre regola e organizza ogni aspetto della società. Cassandra inascoltata, la sua denuncia, come scrive Giampaolo Pansa, ha subito un black-out spesso tre volte: è una donna, è una corrispondente di provincia, è una comunista che scrive per un giornale di partito. Le notizie che riporta nei suoi articoli sono precise e articolate, tanto che si pensa che ella abbia avuto un contatto illustre all’interno della Sade. Stando a ciò che scrive il figlio, Toni Sirena, si tratterebbe di Mario Pancini, ingegnere che dirigeva il cantiere, morto suicida il giorno prima dell’apertura del processo a L’Aquila. Eppure, dopo il 9 ottobre 1963, Tina Merlin, che viene cercata da moltissima stampa estera, qui in Italia è tacitata e dimenticata, non fosse per l’accusa di sciacallaggio che giornalisti come Montanelli muovono a lei e al Pci, rei di non voler spegnere i riflettori. Le luci sul Vajont, però, si spengono comunque, per decenni, lasciando a Merlin l’angoscia di non aver fatto abbastanza.

Dopo una parentesi di circa un anno, durante la quale si reca in Ungheria, ritorna a Vicenza nel 1968. Qui segue le lotte dei tessili e delle tessili della Valdagno e dei ceramisti e ceramiste del Nove. Tra il 1969 e il 1972 scrive quasi un articolo al giorno, anche per la pagina culturale. Nel 1970 viene mandata a Venezia a seguire le lotte operaie di Porto Marghera e qui si trova al centro degli scontri tra i manifestanti, le manifestanti e la polizia. La cronaca di ciò che accade esce su l’Unità in un articolo dallo stile nominale che rende perfettamente la concitazione di quei momenti. Poi, finalmente, dopo trent’anni di “gavetta”, viene assunta a Milano come giornalista professionista. Gli anni Settanta, gli attentati terroristici, le grandi rivolte di piazza, Tina Merlin li vive dentro le fabbriche, non nascondendosi mai, ma affermando con forza e senza poesia da che parte stesse. Nel capoluogo lombardo rimane fino al 1974. Si sposta a Venezia e qui riprende a occuparsi di lotte operaie. Ma è proprio in terra di laguna che si consuma la rottura definitiva con il giornale. La redazione centrale de l’Unità ha deciso di abolire le pagine locali a favore della sola cronaca veneziana. Viene, cioè, a mancare la possibilità per Merlin di parlare della sua gente e delle sue montagne. Se ne va.

Tina Merlin ad un raduno partigiano in Cansiglio nell’immediato dopoguerra, con Aldo Sirena il partigiano “Nerone” comandante di due brigate partigiane

Però, continua a scrivere. Nel 1981 diventa direttrice responsabile del periodico Veneto Emigrazione e, con l’Associazione Bellunesi nel mondo compie numerosi viaggi in Svizzera per incontrare lavoratori e lavoratrici migrati lì, raccontando di loro e delle loro storie. Dirige poi la rivista L’uomo e l’ambiente e collabora con Giorni. Le vie nuove dell’agricoltura. Andrà in Messico, in Cina, a Cuba, in Vietnam, nell’allora Cecoslovacchia, in Egitto, in Svezia, in Jugoslavia e nella Ddr. E, nel 1985, andrà in Russia per tentare di trovare qualche traccia del fratello Remo, tornandoci, poi, nel giugno del 1990. Rientrata dalla prima visita in Unione Sovietica, collabora con Nuova Venezia, la Tribuna di Treviso e il Mattino di Padova, sui quali pubblica, in quattro puntate, il resoconto del suo viaggio. Sullo stesso tema, invia anche un artico a Patria Indipendente, chiedendo che l’Anpi si prodighi affinché il governo si faccia carico del trasporto in Italia dei resti dei soldati morti in Russia. Tra le fondatrici dell’Isbrec, l’Istituto storico bellunese della resistenza e dell’età contemporanea nel 1965, negli anni Ottanta si dedica a un lavoro approfondito del ruolo delle donne nella lotta partigiana.

Tina Merlin, partigiana al centro della foto con due compagne della lotta di liberazione

Con indagini filologiche accurate, confrontando testimonianze, documenti redatti dai comandi partigiani e dai Gruppi di difesa della donna, riesce a ricostruire, brigata per brigata, i nomi di centosettantasette tra staffette e combattenti, oltre a quelli di donne “comuni” il cui contributo è stato ugualmente prezioso e risolutivo. Tutto ciò confluisce poi nella relazione dal titolo La guerriglia delle donne: status, coscienza, contraddizioni, presentata il 20 ottobre 1990 al convegno sugli aspetti militari della Resistenza. Si conclude, così, uno studio iniziato nel 1955 con l’articolo Le donne bellunesi della resistenza, pubblicato su Nuovo Domani e che ha portato anche alla pubblicazione del libro Menica e le altre. Racconti partigiani. Un lavoro di indagine induttiva che, dal particolare, ha ampliato il proprio respiro riuscendo a tratteggiare una storia dal carattere nazionale e, in qualche maniera, anche universale. E questa è sempre stata la caratteristica preponderante, e la forza assoluta, di Tina Merlin: partire da ciò che meglio conosce e capire, con profonda intelligenza, che il suo mondo, poiché uguale e diverso a tanti altri mondi, l’ha resa parte di una realtà più grande che è quella della società umana. Sempre montagna e mai isola, ha parlato di sé, per sé, per poter parlare di noi e dell’altro. Morta il 22 dicembre del 1991, dovessimo riassumere tutta la sua meravigliosa esistenza, potremmo usare un verso di Pier Paolo Pasolini: «non c'è altra poesia che l'azione reale». E Tina Merlin, con la sua terza elementare, ha scritto forse la poesia più bella che potesse essere composta.


Traduzione francese

Giorgia Corvino

«Va’ in mona!»

Dans l’immeuble du Corso Fulvio Testi — le seul de l’avenue à être en retrait par rapport à la rue — au sein de la rédaction milanaise de l'Unità, celle que l’on appelait alors la rédaction des « Provinces », on se croirait revenu dans les montagnes après le 8 septembre 1943. Un brouillard de cigarettes, bas et dense, et le mitraillage incessant des machines à écrire qui se répondent dans un combat sans trêve. L’ordre de brigade tombe en dialecte, comme cela a dû arriver tant de fois autrefois, dans un patois bellunais serré : «Va’ in mona!» Correspondants et dirigeants du journal obéissent, bon gré mal gré, sans possibilité d'appel : une démocratie brute, où n’importe qui peut s’attirer foudres et imprécations. Chez les jeunes, il y a peut-être de l’intimidation ; chez les dirigeants, moins de complaisance envers cette femme che n'a que son certificat d'études, mais qui sait et peut dire ce qu'elle pense avec une pertinence absolue. Et elle le dit, sans filtre ni fioritures pour adoucir le propos. Ce «Va’ in mona!» est une chose sérieuse, ni une plaisanterie, ni un conseil ; plutôt un commandement sec qui n'a pas besoin d'être répété.

Tina Merlin, Clementina de son vrai nom, est la journaliste du Vajont, la « petite » correspondante de province qui a, seule, mené bataille contre le colosse SADE. Mais Tina Merlin est aussi celle qui, à même pas vingt ans, est devenue estafette de liaison entre le commandement de bataillon et celui de brigade, sillonnant la montagne pour combattre les Allemands et les fascistes, pour faire « la guerre à la guerre ». Tina Merlin est bien des choses, mais là, dans la rédaction de l'Unità à Milan, en 1972, elle est surtout quelqu'un qui n'aime pas ce qu'elle fait, qui ne veut pas rester là à corriger des épreuves et des mises en page. Elle ne manque aucune occasion de le faire savoir. Elle veut la rue, elle veut les gens, elle veut cette voix qu'elle a su donner jusqu'alors à tous ceux qui en avaient peu. Ou pas du tout.

Droit dans ses bottes, Tina Merlin. Tête dure. Et une capacité d'autosuffisance morale têtue qui lui permet d'affronter les expériences sans crainte de la solitude. C'est une montagnarde, Tina Merlin : quand on naît là-bas, les sommets et les crêtes ne cessent jamais de vous façonner et de vous habiter, quel que soit l'endroit qui, par la suite, vous accueille, vous recueille ou vous supporte. Et comme les rochers et les aspérités, elle griffe et elle gratte, ouvrant des plaies qui, dans l'inertie de l'indifférence, auraient fini par suppurer. Elle connaît la fatigue des terrains escarpés et la beauté qui s'ouvre dans les paysages ; le froid qui transforme tout en pierre et les mottes de terre retournées qui annoncent le printemps. Tout cela, Tina Merlin l'emporte avec elle partout où elle va, comme un bagage de survie, une poignée de terre maternelle que les migrants gardent cachée près du cœur. Elle entendra toujours le clapotis de la Marteniga, la rivière qui coule près de la maison où elle est née, à Trichiana, dans la province de Belluno, le 19 août 1926, comme si l'inquiétude de ce torrent alpin avait dicté ses actes toute sa vie durant. Sa mère, Rosa Dal Magro, est une femme qui réussit toujours à tirer des champs de quoi nourrir sa famille et qui, malgré cela, craindra toujours la faim et «les dettes». Son père, Cesare, est un saisonnier qui, pour le travail, restera longtemps éloigné, au point que sa fille croira que «migrant» est un véritable métier. C’est précisément de cela que parlera toujours la Merlin journaliste ; c’est de cela que s’occupera la Merlin politique ; c’est cela qu’aura dans la tête et le cœur la Merlin partisane. Cela: la classe ouvrière, les femmes, les migrants et la montagne.

Ses parents sont mariés en secondes noces. Le premier mari de Rosa l'a laissée veuve avec un fils à élever, Luigi, décédé plus tard d'une congestion. De ce nouveau mariage naîtront Ida, Giuseppe Benvenuto dit «Nuto» (mort enfant de la grippe espagnole), Remo, Antonio dit «Toni», Giuseppina dite «Pina» et, enfin, Clementina dite «Tina». Le monde de la Marteniga, le monde de Trichiana, ressemble à un canevas de la Commedia dell’Arte, une cour des miracles sans pauvres ni parias, mais peuplée de personnages tels qu'un scénario semble dicter les fils de leurs existences : il y a «Moca, qui mendiait par charité» ; «Toja Tarlame, qui disait toujours oui en marmonnant comme un muet» ; «Cencio But, toujours prêt à donner un coup de main» ; «Jeja Dosolina, qui pleurait et riait pour rien» ; «Zanin, vieux paysan qui chassait les gamins surpris à faire de la luge sur ses champs» ; «Meneghel, le garde municipal, avec ses amendes et ses saisies» ; «Don Alfonso, avec ses sermons indécents».

À leur contact, Tina Merlin comprend dès son plus jeune âge qu'elle appartient à un groupe social différent de celui des patrons, différent de celui de ceux qui détiennent le pouvoir. Elle comprend qu'elle n'existe pas seulement en tant qu'individu, mais en tant qu'entité collective ; et elle comprend que, dans ce monde-là, celui qui a le pouvoir a toujours raison. Parmi les gens qui ne connaissent pas la politique et qui exécutent les « ordres » des gouvernants plutôt que d'exercer leurs propres droits, Merlin apprend à « être soumise » et à rester silencieuse. Elle l'apprend, peut-être, mais elle ne l'accepte pas. À treize ans, sans avoir terminé l'école primaire, elle part travailler comme domestique à Milan et vit les brimades comme de véritables injustices de classe. Elle partira, elle désobéira. Elle fera sienne la leçon de son frère Toni : la valeur morale d'un individu dépend de ses choix, non de sa naissance. Ainsi, après le 8 septembre, quand décider signifie être ou non du bon côté, Merlin entre dans la Résistance sous le nom de guerre de Joe. La guerre a déjà exigé d'elle un acompte : la division de son frère Remo, la Julia — dont les régiments ont été reconstitués trois fois après les décimations en Grèce et au Monténégro — est remise sur pied ; et Remo, qui était réserviste, est appelé sur le front russe d'où il ne reviendra jamais. La Patrie, qui cultivait autrefois le mythe du soldat à la « constitution garantie », a cessé depuis longtemps de faire la fine bouche, acceptant même ceux qu'elle aurait écartés auparavant. L'important est la quantité. Car la mort, quand elle arrive, ne demande pas le curriculum vitæ de ceux qu'elle emporte : dans le décompte des victimes, les qualités n'augmentent pas les coches sur la liste. Et Toni aussi est devenu une coche.

« La guerre va toujours de l'avant », écrit sa mère à Merlin. Elle avance et ne recule jamais, même quand elle est sur le point de finir. Comme les bêtes agonisantes, elle explose de toute sa fureur, emportant le plus de vies possible, pour équilibrer un compte qui la voudrait toujours victorieuse. Ainsi, le 26 avril 1945, dans ses derniers spasmes, elle décide de prendre Toni, le commandant Bill, d'une balle dans la tête. C'est une douleur immense et peut-être inattendue. Et quand, aux funérailles de son frère, Merlin voit arriver des jeunes filles qui, peu de temps auparavant, fréquentaient des soldats allemands, elle va à leur rencontre et commence à les gifler. Son acte est symbolique et politique ; il semble dire : « Distinguons-nous, nous qui avons été du bon côté ; comptons-nous, nous qui avons tiré ce pays des décombres en combattant ceux qui, ces mêmes décombres, les ont voulus ». Devant l'Histoire, il n'y a d'égalité ni de choix, ni d'intentions. C’est là la première gifle que Merlin inflige aux compromis et au servilisme envers le pouvoir. Même la guerre finie, elle restera toujours une partisane, postée de l'autre côté de la barricade, en première ligne pour tenter de créer un État dans lequel les ouvriers, les paysans, les saisonniers et les jeunes « servantes » puissent se reconnaître. Surtout, elle croit que les femmes, en vertu de leur engagement dans la Résistance, doivent cesser le silence et la « bonne éducation » pour enfin taper du pied, élever la voix et décider. En 1946, elle s'inscrit à la section du PCI de Trichiana et, la même année, décide de suivre pendant quatre mois l'école du parti à Milan : pour elle, la gamine autrefois domestique, cela signifie revenir en femme, en vainqueur, dans la grande ville.

En 1947, de retour à Belluno, on lui confie une charge politique au sein du Front de la Jeunesse Communiste reconstitué. De plus, à la demande explicite de Marisa Musu, elle collabore avec l'ARI (Association des Jeunes Filles d'Italie). Elle sera conseillère nationale dans les deux organisations. Après la fermeture de la FGCI, elle fonde avec Michele Tormen et Peppino Zangrado la section de la FGCI de Belluno. Le travail de Merlin sur le territoire provincial n'est pas facile : le parti ne voit pas d'un bon œil l'engagement des femmes, d'autant plus que les inscrites n'y représentent que 1 %.Mais elle a la tête dure et, au congrès de 1951, elle est élue au comité fédéral. L'année précédente, elle entre au comité provincial de l'ANPI et, toujours en 1951, elle est portée sur la liste pour la mairie de Belluno, bien que sans consigne de vote. Sa relation avec le parti est longue et profondément conflictuelle. Tina Merlin est gênante : trop altière, trop rigide, trop fière. Et, c'est bien connu, ce qui est une qualité chez un homme devient un défaut chez une femme. Puis, toujours en 1951, elle commence à travailler à l'Unità comme correspondante provinciale. Merlin sait bien qu'elle a un faible niveau d'instruction, mais en autodidacte obstinée, elle commence à écrire. Aidée par son mari Aldo Sirena, le partisan « Nerone », qui lui fait découvrir des lectures engagées, elle compose, outre ses premiers articles, des nouvelles et des poésies. Certaines remportent même des prix littéraires. Ses poésies plaisent d'ailleurs à Gianni Rodari qui lui répète, à plusieurs reprises et dans plusieurs lettres, de ne pas abandonner cette veine. Et non seulement elle ne l'abandonnera pas, mais elle fera de la parole écrite son métier et son passe-partout ; une nouvelle bicyclette avec laquelle continuer à mener cette Résistance jamais achevée. Car la lutte partisane sera toujours le prisme à travers lequel lire la réalité politique, sociale et culturelle de ce pays ; une tentative constante de ne pas rendre vaine l'expérience la plus haute de l'histoire de l'Italie, qui a exigé tant de sacrifices en échange, mais qui a aussi donné la chose la plus importante : la possibilité concrète de créer une société juste et paritaire. Résistance, femmes, émigration et montagne sont les thèmes qu'elle traitera en tant que journaliste.

Le travail de correspondante est très mal payé et, malgré cela, Merlin l'affronte avec un engagement absolu. Elle a un besoin intrinsèque de « régler les comptes », de racheter sa propre classe sociale. C’est une exigence constante et impérissable qui l'accompagnera toute sa vie. Ses mots sont la mesure de ceux qui sont en bas ; ses articles, des pierres jetées contre le miroir dans lequel le pouvoir s'admire. En 1952, elle lance une enquête, en plusieurs épisodes, sur les conditions de travail des femmes de Belluno ; à partir du 11 janvier 1953, elle écrira sur l'émigration masculine. Son style est encore brut, «émotionnel et scolaire» dira Mario Isnenghi, rempli de sources orales et de témoignages directs, comme pour vouloir maintenir un fil direct entre elle, qui écrit, et les gens, qui vivent et subissent. Et puisqu'une histoire n'existe pas tant qu'elle n'est pas racontée, la plume de Merlin ne s'arrête jamais, servant de mégaphone à ceux qui pensent n'avoir personne pour les écouter, donnant valeur et sens à la vérité. L'enquête se conclut par un article qui, dans une anaphore continue, est à la fois une dénonciation, un projet et une prière:

«Les émigrants ne demandent pas des gains fastueux, ils demandent du travail. Ils demandent la possibilité de rester pour diriger leur foyer, d'agir véritablement en tant que maris et pères. Ils demandent le droit humain, voire chrétien, à l'unité de la famille. Ils demandent des chaussures et de la nourriture, et des possibilités d'instruction pour leurs fils. Ils demandent leur droit de ne pas mourir en terre étrangère, comme s'ils étaient à la guerre, enterrés vivants dans les tunnels ou déchiquetés par les explosifs. Ils demandent du travail dans leur patrie parce qu'ils aiment leur terre. Ils veulent en jouir en paix, par le travail, avec leurs familles, sous la canicule et la neige, parmi les fleurs et les prés, les montagnes et les vallées, les fleuves, les lacs et tout le peuple, travailleur et pacifique.»

Ce que fait Merlin, ce qu'elle fera avec l'affaire du Vajont, ce qu'elle fera avec les enquêtes sur les ouvriers émigrés de Belluno victimes des tragédies de Zermatt, de la Valle Aurina, du Val di Sass et de Mattmark dans les années 70, c'est donner un nom, un prénom, un passé et une histoire à chaque individu, déchirant l'étiquette globalisante qui efface et inhibe la douleur. En 1956, elle commence une longue série d'articles pour la défense de la montagne : en mars, elle s'occupe de la commune de Forno Zoldo qui, à l'insu de ses hameaux, brade des terres à la SADE ; le 13 mai, elle publie un article intitulé Les monopoles "pillent" la beauté de la montagne ; en juillet, elle dénonce les dommages que le bassin artificiel de Vallesella cause aux habitations. Puis vient le Vajont. Tina Merlin arrive dans la vallée bien avant que la presse et la politique ne s'aperçoivent de ce qui se passe. De ce qui va arriver. Et, comme on le sait, elle s'occupe immédiatement des habitants d'Erto et Casso, leur rendant la dignité de l'attention. Dans son célèbre article La SADE régente tout mais les montagnards se défendent, puis dans son livre Sulla pelle viva (Sur la peau vive. Comment se construit une catastrophe. Le cas du Vajont), publié en 1983, elle nous parle certes de bassins, de barrages, de glissements de terrain et de pouvoir. Mais Merlin nous parle surtout de Maria Corona, qui l'invite chaque fois à manger et à boire ; de Giovanni Martinelli, âgé et combatif, qui vient aux réunions du Consortium pour la renaissance de la vallée armé de pancartes contre la SADE et contre le gouvernement, et qui perdra son fils de vingt-six ans ; de Giuseppe Pezzin, aubergiste de San Martino et ancien maire d'Erto, qui mourra le 9 octobre ; d'Antonia Filippa da Prada, qui dit que contre la SADE il faut prendre le fusil et qui sera portée disparue avec son mari ; de Celeste Martinelli, qui survit parce qu'il est en Suisse ; de Domenico Corona, qui s'en sortira vivant.

L'histoire de Tina Merlin et du Vajont est paradigmatique de la pyramide du privilège qui règle et organise depuis toujours chaque aspect de la société. Cassandre inécoutée, sa dénonciation, comme l'écrit Giampaolo Pansa, a subi un black-out triple : c'est une femme, c'est une correspondante de province, c'est une communiste qui écrit pour un journal de parti. Les informations qu'elle rapporte dans ses articles sont si précises et articulées que l'on pense qu'elle bénéficie d'un contact illustre au sein de la SADE. Selon ce qu'écrit son fils, Toni Sirena, il s'agirait de Mario Pancini, l'ingénieur qui dirigeait le chantier, suicidé la veille de l'ouverture du procès à L'Aquila. Pourtant, après le 9 octobre 1963, Tina Merlin, sollicitée par une grande partie de la presse étrangère, est ici en Italie réduite au silence et oubliée, si ce n'est pour l'accusation de « charognardisme » que des journalistes comme Montanelli lancent contre elle et le PCI, coupables de ne pas vouloir éteindre les projecteurs. Les lumières sur le Vajont s'éteignent pourtant pour des décennies, laissant à Merlin l'angoisse de n'avoir pas fait assez.

Après une parenthèse d'environ un an passée en Hongrie, elle revient à Vicence en 1968. Elle y suit les luttes des ouvriers du textile de Valdagno et des céramistes de Nove. Entre 1969 et 1972, elle écrit presque un article par jour, y compris pour les pages culturelles. En 1970, elle est envoyée à Venise pour suivre les luttes ouvrières de Porto Marghera et se retrouve au cœur des affrontements entre manifestants et police. Sa chronique des événements paraît dans l'Unità dans un style nominal qui rend parfaitement la fébrilité de ces moments. Enfin, après trente ans de « métier », elle est embauchée à Milan comme journaliste professionnelle. Les années 70, les attentats terroristes, les grandes révoltes de rue, Tina Merlin les vit à l'intérieur des usines, ne se cachant jamais, affirmant avec force et sans poésie de quel côté elle se trouve. Elle reste dans la capitale lombarde jusqu'en 1974. Elle part ensuite pour Venise où elle reprend ses activités sur les luttes ouvrières. Mais c’est précisément sur les terres de la lagune que se consomme la rupture définitive avec le journal. La rédaction centrale de l'Unità a décidé de supprimer les pages locales au profit de la seule chronique vénitienne. Autrement dit, Merlin perd la possibilité de parler de son peuple et de ses montagnes. Elle s'en va.

Tina Merlin lors d’un rassemblement partisan dans le Cansiglio, dans l’immédiat après-guerre, avec Aldo Sirena, le partisan « Nerone », commandant de deux brigades partisanes.

Mais elle continue d'écrire. En 1981, elle devient directrice responsable du périodique Veneto Emigrazione et, avec l'Association des Bellunais dans le Monde, effectue de nombreux voyages en Suisse pour rencontrer les travailleurs migrants, racontant leurs histoires. Elle dirige ensuite la revue L’uomo e l’ambiente (L'homme et l'environnement) et collabore avec Giorni. Le vie nuove dell’agricoltura. Elle se rendra au Mexique, en Chine, à Cuba, au Vietnam, en Tchécoslovaquie, en Égypte, en Suède, en Yougoslavie et en RDA. Et, en 1985, elle ira en Russie pour tenter de trouver des traces de son frère Remo, y retournant en juin 1990. De retour de sa première visite en Union Soviétique, elle collabore avec Nuova Venezia, la Tribuna di Treviso et le Mattino di Padova, où elle publie en quatre épisodes le récit de son voyage. Sur le même thème, elle envoie un article à Patria Indipendente, demandant que l'ANPI s'efforce d'obtenir que le gouvernement prenne en charge le rapatriement des restes des soldats morts en Russie. Parmi les fondatrices de l’ISBREC (Institut Historique Bellunais de la Résistance) en 1965, elle se consacre dans les années 80 à un travail approfondi sur le rôle des femmes dans la lutte partisane.

Tina Merlin, partisane au centre de la photo, avec deux compagnes de la lutte de libération.

Par des recherches philologiques précises, en confrontant témoignages et documents, elle parvient à reconstruire, brigade par brigade, les noms de cent soixante-dix-sept estafettes et combattantes, ainsi que ceux de femmes «ordinaires» dont la contribution fut tout aussi précieuse. Tout cela conflue dans son rapport intitulé La guérilla des femmes: statut, conscience, contradictions, présenté en octobre 1990. C’est l’aboutissement d’une étude commencée en 1955 avec son livre Menica e le altre (Menica et les autres. Récits partisans). Un travail d'enquête inductive qui, partant du particulier, a élargi son souffle pour esquisser une histoire à caractère national et, d'une certaine manière, universelle. Et ce fut là la caractéristique prépondérante, la force absolue de Tina Merlin: partir de ce qu'elle connaît le mieux pour comprendre, avec une intelligence profonde, que son monde — parce que semblable et différent de tant d'autres mondes — faisait d'elle une partie d'une réalité plus vaste : celle de la société humaine. Toujours montagne et jamais île, elle a parlé d'elle, pour elle, afin de pouvoir parler de nous et de l'autre. Morte le 22 décembre 1991, si nous devions résumer toute sa merveilleuse existence, nous pourrions emprunter un vers de Pier Paolo Pasolini: «Il n'y a pas d'autre poésie que l'action réelle». Et Tina Merlin, avec son simple certificat d'études, a peut-être écrit la plus belle poésie qui pût être composée.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

«Va’ in mona!»

In the building on Via Fulvio Testi, the only one on the entire street set back from the road, in the Milan office of l'Unità, which was then known as the “Province,” it feels like we've returned to the mountains after September 8. Low, thick cigarette smoke and the constant rattling of typewriters responding to each other in a relentless battle. The brigade's order comes in dialect, as was often the case even then, in strict Belluno dialect: “Va' in mona!” To obey, willingly or unwillingly, with perhaps no possibility of appeal, correspondents and editors of the newspaper: petty democracy, in which anyone can be subjected to outbursts and curses.The young people are perhaps in awe, the managers less so, of this woman who, with only a third-grade education, knows and can speak her mind with absolute knowledge of the facts. And she says it, without filters or embellishments to soften the discourse. “Va' in mona!” is that thing there, not a joke, nor advice; rather, a blunt command that needs no repetition.

Tina Merlin, Clementina, is the journalist from Vajont, the “little” provincial correspondent who single-handedly fought against the giant SADE; and Tina Merlin is also the one who, not even twenty years old, became a liaison between the battalion command and the brigade command, up and down the mountains, fighting the Germans and the fascists, waging “war on war.” Tina Merlin is many things, but there, in the editorial office of L'Unità in Milan in 1972, she is above all someone who does not like what she does, who does not want to sit there correcting proofs and layouts. And she never misses an opportunity to make this known. She wants the street, she wants the people, she wants the voice she has been able to give until now to anyone who had little or none at all.

Tina Merlin stands tall. She is stubborn. She has a stubborn moral self-sufficiency that allows her to face experiences without fear of loneliness. Tina Merlin is a mountain woman, and when you are born in those parts, the peaks and crags never cease to shape and fill you, regardless of the place that then welcomes, gathers, and supports you. And like rocks and spikes, she scratches and scrapes, opening wounds that, in the inertia of indifference, would have ended up festering. She knows the hardship of rough terrain and the beauty that unfolds in the landscapes; the cold that turns everything to stone and the upturned clods that herald spring. Tina Merlin carries all this with her wherever she goes, like survival baggage, a handful of her motherland that migrants keep hidden close to their hearts. She will always hear the lapping of the Marteniga, the river that flows near the house where she was born, in Trichiana, in the province of Belluno, on August 19, 1926, as if the restlessness of that alpine stream had dictated her actions throughout her life. Her mother, Rosa Dal Magro, is someone who always manages to get food for her family from the fields, and who, despite this, will always fear hunger and ‘debts’; her father, Cesare, is a seasonal worker who, because of his job, will be away for long periods of time, so much so that his daughter will believe that being a migrant is a real profession. This is what Merlin the journalist would always talk about; this is what Merlin the politician would always deal with; this is what Merlin the partisan would always have in her head and heart. This: the working class, women, migrants, and the mountains.

Her parents were both remarried: Rosa Dal Negro's first husband left her a widow to raise a son, Luigi, who later died of congestion. From this new marriage came Ida, Giuseppe Benvenuto, known as “Nuto,” who died as a child from Spanish flu, Remo, Antonio, known as “Toni,” Giuseppina, known as “Pina,” and, lastly, Clementina, known as “Tina.” The world of Marteniga, the world of Trichiana, seems like a Commedia dell'Arte script, a court of miracles without poor and outcasts, but with characters who seem to have a script dictating the threads of their lives: there is “Moca, who went around doing charity”; “there is Toja Tarlame, who always said yes, mumbling like a mute”; there is “Cencio But, always ready to lend a hand”; there is “Jeja Dosolina, who cried and laughed for no reason”; there is “Zanin, an old farmer who chased away the children he found sledding on his fields”; there is “Meneghel, the municipal guard, with his fines and seizures”; there is “Don Alfonso, with his indecent sermons.”

From them, from each of them, Tina Merlin understands from an early age that she belongs to a social group different from that of the masters, different from that of those in power. She understands that she does not exist only as an individual, but as a collective entity; and she understands that, in that world, those in power are always right. Among people who know nothing about politics and who carry out the “orders” of those in power rather than exercising their rights, Merlin learns to “keep quiet” and remain silent. She learns this, perhaps, but she does not accept it. At the age of thirteen, without having finished elementary school, she goes to work as a servant in Milan and experiences bullying as a true class injustice. She will leave, she will disobey. She will take her brother Toni's teaching to heart: the moral value of an individual depends on her choices, not on her birth. So, after September 8, when deciding means being on the right side or not, Merlin joins the Resistance, her nom de guerre being Joe. The war had already demanded an advance payment: her brother Remo's division, the Julia, whose regiments and divisions had already been rebuilt three times after the decimations in Greece and Montenegro, was set up again; and Remo, who was a reservist, was called to the Russian front, from which he would never return. The homeland, which once had the myth of the soldier as the ‘guarantor of the constitution’, had long since stopped being choosy, accepting even those it would previously have rejected. The important thing was quantity. After all, when death comes, it certainly does not ask for the CV of those it decides to take with it: in the calculation of victims, qualities do not increase the number of ticks on the list. And Toni has also become a tick.

“The war always goes on,” her mother writes to Merlin. It always goes on and never retreats, even when it is about to end. Like dying beasts, it explodes with all its fury, taking as many lives as possible with it, to settle a score that would always have it victorious. So, on April 26, 1945, in its final spasms, it decides to take Toni, Commander Bill, with a shot to the head. It is an enormous and perhaps unexpected pain. And when Merlin sees some girls arriving at her brother's funeral who until recently had been accompanying German soldiers, she goes up to them and starts slapping them. Hers is a symbolic and political act; she seems to be saying, “Let us distinguish ourselves, we who have been on the right side; let us count ourselves, we who have pulled this country out of the rubble, fighting against those who wanted that very rubble.” In the face of history, there is no equality of choice or intent. This is Merlin's first slap in the face to compromise and servility to power. Even after the war, she will always be a partisan, standing on the other side of the barricade, on the front line, trying to create a state in which workers, farmers, seasonal workers, and “servant” girls can also recognize themselves. Above all, she believes that women, also by virtue of their commitment to the Resistance, must stop being silent and ‘well-behaved’ and finally stand their ground, raise their voices, and make decisions. In 1946, she joined the Trichiana section of the Italian Communist Party (PCI) and, in the same year, decided to attend the party school in Milan for four months: for her, a young girl in service, it meant returning to the big city as a woman and a winner.

In 1947, back in Belluno, she was given a political assignment within the reconstituted Communist Youth Front. In addition, at the explicit request of Marisa Musu, she also collaborated with the ARI, the Association of Italian Girls. She was a national advisor in both organizations. After the FGC closed, together with Michele Tormen and Peppino Zangrado, she formed the Belluno section of the FGCI. Merlin's work in the province was not easy: the party did not look favorably on the involvement of women, especially given that only 1% of its members were women. However, she was stubborn and in the 1951 congress she was elected to the federal committee. The year before, she joined the provincial committee of the ANPI (National Association of Italian Partisans) and, again in 1951, she was put on the list for the municipality of Belluno, albeit without any indication of how to vote. Her relationship with the party was long and deeply conflictual. Tina Merlin was uncomfortable: too haughty, too rigid, too proud. And, as we know, what is a quality in a man becomes a flaw in a woman. Then, also in 1951, she began working at l'Unità as a provincial correspondent. Merlin was well aware that she had a low level of education, but as a stubborn autodidact, she began to write. With the help of her husband Aldo Sirena, the partisan Nerone, who also introduced her to serious reading, she composed, in addition to her first articles, short stories and poems. She even won literary awards with some of them. Gianni Rodari liked her poems and told her, several times and in several letters, not to abandon her talent. Not only did she not abandon it, but she made the written word her profession and her tool, a new bicycle with which to continue fighting the never-ending Resistance. Because the partisan struggle will always be the lens through which to view the political, social, and cultural reality of this country; a constant attempt not to render futile the greatest experience in Italian history, which demanded so many sacrifices in return, but which also gave perhaps the most important thing: the concrete possibility of creating a just and equal society. Resistance, women, emigration, and the mountains are the themes she will deal with as a journalist.

The work of a correspondent is very poorly paid, but despite this, Merlin approaches it with absolute commitment. She has an inherent need to ‘settle the score’, to redeem herself and her social class. It is a constant and enduring need that will accompany her throughout her life. Her words are the measure of those at the bottom; her articles are stones thrown at the mirror in which power admires itself. In 1952, she launched a series of investigations into the working conditions of women in Belluno; starting on January 11, 1953, she wrote a series of articles on male emigration. Her style is still raw, “emotional and academic,” as Mario Isnenghi would say, full of oral sources and direct testimony, as if she wanted to maintain a direct link between herself, the writer, and the people who live and suffer. And since a story does not exist until it is told, Merlin's pen never stops, acting as a megaphone for those who think they have no one to listen to them, giving value and meaning to the truth. The investigation concludes with an article that, in continuous anaphora, is at once a denunciation, a project, and a prayer:

«Emigrants do not ask for lavish earnings, they ask for work. They ask for the opportunity to stay and run their homes, to truly be husbands and fathers. They ask for the human, if you will, Christian right to family unity. They ask for shoes and food and educational opportunities for their children. They ask for their right not to die in a foreign land, as if they were at war, buried alive in tunnels or blown to pieces by explosives. They ask for work in their homeland because they love their land. They want to enjoy it in peace, in work, together with their families, with the heat waves and the snow, the flowers and the meadows, the mountains and the valleys, the rivers and lakes, and all the people, hard-working and peaceful.»

What Merlin does, what she will do with the Vajont affair, what she will do with the investigations into the emigrant workers from Belluno who were victims of the tragedies of Zermatt, Valle Aurina, Val di Sass, and Mattmark in the 1970s, is to give a name, a surname, a past, and a story to each individual, tearing up the totalizing label that erases and inhibits pain. In 1956, she began a long series of articles in defense of the mountains: in March, she wrote about the municipality of Forno Zoldo, which, unbeknownst to its hamlets, was selling land to SADE; on May 13, she published an article entitled Monopolies “rob” the beauty of the mountains; in July, she denounced the damage that the Vallesella reservoir was causing to the town. Then came Vajont. Tina Merlin arrived in the valley well before the press and politicians realized what was happening. What was going to happen. And, as is well known, she immediately took up the cause of the inhabitants of Erto and Casso, giving them the dignity of attention. In her famous article La SADE spadroneggia ma i montanari si difendono (SADE rules the roost but the mountain people defend themselves), and then in her book Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont (On living skin. How a catastrophe is built. The case of Vajont), published in 1983, she talks to us about reservoirs, dams, landslides, and power. But above all, Merlin talks to us about Maria Corona, who always invites her to eat and drink; she tells us about Giovanni Martinelli, an elderly and combative man who, at the meetings of the Consortium for the Rebirth of the Erto Valley, comes armed with posters against SADE and the government and who will lose his 26-year-old son; she tells us about Giuseppe Pezzin, innkeeper of San Martino and former mayor of Erto, who will die on October 9; she tells us about Antonia Filippa da Prada, who says that we must take up arms against SADE and who will be dispersed, together with her husband; she tells us about Celeste Martinelli, who is saved because she is in Switzerland; she tells us about Domenico Corona, who will come out alive.

The story of Tina Merlin and Vajont is paradigmatic of the pyramid of privilege that has always regulated and organized every aspect of society. An unheeded Cassandra, her denunciation, as Giampaolo Pansa writes, was blacked out three times: she is a woman, she is a provincial correspondent, she is a communist who writes for a party newspaper. The news she reports in her articles is so accurate and detailed that it is thought she had an illustrious contact within SADE. According to her son, Toni Sirena, this contact was Mario Pancini, the engineer who directed the construction site, who committed suicide the day before the trial opened in L'Aquila. Yet, after October 9, 1953, Tina Merlin, who was sought after by much of the foreign press, was silenced and forgotten here in Italy, were it not for the accusation of profiteering that journalists such as Montanelli levelled at her and the PCI, guilty of not wanting to turn off the spotlight. The lights on Vajont, however, went out anyway, for decades, leaving Merlin with the anguish of not having done enough.

After a break of about a year, during which she traveled to Hungary, she returned to Vicenza in 1968. Here she followed the struggles of the textile workers of Valdagno and the ceramists of Nove. Between 1969 and 1972, she wrote almost one article a day, including for the culture page. In 1970, she was sent to Venice to follow the workers' struggles in Porto Marghera, where she found herself at the center of clashes between demonstrators and the police. Her account of what happened was published in l'Unità in an article written in a nominal style that perfectly conveyed the excitement of those moments. Then, finally, after thirty years of ‘paying her dues’, she was hired in Milan as a professional journalist. Tina Merlin lived through the 1970s, the terrorist attacks, and the great street riots inside the factories, never hiding, but stating forcefully and without poetry which side she was on. She remained in the Lombard capital until 1974. She moved to Venice and resumed her work covering workers' struggles. But it was in the lagoon city that her definitive break with the newspaper took place. The central editorial office of l'Unità decided to abolish the local pages in favor of Venetian news alone. This meant that Merlin no longer had the opportunity to write about her people and her mountains. She left.

Tina Merlin at a partisan gathering in Cansiglio in the immediate postwar period, with Aldo Sirena, the partisan “Nerone,” commander of two partisan brigades.

However, she continued to write. In 1981, she became editor-in-chief of the magazine Veneto Emigrazione and, with the Associazione Bellunesi nel mondo (Association of Bellunesi in the World), she made numerous trips to Switzerland to meet workers who had migrated there, telling their stories. She then edited the magazine L'uomo e l'ambiente (Man and the Environment) and collaborated with Giorni. Le vie nuove dell'agricoltura (Days. The New Paths of Agriculture). She traveled to Mexico, China, Cuba, Vietnam, the former Czechoslovakia, Egypt, Sweden, Yugoslavia, and the GDR. In 1985, she went to Russia to try to find some trace of her brother Remo, returning there in June 1990. After returning from her first visit to the Soviet Union, she collaborated with Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso, and Il Mattino di Padova, in which she published a four-part account of her trip. On the same subject, she also sent an article to Patria Indipendente, asking the ANPI to urge the government to take responsibility for transporting the remains of soldiers who died in Russia to Italy. One of the founders of ISBREC, the Belluno Historical Institute of the Resistance and Contemporary Age, in 1965, in the 1980s she devoted herself to an in-depth study of the role of women in the partisan struggle.

Tina Merlin, partisan at the center of the photo, with two fellow women fighters from the liberation struggle.

Through careful philological research, comparing testimonies and documents drawn up by the partisan commanders and the Women's Defense Groups, she managed to reconstruct, brigade by brigade, the names of 177 couriers and combatants, as well as those of ‘ordinary’ women whose contribution was equally valuable and decisive. All this then came together in a report entitled ‘Women's guerrilla warfare: status, consciousness, contradictions,’ presented on October 20, 1990, at a conference on the military aspects of the Resistance. This concludes a study that began in 1955 with the article ‘The women of Belluno in the Resistance’, published in Nuovo Domani, which also led to the publication of the book Menica e le altre. Racconti partigiani (Menica and the others. Partisan stories). It is a work of inductive investigation which, starting from the particular, broadened its scope to outline a story of national and, in some ways, universal significance. This has always been Tina Merlin's predominant characteristic and absolute strength: starting from what she knows best and understanding, with profound intelligence, that her world, because it is both the same and different from so many other worlds, has made her part of a larger reality, that of human society. Always a mountain and never an island, she spoke of herself, for herself, in order to speak of us and of others. She died on December 22, 1991. If we had to summarize her wonderful existence, we could use a verse by Pier Paolo Pasolini: “there is no poetry other than real action.” And Tina Merlin, with her third-grade education, wrote perhaps the most beautiful poem that could ever be composed.

 

Marjory Stoneman Douglas
Livia Capasso

Carola Pignati

 

Pioniera dell’ambientalismo, Marjory Stoneman Douglas guidò, precorrendo i tempi, l'impegno per la protezione delle Everglades, la più grande area selvaggia subtropicale degli Stati Uniti, una riserva di paludi in Florida, ricoperta di mangrovie e pinete, laghetti e fiumi, e rifugio per centinaia di specie animali a rischio di estinzione. Giornalista affermata, capace di unire rigore, passione e competenza, con la sua attività nel mondo dell’informazione ha diffuso l’impegno ambientalista, riuscendo a ottenere consapevolezza pubblica e sostegno dagli organi politici. Ha contribuito anche al giornalismo d’inchiesta, un giornalismo impegnato, eticamente orientato e profondamente legato al territorio. Chi l’ha frequentata la ricorda di aspetto minuto, con enormi occhiali scuri e un grande cappello a tesa larga.

Nata a Minneapolis, Minnesota, il 7 aprile 1890, da Florence Lillian Trefethen, violinista concertista, e Frank Bryant Stoneman, giudice e direttore di giornale, dopo la separazione dei genitori visse un’infanzia infelice a causa della litigiosità dell’ambiente familiare e della instabilità psichica della mamma. Si diplomò al liceo nel 1908 e frequentò il Wellesley College, dove studiò letteratura inglese e si laureò nel 1912. Sposò Kenneth Douglas nel 1914, un truffatore, di trenta anni più anziano; il matrimonio fallì ben presto e Marjory si trasferì in Florida l’anno successivo per ricongiungersi al padre, che nel 1908 aveva fondato il Miami News Record (ribattezzato Miami Herald nel 1910). Iniziò a lavorare per l'Herald come cronista mondana e redattrice, scrivendo articoli su matrimoni, cronaca rosa e storie della comunità, oltre a racconti personali. Durante la Prima guerra mondiale si arruolò in marina e successivamente prestò servizio per la Croce Rossa Americana a Parigi, scrivendo articoli sull'organizzazione e sul lavoro del suo team. Tornò quindi a Miami, per lavorare di nuovo all'Herald, questa volta come vicedirettora nel 1920. Fondò una rubrica chiamata The Gallery, dove si occupava delle conseguenze del rapido sviluppo, del paesaggio e della geografia della Florida, un'anticipazione del suo successivo lavoro per la protezione delle risorse naturali dello Stato. In quegli anni, la giovane città di Miami stava vivendo una crescita tumultuosa e un boom edilizio che minacciava di cambiare radicalmente il volto del paesaggio della Florida meridionale. Marjory denunciò questo sviluppo incontrollato e i suoi effetti sociali e ambientali.

Tra le sue prime inchieste, su temi civili, urbanistici e sociali, ci sono articoli che trattavano le condizioni di vita dei lavoratori afroamericani e le differenze razziali presenti nella città in espansione. Dichiarò inoltre il suo sostegno all'uguaglianza delle donne e ai diritti civili, posizioni che sosteneva fin dagli anni trascorsi al college. Promosse il suffragio femminile e nel 1917 viaggiò con altre donne per parlare a favore del diritto di voto alle donne. Questi temi, per l’epoca, erano particolarmente contestati, ma Stoneman continuò a difenderli con determinazione, guadagnandosi ammirazione, ma anche critiche. Il suo stile giornalistico era sobrio, evocativo e colto; il rigore delle informazioni si univa ad una narrazione coinvolgente, che si rivelò particolarmente efficace nelle sue inchieste ambientali e sociali. Stoneman si dimise dall'Herald nel 1923 dopo che le fu diagnosticata una sindrome da affaticamento nervoso. Si dedicò alla scrittura freelance per mantenersi, sebbene continuasse a collaborare saltuariamente con l’Herald, scrivendo principalmente racconti. I suoi articoli apparvero su riviste popolari come The Saturday Evening Post, Collier's e Woman's Home Companion, e affrontavano tematiche legate alla condizione femminile, alla natura selvaggia e al cambiamento culturale in atto nel Sud degli Stati Uniti.

Ammaliata dalla bellezza e dalla fauna selvatica delle vicine Everglades, Stoneman le visitava spesso, e fu una delle prime sostenitrici dell'iniziativa per destinare l'area a parco nazionale. Il Congresso designò il parco nel 1934, ma ci vollero altri anni per ottenere i finanziamenti e i diritti necessari. L’Everglades National Park fu inaugurato nel 1947, lo stesso anno in cui Stoneman pubblicò Everglades: River of Grass, che inizia con questa affermazione: «Non ci sono altre Everglades al mondo». Molte persone consideravano le zone umide inutili, piene di insetti, inospitali per il campeggio, l'escursionismo o altre attività all'aperto, e adatte solo alla conversione a fini agricoli e residenziali. River of Grass mise in luce la fauna unica delle Everglades, costituita da ibis, spatole, lamantini, fenicotteri, falchi, coccodrilli marini e alligatori d'acqua dolce, tra parecchie altre specie. Avvertì inoltre che la costruzione di dighe e canali avrebbe distrutto l'ecosistema e concluse il libro con un appello al pubblico a difendere il prezioso patrimonio naturale della regione.

Douglas firma copie di River of Grass - Burdines 1947.

Il libro fu un successo immediato, presentava, come al solito, i dati e le informazioni con chiarezza e profondità, e cambiò radicalmente la percezione pubblica e politica dell’ambiente della Florida meridionale. Dagli anni Cinquanta in poi, la giornalista divenne una figura di riferimento per l’attivismo ecologico. Continuò a pubblicare articoli sul Miami Herald, The Tampa Tribune e The Palm Beach Post, oltre che su riviste specializzate in ecologia, come Audubon Magazine, National Wildlife, ed Environment, mettendo in luce i danni ambientali provocati dagli interventi umani. Trattava di inquinamento, speculazione edilizia, uso eccessivo di pesticidi, e dell’urgenza di proteggere le risorse idriche della Florida. In ognuno di questi articoli univa competenza e chiarezza, talvolta indignazione.

Alla fine degli anni Sessanta, i progetti per la costruzione di un aeroporto vicino alle Everglades rappresentarono una nuova minaccia per la regione. Fondò allora il gruppo Friends of the Everglades, di cui fu la prima presidente, e utilizzò la stampa locale come mezzo principale per promuovere la sua battaglia. Già affetta da un peggioramento della vista che l'avrebbe presto resa cieca, viaggiò attraverso la Florida per denunciare il pericolo e alla fine lo Stato decise di costruire l'aeroporto altrove. Oltre al suo attivismo ambientalista, Stoneman continuò il suo lavoro di scrittrice. Nel 1951 pubblicò il suo primo romanzo Road to the Sun, ambientato in Florida nel 1845, l'anno in cui lo Stato entrò a far parte dell'Unione, e successivamente diversi libri di saggistica su argomenti regionali tra cui il birdwatching in Florida. La sua autobiografia Marjory Stoneman Douglas: Voice of the River fu pubblicata nel 1987.

Stoneman continuò a scrivere e a partecipare a dibattiti pubblici anche in età avanzata. A cento anni suonati, rilasciava ancora interviste e scriveva lettere ai giornali. Il suo contributo fu riconosciuto con numerose lauree honoris causa e premi, tra cui la Medaglia presidenziale per la libertà, il più alto riconoscimento civile concesso dagli Stati Uniti d'America, conferitale il 30 novembre 1993 dal presidente Bill Clinton. Questa la motivazione:

«Donna straordinaria che ha dedicato la sua lunga vita alla protezione dei fragili sistemi delle Everglades e alla causa dell'uguaglianza dei diritti per tutti gli americani, Marjory Stoneman Douglas incarna l'impegno. La sua crociata per preservare e ripristinare le Everglades ha accresciuto il rispetto della nostra Nazione per il nostro prezioso ambiente, ricordando a tutti noi il delicato equilibrio della natura».

Per il suo centenario, la University of North Florida Press pubblicò Nine Florida Stories by Marjory Stoneman Douglas, una raccolta di alcuni dei suoi articoli pubblicati sulle riviste negli anni Venti, Trenta e Quaranta. Ha inoltre digitalizzato una parte significativa dell'archivio personale della giornalista, che include corrispondenze, fotografie, manoscritti e articoli. Questi documenti offrono una panoramica completa del suo lavoro giornalistico e del suo impegno ambientalistico.

Marjory Stoneman Douglas, Illustrazione di Rachel Ignotofsky

Marjory Stoneman Douglas morì all'età di 108 anni a Coconut Grove, Miami, 14 maggio del 1998. La sua casa è stata dichiarata monumento storico nazionale nel 2015.

Diversi edifici portano il suo nome: la Marjory Stoneman Douglas High School, una scuola superiore pubblica a Parkland, in Florida, una scuola elementare a Miami e un edificio del Dipartimento per la Protezione Ambientale della Florida a Tallahassee. Il Marjory Stoneman Douglas Biscayne Nature Center a Key Biscayne è un progetto educativo dei dipartimenti scolastici e dei parchi della contea di Miami-Dade e di un'organizzazione comunitaria no-profit.

Marjory Stoneman Douglas, Menden Hall, 1960.

Traduzione francese

Giorgia Corvino

Pionnière de l’écologie, Marjory Stoneman Douglas a mené la lutte pour protéger les Everglades, la plus grande région sauvage subtropicale des États-Unis, une réserve de marais en Floride recouverte de mangroves et de forêts de pins, lacs et rivières, et refuge pour des centaines d’espèces animales menacées. Journaliste affirmée, capable d’allier rigueur, passion et compétence, avec son activité dans le monde de l’information elle a diffusé l’engagement écologiste, réussissant à obtenir la conscience publique et le soutien des organes politiques. Il a également contribué au journalisme d’enquête, un journalisme engagé, orienté moralement et profondément lié au territoire. Ceux qui l’ont fréquentée se souviennent d’elle comme d’une personne minuscule, avec de grandes lunettes noires et un grand chapeau à larges crêtes.

Née à Minneapolis, Minnesota, le 7 avril 1890, de Florence Lillian Trefethen, violoniste concertiste, et de Frank Bryant Stoneman, juge et rédacteur en chef, Après la séparation des parents, elle vécut une enfance malheureuse à cause de l’agitation du milieu familial et de l’instabilité psychique de sa mère. Elle est diplômée du lycée en 1908 et fréquente le Wellesley College, où elle étudie la littérature anglaise et obtient son diplôme en 1912. Mariée à Kenneth Douglas en 1914, un escroc trente ans plus âgé ; Le mariage échoua rapidement et Marjory déménagea en Floride l’année suivante pour rejoindre son père, qui avait fondé le Miami News Record (rebaptisé Miami Herald en 1910) en 1908 . Elle a commencé à travailler pour Herald en tant que chroniqueuse mondaine et rédactrice, écrivant des articles sur les mariages, la chronique rose et les histoires de la communauté, ainsi que des récits personnels. Pendant la Première Guerre mondiale, elle a rejoint la marine et a ensuite servi pour la Croix-Rouge américaine à Paris, en écrivant des articles sur l’organisation et le travail de son équipe. Elle retourne ensuite à Miami, pour travailler de nouveau au Herald, cette fois comme directrice adjointe en 1920. Elle fonde une rubrique intitulée The Gallery, où elle traite des conséquences du développement rapide, du paysage et de la géographie de la Floride, une anticipation de son travail ultérieur pour la protection des ressources naturelles de l’État. À cette époque, la jeune ville de Miami connaissait une croissance tumultueuse et un boom de la construction qui menaçait de changer radicalement le paysage du sud de la Floride. Marjory a dénoncé ce développement incontrôlé et ses effets sociaux et environnementaux.

Parmi ses premières enquêtes, sur des thèmes civils, urbanistiques et sociaux, on trouve des articles traitant des conditions de vie des travailleurs afro-américains et des différences raciales présentes dans la ville en expansion. Elle a également déclaré son soutien à l’ égalité des femmes et aux droits civiques, des positions qu’elle avait défendues depuis ses années d’université. Elle a promu le suffrage féminin et en 1917, elle a voyagé avec d’autres femmes pour parler en faveur du droit de vote des femmes. Ces thèmes, pour l’époque, étaient particulièrement contestés, mais Stoneman continua à les défendre avec détermination, gagnant l’admiration, mais aussi la critique. Son style journalistique était sobre, évocateur et cultivé ; La rigueur de l’information se mêlait à un récit captivant, qui s’avéra particulièrement efficace dans ses enquêtes environnementales et sociales. Stoneman démissionne de son poste à Herald’s en 1923 après qu’on elle ait diagnostiqué un syndrome de fatigue nerveuse. Elle se consacre à l’écriture en freelance pour subvenir à ses besoins , bien qu’elle continue de collaborer occasionnellement avec le Herald, écrivant principalement des nouvelles. Ses articles sont parus dans des magazines populaires tels que The Saturday Evening Post, Collier’se Woman's Home Companion, et abordent des thèmes liés à la condition féminine, à la nature sauvage et au changement culturel en cours dans le sud des États-Unis.

Fascinée par la beauté et la faune des Everglades voisines, Stoneman leur rendait souvent visite, et fut l’une des premières à soutenir l’initiative de faire de cette zone un parc national. Le Congrès a désigné le parc en 1934, mais il a fallu des années pour obtenir les financements et les droits nécessaires. Le parc national des Everglades a été inauguré en 1947, l’année où Stoneman a publié Everglades : River of Grass, qui commence par cette déclaration : « Il n’y a pas d’autres Everglades dans le monde ». Beaucoup de gens considéraient les zones humides comme inutiles, pleines d’insectes, inadaptées au camping, à la randonnée ou à d’autres activités de plein air, et ne convenant qu’à une conversion agricole et résidentielle. River of Grassmet en lumière la faune unique des Everglades, constituée d’ibis, de spatules, de lamantins, de flamants roses, de faucons, de crocodiles marins et d’alligators d’eau douce, parmi plusieurs autres espèces. Elle a également averti que la construction de digues et de canaux détruirait l’écosystème et a conclu son livre en appelant le public à défendre le précieux patrimoine naturel de la région.

Douglas signe des exemplaires de River of Grass – Burdines, 1947

Le livre a été un succès immédiat, il présentait, comme d’habitude, les données et l’information avec clarté et profondeur, et a radicalement changé la perception publique et politique de l’environnement du sud de la Floride. À partir des années 1950, la journaliste est devenue une figure de référence pour l’activisme écologique. Elle continue à publier des articles dans le Miami Herald, The Tampa Tribunee et The Palm Beach Post, ainsi que dans des revues spécialisées en écologie comme Audubon Magazine, National Wildlife et Environment, mettant en lumière les dommages environnementaux causés par l’intervention humaine. Elle traitait de la pollution, de la spéculation immobilière, de l’utilisation excessive des pesticides et de l’urgence de protéger les ressources en eau de Floride. Dans chacun de ces articles, elle combine compétence et clarté, parfois indignation.

À la fin des années 1960, les projets de construction d’un aéroport près des Everglades représentaient une nouvelle menace pour la région. Elle fonde alors le groupe Friends of the Everglades, dont elle est la première présidente, et utilise la presse locale comme principal moyen de promouvoir sa bataille. Déjà atteinte d’une détérioration de la vue qui allait bientôt la rendre aveugle, elle voyagea à travers la Floride pour dénoncer le danger et finalement l’État décida de construire l’aéroport ailleurs. En plus de son activisme environnemental, Stoneman a continué son travail d’écrivain. En 1951, elle a publié son premier roman Road to the Sun, qui se déroule en Floride en 1845, l’année où l’État est entré dans l’Union, et plus tard plusieurs livres de non-fiction sur des sujets régionaux dont le birdwatching en Floride . Son autobiographie Marjory Stoneman Douglas: Voice of the River est publiée en 1987.

Stoneman a continué à écrire et à participer aux débats publics même à un âge avancé. À cent ans, il donnait encore des interviews et écrivait des lettres aux journaux. Sa contribution a été reconnue par de nombreux prix honorifiques , dont la médaille présidentielle pour la liberté, la plus haute distinction civile accordée par les États-Unis d’Amérique, qui lui a été décernée le 30 novembre 1993 par le président Bill Clinton. Voici la motivation:

«Femme extraordinaire qui a consacré sa longue vie à la protection des systèmes fragiles des Everglades et à la cause de l’égalité des droits pour tous les Américains, Marjory Stoneman Douglas incarne cet engagement. Sa croisade pour préserver et restaurer les Everglades a accru le respect de notre nation pour notre environnement précieux, nous rappelant à tous l’équilibre délicat de la nature».

Pour son centenaire, l’University of North Florida Press a publié Nine Florida Stories by Marjory Stoneman Douglas, un recueil de quelques-uns de ses articles parus dans les revues des années 1920, 1930 et 1940. Il a également numérisé une partie importante des archives personnelles de la journaliste, qui comprennent des correspondances, des photographies, des manuscrits et des articles. Ces documents offrent un aperçu complet de son travail journalistique et de son engagement en faveur de l’environnement.

Marjory Stoneman Douglas, illustration de Rachel Ignotofsky

Marjory Stoneman Douglas meurt à l’âge de 108 ans à Coconut Grove, Miami, le 14 mai 1998. Sa maison a été déclarée monument historique national en 2015.

Plusieurs bâtiments portent son nom : la Marjory Stoneman Douglas High School, une école secondaire publique à Parkland en Floride, une école primaire à Miami et un bâtiment du Département de la protection environnementale de Floride à Tallahassee. Le Marjory Stoneman Douglas Biscayne Nature Centera Key Biscayne est un projet éducatif des départements scolaires et des parcs du comté de Miami-Dade et d’une organisation communautaire à but non lucratif.

Marjory Stoneman Douglas, Menden Hall, 1960.

Traduzione inglese

Syd Stapleton

A pioneer of environmentalism, Marjory Stoneman Douglas was a trailblazer in the fight to protect the Everglades, the largest subtropical wilderness in the United States, a marshland reserve in Florida covered with mangroves and pine forests, lakes and rivers, and a refuge for hundreds of endangered species. An accomplished journalist, capable of combining rigor, passion, and expertise, she spread environmental awareness through her work in the media, succeeding in raising public awareness and gaining support from political bodies. She also contributed to investigative journalism, a form of journalism that is committed, ethically oriented, and deeply connected to the local community. Those who knew her remember her as petite, with enormous dark glasses and a large wide-brimmed hat.

Born in Minneapolis, Minnesota, on April 7, 1890, to Florence Lillian Trefethen, a concert violinist, and Frank Bryant Stoneman, a judge and newspaper editor, she had an unhappy childhood due to her parents' separation and her mother's mental instability. She graduated from high school in 1908 and attended Wellesley College, where she studied English literature and graduated in 1912. She married Kenneth Douglas in 1914, a con man thirty years her senior. The marriage soon failed and Marjory moved to Florida the following year to rejoin her father, who in 1908 had founded the Miami News Record (renamed the Miami Herald in 1910). She began working for the Herald as a society reporter and editor, writing articles on weddings, gossip, and community stories, as well as personal accounts. During World War I, she enlisted in the Navy and later served with the American Red Cross in Paris, writing articles about the organization and the work of her team. She then returned to Miami to work again at the Herald, this time as deputy editor in 1920. She founded a column called The Gallery, where she covered the consequences of rapid development, landscape, and geography in Florida, a precursor to her later work protecting the state's natural resources. During those years, the young city of Miami was experiencing tumultuous growth and a construction boom that threatened to radically change the face of southern Florida. Marjory denounced this uncontrolled development and its social and environmental effects.

Among her early investigations into civil, urban, and social issues were articles dealing with the living conditions of African American workers and racial differences in the expanding city. She also declared her support for women's equality and civil rights, positions she had held since her college years. She promoted women's suffrage and in 1917 traveled with other women to speak in favor of women's right to vote. These issues were particularly controversial at the time, but Stoneman continued to defend them with determination, earning admiration but also criticism. Her journalistic style was sober, evocative, and cultured; her rigorous reporting was combined with engaging storytelling, which proved particularly effective in her environmental and social investigations. Stoneman resigned from the Herald in 1923 after being diagnosed with nervous exhaustion. She turned to freelance writing to support herself, although she continued to contribute occasionally to the Herald, writing mainly short stories. Her articles appeared in popular magazines such as The Saturday Evening Post, Collier's, and Woman's Home Companion, and dealt with sunjects related to women's issues, wildlife, and cultural change in the Southern United States.

Enchanted by the beauty and wildlife of the nearby Everglades, Stoneman visited often and was one of the first supporters of the initiative to designate the area a national park. Congress designated the park in 1934, but it took several more years to secure the necessary funding and rights. Everglades National Park was inaugurated in 1947, the same year Stoneman published Everglades: River of Grass, which begins with the statement: “There is no other Everglades in the world.” Many people considered the wetlands useless, full of insects, inhospitable for camping, hiking, or other outdoor activities, and suitable only for conversion to agriculture and residential use. River of Grass highlighted the unique wildlife of the Everglades, including ibises, spoonbills, manatees, flamingos, hawks, saltwater crocodiles, and freshwater alligators, among many other species. It also warned that the construction of dams and canals would destroy the ecosystem and concluded with a call to the public to defend the region's precious natural heritage.

Douglas signs copies of River of Grass – Burdines, 1947

The book was an immediate success, presenting data and information with her usual clarity and depth, and radically changed public and political perceptions of the environment in southern Florida. From the 1950s onwards, the journalist became a leading figure in environmental activism. She continued to publish articles in the Miami Herald, The Tampa Tribune, and The Palm Beach Post, as well as in specialized ecology magazines such as Audubon Magazine, National Wildlife, and Environment, highlighting the environmental damage caused by human intervention. She wrote about pollution, real estate speculation, excessive pesticide use, and the urgent need to protect Florida's water resources. In each of these articles, she combined expertise and clarity, sometimes with indignation.

In the late 1960s, plans to build an airport near the Everglades posed a new threat to the region. She then founded the group Friends of the Everglades, of which she was the first president, and used the local press as her main vehicle for promoting her cause. Already suffering from deteriorating eyesight that would soon leave her blind, she traveled throughout Florida to denounce the danger, and the state eventually decided to build the airport elsewhere. In addition to her environmental activism, Stoneman continued her work as a writer. In 1951, she published her first novel, Road to the Sun, set in Florida in 1845, the year the state joined the Union, and subsequently several non-fiction books on regional topics including birdwatching in Florida. Her autobiography, Marjory Stoneman Douglas: Voice of the River, was published in 1987.

Stoneman continued to write and participate in public debates even in her later years. At the age of 100, she was still giving interviews and writing letters to newspapers. Her contributions were recognized with numerous honorary degrees and awards, including the Presidential Medal of Freedom, the highest civilian award given by the United States of America, presented to her on November 30, 1993, by President Bill Clinton. The citation read:

«An extraordinary woman who dedicated her long life to protecting the fragile systems of the Everglades and to the cause of equal rights for all Americans, Marjory Stoneman Douglas embodies commitment. Her crusade to preserve and restore the Everglades has increased our nation's respect for our precious environment, reminding us all of the delicate balance of nature».

For her centennial, the University of North Florida Press published Nine Florida Stories by Marjory Stoneman Douglas, a collection of some of her articles published in magazines in the 1920s, 1930s, and 1940s. It also digitized a significant portion of the journalist's personal archive, which includes correspondence, photographs, manuscripts, and articles. These documents provide a comprehensive overview of her journalistic work and environmental activism.

Marjory Stoneman Douglas, illustration by Rachel Ignotofsky

Marjory Stoneman Douglas died at the age of 108 in Coconut Grove, Miami, on May 14, 1998. Her home was designated a National Historic Landmark in 2015.

Several buildings bear her name: Marjory Stoneman Douglas High School, a public high school in Parkland, Florida; an elementary school in Miami; and a Florida Department of Environmental Protection building in Tallahassee. The Marjory Stoneman Douglas Biscayne Nature Center in Key Biscayne is an educational project of the Miami-Dade County School and Parks Departments and a non-profit community organization.

Marjory Stoneman Douglas, Menden Hall, 1960.

 

Angelina Vidal
Sveva Fattori

Marika Banci

 

Restituire stralci di una vita vissuta è un compito arduo. Da dove dovrei partire?... Dalla nascita? Dalla morte? Penso e ripenso ma nessuna delle due opzioni prospettate mi convince. Sapere che Angelina Casimira da Silva Vidal, nota come Angelina Vidal, nacque a São José l’11 marzo del 1847 e morì ad Anjos il 1° agosto del 1917 è certo un’informazione utile: conoscere luoghi e date ci permette di collocarci nel suo tempo e nel suo spazio. Siamo a Lisbona, in Portogallo, all’epoca della monarchia di Ferdinando II di Sassonia. Finito il suo regno, nel 1853 salirà al trono Pietro V; dopo di lui regneranno Luigi I, Carlo I e Manuele II. Prima di morire, Angelina assisterà al tramonto della monarchia e all’instaurazione della Repubblica nel Paese (1910).

Bene! Ho prospettato il contesto storico di riferimento, aggiunto un tassello in più nel mosaico che mi accingo a costruire. E ora? Se mi focalizzo sul compito, ovvero quello di farvi conoscere la figura di questa donna straordinaria, mi sembra di non avervi detto poi molto. Rifletto ancora; cerco informazioni, testi e memorie… e poi trovo quello di cui avevo bisogno: parole — le sue — che dicono chi era, che restituiscono i principi per cui si è battuta in vita, portandola a fare quelle lotte e rivendicazioni per cui oggi la ricordiamo e onoriamo. E quindi eccolo qui l’incipit giusto:

«A mulher operária, mercê das deficientíssimas condições de trabalho e da extrema pobreza em que vive não pode criar os filhos de modo a fazer deles os cidadãos de que o país necessita para se assumir como nação civilizada».

(«La donna lavoratrice, a causa delle pessime condizioni di lavoro e dell’estrema povertà in cui vive, non può crescere i suoi figli in modo tale da renderli i cittadini di cui il Paese ha bisogno per diventare una nazione civile»).

Con questa proposizione che giunge dal passato, lei parla per sé, manifestando chiaramente ciò in cui crede: il valore primario della maternità come fonte di restaurazione e di progresso sociale. Alt! Non cadiamo nello stesso errore delle femministe a lei contemporanee. Lungi dall’essere una “femminista da sacrestia” — come venne etichettata per via della priorità attribuita al ruolo materno e familiare della donna — Angelina Vidal ha sempre sostenuto l’importanza del lavoro femminile, rivendicando condizioni di lavoro migliori per tutte le lavoratrici. Avanguardista di primordine, rinveniva nell’emancipazione femminile la possibilità di non dover rinunciare né alla realizzazione lavorativa né, tantomeno, a quella familiare. Da qui gli interventi sulla necessità di creare reti di «sociabilità organizzativa» tra le lavoratrici, come associazioni e casse di risparmio.

La sua attenzione, in particolare, era rivolta alle lavoratrici operaie, una categoria di cui, facendone parte lei stessa, conosceva bene i bisogni e le necessità. Sebbene fosse nata in una famiglia della classe media, le vicissitudini della sua vita la costrinsero, infatti, a lavorare presso una fabbrica di tabacco. Uscita dal convento dove era stata confinata dopo la morte prematura dei suoi genitori, nel 1872 la giovane donna convolò a nozze con Luís de Campos Vidal. Dalla loro unione nacquero tre bambine e due maschietti. Dodici anni più tardi la coppia si separò: Angelina perse la custodia dei/delle figlie e per sostentarsi — obbligata ad abbandonare la professione di insegnante per via del divorzio e della stigmatizzazione sociale che ne derivò — iniziò a lavorare in fabbrica.

Risale ai primi anni Ottanta dell’Ottocento l’inizio della collaborazione con il giornale A voz do Operário — di cui poi sarà la direttrice dal 1897 al 1907 — e la direzione del giornale repubblicano Emancipação. A questo, si affianca, inoltre, la gestione delle pubblicazioni di Sindicato e di Justiça do Povo. Meno proficua sarà invece la collaborazione, iniziata nel 1881 e conclusasi poco dopo, con il quotidiano Distrito de Santarém il quale, più tardi, spiegherà:

«Noi rispettiamo sempre una signora, ma […] lasciare la casa per salire sul podio, dimenticando il governo domestico per parlare di amministrazione pubblica” e dei “pericoli che circondano la nazionalità portoghese, può essere molto patriottico, ma estremamente poco femminile, e confessiamo che ci dispiace molto. La signora Angelina Vidal – l’unica repubblicana, crediamo — […] predica la trasformazione generale, desidera l’emancipazione […] dal Campidoglio alla casa, e tutto questo ci sembra poco in linea con la missione naturale delle donne».

 Il periodo che precede l’avvento del nuovo secolo è per Angelina particolarmente intenso e prospero: nel 1880, presso la Associação União Fraternal dos Operários da Fabricação dos Tabacos (Unione Fraterna dei Lavoratori del Tabacco) tiene la conferenza A mulher e a atualidade, perante o critério filosófico (Le donne e il presente, dal punto di vista filosofico); nel 1885, per la sua poesia La morte dello spirito, riceve il primo dei due premi internazionali di cui verrà insignita — il secondo le verrà conferito nel 1902 per la poesia Icaro; l’anno successivo scrive Ai lavoratori portoghesi. In questo testo l’autrice si rivolge direttamente alle donne della classe operaia per invitarle a battersi per la riduzione dell’orario lavorativo da quindici a dodici ore.

Dopo il periodo di fermento appena vissuto, Angelina vive un momento particolarmente buio che la costringe, per l’ennesima volta nella sua vita, a rimboccarsi le maniche. In questo caso però ha al suo fianco delle/degli alleati preziosi: gli operai della fabbrica di tabacco per i quali si batte. Morto il suo ex marito (1894), Angelina tenta il suicidio più volte: a spingerla verso questo gesto estremo è la mancanza di sostegno che incontra nel momento in cui non le viene riconosciuta la pensione di reversibilità. Tuttavia, grazie all’interferenza e all’insistenza dei tabaccini e delle tabacchine la società A voz do Operarìo, inizierà a corrisponderle un sussidio mensile per le lezioni di francese da lei impartire. Nello stesso anno Angelina dichiara il suo sostegno al socialismo e interviene in occasione di un’assemblea sindacale a favore dell’istruzione femminile, invitando le donne ad aderire al sindacalismo. Si rivolge a loro anche durante la conferenza sui diritti sociali ed economici delle lavoratrici (1896) e nel suo intervento La donna nella società moderna (1900).

Giornalista, fotografa, traduttrice e scrittrice versatile, Angelina spazia con facilità dalla poesia alle opere teatrali. Tra queste si ricordano i drammi Lezione morale e Nobiltà d’animo e la commedia in tre atti Punire chi sbaglia. Tra le numerose collaborazioni, spicca fra le altre quella con il giornale operaio brasiliano Gazeta Operària, del militante socialista Mariano Garcia. Sull’edizione del 19 ottobre del 1902, compare uno scritto in cui la donna si dichiara a favore dei riformisti, riconoscendo il valore dello sciopero come strumento di lotta:

«Lo sciopero è il grido dell’anima abbattuta dal dolore, dall’ingiustizia e dalla disperazione! Non nasce dalla volontà di combattere, ma dal diritto di difesa!».

Contro la violenza aggiunge:

«Non lodo né applaudo la violenza, sia che provenga da altezze sociali o da folle anonime, e proprio per questo censuro e condanno la violenza che provoca altra violenza».

Repubblicana e socialista convinta, rimase fedele ai suoi principi fino alla fine dei suoi giorni. In uno dei suoi ultimi articoli, scritto e pubblicato tre anni prima della sua morte, la giornalista denuncia le pessime condizioni di lavoro delle sarte e ritorna sul tema della disuguaglianza salariale di genere. Nel 2009 Angelina Vidal è stata inclusa, insieme ad altre «attiviste per i diritti delle donne dei primi giorni della Repubblica», nella collezione Donne della Repubblica, un’emissione di francobolli proposta dall’operatore logistico portoghese Correios de Portugal per rendere omaggio alle donne legate indissolubilmente alla storia della Repubblica.

La targa affissa sul muro esterno della casa dove visse, in Rua de São Gens, 41, ne omaggia la memoria, ricordandola come la donna che ha dedicato tutta la sua vita alla battaglia per la difesa degli ideali umani e della vita associativa.

Questo articolo è stato scritto con lo stesso scopo: mantenere in vita il ricordo di una delle tante donne a cui dovremmo dire grazie… Grazie Angelina Vidal!


Traduzione francese

Giorgia Corvino

Restituer les fragments d'une vie vécue est une tâche ardue. Par où devrais-je commencer ?... Par la naissance ? Par la mort ? Je tourne et retourne la question dans mon esprit, mais aucune de ces deux options ne me convainc.

Savoir qu'Angelina Casimira da Silva Vidal, connue sous le nom d'Angelina Vidal, est née à São José le 11 mars 1847 et s'est éteinte à Anjos le 1er août 1917 est certes une information utile : connaître les lieux et les dates nous permet de nous situer dans son temps et son espace. Nous sommes à Lisbonne, au Portugal, à l'époque de la monarchie de Ferdinand II de Saxe-Cobourg et Gotha. À la fin de son règne, en 1853, Pierre V montera sur le trône ; après lui régneront Louis Ier, Charles Ier et Manuel II. Avant de mourir, Angelina assistera au crépuscule de la monarchie et à l'instauration de la République dans le pays (1910).

Bien ! J'ai posé le contexte historique de référence, ajouté une pièce de plus au puzzle que je m'apprête à construire. Et maintenant ? Si je me focalise sur ma mission, à savoir vous faire découvrir la figure de cette femme extraordinaire, il me semble ne pas vous avoir dit grand-chose. Je réfléchis encore ; je cherche des informations, des textes et des mémoires... et je trouve enfin ce dont j'avais besoin : des mots — les siens — qui disent qui elle était, qui restituent les principes pour lesquels elle s'est battue toute sa vie, la menant à mener ces luttes et ces revendications pour lesquelles nous nous souvenons d'elle et l'honorons aujourd'hui. Voici donc l'incipit idéal :

«A mulher operária, mercê das deficientíssimas condições de trabalho e da extrema pobreza em que vive não pode criar os filhos de modo a fazer deles os cidadãos de que o país necessita para se assumir como nação civilizada».

(«La femme ouvrière, en raison des conditions de travail déplorables et de l'extrême pauvreté dans laquelle elle vit, ne peut élever ses enfants de manière à en faire les citoyens dont le pays a besoin pour s'affirmer comme une nation civilisée»).

Par cette affirmation venue du passé, elle parle en son nom propre, manifestant clairement ce en quoi elle croit : la valeur primordiale de la maternité comme source de restauration et de progrès social. Halte ! Ne tombons pas dans la même erreur que les féministes de son époque. Loin d'être une « féministe de sacristie » — comme elle fut étiquetée en raison de la priorité accordée au rôle maternel et familial de la femme — Angelina Vidal a toujours soutenu l'importance du travail féminin, revendiquant de meilleures conditions de travail pour toutes les travailleuses. Avant-gardiste de premier ordre, elle voyait dans l'émancipation féminine la possibilité de ne renoncer ni à la réalisation professionnelle ni, encore moins, à la vie de famille. D'où ses interventions sur la nécessité de créer des réseaux de « sociabilité organisationnelle » entre travailleuses, tels que des associations et des caisses d'épargne.

Son attention se portait particulièrement sur les ouvrières, une catégorie dont elle faisait elle-même partie et dont elle connaissait parfaitement les besoins. Bien qu'elle soit née dans une famille de la classe moyenne, les aléas de la vie la contraignirent, en effet, à travailler dans une manufacture de tabac. Sortie du couvent où elle avait été confinée après la mort prématurée de ses parents, la jeune femme épousa Luís de Campos Vidal en 1872. De leur union naquirent trois filles et deux garçons. Douze ans plus tard, le couple se sépara : Angelina perdit la garde de ses enfants et, pour subvenir à ses besoins — contrainte d'abandonner sa profession d'enseignante à cause du divorce et de la stigmatisation sociale qui en découla — elle commença à travailler à l'usine.

C'est au début des années 1880 que commence sa collaboration avec le journal A voz do Operário — dont elle sera la directrice de 1897 à 1907 — ainsi que la direction du journal républicain Emancipação. À cela s'ajoute la gestion des publications de Sindicato et de Justiça do Povo. En revanche, sa collaboration avec le quotidien Distrito de Santarém, débutée en 1881, sera moins fructueuse et prendra fin peu de temps après. Le journal expliquera plus tard:

«Nous respectons toujours une dame, mais [...] quitter la maison pour monter à la tribune, oublier la gestion domestique pour parler d'administration publique » et des « dangers qui entourent la nation portugaise, peut être très patriotique, mais extrêmement peu féminin, et nous confessons que nous le regrettons beaucoup. Madame Angelina Vidal – la seule républicaine, croyons-nous — [...] prêche la transformation générale, désire l'émancipation [...] du Capitole à la maison, et tout cela nous semble peu en adéquation avec la mission naturelle des femmes».

La période précédant l'avènement du nouveau siècle est particulièrement intense et prospère pour Angelina : en 1880, au sein de l'Association União Fraternal dos Operários da Fabricação dos Tabacos (Union Fraternelle des Travailleurs du Tabac), elle tient la conférence A mulher e a atualidade, perante o critério filosófico (La femme et l'actualité, selon le critère philosophique) ; en 1885, pour son poème La mort de l'esprit, elle reçoit le premier des deux prix internationaux qui lui seront décernés — le second lui sera attribué en 1902 pour le poème Icare ; l'année suivante, elle écrit Aux travailleurs portugais. Dans ce texte, l'auteure s'adresse directement aux femmes de la classe ouvrière pour les inviter à se battre pour la réduction du temps de travail de quinze à douze heures.

Après cette période d'effervescence, Angelina traverse un moment particulièrement sombre qui l'oblige, pour la énième fois de sa vie, à se retrousser les manches. Dans ce cas précis, elle peut compter sur des alliés précieux : les ouvriers de la manufacture de tabac pour lesquels elle se bat. Après la mort de son ex-mari (1894), Angelina tente de se suicider à plusieurs reprises : ce geste extrême est motivé par l'absence de soutien lorsqu'on lui refuse sa pension de réversion. Cependant, grâce à l'intervention et à l'insistance des travailleurs et travailleuses du tabac, la société A voz do Operário commencera à lui verser une allocation mensuelle en échange de cours de français qu'elle dispense. La même année, Angelina déclare son soutien au socialisme et intervient lors d'une assemblée syndicale en faveur de l'éducation des femmes, les invitant à rejoindre le syndicalisme. Elle s'adresse également à elles lors de la conférence sur les droits sociaux et économiques des travailleuses (1896) et dans son intervention La femme dans la société moderne (1900).

Journaliste, photographe, traductrice et écrivaine polyvalente, Angelina navigue avec aisance de la poésie aux œuvres théâtrales. On retient parmi celles-ci les drames Leçon morale et Noblesse d'âme, ainsi que la comédie en trois actes Punir celui qui se trompe. Parmi ses nombreuses collaborations, celle avec le journal ouvrier brésilien Gazeta Operária, du militant socialiste Mariano Garcia, se distingue particulièrement. Dans l'édition du 19 octobre 1902, paraît un écrit dans lequel elle se déclare en faveur des réformistes, reconnaissant la valeur de la grève comme instrument de lutte:

«La grève est le cri de l'âme terrassée par la douleur, l'injustice et le désespoir ! Elle ne naît pas de la volonté de combattre, mais du droit de se défendre ! »».

Contre la violence, elle ajoute :

«Je ne loue ni n'applaudis la violence, qu'elle provienne des hauteurs sociales ou des foules anonymes, et c'est précisément pour cela que je censure et condamne la violence qui provoque une autre violence».

Républicaine et socialiste convaincue, elle resta fidèle à ses principes jusqu'à la fin de ses jours. Dans l'un de ses derniers articles, écrit et publié trois ans avant sa mort, la journaliste dénonce les conditions de travail déplorables des couturières et revient sur le thème de l'inégalité salariale entre les genres. En 2009, Angelina Vidal a été incluse, aux côtés d'autres « militantes pour les droits des femmes des débuts de la République », dans la collection Femmes de la République, une émission de timbres proposée par l'opérateur postal portugais Correios de Portugal pour rendre hommage aux femmes liées indissolublement à l'histoire de la République.

La plaque apposée sur le mur extérieur de la maison où elle vécut, au numéro 41 de la Rua de São Gens, rend hommage à sa mémoire, rappelant qu'elle fut la femme qui consacra toute sa vie à la bataille pour la défense des idéaux humains et de la vie associative.

Cet article a été écrit dans le même but : maintenir en vie le souvenir de l'une de ces nombreuses femmes à qui nous devrions dire merci... Merci, Angelina Vidal!


Traduzione inglese

Syd Stapleton

Recounting fragments of a life lived is a daunting task. Where should I begin?... With her birth? With her death? I think it over and over, but neither of these options satisfies me.

Good! I’ve outlined the historical context, adding another piece to the mosaic I’m about to build. And now? If I focus on the task at hand—introducing you to this extraordinary woman—it seems I haven’t told you much yet. I reflect further; I search for information, texts, and memoirs… and then I find what I needed: words—her own—that reveal who she was, that convey the principles she fought for in life, leading her to wage those struggles and make those demands for which we remember and honor her today. And so here it is, the right opening line:

«A mulher operária, mercê das deficientíssimas condições de trabalho e da extrema pobreza em que vive não pode criar os filhos de modo a fazer deles os cidadãos de que o país necessita para se assumir como nação civilizada».

(«The working woman, due to the appalling working conditions and extreme poverty in which she lives, cannot raise her children in such a way as to make them the citizens the country needs to become a civilized nation»).

With this statement from the past, she speaks for herself, clearly expressing what she believes: the primary value of motherhood as a source of restoration and social progress. Hold on! Let’s not fall into the same trap as the feminists of her time. Far from being a “closet feminist”—as she was labeled because of the priority she placed on women’s maternal and family roles—Angelina Vidal always championed the importance of women’s work, demanding better working conditions for all working women. A pioneer of the first order, she saw in women’s emancipation the possibility of not having to give up either professional fulfillment or, even less so, family life. Hence her advocacy for the need to create networks of “organizational solidarity” among working women, such as associations and savings banks.

Her attention, in particular, was focused on female factory workers, a group whose needs and circumstances she knew well, having been a part of it herself. Although she was born into a middle-class family, the vicissitudes of her life forced her, in fact, to work in a tobacco factory. After leaving the convent where she had been confined following the premature death of her parents, in 1872 the young woman married Luís de Campos Vidal. Three girls and two boys were born of their union. Twelve years later, the couple separated: Angelina lost custody of her children and, to support herself—forced to abandon her teaching career due to the divorce and the resulting social stigma—she began working in a factory.

Her collaboration with the newspaper A voz do Operário—of which she would later become editor-in-chief from 1897 to 1907—and her leadership of the republican newspaper Emancipação date back to the early 1880s. In addition to this, she managed the publications of Sindicato and Justiça do Povo. Less fruitful, however, was her collaboration with the daily newspaper Distrito de Santarém, which began in 1881 and ended shortly thereafter. The newspaper later explained:

«We always respect a lady, but […] leaving the home to take the podium, neglecting domestic duties to speak of public administration” and the “dangers surrounding the Portuguese nation, may be very patriotic, but extremely unfeminine, and we confess that we are very sorry. “Mrs. Angelina Vidal—the only Republican, we believe—[…] preaches general transformation, desires emancipation […] from the Capitol to the home, and all this seems to us somewhat at odds with the natural mission of women».

The period leading up to the dawn of the new century was particularly intense and fruitful for Angelina: in 1880, at the Associação União Fraternal dos Operários da Fabricação dos Tabacos (Fraternal Union of Tobacco Workers), she delivered the lecture A mulher e a atualidade, perante o critério filosófico (Women and the Present, from a Philosophical Perspective); in 1885, for her poem “La morte dello spirito” (The Death of the Spirit), she received the first of two international prizes she would be awarded—the second would be conferred upon her in 1902 for the poem “Icaro”; the following year she wrote “Ai lavoratori portoghesi” (To the Portuguese Workers). In this text, the author addresses working-class women directly, urging them to fight for a reduction in the workday from fifteen to twelve hours.

Following the recent period of upheaval, Angelina faces a particularly dark time that forces her, yet again in her life, to roll up her sleeves. In this case, however, she has valuable allies by her side: the workers at the tobacco factory for whom she is fighting. After her ex-husband’s death (1894), Angelina attempted suicide several times; what drove her to this extreme act was the lack of support she faced when her survivor’s pension was denied. However, thanks to the intervention and persistence of the male and female tobacco workers, the company A voz do Operarìo began to pay her a monthly stipend for the French lessons she taught. In the same year, Angelina declared her support for socialism and spoke at a union assembly in favor of women’s education, urging women to join the labor movement. She also addressed them during the conference on the social and economic rights of female workers (1896) and in her essay “Women in Modern Society” (1900).

A versatile journalist, photographer, translator, and writer, Angelina moved with ease from poetry to plays. Among these are the dramas Moral Lesson and Nobility of Spirit and the three-act comedy Punishing Those Who Err. Among her numerous collaborations, one that stands out is with the Brazilian workers’ newspaper Gazeta Operària, run by the socialist activist Mariano Garcia. In the October 19, 1902, edition, an article appears in which she declares her support for the reformists, recognizing the value of the strike as a tool of struggle:

«The strike is the cry of the soul crushed by pain, injustice, and despair! It does not arise from the will to fight, but from the right to defend oneself!».

Regarding violence, she adds:

A versatile journalist, photographer, translator, and writer, Angelina moved with ease from poetry to plays. Among these are the dramas Moral Lesson and Nobility of Spirit and the three-act comedy Punishing Those Who Err. Among her numerous collaborations, one that stands out is with the Brazilian workers’ newspaper Gazeta Operària, run by the socialist activist Mariano Garcia. In the October 19, 1902, edition, an article appears in which she declares her support for the reformists, recognizing the value of the strike as a tool of struggle:

«I neither praise nor applaud violence, whether it comes from the upper echelons of society or from anonymous crowds, and for this very reason I censure and condemn violence that provokes further violence».

A staunch Republican and socialist, she remained faithful to her principles until the end of her days. In one of her final articles, written and published three years before her death, the journalist denounced the appalling working conditions of seamstresses and revisited the issue of gender wage inequality. In 2009, Angelina Vidal was included, along with other “women’s rights activists from the early days of the Republic,” in the Women of the Republic collection, a series of stamps issued by the Portuguese postal service Correios de Portugal to pay tribute to women inextricably linked to the history of the Republic.

The plaque affixed to the exterior wall of the house where she lived, at Rua de São Gens, 41, honors her memory, commemorating her as the woman who dedicated her entire life to the struggle for the defense of human ideals and community life.

This article was written with the same purpose: to keep alive the memory of one of the many women to whom we should say thank you… Thank you, Angelina Vidal!

Caroline Rémy de Guebhard
Maria Chiara Pulcini

Marika Banci

 

Alla nascita, il 27 aprile del 1855, la vita di Caroline Rémy sembra debba essere quella di tante sue coetanee borghesi; figlia di una famiglia originaria della Lorena ma trasferitasi a Parigi per seguire le ambizioni del padre, un ufficiale della Prefettura della Polizia, avrebbe avuto una buona educazione da precettori privati, dedicandosi poi a eventi mondani e di beneficenza. I genitori avrebbero provveduto alla ricerca di un marito che potesse pensare a lei per il resto della sua vita in cambio di una prole sana e numerosa, di cui si sarebbe presa cura. Caroline, detta Line, tuttavia, non ha la benché minima intenzione di accontentarsi di sposare un buon partito e fare la moglie e la madre perfetta. La sua indole, fin dall’adolescenza, riflette il suo Paese: la Francia del Secondo Impero è ormai sul punto di crollare e far posto alla Comune e poi alla Terza Repubblica, un periodo frenetico e imprevedibile per chi lo ha vissuto sulla propria pelle.

Nel 1871, dopo la caduta in disgrazia di Napoleone III e l’effimera avventura della Comune parigina, a 17 anni si sposa senza il consenso paterno con Antoine-Henri Montrobert, un impiegato nel settore del gas. I due hanno un figlio ma il matrimonio non è felice: non appena il divorzio viene legalizzato nel 1885 Caroline si separa e sposa Adrien Guebhard, con cui ha un altro figlio, Roland. Adrien proviene da una ricca famiglia svizzera, è professore di medicina e, cosa più importante, non mette alcun freno alle sue ambizioni. La donna, infatti, è già molto attiva ancora prima del secondo matrimonio: nel 1879 conosce a Bruxelles il comunardo e internazionalista Jules Vallès, appena uscito di galera a seguito dell’amnistia garantita a chi ha partecipato alla Comune. Questa amicizia sarà per Caroline il punto di svolta: non solo la introduce al mondo del socialismo e dell’anarchismo, ma Vallès le insegna anche il mestiere della giornalista coinvolgendola nel progetto editoriale socialista Cri du Peuple, di cui lei stessa prende le redini quando la salute di Vallès si fa cagionevole.

Diventa così la prima donna a dirigere un grande quotidiano a partire dal 1885, l’anno della morte del suo mentore e amico. È pure l’unica donna della redazione e ha l’abitudine di firmare i suoi primi articoli con lo pseudonimo Séverin, che in seguito diviene il ben più famoso Séverine. Giornalista a tutto campo, frequenta le fabbriche, i tribunali, gli ospedali, le carceri, scrivendo pezzi appassionati e pungenti, colmi di indignazione morale. È tra le prime a raccontare la realtà di prostitute, operai e operaie, infanzia abbandonata, disoccupati/e, prendendo il proprio lavoro come una vera missione. «Sono in guerra!» dice spesso quando la si interroga sulle sue battaglie contro il capitalismo e la miseria.

A causa di un conflitto ideologico con il marxista Jules Guesde – giudicato da lei troppo autoritario – e dei malumori sorti con membri della redazione a seguito della relazione extraconiugale con l’editore Georges de Labruyère e della sua difesa del generale Georges Boualnger, Séverine abbandona il Cri du Peuple nel 1888 ma non il giornalismo: continua a scrivere per diversi giornali e periodici tra cui anche i conservatori Le Gaulois e Gil Blas, a patto che non la censurino in alcun modo, ben consapevole che i temi affrontati nei suoi scritti sono particolarmente scottanti; nonostante ciò guadagna abbastanza dal proprio lavoro da poter vivere comodamente, sebbene le sue simpatie per l’anarchismo e la difesa dei ceti sociali svantaggiati a seguito degli attentati di stampo anarchico la portino più volte all’isolamento professionale e sul lastrico.

Durante l’affaire Dreyfus Séverine si schiera con il capitano di origine ebraica, rilanciando il J’accuse di Émile Zola e accusando apertamente lo Stato di star usando Dreyfus come capro espiatorio, incurante della solitudine sociale che questa presa di posizione le causa, sempre coerente con il proprio spirito e i propri ideali. Nonostante sia dichiaratamente atea, il 4 agosto 1882 esce su Figaro la sua intervista a papa Leone XIII sul caso Dreyfus, prima donna in assoluto a essere riuscita a intervistare un papa. Nel 1890 è la prima reporter donna a scendere nelle miniere per poter documentare l’esplosione presso Saint-Étienne, che ha ucciso 150 persone, mentre nel 1887 crea un nuovo standard per i reportage quando parla dell’incendio del Bazar de la Charité, che ha causato la morte di 100 donne dell’alta società francese.

Conosce in questo periodo la femminista Marguerite Durand, che la introduce al mondo della lotta per i diritti femminili dei quali diventa fervente sostenitrice, affrontando nei suoi scritti tematiche come l’aborto e la maternità senza alcun freno, creando ulteriore scandalo. Dal sodalizio tra le due nasce nel 1897 La Fronde, primo quotidiano a direzione interamente femminile in ogni suo aspetto. Si lega anche a Daniel-Lesueur, pseudonimo di Jeanne Loisaeu, con la quale partecipa alla creazione del premio Vie Heureuse, che diventerà poi il premio Femina, di cui Séverine sarà presidente nel 1906 e rimarrà membro della giuria fino alla morte. Oltre al giornalismo si dedica alla pubblicazione di libri per l’infanzia (Sac à Tout, Mémoires d'un petit chien), fotoromanzi e opere teatrali (À Sainte-Hélène). Nel 1905 partecipa assieme a Durand a una manifestazione per il voto alle donne che riunisce più di 6000 parigine, e a partire dall’anno seguente pubblica su Nos Ioiris una rubrica settimanale in cui parla di questo tema. Nel 1910 si scaglia ferocemente contro la legge che vieta alle donne di essere elette al Parlamento e organizza e partecipa ad altre manifestazioni a favore del suffragio femminile. Grande oratrice, viaggia per l’Europa parlando di femminismo, di scrittrici, del massacro del popolo armeno, di povertà e pace.

Lo scoppio della Grande guerra non mette in pausa il suo impegno a favore dell’emancipazione delle donne, aumenta solo i fronti su cui dirigere gli sforzi: è una pacifista convinta, si avvicina al movimento di Bertha von Suttner e lancia più appelli affinché vengano deposte le armi. Nei pochi spazi che le vengono concessi Séverine ripudia la guerra e la censura, dando voce ai soldati e al lavoro umanitario delle volontarie al fronte, critica il mito nascente del Milite ignoto, accusa la maggior parte della stampa di star santificando la guerra invece di dedicarsi alle persone più deboli. Accoglie la Rivoluzione d’ottobre del 1917 con grande entusiasmo, aderendo poi alla sezione francese dell’Internazionale operaia nel 1918 e al Partito comunista francese nel 1921, un sodalizio che non dura a lungo: quando le viene imposto di lasciare la Ligue des droits de l'homme (Lega dei diritti dell’uomo), considerata una istituzione borghese, Séverine preferisce lasciare il partito, sempre fedele al proprio spirito libero.

La delusione politica non la ferma. Nel 1920 dopo la morte di de Labruyère ritorna dal secondo marito Guebhard – con il quale rimarrà fino alla morte di lui quattro anni dopo – e l’anno seguente pubblica il racconto autobiografico Line (1855-1867). Si impegna a favore della Società delle nazioni, critica l’eccessivo accanimento sulla Germania negli accordi di pace del 1919 ed è tra le prime a comprendere l’ascesa delle dittature in Europa e a guardare con sospetto alla presa di potere di Mussolini e del fascismo in Italia. Nel 1927, assieme ad altre famose penne francesi, denuncia sulla rivista Europe la legge che limita la libertà di espressione in tempo di guerra, partecipa con fervore all’appello per la liberazione dei due anarchici italiani Sacco e Vanzetti e, come con Dreyfus, non esita a denunciare il modo con cui lo Stato americano sfrutta i più deboli per farne dei capri espiatori. Sono questi anche gli anni in cui Lucien Le Foyer, pacifista e politico francese, propone il suo nome tra le candidature per il Nobel per la pace.

Gli ultimi anni non sono meno impegnativi: Séverine prende parte al Cercle de la Russie nouvelle, un gruppo di intellettuali a favore della Rivoluzione russa che desidera approfondire le tematiche del marxismo; sostiene il dottor Albert Besson nella sua campagna elettorale presso il distretto di Saint-Fargeau come consigliere generale per la Senna e vicepresidente del Consiglio di Parigi e del Consiglio generale della Senna. La “principessa della stampa” muore il 24 aprile 1929 a Pierrefonds, presso Oise, nell'Alta Francia; i suoi funerali sono seguitissimi sia dal pubblico che la leggeva che dai colleghi e dalle sempre più numerose colleghe. Nel suo epitaffio le parole:

«Ho sempre lottato per la pace, la giustizia e la fraternità».

Nel 1933 Besson le dedica una piazza a Porte de Bagnolet, mentre l’amica Durand comprerà la sua casa e la trasformerà in una residenza estiva per giornaliste. Séverine lascia una grande eredità scritta per qualunque donna che si avvicina al mondo del giornalismo, più di quarant’anni di attività che sono un esempio di coerenza e di determinazione, di rifiuto di qualunque compromesso e di dedizione alla ricerca della giustizia.


Traduzione francese

Giorgia Corvino

À sa naissance, le 27 avril 1855, la vie de Caroline Rémy semble devoir être celle de tant d'autres jeunes filles de la bourgeoisie de son époque ; fille d'une famille originaire de Lorraine mais installée à Paris pour suivre les ambitions du père, un officier de la Préfecture de Police, elle aurait dû recevoir une éducation soignée par des précepteurs privés, avant de se consacrer aux événements mondains et aux œuvres de bienfaisance. Ses parents se seraient chargés de lui trouver un mari capable de subvenir à ses besoins pour le reste de sa vie, en échange d'une progéniture saine et nombreuse dont elle se serait occupée. Cependant, Caroline, dite Line, n'a pas la moindre intention de se contenter d'épouser un bon parti et de jouer les épouses et mères parfaites. Son tempérament, dès l'adolescence, reflète son pays : la France du Second Empire est alors sur le point de s'effondrer pour laisser place à la Commune, puis à la Troisième République, une période frénétique et imprévisible pour ceux qui l'ont vécue de l'intérieur.

En 1871, après la chute de Napoléon III et l'éphémère aventure de la Commune de Paris, elle se marie à 17 ans sans le consentement paternel avec Antoine-Henri Montrobert, un employé du gaz. Le couple a un fils, mais le mariage n'est pas heureux : dès que le divorce est légalisé en 1884, Caroline se sépare et épouse Adrien Guebhard, avec qui elle a un autre fils, Roland. Adrien est issu d'une riche famille suisse, il est professeur de médecine et, plus important encore, il ne met aucun frein aux ambitions de sa femme. En effet, celle-ci est déjà très active avant même son second mariage : en 1879, elle rencontre à Bruxelles le communard et internationaliste Jules Vallès, tout juste sorti de prison suite à l'amnistie accordée aux participants de la Commune. Cette amitié sera le tournant décisif pour Caroline : non seulement il l'introduit dans le monde du socialisme et de l'anarchisme, mais Vallès lui apprend aussi le métier de journaliste en l'impliquant dans le projet éditorial socialiste Le Cri du Peuple, dont elle prend elle-même les rênes lorsque la santé de Vallès décline.

Elle devient ainsi la première femme à diriger un grand quotidien à partir de 1885, l'année de la mort de son mentor et ami. Elle est également la seule femme de la rédaction et prend l'habitude de signer ses premiers articles sous le pseudonyme de Séverin, qui deviendra par la suite le bien plus célèbre Séverine. Journaliste sur tous les fronts, elle fréquente les usines, les tribunaux, les hôpitaux, les prisons, écrivant des articles passionnés et cinglants, empreints d'indignation morale. Elle est parmi les premières à raconter la réalité des prostituées, des ouvriers et ouvrières, de l'enfance abandonnée, des chômeurs et chômeuses, considérant son travail comme une véritable mission. « Je suis en guerre ! » dit-elle souvent lorsqu'on l'interroge sur ses combats contre le capitalisme et la misère.

En raison d'un conflit idéologique avec le marxiste Jules Guesde — qu'elle juge trop autoritaire — et des tensions surgies avec des membres de la rédaction suite à sa liaison extra-conjugale avec l'éditeur Georges de Labruyère et à sa défense du général Georges Boulanger, Séverine quitte Le Cri du Peuple en 1888, mais pas le journalisme : elle continue d'écrire pour divers journaux et périodiques, y compris les titres conservateurs Le Gaulois et Gil Blas, à condition qu'ils ne la censurent d'aucune manière, bien consciente que les thèmes abordés dans ses écrits sont particulièrement brûlants. Malgré cela, elle gagne suffisamment sa vie pour vivre confortablement, bien que ses sympathies pour l'anarchisme et sa défense des classes sociales défavorisées au lendemain des attentats anarchistes la conduisent plusieurs fois à l'isolement professionnel et à la ruine.

Durant l'affaire Dreyfus, Séverine prend parti pour le capitaine d'origine juive, relayant le J'accuse d'Émile Zola et accusant ouvertement l'État d'utiliser Dreyfus comme bouc émissaire, sans se soucier de la solitude sociale que cette prise de position lui impose, toujours cohérente avec son esprit et ses idéaux. Bien qu'ouvertement athée, elle publie le 4 août 1892 dans Le Figaro son entretien avec le pape Léon XIII sur le cas Dreyfus, devenant la toute première femme à réussir l'interview d'un pape. En 1890, elle est la première femme reporter à descendre dans les mines pour documenter l'explosion de Saint-Étienne qui a tué 150 personnes, tandis qu'en 1897, elle impose un nouveau standard de reportage en relatant l'incendie du Bazar de la Charité, qui a causé la mort de plus de 100 femmes de la haute société française.

Elle rencontre à cette période la féministe Marguerite Durand, qui l'introduit au monde de la lutte pour les droits des femmes dont elle devient une fervente partisane, abordant dans ses écrits des thématiques comme l'avortement et la maternité sans aucune retenue, créant un nouveau scandale. De l'étroite collaboration entre les deux femmes naît en 1897 La Fronde, le premier quotidien entièrement dirigé et géré par des femmes. Elle se lie également à Daniel-Lesueur, pseudonyme de Jeanne Loiseau, avec qui elle participe à la création du prix Vie Heureuse, qui deviendra plus tard le prix Femina, dont Séverine sera la présidente en 1906 et restera membre du jury jusqu'à sa mort. Outre le journalisme, elle se consacre à la publication de livres pour enfants (Sac à Tout, Mémoires d'un petit chien), de romans-photos et d'œuvres théâtrales (À Sainte-Hélène). En 1905, elle participe avec Durand à une manifestation pour le vote des femmes réunissant plus de 6000 Parisiennes, et à partir de l'année suivante, elle publie dans Nos Loisirs une chronique hebdomadaire sur ce sujet. En 1910, elle s'insurge violemment contre la loi interdisant aux femmes d'être élues au Parlement et organise d'autres manifestations en faveur du suffrage féminin. Grande oratrice, elle voyage à travers l'Europe pour parler de féminisme, de femmes écrivains, du massacre du peuple arménien, de la pauvreté et de la paix.

L'éclatement de la Grande Guerre ne met pas en pause son engagement en faveur de l'émancipation des femmes ; il ne fait qu'augmenter les fronts sur lesquels diriger ses efforts : pacifiste convaincue, elle se rapproche du mouvement de Bertha von Suttner et lance plusieurs appels au dépôt des armes. Dans les rares espaces qui lui sont concédés, Séverine répudie la guerre et la censure, donnant une voix aux soldats et au travail humanitaire des volontaires au front. Elle critique le mythe naissant du Soldat inconnu et accuse la majeure partie de la presse de sanctifier la guerre au lieu de se consacrer aux plus faibles. Elle accueille la Révolution d'octobre 1917 avec enthousiasme, adhérant ensuite à la section française de l'Internationale ouvrière en 1918 puis au Parti communiste français en 1921. Cette alliance ne dure pas : lorsqu'on lui impose de quitter la Ligue des droits de l'homme, considérée comme une institution bourgeoise, Séverine préfère quitter le parti, restant fidèle à son esprit libre.

La déception politique ne l'arrête pas. En 1920, après la mort de de Labruyère, elle retourne auprès de son second mari Guebhard — avec qui elle restera jusqu'à la mort de celui-ci quatre ans plus tard — et publie l'année suivante son récit autobiographique Line (1855-1867). Elle s'engage en faveur de la Société des Nations, critique l'acharnement excessif contre l'Allemagne dans les accords de paix de 1919 et est parmi les premières à comprendre la montée des dictatures en Europe, regardant avec suspicion la prise de pouvoir de Mussolini et du fascisme en Italie. En 1927, aux côtés d'autres célèbres plumes françaises, elle dénonce dans la revue Europe la loi limitant la liberté d'expression en temps de guerre, participe avec ferveur à l'appel pour la libération des deux anarchistes italiens Sacco et Vanzetti et, comme pour Dreyfus, n'hésite pas à dénoncer la manière dont l'État américain exploite les plus faibles pour en faire des boucs émissaires. C'est également à cette époque que Lucien Le Foyer, pacifiste et homme politique français, propose son nom pour le prix Nobel de la paix.

Ses dernières années ne sont pas moins denses : Séverine participe au Cercle de la Russie nouvelle, un groupe d'intellectuels favorables à la Révolution russe souhaitant approfondir les thématiques du marxisme ; elle soutient le docteur Albert Besson dans sa campagne électorale pour le district de Saint-Fargeau comme conseiller général de la Seine et vice-président du Conseil de Paris. La « princesse de la presse » s'éteint le 24 avril 1929 à Pierrefonds, dans l'Oise. Ses funérailles sont suivies par une foule immense composée tant de ses lecteurs que de ses confrères et de ses consœurs, de plus en plus nombreuses. Sur son épitaphe, on lit :

«J'ai toujours lutté pour la paix, la justice et la fraternité».

En 1933, Besson lui dédie une place à la Porte de Bagnolet, tandis que son amie Durand rachète sa maison pour la transformer en résidence d'été pour les femmes journalistes. Séverine laisse un immense héritage écrit pour toute femme s'approchant du monde du journalisme : plus de quarante ans d'activité qui sont un exemple de cohérence, de détermination, de refus du compromis et de dévouement à la recherche de la justice.

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